Trovo ragionevole festeggiare e riflettere sulla nascita
della Repubblica Italiana 80 anni fa, perché non fu né improvvisa né frutto di
eventi insurrezionali o rivoluzionari, ma voluta convintamente dal popolo
italiano. La sua nascita fu molto laboriosa e contrastata. Basti pensare che i
partiti vincitori della lotta partigiana cominciarono a litigare prima ancora
che il popolo italiano decidesse sulla forma istituzionale dello Stato, che sui
partiti maggiori esercitarono forti pressioni, prima ancora che finisse la
guerra, sia l’Unione Sovietica che gli Alleati anglo-americani,
che gli Alleati rinviarono al 2 giugno 1946 il referendum istituzionale e
l’elezione dell’Assemblea Costituente, impedendo al popolo italiano di disfarsi
subito «del regime monarchico e della dinastia che aveva aperto le porte al
fascismo e precipitato l’Italia nel baratro» (Piero Calamandrei).
La Repubblica della speranza
Fu certamente grande l’emozione provata dalla maggioranza
degli italiani quando, dopo una lunga attesa, il 10 giugno 1946 la Corte
Costituzionale proclamò i risultati ufficiali del referendum: la Repubblica
aveva vinto con 12.718.641 voti (54,27%) contro i 10.718.502 della Monarchia
(45,73%), sancendo la fine della dinastia sabauda. È pure comprensibile la
delusione di chi avrebbe preferito la vittoria della Monarchia, specialmente al sud,
ma soprattutto la preoccupazione dei responsabili dei partiti candidati alla
guida dell’Italia perché oltre a rimarginare le ferite profonde della guerra
dovevano sanare la frattura evidenziata dal referendum, tra un Nord che aveva
preferito la Repubblica e il Centro-Sud in cui era prevalso il voto in favore
della monarchia.
Il sentimento dominante degli italiani era tuttavia la speranza,
«la grande speranza» come la chiamerà Luigi Einaudi, secondo presidente della
Repubblica Italiana, il quale preconizzava pure l’Unione europea («La necessità di unificare l'Europa è evidente»). Il fatto stesso che su 28 milioni di italiani aventi diritto al voto i votanti siano stati quasi 25 milioni,
pari all’89,08%, indica la speranza degli italiani nel cambiamento non solo del
regime (dall’autoritarismo del fascismo alla democrazia), ma anche istituzionale
(dalla monarchia alla repubblica) e della vita quotidiana. Quella speranza era
sostenuta da una comune volontà di risorgere, di crescere e perché no di
consumare, di vivere, strappandosi di dosso «fame, miseria, stracci» (Alberto
Moravia, 1944).
Il rovescio della medaglia
La stessa medaglia che sembra evocare solo sviluppo, benessere,
consumismo e gioia di vivere aveva in realtà anche un rovescio meno ottimistico
perché la guerra sembrava aver scaricato gran parte dei suoi mali (povertà,
disoccupazione, analfabetismo, emigrazione…) soprattutto nel Mezzogiorno ancora
allo stremo, come se davvero Cristo si fosse fermato a Eboli (parafrasando il
celebre libro di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, 1945).
Al Sud la speranza era viva, ma non bastava a saziare la fame
perché un bracciante guadagnava appena 200 lire al giorno e l’inflazione galoppava. Per chi non riusciva ad «arrangiarsi» non restava che emigrare, anche
verso la Svizzera. Anche al Nord, tuttavia, non tutti riuscivano ad avere un
lavoro e un salario dignitoso. Nel 1948 il totale dei disoccupati riguarderà
oltre due milioni di persone. Anche dal Nord la strada della emigrazione era
molto battuta.
Perché la vita potesse davvero cambiare occorrevano riforme
radicali e una grande collaborazione tra le forze politiche, ma queste, che
erano state unite nella lotta per la liberazione e nei governi di transizione
dalla monarchia alla repubblica fino al 1946 (i cosiddetti «governi di unità
nazionale»), ora si combattevano per il potere. Al termine delle ostilità,
subito dopo la Liberazione, le sinistre (comunisti e socialisti) si sentivano
pronte ad andare al governo, ma la stessa rivendicazione era avanzata dalla
Democrazia cristiana, che alle elezioni del 2 giugno 1946 per la Costituente aveva
ottenuto la maggioranza relativa dei seggi e gli Alleati erano contrari a un
«governo di estrema destra» (intendevano un governo diretto da comunisti e socialisti).
La Costituzione
I Padri e le Madri Costituenti svolsero un lavoro intenso e minuzioso
fino alla fine del 1947. Erano coscienti di dover fornire al Paese non solo i
principi su cui fondarsi, ma anche le basi della nuova struttura dello Stato e
le regole per il suo funzionamento. A detta della maggioranza degli studiosi il
risultato fu eccellente, anche perché la Costituzione italiana insiste non solo
sui principi, ma anche sull'equilibrio dei poteri dello Stato e sui diritti
inviolabili delle persone.

La Repubblica Italiana, che doveva fondarsi sulla nuova
Costituzione, non è stata tuttavia ancora capace di realizzarla fino in fondo;
ma il popolo italiano, che è rimasto fedele allo spirito originario, positivo e
aperto al futuro, antifascista, laborioso e intraprendente, garantirà anche in
futuro che le istituzioni ne continuino la realizzazione fino a quando sarà
chiaro a tutti che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (art.
1.1), che «la sovranità appartiene al popolo» (art. 1.2), che tutti i cittadini
hanno «diritti inviolabili» e sono uguali davanti alla legge «senza distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali» (art. 3.1), che la Repubblica deve «rimuovere
gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà
e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione
politica, economica e sociale del Paese» (art. 3.2), che «l’Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali…» (art. 11), ecc.
Questa era l’Italia preconizzata da Piero Calamandrei, uno
dei padri costituenti, quando il 9 giugno 1946 scriveva sul Corriere della
Sera: «Ecco la nostra Repubblica: non improvvisata, non balzata su in un
giorno di torbida passione, Repubblica voluta, meditata, paziente, ragionata... Reprimiamo nel cuore la commozione che
vorrebbe salire: limitiamoci ad accorgerci con pacata serenità consapevole che
una Repubblica nata cosi è destinata a durare nei secoli». Certamente, però, Calamandrei non pensava che alcune riforme esistenziali sarebbero state rimandate sine die, per esempio quelle previste dall'articolo 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. / È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese») o dell'articolo 11 («L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo»).
Giovanni Longu
2 giugno 2026