20 febbraio 2026

Anni Sessanta: decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (terza parte)

L’enorme afflusso di italiani nella Confederazione aveva probabilmente indotto molti a considerare la Svizzera un Paese con poche leggi ferree difficilmente aggirabili, ma con buone prospettive di successo, lavorando sodo e osservando le clausole del contratto di lavoro, per lo più «stagionale». Stando alle statistiche, negli anni Sessanta centinaia di migliaia di persone giunsero qui con questa consapevolezza e con la speranza di risolvere presto i loro problemi personali e familiari. Poco importava che l’economia svizzera le considerasse «braccia» o poco più, Gastarbeiter o «lavoratori ospiti» perché a tempo determinato, provvisori e quindi precari; ciò che importava era soprattutto la paga e la sicurezza del lavoro. I problemi dell’immigrazione di massa, ormai soprattutto dal Mezzogiorno d'Italia, non tardarono a manifestarsi, accompagnati spesso dall'illusione che si potessero risolvere organizzando tra gli immigrati una sorta di massa critica in grado di «pesare» sia sulle istituzioni italiane che su quelle svizzere.

I problemi

I problemi occupazionali sono stati per molto tempo all'origine dell'emigrazione.

I problemi causati da un'immigrazione di massa inaspettata, disordinata e in continuo aumento sono stati oggetto di numerosi studi, che non è possibile qui nemmeno riassumere. Vi accenno solo per agevolare la comprensione almeno sommaria di quel periodo, specialmente nella Svizzera tedesca, ma anche per tener presente i limiti della politica di allora nell'affrontare quella problematica per tanti versi nuova, complessa e obiettivamente di difficile soluzione.

I problemi nascevano soprattutto dalla situazione occupazionale italiana che non accennava a migliorare nonostante il boom economico e dalla debolezza della politica dei due Paesi coinvolti. Quella italiana era visibilmente incapace di creare occupazione, soprattutto al Sud, e totalmente invischiata nella lotta partitica tra comunisti e democristiani. Persino l’emigrazione era oggetto di scontro e il governo svizzero, decisamente anticomunista, in più occasioni cercò di contribuire al successo dei democristiani guidati da Alcide De Gasperi, che riuscirono persino ad escludere i comunisti dalle trattative con la Svizzera per il nuovo accordo di emigrazione/immigrazione.

Svizzera: predominio dell'economia sulla politica.
Anche la politica svizzera si mostrò a lungo debole di fronte allo strapotere dell’economia, che gestiva l’immigrazione come un problema puramente economico, sfruttando a suo favore la legge federale del 1931 sulla dimora e il domicilio degli stranieri, ignorando i cambiamenti in atto nella popolazione straniera (crescente prolungamento della permanenza degli immigrati e conseguente minore sostituzione dei rimpatriati con nuovi immigrati (rotazione), penuria di abitazioni a pigione sostenibile, avanzata della seconda generazione e dei relativi problemi di formazione e d’integrazione), scaricando sulla politica e sulla popolazione svizzera e immigrata i problemi degli stranieri. Solo dopo il 1970 (dopo il rigetto dell’iniziativa Schwarzenbach col voto popolare del 7 giugno 1970) la problematica fu affrontata con professionalità in tutte le sedi politiche e amministrative.

L'ultima sede del CISAP di Berna
In questo contesto, in cui gli stranieri si sentivano spesso abbandonati come «persone», feriti nella loro dignità, considerati al massimo come «braccia» funzionali alle esigenze dell’economia, gruppi di italiani e amici svizzeri decisero di intervenire con spirito solidaristico e lungimirante cercando soluzioni efficaci ai problemi crescenti degli immigrati e delle loro famiglie. Tra le molteplici iniziative che si registravano un po’ ovunque in Svizzera in quel periodo vanno segnalate in particolare L’ECO e il CISAP.

Due soluzioni esemplari

Nel tentativo di creare un elemento di autentica condivisione e di collaborazione favorendo l’informazione, la riflessione e l’amicizia fu fondato sessant'anni fa L’ECO, quale «giornale per gli Italiani in Svizzera». Il fondatore Mando H. Forster, che non era italiano ma conosceva bene le problematiche degli italiani immigrati in Svizzera ed era convinto che molti problemi si potessero risolvere più facilmente se ci fosse più armonia tra italiani e svizzeri. L’ECO intendeva favorirla.

Il CISAP, Centro italo-svizzero di formazione professionale, è stato uno splendido esempio di collaborazione italo-svizzera. Agli inizi degli anni Sessanta, quando si poteva a ragione parlare di due mondi separati e sconnessi (anche per ragioni linguistiche), Giorgio Cenni e un piccolo gruppo costituito da immigrati della prima ondata di immigrati del dopoguerra (provenienti soprattutto dal Nord) e alcuni amici svizzeri riuscirono a stabilire connessioni prima inimmaginabili, coinvolgendo in un’impresa che ha dell’incredibile l’immigrazione organizzata, le autorità italiane e svizzere e le organizzazioni professionali (padronali e sindacali).

Del contributo del L’ECO e del CISAP alla soluzione dei tanti problemi provocati dall'ondata immigratoria del secondo dopoguerra tratterò più diffusamente nei prossimi articoli, in cui segnalerò anche l’originalità di queste due soluzioni riuscite rispetto ad altri tentativi effimeri.

Avvio di una nuova politica migratoria

Per dovere di verità devo però premettere che sia le autorità italiane che quelle svizzere non erano insensibili al disagio di alcune categorie di stranieri (specialmente stagionali e annuali), ma spesso non riuscivano ad andare oltre le buone intenzioni. Anche l’Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera del 1964, che prevedeva miglioramenti importanti alla complessa situazione fu solo un compromesso destinato a dare i maggiori benefici solo in tempi lunghi (riduzione del numero di stagionali, stabilizzazione degli stranieri dimoranti e domiciliati, avvio di una seria politica d’integrazione specialmente per le seconde generazioni, ecc.).

Quell'Accordo rappresentava comunque per molti immigrati un nuovo orientamento importante e maggiori opportunità, ma anche qualche preoccupazione in più perché i movimenti xenofobi reagirono malamente ai presunti «privilegi» degli italiani. Sul lungo periodo, tuttavia, non c'è dubbio che l'Accordo del 1964 segnò per l'immigrazione italiana l'avvio di una nuova politica migratoria, di cui si darà conto nei prossimi articoli (Segue).

Giovanni Longu
Berna 20.02.2026