L’«invasione» degli italiani
![]() |
| Anni Sessanta: quando in Italia stava per finire il boom economico, moltissimi italiani, soprattutto dal Sud, emigravano in Svizzera. |
Negli anni Sessanta la popolazione straniera e soprattutto quella italiana era in forte crescita perché l'economia richiedeva molta manodopera e specialmente quella italiana era disponibile e affidabile. Nel 1962 erano stati rilasciati complessivamente ben 455.999 nuovi permessi di soggiorno (stagionali, annuali e frontalieri). Benché nel 1963 tale numero fosse sceso a 445.746, nel mese di agosto 1964, su una popolazione complessiva di poco più di 5,8 milioni di abitanti risultavano in Svizzera 1.064.000 stranieri (compresi stagionali e frontalieri), ossia più del 18% dell’intera popolazione residente (svizzeri e stranieri col permesso B e C).
Nel
1960 gli italiani (486.586 persone) costituivano circa l’83,2 per cento degli stranieri e possedevano in gran parte (71,2%) il
permesso B o C. I domiciliati (permesso C), che nel 1960 erano solo poco più di
137.571, nel 1970 raggiunsero quota 365.795. Gli italiani
residenti stabilmente erano ormai l’82,1 per cento.
Indipendentemente dai nuovi arrivati, anche l’incremento naturale era
evidente: nel 1960, per ogni 100 neonati svizzeri si
contavano 14 stranieri, nel 1965 ben 35. Agli inizi degli anni ’70 i neonati
stranieri rappresentavano più del 30% delle nascite complessive e il 18% era
costituito da bambini italiani. Nel 1970 il numero degli italiani raggiunse
711.153 unità, anche se la percentuale sulla popolazione straniera era scesa al
58,7 per cento.
Molti
svizzeri percepivano questi aumenti come un’«invasione»,
dimenticandosi che per venire gli stranieri avevano bisogno normalmente di un datore di
lavoro che li richiedesse, di un contratto di lavoro e di un’assicurazione
del rilascio di un permesso di dimora. Si dimenticavano inoltre
che il benessere di cui tutti stavano godendo era almeno in parte merito loro. Infatti
dal 1959 al 1964 il prodotto interno lordo (PIL) era cresciuto
mediamente del 5,1 per cento l’anno (7% nel 1961), anche se dal 1964 al 1969 la
media era leggermente diminuita. In venti anni, dal 1950 al 1970, il PIL in
termini nominali era passato da 17'980 milioni a 79'920 milioni di franchi, facendo
balzare
Nel 1965, la tragedia di Mattmark, che
fece 88 vittime, di cui 56 italiane, sembrava aver aperto gli occhi a tutti sul
lavoro duro e pericoloso di molti stranieri, ma com'è noto, solo dopo la votazione
del 7 giugno 1970 sulla «iniziativa Schwarzenbach» il Consiglio federale avviò
una nuova politica immigratoria, più vicina alle aspirazioni degli stranieri e orientata
all'integrazione.
La reazione svizzera
Per molti svizzeri deve aver rappresentato uno «shock» anche accorgersi che già sul lavoro numerosi stranieri (soprattutto italiani) si dimostravano più capaci di molti svizzeri qualificati e fuori della fabbrica o del cantiere si erano fatti strada, avevano raggiunto un certo benessere, si erano trasferiti dalle baracche in decorose abitazioni, alcuni si erano messi a lavorare con un'impresa propria e assumevano persino degli svizzeri. Tutto ciò appariva a molti svizzeri inaudito, irreale e pericoloso.
Questa situazione fu riassunta nel 1965 da Max
Frisch con queste parole: «un piccolo popolo dominatore si vede in
pericolo: sono state chiamate forze di lavoro e arrivano persone. Non divorano
l’intero benessere, anzi sono indispensabili al benessere». Il famoso scrittore
svizzero doveva costatare ciò che nemmeno lui forse aveva immaginato prima e
cioè che cercando braccia sarebbero venute tante persone con problemi, bisogni,
speranze, sogni da realizzare. Erano «italiani»!
Non si trattava però solo di sorpresa perché
fin dai primi anni Sessanta i movimenti xenofobi avevano cominciato a seminare
ovunque sentimenti di paura e di odio nei confronti soprattutto degli italiani,
agitando lo spettro dell'inforestierimento (Überfremdung) demografico, economico, culturale e persino
politico della Svizzera. Alla reazione italiana sarà dedicato il prossimo
articolo, ma saranno messi in risalto anche i contributi del L’ECO e del
CISAP, che aiuteranno a capire meglio, si spera, quel momento storico
particolarmente importante e delicato. (Segue)
Giovanni
Longu
Berna 4.3.2026


