17 settembre 2014

Ucraina 1914-2014: evitare gli errori del passato


Le cronache su quel che sta avvenendo nell’Europa orientale non lasciano purtroppo ben sperare: nella migliore delle ipotesi, infatti, i problemi all'origine della crisi ucraina verranno repressi ma non eliminati. Essi hanno origini lontane e può essere utile ricordarle.

Ucraina: un Paese quasi sconosciuto fino al 1914
La popolazione ucraina è in prevalenza di origine slava, ma nei secoli prima e dopo l’anno 1000 ha subito molteplici influssi di diversa origine, sia orientale che occidentale. L’Ucraina di oggi (più di 600.000 kmq e una popolazione di più di 45 milioni di abitanti) è il risultato di una lunga storia, piuttosto complessa, di popoli e dominazioni differenti, che non ha ancora trovato il suo punto di equilibrio stabile. Alcuni elementi conflittuali già presenti cent’anni fa, quando l’Ucraina, suddivisa in governatorati, faceva parte dell’Impero Russo, sono riemersi in questi ultimi anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Per cercare di comprendere quello che le cronache quotidiane ci descrivono e ci mostrano della parte orientale dell’Ucraina è utile ricordare qual era la situazione di quella regione cent’anni fa. Questo riferimento temporale non è casuale, ma dovuto al fatto che prima dello scoppio della prima guerra mondiale dell’Ucraina si conosceva ben poco, se non che si trattasse di una grande regione dell’est europeo «le cui sorti erano indissolubilmente congiunte con quelle della Russia».
Solo gli specialisti conoscevano la storia piuttosto complicata delle popolazioni ucraine, che non costituirono mai un’entità unica, ma si svilupparono con storie diverse subendo anche influssi diversi da parte degli Stati vicini, della Russia soprattutto ma anche della Polonia e della Lituania. Sapevano certamente che una di queste popolazioni era russofona e che quando la Russia aveva cercato di russificare l’intera Ucraina, limitando ad esempio l’uso della lingua ucraina, scoppiò una vera rivoluzione (1905).

1914-18: importanza strategica dell’Ucraina
Solo dopo il 1914 il grande pubblico occidentale cominciò a conoscere più nel dettaglio la realtà ucraina e il valore strategico di questa regione, fino ad allora sotto l’influenza incontrastata della Russia.
Quando allo scoppio della prima guerra mondiale gli Imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria dichiararono guerra alla Russia, l’Ucraina venne occupata militarmente dal potente vicino, per impedire che diventasse facile preda dei suoi nemici, perché allora l’Ucraina era considerata il «granaio d’Europa».
Com’è noto, le operazioni militari non andarono bene alla Russia, sconvolta nel 1917 dalla «rivoluzione d’ottobre» guidata da Lenin e dalla guerra civile. L’Ucraina ne approfittò per sottrarsi all’influenza russa, proclamarsi repubblica indipendente (22 novembre 1917) e firmare una pace separata con l’Impero germanico, che sembrava garantire la sua indipendenza e integrità.

Il sogno infranto degli ucraini
Il sogno degli ucraini di non dover continuare a lavorare per i russi sembrava finalmente realizzato. Pensavano che il loro Paese avesse finito di essere considerato «una regione da sfruttare» e avrebbe presto raggiunto, in altre condizioni, grazie alle immense ricchezze che possedeva, il grado di prosperità che gli spettava. Sembrava cambiare anche la prospettiva commerciale perché, come osservava un commentatore occidentale, «gli sbocchi dell’Ucraina sono «naturalmente rivolti verso l’Europa».
Non tutti, meno che mai gli ucraini, si resero subito conto che non bastava proclamarsi indipendenti per esserlo davvero. Infatti la nuova repubblica nel febbraio 1918 divenne di fatto una specie di «protettorato tedesco».
Un quotidiano ticinese commentava l’indipendenza dell’Ucraina grazie al sostegno della Germania in questi termini: «E’ ormai un fatto compiuto la pace con l'Ucraina che a quanto sembra assicura agli Imperi centrali importanti contingenti di grano, migliorando così la loro situazione economica».
Lo stesso giornale, qualche settimana più tardi, denunciava la strategia della Germania, che non bastandole l’estromissione della Russia dall’Ucraina, aveva occupato Odessa, la maggiore città commerciale russa del mar Nero in territorio ucraino, e contava di estendere ulteriormente il suo dominio: «La notizia della caduta di Odessa denota quale valore si possa attribuire alle paci che gli Imperi vanno concludendo in Oriente. Gli Austro-Tedeschi hanno stipulato la pace con l’Ucraina e scorrazzano per l’Ucraina in barba ai trattati, occupano città, fanno la guerra a chi e dove vogliono. […] Se si continua di questo passo i Russi un giorno finiranno, svegliandosi dall' incantesimo leninista, col trovarsi legati, imbavagliati e premuti in ogni senso dai Tedeschi. Allora forse insorgeranno, ma sarà troppo tardi. La Germania lavora a sgretolare mano mano l’Intesa [costituita principalmente da Francia, Russia e Gran Bretagna] cominciando dai popoli più piccoli che hanno i territori invasi».
Invano gli ucraini, che si erano accorti ben presto di essere nuovamente occupati, cominciarono a criticare il nuovo governo e a rimpiangere il vecchio. Molti giornali, nonostante la censura sulla stampa, chiesero invano «l'unione dell'Ucraina alla grande Repubblica russa».

Le ricchezze dell’Ucraina
Nel 1918 un ufficiale svizzero, nel redigere per un quotidiano ticinese una specie di nota segnaletica dell’Ucraina, ricordava anzitutto che si trattava di un «immenso paese» con una superficie di quasi tre volte quella dell’Inghilterra e una popolazione di 40 milioni di abitanti in forte crescita.
Passava poi a segnalare le ricchezze di questo Paese cominciando dall’agricoltura: «La produzione agricola dell’Ucraina è incredibile, sopra tutto per quanto riguarda il frumento: essa costituisce il granaio della Russia». Oltre al frumento l’Ucraina produceva l’88 per cento dell’intera produzione russa di zucchero e grandi quantitativi di altri prodotti come granoturco, semi oleosi, frutta, legumi, miele. Allevava inoltre «molto bestiame».
L’Ucraina, aggiungeva l’ufficiale-cronista, «ha pure un sottosuolo molto ricco con ferro carbone, petrolio, sale, mercurio, manganese» (allora ritenuto «indispensabile per la produzione di certe qualità superiori di acciaio»), ecc.
Da buon svizzero, riteneva infine che l’Ucraina, grande Paese ricco di prodotti dell’agricoltura e del sottosuolo, potesse rappresentare per la Svizzera un buon mercato, da cui importare tanti prodotti «di grande utilità» e in cui esportare per esempio orologi, motori a vapore, utensili agricoli ed in generale prodotti metallurgici.
Già da queste sommarie indicazioni si può comprendere quanto l’Ucraina fosse ritenuta importante per la Russia e appetibile per la Germania e più in generale per l’Occidente.

Problemi irrisolti
Frattanto la Russia aveva firmato l’armistizio (15 dicembre 1917), sospeso i combattimenti e avviato trattative di pace con gli Imperi centrali. Perché non sussistessero dubbi circa il futuro dell’Ucraina, tra le condizioni di pace fissate dalla Germania alla Russia di Lenin figurava al quarto punto che: «la Russia dovrà evacuare immediatamente la Finlandia e l'Ucraina e concludere con esse la pace».
La Russia non ebbe scelta e dovette firmare il trattato di pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) che sanciva la vittoria degli Imperi centrali sul fronte orientale e poneva le premesse per l’indipendenza dell’Ucraina, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia. Nei giorni successivi il quotidiano socialista ticinese Libera Stampa commentava: «La Russia rivoluzionaria ha dovuto piegare il capo davanti alla forza brutale del militarismo prussiano e firmare il trattato di pace. La Germania ha applicato i suoi principi di pace «senza indennità e senza annessioni», coll’occupare tutte le province baltiche fin quasi a Pietrogrado [così si chiamava all’epoca San Pietroburgo], la Polonia, l'Ucraina, divenuta sua alleata…».
Con la pace di Brest-Litovsk il futuro indipendente dell’Ucraina non era affatto garantito, anzi restavano irrisolti i problemi fondamentali della convivenza tra le varie regioni e popolazioni dell’Ucraina come pure gli orientamenti politici nei confronti dei Paesi vicini.

Inutilità della guerra e soluzioni possibili
Quanto la prima guerra mondiale sul fronte orientale sia stata inconcludente e dannosa lo dimostreranno ampiamente i decenni successivi e anche oggi, purtroppo, si può osservare quanto le guerre siano inadeguate per risolvere i problemi della convivenza tra i popoli.
La storia recente dell’Ucraina ne è una chiara testimonianza e, purtroppo, non mi sembra che i responsabili delle grandi potenze, Unione Europea compresa, abbiano bene appreso la lezione del passato, ossia l’inutilità della guerra (anche se mentre scrivo vige una fragile tregua) per risolvere questo genere di problemi. Dico purtroppo perché ancora una volta per decidere del destino dei popoli si ricorre alle armi e alle sanzioni piuttosto che alla saggezza, al dialogo e al limite, perché no, visto che è in uso tra le persone civili, alla separazione consensuale.
Per risolvere questo genere di problemi bisognerebbe abbandonare (definitivamente) la logica degli interessi degli Stati (ancora di tipo ottocentesco) e adottare la logica degli interessi legittimi dei popoli. Nel conflitto ucraino finora la Svizzera si è impegnata molto nell’ambito dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Forse potrebbe fare di più, forte del suo esempio vivente e della sua tradizione di pacifica e proficua convivenza tra etnie e culture diverse, ma aperte alla collaborazione e al rispetto reciproco.

Giovanni Longu
Berna, 17.09.2014 

10 settembre 2014

Guerra, propaganda e contrabbando


La prima guerra mondiale, come del resto tutte le guerre, non fu combattuta solo sui fronti militari da eserciti agguerriti, ma comprese altre guerre di cui poco si sa e si scrive. Forse pochi sanno che proprio in Svizzera si svolse un’agguerrita attività di propaganda tra le potenze belligeranti europee e che ai suoi confini si sviluppò un’intensa attività di contrabbando tra la Svizzera e i Paesi confinanti.

Guerra di propaganda
Il Museo della comunicazione e la Biblioteca nazionale svizzera di Berna hanno allestito un’interessante mostra (che resterà aperta fino al 9 novembre 2014) sulla guerra della propaganda («Sotto il fuoco della propaganda. La Svizzera e la prima guerra mondiale») combattuta dalle potenze belligeranti in questo Paese neutrale e culturalmente diviso.
Cartolina postale dell'epoca, che ritrae la Svizzera come un'isola di pace.
Gli svizzeri, si sa, non erano unanimi sulle valutazioni della neutralità proclamata dalla Confederazione all'indomani dello scoppio della guerra. Gli svizzeri tedeschi simpatizzavano prevalentemente per gli imperi centrali, Germania e Austria-Ungheria, gli svizzeri francesi parteggiavano invece per le forze dell’Intesa: Francia, Gran Bretagna e Russia. Sfruttando questa situazione, gli Stati belligeranti scelsero proprio la Svizzera per condurre una vivace guerra di propaganda per convincere l’opinione pubblica svizzera e internazionale sulle ragioni degli uni e i torti degli altri.
Le varie potenze non lesinarono risorse finanziarie per organizzare centrali di propaganda, comprare spazi pubblicitari sulla stampa locale, finanziare giornali, stampare manifesti e cartoline, volantini e fotografie, diffondere filmati e registrazioni audio, pubblicare libri e riviste, organizzare mostre ed esposizioni nelle principali città svizzere, fondare agenzie di stampa, ecc.
Ci fu anche chi, come Carlo Spitteler, cercò di evidenziare «il punto di vista svizzero» per salvaguardare la
coesione nazionale superando le divisioni interne, ma l’impresa riuscì solo in parte. Politici, intellettuali, imprenditori, centrali sindacali dovranno lavorare ancora a lungo prima di giungere a riempire i fossati tra le varie regioni e componenti etnico-culturali del Paese.

Guerra economica e contrabbando
La prima guerra mondiale fu pure una guerra economica che coinvolse anche la Svizzera neutrale. Nell'ambito di questa guerra ebbe una parte notevole il contrabbando, sia nella sua forma tradizionale che in quella particolare che coinvolge direttamente gli Stati.
La prima forma, che ha origini lontane, ad esempio tra la Svizzera e l’Italia, nel corso della prima guerra mondiale ha avuto una recrudescenza dovuta alle difficoltà tipiche incontrate dalle popolazioni delle regioni di confine in seguito alla perdita di posti di lavoro e alla chiusura delle frontiere. La seconda, tra Paesi belligeranti e non, si manifesta soprattutto quando perdura l’economia di guerra e quando gli approvvigionamenti regolari diventano difficili o impossibili. La Svizzera, durante la prima guerra mondiale, si è vista costretta ad accettare questa forma di contrabbando, soprattutto con alcuni Paesi belligeranti, nonostante la sua neutralità.
Il contrabbando «tradizionale» ai confini svizzeri non riguardò solo l’Italia, ma anche la Francia, la Germania e l’Austria, soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia (maggio 1915). E’ forse a causa dell’estensione del fenomeno che nel periodo bellico la stampa svizzera rilevava frequentemente episodi di contrabbando non solo di piccole quantità di merci, ma anche di grandi.
Facevano tuttavia più scalpore nell'opinione pubblica, soprattutto di area socialista, le notizie riguardanti un presunto contrabbando su larga scala tra la Svizzera ufficiale e i Paesi belligeranti, specialmente la Germania. Si parlava ad esempio di grossi quantitativi di cereali che, giunti in Svizzera per il consumo interno, venissero fatti proseguire per altri Paesi in guerra, violando di fatto lo statuto di Paese neutrale. Nel 1915 il quotidiano socialista Libera Stampa denunciò a più riprese che molti vagoni di riso provenienti dall'Italia e dalla Francia andassero a finire in Germania, dove il riso mancava, con grande disappunto sia dell’Italia che della Francia.
Col perdurare della guerra commerciale fra gli Stati belligeranti e l’acuirsi delle difficoltà di approvvigionamento per la Svizzera, a partire dal 1915 il Consiglio federale dovette cedere a qualche compromesso, soprattutto con la Germania. Tanto è vero che, come scrive lo storico Marc Perrenoud nel Dizionario storico della Svizzera, «il Reich, che aveva bisogno di diversi prodotti svizzeri, continuò a fornire carbone e altre materie prime. Tenendo segrete alcune transazioni e approfittando della rivalità fra l'Intesa e gli Imperi centrali, fin dai primi mesi di guerra i dirigenti economici svizzeri esaminarono le occasioni che si presentavano sul mercato estero. La produzione di munizioni, di alluminio, di rame, di cemento e di altri prodotti utili ai belligeranti conobbe uno sviluppo considerevole».

Contrabbando tra l’Italia e la Svizzera
Il contrabbando tra la Svizzera e l’Italia fu sempre combattuto soprattutto dai governi italiani, mentre veniva tollerato dalle autorità svizzere. Quando, verso la fine dell’Ottocento, il danno del contrabbando all’erario italiano sembrò particolarmente consistente, il governo regio fece erigere per oltre duecento chilometri lungo il confine italo-svizzero la famosa «ramina», una rete metallica dotata di campanelli per allertare le guardie di confine durante i tentativi di scavalcamento.
Si contrabbandava di tutto, ma soprattutto generi alimentari, specialmente farina, riso, zucchero o saccarina, caffè, zafferano, ortaggi, pesce fresco, latte e burro, conserva di pomodoro, orologi, cotone, seta, ma anche armi e parti di armi da fuoco. Naturalmente non c’era solo il contrabbando dalla Svizzera all'Italia, ma anche in direzione opposta, soprattutto dopo la chiusura delle frontiere degli imperi centrali e poi della Francia e dell’Italia.
Il contrabbando era punito severamente dalle autorità italiane perché procurava un grave danno all'erario. I contrabbandieri colti in fragrante erano severamente puniti col sequestro della merce trasportata, con multe salatissime e persino con l’arresto. Il tentativo di fuga poteva essere molto rischioso, tanto è vero che molti contrabbandieri persero la vita precipitando in burroni o uccisi dalle guardie di finanza italiane (raramente dalle guardie di confine svizzere). La Svizzera era generalmente più tollerante, almeno fin quando il contrabbando non produceva danni all'erario svizzero.
Allora la forma più frequente e più nota di questo commercio illecito (ma dagli interessati e da gran parte della popolazione della regione di confine per nulla disapprovato) era il trasporto a spalla della merce in «bricolle» (grosse sacche di juta) da parte degli spalloni, ma erano praticate anche molte altre forme di contrabbando più o meno ingegnose.

Varie forme di contrabbando
Già all'inizio del secolo scorso i vettori utilizzati dai contrabbandieri erano molteplici e ingegnosi. Per ferrovia, via acqua e soprattutto per terra attraverso la ramina.
Per ferrovia non era raro che in un carro proveniente dalla Svizzera la merce indicata nella dichiarazione d’accompagnamento non corrispondesse al contenuto effettivo illecito ma ben camuffato, come quella volta in cui le guardie di finanza scoprirono che i «recipienti di carburo di calcio» contenessero effettivamente ben 4000 kg di caffè e 300 kg di noci moscate.
Nel 1912 era stato scoperto dai doganieri italiani un contrabbando di 67 kg di saccarina («questo ricercatissimo prodotto di proibita importazione») occultata in un carico di cinque balle di fogli di legno da impellicciare. In una di esse era stato ricavato un vuoto dove sembrava impossibile scoprire il contenuto dolcificante.
Le cronache giudiziarie italiane e svizzere del periodo della guerra sono piene di episodi di contrabbando. Esso rispondeva in molti casi a soddisfare bisogni primari delle popolazioni delle regioni di confine, ma altre volte serviva ad alimentare il mercato nero.
I protagonisti diretti del contrabbando non erano solo i poveri spalloni di cui ancora oggi si racconta con un po’ di romanticismo, ma anche persone avide, magari incensurate e apparentemente irreprensibili, che organizzavano il contrabbando in efficienti centrali al di qua e al di là del confine. Spesso il contrabbando era reso possibile dalla complicità di guardie di finanza, guardie di confine, funzionari di dogana e delle poste. Inoltre, parteciparono al contrabbando non solo spalloni «professionisti», ma anche spalloni occasionali, ladruncoli, giovani amanti del rischio e persino persone apparentemente insospettabili come preti, persone liberate dalle patrie galere, nobili decaduti, ecc.
Protagonisti furono anche alcuni Stati o istituzioni statali. Non so se si riuscirà mai ad appurare l’intera verità storica relativa ai rapporti internazionali durante la prima guerra mondiale, ma credo che si possa comprendere quanto sia stato difficile, almeno per qualche Stato, garantire per tutta la durata del conflitto la sopravvivenza della propria gente. La Svizzera in particolare, anche se non coinvolta direttamente nella guerra, tra il 1914 e il 1918 ebbe grandi difficoltà ad assicurare gli approvvigionamenti vitali. Forse qualche compromesso in meno sarebbe stato possibile, ma col senno di poi non si può fare la storia.

Giovanni Longu
Berna 10.09.2014

03 settembre 2014

1914-18: la Svizzera e gli italiani rimpatriati


Quando il 28 luglio 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, l’opinione pubblica internazionale riteneva che si trattasse di un conflitto di breve durata tra l’Austria-Ungheria e la Serbia. Bastarono pochi giorni per rendersi conto che il conflitto si sarebbe esteso e che sarebbe durato probabilmente a lungo. Per questo molti Paesi europei ordinarono nei primi giorni di agosto la mobilitazione generale. Anche la Svizzera decretò per il 1° agosto la mobilitazione generale, decisa a salvaguardare con ogni mezzo la propria integrità territoriale e il suo statuto di Paese neutrale. Altrettanto fecero nel giro di poche settimane la Germania, la Francia, la Russia, ecc. Non l’Italia che, sentendosi impreparata, dichiarò la propria neutralità.
L’indecisione dell’Italia fu dovuta apparentemente per motivi ideologici tra interventisti e neutralisti, in realtà soprattutto per l’impreparazione alla guerra, dopo le forti spese causate dalla guerra di Libia (1911-12). Come noto finirà per prevalere la corrente interventista e anche l’Italia, dal maggio 1915, si trovò coinvolta nella guerra contro l’Impero austro-ungarico e la Germania.

Molti italiani rimpatriati
La fase preparatoria coinvolse anche molti emigrati italiani richiamati per il servizio militare. Attraverso la Svizzera rientrarono molti italiani provenienti da tutta l’Europa. Non si hanno dati precisi su questi rientri (compresi quelli spontanei di intere famiglie), ma si stima che dalla sola Svizzera siano rientrati circa 70.000 italiani.
Riguardo ai rientri va ricordato che a spingere al rimpatrio le molte migliaia di giovani italiani abili al servizio militare non fu tanto, verosimilmente, l’amor patrio, quanto piuttosto l’obbligo legale per non essere dichiarati disertori. La legge italiana di allora sulla cittadinanza obbligava infatti al servizio militare in Italia anche coloro che avevano acquisito un’altra nazionalità e non ne erano stati esplicitamente esentati. Questo spiega forse perché dalla Svizzera partirono così tante persone, quasi un terzo dell’intera collettività italiana immigrata di allora. Essa riavrà la consistenza numerica che aveva prima della guerra soltanto quarant'anni più tardi, verso la metà degli anni ’50.

Conseguenze per la Svizzera
Naturalmente per la Svizzera non si trattò di una partenza senza conseguenze. Com’è facile immaginare, i posti di lavoro occupati dagli italiani andarono in gran parte persi, anche perché inoccupabili da parte degli svizzeri mobilitati per il servizio alle frontiere. Poiché molti lavoratori italiani erano addetti ai lavori ferroviari e all’edilizia, questi rami subirono durante la guerra sospensioni e ritardi e molte imprese chiusero l’attività. Mai forse come in questa occasione il lavoro degli italiani si rivelò importante e insostituibile.
Ciononostante, anche durante la guerra persistette un atteggiamento preoccupato e talvolta ostile nei confronti degli stranieri già manifestatosi nel primo decennio del secolo (paura dell’inforestierimento), che spinse le autorità federali a sviluppare una politica restrittiva nei confronti dei nuovi immigrati. Approfittando della chiusura delle frontiere a causa dello stato di guerra, la Svizzera cominciò ad applicare un rigido controllo degli ingressi, che mantenne anche al termine della guerra.

Verso una nuova politica migratoria svizzera
Il 1917 ha rappresentato per la storia della politica migratoria svizzera una data fondamentale. Se infatti, all’inizio del secolo in alcuni ambienti politici ed economici si chiedeva un maggiore impegno delle autorità per l’integrazione degli stranieri residenti in Svizzera da lungo tempo, da questo momento l’attenzione del Consiglio federale si focalizza sul controllo degli arrivi, ufficialmente per esigenze di una politica nazionale fondata sulla sicurezza, sull’interesse economico e sulla difesa di una identità culturale svizzera ritenuta ancora precaria.
Per perseguire con maggiore determinazione questa politica restrittiva nei confronti degli stranieri, il Consiglio federale, avvalendosi dei poteri straordinari concessi al governo durante la guerra, istituì sul finire del 1917 la Polizia degli stranieri, che divenne praticamente lo strumento politico-burocratico contro l’«inforestierimento». L’entrata e la dimora degli stranieri furono così sottoposte a un controllo generale di polizia degli stranieri, con cui il Consiglio federale intendeva regolare la politica migratoria.
Da quel momento la nuova disciplina federale sull’ingresso e il soggiorno degli stranieri, codificata poi sostanzialmente nella legge federale sulla dimora e il domicilio degli stranieri del 1931, costituirà la base giuridica fondamentale non solo per la lotta contro l’«inforestierimento» (autorizzando prevalentemente permessi «stagionali» e rendendo più difficile l’acquisizione del permesso di domicilio) ma anche per il controllo dei flussi migratori in funzione del mercato del lavoro, del clima sociale, della situazione degli alloggi, degli interessi morali ed economici del Paese.
Nel 1917 si chiudeva praticamente l’epoca dell’immigrazione libera garantita dai trattati bilaterali (quello tra la Svizzera e l’Italia risaliva al 1868) e iniziava quella dell’immigrazione selettiva e controllata che durerà fino al 1999, quando vennero firmati tra la Svizzera e l’Unione Europea gli accordi sulla libera circolazione delle persone.

Giovanni Longu
Berna, 03.09.2014

30 agosto 2014

1965: la tragedia di Mattmark


49 anni fa, il 30 agosto 1965, accadde in Svizzera, nel Vallese, una delle più gravi catastrofi della storia dell’emigrazione italiana. Una parte imponente di uno dei più grandi ghiacciai della Svizzera precipitò improvvisamente su un grosso cantiere di montagna allestito per la costruzione di una grande diga, quella di Mattmark, travolgendolo e uccidendo 88 lavoratori, 56 dei quali italiani.

Perché ricordare?
Lapide a ricordo della tragedia del 30 agosto 1965
Il fatto che si continui a ricordare quella tragedia umana (e lo si farà soprattutto il prossimo anno in occasione del 50° anniversario) è dovuto non solo all'alto numero di vittime che ha provocato, ma anche alla portata storica di quell'evento che ha sconvolto l’opinione pubblica svizzera, italiana ed europea.
Purtroppo è in atto da qualche tempo un tentativo malcelato di archiviare definitivamente il passato, soprattutto quando esso si tinge di tinte fosche o assume le caratteristiche della tragedia. Soprattutto per le giovani generazioni incalzate dalle spinte del progresso e preoccupate del loro futuro anche il passato recente può sembrare un fardello da cui conviene liberarsi. Credo invece che la memoria di eventi come quello di Mattmark meriti di essere continuamente alimentata, perché è ancora oggi piena di insegnamenti e resta comunque una parte integrante della storia migratoria soprattutto italiana.
Anzitutto, a memoria d’uomo, non era mai capitata in Svizzera una disgrazia così grave nel mondo del lavoro. Fu l’ampiezza del danno provocato - 88 morti in un attimo, decine di famiglie colpite violentemente negli affetti, un intero cantiere completamente distrutto, enormi difficoltà nel recupero delle vittime sotto tonnellate di ghiaccio e detriti - che richiamò l’attenzione dell’opinione pubblica svizzera, italiana ed europea. Tutti i media, compresa la televisione, per giorni e settimane informarono nei dettagli di quanto era accaduto e stava ancora succedendo.

Non solo forza lavoro
Grazie alla straordinaria copertura mediatica, l’opinione pubblica svizzera cominciò a rendersi conto del fenomeno migratorio anche sotto l’aspetto umano. Fino ad allora gli immigrati erano visti soprattutto come numeri, percentuali, addetti a questa o quella produzione. Di essi si parlava per lo più in termini negativi, raramente erano associati ai protagonisti del progresso che la Svizzera stava compiendo dalla fine della seconda guerra mondiale. Erano visti, per dirla con Max Frisch, tutt’al più «manodopera», forza lavoro, sia pure indispensabile. L’aspetto umano era trascurato e perciò ignorato. In pochi, ad esempio, si rendevano conto della pericolosità dei lavori che spesso erano chiamati a svolgere in supplenza alla mancanza di lavoratori svizzeri disposti a compierli.
La catastrofe di Mattmark mise a tacere, almeno provvisoriamente, le voci che cominciavano a levarsi in diverse parti della Svizzera contro gli stranieri. Una violenta campagna denigratoria aveva appena tentato di impedire l’accordo di emigrazione tra l’Italia e la Svizzera dell’anno precedente. Si voleva far credere che agli italiani era stato concesso troppo!
L’ampiezza della tragedia, che aveva coinvolto soprattutto italiani, ha contribuito a far vedere i lavoratori immigrati in una luce diversa da quella in cui venivano osservati prevalentemente fino ad allora. Tutti gli svizzeri hanno avuto modo di rendersi conto del tipo di lavori che erano chiamati a svolgere gli stranieri, del perché in certi cantieri e a certe altitudini c’erano soprattutto italiani e pochi svizzeri.
Mattmark ha fatto aprire gli occhi a molti, anche alle autorità e ai sindacati: i sistemi di protezione si erano dimostrati insufficienti, occorreva rafforzarli e controllarli meglio. In questo senso fu una lezione positiva per l’intero mondo del lavoro.

Solidarietà e riconoscenza
Tra gli effetti benefici di quella tragedia, perché anche dal male può scaturire il bene, mi piace ricordare l’ondata di solidarietà che suscitò in tutta la Svizzera. A dispetto di quanti tentarono di trasformare l’accaduto in motivo di contestazione e di scontro ideologico in una dialettica di tipo marxista-leninista, l’opinione pubblica svizzera seguì quasi unanimemente il richiamo alla solidarietà e alla generosità. Nonostante le vittime avessero tutte la piena copertura assicurativa del sistema previdenziale svizzero, vennero immediatamente avviate raccolte di denaro per le spese non coperte e per le famiglie sfortunate.
Molti, probabilmente, si sono resi conto per la prima volta che gli stranieri per quello che facevano, a vantaggio di tutti, meritavano non solo il giusto salario e le giuste assicurazioni, ma anche un po’ di riconoscenza e di solidarietà.
Giovanni Longu
Berna, 30.08.2014

20 agosto 2014

1914-18: la Svizzera, la guerra e gli immigrati


E’ convinzione assai diffusa che la Svizzera, in quanto Paese neutrale fin dal 1815, sia stata risparmiata dalle distruzioni della prima e della seconda guerra mondiale e la sua popolazione non abbia patito le privazioni e le sofferenze a cui sono state sottoposte le popolazioni civili degli Stati belligeranti. E’ una convinzione che non trova riscontro nei fatti se non parzialmente e in ogni caso va ascritto a merito delle autorità federali l’aver scelto e salvaguardato la neutralità.
Va anche detto che se è vero che la Svizzera non ha subito le morti e le distruzioni dei Paesi in cui sono avvenuti scontri di eserciti e bombardamenti, è falso ritenere che gli svizzeri non abbiano risentito, anche pesantemente, della situazione di trovarsi completamente circondati da nazioni in guerra. Di fatto, con lo scoppio della prima guerra mondiale, per la Svizzera s’interruppe bruscamente un processo di sviluppo che durava ormai da alcune decine di anni e che aveva trovato una sorta di consacrazione nell'Esposizione nazionale di Berna, inaugurata festosamente il 15 maggio 1914. D’altra parte, gli svizzeri erano ben consapevoli che la neutralità armata comporta talvolta sacrifici e privazioni e le autorità politiche non lo nascosero quando il 1° agosto decretarono la mobilitazione generale.

Paura della carestia
L’inizio della guerra causò quasi immediatamente la perdita inaspettata di migliaia di posti lavoro, il crollo del turismo, il venir meno di una parte consistente della manodopera straniera, la contrazione delle esportazioni, difficoltà di approvvigionamento di materie prime e di derrate alimentari, razionamenti, ecc.
Già allo scoppio della guerra tra l’Austria-Ungheria e la Serbia (28 luglio 1914) e prima ancora che il Consiglio federale ordinasse la mobilitazione generale, ossia l’entrata in servizio attivo di circa 220.000 uomini per presidiare le frontiere, a Milano, ma anche a Berlino, si sparse la voce che a invadere la Svizzera sarebbe stata la carestia. Come infatti avrebbe potuto provvedere agli approvvigionamenti di materie prime e generi alimentari se anche la Francia e la Germania fossero entrate in guerra, come sembrava imminente, e se anche l’Italia avesse fatto altrettanto, anche se non subito?
Le autorità e la stampa cercarono di rassicurare l’opinione pubblica affermando, come riportava un quotidiano ticinese il 29 luglio, che «i magazzeni federali ed i magazzeni privati bastano non per delle settimane, ma per dei mesi e non è poi detto che, nel caso di guerra, tutte le frontiere siano chiuse ad uno Stato neutrale». Qualche giorno dopo lo stesso giornale precisava ottimisticamente che «la Svizzera, anche supponendo che da oggi in poi tutte le frontiere restino chiuse, ha vettovagliamento sufficiente per sei mesi almeno. E la guerra certamente non sì prolungherà più di tre mesi».
In effetti era opinione diffusa che il conflitto sarebbe rimasto localizzato e di breve durata. L’illusione però durò poco perché già il 1° agosto i giornali svizzeri cominciarono a parlare di «guerra europea» in seguito all’ultimatum della Germania alla Francia e alla Russia. Non ci fu più alcun dubbio dopo il 4 agosto, quando la Germania invase il Belgio e la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania.
Non bastò a tranquillizzare la Svizzera il fatto che l’Italia (del tutto impreparata ad affrontare un’altra guerra dopo quella dispendiosa del 1911-12 per la conquista della Libia) avesse dichiarato la propria neutralità e sembrasse quindi garantita alla Svizzera la possibilità di approvvigionarsi di viveri dalla frontiera meridionale. Infatti, già ai primi di agosto l’Italia vietò l’esportazione, anche verso la Svizzera, di cereali, farine, caffè, zucchero, tessuti, oggetti di vestiario, cavalli, muli, bovini, veicoli di ogni genere e relative parti di ricambio, combustibili e carburanti, ecc.

Conseguenze immediate
Quando apparve chiaro che si era in presenza di un grave pericolo anche per la Svizzera neutrale, l’Assemblea federale conferì al Consiglio federale «pieni poteri di prendere tutte le misure necessarie per la sicurezza, l'integrità e la neutralità svizzera e per la difesa del credito e degli interessi economici del paese». Elesse anche quale «generale», ossia comandante supremo dell’esercito in circostanze eccezionali, il colonnello Ulrich Wille, col compito di «proteggere e difendere colle truppe a lui affidate con tutte le sue forze ed a costo della vita l’onore, la indipendenza e la neutralità della Patria».
Con la mobilitazione generale cominciarono anche le privazioni e le restrizioni per la popolazione sui posti di lavoro, nelle comunicazioni, nei consumi, nella vita quotidiana. La Festa nazionale del 1° agosto, che si svolgeva quell'anno «fra il fragore d’armi e l’accavallarsi di oscuri e minacciosi nembi all’orizzonte», come annotava un quotidiano ticinese, fu l’occasione per invitare tutti gli svizzeri a «un solenne e grandioso plebiscito di patriottismo e di solidarietà federale».
A Berna si pensò di chiudere in anticipo l’Esposizione nazionale, inaugurata con grandi festeggiamenti il 15 maggio ed effettivamente per due settimane rimase chiusa. I battenti vennero tuttavia riaperti quando sembrò preferibile mandare ai confederati un segnale di ottimismo.

Donne, siate econome!
Alcune organizzazioni femminili, per evitare danni insopportabili conseguenti alla mobilitazione di circa 220.000 uomini, fecero appello alle donne, invitandole, invece di lamentarsi sulle misure restrittive imposte dal governo, ad accettare «con coraggio e serietà i sacrifici che la guerra impone». «Siate econome - si leggeva in un appello pubblico - onde le risorse del nostro paese in derrate alimentari ed in combustibili non vengano troppo rapidamente esaurite. Assumete in tutti i rami dell’umana attività, ma specialmente nei lavori della campagna, quei servizi a cui gli uomini, chiamati sotto le armi, non possono più attendere e scegliete fra essi quelli che più sono necessari alla prosperità del nostro paese. Non pensate soltanto alla vostra famiglia, ma a tutta la nazione. Ora più che mai è il caso di essere uno per tutti, tutti per uno […].Per quanto terribile sia una guerra colle sue conseguenze, essa può però insegnarci una grande lezione: la solidarietà».
Il clima di guerra era maggiormente sentito nei Cantoni di frontiera. Il 16 agosto 1914 un quotidiano ticinese annotava: «un Ferragosto in perfetta sintonia con i tempi che corrono (…) Lugano non ricorda un Ferragosto così misero».

Limitazioni per tutti, anche per gli stranieri
Anche gli stranieri furono sottoposti a restrizioni e privazioni, talvolta attenuate dalla solidarietà generale. Intanto vennero praticamente chiuse le frontiere e sospesi tutti i trattati d’immigrazione. Gli immigrati, richiamati in patria dai Paesi in guerra o desiderosi di ritornarvi per evitare le misure restrittive adottate dalla Svizzera, potevano lasciare il Paese. Solo a Chiasso nei primi giorni di agosto transitarono, non senza difficoltà, non meno di 40.000 operai italiani spesso con le loro famiglie.
In una cronaca dei primi di agosto 1914 da Chiasso si legge dell’arrivo quotidiano di «pietosi eserciti di lavoratori, molti dei quali con moglie e con bambini in stato compassionevole» senza alcuna garanzia di poter proseguire in giornata il tragitto verso la destinazione. L’Autorità locale faceva del suo meglio «con vero senso di solidarietà umana» per organizzare loro un ricovero fino alla partenza «nelle scuole, nella palestra, nel Politeama, nel vecchio Cinematografo ed in altri locali». Da parte sua, «la popolazione chiassese ha dato pure una prova di gran cuore e generosità prestandosi spontaneamente e volontariamente a soccorrere questi sventurati con cibarie e bibite d'ogni sorta e con indumenti».
E’ facile immaginare il danno economico subito dalla Svizzera, che dalla fine dell’Ottocento allo scoppio della guerra aveva costruito il suo benessere soprattutto grazie agli immigrati. Allo scoppio della prima guerra mondiale risiedevano in Svizzera circa 220.000 tedeschi e oltre 200.000 italiani. Molti di essi dovettero o decisero comunque di rientrare al loro Paese. Decine di migliaia di posti di lavoro andarono persi.
Tra i doveri che comportava la neutralità svizzera c’era al primo posto quello di difenderla. Ma ce n’erano anche altri, che incombevano «a tutti i cittadini svizzeri», primo fra tutti quello di «astenersi da qualsiasi manifestazione di simpatia verso l’una o l'altra delle parti belligeranti». Le manifestazioni non dovevano essere tollerate nemmeno da parte degli stranieri. «Siano essi francesi, tedeschi o italiani devono tenere i loro sentimenti per sé; non hanno alcun diritto di sventolarli sul nostro territorio neutro in un momento di guerra».

Verso lo sciopero generale
Il grosso dell’esercito venne inviato nel Giura perché i primi combattimenti tra Germania e Francia stavano avvenendo in Alsazia. Nessuno dei belligeranti doveva oltrepassare impunemente la frontiera con la Svizzera. E poiché si riteneva che prima o poi anche l’Italia sarebbe entrata in guerra, per presidiare il confine sud alcuni contingenti vennero dislocati nella Bassa Engadina (Grigioni) e nel Ticino, dove si cominciò a preparare alcune fortificazioni. Si sa che nel 1915 anche l’Italia cominciò a fortificare un buon tratto della zona di confine con la Svizzera, la Linea Cadorna. L’Italia non pensava a un improbabile attacco svizzero, quanto a un possibile attacco dell’esercito austro-tedesco qualora la Confederazione fosse stata costretta a rinunciare alla sua neutralità e a concedere il passaggio alle truppe austro-germaniche. Fortunatamente queste fortificazioni non vennero mai utilizzate.
Ben difficilmente la Svizzera avrebbe potuto mantenere in armi un numero così importante di uomini. In effetti, dopo la mobilitazione generale, si stabilì una sorta di rotazione, ciò che non impedì che ogni soldato prestasse servizio in media per 500 giorni, con un soldo ridotto e senza alcuna indennità per perdita di guadagno. Molti soldati persero il lavoro cadendo con le loro famiglie nella povertà. Circa 3000 soldati morirono durante il servizio. Purtroppo la guerra spesso non risparmia nemmeno chi cerca di evitarla.
Verso la fine della guerra, la Svizzera fu attraversata da violenti conflitti sociali che culminarono nello sciopero generale dell’11-14 novembre 1918. Era un segnale che anche in Svizzera il mondo (sociale) era cambiato o stava decisamente cambiando. La fine della guerra segnò anche, per gli italiani, la fine di un’epoca di grande emigrazione verso la Svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 20.08.2014

07 agosto 2014

Le riforme alibi di Renzi


Mentre il governo Renzi sbandiera ai quattro venti le cosiddette riforme istituzionali (di cui nemmeno gli addetti ai lavori conoscono i progetti nel dettaglio e soprattutto nelle implicazioni), l’Italia precipita nuovamente nella recessione. Trovo incomprensibile che finora non si siano affrontate con lucidità, concretezza e determinazione le vere emergenze del Paese, ancora in profonda crisi, come attestato anche dai dati dell’Istat di queste ultime settimane. Stento a capire perché si sia dedicato così tanto tempo alla riforma del Senato senza nemmeno inquadrarla in una riforma più complessa e incisiva dell’intera architettura dello Stato.

Riforme come alibi?
Talvolta ho l’impressione che il difficile processo delle riforme (ridotte per il momento a quella del Senato o poco più) serva più che altro da alibi al Governo incapace di affrontare le vere emergenze economiche e sociali del Paese, soprattutto del Meridione. Dovrebbero bastare le cifre sull'evoluzione negativa del PIL (-0,2% nel secondo trimestre di quest'anno, -0,3% su base annua), sulla disoccupazione giovanile, ancora in crescita, sulla perdita costante di posti di lavoro, sul divario crescente tra Nord e Sud, sull'aggravarsi del rapporto di dipendenza tra anziani e giovani (per la ripresa dell’emigrazione dei giovani), ecc. per provocare un’immediata inversione di rotta sia al Governo che al Parlamento. 
Non mi sembra accettabile, per entrambi, sperare in una ripresa automatica senza fare nulla per provocarla e sostenerla. E’ vero che la ripresa prima o poi arriva, come le stagioni, ma un buon governo deve evitare che arrivi troppo tardi.
A Renzi, che ha voluto sostituirsi a Letta alla guida del Paese, assicurando di fare meglio, andrebbe anche ricordato che finora, in economia, sta facendo peggio del predecessore. E’ ora che si dia una mossa, perché l’Italia è in sofferenza da troppo tempo e agli italiani la riforma del Senato poco importa. Deve anche sapere che se il Paese non cresce con le proprie forze non sarà certamente l’Unione Europea, anche a presidenza italiana, a tirarlo fuori dalla palude. E non faccia troppo affidamento sulla flessibilità perché questa potrebbe contribuire ad aumentare il debito pubblico, che non sarà certo la Banca Centrale Europea a ripagare.

Riforma del Senato: rischi connessi
L’interminabile discussione sulla riforma del Senato, mi sembra il simbolo di questo capovolgimento delle priorità. Per quanto si possa ritenere necessaria l’eliminazione del «bicameralismo perfetto» è difficile sostenerne l’urgenza. Oltretutto sul merito della riforma le obiezioni dei critici non mi sembrano infondate.
Un Senato non elettivo (quindi sostanzialmente composto da nominati) non potrà mai essere rappresentativo della volontà popolare e quindi sarà sempre di rango inferiore alla Camera dei deputati eletti a suffragio universale. Ma un Senato non rappresentativo e privato della capacità legislativa e di controllo del Governo potrebbe diventare uno dei tanti carrozzoni inutili dell’apparato statale. La sua sostanziale ininfluenza significherebbe anche la rinuncia definitiva al federalismo. Nemmeno la Lega Nord sembra rendersene conto. Tanto varrebbe eliminarlo del tutto.

Tutto in nome della governabilità?
Ma forse il governo Renzi, forte di una straordinaria e anomala maggioranza (frutto di una legge elettorale riconosciuta in parte incostituzionale) crede di poter imporre il proprio punto di vista ora o mai più. Per garantire la piena governabilità del Paese, l’obiettivo di Renzi potrebbe essere il governo di un uomo solo al comando, ossia il capo del maggior partito risultante vincitore alle elezioni, che disporrebbe del sostegno incondizionato della Camera dei deputati (grazie al premio di maggioranza attribuito al primo partito eletto secondo la nuova legge elettorale in discussione) e delle principali leve del potere. Ma è quello che vogliono gli italiani?

Giovanni Longu
Berna 7.8.2014

06 agosto 2014

«Il punto di vista svizzero» oggi


La Svizzera si sente talvolta come assediata non da eserciti minacciosi di Stati intenzionati ad aggredirla per impossessarsene, ma da Stati che stentano a capirne le peculiarità storiche e culturali. «Oggi la Svizzera è sotto la pressione dei Paesi vicini, in linea di principio amici, e di organizzazioni internazionali. Le nostre peculiarità sono regolarmente criticate, le nostre leggi decise dal popolo e dai suoi rappresentanti sono nel mirino» (così il consigliere federale Ueli Maurer il 1° agosto 2014).

Ueli Maurer ricorda Carl Spitteler
Persino i capi di Stato dei grandi Paesi vicini in visita ufficiale a Berna non esitano a far capire, ad esempio, quanto sia apparsa sconcertante nell'Unione Europea (UE) la decisione del popolo svizzero di voler gestire autonomamente la questione dell’immigrazione e di voler rinegoziare con l’UE l’accordo sulla libera circolazione delle persone. Ma la Svizzera non si lascia sopraffare e almeno da cent’anni sa di avere un proprio punto di vista e di doverlo sostenere, sempre, anche oggi.
Ueli Maurer ha ricordato nel suo intervento un celebre discorso tenuto a Zurigo il 14 dicembre 1914 dallo scrittore svizzero Carl Spitteler (insignito nel 1919 del premio Nobel per la letteratura), il quale difese con toni vibranti la neutralità svizzera, «il nostro punto di vista svizzero» (unser Schweizer Standpunkt), nei confronti soprattutto dei tedeschi.
Giustificando il caso svizzero, Spitteler ebbe a dire, fra l’altro: «Non abbiamo in comune né il sangue, né la lingua, né una casa regnante che attenui i contrasti e ci riunisca più in alto, non abbiamo neppure una vera e propria capitale. Onde noi abbiamo veramente bisogno di un simbolo che ci aiuti a superare, a trascendere questi elementi di debolezza. Fortunatamente questo simbolo l’abbiamo. Non ho bisogno di nominarvelo: è la bandiera federale».

La Svizzera modello di successo
In oltre 100 cent’anni di storia e di relazioni internazionali, l’identità svizzera è andata rafforzandosi, tanto che da far scrivere nel 1965 al pensatore e scrittore svizzero Denis de Rougemont (1906-1985) un libro intitolato: «La Suisse ou l’Histoire d’un peuple heureux», tradotto anni dopo anche in italiano: «La Svizzera. Storia di un popolo felice».
«Heureux» in francese vuol dire anche «fortunato», ma i risultati raggiunti finora dalla Svizzera non sono stati certamente casuali. Sono frutto di sforzi, di lungimiranza, di scelte coraggiose. Basterebbe ricordare le grandi imprese ferroviarie, stradali, idroelettriche o i grandi investimenti nella formazione e nella ricerca, gli sforzi per salvaguardare la neutralità, l’apertura della Svizzera alla collaborazione internazionale nei settori della pace, dell’aiuto umanitario, nella ricerca scientifica, ecc.
La consapevolezza dei successi raggiunti non dà tuttavia alla testa né fa perdere stimolo alla conquista di nuovi traguardi e all'innovazione, anzi è corroborante non solo per affrontare la pressione internazionale ma anche per sostenere con serenità e determinazione «il punto di vista svizzero». Ne hanno dato prova il 1° agosto scorso, Festa nazionale, tutti i consiglieri federali che sono intervenuti non solo per celebrare i successi del passato, ma anche per affermare la consapevolezza e la volontà di affrontare le difficili sfide attuali e future ispirandosi agli stessi valori e ideali che hanno reso la Svizzera un modello di successo.

L’intervento dei consiglieri federali il 1° agosto
Didier Burkhalter, presidente della Confederazione, non ha dubbi: «la Svizzera è una storia di successo. C’è di che andarne fieri. Tanto più che è utile al mondo». Ancora, «la Svizzera è una storia di successo e continuerà a esserlo fino a quando saprà rinnovarsi, fino a quando rimarrà aperta al mondo e al contempo unica nel suo genere e fino a quando rimarrà giovane».
Il presidente Burkhalter ha ricordato fra l’altro come motivo di ottimismo e di fierezza: l’appartenenza a un Paese che sa offrire «quanto c’è di più importante su questa Terra, ossia prospettive di futuro per i giovani. E oggi come oggi non si può certo dire che accada ovunque». E, rivolto al futuro, ha aggiunto: «essere forti, tracciare la propria strada: ecco la volontà della Svizzera in un mondo sempre più imprevedibile. È questa la volontà che le consente di avere successo. E la Svizzera sta andando proprio bene: fa parte dei Paesi più innovativi e competitivi del mondo».
In sintonia col presidente Burkhalter, anche il consigliere federale Alain Berset ha ricordato che per avere successo nella vita come nell'economia «bisogna sapersi affezionare a un’idea e amare ciò che si fa».
A sua volta, la consigliera federale Doris Leuthard, si è dichiarata «fiera di quanto i nostri antenati hanno fatto di questa Svizzera» e ha proposto a tutti i concittadini una riflessione «sulla strada da percorrere, su come plasmare, insieme, il futuro del nostro Paese, affinché anche le prossime generazioni possano andare fiere delle nostre decisioni, affinché anche in futuro si possa dire di noi “sono stati saggi, hanno agito con lungimiranza”».
Anche la Leuthard non ha esitato a vedere nella formazione una delle chiavi del successo elvetico, invitando a compiere  «quanto è necessario per il nostro futuro: ad esempio un buon sistema educativo, prospettive professionali, sicurezza, infrastrutture e un servizio pubblico al passo con i tempi».
Anche le altre consigliere federali Eveline Widmer-Schlumpf e Simonetta Sommaruga, come pure il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, hanno contribuito con i loro interventi a esprimere sotto angolature diverse il punto di vista svizzero, che è quello di un Paese che si sente unito, forte, deciso a difendere le sue peculiarità, ma al tempo stesso aperto al dialogo e al mondo.

Giovanni Longu
Berna, 6.8.2014

Italia: Riforme, alibi o ambizione sfrenata?


Ho l’impressione che in Italia si parli troppo di alcune riforme costituzionali e se ne trascurino completamente altre a mio parere ben più importanti. Trovo soprattutto incomprensibile e pericoloso che non si affrontino prioritariamente, con lucidità, concretezza e determinazione, le vere emergenze del Paese, ancora in profonda crisi.
Francamente stento a capire perché si dedichi così tanto tempo alla riforma del Senato senza nemmeno inquadrarla in una riforma ben più consistente dell’intera architettura dello Stato in senso presidenziale o semipresidenziale, col rafforzamento della democrazia e delle autonomie locali in senso federalistico, accorpando eventuali Regioni, e rendendo più equilibrato ed efficiente il rapporto centro-periferia.

Riforme come alibi?
Talvolta ho l’impressione che il difficile processo delle riforme costituzionali (ridotte per il momento a quella del Senato) serva più che altro da alibi al Governo incapace di affrontare le vere emergenze del Paese, soprattutto del Meridione. Dovrebbero bastare le cifre sull'evoluzione negativa del PIL (-0,2% nel secondo trimestre di quest'anno), sulla disoccupazione giovanile, ancora in crescita, e sulla perdita costante di posti di lavoro per provocare un’immediata inversione di rotta sia al Governo che al Parlamento. Non mi sembra accettabile, per entrambi, sperare in una ripresa automatica senza fare nulla per provocarla e influenzarla.
Sono convinto che se il Paese non cresce con le proprie forze (comprese quelle imprenditoriali, finanziarie e sindacali) non sarà certamente l’Unione Europea (UE) a presidenza italiana a trainarlo. Se si continua, come si sta facendo, ad aumentare il debito pubblico (in nome di una mal’intesa flessibilità), non sarà certo la Banca Centrale Europea (BCE) a farsene carico. Se non si taglia la spesa pubblica che continua a crescere, le risorse disponibili per alleviare il disagio (estensione della platea dei beneficiari dei famosi 80 euro) e incentivare la crescita saranno sempre più insufficienti. Se non viene bloccata la fuga all’estero dei cervelli e dei giovani perché in Italia non trovano prospettive per la loro formazione e il loro futuro professionale si rischia di sconvolgere la demografia di intere regioni e aggravare fino a renderlo insostenibile il rapporto di dipendenza tra anziani e giovani.
Quest’ultimo aspetto mi sembra particolarmente drammatico nel Mezzogiorno, dove la formazione è sterile, senza sbocchi nel contesto locale, e l’occupazione si riduce sempre più in quantità e qualità. Anche a livello nazionale dovrebbe far riflettere la statistica di Eurostat secondo cui, mentre nei Paesi dell’UE il tasso di occupati nazionali (68,9%) supera di gran lunga quello degli stranieri, in Italia è occupato il 59,3% degli italiani, ma il 60,1% degli stranieri non europei e il 65,8% degli stranieri provenienti dall’UE.

Riforma del Senato: rischi connessi
L’interminabile discussione sulla riforma del Senato, mi sembra il simbolo di questo capovolgimento delle priorità. Per quanto si possa ritenere necessaria l’eliminazione del «bicameralismo perfetto» è difficile sostenerne l’urgenza. Inoltre, l’insistenza con cui il Governo ha preteso la non elezione diretta dei senatori mi appare molto sospetta.
Un Senato non elettivo (quindi sostanzialmente composto da nominati) non potrà mai essere rappresentativo della volontà popolare e quindi sarà sempre di rango inferiore alla Camera dei deputati eletti a suffragio universale. Ma un Senato non rappresentativo e privato della capacità legislativa e di controllo del Governo potrebbe apparire ed essere uno dei tanti carrozzoni inutili dell’apparato statale. Tanto varrebbe eliminarlo del tutto.
Conservando un Senato sia pure ridotto a 100 membri (auspicabile) ma senza poteri si rischia di far scomparire in Italia non solo il bicameralismo perfetto, ma semplicemente il bicameralismo, presente in buona parte degli Stati moderni comparabili per grandezza e complessità con l’Italia. La sua sostanziale ininfluenza significherebbe anche una rinuncia definitiva al federalismo. Nemmeno la Lega Nord sembra rendersene conto.
 In oltre 150 anni di storia unitaria dell’Italia il divario regionale e tra le grandi aree geografiche del Nord, del Centro e del Sud non solo non è scomparso, ma rischia di accrescersi ulteriormente.
Una forma di decentramento e di autonomie regionali o per grandi aree potrebbe essere almeno tentata. Una riforma del Senato in senso federale avrebbe potuto rappresentare un buon segnale in questa direzione. Forse sarebbe stato meglio, in questo momento, fare una miniriforma riducendo il numero dei parlamentari, deputati e senatori, eliminando alcuni compiti del Senato e attribuendogliene altri, come avviene in tutti i Paesi che hanno un Senato accanto alla Camera del popolo.

Tutto in nome della governabilità?
Ma forse il governo Renzi, forte di una straordinaria e anomala maggioranza (frutto di una legge elettorale riconosciuta in parte incostituzionale) crede di poter imporre il proprio punto di vista ora o mai più. Per garantire la piena governabilità del Paese, l’obiettivo di Renzi potrebbe essere il governo di un uomo solo al comando, ossia il capo del maggior partito risultante vincitore alle elezioni, che disporrebbe del sostegno incondizionato della Camera dei deputati (grazie al premio di maggioranza attribuito al primo partito eletto secondo la nuova legge elettorale in discussione) e delle principali leve del potere. Oppure no?
Giovanni Longu
Berna 6.8.2014


23 luglio 2014

Riforme vere, non chiacchiere!


Si continua a parlare di riforme, da Matteo Renzi in giù, mentre l’Italia stenta a uscire dalla palude della crisi, della disoccupazione, della corruzione, del calo dei consumi, della mancanza di obiettivi precisi, di prospettive.
In ogni telegiornale e in ogni organo di stampa ad ampia diffusione si dedica tempo e spazio a dismisura alle «grandi riforme», spesso senza che il cittadino medio possa decifrarne il linguaggio (come se la politica non riguardasse soprattutto i cittadini) e capirne la portata, mentre non si parla mai delle «vere riforme» che la stragrande maggioranza dei cittadini si aspetta.

Italia ancora in piena crisi
Eppure gli stessi organi d’informazione aggiornano costantemente l’opinione pubblica sulle cifre della disoccupazione, della chiusura di aziende, della perdita di posti di lavoro, del calo dei consumi, della malasanità, della malagiustizia, degli sprechi. Perché la politica sembra insensibile e preferisce disquisire dell’architettura dello Stato, di riforme costituzionali e ora anche della riforma dell’Europa? E’ proprio così urgente la riforma del Senato, del rapporto Stato-Regioni, della legge elettorale? Non sarebbe stato meglio per un parlamento, fra l’altro costituitosi in base ad una legge parzialmente incostituzionale, e per un governo nato espressamente per affrontare l’emergenza, aggredire subito la crisi, soprattutto nei suoi aspetti più critici come la disoccupazione, la perdita di posti di lavoro, la povertà, il debito pubblico?

Lotta alla corruzione e all'evasione fiscale
Nel frattempo, sono riemersi in questi ultimi mesi alcuni mali fortemente penalizzanti come la corruzione e l’evasione fiscale, ma si è preferito affrontarli con alcune misure ad effetto e alcune incarcerazioni plateali piuttosto che cercare di estirparli alla radice intervenendo drasticamente nel pubblico impiego, colpendo in maniera esemplare corrotti, corruttori ed evasori fiscali, ma soprattutto pretendendo dai cosiddetti «servitori dello Stato» maggiore efficienza, maggiore rispetto dei cittadini, maggiore produttività.

Riforma della giustizia
Proprio nei giorni scorsi si è riproposta in tutta la sua evidenza la necessità di una riforma della giustizia che dia credibilità a pubblici ministeri che ricercano unicamente la verità e a giudici che sappiano interpretare fatti e testimonianze non in base a preconcetti, ma unicamente in base a certezze. Si eviterebbe fra l’altro che un tribunale contraddica l’altro pur basandosi sugli stessi fatti e le stesse testimonianze.

Provvedimenti economici
Ma anche la riforma della giustizia, per quanto indispensabile, è tutto sommato meno urgente dei provvedimenti che il governo e il parlamento devono prendere per far uscire l’Italia definitivamente dalla crisi. Oltretutto non mi sembra compito prioritario del governo impicciarsi così prepotentemente di riforme costituzionali, mentre è certamente compito prioritario del governo alleviare le sofferenze del popolo e in particolare dei poveri, dei disoccupati, dei giovani adulti ancora a carico di genitori pensionati, dei sempre più numerosi giovani che sono senza lavoro e senza prospettive, soprattutto nel Mezzogiorno.

Occorrono riforme vere, non chiacchiere
Ci si rende conto che mentre a Roma si discute, secondo una logica di potere più che di volontà di risolvere qualche problema reale, le difficoltà degli italiani aumentano e cresce persino il debito pubblico, ossia un ulteriore aggravio per tutti?
Matteo Renzi
Fa bene il primo ministro Renzi a chiedere rispetto in Europa, ma deve anche sapere che il rispetto nei rapporti internazionali come in quelli privati va conquistato e meritato. Finché i numeri sull'occupazione, sulla produzione, sui consumi delle famiglie, sulle esportazioni, sulla corruzione, sull'evasione fiscale, sulla diminuzione del debito pubblico non confermano un netto e persistente miglioramento non è vero che l’Italia ha fatto o sta facendo bene i compiti.
Perché il giovane e dinamico Matteo Renzi non usa l’enorme consenso di cui ancora gode, utilizzando al meglio le leggi che già esistono, per incidere maggiormente nell'efficienza della pubblica amministrazione, nell’utilizzo mirato della leva fiscale, nel perseguimento dei reati, nel controllo dell’immigrazione clandestina, nella lotta alla povertà, nella lotta agli sprechi, ecc.?
Matteo Renzi, prima di pretendere qualche attenzione in più dall’Europa deve dare la prova di saperci davvero fare con i problemi interni. Il buon governo è da sempre quello delle buone azioni, non quello delle belle parole e delle buone intenzioni.
Giovanni Longu
Berna, 23.07.2014


Negoziato Svizzera-Italia verso la soluzione


La Svizzera spera in una rapida soluzione del negoziato con l’Italia sulla fiscalità e sui frontalieri e anche Roma sembra avere fretta di concludere. Il governo Renzi, come già quello precedente di Letta, sembra voler dare la precedenza ad una soluzione interna, l’autodenuncia, con agevolazioni per alcuni Paesi fra cui la Svizzera.

Le soluzioni possibili
Essendo stato scartato definitivamente il modello Rubik ritenuto incompatibile con la sensibilità politica degli ultimi governi italiani, non resterebbe che aspettare l’adozione da parte dei principali Paesi finanziariamente forti dello scambio automatico delle informazioni oppure prendere accordi bilaterali il più presto possibile. E’ la strada che stanno tentando la Svizzera e l’Italia. Già il governo Letta, ma soprattutto quello attuale di Renzi sembra infatti orientato a far rientrare i presunti ingenti capitali trasferiti illegalmente all’estero, ma specialmente in Svizzera, attraverso l’autodenuncia degli interessati.

L’autodenuncia sta per diventare legge
Si sa tuttavia che chiunque abbia trasferito illegalmente somme di denaro in Svizzera o altrove prenderà tale decisione se nel calcolo dei costi e dei benefici questi ultimi prevarranno. Se i costi reali o ipotizzati apparissero eccessivi, è probabile che l’evasore cercherà altre soluzioni (e non è detto che non ce ne siano).
Per far emergere i capitali detenuti all’estero e non dichiarati al fisco italiano, il governo Renzi sembra prediligere la soluzione già intrapresa dal governo di Enrico Letta dell’autodenuncia, la cosiddetta «voluntary disclouse» (comunicazione volontaria).
Il relativo disegno di legge, già approvato dalla Commissione Finanze della Camera dei Deputati italiana, è finalizzato all'emersione dei capitali. Mentre Letta pensava, con questa misura, di apportare al fisco almeno 3 miliardi di euro, Renzi si è posto l’obiettivo di incassarne almeno 5, anche perché le sanzioni per chi non vi aderisse e venisse scoperto sarebbero ben più gravi: oltre che per il reato di evasione verrebbero accusati di autoriciclaggio, un nuovo reato inserito nel disegno di legge (che prevede una sanzione oltre al pagamento di tutte le tasse evase più gli interessi), con lo scopo evidente, fra l’altro, di dissuadere chi avesse ancora esitazioni per l’autodenuncia.

Accordo italo-svizzero più vicino
Poiché la nuova legge prevede anche sanzioni ridotte per gli audenuncianti che detengono capitali in Paesi che intendono aderire agli accordi per lo scambio automatico d'informazioni, primo fra tutti la Svizzera (dov'è depositata la maggior parte dei capitali non dichiarati al fisco italiano), è possibile che si giunga presto ad un accordo tra i due Paesi. Alcune fonti lo danno per probabile già entro la fine di luglio in occasione della prossima visita del Presidente della Confederazione Didier Burkhalter a Roma (prevista per il 29 luglio), ma probabilmente bisognerà ancora attendere mesi prima che i due Paesi raggiungano un accordo soddisfacente per entrambi.

Preoccupazioni svizzere
Mentre in Italia avanza la discussione parlamentare sull’autodenuncia, in Svizzera, ma soprattutto in Ticino, ci si comincia a preoccupare sulle possibili ripercussioni. Da tempo infatti si osserva un certo nervosismo sia a livello politico e sia a livello di opinione pubblica.
Ha suscitato una certa impressione qualche settimana fa un articolo di Armando Mobelli su Swissinfo intitolato «Italia: una presidenza dell’UE scomoda per la Svizzera». Il giornalista si riferiva principalmente ai rapporti tra la Svizzera e l’Unione Europea, ma è evidente che quel tipo di rapporti avrà ripercussioni anche sulle relazioni Italia-Svizzera. Basti qui ricordare che Renzi non ha fatto finora nulla per togliere la Svizzera dalla lista nera dei Paesi non collaborativi a livello fiscale (l’Italia è l’unico paese europeo ad averla inserita!).
La Confederazione è intervenuta più volte sulle autorità ticinesi per invitarle alla pazienza, almeno fino alla primavera prossima, ma non c’è dubbio che il Ticino si prepara già alle inevitabili conseguenze, prendendo sin d’ora delle contromisure. Ad esempio ha fatto chiaramente intendere che il negoziato con l’Italia deve comprendere anche la questione dei frontalieri. Il Ticino si rende infatti ben conto che, qualunque soluzione verrà adottata, dovrà accettare un forte ridimensionamento della sua piazza finanziaria, dal dopoguerra alimentata soprattutto dai capitali provenienti, solo in parte legalmente, dall’Italia, anche se nel rispetto della legislazione svizzera.

Ticino e Lombardia
Del resto, che i rapporti tra il Ticino e la Lombardia (per evidenti ragioni geopolitiche) non siano buoni lo dimostrano non solo la recente reazione di molti ticinesi alla partecipazione all’Expo del 2015 a Milano, ma anche la pubblicità data negli ultimi tempi ai numerosi furti realizzati o tentati in territorio ticinese da cittadini italiani o provenienti dall'Italia, il rafforzamento delle guardie di confine, la nomina di un delegato ticinese per i rapporti transfrontalieri.
E’ auspicabile che quanto prima il negoziato giunga a una conclusione, con la soddisfazione di entrambi i Paesi, perché in questo momento e in prospettiva dovrebbe risultare assolutamente prioritario, tanto per l’Italia quanto per la Svizzera, rilanciare i buoni rapporti di vicinanza e di collaborazione.

Giovanni Longu
Berna, 23.07.2014