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20 aprile 2016

Democrazia e rischio di regime in Italia



Torno sull’argomento trattato nell’articolo della scorsa settimana, perché ritengo utile proseguire la discussione non tanto sul concetto di democrazia in astratto, quanto sulla democrazia reale e il rischio di perderla. Qualche lettore, forse un tantino disattento, ha ritenuto che volessi minimizzare quanto di positivo ha realizzato e sta realizzando il governo Renzi o intendessi esprimere il dissenso sull’oggetto del referendum sulle trivelle. Non ho inteso, almeno in primo luogo, entrare nel merito delle attività del governo, ma esprimere alcune perplessità e preoccupazioni circa il metodo Renzi (anche in relazione al suo invito a disertare il referendum) e in particolare sull’idea di democrazia che sembra presupporre.


Molti annunci e pochi risultati, per altro contestati
Il referendum sulle trivelle non è riuscito per la scarsa
partecipazione al voto: una sconfitta per la democrazia!
Quando nel 2014 Matteo Renzi divenne per volontà di «Re Giorgio» Napolitano nuovo Presidente del Consiglio dei ministri rottamando il pur giovane ma indeciso predecessore Enrico Letta, il più prestigioso quotidiano svizzero «Neue Zürcher Zeitung» (NZZ) commentava il suo arrivo a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano: «Mit Volldampf in unbekannte Richtung», a tutto vapore in direzione sconosciuta.
Il suoi primi interventi pubblici sulla volontà di rottamare la vecchia classe politica del suo partito e del Paese, di tirar fuori dalla palude l’Italia e di portarla ad essere leader in Europa (governata da burocrati incapaci), di fare finalmente le riforme che nessuno prima era riuscito a fare, ecc. avevano suscitato non solo legittime aspettative ma anche grande entusiasmo, prima ancora che il governo avesse preso alcuna decisione. Per questo, forse, la NZZ parlò di una vera e propria «euforia della disperazione». L’attesa del cambiamento, dopo anni di crisi economica, politica e morale dell’ultimo governo Berlusconi e dei governi successivi di Monti e di Letta, era talmente grande che gli italiani sembravano dare carta bianca a chiunque si fosse presentato con qualche prospettiva di reale cambiamento.
E Renzi parlò molto, spesso con slogan e toni trionfalistici, annunciò più volte di aver visto la luce in fondo al tunnel, certificò la ripresa sia pure dello zero virgola, promise tanto, la riduzione delle tasse, la lotta alla povertà, l’aumento della busta paga, la lotta alla disoccupazione, all’evasione, alla corruzione, agli sprechi, ecc., realizzò poco, a detta non solo dei suoi oppositori, ma anche di molti osservatori nazionali e internazionali e soprattutto delle statistiche sui principali indicatori economici.

Un governo diverso dagli altri?
Qualche giorno fa, il quotidiano svizzero-francese «Le Jurnal du Jura» intitolava una corrispondenza da Roma: «Les scandales pleuvent à Rome» (a Roma piovono gli scandali). Le righe iniziali ricordavano come Matteo Renzi, appena insediato, aveva annunciato che «il governo dei politici onesti» avrebbe cambiato la faccia dell’Italia e la fisionomia della sua classe politica. Ebbene, continuava il giornalista, sono passati due anni e la moltiplicazione degli scandali sta sbiadendo progressivamente l’immagine riformista del governo. Sei ministri sono stati finora implicati negli scandali e un nuovo caso legato allo sfruttamento petrolifero nel sud d’Italia potrebbe travolgere il numero 2 dell’esecutivo, Maria Elena Boschi, già accusata fra l’altro di conflitto d’interesse «per aver partecipato al salvataggio della banca Etruria, di cui suo padre, sospettato di bancarotta fraudolenta, era vicepresidente».
Ormai sono sempre più numerosi gli osservatori che non riescono a vedere una grande differenza tra il governo Renzi e i precedenti governi, almeno per quel che riguarda l’economia, il debito pubblico, la corruzione, gli scandali, gli sprechi, l’inefficienza e la tendenza a scaricare le responsabilità il più possibile sull’Europa dei burocrati. Né Renzi né il suo governo si rendono più conto che, mentre accusano il resto dell’Unione di erigere muri, di essere egoisti e scarsamente solidali, anch’essi contribuiscono a erigere una sorta di muro morale tra «noi bravi» e gli altri cattivi.
Pertanto, a distanza di due anni e qualche mese dall’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi, mentre a molte persone la direzione del suo governo continua ad apparire «sconosciuta», come scriveva la NZZ il 1° marzo 2014, ad altre, soprattutto alla luce degli ultimi fatti, comincia ad apparire sempre più chiaro un disegno politico che potrebbe comportare meno democrazia e più autoritarismo. Di certo si sa che i consenti sull’operato del governo diminuiscono di giorno in giorno, mentre contemporaneamente crescono la sfiducia e la critica, in Italia e all’estero.

Una gaffe sul San Gottardo molto significativa
Tutta la stampa svizzera segue sempre più da vicino le vicende italiane, anche perché, nonostante l’«eccellente stato delle relazioni bilaterali e l'intensità dei rapporti economico-commerciali tra la Svizzera e l'Italia» (secondo il comunicato stampa dopo l’incontro a Neuchâtel tra i ministri degli esteri Gentiloni e Burkhalter del 21.3.2016), non è ancora chiusa la trattativa sui frontalieri (e i padroncini operanti in Ticino!), non è ancora consentito alle banche svizzere l’accesso pieno al mercato italiano e l’Italia non ha ancora ratificato l’accordo italo-svizzero sulla doppia imposizione (con la conseguente cancellazione della Svizzera da tutte le liste nere italiane).
Alla realizzazione della galleria di base del San Gottardo hanno
partecipato molti lavoratori italiani, ma non lo Stato italiano.
Nei giorni scorsi, tuttavia, i media svizzeri, soprattutto quelli in lingua italiana, si sono particolarmente dedicati all’esercizio dell’ironia (forse per stemperare l’immediata reazione di indignazione e di stizza) nei confronti di Matteo Renzi per la gaffe sulla galleria di base del San Gottardo.
Durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi sul nuovo codice degli appalti, che dovrebbe porre fine alla corruzione negli appalti in Italia, Matteo Renzi si è lasciato andare a una delle sue frequenti autocelebrazioni, attribuendosi il merito della realizzazione della galleria di base del San Gottardo. Peccato che abbia dimenticato qualche elementare nozione geografica sulla Svizzera (il San Gottardo è interamente in territorio svizzero e non sul confine con l’Italia, da cui dista un centinaio di chilometri) e non fosse per nulla informato del contributo italiano alla realizzazione dell’opera (ossia zero euro o franchi).
Renzi ha infatti detto testualmente: «Siamo l'unico Paese al mondo che sta facendo tre tunnel, tre opere strepitose per il collegamento con l'Europa: il Gottardo che si inaugura il primo giugno con la Svizzera, il Brennero che abbiamo sbloccato noi e ci collega all'Austria, la Torino-Lione con la Francia». Riferendosi poi al tunnel del San Gottardo Renzi ha aggiunto con cipiglio serio: «Stiamo investendo 28 miliardi di euro, ovviamente cofinanziati, per collegarci con l'Europa».

Sorprendente atteggiamento di Delrio
Peccato che, mentre Renzi parlava, probabilmente senza appunti, il ministro delle infrastrutture Graziano Delrio che gli stava accanto non abbia nemmeno tentato di correggerlo. Eppure, in quanto ministro competente, avrebbe dovuto sapere che la galleria del San Gottardo si trova interamente in territorio svizzero, che è stata interamente finanziata dalla Svizzera e che l’Italia non solo non l’ha cofinanziata ma ha ricevuto dalla Svizzera ben 280 milioni di franchi per la realizzazione del corridoio ferroviario a 4 metri (innalzamento del profilo delle gallerie) sul territorio italiano. Oltretutto Delrio aveva da poco (dicembre 2015) incontrato a Lugano la ministra dei trasporti svizzera Doris Leuthard per fare il punto della situazione in Italia e garantire che gli investimenti massicci in sistemi di tecnologia e controllo previsti nell’ultima legge finanziaria lungo le linee di Domodossola, Luino-Gallarate e Milano-Chiasso dovrebbero consentire all’Italia di essere alla pari con la tempistica elvetica (inaugurazione del tunnel del San Gottardo nel 2016 e di quello del Ceneri nel 2020-2021), e non in ritardo di 5 anni come sostenuto da uno studio recente della Bocconi di Milano.
L’atteggiamento di Delrio è sorprendente (potrebbe trattarsi di una forma di rispetto nei confronti del superiore secondo il detto latino «ubi maior minor cessat», dove vi è il maggiore, il minore decade?), ma non tanto: mi sembra infatti indicativo del metodo Renzi di gestione del Governo, divenuto ormai espressione di un’unica volontà, la sua. Tant’è che ogni provvedimento è sempre contrassegnato dal suo sigillo: «ci metto la faccia», anche quando si tratta di una riforma costituzionale.

Il bello (o il brutto) deve ancora arrivare
Sbandierando ai quattro venti la riforma costituzionale approvata pochi giorni fa da una parte della Camera dei deputati (che ne conta complessivamente 630), a Matteo Renzi dev’essere apparso irrilevante che al momento della votazione le opposizioni fossero uscite dall’Aula e avessero votato a favore solo 361 deputati e contro 7, come se la Costituzione potesse essere modificata da una maggioranza semplice.
Ha scritto al riguardo qualche giorno fa Piero Ostellino, già direttore del «Corriere della Sera»: «Col piglio dell'aspirante autocrate che, in fondo, è e si compiace di essere, Matteo Renzi ha cambiato la Costituzione del 1948 con voto ordinario del Parlamento, invece che con le procedure della democrazia rappresentativa e le garanzie previste dalla stessa Costituzione vigente che, almeno, una certa tutela dava contro le tentazioni autoritarie...». Secondo Ostellino, in fondo, «le riforme di Renzi sono prove tecniche di regime».
Viene davvero da chiedersi che senso abbia mai Renzi dello Stato e della democrazia. Non certo quello del primo Parlamento repubblicano che approvò la Costituzione col 95% di consensi, ossia quasi all'unanimità di maggioranza e opposizione.
Fortunatamente il regime ancora non c’è, ma a chi sta a cuore la democrazia conviene stare con gli occhi aperti perché il rischio c’è. Occorre scongiurarlo prima che diventi realtà. Per questo auspico che anche gli italiani all’estero discutano apertamente e liberamente il testo delle riforme, ne valutino la portata e specialmente gli italiani che vivono in Svizzera sappiano anche fare opportuni confronti con questa realtà e soprattutto con le libertà democratiche che in questo Paese sono davvero sacre e inviolabili.
Giovanni Longu
Berna, 20.4.2016

13 aprile 2016

Renzi, il senso dello Stato e la democrazia



L’Italia, Paese di forti contrasti, passa da una «sofferenza» all'altra senza un periodo seppur breve di pace e di sviluppo. Non mi riferisco agli scandali e ai disservizi di cui son piene le cronache, ma alla situazione strutturale di un Paese che non riesce ad essere «normale» e che si trova alla guida un Governo senza un vero progetto di sviluppo e ciononostante chiede al Parlamento (con continui voti di fiducia) e ai cittadini (invitandoli persino a non andare a votare) di «non disturbare il manovratore», Matteo Renzi.

L'Italia non cresce anche a causa della corruzione
L’Italia non è (ancora) un Paese alla deriva, ma rischia fortemente di andarci, perché non è affatto uscito dalla crisi o comunque non tiene il passo dei Paesi più virtuosi dell’Unione europea (UE). Il Bel Paese è ancora alle prese con estese devastazioni ambientali, una disoccupazione giovanile troppo elevata, insufficienti investimenti, lacune e inefficienze nella lotta alla povertà, agli sprechi, all’evasione fiscale e alla corruzione.
Raffaele Cantone
Il Governo, che avrebbe tutto l’interesse a recuperare quanto più denaro possibile per promuovere il lavoro, incentivare l’occupazione giovanile, elevare le pensioni minime, ecc. sembra impotente o incapace di lottare efficacemente contro gli sprechi (nella pubblica amministrazione), il malaffare, l’evasione, la corruzione, l’inefficienza. Pochi giorni fa il presidente dell'Autorità nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone, denunciava che il solo Sistema sanitario nazionale è «il terreno di scorribanda da parte di delinquenti di ogni risma» che procurano ogni anno allo Stato danni per oltre 23 miliardi di euro.
L’Italia appare soprattutto un Paese spaccato, con un Nord che produce ricchezza ad un livello paragonabile alle regioni più sviluppate d’Europa e un Sud che raggiunge appena la metà del prodotto interno lordo pro capite del Nord. Allarmante è anche la differenza tra Nord e Sud per quel che riguarda la corruzione. Il recente rapporto 2015 sulla trasparenza in Italia informa che a livello territoriale il 41% dei casi di corruzione è stato rilevato al Sud, il 30% al Centro, il 23% al Nord e il 6% in più luoghi. Il dato però più preoccupante è forse che il divario tra Nord e Sud tende a crescere, ciò che denota un fallimento totale al riguardo dell’attuale come dei precedenti governi.

Italia in crisi di trasparenza
In questo momento, dopo le dimissioni della ministra Federica Guidi, non c’è dubbio che il Governo italiano appaia in serie difficoltà perché ne mette in luce la debolezza e l’inconsistenza. La formula dell’uomo solo al comando, Matteo Renzi, si sta rivelando fallimentare ogni giorno di più, oltre che antidemocratica e pericolosa. Nel caso della Guidi (una telefonata inopportuna al suo compagno) si è
Matteo Renzi
trattato di un errore senza rilevanza penale e giustamente ne paga le conseguenze, ma se un giorno dovesse accadere un errore più grave a un altro ministro, le conseguenze potrebbero risultare più disastrose anche per il Capo del Governo, visto che è sempre lui a decidere gli emendamenti ai disegni di legge, a porre la fiducia in Parlamento, a concedere e togliere le deleghe ai ministri, a nominare consulenti da affiancare ai ministri, ecc.
A dir la verità, a chi scrive il mistero Renzi è ancora tutto da svelare. Se fosse tutto vero quel che scrivono i suoi oppositori, sarebbe già stato scalzato da tempo dalla poltrona che occupa (senza un’investitura democratica!). Evidentemente per far cadere un governo non bastano le promesse non mantenute, le furbate continue, la scarsa trasparenza degli atti compiuti del suo primo ministro. Finora Renzi ha evitato molti ostacoli annunciando qualche decimale in più su alcuni indicatori economici, camuffando alcune riforme da fare con espressioni accattivanti come la «rivoluzione copernicana» del «jobs act» (quanti italiani l’avranno mai capito?), la «estensione delle tutele», la «flessibilità in uscita», ecc., ma soprattutto col suo temperamento. Non è detto che la fortuna di Renzi abbia ancora lunga vita.

Un esempio: il Foia
Una delle ultime denominazioni inglesi adottate dal governo Renzi è il "Freedom of Information Act" (Foia), ossia la versione italiana delle norme che regolano il diritto di accesso alle informazioni pubbliche nelle diverse nazioni. Queste norme Foia, approvate negli Stati Uniti nel 1966, sono state via via adottate (e logicamente adattate) in molti Paesi occidentali. In Svizzera la «Legge federale sul principio di trasparenza dell'amministrazione» esiste dal 2004 ed è considerata fondamentale perché i cittadini possano esercitare i loro diritti con cognizione di causa. E in Italia?
Se ne parla da mesi, ma il governo è riuscito finora ad approvare (20.1.2016) solo una bozza preliminare di decreto riguardante l’accesso ai dati e ai documenti delle pubbliche amministrazioni. Il testo finale ancora non esiste, ma da quanto è trapelato si tratterebbe di «un chiaro tentativo di equilibrare gli interessi delle amministrazioni e dei cittadini», ma conterrebbe tante di quelle eccezioni e limitazioni da renderlo «difficilmente praticabile» se dovesse rimanere allo stato attuale. Insomma... la trasparenza può ancora aspettare.
Non aspettano tuttavia le classifiche internazionali sull’accesso alle informazioni che assegnano all’Italia il 97° posto su un totale di 103 Paesi. Come se non bastasse, un’altra classifica internazionale sulla trasparenza nella lotta alla corruzione colloca l’Italia al penultimo posto in Europa e al 61° nel mondo. Non mi sembra un’ottima credenziale per Matteo Renzi quando pretende di imporre la sua linea in seno all’UE!

Solo esibizionismo e provincialismo?
A questo punto, però, al Presidente del Consiglio Renzi non si può non chiedere: ma perché così poca trasparenza negli atti del governo e della pubblica amministrazione? Perché invita i cittadini a non andare a votare il prossimo 17 aprile sul referendum sulle trivelle? Sono convinto che non esista un’unica risposta, ma oso azzardarne una possibile: in fondo il Presidente Renzi ha paura della democrazia, per cui non ama la trasparenza e l’opinione pubblica ben informata. E ciò mi pare molto grave per il Capo del Governo italiano.
Un aspetto, per altro a detta di molti osservatori goffo, della sua maniera di eludere la trasparenza mi sembra il suo frequente ricorso agli anglicismi (lui che prima di diventare capo del governo diceva «basta anglicismi!») anche in atti pubblici e al suo malfermo inglese. Ha scritto di recente il linguista Michele A. Cortelazzo rispondendo alla domanda: «Ma che senso ha dare un nome inglese, per quanto ufficioso, a una legge italiana? Alla base c’è un mix micidiale di esibizionismo e provincialismo (lo stesso che spinge Renzi a improvvisare discorsi nel suo inglese mal masticato, che diventano poi oggetto di terribili prese in giro), ma anche l'idea che un provvedimento designato da un nome inglese appaia più attraente, moderno ed efficiente di un provvedimento dal nome italiano».
L’esibizionismo di Renzi, a mio parere, non è tuttavia solo un tentativo di semplificazione del linguaggio politico (già avviato da Berlusconi), ma il segnale di un atteggiamento profondamente antidemocratico e di poca considerazione dell’opinione pubblica ben informata.

Crisi di democrazia
Renzi parla (e si comporta) come se davvero si sentisse l’uomo giusto al momento giusto (non oso attribuirgli la convinzione di sentirsi l’uomo della provvidenza) per riformare l’Italia secondo un suo preciso modello di presidenzialismo.
Esagero? Non credo, basta vedere come egli ha concepito le riforme (senza un vero dibattito pubblico e parlamentare), come ha gestito il suo partito (diventandone prima segretario e piegandolo poi ad esprimersi con un’unica voce, quella della maggioranza), come è riuscito a gestire la maggioranza parlamentare (esautorando chi non dimostrava di seguire la linea del partito e dunque la sua), come ha costituito il governo a sua immagine e somiglianza, come ha saputo imporre la sua linea di governo in tutto e per tutto, come ha saputo gestire dapprima la riforma elettorale (finalizzata a garantirgli possibilmente il pieno successo) e come ha gestito il difficile iter legislativo della riforma costituzionale.
Una prova del suo acquisito potere lo dimostra quasi ogni giorno costringendo il Parlamento, ogniqualvolta si prospetta una discussione lunga e pericolosa, soprattutto al Senato, a troncare la discussione e mettere la fiducia su provvedimenti che spesso non hanno nemmeno i requisiti costituzionali della necessità e dell’urgenza.

La prova decisiva
La prova decisiva, tuttavia, Matteo Renzi pensa di darla quando le riforme costituzionali (sulle quali ho espresso in altra occasione non poche riserve) saranno sottoposte al voto referendario. L’esito del referendum sembra ritenuto la sua consacrazione come nuovo Padre della Patria o la sua disfatta, tando da fargli dire che «il no si spiega solo con l'odio nei miei confronti» e che «se perdo il referendum, lascio la politica». 
Non so se è mai stato sfiorato dall’idea che il popolo sovrano (articolo 1 della Costituzione) decide come gli pare per il proprio bene non per consacrare o sconsacrare un primo ministro pro tempore. Meno ancora so se quest’uomo si sente al servizio del popolo italiano che, sia pure in una maniera poco rituale, gli ha chiesto di essere rimesso in carreggiata al seguito dei Paesi più virtuosi d’Europa, oppure si sente un piccolo Napoleone che può ripetere: «Chi m’ama mi segua! Viva l’Imperatore. E tutto il reggimento lo seguì» (A. Dumas). 
Che senso ha mai Renzi dello Stato e della democrazia? Non certo quello del primo Parlamento repubblicano che approvò la Costituzione col 95% di consensi, ossia maggioranza e opposizione quasi all'unanimità. Forse Renzi ha un’altra idea di Stato e di democrazia diversa non dalla mia, ma da quella, per fare giusto qualche esempio, di Piero Calamandrei, eroe partigiano e membro dell'Assemblea Costituente, secondo il quale «lo Stato siamo noi» o dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che riteneva il sistema elettorale vigente «una frode totale» perché «il parlamentare oggi non è scelto dal Popolo, ma dalle segreterie dei partiti» e riteneva che estendere i poteri dell’Esecutivo fosse possibile, ma non a scapito del Parlamento, «perché sennò è la democrazia che se ne va».

Attenzione!
Un giudizio alquanto severo su Renzi è quello di Ferdinando Imposimato (ex magistrato e uomo politico indipendente eletto nel Partito Comunista Italiano nella X e XII legislatura), che considera Renzi «una sciagura», perché, secondo lui, «la riforma del Senato è orrenda» in quanto, «senza opposizione, una minoranza del 20%, divenuta ingiustamente maggioranza assoluta con legge truffa annullata dalla Corte Costituzionale ha stravolto la Costituzione», «esclude l' opposizione organo della sovranità popolare come maggioranza», «somministra ogni giorno centinaia di menzogne sostenendo che va tutto bene» e «maggiori poteri consentono al Presidente del Consiglio di distruggere ogni speranza di giovani e lavoratori».
Si può considerare forse eccessivo il giudizio di Imposimato, ma non c'è dubbio che l'opinione pubblica deve stare con gli occhi aperti, altrimenti Renzi (o chiunque vincerà le prossime elezioni con la nuova legge elettorale!)  potrebbe diventare davvero «una sciagura» per l'Italia e gli italiani potrebbero trovarsi con un regime al posto della democrazia.

Giovanni Longu
Berna 13.04.2016

07 agosto 2014

Le riforme alibi di Renzi


Mentre il governo Renzi sbandiera ai quattro venti le cosiddette riforme istituzionali (di cui nemmeno gli addetti ai lavori conoscono i progetti nel dettaglio e soprattutto nelle implicazioni), l’Italia precipita nuovamente nella recessione. Trovo incomprensibile che finora non si siano affrontate con lucidità, concretezza e determinazione le vere emergenze del Paese, ancora in profonda crisi, come attestato anche dai dati dell’Istat di queste ultime settimane. Stento a capire perché si sia dedicato così tanto tempo alla riforma del Senato senza nemmeno inquadrarla in una riforma più complessa e incisiva dell’intera architettura dello Stato.

Riforme come alibi?
Talvolta ho l’impressione che il difficile processo delle riforme (ridotte per il momento a quella del Senato o poco più) serva più che altro da alibi al Governo incapace di affrontare le vere emergenze economiche e sociali del Paese, soprattutto del Meridione. Dovrebbero bastare le cifre sull'evoluzione negativa del PIL (-0,2% nel secondo trimestre di quest'anno, -0,3% su base annua), sulla disoccupazione giovanile, ancora in crescita, sulla perdita costante di posti di lavoro, sul divario crescente tra Nord e Sud, sull'aggravarsi del rapporto di dipendenza tra anziani e giovani (per la ripresa dell’emigrazione dei giovani), ecc. per provocare un’immediata inversione di rotta sia al Governo che al Parlamento. 
Non mi sembra accettabile, per entrambi, sperare in una ripresa automatica senza fare nulla per provocarla e sostenerla. E’ vero che la ripresa prima o poi arriva, come le stagioni, ma un buon governo deve evitare che arrivi troppo tardi.
A Renzi, che ha voluto sostituirsi a Letta alla guida del Paese, assicurando di fare meglio, andrebbe anche ricordato che finora, in economia, sta facendo peggio del predecessore. E’ ora che si dia una mossa, perché l’Italia è in sofferenza da troppo tempo e agli italiani la riforma del Senato poco importa. Deve anche sapere che se il Paese non cresce con le proprie forze non sarà certamente l’Unione Europea, anche a presidenza italiana, a tirarlo fuori dalla palude. E non faccia troppo affidamento sulla flessibilità perché questa potrebbe contribuire ad aumentare il debito pubblico, che non sarà certo la Banca Centrale Europea a ripagare.

Riforma del Senato: rischi connessi
L’interminabile discussione sulla riforma del Senato, mi sembra il simbolo di questo capovolgimento delle priorità. Per quanto si possa ritenere necessaria l’eliminazione del «bicameralismo perfetto» è difficile sostenerne l’urgenza. Oltretutto sul merito della riforma le obiezioni dei critici non mi sembrano infondate.
Un Senato non elettivo (quindi sostanzialmente composto da nominati) non potrà mai essere rappresentativo della volontà popolare e quindi sarà sempre di rango inferiore alla Camera dei deputati eletti a suffragio universale. Ma un Senato non rappresentativo e privato della capacità legislativa e di controllo del Governo potrebbe diventare uno dei tanti carrozzoni inutili dell’apparato statale. La sua sostanziale ininfluenza significherebbe anche la rinuncia definitiva al federalismo. Nemmeno la Lega Nord sembra rendersene conto. Tanto varrebbe eliminarlo del tutto.

Tutto in nome della governabilità?
Ma forse il governo Renzi, forte di una straordinaria e anomala maggioranza (frutto di una legge elettorale riconosciuta in parte incostituzionale) crede di poter imporre il proprio punto di vista ora o mai più. Per garantire la piena governabilità del Paese, l’obiettivo di Renzi potrebbe essere il governo di un uomo solo al comando, ossia il capo del maggior partito risultante vincitore alle elezioni, che disporrebbe del sostegno incondizionato della Camera dei deputati (grazie al premio di maggioranza attribuito al primo partito eletto secondo la nuova legge elettorale in discussione) e delle principali leve del potere. Ma è quello che vogliono gli italiani?

Giovanni Longu
Berna 7.8.2014

06 agosto 2014

Italia: Riforme, alibi o ambizione sfrenata?


Ho l’impressione che in Italia si parli troppo di alcune riforme costituzionali e se ne trascurino completamente altre a mio parere ben più importanti. Trovo soprattutto incomprensibile e pericoloso che non si affrontino prioritariamente, con lucidità, concretezza e determinazione, le vere emergenze del Paese, ancora in profonda crisi.
Francamente stento a capire perché si dedichi così tanto tempo alla riforma del Senato senza nemmeno inquadrarla in una riforma ben più consistente dell’intera architettura dello Stato in senso presidenziale o semipresidenziale, col rafforzamento della democrazia e delle autonomie locali in senso federalistico, accorpando eventuali Regioni, e rendendo più equilibrato ed efficiente il rapporto centro-periferia.

Riforme come alibi?
Talvolta ho l’impressione che il difficile processo delle riforme costituzionali (ridotte per il momento a quella del Senato) serva più che altro da alibi al Governo incapace di affrontare le vere emergenze del Paese, soprattutto del Meridione. Dovrebbero bastare le cifre sull'evoluzione negativa del PIL (-0,2% nel secondo trimestre di quest'anno), sulla disoccupazione giovanile, ancora in crescita, e sulla perdita costante di posti di lavoro per provocare un’immediata inversione di rotta sia al Governo che al Parlamento. Non mi sembra accettabile, per entrambi, sperare in una ripresa automatica senza fare nulla per provocarla e influenzarla.
Sono convinto che se il Paese non cresce con le proprie forze (comprese quelle imprenditoriali, finanziarie e sindacali) non sarà certamente l’Unione Europea (UE) a presidenza italiana a trainarlo. Se si continua, come si sta facendo, ad aumentare il debito pubblico (in nome di una mal’intesa flessibilità), non sarà certo la Banca Centrale Europea (BCE) a farsene carico. Se non si taglia la spesa pubblica che continua a crescere, le risorse disponibili per alleviare il disagio (estensione della platea dei beneficiari dei famosi 80 euro) e incentivare la crescita saranno sempre più insufficienti. Se non viene bloccata la fuga all’estero dei cervelli e dei giovani perché in Italia non trovano prospettive per la loro formazione e il loro futuro professionale si rischia di sconvolgere la demografia di intere regioni e aggravare fino a renderlo insostenibile il rapporto di dipendenza tra anziani e giovani.
Quest’ultimo aspetto mi sembra particolarmente drammatico nel Mezzogiorno, dove la formazione è sterile, senza sbocchi nel contesto locale, e l’occupazione si riduce sempre più in quantità e qualità. Anche a livello nazionale dovrebbe far riflettere la statistica di Eurostat secondo cui, mentre nei Paesi dell’UE il tasso di occupati nazionali (68,9%) supera di gran lunga quello degli stranieri, in Italia è occupato il 59,3% degli italiani, ma il 60,1% degli stranieri non europei e il 65,8% degli stranieri provenienti dall’UE.

Riforma del Senato: rischi connessi
L’interminabile discussione sulla riforma del Senato, mi sembra il simbolo di questo capovolgimento delle priorità. Per quanto si possa ritenere necessaria l’eliminazione del «bicameralismo perfetto» è difficile sostenerne l’urgenza. Inoltre, l’insistenza con cui il Governo ha preteso la non elezione diretta dei senatori mi appare molto sospetta.
Un Senato non elettivo (quindi sostanzialmente composto da nominati) non potrà mai essere rappresentativo della volontà popolare e quindi sarà sempre di rango inferiore alla Camera dei deputati eletti a suffragio universale. Ma un Senato non rappresentativo e privato della capacità legislativa e di controllo del Governo potrebbe apparire ed essere uno dei tanti carrozzoni inutili dell’apparato statale. Tanto varrebbe eliminarlo del tutto.
Conservando un Senato sia pure ridotto a 100 membri (auspicabile) ma senza poteri si rischia di far scomparire in Italia non solo il bicameralismo perfetto, ma semplicemente il bicameralismo, presente in buona parte degli Stati moderni comparabili per grandezza e complessità con l’Italia. La sua sostanziale ininfluenza significherebbe anche una rinuncia definitiva al federalismo. Nemmeno la Lega Nord sembra rendersene conto.
 In oltre 150 anni di storia unitaria dell’Italia il divario regionale e tra le grandi aree geografiche del Nord, del Centro e del Sud non solo non è scomparso, ma rischia di accrescersi ulteriormente.
Una forma di decentramento e di autonomie regionali o per grandi aree potrebbe essere almeno tentata. Una riforma del Senato in senso federale avrebbe potuto rappresentare un buon segnale in questa direzione. Forse sarebbe stato meglio, in questo momento, fare una miniriforma riducendo il numero dei parlamentari, deputati e senatori, eliminando alcuni compiti del Senato e attribuendogliene altri, come avviene in tutti i Paesi che hanno un Senato accanto alla Camera del popolo.

Tutto in nome della governabilità?
Ma forse il governo Renzi, forte di una straordinaria e anomala maggioranza (frutto di una legge elettorale riconosciuta in parte incostituzionale) crede di poter imporre il proprio punto di vista ora o mai più. Per garantire la piena governabilità del Paese, l’obiettivo di Renzi potrebbe essere il governo di un uomo solo al comando, ossia il capo del maggior partito risultante vincitore alle elezioni, che disporrebbe del sostegno incondizionato della Camera dei deputati (grazie al premio di maggioranza attribuito al primo partito eletto secondo la nuova legge elettorale in discussione) e delle principali leve del potere. Oppure no?
Giovanni Longu
Berna 6.8.2014