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05 maggio 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale:L'ECO e CISAP (settima parte)

Nella seconda metà degli anni Sessanta il settimanale L’ECO ha rappresentato in Svizzera, in ambito migratorio, una sorta di coscienza critica nei confronti non solo dell’Italia e della Svizzera ma anche degli stessi immigrati. Chi avesse la possibilità di sfogliare le prime annate della rivista resterebbe sorpreso non solo dell’ampiezza dei temi trattati (problemi migratori, politica italiana e svizzera, vita degli immigrati, associazioni, seconda generazione, ecc.), ma anche dell’obiettività e profondità con cui venivano trattati. Più sorprendente ancora (soprattutto per chi ha condiviso a lungo una narrazione tipicamente di sinistra di presuntuosi pseudo-storici dell’immigrazione, che hanno sempre inteso l’immigrazione come sfruttamento, discriminazione, limitazione dei diritti civili oltre che politici, xenofobia) si rivelerebbe il punto di vista proattivo del giornale che auspicava (1967) non solo una «coesistenza italo-svizzera», ma «una sempre maggiore comprensione tra Italiani e Svizzeri» fino a proiettare il fenomeno migratorio sul lungo periodo, quando forse «anche i figli degli emigrati diventeranno svizzeri». In quest’ottica L’ECO è stato, soprattutto agli inizi, molto critico.

Critiche all'Italia

Nei confronti dell’Italia la critica era facile perché alla maggior parte degli immigrati sembrava imperdonabile che centinaia di migliaia di italiani fossero stati mandati «allo sbaraglio», «impreparati moralmente e professionalmente», «a guadagnarsi da vivere all’estero» perché «l’Italia aveva interesse ad alleggerire la sua iperbolica disoccupazione e sottoccupazione» lasciando che gli emigrati, «affamati, ansiosi di far fortuna» si trovassero a vivere in ambienti così diversi dai loro. «Non ebbero, moltissimi di essi, neanche il tempo di rendersi conto di quello che stava accadendo, della metamorfosi che veniva ad imporre una forma nuova alla loro vita».

E poi, esclamava in un lungo articolo Domenico Bianco, «Dovete una buona volta smetterla di considerarci unità di forza lavorativa (forza- lavoro)… Venite tra noi [se volete] rendervi conto dei nostri sacrifici, dei nostri disagi». Ma in un altro articolo osava sperare che, nonostante Roma avesse «sempre ignorato o finto di ignorare» i problemi che assillano da molti anni l’emigrato «il povero emigrante» avrebbe continuato ad avere «fiducia in Roma e a dire, senza fingere: “il governo mi considera e mi tutela anche se lontano».

Critiche alla Svizzera

Muovere critiche alla Svizzera era altrettanto scontato perché era soprattutto questo Paese che chiedeva per la sua economia forza-lavoro restando totalmente indifferente ai problemi personali, familiari, sociali di molti immigrati, già raggiunti (specialmente dopo l’accordo del 1964) dai figli in età prescolastica e persino scolastica. Inoltre le limitazioni erano troppe, i sacrifici tanti.

L’ECO è stato anche un giornale molto critico nei confronti della politica di stabilizzazione e d’integrazione, perché comportava nello straniero un «enorme sforzo di adattamento» e quasi nulla in contraccambio. In un articolo del 1967 Domenico Bianco reagì vivacemente di fronte al paradosso: «Continuamente veniamo accusati di assenteismo, di allontanarci dall'ambiente in cui viviamo, di diffidenza», senza rendersi conto del paradosso: «Ci vengono a parlare di integrazione, di assimilazione proprio quando a noi manca la sicurezza, la stabilità del lavoro. Ecco il paradosso! Perché non si pensa prima alla tutela del nostro sacrosanto diritto ad uno stabile lavoro e poi all'assimilazione? Noi siamo sicuri che, a queste condizioni, l’integrazione non rappresenterà più un problema».

L’ECO, tuttavia, non si limitava alle critiche o alle polemiche, ma era propositivo, perché, asseriva: «pesa su di noi, non sui governi, la responsabilità di unirci e confonderci con loro [gli svizzeri] armoniosamente». Ed era sincero quando s’interrogava: «Perché non collaboriamo?»

Critiche per la mancata integrazione

L’ECO, generalmente molto critico nei confronti della politica migratoria italiana e svizzera, non risparmiava critiche nemmeno agli stessi immigrati, ritenuti disorganizzati e apatici perché non utilizzavano la loro consistenza di mezzo milione di persone per fare pressione sull’Italia e sulla Svizzera («è l’unione che fa la forza!»). Secondo la redazione solo il 10% partecipava attivamente ad una qualsiasi organizzazione, ma «finché resteremo isolati non avremo mai la possibilità di risolvere i nostri problemi».

In questa ottica L’ECO vedeva anche il problema della xenofobia. Pur non rinunciando a contestare radicalmente l’ideologia xenofoba, riteneva inappropriati anche certi comportamenti isolazionistici degli immigrati e invitava ad una «collaborazione aperta e schietta che permetta a noi italiani di innestarci, assimilarci alla società svizzera», soprattutto dopo le agevolazioni previste dall'Accord di emigrazione/immigrazione del 1964. Per questo L’ECO ha dato sempre grande importanza non solo all'apprendimento della lingua e della cultura italiane, ma anche della lingua e della cultura locali.

L’ECO è stato probabilmente anche il primo organo di stampa a grande diffusione tra gli immigrati a sottolineare l’importanza dell’integrazione della seconda generazione. In un accorato articolo del 1967 D.R. scriveva: «è tempo che tanti genitori si rendano conto del vantaggio offerto ai propri figli di vivere, studiare, lavorare qui in Svizzera piuttosto che riportarli a vivere nel desolato Sud Italia. Quello che semineremo oggi sarà raccolto da loro domani».

Critiche della xenofobia


L’ECO non ha risparmiato critiche ai movimenti xenofobi e a Schwarzenbach in particolare, ma le ha mosse con grande lucidità e obiettività. Sia prima che dopo la famosa votazione del 7 giugno 1970, solo L’ECO, almeno nel campo dell’immigrazione, attirava l’attenzione dei lettori sull'inforestierimento «visto da un altro lato», ossia l’invasione massiccia «di giornali, riviste e pubblicazioni provenienti dalla Germania». Se si voleva parlare di pericolo d’influenza straniera, non si dovevano prendere di mira gli italiani, ma i tedeschi perché dalla Germania proveniva «circa il 40 per cento degli stampati» e i tedeschi godevano in Svizzera di un vasto potere economico, politico, giornalistico, culturale, finanziario.

Non è dato sapere se e quanto abbia influito L’ECO sul rigetto dell’iniziativa Schwarzenbach, ma si può presumere che vi abbia influito perché sul settimanale scrivevano le grandi firme dell’italofonia di allora Dario Robbiani, Mario Barino, Marco Cameroni, Sonya Robbiani, Mascia Cantoni, Renzo Balmelli, ecc. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 05.05.2026

14 aprile 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (sesta parte)

Negli articoli precedenti ho citato più volte L’ECO perché soprattutto negli anni Sessanta e Settanta ha svolto una funzione molto importante nel campo dell’informazione e della formazione di una coscienza comune degli italiani immigrati in Svizzera. La popolazione italiana cresceva, talvolta formava delle comunità grandi come città, ma anche molto eterogenee e incoerenti. L’ECO costituiva un elemento di continuità e di unità ed è stato probabilmente il primo organo di stampa a vedere nella partecipazione e nell'integrazione un forte elemento unificante. L’editore svizzero ne aveva capito il ruolo fondamentale fin dalla trasformazione del L’ECO da foglio pubblicitario in «Giornale per gli italiani in Svizzera», settimanale. Per questo voleva un’informazione accurata, ampia, «vivace e interessante», diversificata, utile. Il CISAP, come si vedrà meglio in seguito, andò oltre l’informazione perché colse nella formazione professionale la via maestra per un’integrazione effettiva sul lavoro, nell'economia e nella società.

Anzitutto l’informazione

Per una massa già consistente e in forte crescita di italiani, trasferitisi per lunghi periodi o a tempo indeterminato in Svizzera, rafforzare i legami affettivi e conoscitivi con l’Italia era negli anni Sessanta e Settanta vitale. L’ECO riusciva in una serie di rubriche a mantenere vivi questi legami. La maggior parte degli immigrati italiani era tuttavia tendenzialmente residente in Svizzera a tempo indeterminato e il tema dell’integrazione diventava ogni giorno più attuale. Se ne parlava però poco per una serie di difficoltà oggettive e psicologiche. L’ECO è stato probabilmente il primo organo di stampa a trattarlo in una maniera diffusa, chiara e comprensibile.

Intanto L’ECO capì subito che alla base dei comportamenti antitetici di molti italiani e di molti svizzeri c’erano soprattutto pregiudizi, incomprensioni, luoghi comuni. per cui il giornale si presentò fin dal 1967 molto ricco d’informazioni sull'Italia, sull'Europa, sulla Svizzera, sull'economia, sulle problematiche emigratorie, sui rapporti sociali svizzeri-stranieri, sulle associazioni, sulle tradizioni locali, sui bisogni degli immigrati... Per favorire il loro soggiorno svizzero, agli «amici italiani», spesso diffidenti, venivano presentati anche «casi di coesistenza italo-svizzera particolarmente simpatici ed interessanti».

In generale, tuttavia, l’informazione del Giornale era molto varia, facilmente comprensibile, ma soprattutto «libera», perché l’editore voleva che il settimanale non fosse «asservito né ad un partito né ad una confessione né ad un gruppo d’interessi né ad una qualche potenza finanziaria». Questa libertà gli consentiva di intervenire criticamente sulla politica emigratoria italiana e immigratoria svizzera, ma anche sui comportamenti eccessivamente chiusi e diffidenti degli immigrati, nonostante la scusante di essere stato mandato qui allo sbaraglio, per sfamarsi e arrangiarsi.

Oltre l’informazione

Ma all'editore svizzero, anche un’informazione scrupolosa e corretta non bastava. La sua intenzione dichiarata andava ben oltre: «favorire una sempre maggiore comprensione tra Italiani e Svizzeri», gettare ponti tra italiani e svizzeri, fino a «unirci e confondersi con loro armoniosamente», com'era riuscito a lui stesso riuscendo a mettere insieme un gruppo di collaboratori molto affiatati, «una splendida, armoniosa coalizione: Svizzera-Italia». Si meravigliava che la stessa armonia «non vada altrettanto bene tra italiani e svizzeri» in altri campi, pur essendo possibile, almeno a sentire il sindaco di Baden, che un giorno aveva terminato un suo intervento dicendo: «Viva la Svizzera! Viva l’Italia! Viva l’amicizia».

Negli anni '60 e '70 la stampa nazionale italiana
e svizzera s'interessa spesso del fenomeno migratorio,
ma raramente ne tratta la problematica interna.
Sfogliando i primi numeri dell’edizione «rinnovata» del L’ECO (dopo il 1967) si capisce tuttavia che per l’editore e per i collaboratori l’obiettivo sarebbe stato tutt'altro che facile da raggiungere per tutta una serie di difficoltà oggettive, politiche, sociali e psicologiche. La lunga storia della testata dimostra tuttavia che non ci fu mai alcuna resa, alcun arretramento e anche alcun ripensamento. Insieme, editore e collaboratori, hanno lavorato intensamente, stimolati anche dalla xenofobia che negli anni Sessanta e Settanta era in espansione, per rimuovere innumerevoli ostacoli, barriere, luoghi comuni, pregiudizi, non solo nel campo svizzero, ma anche in quello immigrato.

Responsabilità degli immigrati

Quanto abbia contribuito effettivamente L’ECO alla trasformazione della popolazione immigrata italiana in questi ultimi 60 anni non è dato sapere, ma può essere stimato molto positivamente anche soltanto per essere riuscito a coinvolgere nelle responsabilità del proprio divenire gli stessi immigrati fin dal 1967.

Credo che nessun organo di stampa abbia mai insistito così tanto come L’ECO sia sull'analisi critica del «fenomeno migratorio italiano interno ed esterno» (1967) e sulle problematiche migratorie (cfr. «Svizzera: il problema di noi emigrati», 1967) che introducendo domande forse provocatorie ma fondamentali come «Perché l’italiano vive isolato?» o «Perché non collaboriamo?», tanto più che «ci tendono ancora la mano» (1967).

Tuttavia, la riuscita del Giornale è probabilmente dovuto anche al fatto di aver coinvolto nelle responsabilità, fin dal 1967, gli stessi immigrati in quanto protagonisti e beneficiari. In un lungo articolo del 1967, Domenico Bianco, dopo aver ricordato che «secondo gli studiosi, il vero problema degli emigrati in Svizzera […] è prettamente psicologico» e rimproverato gli immigrati di non aver reagito «agli xenofobi che descrivevano la nostra presenza come un pericolo per l’unità della Confederazione», non esitava ad aggiungere: «non reagimmo perché ben sapevamo che una certa colpa era da addebitarsi a noi».

Nello stesso articolo e in articoli successivi lo stesso giornalista richiamava alcune responsabilità specifiche, per esempio di non aver approfittato a sufficienza della «stabilità del lavoro e del soldo», dei «corsi di lingua», dei «corsi di specializzazione, corsi in genere» (corsi «in gran parte disertati dagli italiani, spinti il più delle volte dalla diffidenza reciproca»), di snobbare l’ambiente svizzero, di «non tendere una mano a chi ce ne tende due», di non pensare che «anche i figli degli emigrati diventeranno svizzeri», ecc. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 14.04.2026

24 marzo 2026

Anni Sessanta: decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (quinta parte)

Alla reazione svizzera degli anni Sessanta (e Settanta), sprezzante nei confronti degli stranieri, gli italiani, che costituivano allora il gruppo straniero più numeroso, risposero isolandosi e chiudendosi in una sorta di mondo fittizio «italiano», che dava la sensazione dell’autosufficienza. In effetti riuscirono a costruirsi un mondo autarchico ben organizzato con autorità proprie ben distribuite sul territorio (Ambasciata, consolati, agenzie consolari, corrispondenti consolari), centri di culto (Missioni cattoliche italiane, messe festive, celebrazioni di battesimi, cresime, matrimoni…) e di aggregazione sociale (con asili, scuole, associazioni) sparsi soprattutto nei grandi centri dove maggiore era la concentrazione di italiani e una miriade di associazioni (alcune anche molto influenti), club, centri sportivi, ristoranti, negozi, professionisti di ogni genere per ogni necessità, ecc. Non attiravano la stima e il sostegno delle autorità svizzere che li paragonavano ai «ghetti» e centri pericolosi per la coesione nazionale e la politica federale ormai orientata sempre più verso la stabilizzazione e l’integrazione della manodopera estera. 

La situazione

Il un giornale dell'epoca, qualche anno prima del lancio della prima iniziativa anti-stranieri del dopoguerra si poteva leggere: «Noi non abbiamo niente contro il piccolo operaio italiano o spagnolo, ma deploriamo l’atteggiamento dei grandi capitalisti che sono pronti a sacrificare il nostro paese consegnandolo senza scrupoli all'inquinamento ecologico, etnico e morale». Ma nonostante si affermasse in pubblico che gli italiani erano i benvenuti e che soprattutto le grandi aziende non potevano fare a meno di loro, gli italiani non si fidavano perché vivevano la loro vita professionale con grande pena, ben sapendo che a loro toccavano i lavori più duri, più pericolosi e peggio retribuiti, per risparmiare si vedevano costretti a limitare tutti i loro bisogni, sacrificando persino i rapporti famigliari per i noti impedimenti e a sopravvivere con molti sacrifici.

È vero che, secondo l’on. Giorgio Oliva, Sottosegretario agli Esteri, non si trattava più di «una emigrazione obbligata», ma di «un temporaneo esodo, scelto liberamente dal lavoratore il quale, sia pure a prezzo di duri sacrifici e di diuturne rinunzie, espatria in cerca di un migliore guadagno e di un più rapido benessere economico», ma è altrettanto vero che quelle rinunce e quei sacrifici pesavano e rendevano illusorio l’auspicio dell’on. Mario Toros, Sottosegretario al Lavoro, di trasformare finalmente l’emigrazione «da fenomeno di necessità in libera scelta di un lavoro in Patria o di un altrettanto dignitoso e protetto lavoro all'estero» (cfr. resoconti del L’ECO del 1967).

Intanto la vita dell’emigrato era dura, pesante e precaria, per cui sarebbe stato difficile per molti italiani credere alle promesse delle autorità, sia svizzere che italiane, o sperare in un futuro più semplice, più garantito e più libero. Si trattava soprattutto, come scriveva ancora L’ECO di un «problema essenzialmente psicologico», difficile da superare, che gli immigrati vivevano drammaticamente ogni giorno.

Baracche degli anni '60 e '70 a Berna.
Per questo la reazione italiana è stata soprattutto di chiusura e di isolamento, anche perché gli italiani non possedevano strumenti adeguati per esigere miglioramenti, contrastare l’aggressività dei movimenti xenofobi o superare l’indifferenza (e talvolta il disprezzo) della popolazione svizzera. Nonostante il loro numero preponderante su tutti gli altri gruppi stranieri, erano di fatto relegati nelle classi sociali più modeste. Non avevano alcun peso politico: i partiti della maggioranza sostenevano il governo nella lotta contro il pericolo d'inforestierimento e i «ghetti»; non votavano né potevano votare! Non avevano sindacati propri e in quelli svizzeri non ci si trovavano ritenendoli poco combattivi e troppo vicini ai «padroni». D’altra parte, i sindacati non osavano schierarsi dalla parte degli italiani, scarsamente sindacalizzati, per non urtare la sensibilità degli iscritti svizzeri. Non occupavano posizioni dominanti nell'economia, nell'università, nel giornalismo.

Le autorità italiane raramente scendevano in campo a sostegno delle rivendicazioni dei connazionali e a tutela del lavoro italiano all’estero (conformemente all’art. 35 della Costituzione italiana) per non urtare la suscettibilità degli svizzeri e per non doversi schierare dalla parte dei contestatori, solitamente di sinistra. D’altra parte era anche oggettivamente difficile presentare insieme alle rivendicazioni le prove delle eventuali violazioni degli accordi bilaterali sull'emigrazione.

La reazione italiana

Tra i principali centri d'incontro c'erano le Missioni cattoliche italiane.
Molte storie di immigrati degli anni Sessanta raccontano la sofferenza di sentirsi isolati, indifesi e «abbandonati» dalle autorità italiane e persino poco apprezzati da numerosi connazionali venuti negli anni Cinquanta, di non poter comunicare con gli svizzeri non conoscendone la lingua, di vivere come reclusi in casa, di provare sollievo solo quando incontravano connazionali con cui intrattenersi. Secondo alcune narrazioni gli immigrati riuscivano a vivere la loro identità solo nelle associazioni, ma secondo altre durante la settimana le associazioni erano poco frequentate, sebbene in Svizzera ce ne fossero centinaia e forse migliaia (per altro anch'esse spesso isolate, gestite autoritariamente, poco organizzate e in competizione tra di loro).

Effettivamente, negli anni Sessanta e Settanta c’erano in Svizzera associazioni italiane di ogni tipo:politiche, culturali, assistenziali, ricreative, sportive, religiose. Volevano essere centri di aggregazione, d’incontro, d’informazione, di scopo, di sostegno, ma, come detto, erano attive, salvo le maggiori che disponevano anche di personale dipendente, quasi esclusivamente il fine settimana. In quegli anni sono state certamente di grande aiuto a molti, ma non erano in grado di risolvere il problema fondamentale degli immigrati italiani, che era, come già ricordato, «psicologico» e si materializzava soprattutto nell'isolamento, nella nostalgia, nel pianto, raramente nelle feste italiane.

Eppure, nonostante il loro scarso peso politico e sindacale, era soprattutto degli italiani che si parlava, specialmente nella stampa svizzero-tedesca, nel periodo più drammatico dell’immigrazione italiana in Svizzera, quando dopo il 1963 furono lanciate a raffica le iniziative anti stranieri e alcuni strati della popolazione erano favorevoli a ridurre gli arrivi. Quando nelle aziende e nei cantieri qualsiasi attività politica era vietata e gli italiani, che occupano generalmente posizioni subalterne nemmeno indirettamente potevano intervenire a proprio favore senza mettere a rischio il loro contratto di lavoro e il loro permesso di soggiorno.

È facile capire a questo punto la reazione di chiusura e isolamento di molti italiani. Tanto più che, secondo molti studi, nella maggior parte degli italiani il desidero del ritorno in patria era così forte da oscurare facilmente qualsiasi interesse all’integrazione, all’apprendimento della lingua locale, al contatto con gli svizzeri, a «gettare ponti» come invitava ripetutamente L’ECO (e di cui si tratterà diffusamente nel prossimo articolo) e persino alla frequentazione delle associazioni e dei circoli italiani dove si cominciava a discutere del futuro dell’immigrazione italiana e specialmente della seconda generazione che cresceva a vista d’occhio, soprattutto dopo le facilitazioni al ricongiungimento familiare introdotte dall’Accordo italo-svizzero del 1964.

In un articolo del L’ECO del 1967 l’autore si chiedeva: «Perché non collaboriamo?» e per agevolare la risposta aggiungeva: «… potremmo fare meglio i nostri interessi, oltre al fatto che saremmo sicuramente rispettati di più», tanto più che (molti) «ci tengono ancora la mano». (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 24.3.2026

04 marzo 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (quarta parte)

Ogniqualvolta si parla e/o si scrive di Schwarzenbach e della xenofobia di molti svizzeri dal dopoguerra in avanti si sorvola sistematicamente sulla loro effettiva paura di perdere il lavoro, di impoverirsi, di vedersi aumentare la pigione, di non avere tutele. Era una paura reale perché era reale la concorrenza degli stranieri, che pur di avere un lavoro erano disposti ad accettare salari miserevoli, lavori pericolosi senza assicurazioni, abitazioni indecorose, bassi consumi. Molte di queste paure era infondate e frutto di una violenta propaganda xenofoba, che faceva presa su tanti svizzeri. Non veniva loro detto che soprattutto degli italiani non dovevano aver paura (anche se molti di essi portavano in tasca un coltello, del resto come moltissimi svizzeri) perché erano semplici operai, in gran parte nemmeno qualificati, non costituivano un partito e quindi non potevano influenzare la politica (anzi era loro interdetta qualsiasi attività politica), non avevano un sindacato proprio, anche se erano quasi tutti lavoratori dipendenti, non possedevano grandi imprese, banche, assicurazioni o importanti giornali, ma erano in forte crescita e molti svizzeri temevano che prima o poi si sarebbero trovati in minoranza e schiacciati da una maggioranza straniera. In effetti la propaganda xenofoba otteneva ampi consensi.

L’«invasione» degli italiani

Anni Sessanta: quando in Italia stava per finire il boom economico,
 moltissimi italiani, soprattutto dal Sud, emigravano in Svizzera.

Negli anni Sessanta la popolazione straniera e soprattutto quella italiana era in forte crescita perché l'economia richiedeva molta manodopera e specialmente quella italiana era disponibile e affidabile. Nel 1962 erano stati rilasciati complessivamente ben 455.999 nuovi permessi di soggiorno (stagionali, annuali e frontalieri). Benché nel 1963 tale numero fosse sceso a 445.746, nel mese di agosto 1964, su una popolazione complessiva di poco più di 5,8 milioni di abitanti risultavano in Svizzera 1.064.000 stranieri (compresi stagionali e frontalieri), ossia più del 18% dell’intera popolazione residente (svizzeri e stranieri col permesso B e C). 

Nel 1960 gli italiani (486.586 persone) costituivano circa l’83,2 per cento degli stranieri e possedevano in gran parte (71,2%) il permesso B o C. I domiciliati (permesso C), che nel 1960 erano solo poco più di 137.571, nel 1970 raggiunsero quota 365.795. Gli italiani residenti stabilmente erano ormai l’82,1 per cento.

Indipendentemente dai nuovi arrivati, anche l’incremento naturale era evidente: nel 1960, per ogni 100 neonati svizzeri si contavano 14 stranieri, nel 1965 ben 35. Agli inizi degli anni ’70 i neonati stranieri rappresentavano più del 30% delle nascite complessive e il 18% era costituito da bambini italiani. Nel 1970 il numero degli italiani raggiunse 711.153 unità, anche se la percentuale sulla popolazione straniera era scesa al 58,7 per cento.

Molti svizzeri percepivano questi aumenti come un’«invasione», dimenticandosi che per venire gli stranieri avevano bisogno normalmente di un datore di lavoro che li richiedesse, di un contratto di lavoro e di un’assicurazione del rilascio di un permesso di dimora. Si dimenticavano inoltre che il benessere di cui tutti stavano godendo era almeno in parte merito loro. Infatti dal 1959 al 1964 il prodotto interno lordo (PIL) era cresciuto mediamente del 5,1 per cento l’anno (7% nel 1961), anche se dal 1964 al 1969 la media era leggermente diminuita. In venti anni, dal 1950 al 1970, il PIL in termini nominali era passato da 17'980 milioni a 79'920 milioni di franchi, facendo balzare la Svizzera ai primi posti della graduatoria mondiale per ricchezza prodotta per abitante.

Nel 1965, la tragedia di Mattmark, che fece 88 vittime, di cui 56 italiane, sembrava aver aperto gli occhi a tutti sul lavoro duro e pericoloso di molti stranieri, ma com'è noto, solo dopo la votazione del 7 giugno 1970 sulla «iniziativa Schwarzenbach» il Consiglio federale avviò una nuova politica immigratoria, più vicina alle aspirazioni degli stranieri e orientata all'integrazione.

La reazione svizzera

A far paura a molti svizzeri non era però solo il numero crescente di stranieri (italiani), ma anche il loro alto grado di organizzazione, la vasta rete di associazioni proprie (alcune delle quali molto attive politicamente), Missioni cattoliche, scuole, asili, patronati, luoghi di ritrovo, punti di assistenza, negozi, giornali, ecc. A rendere diffidenti molti svizzeri contribuirono talvolta gli stessi immigrati con il loro isolamento, interpretato spesso come da essi espressamente voluto, la loro non partecipazione alla vita delle comunità locali, il disinteresse ad apprendere la lingua del posto, l’apatia nei confronti dell’integrazione. Sembrava che nel mondo dell’associazionismo soprattutto gli italiani ritrovassero invece sé stessi, si sentissero finalmente liberi, come a casa propria, e non più «Gastarbeiter», «ospiti» precari, e senza vincoli di subalternità.

Per molti svizzeri deve aver rappresentato uno «shock» anche accorgersi che già sul lavoro numerosi stranieri (soprattutto italiani) si dimostravano più capaci di molti svizzeri qualificati e fuori della fabbrica o del cantiere si erano fatti strada, avevano raggiunto un certo benessere, si erano trasferiti dalle baracche in decorose abitazioni, alcuni si erano messi a lavorare con un'impresa propria e assumevano persino degli svizzeri. Tutto ciò appariva a molti svizzeri inaudito, irreale e pericoloso.

Questa situazione fu riassunta nel 1965 da Max Frisch con queste parole: «un piccolo popolo dominatore si vede in pericolo: sono state chiamate forze di lavoro e arrivano persone. Non divorano l’intero benessere, anzi sono indispensabili al benessere». Il famoso scrittore svizzero doveva costatare ciò che nemmeno lui forse aveva immaginato prima e cioè che cercando braccia sarebbero venute tante persone con problemi, bisogni, speranze, sogni da realizzare. Erano «italiani»!

Non si trattava però solo di sorpresa perché fin dai primi anni Sessanta i movimenti xenofobi avevano cominciato a seminare ovunque sentimenti di paura e di odio nei confronti soprattutto degli italiani, agitando lo spettro dell'inforestierimento (Überfremdung) demografico, economico, culturale e persino politico della Svizzera. Alla reazione italiana sarà dedicato il prossimo articolo, ma saranno messi in risalto anche i contributi del L’ECO e del CISAP, che aiuteranno a capire meglio, si spera, quel momento storico particolarmente importante e delicato. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 4.3.2026

20 febbraio 2026

Anni Sessanta: decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (terza parte)

L’enorme afflusso di italiani nella Confederazione aveva probabilmente indotto molti a considerare la Svizzera un Paese con poche leggi ferree difficilmente aggirabili, ma con buone prospettive di successo, lavorando sodo e osservando le clausole del contratto di lavoro, per lo più «stagionale». Stando alle statistiche, negli anni Sessanta centinaia di migliaia di persone giunsero qui con questa consapevolezza e con la speranza di risolvere presto i loro problemi personali e familiari. Poco importava che l’economia svizzera le considerasse «braccia» o poco più, Gastarbeiter o «lavoratori ospiti» perché a tempo determinato, provvisori e quindi precari; ciò che importava era soprattutto la paga e la sicurezza del lavoro. I problemi dell’immigrazione di massa, ormai soprattutto dal Mezzogiorno d'Italia, non tardarono a manifestarsi, accompagnati spesso dall'illusione che si potessero risolvere organizzando tra gli immigrati una sorta di massa critica in grado di «pesare» sia sulle istituzioni italiane che su quelle svizzere.

I problemi

I problemi occupazionali sono stati per molto tempo all'origine dell'emigrazione.

I problemi causati da un'immigrazione di massa inaspettata, disordinata e in continuo aumento sono stati oggetto di numerosi studi, che non è possibile qui nemmeno riassumere. Vi accenno solo per agevolare la comprensione almeno sommaria di quel periodo, specialmente nella Svizzera tedesca, ma anche per tener presente i limiti della politica di allora nell'affrontare quella problematica per tanti versi nuova, complessa e obiettivamente di difficile soluzione.

I problemi nascevano soprattutto dalla situazione occupazionale italiana che non accennava a migliorare nonostante il boom economico e dalla debolezza della politica dei due Paesi coinvolti. Quella italiana era visibilmente incapace di creare occupazione, soprattutto al Sud, e totalmente invischiata nella lotta partitica tra comunisti e democristiani. Persino l’emigrazione era oggetto di scontro e il governo svizzero, decisamente anticomunista, in più occasioni cercò di contribuire al successo dei democristiani guidati da Alcide De Gasperi, che riuscirono persino ad escludere i comunisti dalle trattative con la Svizzera per il nuovo accordo di emigrazione/immigrazione.

Svizzera: predominio dell'economia sulla politica.
Anche la politica svizzera si mostrò a lungo debole di fronte allo strapotere dell’economia, che gestiva l’immigrazione come un problema puramente economico, sfruttando a suo favore la legge federale del 1931 sulla dimora e il domicilio degli stranieri, ignorando i cambiamenti in atto nella popolazione straniera (crescente prolungamento della permanenza degli immigrati e conseguente minore sostituzione dei rimpatriati con nuovi immigrati (rotazione), penuria di abitazioni a pigione sostenibile, avanzata della seconda generazione e dei relativi problemi di formazione e d’integrazione), scaricando sulla politica e sulla popolazione svizzera e immigrata i problemi degli stranieri. Solo dopo il 1970 (dopo il rigetto dell’iniziativa Schwarzenbach col voto popolare del 7 giugno 1970) la problematica fu affrontata con professionalità in tutte le sedi politiche e amministrative.

L'ultima sede del CISAP di Berna
In questo contesto, in cui gli stranieri si sentivano spesso abbandonati come «persone», feriti nella loro dignità, considerati al massimo come «braccia» funzionali alle esigenze dell’economia, gruppi di italiani e amici svizzeri decisero di intervenire con spirito solidaristico e lungimirante cercando soluzioni efficaci ai problemi crescenti degli immigrati e delle loro famiglie. Tra le molteplici iniziative che si registravano un po’ ovunque in Svizzera in quel periodo vanno segnalate in particolare L’ECO e il CISAP.

Due soluzioni esemplari

Nel tentativo di creare un elemento di autentica condivisione e di collaborazione favorendo l’informazione, la riflessione e l’amicizia fu fondato sessant'anni fa L’ECO, quale «giornale per gli Italiani in Svizzera». Il fondatore Mando H. Forster, che non era italiano ma conosceva bene le problematiche degli italiani immigrati in Svizzera ed era convinto che molti problemi si potessero risolvere più facilmente se ci fosse più armonia tra italiani e svizzeri. L’ECO intendeva favorirla.

Il CISAP, Centro italo-svizzero di formazione professionale, è stato uno splendido esempio di collaborazione italo-svizzera. Agli inizi degli anni Sessanta, quando si poteva a ragione parlare di due mondi separati e sconnessi (anche per ragioni linguistiche), Giorgio Cenni e un piccolo gruppo costituito da immigrati della prima ondata di immigrati del dopoguerra (provenienti soprattutto dal Nord) e alcuni amici svizzeri riuscirono a stabilire connessioni prima inimmaginabili, coinvolgendo in un’impresa che ha dell’incredibile l’immigrazione organizzata, le autorità italiane e svizzere e le organizzazioni professionali (padronali e sindacali).

Del contributo del L’ECO e del CISAP alla soluzione dei tanti problemi provocati dall'ondata immigratoria del secondo dopoguerra tratterò più diffusamente nei prossimi articoli, in cui segnalerò anche l’originalità di queste due soluzioni riuscite rispetto ad altri tentativi effimeri.

Avvio di una nuova politica migratoria

Per dovere di verità devo però premettere che sia le autorità italiane che quelle svizzere non erano insensibili al disagio di alcune categorie di stranieri (specialmente stagionali e annuali), ma spesso non riuscivano ad andare oltre le buone intenzioni. Anche l’Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera del 1964, che prevedeva miglioramenti importanti alla complessa situazione fu solo un compromesso destinato a dare i maggiori benefici solo in tempi lunghi (riduzione del numero di stagionali, stabilizzazione degli stranieri dimoranti e domiciliati, avvio di una seria politica d’integrazione specialmente per le seconde generazioni, ecc.).

Quell'Accordo rappresentava comunque per molti immigrati un nuovo orientamento importante e maggiori opportunità, ma anche qualche preoccupazione in più perché i movimenti xenofobi reagirono malamente ai presunti «privilegi» degli italiani. Sul lungo periodo, tuttavia, non c'è dubbio che l'Accordo del 1964 segnò per l'immigrazione italiana l'avvio di una nuova politica migratoria, di cui si darà conto nei prossimi articoli (Segue).

Giovanni Longu
Berna 20.02.2026 

12 febbraio 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (seconda parte)

Gli anni Sessanta hanno costituito nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera un decennio fondamentale, nel senso che in quegli anni sono state gettate le basi dei principali eventi successivi e senza le quali risulta impossibile ricostruire in misura comprensibile e significativa lo sviluppo, la direzione, il senso dell’evoluzione della collettività italiana, divenuta nel frattempo una componente essenziale dell’intera collettività svizzera. Molti studiosi hanno creduto di poter interpretare i grandi eventi dei decenni successivi partendo dalla xenofobia sostenuta da James Schwarzenbach, hanno cercato di giustificare la presa di coscienza migratoria della collettività immigrata sulla presunta spinta del Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) e dell’attivismo di numerose associazioni italiane, per non parlare dei numerosi tentativi, parziali e insufficienti, di comprensione del fenomeno della seconda e delle successive generazioni… dimenticandosi delle premesse sviluppatesi negli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta

Immigrati tornano in Italia per Natale (anni '60)
Non si ha né il tempo né lo spazio per ripercorrere i grandi eventi che hanno riguardato l’immigrazione italiana in Svizzera, ma bastano (in questo e nel prossimo articolo) pochi cenni e alcuni dati per capire che si è trattato di un decennio molto importante per gli sviluppi successivi e molto diverso rispetto a precedenti ondate di arrivi in massa di manodopera estera.

Infatti, al tempo delle grandi costruzioni ferroviarie, il fenomeno immigratorio dall'Italia (soprattutto del Nord) era alquanto disordinato e orientato prevalentemente a due tipi di opera: le costruzioni ferroviarie e l’edilizia. Negli anni Sessanta (ma già nel decennio precedente), invece, il fenomeno immigratorio divenne un fenomeno di massa organizzato (in base agli accordi italo-svizzeri del 1948 e 1964), più vasto (perché il reclutamento avveniva ormai in tutta l’Italia, anche se prevalentemente nel Mezzogiorno, tant'è che si cominciò a parlare di «meridionalizzazione» dell’immigrazione) e ripartito in Svizzera su tutto il territorio nazionale.

La tipologia della immigrazione ottocentesca e d’inizio Novecento era molto chiara, perché si richiedeva essenzialmente forza lavoro manuale per la realizzazione delle grandi opere ferroviarie (nuove linee, tunnel, rampe d’accesso, ecc.), dei primi impianti idroelettrici e di attività varia di genio civile ed edilizia. Negli anni Sessanta, invece, l’immigrazione aveva una destinazione ben più ampia perché tutti i comparti dell’economia avevano bisogno di manodopera, sia perché molti svizzeri abbandonavano i lavori pesanti, meno qualificati e mal retribuiti per intraprendere attività più qualificate, meglio retribuite o indipendenti e sia, soprattutto, perché i settori secondario e terziario erano in forte sviluppo.

Pertanto la richiesta di lavoro era vastissima, con una distinzione importante: mentre nelle attività del genio civile (molti cantieri si trovavano in montagna per la costruzione di grandi impianti idroelettrici) e nell'edilizia urbana come pure in molti comparti del terziario (turismo, ristorazione, alberghi, riparazioni) la manodopera era soprattutto stagionale (non da ultimo per disincentivare il permesso di domicilio), nell'industria si continuava a preferire la manodopera stabilmente residente.

Ciò nonostante, i lavoratori italiani che chiedevano di venire in Svizzera anche come stagionali erano sempre tantissimi, anche perché la richiesta di manodopera era veramente enorme, tanto da alimentare soprattutto in Italia l’idea che in Svizzera fosse facile trovare lavoro, persino evitando la complicata trafila della burocrazia (e contribuendo al triste fenomeno dell’emigrazione/immigrazione irregolare che coinvolse anche numerosi bambini).  L’evoluzione dell’immigrazione italiana è resa evidente da queste cifre.

Popolazione italiana in rapida crescita

Negli anni '60 la maggior parte dei nuovi immigrati era costituita
da «stagionali»; ma erano molti anche i residenti «annuali» e «domiciliati»

Nel 1960 risiedevano stabilmente in Svizzera poco più di 346.000 italiani, senza contare i circa 130.000 stagionali. Se negli ultimi cinque anni del decennio precedente i nuovi arrivi erano stati 70-80 mila l'anno (contro rientri in Italia dell'ordine di 50-60 mila), nei primi anni '60 l'aumento degli arrivi è stato impressionante: 128.257 nel 1960, 142.114 nel 1961, 143.054 nel 1962 (contro rientri dell'ordine di 90-100 mila). L'incremento medio degli italiani in Svizzera era in quegli anni di circa 40.000 l'anno. Inoltre, dal 1961 gli immigrati italiani provenivano soprattutto dal Mezzogiorno.

Bisogna anche aggiungere che tanto l’amministrazione svizzera che quella italiana si trovarono del tutto impreparate ad affrontare i problemi che generava una massa enorme di immigrati fuori controllo, nonostante la legge sugli stranieri del 1931 e le attenzioni del governo svizzero per rendere «equilibrato» il rapporto indigeni-stranieri. Ad approfittarne furono soprattutto i movimenti xenofobi, ma del loro impatto sulla popolazione svizzera e italiana si tratterà nel prossimo articolo.

Per contro, in moltissimi immigrati crescevano il disagio, la precarietà e la paura. Vi furono anche segnali di ottimismo e soprattutto il desidero di guardare avanti, di superare le difficoltà, pensando soprattutto alle giovani generazioni. In questo contesto non possono essere taciuti i contributi offerti proprio dalle due realtà già menzionate, L’ECO e il CISAP, sia pure in ambiti totalmente diversi, e di cui si parlerà ancora in seguito. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 12.02.2026

30 gennaio 2026

Anni Sessanta un decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (prima parte)

Molti immigrati degli anni Sessanta sono rientrati definitivamente in Italia per godersi la meritata pensione e sono pertanto rare le testimonianze dirette sulle vicende migratorie di quel decennio. Esistono tuttavia numerosi studi e documenti privati e pubblici che consentono a chiunque di farsi un’idea alquanto precisa di quel periodo. Vi attingerò abbondantemente per evocare in una sere di articoli quello che dev’essere considerato un decennio fondamentale della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. La narrazione sintetica di quel periodo non è tuttavia finalizzata a rievocare ancora una volta quegli anni (perché i lettori della rivista hanno avuto parecchie occasioni per conoscerli), ma per inquadrare adeguatamente due realtà, sebbene non comparabili, avviate negli anni Sessanta: la nascita della rivista L’ECO e la costituzione di una scuola per la formazione professionale degli immigrati, il CISAP. La prima esiste ancora, la seconda non più. Entrambe, tuttavia costituiscono due testimonianze straordinarie della trasformazione dell’immigrazione italiana in questo Paese.

Sessantesimo del L’ECO e del CISAP


Quando sessant'anni fa, nel 1966, Mando H. Forster lanciò il suo giornale, chiamandolo L’ECO Giornale per gli Italiani in Svizzera, probabilmente non si aspettava che nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno dei più letti e apprezzati dagli immigrati italiani. Il «segreto» di questa riuscita stava soprattutto nei contenuti e nello stile degli articoli. Oltre all'aspetto puramente informativo, molti di essi si distinguevano per la vicinanza ai problemi reali degli immigrati, alle loro ansie e speranze, per la loro indipendenza dal punto di vista delle autorità, per la profondità di alcune analisi sulla condizione migratoria, per la serietà e autorevolezza di alcuni collaboratori, uno per tutti Dario Robbiani, per l’obiettività dei resoconti più importanti.

Nei prossimi articoli, a beneficio soprattutto di chi è interessato a conoscere più in profondità gli anni Sessanta, richiamerò alcuni articoli dell’epoca, particolarmente interessanti.

Il CISAP è stata un’istituzione prestigiosa e preziosa per migliaia di connazionali immigrati, che attraverso idonei corsi di formazione professionale sono riusciti a trasformare la loro esistenza spesso alquanto precaria in una carriera solida e fonte di tranquillità per i diretti interessati e per le loro famiglie. La storia del CISAP, che pochi conoscono, dovrebbe appartenere alle pagine più significative e indimenticabili dell’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Anche sul CISAP, nei prossimi articoli, evidenzierò alcuni aspetti che sanno dell’incredibile. Basti solo pensare che l’istituzione, estesasi nell'arco di un decennio a molte località del Cantone di Berna e, successivamente, della Svizzera, è sorta per iniziativa e per volontà di alcuni lavoratori immigrati sotto la guida di Giorgio Cenni ed è poi riuscita a coinvolgere autorità italiane e svizzere, sindacati e datori di lavoro svizzeri, associazioni e istituzioni varie.

Nello scantinato di questa villetta (Jägerweg 7 di Berna)
sorse nel 1966 la prima sede del CISAP

Gli anni Sessanta in Svizzera

Per comprendere e apprezzare sia l’ECO che il CISAP occorre ricordare, sia pure in rapida sintesi, cosa hanno rappresentato gli anni Sessanta, per la società svizzera, per l’economia, per l’immigrazione, per i rapporti italo-svizzeri. Alcuni dati aiuteranno a capirne la portata.

La società svizzera era in rapida trasformazione sotto la spinta di un’economia in grande sviluppo (soprattutto i settori secondario e terziario), che faticava però a reperire la manodopera necessaria. Poiché il mercato del lavoro interno era quasi completamente prosciugato (nel 1960 in tutta la Svizzera solo 800 persone erano in cerca d’impiego, ma c’erano più di 6000 posti di lavoro non occupati), molte imprese reclutavano direttamente in Italia (soprattutto nel Mezzogiorno), dove la manodopera disponibile era sovrabbondante (nonostante il «miracolo economico») le maestranze di cui avevano bisogno.

Intanto in Svizzera la popolazione straniera continuava a crescere nonostante pendesse sulla politica federale una specie di spada di Damocle perché per legge (1931) il Consiglio federale (governo) doveva vegliare «contro l’eccesso di manodopera estera» e non doveva fornire alcun pretesto alla diffusione della propaganda xenofoba. Tuttavia, sulla buona volontà delle autorità federali prevalevano gli interessi economici.

Sta di fatto che nel 1960, sul totale della popolazione straniera residente (col permesso di domicilio e permessi annuali, esclusi gli stagionali e i frontalieri), 346.233 (59,2%) erano di origine italiana; nel 1970 il loro numero supererà il mezzo milione (583.835) e la loro proporzione si attesterà sul 53,6%. Gli italiani non solo primeggiavano sugli stranieri, ma erano anche in continua crescita benché fosse praticata dal Governo federale, specialmente attraverso gli stagionali, una rigida politica di rotazione della manodopera estera, accentuandone la loro precarietà.

Com’è noto, a decidere i limiti della politica immigratoria intervennero nel decennio successivo il popolo svizzero (con la votazione federale del 7 giugno 1970, che bocciò una iniziava xenofoba), e soprattutto la crisi economica della metà degli anni Settanta. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 27.1.2026