24 marzo 2026

Anni Sessanta: decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (quinta parte)

Alla reazione svizzera degli anni Sessanta (e Settanta), sprezzante nei confronti degli stranieri, gli italiani, che costituivano allora il gruppo straniero più numeroso, risposero isolandosi e chiudendosi in una sorta di mondo fittizio «italiano», che dava la sensazione dell’autosufficienza. In effetti riuscirono a costruirsi un mondo autarchico ben organizzato con autorità proprie ben distribuite sul territorio (Ambasciata, consolati, agenzie consolari, corrispondenti consolari), centri di culto (Missioni cattoliche italiane, messe festive, celebrazioni di battesimi, cresime, matrimoni…) e di aggregazione sociale (con asili, scuole, associazioni) sparsi soprattutto nei grandi centri dove maggiore era la concentrazione di italiani e una miriade di associazioni (alcune anche molto influenti), club, centri sportivi, ristoranti, negozi, professionisti di ogni genere per ogni necessità, ecc. Non attiravano la stima e il sostegno delle autorità svizzere che li paragonavano ai «ghetti» e centri pericolosi per la coesione nazionale e la politica federale ormai orientata sempre più verso la stabilizzazione e l’integrazione della manodopera estera. 

La situazione

Il un giornale dell'epoca, qualche anno prima del lancio della prima iniziativa anti-stranieri del dopoguerra si poteva leggere: «Noi non abbiamo niente contro il piccolo operaio italiano o spagnolo, ma deploriamo l’atteggiamento dei grandi capitalisti che sono pronti a sacrificare il nostro paese consegnandolo senza scrupoli all'inquinamento ecologico, etnico e morale». Ma nonostante si affermasse in pubblico che gli italiani erano i benvenuti e che soprattutto le grandi aziende non potevano fare a meno di loro, gli italiani non si fidavano perché vivevano la loro vita professionale con grande pena, ben sapendo che a loro toccavano i lavori più duri, più pericolosi e peggio retribuiti, per risparmiare si vedevano costretti a limitare tutti i loro bisogni, sacrificando persino i rapporti famigliari per i noti impedimenti e a sopravvivere con molti sacrifici.

È vero che, secondo l’on. Giorgio Oliva, Sottosegretario agli Esteri, non si trattava più di «una emigrazione obbligata», ma di «un temporaneo esodo, scelto liberamente dal lavoratore il quale, sia pure a prezzo di duri sacrifici e di diuturne rinunzie, espatria in cerca di un migliore guadagno e di un più rapido benessere economico», ma è altrettanto vero che quelle rinunce e quei sacrifici pesavano e rendevano illusorio l’auspicio dell’on. Mario Toros, Sottosegretario al Lavoro, di trasformare finalmente l’emigrazione «da fenomeno di necessità in libera scelta di un lavoro in Patria o di un altrettanto dignitoso e protetto lavoro all'estero» (cfr. resoconti del L’ECO del 1967).

Intanto la vita dell’emigrato era dura, pesante e precaria, per cui sarebbe stato difficile per molti italiani credere alle promesse delle autorità, sia svizzere che italiane, o sperare in un futuro più semplice, più garantito e più libero. Si trattava soprattutto, come scriveva ancora L’ECO di un «problema essenzialmente psicologico», difficile da superare, che gli immigrati vivevano drammaticamente ogni giorno.

Baracche degli anni '60 e '70 a Berna.
Per questo la reazione italiana è stata soprattutto di chiusura e di isolamento, anche perché gli italiani non possedevano strumenti adeguati per esigere miglioramenti, contrastare l’aggressività dei movimenti xenofobi o superare l’indifferenza (e talvolta il disprezzo) della popolazione svizzera. Nonostante il loro numero preponderante su tutti gli altri gruppi stranieri, erano di fatto relegati nelle classi sociali più modeste. Non avevano alcun peso politico: i partiti della maggioranza sostenevano il governo nella lotta contro il pericolo d'inforestierimento e i «ghetti»; non votavano né potevano votare! Non avevano sindacati propri e in quelli svizzeri non ci si trovavano ritenendoli poco combattivi e troppo vicini ai «padroni». D’altra parte, i sindacati non osavano schierarsi dalla parte degli italiani, scarsamente sindacalizzati, per non urtare la sensibilità degli iscritti svizzeri. Non occupavano posizioni dominanti nell'economia, nell'università, nel giornalismo.

Le autorità italiane raramente scendevano in campo a sostegno delle rivendicazioni dei connazionali e a tutela del lavoro italiano all’estero (conformemente all’art. 35 della Costituzione italiana) per non urtare la suscettibilità degli svizzeri e per non doversi schierare dalla parte dei contestatori, solitamente di sinistra. D’altra parte era anche oggettivamente difficile presentare insieme alle rivendicazioni le prove delle eventuali violazioni degli accordi bilaterali sull'emigrazione.

La reazione italiana

Tra i principali centri d'incontro c'erano le Missioni cattoliche italiane.
Molte storie di immigrati degli anni Sessanta raccontano la sofferenza di sentirsi isolati, indifesi e «abbandonati» dalle autorità italiane e persino poco apprezzati da numerosi connazionali venuti negli anni Cinquanta, di non poter comunicare con gli svizzeri non conoscendone la lingua, di vivere come reclusi in casa, di provare sollievo solo quando incontravano connazionali con cui intrattenersi. Secondo alcune narrazioni gli immigrati riuscivano a vivere la loro identità solo nelle associazioni, ma secondo altre durante la settimana le associazioni erano poco frequentate, sebbene in Svizzera ce ne fossero centinaia e forse migliaia (per altro anch'esse spesso isolate, gestite autoritariamente, poco organizzate e in competizione tra di loro).

Effettivamente, negli anni Sessanta e Settanta c’erano in Svizzera associazioni italiane di ogni tipo:politiche, culturali, assistenziali, ricreative, sportive, religiose. Volevano essere centri di aggregazione, d’incontro, d’informazione, di scopo, di sostegno, ma, come detto, erano attive, salvo le maggiori che disponevano anche di personale dipendente, quasi esclusivamente il fine settimana. In quegli anni sono state certamente di grande aiuto a molti, ma non erano in grado di risolvere il problema fondamentale degli immigrati italiani, che era, come già ricordato, «psicologico» e si materializzava soprattutto nell'isolamento, nella nostalgia, nel pianto, raramente nelle feste italiane.

Eppure, nonostante il loro scarso peso politico e sindacale, era soprattutto degli italiani che si parlava, specialmente nella stampa svizzero-tedesca, nel periodo più drammatico dell’immigrazione italiana in Svizzera, quando dopo il 1963 furono lanciate a raffica le iniziative anti stranieri e alcuni strati della popolazione erano favorevoli a ridurre gli arrivi. Quando nelle aziende e nei cantieri qualsiasi attività politica era vietata e gli italiani, che occupano generalmente posizioni subalterne nemmeno indirettamente potevano intervenire a proprio favore senza mettere a rischio il loro contratto di lavoro e il loro permesso di soggiorno.

È facile capire a questo punto la reazione di chiusura e isolamento di molti italiani. Tanto più che, secondo molti studi, nella maggior parte degli italiani il desidero del ritorno in patria era così forte da oscurare facilmente qualsiasi interesse all’integrazione, all’apprendimento della lingua locale, al contatto con gli svizzeri, a «gettare ponti» come invitava ripetutamente L’ECO (e di cui si tratterà diffusamente nel prossimo articolo) e persino alla frequentazione delle associazioni e dei circoli italiani dove si cominciava a discutere del futuro dell’immigrazione italiana e specialmente della seconda generazione che cresceva a vista d’occhio, soprattutto dopo le facilitazioni al ricongiungimento familiare introdotte dall’Accordo italo-svizzero del 1964.

In un articolo del L’ECO del 1967 l’autore si chiedeva: «Perché non collaboriamo?» e per agevolare la risposta aggiungeva: «… potremmo fare meglio i nostri interessi, oltre al fatto che saremmo sicuramente rispettati di più», tanto più che (molti) «ci tengono ancora la mano». (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 24.3.2026