08 marzo 2026

8 marzo: religiose innovatrici

In questa Giornata internazionale della donna, dedicata soprattutto alla riflessione sulle condizioni femminili e sul processo di avvicinamento alla parità uomo-donna, si tende spesso a esaltare il «genio femminile» sull'onda di importanti progressi compiuti dalle donne da parte di scrittori, poeti, giuristi, teologi, papi, ecc. Qualche anno fa (8 marzo 2018) in un lungo articolo cercai di fare il punto della situazione nella Chiesa cattolica dopo le aperture di alcuni Papi (Pio XI, Pio XII, Paolo VI e Benedetto XIV) e soprattutto di papa Francesco. Oggi non posso che confermare i successi finora registrati, specialmente sui principi, ma sono convinto che la Chiesa cattolica ha ancora molto cammino da fare per conferire alle donne il giusto valore che meritano nella pratica. Concludevo l’articolo citato affermando che «l’unica cosa che le donne non dovrebbero fare è rassegnarsi, stare ad aspettare o peggio ancora rinunciare a sperare». In questo articolo desidero ricordare alcune «religiose» che hanno superato molti pregiudizi del loro tempo e meriterebbero di essere ricordate e imitate, tenendo ovviamente conto, del mondo in cui viviamo.

Hildegard von Bingen (1098-1179)

Ildegarda di Bingen descrive
una sua visione al suo segretario
È una santa  poco conosciuta, ma certamente interessante e importante del panorama religioso e culturale del Medioevo, caratterizzato da importanti cambiamenti in cui cominciava ad emergere anche la cultura femminile. Ildegarda di Bingen ne fu un’importante rappresentante specialmente nel campo della musica, della teologia, della pratica religiosa (scrisse, fra l’altro, molte preghiere), dell’alimentazione (inventò ricette per favorire il benessere fisico e spirituale) e della cultura in generale. Il suo vasto sapere, ma anche il suo fascino e carisma le consentirono di elargire consigli a molte personalità del suo tempo, della cultura ma anche della politica. «Lasciò un’impronta indelebile nell’evoluzione della Chiesa e del sapere, ma anche della storia del suo tempo».

Chiara D’Assisi (1193-1253)

Una santa straordinaria perché sull’esempio di Francesco d’Assisi, rinunciò a una vita agiata e felice per sacrificare se stessa in nome di un ideale di povertà e servizio verso i malati e i bisognosi. Fondò l’ordine delle Clarisse, ottenendo dal papa Innocento IV nel 1253 il «privilegio» di non possedere alcuna proprietà e l’obbligo della clausura (anche se in seguito più volte modificato).

Santa Brigida di Svezia (1303-1373)

Religiosa e mistica svedese, fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore, è con santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce una delle patrone d’Europa. Nel suo tempo è stata molto critica nei confronti di autorità religiose e politiche invocando il ritorno della Chiesa a una vita evangelica autentica. Poiché allora il Papa si trovava ad Avignone (Francia), ne promosse il ritorno a Roma con l’intento di spingerlo a farsi carico di una riforma profonda della Chiesa. Brigida di Svezia non assistette al ritorno del Papa a Roma, avvenuto nel 1377, ma vi contribuì grazie alle sue preghiere e alla sua insistenza.

Santa Caterina Da Siena (1347-1380)

Religiosa, teologa, filosofa e mistica, grande testimone del suo tempo, in cui osservava intensi mutamenti. Ritenendo che la Chiesa e il Papa dovessero lasciare la loro impronta in questi cambiamenti, purché si rinnovasse, non esitò a rivolgersi a più riprese al Papa e ad altri potenti del suo tempo, senza però mai rinunciare a seguire Cristo attraverso la preghiera e il servizio verso i poveri e gli ammalati. Le sue lettere esercitarono un grande effetto su molti personaggi e avvenimenti del suo tempo. Nonostante inizialmente non avesse alcuna cultura, nel 1970 fu proclamata da Paolo VI «dottore della Chiesa».

Santa Giovanna D’Arco (1412-1431)

Ricordata soprattutto come eroina nazionale francese per aver guidato la riscossa della Francia contro l’Inghilterra (ai tempi della Guerra dei cent’anni, tra il Trecento e il Quattrocento), fu per i contemporanei anche un esempio di fede cristiana fino al martirio (arsa sul rogo come eretica), dopo essersi battuta coraggiosamente non per il potere e la gloria personale, ma per la verità, l’amore per il prossimo e la difesa del proprio Paese.

Santa Caterina da Genova (1447-1510)

Una santa poco conosciuta, che meriterebbe di esserlo maggiormente perché riuscì a far coincidere nella sua persona e nella sua azione un grande amore verso Dio e un’attenzione speciale al prossimo più bisognoso, i poveri, gli ammalati, gli appestati, gli infelici. Non tenne in alcun conto la sua provenienza (nobile e influente famiglia genovese), la ricchezza e il potere perché le bastava la fede e l’esperienza dell’amore di Dio riverberato nell’amore del prossimo.

Sant’Angela Merici (1474-1540)

È nota soprattutto come fondatrice della Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola, meglio note come suore Orsoline, la prima congregazione secolare (perché i suoi membri vivono nel 'secolo' e non in un monastero) femminile sorta nella Chiesa. Pochi forse sanno che Angela Merici, preoccupata del basso livello d’istruzione delle ragazze (perché la scuola era un privilegio quasi esclusivamente maschile), si dedicò all’educazione dell’infanzia. Inoltre, con la Compagnia delle dimesse intese offrire a quelle donne cristiane che non volendo o non potendo sposarsi, ma non si sentivano nemmeno di entrare in un monastero, l’opportunità di rimanere fedeli a Cristo e di fare apostolato continuando a vivere nel mondo (nel 'secolo'), mantenendosi con il proprio lavoro.

Santa Teresa D’Avila (1515-1582)

Spagnola, è nota non solo come una grande mistica, ma anche come una riformatrice e protagonista di prim’ordine della Riforma cattolica attraverso un fecondo apostolato e numerosi scritti di grande valore teologico, tanto è vero che è stata la prima donna ad essere riconosciuta come «dottore della Chiesa». «Ha contribuito al rinnovamento della Chiesa stessa, offrendo un nuovo modello di carità e interpretazione del Vangelo e di una scelta di vita religiosa fatta di austerità e gioia, rigore, solitudine, in un’unione profonda fra vita mistica e vita apostolica».

Santa Teresa Di Lisieux (1873-1897)

Anche Santa Teresa di Lisieux, nota anche come Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, sebbene morta giovanissima, fu una monaca a suo modo rivoluzionaria. Proponeva infatti la ricerca della santità attraverso piccoli gesti quotidiani e l’incondizionata confidenza in Dio. «La novità della sua spiritualità, chiamata anche teologia della "piccola via" o della "infanzia spirituale", ha ispirato moltitudini di credenti e colpito anche molti non credenti». L’intensa vita di preghiera, di privazioni e di silenzio insieme alla solidarietà e la carità verso il prossimo la condurranno alla malattia e alla morte.

Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942)

Anche di questa religiosa, purtroppo, si conosce molto poco oltre al suo martirio ad Auschwitz (1942). Eppure Edith Stein, tedesca di origine ebraica, meriterebbe di essere meglio conosciuta sia come convertita, teologa, mistica, filosofa (discepola di Edmund Husserl), e sia come religiosa dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, impegnata politicamente (contro il nazismo), femminista ante litteram (rivendicava il diritto di voto delle donne). Nel 1999 fu proclamata da Giovanni Paolo II patrona dell’Europa insieme a Caterina da Siena, Brigida di Svezia, Benedetto da Norcia e Cirillo e Metodio. Il suo martirio ad Auschwitz l’ha resa un personaggio emblematico, simbolo di un’epoca di orrori, ma anche di profondi mutamenti spirituali e filosofici.

Corita Kent (1918-1986)

Corita Kent, statunitense, pittrice, grafica, insegnante è nota anche come Suor Mary Corita Kent, anche se nel 1968 lasciò l’abito e il convento. Era una suora che credeva sinceramente nella necessità e possibilità di un rinnovamento della Chiesa attraverso l’arte, la comunicazione e il linguaggio. Era molto impegnata in questo rinnovamento, ma sua opera non era apprezzata da alti prelati e dopo forti dissidi con il cardinale James McIntyre, che l’accusò di essere comunista, decise di abbandonare l’abito, l’insegnamento e il college dove insegnava. Le sue ex consorelle fondarono poi una Comunità ecumenica.

Madre Teresa di Calcutta (1910-1997)

È certamente una delle religiose più note della nostra epoca e non c’è bisogno di molte parole per ricordare quanto è in grado di fare una persona coraggiosa e invasa dallo spirito del Vangelo per i poveri, gli ammalati, gli emarginati, gli «scarti». La società civile le ha assegnato numerosi riconoscimenti e soprattutto il premio Nobel per la pace nel 1979, ma è la Chiesa che ha servito con grande spirito di devozione che l’ha proclamata dapprima «beata» con Giovanni Paolo II nel 2003 e «santa» «santa» nel 2016 con papa Francesco. I due titoli, per i cristiani, sono il massimo e Madre Teresa li ben meritati entrambi.

In conclusione

In questa veloce rassegna avrei potuto indicare molte altre figure di suore e di cristiane che hanno contribuito a tenere accesa e vivace la fiammella della fede, della speranza e della carità nella Chiesa e nel mondo nell’arco di molti secoli, ma credo che sia sufficiente averne ricordate solo alcune, come esempi di donne che hanno superato sé stesse facendosi volontariamente strumenti della Carità di Dio. Mi rincresce soprattutto di non aver avuto abbastanza spazio per ricordare anche il contributo di numerose suore che hanno affiancato i missionari nell’assistenza ai migranti nel mondo e anche in Svizzera. Tra di esse ci sono state figure di religiose straordinarie per impegno, competenza, dedizione e generosità. Andrebbero ricordate più spesso perché il loro esempio contagi anche persone non consacrate, che potrebbero essere di grande aiuto, soprattutto morale e spirituale, a molti immigrati e ai loro discendenti.

Giovanni Longu
Berna, 8 marzo 2026

04 marzo 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (quarta parte)

Ogniqualvolta si parla e/o si scrive di Schwarzenbach e della xenofobia di molti svizzeri dal dopoguerra in avanti si sorvola sistematicamente sulla loro effettiva paura di perdere il lavoro, di impoverirsi, di vedersi aumentare la pigione, di non avere tutele. Era una paura reale perché era reale la concorrenza degli stranieri, che pur di avere un lavoro erano disposti ad accettare salari miserevoli, lavori pericolosi senza assicurazioni, abitazioni indecorose, bassi consumi. Molte di queste paure era infondate e frutto di una violenta propaganda xenofoba, che faceva presa su tanti svizzeri. Non veniva loro detto che soprattutto degli italiani non dovevano aver paura (anche se molti di essi portavano in tasca un coltello, del resto come moltissimi svizzeri) perché erano semplici operai, in gran parte nemmeno qualificati, non costituivano un partito e quindi non potevano influenzare la politica (anzi era loro interdetta qualsiasi attività politica), non avevano un sindacato proprio, anche se erano quasi tutti lavoratori dipendenti, non possedevano grandi imprese, banche, assicurazioni o importanti giornali, ma erano in forte crescita e molti svizzeri temevano che prima o poi si sarebbero trovati in minoranza e schiacciati da una maggioranza straniera. In effetti la propaganda xenofoba otteneva ampi consensi.

L’«invasione» degli italiani

Anni Sessanta: quando in Italia stava per finire il boom economico,
 moltissimi italiani, soprattutto dal Sud, emigravano in Svizzera.

Negli anni Sessanta la popolazione straniera e soprattutto quella italiana era in forte crescita perché l'economia richiedeva molta manodopera e specialmente quella italiana era disponibile e affidabile. Nel 1962 erano stati rilasciati complessivamente ben 455.999 nuovi permessi di soggiorno (stagionali, annuali e frontalieri). Benché nel 1963 tale numero fosse sceso a 445.746, nel mese di agosto 1964, su una popolazione complessiva di poco più di 5,8 milioni di abitanti risultavano in Svizzera 1.064.000 stranieri (compresi stagionali e frontalieri), ossia più del 18% dell’intera popolazione residente (svizzeri e stranieri col permesso B e C). 

Nel 1960 gli italiani (486.586 persone) costituivano circa l’83,2 per cento degli stranieri e possedevano in gran parte (71,2%) il permesso B o C. I domiciliati (permesso C), che nel 1960 erano solo poco più di 137.571, nel 1970 raggiunsero quota 365.795. Gli italiani residenti stabilmente erano ormai l’82,1 per cento.

Indipendentemente dai nuovi arrivati, anche l’incremento naturale era evidente: nel 1960, per ogni 100 neonati svizzeri si contavano 14 stranieri, nel 1965 ben 35. Agli inizi degli anni ’70 i neonati stranieri rappresentavano più del 30% delle nascite complessive e il 18% era costituito da bambini italiani. Nel 1970 il numero degli italiani raggiunse 711.153 unità, anche se la percentuale sulla popolazione straniera era scesa al 58,7 per cento.

Molti svizzeri percepivano questi aumenti come un’«invasione», dimenticandosi che per venire gli stranieri avevano bisogno normalmente di un datore di lavoro che li richiedesse, di un contratto di lavoro e di un’assicurazione del rilascio di un permesso di dimora. Si dimenticavano inoltre che il benessere di cui tutti stavano godendo era almeno in parte merito loro. Infatti dal 1959 al 1964 il prodotto interno lordo (PIL) era cresciuto mediamente del 5,1 per cento l’anno (7% nel 1961), anche se dal 1964 al 1969 la media era leggermente diminuita. In venti anni, dal 1950 al 1970, il PIL in termini nominali era passato da 17'980 milioni a 79'920 milioni di franchi, facendo balzare la Svizzera ai primi posti della graduatoria mondiale per ricchezza prodotta per abitante.

Nel 1965, la tragedia di Mattmark, che fece 88 vittime, di cui 56 italiane, sembrava aver aperto gli occhi a tutti sul lavoro duro e pericoloso di molti stranieri, ma com'è noto, solo dopo la votazione del 7 giugno 1970 sulla «iniziativa Schwarzenbach» il Consiglio federale avviò una nuova politica immigratoria, più vicina alle aspirazioni degli stranieri e orientata all'integrazione.

La reazione svizzera

A far paura a molti svizzeri non era però solo il numero crescente di stranieri (italiani), ma anche il loro alto grado di organizzazione, la vasta rete di associazioni proprie (alcune delle quali molto attive politicamente), Missioni cattoliche, scuole, asili, patronati, luoghi di ritrovo, punti di assistenza, negozi, giornali, ecc. A rendere diffidenti molti svizzeri contribuirono talvolta gli stessi immigrati con il loro isolamento, interpretato spesso come da essi espressamente voluto, la loro non partecipazione alla vita delle comunità locali, il disinteresse ad apprendere la lingua del posto, l’apatia nei confronti dell’integrazione. Sembrava che nel mondo dell’associazionismo soprattutto gli italiani ritrovassero invece sé stessi, si sentissero finalmente liberi, come a casa propria, e non più «Gastarbeiter», «ospiti» precari, e senza vincoli di subalternità.

Per molti svizzeri deve aver rappresentato uno «shock» anche accorgersi che già sul lavoro numerosi stranieri (soprattutto italiani) si dimostravano più capaci di molti svizzeri qualificati e fuori della fabbrica o del cantiere si erano fatti strada, avevano raggiunto un certo benessere, si erano trasferiti dalle baracche in decorose abitazioni, alcuni si erano messi a lavorare con un'impresa propria e assumevano persino degli svizzeri. Tutto ciò appariva a molti svizzeri inaudito, irreale e pericoloso.

Questa situazione fu riassunta nel 1965 da Max Frisch con queste parole: «un piccolo popolo dominatore si vede in pericolo: sono state chiamate forze di lavoro e arrivano persone. Non divorano l’intero benessere, anzi sono indispensabili al benessere». Il famoso scrittore svizzero doveva costatare ciò che nemmeno lui forse aveva immaginato prima e cioè che cercando braccia sarebbero venute tante persone con problemi, bisogni, speranze, sogni da realizzare. Erano «italiani»!

Non si trattava però solo di sorpresa perché fin dai primi anni Sessanta i movimenti xenofobi avevano cominciato a seminare ovunque sentimenti di paura e di odio nei confronti soprattutto degli italiani, agitando lo spettro dell'inforestierimento (Überfremdung) demografico, economico, culturale e persino politico della Svizzera. Alla reazione italiana sarà dedicato il prossimo articolo, ma saranno messi in risalto anche i contributi del L’ECO e del CISAP, che aiuteranno a capire meglio, si spera, quel momento storico particolarmente importante e delicato. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 4.3.2026

24 febbraio 2026

Pace tra Russia e Ucraina

Quando, quattro anni fa è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina non credevo che potesse durare così a lungo. All'inizio del quinto anno trovo scandaloso che la pace non sia nemmeno all'orizzonte e che Russia e Ucraina non sembrino intenzionate a perseguirla. Trovo pure incomprensibile e scandaloso che l’Occidente preferisca proseguire la guerra e imboccare la strada di un riarmo esoso e sinistro (altro che pace «disarmata e disarmante» come vorrebbe Papa Leone XIV) piuttosto di intraprendere seri tentativi di pacificazione. Ne esistono, ma ideologie perverse, nazionalismi esasperanti e capi di stato e di governo in cerca di (vana)gloria li impediscono e, cinicamente, si continua a mandare a morte centinaia di migliaia di innocenti plagiati e confusi in nome di una patria «matrigna» e del mito di una pace «giusta» indefinibile in mancanza di un riferimento certo.

Riferimento ONU

La Carta delle Nazioni Unite è come se non esistesse, perché le grandi Potenze non intendono rispettarla. Là si può trovare un buon punto di riferimento perché si afferma con grande chiarezza non solo che «i Membri [dell’ONU] devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite», ma anche che vanno garantiti «i diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», «il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione», «il rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti o dell’autodecisione dei popoli». Dovrebbe essere chiaro che la giustizia è dovuta in primo luogo alle persone, ai popoli, non agli Stati, ai territori, anche secondo la Carta delle Nazioni Unite invocata da più parti per condannare la Russia.

Purtroppo in quella Carta non è detto esplicitamente, a differenza di quanto si può leggere nella Costituzione italiana, che la sovranità nazionale appartiene al popolo, ma ad un’attenta lettura dovrebbe essere evidente a tutti. Solo i nazionalisti, cocciutamente, l’attribuiscono agli Stati e dunque ai Governi di turno che l’utilizzano senza scrupoli secondo le loro convenienze, calpestando il diritto internazionale. Per colmare questa lacuna basterebbe emendare la Carta (e non sarebbe difficile) e rafforzare l’Organizzazione, invece i membri (pre)potenti del Consiglio di sicurezza preferiscono ignorarla e addirittura rinunciare all'ONU considerandola semplicemente «inutile».

Situazione insopportabile

Resta il problema che oggi due Stati europei (anche se uno dei due non considera più tale, anche se solo in parte, l’altro) si fanno la guerra, che incide sempre più pesantemente su tutti. La situazione, che sta diventando insopportabile, sembra senza vie d’uscita. Nemmeno l’Europa, «patria del diritto» e grande beneficiaria della pace, sa suggerire soluzioni praticabili, anzi preferisce schierarsi da una parte in attesa di un’improbabile schianto dell’aggressore, la Russia. Eppure l’ONU potrebbe introdursi nella vicenda come mediatrice credibile proponendo una soluzione accettabile sia dai due belligeranti che dalla parte contesa, il Donbass.

Perché, per esempio, non proporre per il Donbass l’autonomia, lasciando che siano i suoi abitanti, come loro diritto naturale, a decidere del loro futuro e che ad avvantaggiarsene non siano né i russi né gli ucraini. Non la Russia che ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone (privandole di diritti fondamentali), ma è a servizio del popolo, unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini.

Pace e sviluppo

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum)[1], cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Sarebbe pertanto auspicabile e giusto che siano gli abitanti del Donbass a decidere liberamente del loro futuro. Così la guerra cesserebbe, la pace trionferebbe e il quella regione contesa potrebbe rifiorire grazie alla collaborazione di russi e ucraini. Potrebbe anche succedere che il mondo cominci a pensare meno alle armi e più seriamente allo «sviluppo» ("il nuovo nome della pace", Paolo VI).

Giovanni Longu
Berna, 24.2.2026



[1]     Leone XIII, Rerum Novarum (1891), n. 7.

20 febbraio 2026

Anni Sessanta: decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (terza parte)

L’enorme afflusso di italiani nella Confederazione aveva probabilmente indotto molti a considerare la Svizzera un Paese con poche leggi ferree difficilmente aggirabili, ma con buone prospettive di successo, lavorando sodo e osservando le clausole del contratto di lavoro, per lo più «stagionale». Stando alle statistiche, negli anni Sessanta centinaia di migliaia di persone giunsero qui con questa consapevolezza e con la speranza di risolvere presto i loro problemi personali e familiari. Poco importava che l’economia svizzera le considerasse «braccia» o poco più, Gastarbeiter o «lavoratori ospiti» perché a tempo determinato, provvisori e quindi precari; ciò che importava era soprattutto la paga e la sicurezza del lavoro. I problemi dell’immigrazione di massa, ormai soprattutto dal Mezzogiorno d'Italia, non tardarono a manifestarsi, accompagnati spesso dall'illusione che si potessero risolvere organizzando tra gli immigrati una sorta di massa critica in grado di «pesare» sia sulle istituzioni italiane che su quelle svizzere.

I problemi

I problemi occupazionali sono stati per molto tempo all'origine dell'emigrazione.

I problemi causati da un'immigrazione di massa inaspettata, disordinata e in continuo aumento sono stati oggetto di numerosi studi, che non è possibile qui nemmeno riassumere. Vi accenno solo per agevolare la comprensione almeno sommaria di quel periodo, specialmente nella Svizzera tedesca, ma anche per tener presente i limiti della politica di allora nell'affrontare quella problematica per tanti versi nuova, complessa e obiettivamente di difficile soluzione.

I problemi nascevano soprattutto dalla situazione occupazionale italiana che non accennava a migliorare nonostante il boom economico e dalla debolezza della politica dei due Paesi coinvolti. Quella italiana era visibilmente incapace di creare occupazione, soprattutto al Sud, e totalmente invischiata nella lotta partitica tra comunisti e democristiani. Persino l’emigrazione era oggetto di scontro e il governo svizzero, decisamente anticomunista, in più occasioni cercò di contribuire al successo dei democristiani guidati da Alcide De Gasperi, che riuscirono persino ad escludere i comunisti dalle trattative con la Svizzera per il nuovo accordo di emigrazione/immigrazione.

Svizzera: predominio dell'economia sulla politica.
Anche la politica svizzera si mostrò a lungo debole di fronte allo strapotere dell’economia, che gestiva l’immigrazione come un problema puramente economico, sfruttando a suo favore la legge federale del 1931 sulla dimora e il domicilio degli stranieri, ignorando i cambiamenti in atto nella popolazione straniera (crescente prolungamento della permanenza degli immigrati e conseguente minore sostituzione dei rimpatriati con nuovi immigrati (rotazione), penuria di abitazioni a pigione sostenibile, avanzata della seconda generazione e dei relativi problemi di formazione e d’integrazione), scaricando sulla politica e sulla popolazione svizzera e immigrata i problemi degli stranieri. Solo dopo il 1970 (dopo il rigetto dell’iniziativa Schwarzenbach col voto popolare del 7 giugno 1970) la problematica fu affrontata con professionalità in tutte le sedi politiche e amministrative.

L'ultima sede del CISAP di Berna
In questo contesto, in cui gli stranieri si sentivano spesso abbandonati come «persone», feriti nella loro dignità, considerati al massimo come «braccia» funzionali alle esigenze dell’economia, gruppi di italiani e amici svizzeri decisero di intervenire con spirito solidaristico e lungimirante cercando soluzioni efficaci ai problemi crescenti degli immigrati e delle loro famiglie. Tra le molteplici iniziative che si registravano un po’ ovunque in Svizzera in quel periodo vanno segnalate in particolare L’ECO e il CISAP.

Due soluzioni esemplari

Nel tentativo di creare un elemento di autentica condivisione e di collaborazione favorendo l’informazione, la riflessione e l’amicizia fu fondato sessant'anni fa L’ECO, quale «giornale per gli Italiani in Svizzera». Il fondatore Mando H. Forster, che non era italiano ma conosceva bene le problematiche degli italiani immigrati in Svizzera ed era convinto che molti problemi si potessero risolvere più facilmente se ci fosse più armonia tra italiani e svizzeri. L’ECO intendeva favorirla.

Il CISAP, Centro italo-svizzero di formazione professionale, è stato uno splendido esempio di collaborazione italo-svizzera. Agli inizi degli anni Sessanta, quando si poteva a ragione parlare di due mondi separati e sconnessi (anche per ragioni linguistiche), Giorgio Cenni e un piccolo gruppo costituito da immigrati della prima ondata di immigrati del dopoguerra (provenienti soprattutto dal Nord) e alcuni amici svizzeri riuscirono a stabilire connessioni prima inimmaginabili, coinvolgendo in un’impresa che ha dell’incredibile l’immigrazione organizzata, le autorità italiane e svizzere e le organizzazioni professionali (padronali e sindacali).

Del contributo del L’ECO e del CISAP alla soluzione dei tanti problemi provocati dall'ondata immigratoria del secondo dopoguerra tratterò più diffusamente nei prossimi articoli, in cui segnalerò anche l’originalità di queste due soluzioni riuscite rispetto ad altri tentativi effimeri.

Avvio di una nuova politica migratoria

Per dovere di verità devo però premettere che sia le autorità italiane che quelle svizzere non erano insensibili al disagio di alcune categorie di stranieri (specialmente stagionali e annuali), ma spesso non riuscivano ad andare oltre le buone intenzioni. Anche l’Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera del 1964, che prevedeva miglioramenti importanti alla complessa situazione fu solo un compromesso destinato a dare i maggiori benefici solo in tempi lunghi (riduzione del numero di stagionali, stabilizzazione degli stranieri dimoranti e domiciliati, avvio di una seria politica d’integrazione specialmente per le seconde generazioni, ecc.).

Quell'Accordo rappresentava comunque per molti immigrati un nuovo orientamento importante e maggiori opportunità, ma anche qualche preoccupazione in più perché i movimenti xenofobi reagirono malamente ai presunti «privilegi» degli italiani. Sul lungo periodo, tuttavia, non c'è dubbio che l'Accordo del 1964 segnò per l'immigrazione italiana l'avvio di una nuova politica migratoria, di cui si darà conto nei prossimi articoli (Segue).

Giovanni Longu
Berna 20.02.2026 

12 febbraio 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (seconda parte)

Gli anni Sessanta hanno costituito nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera un decennio fondamentale, nel senso che in quegli anni sono state gettate le basi dei principali eventi successivi e senza le quali risulta impossibile ricostruire in misura comprensibile e significativa lo sviluppo, la direzione, il senso dell’evoluzione della collettività italiana, divenuta nel frattempo una componente essenziale dell’intera collettività svizzera. Molti studiosi hanno creduto di poter interpretare i grandi eventi dei decenni successivi partendo dalla xenofobia sostenuta da James Schwarzenbach, hanno cercato di giustificare la presa di coscienza migratoria della collettività immigrata sulla presunta spinta del Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) e dell’attivismo di numerose associazioni italiane, per non parlare dei numerosi tentativi, parziali e insufficienti, di comprensione del fenomeno della seconda e delle successive generazioni… dimenticandosi delle premesse sviluppatesi negli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta

Immigrati tornano in Italia per Natale (anni '60)
Non si ha né il tempo né lo spazio per ripercorrere i grandi eventi che hanno riguardato l’immigrazione italiana in Svizzera, ma bastano (in questo e nel prossimo articolo) pochi cenni e alcuni dati per capire che si è trattato di un decennio molto importante per gli sviluppi successivi e molto diverso rispetto a precedenti ondate di arrivi in massa di manodopera estera.

Infatti, al tempo delle grandi costruzioni ferroviarie, il fenomeno immigratorio dall'Italia (soprattutto del Nord) era alquanto disordinato e orientato prevalentemente a due tipi di opera: le costruzioni ferroviarie e l’edilizia. Negli anni Sessanta (ma già nel decennio precedente), invece, il fenomeno immigratorio divenne un fenomeno di massa organizzato (in base agli accordi italo-svizzeri del 1948 e 1964), più vasto (perché il reclutamento avveniva ormai in tutta l’Italia, anche se prevalentemente nel Mezzogiorno, tant'è che si cominciò a parlare di «meridionalizzazione» dell’immigrazione) e ripartito in Svizzera su tutto il territorio nazionale.

La tipologia della immigrazione ottocentesca e d’inizio Novecento era molto chiara, perché si richiedeva essenzialmente forza lavoro manuale per la realizzazione delle grandi opere ferroviarie (nuove linee, tunnel, rampe d’accesso, ecc.), dei primi impianti idroelettrici e di attività varia di genio civile ed edilizia. Negli anni Sessanta, invece, l’immigrazione aveva una destinazione ben più ampia perché tutti i comparti dell’economia avevano bisogno di manodopera, sia perché molti svizzeri abbandonavano i lavori pesanti, meno qualificati e mal retribuiti per intraprendere attività più qualificate, meglio retribuite o indipendenti e sia, soprattutto, perché i settori secondario e terziario erano in forte sviluppo.

Pertanto la richiesta di lavoro era vastissima, con una distinzione importante: mentre nelle attività del genio civile (molti cantieri si trovavano in montagna per la costruzione di grandi impianti idroelettrici) e nell'edilizia urbana come pure in molti comparti del terziario (turismo, ristorazione, alberghi, riparazioni) la manodopera era soprattutto stagionale (non da ultimo per disincentivare il permesso di domicilio), nell'industria si continuava a preferire la manodopera stabilmente residente.

Ciò nonostante, i lavoratori italiani che chiedevano di venire in Svizzera anche come stagionali erano sempre tantissimi, anche perché la richiesta di manodopera era veramente enorme, tanto da alimentare soprattutto in Italia l’idea che in Svizzera fosse facile trovare lavoro, persino evitando la complicata trafila della burocrazia (e contribuendo al triste fenomeno dell’emigrazione/immigrazione irregolare che coinvolse anche numerosi bambini).  L’evoluzione dell’immigrazione italiana è resa evidente da queste cifre.

Popolazione italiana in rapida crescita

Negli anni '60 la maggior parte dei nuovi immigrati era costituita
da «stagionali»; ma erano molti anche i residenti «annuali» e «domiciliati»

Nel 1960 risiedevano stabilmente in Svizzera poco più di 346.000 italiani, senza contare i circa 130.000 stagionali. Se negli ultimi cinque anni del decennio precedente i nuovi arrivi erano stati 70-80 mila l'anno (contro rientri in Italia dell'ordine di 50-60 mila), nei primi anni '60 l'aumento degli arrivi è stato impressionante: 128.257 nel 1960, 142.114 nel 1961, 143.054 nel 1962 (contro rientri dell'ordine di 90-100 mila). L'incremento medio degli italiani in Svizzera era in quegli anni di circa 40.000 l'anno. Inoltre, dal 1961 gli immigrati italiani provenivano soprattutto dal Mezzogiorno.

Bisogna anche aggiungere che tanto l’amministrazione svizzera che quella italiana si trovarono del tutto impreparate ad affrontare i problemi che generava una massa enorme di immigrati fuori controllo, nonostante la legge sugli stranieri del 1931 e le attenzioni del governo svizzero per rendere «equilibrato» il rapporto indigeni-stranieri. Ad approfittarne furono soprattutto i movimenti xenofobi, ma del loro impatto sulla popolazione svizzera e italiana si tratterà nel prossimo articolo.

Per contro, in moltissimi immigrati crescevano il disagio, la precarietà e la paura. Vi furono anche segnali di ottimismo e soprattutto il desidero di guardare avanti, di superare le difficoltà, pensando soprattutto alle giovani generazioni. In questo contesto non possono essere taciuti i contributi offerti proprio dalle due realtà già menzionate, L’ECO e il CISAP, sia pure in ambiti totalmente diversi, e di cui si parlerà ancora in seguito. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 12.02.2026

30 gennaio 2026

Anni Sessanta un decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (prima parte)

Molti immigrati degli anni Sessanta sono rientrati definitivamente in Italia per godersi la meritata pensione e sono pertanto rare le testimonianze dirette sulle vicende migratorie di quel decennio. Esistono tuttavia numerosi studi e documenti privati e pubblici che consentono a chiunque di farsi un’idea alquanto precisa di quel periodo. Vi attingerò abbondantemente per evocare in una sere di articoli quello che dev’essere considerato un decennio fondamentale della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. La narrazione sintetica di quel periodo non è tuttavia finalizzata a rievocare ancora una volta quegli anni (perché i lettori della rivista hanno avuto parecchie occasioni per conoscerli), ma per inquadrare adeguatamente due realtà, sebbene non comparabili, avviate negli anni Sessanta: la nascita della rivista L’ECO e la costituzione di una scuola per la formazione professionale degli immigrati, il CISAP. La prima esiste ancora, la seconda non più. Entrambe, tuttavia costituiscono due testimonianze straordinarie della trasformazione dell’immigrazione italiana in questo Paese.

Sessantesimo del L’ECO e del CISAP


Quando sessant'anni fa, nel 1966, Mando H. Forster lanciò il suo giornale, chiamandolo L’ECO Giornale per gli Italiani in Svizzera, probabilmente non si aspettava che nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno dei più letti e apprezzati dagli immigrati italiani. Il «segreto» di questa riuscita stava soprattutto nei contenuti e nello stile degli articoli. Oltre all'aspetto puramente informativo, molti di essi si distinguevano per la vicinanza ai problemi reali degli immigrati, alle loro ansie e speranze, per la loro indipendenza dal punto di vista delle autorità, per la profondità di alcune analisi sulla condizione migratoria, per la serietà e autorevolezza di alcuni collaboratori, uno per tutti Dario Robbiani, per l’obiettività dei resoconti più importanti.

Nei prossimi articoli, a beneficio soprattutto di chi è interessato a conoscere più in profondità gli anni Sessanta, richiamerò alcuni articoli dell’epoca, particolarmente interessanti.

Il CISAP è stata un’istituzione prestigiosa e preziosa per migliaia di connazionali immigrati, che attraverso idonei corsi di formazione professionale sono riusciti a trasformare la loro esistenza spesso alquanto precaria in una carriera solida e fonte di tranquillità per i diretti interessati e per le loro famiglie. La storia del CISAP, che pochi conoscono, dovrebbe appartenere alle pagine più significative e indimenticabili dell’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Anche sul CISAP, nei prossimi articoli, evidenzierò alcuni aspetti che sanno dell’incredibile. Basti solo pensare che l’istituzione, estesasi nell'arco di un decennio a molte località del Cantone di Berna e, successivamente, della Svizzera, è sorta per iniziativa e per volontà di alcuni lavoratori immigrati sotto la guida di Giorgio Cenni ed è poi riuscita a coinvolgere autorità italiane e svizzere, sindacati e datori di lavoro svizzeri, associazioni e istituzioni varie.

Nello scantinato di questa villetta (Jägerweg 7 di Berna)
sorse nel 1966 la prima sede del CISAP

Gli anni Sessanta in Svizzera

Per comprendere e apprezzare sia l’ECO che il CISAP occorre ricordare, sia pure in rapida sintesi, cosa hanno rappresentato gli anni Sessanta, per la società svizzera, per l’economia, per l’immigrazione, per i rapporti italo-svizzeri. Alcuni dati aiuteranno a capirne la portata.

La società svizzera era in rapida trasformazione sotto la spinta di un’economia in grande sviluppo (soprattutto i settori secondario e terziario), che faticava però a reperire la manodopera necessaria. Poiché il mercato del lavoro interno era quasi completamente prosciugato (nel 1960 in tutta la Svizzera solo 800 persone erano in cerca d’impiego, ma c’erano più di 6000 posti di lavoro non occupati), molte imprese reclutavano direttamente in Italia (soprattutto nel Mezzogiorno), dove la manodopera disponibile era sovrabbondante (nonostante il «miracolo economico») le maestranze di cui avevano bisogno.

Intanto in Svizzera la popolazione straniera continuava a crescere nonostante pendesse sulla politica federale una specie di spada di Damocle perché per legge (1931) il Consiglio federale (governo) doveva vegliare «contro l’eccesso di manodopera estera» e non doveva fornire alcun pretesto alla diffusione della propaganda xenofoba. Tuttavia, sulla buona volontà delle autorità federali prevalevano gli interessi economici.

Sta di fatto che nel 1960, sul totale della popolazione straniera residente (col permesso di domicilio e permessi annuali, esclusi gli stagionali e i frontalieri), 346.233 (59,2%) erano di origine italiana; nel 1970 il loro numero supererà il mezzo milione (583.835) e la loro proporzione si attesterà sul 53,6%. Gli italiani non solo primeggiavano sugli stranieri, ma erano anche in continua crescita benché fosse praticata dal Governo federale, specialmente attraverso gli stagionali, una rigida politica di rotazione della manodopera estera, accentuandone la loro precarietà.

Com’è noto, a decidere i limiti della politica immigratoria intervennero nel decennio successivo il popolo svizzero (con la votazione federale del 7 giugno 1970, che bocciò una iniziava xenofoba), e soprattutto la crisi economica della metà degli anni Settanta. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 27.1.2026

11 gennaio 2026

In memoria di padre Enrico Romanò (1938-2026)

L'8 gennaio 2026 è morto serenamente  padre Enrico Romanò (1938-2026) della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Berna.  Lo ricordo volentieri, anche se non l'ho frequentato molto, tranne le domeniche, quando celebrava la messa nella chiesa di Sant'Antonio di Bümpliz. Nel dopo-messa ci incontravamo spesso nella caffetteria. In quegli incontri, che si erano intensificati in questi ultimi anni prima e dopo la pandemia, credo di aver colto i principali tratti della sua personalità: era un uomo semplice e mite, un cristiano che non conosceva la maldicenza, ma al contrario, riusciva a trovare in tutti qualche aspetto positivo, un sacerdote che ha onorato la sua missione sacerdotale venendo incontro alle richieste delle persone che aveva in cura, soprattutto quelle più anziane e più fragili.

Al compimento del suo 80° compleanno scrissi di lui, fra l’altro: «sacerdote in eterno / dell'Ordine di Melchisedec, / mediatore tra cielo e terra, / seminatore fecondo della Parola di Dio, / annunciatore della Buona Novella / agli attenti e ai distratti; / pastore premuroso e paziente, / compassionevole e mite, / sempre pronto all'ascolto / ma anche consigliere ascoltato, / perché ama la gente /e ne è ricambiato...». Credo che i fedeli che partecipano alle celebrazioni da lui officiate apprezzassero  la sua semplicità, il suo sforzo di chiarezza, ma soprattutto la sua empatia.

Con lui ho avuto una sorta di rapporto speciale, sorretto da una grande stima reciproca e condivisione. Poiché per la preparazione di alcuni articoli sull'Europa cristiana e sul contributo della religione nella storia dell'immigrazione italiana in Svizzera volevo essere ben documentato sul contributo della Chiesa e specialmente degli ultimi Papi, padre Enrico mi fu di grande aiuto fornendomi un’abbondante documentazione sulla storia della Chiesa, sui papi Benedetto XVI e papa Francesco, sul Concilio Vaticano II, sul fondatore della congregazione scalabriniana a cui apparteneva, San Giovanni Battista Scalabrini, e sulla storia della Missione Cattolica Italiana di Berna.

Fu così che scoprii che anche lui, come me, aveva una grande stima di Benedetto XVI, di cui entrambi apprezzavamo non solo la profondità del pensiero teologico, ma anche la precisione e la facilità con cui lo esprimeva. Padre Enrico stimolava il mio interesse fornendomi diversi scritti come encicliche, il Catechismo della Chiesa cattolica, testi per la Via Crucis del Venerdì Santo, ecc. 

Quando in Missione arrivava la rivista dove comparivano i miei articoli andava subito a leggere quanto avevo scritto, ma non per sommi capi come spesso avviene soprattutto quando la materia è complessa o specialistica (anche se i miei articoli erano quasi sempre rivolti al vasto pubblico), bensì integralmente, parola per parola e fino in fondo. Per poterne poi parlare con me, quasi sempre si faceva una fotocopia dell’articolo e sottolineava tutti i punti su cui intendeva chiedermi spiegazioni. Ne parlavamo poi dopo la messa. Trovavo tali conversazioni non solo utili, ma anche stimolanti perché sapevo che padre Enrico non si sarebbe fatto scappare alcun errore, specialmente di contenuto.

So di aver perso non solo un attentissimo lettore, ma anche un critico e un consigliere (fu lui a suggerirmi di non dimenticare l’anno scorso l’anniversario di Laudati si’ di papa Francesco). Sono contento di averlo conosciuto e di averne potuto apprezzare la semplicità, il suo notevole impegno nella preparazione delle omelie (ben sapendo che il pubblico era costituito soprattutto da persone anziane), la sua capacità di non lamentarsi mai degli acciacchi dell’età, la sua bontà d’animo e il suo amore per il prossimo. Grazie, padre Enrico. R.I.P. (gl)


31 dicembre 2025

2015-2025: Laudato si’ (enciclica di papa Francesco)



Nel 2025 non è stato possibile trattare alcuni anniversari significativi della storia svizzera, di quella europea e dell’immigrazione italiana in Svizzera. Ne riprenderò alcuni nel 2026 che sta per iniziare, ma a conclusione della serie di quest’anno ritengo utile, dato il precario stato di salute ecologica del pianeta, ricordare l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ del 2015, una riflessione che unisce ecologia, giustizia sociale e futuro delle prossime generazioni. 

Ci rendiamo conto dell’importanza del creato quando cominciamo a riflettere su alcuni episodi gravi che mettono in pericolo la nostra esistenza (siccità, ondate di calore, incendi, trombe d’aria, uragani, tempeste, alluvioni, smottamenti e fenomeni simili estremi). Eppure il richiamo alla bellezza e alla cura del creato ci viene di lontano, dagli antichi cosmologi greci o da quando, 800 anni fa, San Francesco d’Assisi scrisse il Cantico delle creature (1224), per invogliarci ad amare l’opera della creazione, persino la morte. Che la Chiesa sia intervenuta nuovamente (2015) con l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco per ricordarci di aver cura della terra non deve meravigliarci perché da sempre essa considera l’ambiente come dono di Dio da custodire e non da sfruttare, la casa comune in cui abitare da inquilini e non da padroni, perché dovrà servire anche a chi verrà dopo di noi e su di essa avrà gli stessi diritti che abbiamo noi.

Papa Francesco nella tradizione

L’enciclica di papa Francesco del 2015 ribadisce il nostro dovere di aver cura di questa nostra casa comune, ringraziando Dio (come fece san Francesco nel testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore) dei doni che ci ha fatto, ma anche rispettando l’ordine naturale delle cose in cui è possibile percepire Dio come il Punto Omega di cui parlava nella prima metà del Novecento il gesuita Teilhard de Chardin.

San Francesco non è stato solo «il primo ecologista della storia» (come lo ha definito recentemente Roberto Benigni) ma anche il celebrante più celebre della fratellanza umana con l’ambiente. Nessun altro prima di lui si era rivolto al Creatore con queste parole: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole… sora luna e le stelle … frate vento e aere e nubilo e sereno et onne tempo… sor’aqua, la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta…. frate focu, ... sora nostra matre terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti flori et herba… sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare … Laudate e benedicete mi’ Signore e ringratiate e serviateli cum grande humilitate».

Anche Benedetto XVI ha trattato il tema
nella sua enciclica Caritas in veritate (2009), nella quale ricorda che «la protezione dell'ambiente, delle
risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta». 
A ben vedere quando la Chiesa, basandosi sulla Sacra Scrittura, parla della Terra o più in generale del Creato, non si riferisce in primo luogo agli elementi fisici, al loro funzionamento e alla loro conservazione, ma al loro rapporto con Dio e con l’uomo: con Dio perché tutto il creato proviene da Lui, con l’uomo perché ne è il destinatario. Tuttavia, già Leone XIII nell'enciclica Rerum Novarum (RN) evidenziava la responsabilità dell’uomo nella cura del creato, sottolineando i concetti oggi alla base di ogni seria strategia ecologica, ossia la sostenibilità e la sussidiarietà: poiché su questa terra l’uomo è di passaggio, è suo compito prima di tutto conservarla (non distruggerla) e possibilmente migliorarla per renderla più vivibile anche dalle future generazioni. La terra, infatti, «Iddio l’ha data a uso e godimento di tutto il genere umano».

Un altro concetto centrale di questa visione ecologica della Chiesa, sempre presente da Leone XIII a papa Francesco e ora anche a papa Leone XIV, è quello di «bene comune» perché l'ambiente naturale è stato donato da Dio a tutti e ogni essere umano deve averne cura e sentire la responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera. Questa nozione, su cui si fonda il bene comune, implica pertanto che politica ed economia siano al servizio non solo dei singoli ma anche delle collettività, rispettando i diritti fondamentali di ogni persona e dei popoli, garantendo condizioni lavorative dignitose e solidarietà, superando sia il capitalismo selvaggio che il socialismo e favorendo un ordine sociale più equo, fondato sulla giustizia, la pace e la fraternità universale.

Di fronte all'attuale crisi climatica, all'acqua che scarseggia, ai ghiacciai che si sciolgono, agli eccessi di freddo o di caldo, al grave stato di salute del pianeta, alle persone che muoiono di fame, alle devastazioni prodotte dalle carestie e dalle guerre, al capitalismo sfrenato che stride con la crescente povertà, il richiamo della Chiesa per «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni» (Benedetto XVI) e per un’«ecologia integrale» (papa Francesco), dovrebbe far riflettere chi ha responsabilità politiche ed economiche ma anche i singoli consumatori. Aver cura dell’ambiente, infatti, non può essere disgiunto dalla giustizia sociale, dall'equità verso i poveri, dalla lotta contro le disuguaglianze, dall’impegno per la pace, dal rispetto della vita.

Rileggendo il Cantico delle creature o l’enciclica Laudato si’ non dovremmo mai dimenticare che in questi scritti si sta lodando Dio, l’Altissimo, il Creatore per le creature tutte che sono amabili in quanto doni di cui servirci, ma anche di cui aver cura per lasciare che anche altri, nel futuro, possano servirsene. 

BUON ANNO 2026!

Giovanni Longu
Berna 31.12.2025

30 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (seconda parte)

Nella prima parte di queste considerazioni sulla guerra tra Russia e Ucraina ho voluto evidenziare quanto la guerra, e soprattutto questa, sia blasfema e disumana, per cui è auspicabile che finisca presto. Purtroppo sul «come» dovrebbe finire i pareri, specialmente tra i contendenti, sono talmente distanti che anche i commentatori ricorrono sempre meno ad aggettivi tipo «giusta» o «dignitosa» e parlano semplicemente di «pace». Solo papa Leone XIV aggiunge ancora alla parola «pace» due aggettivi: «disarmata e disarmante» perché tale dev’essere una pace vera e sostenibile, ossia fondata non sulla forza (riarmo) ma sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla collaborazione. Su questi principi si è sviluppata e rafforzata la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale e solo su queste basi sarà possibile ristabilirla anche tra Russia e Ucraina, pur tenendo conto della realtà.

Nazionalismi riprovevoli

Troppo a lungo, a mio parere, i media si sono soffermati sulle cause della guerra e sulle ragioni e i torti dei contendenti, troppo poco sulle soluzioni possibili. Ho sostenuto in più occasioni che questa guerra non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, ma hanno finito per prevalere i due incompatibili nazionalismi, quello russo e quello ucraino, entrambi di stampo ottocentesco e ugualmente riprovevoli. Pertanto la fine della guerra non dovrebbe avvantaggiare né l’uno né l’altro belligerante, perché l’opinione pubblica mondiale ha ormai assimilato i due concetti fondamentali recepiti dallo Statuto dell’ONU: i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli vanno salvaguardati sempre e dovunque; le controversie fra Stati si devono risolvere pacificamente.

In base a questa premessa la Russia non dovrebbe avvantaggiarsi di questa guerra perché ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina dovrebbe avvantaggiarsene perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone, ma è a servizio del popolo unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini. Entrambe stanno conducendo una guerra blasfema e disumana, lontanissima dai principi sanciti dall'ONU, che pur con tanti limiti, vanno considerati punti di riferimento certi per l’orientamento degli Stati.

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum), cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Colpevole, al riguardo, mi sembrano anche l’UE e la NATO, che hanno sposato caparbiamente una tesi, la peggiore, perché il riarmo spinge fatalmente al proseguimento della guerra e persino ad ampliarla, invece di cercare ostinatamente il compromesso, la pace. E sotto questo aspetto non trovo condivisibile nemmeno l’opinione del Capo dello Stato italiano Sergio Mattarella per il quale la spesa per il riarmo, pur essendo «poco popolare», «poche volte come ora, è necessaria».

Se l’Italia che ripudia la guerra e l’Europa  volessero veramente tutelare la sicurezza della pace, dovrebbero farsi promotori di pace invece di perseguire il miraggio di una pace «giusta» mediante un riarmo esoso e inutile. Dovrebbero impegnarsi seriamente contro i nazionalismi, che tendono a dissuadere da un condiviso impegno per il bene comune. L’essersi schierate decisamente da una parte le priva del diritto e della possibilità di mediare tra i due belligeranti. Sarebbe stato possibile se avessero cercato di convincere l’Ucraina e la Russia al rispetto ed eventualmente al miglioramento degli Accordi di Minsk del 2014 e 2015.

Europa smemorata!

Peccato che proprio i responsabili europei delle Istituzioni comunitarie e degli Stati membri siano così smemorati e ignoranti di storia patria da non avvertire i rischi di una guerra che potrebbe protrarsi ancora a lungo e di un riarmo senza freni. Sanno dove ha portato il riarmo della prima metà del secolo scorso? È vero che la storia non è sempre «magistra vitae», ma quella europea qualcosa dovrebbe insegnare a chi ne detiene le maggiori responsabilità e a tutti i cittadini del vecchio continente. Nella storia europea, di fronte alle tante guerre che hanno insanguinato il continente con milioni di morti e feriti negli ultimi tre secoli si conoscono sia pure sommariamente i pretesti che le hanno fatte deflagrare e alcune conseguenze, ma si ignora (spesso volutamente) la ragione profonda che le ha provocate. Essa ha un nome ben preciso: nazionalismo, anche se difficilmente definibile in tutte le sue forme. Esso, purtroppo, è ancora presente in Europa.

Era già all’origine della Guerra dei trent’anni (1618-1648), anche se le motivazioni erano apparentemente religiose (lotte tra cattolici e protestanti), ma raggiunse il culmine dapprima nella guerra franco-prussiana (1870-1871) e nelle guerre napoleoniche (1803-1815), poi nella prima guerra mondiale (1914-1918) e soprattutto nella seconda guerra mondiale (1939-1945), ma anche nella guerra fredda (1945-1991), in cui il nazionalismo era latente benché subordinato all’ideologia dei due blocchi (blocco occidentale NATO, blocco orientale Patto di Varsavia) o sfere d’influenza. (Segue)

28 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (prima parte)

Nella speranza che il 2026 segni la fine del conflitto russo-ucraino, blasfemo e disumano, desidero ritornare sull'argomento, già trattato in numerosi articoli fin dal 2014, con alcune riflessioni sulla situazione e sulle condizioni di pace «giusta». Prima, tuttavia, una riflessione di carattere generale. Oggi si parla di questa guerra come se si trattasse di un videogioco, senza rendersi conto che nella realtà, anche solo a parlarne, nei termini con cui ne riferiscono oggettivamente i media, è orribile e inaccettabile, da condannare con fermezza e senza esitazione (cfr. Vaticano II, Gaudium et spes, 1965). Per i cristiani, è anche blasfema, un crimine contro Dio oltre che contro l’umanità. In questa guerra tra russi e ucraini, infatti,  a combattersi sono due popoli in gran parte cristiani. Purtroppo entrambi rivendicano di avere buone ragioni per combatterla, ma dimenticano che non esiste una «guerra giusta». Pertanto essa non avrebbe dovuto nemmeno iniziare e comunque è ora di finirla con una pace sincera e duratura, dando al mondo un segnale credibile di riconciliazione e di fede oltre che in Dio «nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole» (Statuto ONU, Preambolo). È possibile? «La pace è sempre possibile, ma bisogna cercarla senza mai rassegnarsi» (papa Francesco).

Guerra blasfema e disumana

La guerra tra Russia e Ucraina non è una guerra di religione e i due popoli coinvolti, entrambi cristiani, invece di rincorrere una vittoria forse impossibile, dovrebbero imboccare definitivamente la via della pace, perché la guerra è blasfema, offende Dio e la sua creazione più nobile, l’uomo e la donna creati a sua immagine e somiglianza. Secondo il Vecchio Testamento, ad essi Dio ha affidato il compito di trasmettere la vita («crescete e moltiplicatevi») e impartito l’ordine di non distruggerla («non uccidere»). La guerra è contraria all'uno e all'altro, è contraria alla volontà di Dio, è blasfema.

Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo è andato oltre, indicando ai cristiani nell’amore per il prossimo («ama il prossimo tuo come te stesso») un nuovo comandamento, secondo solo a quello di amare Dio sopra ogni cosa. Sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento la vita è considerata «sacra», un valore assoluto, da rispettare incondizionatamente, anche nei nemici (perché Gesù Cristo non ha sottoposto il nuovo comandamento ad alcuna condizione tipo «se l’altro ti è amico», «se ti è simpatico», «se è buono», «se la pensa come te» o caratteristiche simili. La guerra non può essere cristiana.

La guerra è dunque contraria alla volontà di Dio, ma è anche contraria alla dignità della persona umana perché la vita umana è unica, insostituibile, preziosa. Eppure se ne parla come se non riguardasse né Dio né l’uomo. Persino l’Europa a maggioranza cristiana, che avrebbe tutto l’interesse a ripudiarla e a farla cessare, perché insensata, troppo rischiosa e contraria ai suoi tradizionali principi, la subisce e in qualche misura persino la alimenta, illudendosi di farla finire (ma quando?) con la forza delle armi, grazie a un riarmo straordinario, pazzesco (!). La guerra è disumana.

L’Italia ripudia la guerra?

Recentemente mi ha colpito, negativamente, una frase del presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, secondo cui bisognerebbe superare le resistenze dell’opinione pubblica contraria all'aumento della spesa pubblica a causa dei programmi di riarmo «in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali». No, signor Presidente, i rischi «concreti e attuali» vanno dimostrati e a tutt'oggi nessuno è in grado di provarli. Inoltre, in una grande democrazia, se il popolo mostra di non gradire certe spese perché le ritiene esagerate, infondate e inutili, dovrebbe essere difficile per chiunque ritenerlo inconsapevole dei rischi, indifferente o incosciente.  

In ogni caso, un Paese che enuncia tra i «Principi fondamentali» della sua Costituzione, di cui Lei è garante, che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11) non dovrebbe, prima di pensare di dotarsi di «efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva», cioè armi micidiali che finirebbe inevitabilmente per usare, attivare la diplomazia, ma non nel senso di prefigurarsi un nemico da combattere (perché poi i Russi, anche se non vengono espressamente nominati, che hanno contribuito eroicamente a liberarci dal nazifascismo?!) e predisporre un costosissimo arsenale per difendersi (o magari abbatterlo preventivamente), bensì nel senso prospettato dall'ONU di adoperarsi per «riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», «per mantenere la pace e la sicurezza internazionale», per contribuire con altri popoli «a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti», ecc. come vorrebbe lo Statuto dell’ONU di cui l’Italia fa parte? (Segue).

Giovanni Longu
Berna 29.12.2025