L’anno scorso, nell'anniversario della Liberazione scrivevo che per dare senso anche oggi a quell'evento che pose fine alla guerra e alla dittatura nazifascista bisognasse chiedersi «da che cosa liberarsi» e «per fare che cosa?». Quest’anno desidero insistervi perché col passare degli anni il ricordo della fine della seconda guerra mondiale si attenua trascinando nell'oblio anche il significato che ha avuto la Liberazione per i combattenti della Resistenza e per le prime generazioni postbelliche. D’altra parte, non c’è dubbio che il frutto migliore ch'essa partorì, la Costituzione italiana, non è ancora pienamente realizzata ed è anzi a tratti bistrattata.
Perché è giusto ricordare?
Purtroppo la vena polemica degli italiani ha da subito
aperto un dibattito infinito (non ancora concluso) sui liberatori, sui
partigiani, sui partiti politici che hanno o non hanno partecipato alla
Resistenza, sui fascisti e antifascisti, dimenticando che a tutti fu
ridata la libertà di discutere, di associarsi, di dissentire, di scegliere
persino la forma di governo (monarchia o repubblica), da quali forze politiche farsi
rappresentare in Parlamento, della scelta di governo, della partecipazione alle
decisioni essenziali degli uomini e delle donne, di accordarsi sulle regole
fondamentali da adottare da allora in avanti, nella vita pubblica e nei
rapporti sociali con una nuova Costituzione.
È certamente giusto ricordare quella pagina iniziale dell’era
repubblicana, ma si dovrebbe anche riflettere sul livello di attualizzazione
della Costituzione. Il 25 aprile costituisce un’opportunità unica perché tutti
capiscono (o dovrebbero capire) quando, perché e come è nata e tutti hanno
elementi sufficienti per valutarne il livello di attuazione, pur nella consapevolezza
che alcuni articoli enunciano ideali raggiungibili solo gradualmente. Tra i
punti i cui risultati appaiono maggiormente problematici ne cito due.
Due punti particolarmente problematici
La Repubblica italiana, si dice all'articolo 1, è «democratica, fondata sul lavoro», lasciando intendere
che i cittadini sono detentori del potere solo se possono esercitare il diritto
al lavoro, che lo Stato dovrebbe promuovere. Che lo Stato non faccia ancora
abbastanza lo dimostrano la crescente povertà e i flussi emigratori anche di
italiani altamente formati.
Un altro punto, preoccupante a livello interno e internazionale, è l’atteggiamento delle istituzioni e, di riflesso, di una parte consistente dell’opinione pubblica, nei confronti della guerra. Eppure la Costituzione italiana al riguardo è chiara: «l’Italia ripudia la guerra». L’articolo 11 non è interpretabile solo come richiamo storico perché l’Italia sconfitta non poteva che ripudiare la guerra, ma va interpretato come scelta definitiva e irrinunciabile in favore della pace e della conciliazione tra i Popoli in conflitto.
Purtroppo il governo italiano non è sempre
schierato dalla parte del diritto internazionale umanitario e non sostiene senza
ambiguità e inutili «distinguo» la via diplomatica, come se le vite dei
combattenti fossero inevitabili vittime sacrificali. Probabilmente non si rende
conto che in Italia (e in Europa) è carente la pedagogia della dignità umana, l’educazione
al rispetto del diverso, del migrante, del povero, la cultura civica
internazionale.
Non conosco il bilancio dello Stato nei singoli ambiti di
spesa, ma sono convinto che per la pacificazione dei popoli in conflitto, per
il dialogo internazionale, per le istituzioni preposte alla salvaguardia della
pace… bisognerebbe spendere di più, investire molto di più.
Giovanni Longu
Berna 25.04.2026
