Alla reazione svizzera degli anni Sessanta (e Settanta), sprezzante nei confronti degli stranieri, gli italiani, che costituivano allora il gruppo straniero più numeroso, risposero isolandosi e chiudendosi in una sorta di mondo fittizio «italiano», che dava la sensazione dell’autosufficienza. In effetti riuscirono a costruirsi un mondo autarchico ben organizzato con autorità proprie ben distribuite sul territorio (Ambasciata, consolati, agenzie consolari, corrispondenti consolari), centri di culto (Missioni cattoliche italiane, messe festive, celebrazioni di battesimi, cresime, matrimoni…) e di aggregazione sociale (con asili, scuole, associazioni) sparsi soprattutto nei grandi centri dove maggiore era la concentrazione di italiani e una miriade di associazioni (alcune anche molto influenti), club, centri sportivi, ristoranti, negozi, professionisti di ogni genere per ogni necessità, ecc. Non attiravano la stima e il sostegno delle autorità svizzere che li paragonavano ai «ghetti» e centri pericolosi per la coesione nazionale e la politica federale ormai orientata sempre più verso la stabilizzazione e l’integrazione della manodopera estera.
La
situazione
Il un giornale dell'epoca, qualche anno prima del lancio della prima iniziativa anti-stranieri del dopoguerra si poteva leggere: «Noi non abbiamo niente contro il piccolo operaio italiano o spagnolo, ma deploriamo l’atteggiamento dei grandi capitalisti che sono pronti a sacrificare il nostro paese consegnandolo senza scrupoli all'inquinamento ecologico, etnico e morale». Ma nonostante si affermasse in pubblico che gli italiani erano i benvenuti e che soprattutto le grandi aziende non potevano fare a meno di loro, gli italiani non si fidavano perché vivevano la loro vita professionale con grande pena, ben sapendo che a loro toccavano i lavori più duri, più pericolosi e peggio retribuiti, per risparmiare si vedevano costretti a limitare tutti i loro bisogni, sacrificando persino i rapporti famigliari per i noti impedimenti e a sopravvivere con molti sacrifici.
È vero che, secondo l’on. Giorgio Oliva,
Sottosegretario agli Esteri, non si trattava più di «una emigrazione
obbligata», ma di «un temporaneo esodo, scelto liberamente dal lavoratore il
quale, sia pure a prezzo di duri sacrifici e di diuturne rinunzie, espatria in
cerca di un migliore guadagno e di un più rapido benessere economico», ma è
altrettanto vero che quelle rinunce e quei sacrifici pesavano e rendevano illusorio
l’auspicio dell’on. Mario Toros, Sottosegretario
al Lavoro, di trasformare finalmente l’emigrazione «da fenomeno di necessità in
libera scelta di un lavoro in Patria o di un altrettanto dignitoso e protetto lavoro
all'estero» (cfr. resoconti del L’ECO del 1967).
Intanto la vita dell’emigrato era dura, pesante e precaria, per cui sarebbe stato difficile per molti italiani credere alle promesse delle autorità, sia svizzere che italiane, o sperare in un futuro più semplice, più garantito e più libero. Si trattava soprattutto, come scriveva ancora L’ECO di un «problema essenzialmente psicologico», difficile da superare, che gli immigrati vivevano drammaticamente ogni giorno.
| Baracche degli anni '60 e '70 a Berna. |
Le autorità italiane raramente scendevano in
campo a sostegno delle rivendicazioni dei connazionali e a tutela del lavoro
italiano all’estero (conformemente all’art. 35 della Costituzione italiana) per
non urtare la suscettibilità degli svizzeri e per non doversi schierare dalla
parte dei contestatori, solitamente di sinistra. D’altra parte era anche
oggettivamente difficile presentare insieme alle rivendicazioni le prove delle
eventuali violazioni degli accordi bilaterali sull'emigrazione.
La reazione italiana
| Tra i principali centri d'incontro c'erano le Missioni cattoliche italiane. |
Effettivamente, negli anni Sessanta e Settanta c’erano in Svizzera associazioni italiane di ogni tipo:politiche, culturali, assistenziali, ricreative, sportive, religiose. Volevano essere centri di aggregazione, d’incontro, d’informazione, di scopo, di sostegno, ma, come detto, erano attive, salvo le maggiori che disponevano anche di personale dipendente, quasi esclusivamente il fine settimana. In quegli anni sono state certamente di grande aiuto a molti, ma non erano in grado di risolvere il problema fondamentale degli immigrati italiani, che era, come già ricordato, «psicologico» e si materializzava soprattutto nell'isolamento, nella nostalgia, nel pianto, raramente nelle feste italiane.
È facile
capire a questo punto la reazione di chiusura e isolamento di molti italiani. Tanto
più che, secondo molti studi, nella maggior parte degli
italiani il desidero del ritorno in patria era così forte da oscurare
facilmente qualsiasi interesse all’integrazione, all’apprendimento della lingua
locale, al contatto con gli svizzeri, a «gettare ponti» come invitava
ripetutamente L’ECO (e di cui si tratterà diffusamente nel prossimo articolo) e
persino alla frequentazione delle associazioni e dei circoli italiani dove si
cominciava a discutere del futuro dell’immigrazione italiana e specialmente
della seconda generazione che cresceva a vista d’occhio, soprattutto dopo le
facilitazioni al ricongiungimento familiare introdotte dall’Accordo italo-svizzero
del 1964.
In un articolo del L’ECO del 1967 l’autore si
chiedeva: «Perché non collaboriamo?» e per agevolare la risposta aggiungeva: «…
potremmo fare meglio i nostri interessi, oltre al fatto che saremmo sicuramente
rispettati di più», tanto più che (molti) «ci tengono ancora la mano». (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 24.3.2026