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30 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (seconda parte)

Nella prima parte di queste considerazioni sulla guerra tra Russia e Ucraina ho voluto evidenziare quanto la guerra, e soprattutto questa, sia blasfema e disumana, per cui è auspicabile che finisca presto. Purtroppo sul «come» dovrebbe finire i pareri, specialmente tra i contendenti, sono talmente distanti che anche i commentatori ricorrono sempre meno ad aggettivi tipo «giusta» o «dignitosa» e parlano semplicemente di «pace». Solo papa Leone XIV aggiunge ancora alla parola «pace» due aggettivi: «disarmata e disarmante» perché tale dev’essere una pace vera e sostenibile, ossia fondata non sulla forza (riarmo) ma sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla collaborazione. Su questi principi si è sviluppata e rafforzata la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale e solo su queste basi sarà possibile ristabilirla anche tra Russia e Ucraina, pur tenendo conto della realtà.

Nazionalismi riprovevoli

Troppo a lungo, a mio parere, i media si sono soffermati sulle cause della guerra e sulle ragioni e i torti dei contendenti, troppo poco sulle soluzioni possibili. Ho sostenuto in più occasioni che questa guerra non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, ma hanno finito per prevalere i due incompatibili nazionalismi, quello russo e quello ucraino, entrambi di stampo ottocentesco e ugualmente riprovevoli. Pertanto la fine della guerra non dovrebbe avvantaggiare né l’uno né l’altro belligerante, perché l’opinione pubblica mondiale ha ormai assimilato i due concetti fondamentali recepiti dallo Statuto dell’ONU: i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli vanno salvaguardati sempre e dovunque; le controversie fra Stati si devono risolvere pacificamente.

In base a questa premessa la Russia non dovrebbe avvantaggiarsi di questa guerra perché ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina dovrebbe avvantaggiarsene perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone, ma è a servizio del popolo unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini. Entrambe stanno conducendo una guerra blasfema e disumana, lontanissima dai principi sanciti dall'ONU, che pur con tanti limiti, vanno considerati punti di riferimento certi per l’orientamento degli Stati.

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum), cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Colpevole, al riguardo, mi sembrano anche l’UE e la NATO, che hanno sposato caparbiamente una tesi, la peggiore, perché il riarmo spinge fatalmente al proseguimento della guerra e persino ad ampliarla, invece di cercare ostinatamente il compromesso, la pace. E sotto questo aspetto non trovo condivisibile nemmeno l’opinione del Capo dello Stato italiano Sergio Mattarella per il quale la spesa per il riarmo, pur essendo «poco popolare», «poche volte come ora, è necessaria».

Se l’Italia che ripudia la guerra e l’Europa  volessero veramente tutelare la sicurezza della pace, dovrebbero farsi promotori di pace invece di perseguire il miraggio di una pace «giusta» mediante un riarmo esoso e inutile. Dovrebbero impegnarsi seriamente contro i nazionalismi, che tendono a dissuadere da un condiviso impegno per il bene comune. L’essersi schierate decisamente da una parte le priva del diritto e della possibilità di mediare tra i due belligeranti. Sarebbe stato possibile se avessero cercato di convincere l’Ucraina e la Russia al rispetto ed eventualmente al miglioramento degli Accordi di Minsk del 2014 e 2015.

Europa smemorata!

Peccato che proprio i responsabili europei delle Istituzioni comunitarie e degli Stati membri siano così smemorati e ignoranti di storia patria da non avvertire i rischi di una guerra che potrebbe protrarsi ancora a lungo e di un riarmo senza freni. Sanno dove ha portato il riarmo della prima metà del secolo scorso? È vero che la storia non è sempre «magistra vitae», ma quella europea qualcosa dovrebbe insegnare a chi ne detiene le maggiori responsabilità e a tutti i cittadini del vecchio continente. Nella storia europea, di fronte alle tante guerre che hanno insanguinato il continente con milioni di morti e feriti negli ultimi tre secoli si conoscono sia pure sommariamente i pretesti che le hanno fatte deflagrare e alcune conseguenze, ma si ignora (spesso volutamente) la ragione profonda che le ha provocate. Essa ha un nome ben preciso: nazionalismo, anche se difficilmente definibile in tutte le sue forme. Esso, purtroppo, è ancora presente in Europa.

Era già all’origine della Guerra dei trent’anni (1618-1648), anche se le motivazioni erano apparentemente religiose (lotte tra cattolici e protestanti), ma raggiunse il culmine dapprima nella guerra franco-prussiana (1870-1871) e nelle guerre napoleoniche (1803-1815), poi nella prima guerra mondiale (1914-1918) e soprattutto nella seconda guerra mondiale (1939-1945), ma anche nella guerra fredda (1945-1991), in cui il nazionalismo era latente benché subordinato all’ideologia dei due blocchi (blocco occidentale NATO, blocco orientale Patto di Varsavia) o sfere d’influenza. (Segue)

09 luglio 2025

1935: Aggressione italiana dell’Etiopia

90 anni fa l’Italia fascista aggrediva l’Etiopia per mania di grandezza imperiale e per trovare una destinazione sicura all'emigrazione. Non credo che questo anniversario sarà ricordato dai grandi media, specialmente in Italia. Per fortuna il tempo cancella molte ferite, ma non mi sembra privo d’interesse sia come fatto storico, legato fra l’altro alla politica migratoria del tempo, e sia come spunto di riflessione sull'attualità e soprattutto sui rischi che anche la nostra società può correre se non si percepisce il nazionalismo come una minaccia e non si riesce a produrre i necessari anticorpi per liberarcene. E’ vero che quell'aggressione è imputabile a una politica scellerata del fascismo, ma non si può ignorare che a renderla accettabile anche da moltissimi immigrati, furono un diffuso nazionalismo, carenze democratiche e indifferenza sociale. Purtroppo il nazionalismo è nuovamente in crescita in Europa e anche in Italia e si fa poco per denunciarne la pericolosità. La corsa al riarmo, la bassa considerazione degli immigrati e dei diritti umani e lo scarso impegno per «lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità» (Paolo VI nell'enciclica Populorum progressio del 1967) non promettono nulla di buono. Dovremmo reagire tutti.

I fatti in breve

Va premesso che l’Italia fino allo scoppio della prima guerra mondiale aveva scelto come sfogo ai rischi della disoccupazione e della sovrappopolazione la via dell’emigrazione regolare, mentre il regime fascista, anche per aggirare le restrizioni di molti Paesi all'immigrazione in seguito alla crisi economica dei primi anni Trenta, privilegiò «il mito delle colonie di popolamento».

L’invasione dell’Etiopia rientrava in questa politica, senza rendersi conto dei rischi. Le operazioni militari si svolsero  fra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936, a partire dalle colonie italiane d’Eritrea e Somalia. Mussolini era convinto che la potenza di una nazione dipendesse dal suo impero coloniale, pur sapendo che i territori più vantaggiosi erano già occupati. Volle ugualmente la conquista di un Paese arretrato e male armato come era allora l’Etiopia, convinto «che ormai gli fosse tutto possibile usando la forza» e una rapida vittoria fosse alla sua portata. La campagna d’Etiopia fu un’interminabile strage con centinaia di migliaia di morti militari e civili, attuata con bombardamenti massicci, l'impiego di armi chimiche e la repressione contro la popolazione etiope.

Dopo qualche momento di esitazione, a causa degli accordi di mutua convenienza sanciti dai Patti Lateranensi (1929) e della posizione del clero italiano, che appoggiava in gran parte la guerra, il papa Pio XI intervenne decisamente il 28 agosto 1935 dichiarando che «una guerra condotta unicamente per conquistare era una guerra ingiusta: qualcosa di indicibilmente triste ed orrenda”. Mussolini non lo ascoltò, ma non altrettanto fecero altre potenze che investirono del caso la Società delle Nazioni (SdN), antesignana dell’ONU. E questa decise severe sanzioni contro l’Italia, a cui aderì anche la neutrale Svizzera.

Le reazioni tra gli emigrati

Manifesto in vista della votazione del 16.5.1920
 sull'adesione svizzera alla Società delle Nazioni
(Biblioteca nazionale svizzera, Berna).
Le sanzioni non furono senza conseguenze non solo in Italia (dove suscitarono soprattutto una ventata di nazionalismo e di patriottismo che portò al successo della campagna per il dono delle fedi nuziali destinata a procurare oro alla nazione), ma in tutto il mondo italofono. In particolare negli Stati Uniti contribuirono ad accrescere la popolarità del Duce e ad animare l’orgoglio nazionale, soprattutto tra gli italo-americani, che nel 1935 raccolsero mezzo milione di dollari per sostenere l'invasione italiana dell'Etiopia.

In Svizzera non ci fu una reazione omogenea perché, come si è visto negli articoli precedenti, l’antifascismo aveva cominciato a far presa su gruppi organizzati già dagli anni Venti e sul solido gruppo socialista di Zurigo che faceva riferimento al «Cooperativo». Per questo l’aggressione dell’Italia all'Etiopia tra gli immigrati italiani non è stata particolarmente seguita, anche per il tiepido atteggiamento governativo svizzero.

Al riguardo desidero ricordare che la reazione della Confederazione alle decisioni della Società delle Nazioni è stata alquanto singolare. Infatti, pur aderendo in quanto Stato membro, alle sanzioni della SdN, decise di non applicarle rigidamente nei confronti dell’Italia, ritenuta un «Paese amico». Al consigliere federale Giuseppe Motta, capo della politica estera, più della fedeltà al Patto della SdN interessava la difesa della neutralità della Svizzera e soprattutto degli interessi economici in Italia (si pensi al problema degli approvvigionamenti). Di fatto, la Svizzera finì per adottare le sanzioni contro l’Italia solo in misura molto blanda, quasi simbolica. Non solo, nel dicembre del 1936 la Svizzera, su proposta di Motta al Consiglio federale, fu il primo Paese neutrale a riconoscere ufficialmente l’Impero italiano in Africa e a considerarne i suoi abitanti nel contesto del Trattato di domicilio e consolare tra Svizzera e Italia del 1868.

In conclusione

Oggi rievoco quella tragica aggressione, in cui i soldati italiani del Ventennio si macchiarono di atroci delitti, non solo come un fatto storico che ha influito sull'emigrazione italiana nel mondo, ma anche per denunciare che il fascismo aveva talmente contagiato il mondo degli emigrati italiani organizzati da far pensare che bastasse una vittoria militare, per altro immeritata data l’evidente differenza della preparazione degli eserciti contrapposti, per far dimenticare le umiliazioni subite nel Paese d’immigrazione. Purtroppo molti non si rendevano conto che solo una buona integrazione e uno sforzo di solidarietà collettiva li avrebbe parificati agli autoctoni.

Ricordare l’aggressione italiana dell’Etiopia, che all'epoca suscitò tra gli emigrati grandi entusiasmi un po’ ovunque, vuol essere anche un richiamo alle responsabilità individuali per evitare che il nazionalismo, anche in forme apparentemente innocue, possa produrre in futuro danni enormi e un invito a diffidare di forme ambigue e pericolose di deterrenza, perché la corsa al riarmo di oggi non promette nulla di buono e non mi sembra saggio invocare la pace preparando la guerra.

Giovanni Longu
Berna 9 luglio 2025


26 marzo 2025

1905-14: venti di guerra in Europa

In questo articolo non viene ricordato un anniversario in particolare, per esempio l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale (1915) - che verrà trattato in seguito - ma il periodo precedente, perché può aiutare a capire il senso, o meglio il non senso, anche della seconda guerra mondiale e persino dell’attuale guerra in corso in Europa. Uno storico, Eric Hobsbawm, ha chiamato il XX secolo «il secolo breve», perché il lasso di tempo tra il 1914 e il 1991, ossia fra la prima guerra mondiale e il crollo dell’Unione Sovietica, presenterebbe secondo lui, un carattere coerente, a differenza di quello «lungo», il XIX, iniziato con la Rivoluzione francese (1789) e terminato dalla «belle Époque». Questa opinione, certamente rispettabile, non mi pare condivisibile, soprattutto alla luce delle cause della prima come della seconda guerra mondiale e anche del crollo dell’impero sovietico. Si può infatti intravedere facilmente nel nazionalismo una delle cause principali e una sorta di fil rouge che lega i diversi eventi drammatici della prima metà del XX secolo e persino della guerra in corso tra Russia e Ucraina.

Consenso popolare estorto e ingannevole

Il nazionalismo più temuto nel 1905 era quello russo!
La pace di Francoforte (10.05.1871) seguita alla guerra franco-prussiana (1870-71) per il dominio dell’Alsazia e della Lorena non fu considerata decisiva e duratura né dai perdenti francesi né dai vincitori prussiani: la lotta per l’egemonia in Europa non era nemmeno cominciata, tenendo presenti le rivalità esistenti tra le varie Potenze europee per l’egemonia nelle colonie. Del resto, non va dimenticato che gli appetiti europei non li provavano solo la Germania e la Francia, ma anche la Gran Bretagna, l’Impero austro-ungarico e l’Impero russo. Persino l’Italia aspirava a una maggiore considerazione nella politica internazionale. (Il capo del governo Francesco Crispi sosteneva che «le colonie sono una necessità della vita moderna. Noi non possiamo rimanere inerti… altrimenti saremmo colpevoli di un gran delitto verso la patria nostra».

E’ vero che fino allo scoppio della prima guerra mondiale in Europa, esclusa la Russia (cfr. articolo precedente), regnava una relativa pace e i vari popoli si godevano, chi più chi meno, la belle Époque e il benessere che l’industrializzazione, i commerci e il turismo distribuivano in abbondanza, ma soprattutto le grandi Potenze pensavano seriamente anche alla guerra. La corsa al riamo coinvolse pressoché tutti gli Stati, i forti «per mantenere il proprio potere», i deboli «per correre alla riscossa», i neutrali, come la Svizzera,  «per mantenere la propria indipendenza». Tutti cercavano di potenziare gli eserciti di terra e di mare, predisponevano ogni sorta di difesa in prossimità dei confini, seguivano i rapidi sviluppi dell’aeronautica militare, si dotavano delle armi più sofisticate e potenti, studiavano con chi era più vantaggioso allearsi, elaboravano piani di guerra... perché le tensioni internazionali aumentavano.

Questo spiega anche perché i sentimenti popolari, il patriottismo, l’insistenza sul prestigio internazionale, la difesa della libertà, la prospettiva di migliori condizioni di vita e l’unità nazionale sul finire dell’Ottocento venissero molto sollecitati. Per partecipare a una guerra ritenuta sempre più inevitabile, i governi cercavano di carpire il consenso popolare anche facendo balenare la prospettiva di grandi ricadute positive nell'economia e nel sociale. A questi sentimenti si aggiungeva spesso, specialmente nelle grandi Potenze coloniali, un pregiudizio razziale (benché già contestato scientificamente da decenni) che faceva ritenere ad alcuni popoli europei militarmente forti e appartenenti a razze presunte «superiori», il «diritto» di sottometterne altri «inferiori» e meno forti.

Nazionalismi nella storia

Facendo tesoro della distinzione tra «causa» e «pretesto» di Vilfredo Pareto (1848-1923) proprio in riferimento alla prima guerra mondiale, ritengo che le vere cause della prima guerra mondiale vadano ricercate soprattutto nelle ambizioni delle grandi Potenze ad estendere la loro egemonia su spazi più grandi di quelli nazionali, incuranti dei loro abitanti e ricorrendo persino a giustificazioni moralistiche, come il diritto dei popoli più virtuosi ad opporsi a quelli dominati dalla «sete dell’oro» e dei popoli che si ritengono «unti dal Signore» a combattere quelli «senza Dio», ecc.

Si dimenticava sistematicamente che il nazionalismo nella storia dell’umanità è all'origine di quasi tutte le guerre e di milioni di morti, che fa aumentare la già grande dose di odio presente nelle nostre società e che sfocia spesso nella guerra. Soprattutto i responsabili della politica e degli Stati dovrebbero fare maggiore attenzione alle parole che usano e alle decisioni che prendono a livello internazionale e comunque la loro maggiore preoccupazione non dovrebbe essere quella di prepararsi alla guerra, ma di preparare la pace, stimolando la comprensione reciproca, la tolleranza, la collaborazione, lo sfruttamento in comune delle risorse disponibili, la prosperità di tutti.

Giovanni Longu
Berna 26.03.2025

22 maggio 2024

17. L'Europa e Pio XI

Dopo l’«inutile strage» della prima guerra mondiale, numerosi analisti cominciarono a studiarne le cause e a ipotizzare soluzioni preventive efficaci. Cominciò a farsi strada anche l’idea di una federazione europea, da taluni ritenuta «l’unica adeguata risposta» ai problemi di fondo all'origine del conflitto. In questa riflessione s’inserì anche il diverso approccio del papa Pio XI (1857-1939), succeduto a Benedetto XV nel 1922. Pur non essendo contrario all'idea di una federazione di Stati europei, egli focalizzò la sua analisi delle cause e dei possibili rimedi soprattutto nella sfera dei rapporti sociali, ritenendo centrali alla luce del Vangelo «il senso della dignità personale e del valore della stessa persona umana» e lo «spirito di vera fraternità».

Pio XI tra guerra e pace

Ritratto di Pio XI di Ph. de László (1924)
A succedere a Benedetto XV (1922) fu chiamato Achille Ratti (1857-1939) col nome di Pio XI. Appena eletto non si sottrasse ai gravosi impegni che lo attendevano: proteggere la Chiesa, minacciata in tanti parti del mondo, e favorire soprattutto in Europa una «pace vera».

Sul primo impegno Pio XI incontrò meno difficoltà che sul secondo. Infatti riuscì a concludere utili Concordati con numerosi Stati, in particolare con l’Italia (Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929) e con la Germania (1933, in difesa dei cattolici, ma anche nell'«interesse capitale al pacifico sviluppo e al benessere del popolo tedesco»). Sul tema della pace, invece, ebbe minor fortuna perché non riuscì a far desistere dai preparativi di guerra la Germania nazista (dopo la presa del potere di Hitler) e la Russia comunista (dopo la presa del potere di Stalin). La Germania era infatti decisa a prendersi una rivincita sui Paesi che l’avevano sconfitta e umiliata nella prima guerra mondiale, e la Russia di Stalin era decisa a eliminare tutti gli oppositori interni del regime bolscevico.

Eppure Pio XI fece di tutto per scongiurare una seconda guerra mondiale. Già nella sua prima enciclica del 1922 Ubi Arcano Dei Consilio («Per gli imperscrutabili disegni di Dio») notava amaramente che, sebbene la «tremenda guerra» fosse finita da qualche anno, «i popoli non hanno ancora ritrovato la vera pace», anzi «si rincrudisce l’angoscia delle genti per la minaccia sempre più forte di nuove guerre le quali non potrebbero essere che più spaventose e desolatrici delle passate» e la «condizione di pace armata […] dissangua le finanze dei popoli, ne sciupa il fiore della gioventù e ne avvelena e intorbida le migliori fonti di vita fisica, intellettuale, religiosa e morale». Le sue parole caddero nel vuoto!

Le cause e i rimedi della guerra

Pio XI tra Vittorio Emanuele III (a s.) e Mussolini 
Nella stessa enciclica, senza entrare nel merito delle responsabilità dirette della guerra, Pio XI indicava quelle che gli sembravano le principali cause indirette dei conflitti, perché, anche se indirettamente, potevano favorire le rivalità internazionali. Citava come esempi la «lotta di classe divenuta ormai il morbo più inveterato e mortale della società», le «lotte dei partiti, non sempre ingaggiate per una serena divergenza di opinioni […], ma per bramosia di prevalere», la disgregazione delle famiglie, lo svilimento della persona umana, la «cupidigia del godere, […] dell’avere, […] del comandare e del sovrastare», ecc.

Pio XI condannò senza alcuna ambiguità
nazionalismo, nazismo e comunismo.
Più che le singole cause, che risentivano evidentemente della personalità di Pio XI e del suo tempo, è interessante notare il legame che lui vedeva tra questi comportamenti (di natura piuttosto privatistica, si direbbe oggi) e le «inimicizie esterne dei popoli» e persino le guerre. Tutto ciò non accadrebbe, secondo Pio XI, se gli uomini seguissero il comandamento di Gesù Cristo: «che vi amiate a vicenda come io vi ho amati»; «sopportate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete alla legge di Cristo». Pur potendo dissentire da questo tipo di analisi, è difficile negare che opinioni e comportamenti individuali possono ancora oggi influire su eventi sociali e nazionali importanti, tanto più che Pio XI conosceva bene l’affermazione del marxismo in Russia, del fascismo in Italia e del nazismo in Germania.

Ferma condanna dei totalitarismi

Pio XI, sostenitore assoluto della pace, intravide soprattutto in tre ideologie i mali assoluti del suo tempo: il nazionalismo, il nazismo e il comunismo. Non poteva non condannarli.Nella citata enciclica Ubi arcano Dei Pio XI stigmatizzò l’«immoderato nazionalismo» perché secondo lui un eccessivo amor patrio può far dimenticare che «tutti i popoli sono fratelli nella grande famiglia dell’umanità, che anche le altre nazioni hanno diritto a vivere e prosperare».

In un’altra enciclica del 14 marzo 1937, la Mit brennender Sorge («Con viva ansia»), Pio XI condannò senza mezzi termini il nazismo per «l’illegalità delle misure violente prese finora» e per la presunzione di «parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale…». Già il titolo dell’enciclica esprimeva la forte preoccupazione di Pio XI.

Infine, con l’enciclica del 19 marzo 1937 Divini Redemptoris («Di un divino Redentore»), Pio XI condannò senza riserve il comunismo ateo imperante nella Russia Sovietica, contrario non solo alla religione, ma anche ai principi fondamentali dell’uomo e della civiltà.

Giovanni Longu
Berna, 22.5.2024

08 maggio 2024

16. L'Europa della prima metà del Novecento

Tra le cause principali della prima guerra mondiale ci furono secondo molti storici la spinta nazionalistica di alcuni Stati, la mania di grandezza di altri e l’incapacità dei grandi Imperi di gestire la difficile convivenza multietnica. Le conseguenze furono pesanti: il crollo dell’Impero austro-ungarico (da cui nacquero nuovi Stati nazionali indipendenti), il drastico ridimensionamento della Germania, la fine delle tradizionali alleanze (Triplice e Quadruplice) che avevano garantito la pace in Europa per quasi un secolo e la loro sostituzione con altre, destinate a costituire i futuri blocchi, l’ulteriore distacco della Russia dall'Occidente, l’indebolimento generale dell’Europa e il congelamento dell’ideale unitario. Non subì invece nessun contraccolpo il nazionalismo, principale causa della guerra. E le radici cristiane? Non furono eliminate, ma rimasero nascoste, pronte a riemergere.

L’«inutile strage»

Nella prima guerra mondiale, solo nella regione di Verdun (Francia) morirono circa 
 500.000
 soldati. In Europa sono centinaia i sacrari militari della prima guerra mondiale.
Le conseguenze della guerra per l’Europa furono enormi e durature. Oltre ai milioni di morti e feriti (l’«inutile strage» di cui aveva parlato il Papa Benedetto XV) e alle incalcolabili distruzioni, alcune decisioni del Trattato di pace (Versailles 1919) riguardanti in particolare la Germania crearono addirittura le premesse per il successivo conflitto mondiale. Il Reich tedesco fu infatti punito pesantemente, su insistenza della Francia e nonostante i dubbi del presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.

D’altra parte, non si voleva che potesse ripetersi in Europa un nuovo «caso Germania», uno Stato che dall'unificazione (1871) non aveva fatto altro che violare le «regole» del Congresso di Vienna a danno di altri Stati per diventare un impero. Pertanto la Germania doveva essere «punita» esemplarmente, costretta a pagare ingenti riparazioni di guerra e a restituire i territori precedentemente sottratti a Francia (Alsazia e Lorena), Belgio, Cecoslovacchia e Polonia, condizionata militarmente ed economicamente. Nemmeno la Russia, per simili violazioni delle «regole» era stata punita altrettanto severamente (sebbene anch'essa aveva dovuto restituire le terre occupate ingiustamente).

Di fatto, le sanzioni, com'è noto, produssero molti danni non solo alla Germania (perché alimentarono nei tedeschi forti risentimenti che saranno sfruttati dai nazisti per la presa del potere nel 1933), ma all'intera Europa. Da allora, infatti, la paura di una nuova guerra invase il continente e spinse gli Stati vincitori a un riarmo sotto l’egida degli Stati Uniti d’America, che vi contribuirono notevolmente non senza chiedere in contraccambio l’appartenenza alla sua sfera d’influenza, che l’economista Vilfredo Pareto etichettava come «imperialismo».

Capitalismo e comunismo

Sacrario militare di Redipuglia (Friuli Venezia Giulia), con le spoglie di oltre 100.000
soldati italiani. Durante la prima la prima guerra mondiale ne morirono più di 650.000.
.
La conseguenza più grave per l’Europa fu però senz'altro la sua perdita d’identità non tanto perché in una serie di concetti tradizionali (diritto, giustizia, nazionalità, democrazia, libertà) s’insinuarono nuove interpretazioni, ma perché ogni Stato doveva scegliere o sottostare a una sfera d’influenza, quella occidentale a guida statunitense o quella orientale a guida russa (poi, dal 1922, sovietica), che di quei concetti davano interpretazioni diverse, sintetizzate (almeno in parte) nei termini di capitalismo (che Vilfredo Pareto chiamava anche «plutocrazia democratica») e comunismo.

In questa situazione di sfacelo, nemmeno la religione, riuscì a restare illesa. Fu infatti coinvolta in tutti i Paesi belligeranti e il Vaticano fu costretto a limitare i suoi interventi non solo per non urtare la sensibilità di alcuni governi, che si sentivano investiti di una sorta di «missione» salvatrice, soprattutto a Oriente, e non avrebbero comunque ascoltato gli appelli del papa, ma anche per non arrecare un colpo mortale alla speranza che già i predecessori di Benedetto XV avevano nutrito di vedere il ritorno delle Chiese orientali separate. 

La prudenza e una certa cautela s'imponeva per la Chiesa di Roma anche nei confronti degli stessi cattolici, per non aggiungere ulteriori divisioni a quelle createsi in seguito alle polemiche sul modernismo (un movimento che si proponeva di «adattare» la religione cattolica alle conquiste moderne nel campo della cultura e del progresso sociale, ma ostacolato dalle gerarchie e poi condannato dalla Chiesa nel 1907). Inoltre, il nazionalismo aveva contagiato non pochi cattolici e per loro l'appello del papa rischiava di rimanere inascoltato.

«Noi dovremo rivolgere una attenzione specialissima - aveva affermato Benedetto XV nell'enciclica Ad Beatissimi Apostolorum del 1914) - a sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici, quali esse siano, e ad impedire a non fare più uso di quegli appellativi di cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da cattolici». Non va inoltre dimenticato che nei vari Stati molti cattolici, animati  da un sincero sentimento patriottico, erano favorevoli alla guerra. 

Un'ulteriore difficoltà per il Vaticano era rappresentata dal fatto che con alcuni Stati coinvolti nella guerra, Italia compresa, la Santa Sede non aveva rapporti diplomatici ed era quindi impossibile il dialogo. 

La Chiesa e la pace

Benedetto XV, un papa inascoltato!
Quando però la cattiveria della guerra si manifestò in tutta la sua brutalità, nel 1917 il papa Benedetto XV non poté fare a meno di appellarsi alla coscienza dei governanti per fermare quella carneficina e sedersi al tavolo delle trattative per una pace «giusta». Di questa indicava anche alcuni principi, uno dei quali riguardava le «questioni territoriali». Il papa auspicava che «di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura le parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, [...] delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del gran consorzio umano...».

Purtroppo le armi non si fermarono e anche questo appello del papa rimase inascoltato, come quelli che aveva rivolto ai grandi della terra fin dal 1914. Continuava però senza soste l’attività diplomatica della Santa Sede, diretta o indiretta, offrendo mediazioni e suggerimenti concreti per una «pace giusta e durevole», intervenendo per lo scambio dei prigionieri come pure per l’ospedalizzazione in Svizzera di feriti e malati di tutti gli Stati belligeranti.

Benedetto XV non fu ascoltato, in alcuni Stati si affermò il totalitarismo, quasi ovunque fu avviato un riarmo forsennato rendendo quasi inevitabile la seconda guerra mondiale. Eppure i moniti e gli appelli di Benedetto XV alla pace, alla diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, allo spirito di conciliazione, ai benefici per il consorzio umano di una pace duratura… erano ragionevoli, tant'è che non hanno perso d’attualità. Tuttavia, inspiegabilmente si continua nel mondo e anche in Europa a preferire talvolta l’«inutile strage», mentre tutti i problemi si potrebbero risolvere pacificamente. Una spiegazione l'aveva già data proprio Benedetto XV, che fin dal 1914 denunciava il nazionalismo come il più grave ostacolo all'instaurazione di rapporti pacifici tra i popoli.

Giovanni Longu
Berna, 8.5.2024 

01 maggio 2024

15. L’Europa d’inizio Novecento e Benedetto XV

 A cavallo tra Ottocento e Novecento, ultimati i processi di unificazione dell’Italia e della Germania (Prussia), terminata la guerra franco-prussiana con l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania e superata la grande depressione degli anni 1873-1896, si respirava in Europa aria di grande ottimismo, tanto da chiamare quegli anni fino allo scoppio della prima guerra mondiale Belle Époque. Una caratteristica comune di quell'epoca fu, oltre al dinamismo economico e al miglioramento del tenore di vita delle popolazioni, lo sviluppo dei nazionalismi per ragioni interne (coesione e identità nazionale) e internazionali (competitività e supremazia). E la Chiesa? Non stava a guardare!

Paradigma svizzero

L'Europa della Belle Epoque prima della prima guerra mondiale
La Svizzera fu uno dei Paesi che visse in pieno la Belle Époque e la sua fine improvvisa. Per far conoscere ai propri cittadini e al mondo i suoi successi nell'economia, nei trasporti, nella ricerca scientifica, nel turismo (di città e di montagna) e persino nell'aviazione (ancora in formazione), nel 1914 fu organizzata a Berna un’Esposizione nazionale a cui parteciparono circa 8000 espositori. La riuscita dell’esposizione era data per scontata. Dal 15 giugno, giorno dell’inaugurazione, al 15 ottobre, data di chiusura, si attendevano milioni di visitatori anche dall'estero per ammirare i segni del progresso e del benessere svizzero.

L’esposizione restò aperta fino alla fine, ma il clima quasi euforico iniziale durò solo poco più di un mese. A luglio, infatti, quando scoppiò la prima guerra mondiale, anche la Svizzera procedette alla mobilitazione generale di 220.000 uomini e l’ottimismo lasciò il posto alla paura, anche se nessuno poteva ancora presagire i danni materiali e immateriali della guerra.

Quel che successe in Svizzera fu registrato a più forte intensità in tutti gli Stati europei, i quali si erano forse illusi che il periodo di pace sarebbe durato più a lungo, che il benessere raggiunto dalle popolazioni fosse acquisito per sempre e che il progresso non si sarebbe più fermato. Nessuno aveva nutrito seri dubbi, perché i popoli europei erano quasi tutti «ubriachi di patriottismo e di nazionalismo». L’ottimismo della Belle Epoque era stato travolgente.

Nazionalismi corrosivi come tarli

Da tempo, ormai, ogni Stato pensava a sé, al proprio «spazio vitale», alla propria forza (non solo economica ma anche militare), al proprio sviluppo e alla propria grandezza. Nei vertici degli Stati multietnici, nessuno probabilmente si rendeva conto che i nazionalismi erano come tarli insaziabili. Eppure alcuni segnali erano stati piuttosto chiari: la guerra di Crimea (1853-56) provocata dalle ambizioni espansionistiche della Russia, le annessioni prussiane del 1866 (Baviera, Danimarca, ecc.), la guerra franco-prussiana (1870-71) per l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania, il disagio e il nazionalismo delle popolazioni slave del vasto Impero austro-ungarico alla ricerca della propria indipendenza, il riarmo di alcuni Stati, ecc.

Probabilmente nemmeno l’eccidio di Sarajevo (28 giugno 1914), in cui trovarono la morte l'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando e la moglie, fece capire subito la pericolosità dei nazionalismi e solo la successiva dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia fece aprire gli occhi ai popoli europei, alcuni dei quali (per esempio l’Italia) del tutto impreparati all’imminente sciagura.

Benedetto XV: la guerra è un'«inutile» strage

Le Grandi Potenze, invece, avevano approfittato della Belle Époque per riarmarsi nella eventualità di uno scontro, ma sottovalutandone i rischi: gli inglesi avevano messo in mare una flotta potente, i francesi avevano rafforzato l’esercito, i tedeschi si erano preparati a un probabile tentativo di rivincita francese per riavere l’Alsazia e la Lorena, investendo somme ingenti in nuovi armamenti, mezzi corazzati, sottomarini, aerei. L’Impero austro-ungarico sapeva di poter contare sull'alleanza con la Germania, mentre i russi contavano sul proprio esercito permanente di un milione e mezzo di uomini e sulla protezione di Dio, ritenendosi ancora detentori della vera fede ed eredi di Costantinopoli con Mosca «Terza Roma»).

E la Chiesa di Roma?

L’andamento e le conseguenze della guerra si considerano qui noti e nemmeno da riassumere. Merita invece sottolineare che, a fronte di milioni di morti e immani distruzioni, a trionfare furono i nazionalismi, a perderci fu l’Europa, che ne uscì ancor più divisa e indebolita. In quest’ottica, forse, non meriterebbero qualche riflessione in più i nuovi nazionalismi e questo precipitarsi pericolosamente verso un altro riarmo insensato?

E la Chiesa, la religione, il Papa? Purtroppo non furono determinanti né prima né durante la prima guerra mondiale, perché molti cristiani, in Europa, erano stati contagiati dai nazionalismi. L’unica voce potente che si levò per far finire l’«inutile strage» fu quella del papa Benedetto XV (1854-1922), ma non fu ascoltata. Cercò comunque di dare un segnale forte della presenza della Chiesa in Europa e della necessità di una pace giusta che tenesse conto delle «aspirazioni dei popoli». Da allora i Papi sono più attenti, ma purtroppo ancora inascoltati!

Giovanni Longu
Berna 1.5.2024

17 aprile 2024

13. L’Europa nel Settecento e Ottocento

La Rivoluzione francese ha rappresentato l’avvio di grandi cambiamenti che dalla Francia si sono poi estesi, lentamente, all'intera Europa e al mondo. I rivoluzionari miravano soprattutto all'abolizione dei sistemi politici ritenuti oppressivi e alla creazione di nuove società basate sui principi liberali e democratici della cultura umanistico-rinascimentale e illuministica. Il primo obiettivo fu raggiunto quasi ovunque in Europa, dopo il periodo della Restaurazione imposto dalle grandi potenze (Austria, Prussia, Russia, Inghilterra), mentre il secondo obiettivo non può dirsi ancora interamente raggiunto in tutti i Paesi del continente. A rallentare il processo d’integrazione europea sono (stati) soprattutto i nazionalismi (ancora) presenti talvolta in forme subdole specialmente nelle grandi nazioni.

Rivoluzione e Restaurazione

Congresso di Vienna (1815), in un dipinto dell'epoca.
La Rivoluzione francese (1789-1799) aveva messo in luce sia i mali dei regimi monarchici assoluti (Ancien Régime) e dell’organizzazione sociale degli Stati europei basata su vecchi privilegi di origine feudale che la necessità di introdurre nella società i principi di libertà e di democrazia sostenuti da alcuni ambienti filosofici e letterari europei.

Napoleone Bonaparte (1769-1821), imperatore dei francesi, mescolando ambizioni personali e ideali rivoluzionari, aveva cercato di esportare in Europa le nuove idee col sostegno del suo potente esercito, sfidando persino la lontana Russia. Il suo tentativo, com'è noto, naufragò a Waterloo (18.6.1815). Le grandi potenze ripresero il sopravvento e al Congresso di Vienna (1815) imposero in Europa i vecchi regimi (Restaurazione).

Da allora si è assistito in Europa, fino alla seconda guerra mondiale, a una lotta continua tra gli ideali della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità) e le aspirazioni nazionalistiche dei vari Stati europei. Spesso, purtroppo, si trattò non solo di lotte di idee ma anche di lotte fratricide con eserciti sempre più efficienti, potenti e dotati di armi micidiali. Furono milioni gli europei che morirono non tanto per le idee libertarie e democratiche, quanto piuttosto per le ambizioni nazionalistiche.

Europa reazionaria

Il Congresso di Vienna, riunendo per la prima volta tutti gli Stati europei coinvolti dal «disordine» provocato da Napoleone, prese forse una saggia decisione per mettere fine alla guerra e prevenirne possibilmente altre del genere, ma avviò anche un processo di frammentazione e stabilizzazione degli Stati che avrebbe reso estremamente difficile fino ad oggi l’integrazione europea.

Napoleone (1769-1821), di Jacques-Louis David 
Oltre a ridisegnare la carta geopolitica dell’Europa, riducendo i territori di alcuni Stati (specialmente Francia e Polonia), consolidandone altri o ingrandendoli (Russia, Austria, Prussia), il Congresso istituì due nuove alleanze: la Santa Alleanza tra Russia, Austria e Prussia e la Quadruplice Alleanza, costituita dagli Stati precedenti più l’Inghilterra. Esse impegnavano gli Stati aderenti a intervenire con le armi qualora uno di essi avesse avuto difficoltà a reprimere eventuali disordini rivoluzionari e a impedire il contagio di altri Stati.

Nessuna decisione, invece, fu presa per l’abolizione delle monarchie assolute, per l’abolizione della tortura, per il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini attraverso costituzioni liberali e democratiche. Si era ripiombati nell'assolutismo e ogni Stato era libero di adottare al proprio interno gli strumenti (di repressione o di promozione) che riteneva più idonei.

Nazionalismi in azione

Ovviamente non tutti gli Stati usarono arbitrariamente qualsiasi strumento, ma tutti cercarono di rimediare al deficit di «senso dello Stato» o di «patriottismo» con la propaganda, esaltando le virtù della nazione («Primato morale e civile degli Italiani» di Vincenzo Gioberti), costituendo società patriottiche, pubblicando libri atti a commuovere più che a far pensare, diffondendo «miti di fondazione» dell’identità nazionale (Svizzera), ecc.

Fu totalmente assente, in questo periodo sette-ottocentesco, qualunque serio progetto europeistico. Persino l’ecumenismo religioso era inerte. L’ispirazione che aveva cristianizzato tutti i popoli europei si era spenta, l’entusiasmo che aveva animato i flussi dei crociati nella lotta per la liberazione dei luoghi santi o per la difesa dei valori cristiani dal pericolo ottomano era scemato.

Nessuno, forse, si chiedeva allora se ci sarebbe mai stata una ripresa dell’europeismo, se i popoli europei, una volta uniti dalla fede cristiana e dall'esaltazione dell’uomo artefice della propria sorte (faber suae quisque fortunae»), sarebbero stati nuovamente uniti da un profondo senso di appartenenza comune, se il Papato, già promotore di grandi movimenti popolari, avrebbe avuto ancora la forza di mobilitare le masse per promuovere in Europa la concordia e la prosperità comune!

Giovanni Longu
Berna, 17.04.2024

03 aprile 2024

12. Europa divisa in blocchi

Nell'Europa del XVI e XVII secolo, mentre si andava esaurendo la spinta innovativa dell’Umanesimo e del Rinascimento, cominciavano a svilupparsi i particolarismi degli Stati nazionali «sovrani», basati sul diritto delle popolazioni omogenee (specialmente per lingua, religione e cultura) di evolversi autonomamente sul territorio dove abitavano. La Riforma protestante, il nazionalismo, la debolezza del Sacro Romano Impero e della Chiesa favorivano tale tendenza ed escludevano, di fatto, qualsiasi possibilità di unione degli Stati europei. Sembrava tramontare per sempre pure la possibilità, in caso di bisogno, di raggiungere un'unità d’intenti e l’organizzazione necessaria. Inoltre, dopo il «Grande Scisma», Oriente e Occidente evolvevano differentemente e un loro avvicinamento appariva utopistico.

Chiesa in difesa

Europa nel XVI e XVII secolo.
Dopo la vittoria della Cristianità sull'Impero ottomano a Lepanto (1571), la Chiesa di Roma perse il suo ruolo di protagonista nella gestione degli eventi politici europei e nel processo unitario dell’Europa. Lo Scisma d’Oriente (1054), lo Scisma d’Occidente (1378-1418) e la Riforma protestante (1517-1648) avevano limitato radicalmente le possibilità d’intervento del papato nella politica internazionale. Nemmeno le basi cristiane apparivano solide, perché le contestazioni della Chiesa d’Oriente e della Riforma incidevano profondamente non solo sulla dottrina, ma anche sul ruolo del papato e dei vescovi, ormai notevolmente depotenziati nei confronti dell’autorità civile e dell’ordinamento sociale.

Ben diversa si presentava la situazione in Oriente, dove lo zar disponeva di un’autorità incontrastata anche sull'organizzazione ecclesiastica. Dopo la Pace di Augusta (1555), anche i capi di governo occidentali divennero in alcune aree (specialmente nell'Europa settentrionale) determinanti sulla confessione religiosa delle loro popolazioni, ma il loro potere al confronto con quello degli zar di Russia era quasi irrilevante.

Venendo meno il ruolo-guida della Chiesa, in Occidente si affermavano i vari nazionalismi, che portarono alla creazione di grandi Stati (spesso coloniali) o alla formazione di signorie e principati e all'indipendenza di piccoli Stati, come certi Cantoni svizzeri e alcuni Comuni rivieraschi italiani, francesi, spagnoli, germanici. In un’Europa così frammentata, l’idea di un’unione di Stati o di popoli ad ampio raggio sarebbe apparsa utopistica.

Dal canto suo, la Chiesa di Roma pensava a curarsi le ferite e a organizzare le proprie difese contro gli attacchi di riformatori ed eretici, istituendo nel 1542 l’Inquisizione romana, convocando un concilio della Controriforma (Concilio di Trento, svoltosi tra il 1545 e il 1563) e incaricando di difendere la fede cristiana teologi ben preparati e combattivi, soprattutto Domenicani e Gesuiti.

Divario crescente tra Occidente e Oriente

Intanto, mentre nell'Europa occidentale crescevano i particolarismi, in Oriente lo zar poteva decidere persino di far costruire dal nulla una nuova capitale. Inoltre, mentre in Occidente gli Stati erano perennemente in competizione fra loro e alla ricerca di alleanze, compromessi, accordi nel tentativo, spesso vano, di evitare la guerra, ad Oriente l’espansione della Russia in tutte le direzioni era praticamente incontrastata. I tentativi di imporre qualche freno, per esempio da parte dei lituani, dei polacchi o degli ottomani, non avevano effetto.

L’impero russo, sempre più grande e saldamente centralizzato, benché avesse la parte più estesa del suo territorio in Asia, non intendeva perdere l’aggancio all'Europa, essenzialmente per due ragioni: per il fascino e la modernità provenienti in particolare da alcuni Paesi (Italia in primis) e per una sorta di missione religiosa di cui la Russia si sentiva investita.

Lo zar Pietro il Grande e la zarina Caterina II, introducendo l'«europeità» nel loro vasto Impero, attraverso lo splendore rinascimentale della nuova capitale Pietroburgo, in sostituzione di Mosca, intendevano verosimilmente non solo creare una città moderna e bella, ma anche legare l’Impero indissolubilmente all'Occidente, ritenuto simbolo della modernità, in contrapposizione alla Moscovia medievale.

Pietroburgo, inoltre, non doveva essere solo la degna capitale di un grande Impero, ma anche la capitale vivente della Cristianità, riconoscibile già dal nome («città di san Pietro») in continuità ideale con la «prima Roma», capitale dell’Impero Romano, e con la «seconda Roma», madre della Chiesa d’Oriente e sede del patriarcato di Costantinopoli, e antagonista della Roma dei Papi.

Giovanni Longu
Berna, 3.4.2024

27 marzo 2024

11. Divisioni nella Chiesa e in Europa

Con la diffusione del Cristianesimo e della cultura umanistico-rinascimentale in quasi tutte le regioni del continente, dall'Atlantico agli Urali, l’Europa sembrava avviata verso una condizione di grande stabilità e di sviluppo unitario. Due elementi in particolare impedirono questa tendenza: la Riforma protestante e il nazionalismo. Con la prima si ruppe drasticamente non solo l’unità religiosa europea, rappresentata fino ad allora dalla Chiesa di Roma, ma anche una visione unitaria dell’Europa; col secondo elemento si accentuò in maniera pressoché irreversibile (fino ai nostri giorni) la tendenza alla creazione e al rafforzamento degli Stati nazionali. La guerra dei Trent'anni (1618-1648) ne fu una drammatica dimostrazione e la sua conclusione con la Pace di Vestfalia una conferma.

La Riforma protestante

L'Europa frammentata del 1500 ca.

La Riforma protestante (il movimento religioso avviato nel 1517 da Martin Lutero con la pubblicazione di 95 contestazioni di dottrine e pratiche della Chiesa di Roma) non fu la conclusione di dispute teologiche o di una lotta per il controllo del pontificato fra papi e antipapi (come avveniva spesso in passato) e meno ancora la decisione di un monaco agostiniano ribelle (Lutero), ma il risultato di una lunga quanto vana richiesta di rinnovamento nella Chiesa, riguardante sia questioni teologiche che pratiche ritenute in alcuni ambienti religiosi insostenibili e inaccettabili in base alla dottrina e alla morale cristiana.

Le conseguenze della Riforma furono enormi anche al di fuori dell’ambito religioso. Per esempio, essa rappresentò in Europa la rottura di una linea di tendenza che sembrava volta al rafforzamento dell’unità e dello sviluppo comune dei popoli europei, avviato con Carlo Magno e proseguito con i sovrani del Sacro Romano Impero e la conversione al cristianesimo dei popoli slavi. Anche se, probabilmente, più che di una tendenza reale si trattava di un sogno o di un desiderio, abbozzato nel XV secolo dall'umanista italiano Enea Silvio Piccolomini e futuro papa Pio II (1405-1464) nel De Europa del 1458, quell'idea e quel sogno avevano raggiunto un buon livello di realtà attraverso l’adesione di tutti i popoli europei al Cristianesimo, anche se organizzato differentemente in Oriente e in Occidente. La Riforma è stata considerata a lungo come una spaccatura più che nel Cristianesimo nella Cristianità. E siccome per secoli Europa e Cristianità avevano coinciso in larga misura (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2024/03/9-leuropa-umanistica-e-rina.html), la Riforma fu vista da molti come un elemento di rottura forse irrimediabile anche nella fragile Europa.

La Riforma sollevò non pochi problemi anche dal punto di vista «politico», perché le divisioni fra protestanti e cattolici avvenivano non solo fra Stati ma anche all'interno di uno Stato (in Svizzera tra Cantoni cattolici e Cantoni protestanti si sfiorò la guerra civile!). Inoltre, con questa ulteriore divisione (oltre a quelle politiche) l’Europa nel suo insieme finiva per perdere un efficace incentivo all'unità. Infatti, nei secoli, l’unica forza o comunque la principale che era riuscita a compattare tutti o molti Stati per difendere i territori dalla minaccia di avversari temibili (Islam, Impero Ottomano) era stata la religione cristiana. In Europa, per secoli la «civiltà occidentale» è stata la «civiltà cristiana».

Nascita e diffusione dei nazionalismi

Nazionalismi all'opera in una mappa satirica del 1870.
I nazionalismi sono nati dall'enfatizzazione di intellettuali e di governanti delle caratteristiche tipiche dei vari popoli per rafforzare in loro il senso di appartenenza e l’unità nazionale. Raggiungere risultati soddisfacenti in forme statuali non è stato sempre facile e fin dal Cinquecento si scatenarono ovunque lotte per la supremazia, perché molti popoli avevano origini, culture e religioni diverse. La principale conseguenza fu la moltiplicazione degli Stati nazionali con una etnia dominante. La Svizzera fino al 1848 e l’Italia fino al 1861 non facevano eccezione.

La Riforma protestante ha contribuito indirettamente allo sviluppo dei nazionalismi perché l’accentuazione delle specificità dei vari popoli relativizzava l’esigenza dell’unità dei cristiani. Inoltre, benché la Riforma sia avvenuta all'interno della religione cristiana, la separazione da Roma e la negazione del primato religioso del papa, ha finito per rafforzare le capitali dei singoli Stati, soprattutto dopo la Pace di Augusta del 1555, in cui fu stabilito il principio (valido in Germania, ma applicato talvolta anche altrove) del cuius regio eius religio («di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione»), che sanciva l'obbligo per il cittadino di seguire la confessione religiosa del suo sovrano.

In conclusione, per motivi di identità etnico-religioso-culturale, per motivi di dominio e controllo dei propri cittadini (per fini tributari, di reclutamento, ecc.) o altri motivi, il nazionalismo dei singoli Stati finì ben presto per prevalere su ogni altro interesse comune, persino quello della pace. E fu la fine (speriamo provvisoria) dell’idea di un’Europa unita.

Giovanni Longu
Berna 27.3.2024

30 agosto 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (quinta parte)

La domanda con cui si concludeva l’articolo precedente - «E’ possibile un compromesso soddisfacente almeno per la Russia e l’Ucraina?» - lasciava intendere che un compromesso è possibile seppur non facile. Tra le varie condizioni «esterne» si alludeva a una auspicabile presa di posizione dell’ONU per quanto improbabile finché a guidare l’ordine mondiale attuale sono gli Stati Uniti per nulla interessati a cambiamenti che potrebbero minare la loro supremazia. Un motivo di ottimismo era dato dal rafforzamento del gruppo di Stati Brics (cfr. articolo del 19.7.2023), che mira a un nuovo ordine multipolare. Ma oltre alle condizioni esterne, quali sono le condizioni «interne» essenziali per una pace duratura e giusta tra Russia e Ucraina? A questa domanda fondamentale si cercherà di rispondere in questo e nel prossimo articolo.

Rinunce russe e ucraine indispensabili

I due «plenipotenziari» della guerra e della pace in Ucraina.
Realisticamente non è ipotizzabile una facile intesa non solo per una pace duratura e giusta, ma anche solo per un cessate il fuoco. I protagonisti diretti e indiretti sono infatti molti e su posizioni molto distanti. Basti pensare, oltre alla Russia e all'Ucraina, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, all'Unione europea e ad altri ancora. Eppure, per finire la guerra e avviare negoziati di pace basterebbe una decisione concordata tra Putin e Zelensky, i principali se non gli unici plenipotenziari sia della guerra che della pace. Del resto, anche per loro si tratterebbe di una decisione saggia oltre che dovuta, perché la guerra sta diventando insopportabile tanto per gli ucraini quanto per i russi e pure nel resto del mondo si osservano segnali d’insofferenza per il prolungarsi di questa guerra.

La maggiore difficoltà per adottare una tale decisione è data, a mio parere, dall'attuale indisponibilità dei due protagonisti principali a rinunciare ad alcune pretese sempre più insostenibili: per la Russia al principio di nazionalità, ossia all'idea di Stato-nazione comprendente tutti i russofoni anche oltre i confini territoriali della Federazione Russa, per esempio in Ucraina, e tale da giustificare persino un intervento militare in loro difesa; per l’Ucraina alla presunzione di una sovranità territoriale illimitata, per cui lo Stato non è tenuto al rispetto delle esigenze etniche, linguistiche e culturali delle proprie minoranze, nell'illusione che la coesione (identità) nazionale si possa raggiungere per legge e anche con l’uso della forza, a costo persino di scatenare una guerra civile (come avvenuto nelle regioni orientali del Paese a maggioranza russofona).

Altre difficoltà, più facilmente superabili, sono di carattere storico e psicologico, che nell'arco di decenni hanno generato rancori, paure, odio persino. I soprusi e le stragi di ucraini (soprattutto ai tempi di Stalin), l’annessione russa della Crimea o anche il sostegno ai secessionisti del Donbass sono molto presenti nella coscienza di molti ucraini, ma meno determinanti nella ricerca di un compromesso per porre fine alla guerra.

Possibilità di un compromesso

Per finire una guerra che rischia di prolungarsi nel tempo e consumare sempre più vite umane ed energie vitali già allo stremo, il compromesso è indispensabile. E’ anche possibile? Certamente sì, a condizione che si verifichino alcune condizioni in entrambi i fronti. Una è legata al ritiro dall'Ucraina delle forze armate russe e, contemporaneamente, alla cessazione della guerra civile nel Donbass.

Perché questa condizione si verifichi è probabile che la Russia richieda (come nel 2014) a garanzia della sicurezza della propria integrità territoriale la neutralità dell’Ucraina (concretamente la sua non adesione alla NATO) e a tutela dei russofoni del Donbass uno statuto speciale, come già previsto negli Accordi di Minsk del 2014. Le forme giuridiche ipotizzabili per questa regione sono diverse (dalla completa indipendenza all'ampia autonomia amministrativa e legislativa), ma la scelta non potrà essere fatta senza il coinvolgimento e il consenso della popolazione locale in base al diritto dell’autodeterminazione dei popoli.

Di altre condizioni si tratterà nel prossimo articolo, ma sin d’ora credo che si debba ritenere auspicabile qualsiasi compromesso, raggiungibile di preferenza sotto l’egida dell’ONU, che garantisca la pace e soddisfi le parti coinvolte, compresa l’Unione Europea che diversamente rischia un forte schiacciamento tra un Occidente a guida egemonica americana e un Oriente in espansione a traino russo-cinese, specialmente se i Paesi Brics continueranno a rafforzarsi. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 30 agosto 2023

16 agosto 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (quarta parte)

L’obiettivo di questi articoli dedicati alla guerra in corso tra Russia e Ucraina è quello di fornire qualche elemento di riflessione non per individuare di chi è la «colpa» e suscitare odio verso il «colpevole», ma per ipotizzare vie d’uscita e a quali condizioni è possibile la pace. Individuando negli articoli precedenti le cause principali di questa guerra nei nazionalismi russo e ucraino e in qualche incertezza interpretativa di alcuni passaggi dello Statuto delle Nazioni Unite non intendevo certo mettere sullo stesso piano aggressore (Russia) e aggredito (Ucraina) o coinvolgere nelle responsabilità direttamente l’ONU. Intendevo dire che, a mio parere, ci sarà pace vera e «giusta» solo quando quelle cause saranno rimosse o ricondotte nell'alveo di un vasto consenso bilaterale e internazionale. A scanso di equivoci chiarisco ulteriormente il mio pensiero, pur rinunciando ad approfondimenti sul nazionalismo.

I nazionalismi russo e ucraino

"La libertà che guida il popolo" di Eugene Delacroix (Louvre, Parigi) 
I due nazionalismi sono chiaramente diversi e per questo meritano qualche precisazione. Considero il primo un nazionalismo etnico rafforzato con elementi linguistici, culturali e religiosi, che tende a far coincidere i confini politici dello Stato-nazione Russia con i confini dei russofoni ortodossi (ucraini compresi). In assenza di un gruppo etnico uniforme e coeso, l’Unione Sovietica prima e la Russia dopo hanno cercato di rafforzare la propria identità nazionale con elementi linguistici, culturali e religiosi, non etnicamente identitari (come sono appunto la lingua, la cultura e la religione) ma storicamente efficaci, e soprattutto con la repressione della dissidenza. Va anche aggiunto che la guerra fredda ha contribuito a rafforzare l’identità nazionale dei russi.

Quello ucraino è invece un nazionalismo di tipo «statale» perché, in assenza anche in questo caso di un gruppo etnico omogeneo, l’Ucraina cerca di fondare la sua identità nazionale esclusivamente sulla cittadinanza e sull'integrità territoriale e non sui principi della sovranità popolare.  Una tale scelta, però, avrebbe dovuto comportare, anche secondo lo Statuto ONU, non solo «il rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli», ma anche «il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione» (Statuto ONU art. 55). Questo non è avvenuto nelle regioni a maggioranza russofona.

Il fatto che si siano formati nell'Ucraina orientale Stati «secessionisti» riconosciuti dalla Russia, intervenuta successivamente anche militarmente invadendo il territorio ucraino, sta ad indicare che entrambi i nazionalismi sono deflagrati pericolosamente, trascinando nel conflitto una parte consistente dell’Occidente e gran parte dell’Europa, incapaci di superare le ragioni del conflitto, anche perché forme di nazionalismo sono presenti sia negli Stati Uniti (i principali sostenitori dell’Ucraina) che negli Stati europei.

Fini e limiti dell’ONU

Non trovo sorprendente che entrambi i belligeranti si appellino allo Statuto dell’ONU per giustificare le operazioni militari. E’ vero, infatti, che il documento su cui si fonda buona parte del diritto internazionale condanna senza mezzi termini «l’uso della forza contro l’integrità territoriale» di uno Stato (Statuto ONU art. 2, n. 4), ma condanna implicitamente anche il non rispetto del «principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli».

Poiché entrambe le formulazioni sono formalmente corrette, le autorità dell’ONU non avrebbero dovuto consentire che dal 2014 sia la Russia che l’Ucraina le interpretino in modo arbitrario e, soprattutto, avrebbero dovuto intervenire non solo ribadendo l’interpretazione autentica dello Statuto in modo da evitare l’aggravamento della situazione, ma anche chiedendone il pieno rispetto. Sarebbe bastato, forse, implementare, eventualmente con qualche modifica condivisa, gli accordi di Minsk del 2014. Non va infatti dimenticato che uno dei fini dell’ONU è proprio quello di «sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli» invitandole a «praticare la tolleranza e a vivere in pace in rapporti di buon vicinato».

Perché questa mediazione, difficile ma non impossibile, non è avvenuta? A questo punto viene anche il dubbio che il non intervento autoritativo dell’ONU sia dovuto all'opposizione di Stati potenti come gli Stati Uniti e altri, per nulla interessati a un nuovo ordine giuridico sovranazionale che comportasse un limite della propria sovranità. Resta l’esigenza, urgente, di porre fine a questa guerra inutile e disastrosa. E’ possibile un compromesso soddisfacente almeno per la Russia e l’Ucraina? (Segue)

Giovanni Longu
Berna 16 agosto 2023

19 luglio 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (seconda parte)

Nessuno osa fare previsioni sulla fine della guerra e probabilmente durerà ancora a lungo, perché non è pensabile un superamento in tempi brevi dei nazionalismi che l’hanno provocata e, nonostante l’intervento (esterno) della NATO a fianco dell’Ucraina, risulta anche difficile immaginare una prossima sconfitta dell’imperialismo russo. La prospettiva di pace «giusta» tra i due principali belligeranti sembra dunque allontanarsi, ma sarebbe un errore fatale soprattutto per l’Occidente lasciare che a vincere la guerra sia il nazionalismo che resisterà più a lungo. Bisognerebbe invece cominciare subito a sviluppare le condizioni di una pace duratura, motivando le coscienze a ripudiare la guerra e a sostenere il rispetto della dignità umana e della vera «democrazia» (governo del popolo, sovranità popolare).

Lotta ai nazionalismi

Nella storia ci sono sempre stati momenti in cui per un popolo si palesava chiaramente l’esigenza dell’unità nazionale per una difesa più efficace contro i nemici esterni. In molti popoli, tuttavia, c’è stato pure il tentativo, spesso riuscito, di eliminare gli oppositori interni. Purtroppo, simili tentativi, magari in forme meno violente, esistono ancora, anche all'interno di popoli considerati «democratici» e non solo in quelli a regime autocratico.

Non si può ignorare che all'origine di questa guerra c’è un forte rigurgito del nazionalismo russo di stampo zarista (ancora incapace di accettare il disfacimento dell’Unione Sovietica avvenuto nel 1991), ma anche un’evidente incapacità del governo ucraino, espressione di uno Stato sovranista e nazionalista, di gestire democraticamente le diversità linguistiche e culturali delle minoranze nazionali, colpite specialmente in settori sensibili come quelli dell'istruzione e della cultura.

La complessità e la drammaticità della guerra e forse anche la difficoltà oggettiva di individuarne le cause ha spinto la stampa occidentale a considerare questa guerra solo come un’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Nessuno, o quasi, la considera uno scontro feroce tra due nazionalismi, forse per non dover ammettere che non solo Putin è un autocrate illuso di ricreare la Grande Madre Russia, ma anche Zelensky è un autocrate illuso di sottomettere con la forza le minoranze nazionali e di riconquistare tutti i territori occupati dai separatisti ucraini e dai russi (Crimea compresa).

Verso una pace «giusta»

Questi capi di Stato sembrano aver la mente offuscata da un bieco cinismo a tal punto da non rendersi conto che da questo conflitto inutile e disumano ne usciranno sconfitti entrambi, non solo per i morti e i danni che avranno sulla coscienza, ma anche e soprattutto per non aver nemmeno tentato di giocare l’unica carta vincente che avevano nelle mani, quella della pace e della collaborazione. Quei territori contesi avrebbero potuto rappresentare il completo superamento del nazionalismo, una forma ideale di collaborazione transfrontaliera, una formula magica per garantire alle popolazioni interessate una sostenibile prosperità.

La guerra russo-ucraina è uno scontro feroce tra nazionalismi.
La disfatta politica dei due autocrati dovrebbe coinvolgere anche alcuni (ir)responsabili politici occidentali, americani ed europei, che da almeno un decennio hanno preferito investire sul potenziamento dell’armamento ucraino, invece di promuovere la distensione, il disarmo, la collaborazione, la collaborazione transnazionale, la soluzione federalistica delle regioni del Donbass, dove è in atto una vera e propria guerra civile. Spero che siano i rispettivi popoli a disfarsi presto di questi personaggi incapaci di distinguere i mali della guerra dai beni della pace.

Purtroppo, a questo punto e con questi personaggi ancora in attività, è difficile ipotizzare un immediato cessate il fuoco e l’avvio di seri negoziati di pace, dopo che Zelensky ribadisce in continuazione che il negoziato potrà iniziare solo quando la Russia sarà sconfitta e Biden e gli alleati europei (Meloni compresa) riaffermano ad ogni incontro che sosterranno l’Ucraina a 360 gradi finché sarà necessario. Credo che sia legittimo il sospetto che questo Occidente nasconda in realtà altri interessi di natura economica, finanziaria e militare, perché sembra non rendersi conto che i valori da difendere non sono quelli presunti «occidentali» ma quelli «universali», dell’umanità intera.

Nelle scorse settimane si è sperato molto in un intervento del Vaticano, perché la componente religiosa è presente in tutti i nazionalismi, compresi quello russo e quello ucraino, ma non sembra abbia riscosso il sostegno dei principali interessati. Bisognerà farsene una ragione? Certamente, purché non significhi rassegnarsi alla guerra. Del resto non sarebbe saggio riproporre un nuovo periodo di «guerra fredda» bipolare mentre il club dei Paesi emergenti (i Brics: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) si rafforza e non starebbe certo a guardare. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 19.07.2023