04 marzo 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (quarta parte)

Ogniqualvolta si parla e/o si scrive di Schwarzenbach e della xenofobia di molti svizzeri dal dopoguerra in avanti si sorvola sistematicamente sulla loro effettiva paura di perdere il lavoro, di impoverirsi, di vedersi aumentare la pigione, di non avere tutele. Era una paura reale perché era reale la concorrenza degli stranieri, che pur di avere un lavoro erano disposti ad accettare salari miserevoli, lavori pericolosi senza assicurazioni, abitazioni indecorose, bassi consumi. Molte di queste paure era infondate e frutto di una violenta propaganda xenofoba, che faceva presa su tanti svizzeri. Non veniva loro detto che soprattutto degli italiani non dovevano aver paura (anche se molti di essi portavano in tasca un coltello, del resto come moltissimi svizzeri) perché erano semplici operai, in gran parte nemmeno qualificati, non costituivano un partito e quindi non potevano influenzare la politica (anzi era loro interdetta qualsiasi attività politica), non avevano un sindacato proprio, anche se erano quasi tutti lavoratori dipendenti, non possedevano grandi imprese, banche, assicurazioni o importanti giornali, ma erano in forte crescita e molti svizzeri temevano che prima o poi si sarebbero trovati in minoranza e schiacciati da una maggioranza straniera. In effetti la propaganda xenofoba otteneva ampi consensi.

L’«invasione» degli italiani

Anni Sessanta: quando in Italia stava per finire il boom economico,
 moltissimi italiani, soprattutto dal Sud, emigravano in Svizzera.

Negli anni Sessanta la popolazione straniera e soprattutto quella italiana era in forte crescita perché l'economia richiedeva molta manodopera e specialmente quella italiana era disponibile e affidabile. Nel 1962 erano stati rilasciati complessivamente ben 455.999 nuovi permessi di soggiorno (stagionali, annuali e frontalieri). Benché nel 1963 tale numero fosse sceso a 445.746, nel mese di agosto 1964, su una popolazione complessiva di poco più di 5,8 milioni di abitanti risultavano in Svizzera 1.064.000 stranieri (compresi stagionali e frontalieri), ossia più del 18% dell’intera popolazione residente (svizzeri e stranieri col permesso B e C). 

Nel 1960 gli italiani (486.586 persone) costituivano circa l’83,2 per cento degli stranieri e possedevano in gran parte (71,2%) il permesso B o C. I domiciliati (permesso C), che nel 1960 erano solo poco più di 137.571, nel 1970 raggiunsero quota 365.795. Gli italiani residenti stabilmente erano ormai l’82,1 per cento.

Indipendentemente dai nuovi arrivati, anche l’incremento naturale era evidente: nel 1960, per ogni 100 neonati svizzeri si contavano 14 stranieri, nel 1965 ben 35. Agli inizi degli anni ’70 i neonati stranieri rappresentavano più del 30% delle nascite complessive e il 18% era costituito da bambini italiani. Nel 1970 il numero degli italiani raggiunse 711.153 unità, anche se la percentuale sulla popolazione straniera era scesa al 58,7 per cento.

Molti svizzeri percepivano questi aumenti come un’«invasione», dimenticandosi che per venire gli stranieri avevano bisogno normalmente di un datore di lavoro che li richiedesse, di un contratto di lavoro e di un’assicurazione del rilascio di un permesso di dimora. Si dimenticavano inoltre che il benessere di cui tutti stavano godendo era almeno in parte merito loro. Infatti dal 1959 al 1964 il prodotto interno lordo (PIL) era cresciuto mediamente del 5,1 per cento l’anno (7% nel 1961), anche se dal 1964 al 1969 la media era leggermente diminuita. In venti anni, dal 1950 al 1970, il PIL in termini nominali era passato da 17'980 milioni a 79'920 milioni di franchi, facendo balzare la Svizzera ai primi posti della graduatoria mondiale per ricchezza prodotta per abitante.

Nel 1965, la tragedia di Mattmark, che fece 88 vittime, di cui 56 italiane, sembrava aver aperto gli occhi a tutti sul lavoro duro e pericoloso di molti stranieri, ma com'è noto, solo dopo la votazione del 7 giugno 1970 sulla «iniziativa Schwarzenbach» il Consiglio federale avviò una nuova politica immigratoria, più vicina alle aspirazioni degli stranieri e orientata all'integrazione.

La reazione svizzera

A far paura a molti svizzeri non era però solo il numero crescente di stranieri (italiani), ma anche il loro alto grado di organizzazione, la vasta rete di associazioni proprie (alcune delle quali molto attive politicamente), Missioni cattoliche, scuole, asili, patronati, luoghi di ritrovo, punti di assistenza, negozi, giornali, ecc. A rendere diffidenti molti svizzeri contribuirono talvolta gli stessi immigrati con il loro isolamento, interpretato spesso come da essi espressamente voluto, la loro non partecipazione alla vita delle comunità locali, il disinteresse ad apprendere la lingua del posto, l’apatia nei confronti dell’integrazione. Sembrava che nel mondo dell’associazionismo soprattutto gli italiani ritrovassero invece sé stessi, si sentissero finalmente liberi, come a casa propria, e non più «Gastarbeiter», «ospiti» precari, e senza vincoli di subalternità.

Per molti svizzeri deve aver rappresentato uno «shock» anche accorgersi che già sul lavoro numerosi stranieri (soprattutto italiani) si dimostravano più capaci di molti svizzeri qualificati e fuori della fabbrica o del cantiere si erano fatti strada, avevano raggiunto un certo benessere, si erano trasferiti dalle baracche in decorose abitazioni, alcuni si erano messi a lavorare con un'impresa propria e assumevano persino degli svizzeri. Tutto ciò appariva a molti svizzeri inaudito, irreale e pericoloso.

Questa situazione fu riassunta nel 1965 da Max Frisch con queste parole: «un piccolo popolo dominatore si vede in pericolo: sono state chiamate forze di lavoro e arrivano persone. Non divorano l’intero benessere, anzi sono indispensabili al benessere». Il famoso scrittore svizzero doveva costatare ciò che nemmeno lui forse aveva immaginato prima e cioè che cercando braccia sarebbero venute tante persone con problemi, bisogni, speranze, sogni da realizzare. Erano «italiani»!

Non si trattava però solo di sorpresa perché fin dai primi anni Sessanta i movimenti xenofobi avevano cominciato a seminare ovunque sentimenti di paura e di odio nei confronti soprattutto degli italiani, agitando lo spettro dell'inforestierimento (Überfremdung) demografico, economico, culturale e persino politico della Svizzera. Alla reazione italiana sarà dedicato il prossimo articolo, ma saranno messi in risalto anche i contributi del L’ECO e del CISAP, che aiuteranno a capire meglio, si spera, quel momento storico particolarmente importante e delicato. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 4.3.2026