Nella seconda metà degli anni Sessanta il settimanale L’ECO ha rappresentato in Svizzera, in ambito migratorio, una sorta di coscienza critica nei confronti non solo dell’Italia e della Svizzera ma anche degli stessi immigrati. Chi avesse la possibilità di sfogliare le prime annate della rivista resterebbe sorpreso non solo dell’ampiezza dei temi trattati (problemi migratori, politica italiana e svizzera, vita degli immigrati, associazioni, seconda generazione, ecc.), ma anche dell’obiettività e profondità con cui venivano trattati. Più sorprendente ancora (soprattutto per chi ha condiviso a lungo una narrazione tipicamente di sinistra di presuntuosi pseudo-storici dell’immigrazione, che hanno sempre inteso l’immigrazione come sfruttamento, discriminazione, limitazione dei diritti civili oltre che politici, xenofobia) si rivelerebbe il punto di vista proattivo del giornale che auspicava (1967) non solo una «coesistenza italo-svizzera», ma «una sempre maggiore comprensione tra Italiani e Svizzeri» fino a proiettare il fenomeno migratorio sul lungo periodo, quando forse «anche i figli degli emigrati diventeranno svizzeri». In quest’ottica L’ECO è stato, soprattutto agli inizi, molto critico.
Critiche all'Italia
Nei confronti dell’Italia la critica era facile perché alla maggior parte degli immigrati sembrava imperdonabile che centinaia di migliaia di italiani fossero stati mandati «allo sbaraglio», «impreparati moralmente e professionalmente», «a guadagnarsi da vivere all’estero» perché «l’Italia aveva interesse ad alleggerire la sua iperbolica disoccupazione e sottoccupazione» lasciando che gli emigrati, «affamati, ansiosi di far fortuna» si trovassero a vivere in ambienti così diversi dai loro. «Non ebbero, moltissimi di essi, neanche il tempo di rendersi conto di quello che stava accadendo, della metamorfosi che veniva ad imporre una forma nuova alla loro vita».
E poi, esclamava in un lungo articolo Domenico Bianco,
«Dovete una buona volta smetterla di considerarci unità di forza lavorativa
(forza- lavoro)… Venite tra noi [se volete] rendervi conto dei nostri
sacrifici, dei nostri disagi». Ma in un altro articolo osava sperare che,
nonostante Roma avesse «sempre ignorato o finto di ignorare» i problemi che
assillano da molti anni l’emigrato «il povero emigrante» avrebbe continuato ad
avere «fiducia in Roma e a dire, senza fingere: “il governo mi considera e mi
tutela anche se lontano».
Critiche alla Svizzera
Muovere critiche alla Svizzera era altrettanto scontato
perché era soprattutto questo Paese che chiedeva per la sua economia
forza-lavoro restando totalmente indifferente ai problemi personali, familiari,
sociali di molti immigrati, già raggiunti (specialmente dopo l’accordo del
1964) dai figli in età prescolastica e persino scolastica. Inoltre le limitazioni
erano troppe, i sacrifici tanti.
L’ECO è stato anche un giornale molto critico nei confronti
della politica di stabilizzazione e d’integrazione, perché comportava nello
straniero un «enorme sforzo di adattamento» e quasi nulla in contraccambio. In
un articolo del 1967 Domenico Bianco reagì vivacemente di fronte al paradosso:
«Continuamente veniamo accusati di assenteismo, di allontanarci dall'ambiente
in cui viviamo, di diffidenza», senza rendersi conto del paradosso: «Ci vengono
a parlare di integrazione, di assimilazione proprio quando a noi manca la
sicurezza, la stabilità del lavoro. Ecco il paradosso! Perché non si pensa
prima alla tutela del nostro sacrosanto diritto ad uno stabile lavoro e poi
all'assimilazione? Noi siamo sicuri che, a queste condizioni, l’integrazione
non rappresenterà più un problema».
L’ECO, tuttavia, non si limitava alle critiche o alle
polemiche, ma era propositivo, perché, asseriva: «pesa su di noi, non sui
governi, la responsabilità di unirci e confonderci con loro [gli svizzeri]
armoniosamente». Ed era sincero quando s’interrogava: «Perché non
collaboriamo?»
Critiche per la mancata integrazione
L’ECO, generalmente molto critico nei confronti della
politica migratoria italiana e svizzera, non risparmiava critiche nemmeno agli
stessi immigrati, ritenuti disorganizzati e apatici perché non utilizzavano la
loro consistenza di mezzo milione di persone per fare pressione sull’Italia e
sulla Svizzera («è l’unione che fa la forza!»). Secondo la redazione solo il
10% partecipava attivamente ad una qualsiasi organizzazione, ma «finché
resteremo isolati non avremo mai la possibilità di risolvere i nostri
problemi».
In questa ottica L’ECO vedeva anche il problema della
xenofobia. Pur non rinunciando a contestare radicalmente l’ideologia xenofoba,
riteneva inappropriati anche certi comportamenti isolazionistici degli
immigrati e invitava ad una «collaborazione aperta e schietta che permetta a
noi italiani di innestarci, assimilarci alla società svizzera», soprattutto
dopo le agevolazioni previste dall'Accord di emigrazione/immigrazione del 1964.
Per questo L’ECO ha dato sempre grande importanza non solo all'apprendimento
della lingua e della cultura italiane, ma anche della lingua e della cultura
locali.
L’ECO è stato probabilmente anche il primo organo di stampa
a grande diffusione tra gli immigrati a sottolineare l’importanza
dell’integrazione della seconda generazione. In un accorato articolo del 1967
D.R. scriveva: «è tempo che tanti genitori si rendano conto del vantaggio
offerto ai propri figli di vivere, studiare, lavorare qui in Svizzera piuttosto
che riportarli a vivere nel desolato Sud Italia. Quello che semineremo oggi
sarà raccolto da loro domani».
Critiche della xenofobia
L’ECO non ha risparmiato critiche ai movimenti xenofobi e a Schwarzenbach in particolare, ma le ha mosse con grande lucidità e obiettività. Sia prima che dopo la famosa votazione del 7 giugno 1970, solo L’ECO, almeno nel campo dell’immigrazione, attirava l’attenzione dei lettori sull'inforestierimento «visto da un altro lato», ossia l’invasione massiccia «di giornali, riviste e pubblicazioni provenienti dalla Germania». Se si voleva parlare di pericolo d’influenza straniera, non si dovevano prendere di mira gli italiani, ma i tedeschi perché dalla Germania proveniva «circa il 40 per cento degli stampati» e i tedeschi godevano in Svizzera di un vasto potere economico, politico, giornalistico, culturale, finanziario.
Non è dato sapere se e quanto abbia influito L’ECO sul
rigetto dell’iniziativa Schwarzenbach, ma si può presumere che vi abbia
influito perché sul settimanale scrivevano le grandi firme dell’italofonia di
allora Dario Robbiani, Mario Barino, Marco Cameroni, Sonya Robbiani, Mascia
Cantoni, Renzo Balmelli, ecc. (Segue)
Giovanni Longu
Berna 05.05.2026

