14 aprile 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (sesta parte)

Negli articoli precedenti ho citato più volte L’ECO perché soprattutto negli anni Sessanta e Settanta ha svolto una funzione molto importante nel campo dell’informazione e della formazione di una coscienza comune degli italiani immigrati in Svizzera. La popolazione italiana cresceva, talvolta formava delle comunità grandi come città, ma anche molto eterogenee e incoerenti. L’ECO costituiva un elemento di continuità e di unità ed è stato probabilmente il primo organo di stampa a vedere nella partecipazione e nell'integrazione un forte elemento unificante. L’editore svizzero ne aveva capito il ruolo fondamentale fin dalla trasformazione del L’ECO da foglio pubblicitario in «Giornale per gli italiani in Svizzera», settimanale. Per questo voleva un’informazione accurata, ampia, «vivace e interessante», diversificata, utile. Il CISAP, come si vedrà meglio in seguito, andò oltre l’informazione perché colse nella formazione professionale la via maestra per un’integrazione effettiva sul lavoro, nell'economia e nella società.

Anzitutto l’informazione

Per una massa già consistente e in forte crescita di italiani, trasferitisi per lunghi periodi o a tempo indeterminato in Svizzera, rafforzare i legami affettivi e conoscitivi con l’Italia era negli anni Sessanta e Settanta vitale. L’ECO riusciva in una serie di rubriche a mantenere vivi questi legami. La maggior parte degli immigrati italiani era tuttavia tendenzialmente residente in Svizzera a tempo indeterminato e il tema dell’integrazione diventava ogni giorno più attuale. Se ne parlava però poco per una serie di difficoltà oggettive e psicologiche. L’ECO è stato probabilmente il primo organo di stampa a trattarlo in una maniera diffusa, chiara e comprensibile.

Intanto L’ECO capì subito che alla base dei comportamenti antitetici di molti italiani e di molti svizzeri c’erano soprattutto pregiudizi, incomprensioni, luoghi comuni. per cui il giornale si presentò fin dal 1967 molto ricco d’informazioni sull'Italia, sull'Europa, sulla Svizzera, sull'economia, sulle problematiche emigratorie, sui rapporti sociali svizzeri-stranieri, sulle associazioni, sulle tradizioni locali, sui bisogni degli immigrati... Per favorire il loro soggiorno svizzero, agli «amici italiani», spesso diffidenti, venivano presentati anche «casi di coesistenza italo-svizzera particolarmente simpatici ed interessanti».

In generale, tuttavia, l’informazione del Giornale era molto varia, facilmente comprensibile, ma soprattutto «libera», perché l’editore voleva che il settimanale non fosse «asservito né ad un partito né ad una confessione né ad un gruppo d’interessi né ad una qualche potenza finanziaria». Questa libertà gli consentiva di intervenire criticamente sulla politica emigratoria italiana e immigratoria svizzera, ma anche sui comportamenti eccessivamente chiusi e diffidenti degli immigrati, nonostante la scusante di essere stato mandato qui allo sbaraglio, per sfamarsi e arrangiarsi.

Oltre l’informazione

Ma all'editore svizzero, anche un’informazione scrupolosa e corretta non bastava. La sua intenzione dichiarata andava ben oltre: «favorire una sempre maggiore comprensione tra Italiani e Svizzeri», gettare ponti tra italiani e svizzeri, fino a «unirci e confondersi con loro armoniosamente», com'era riuscito a lui stesso riuscendo a mettere insieme un gruppo di collaboratori molto affiatati, «una splendida, armoniosa coalizione: Svizzera-Italia». Si meravigliava che la stessa armonia «non vada altrettanto bene tra italiani e svizzeri» in altri campi, pur essendo possibile, almeno a sentire il sindaco di Baden, che un giorno aveva terminato un suo intervento dicendo: «Viva la Svizzera! Viva l’Italia! Viva l’amicizia».

Negli anni '60 e '70 la stampa nazionale italiana
e svizzera s'interessa spesso del fenomeno migratorio,
ma raramente ne tratta la problematica interna.
Sfogliando i primi numeri dell’edizione «rinnovata» del L’ECO (dopo il 1967) si capisce tuttavia che per l’editore e per i collaboratori l’obiettivo sarebbe stato tutt'altro che facile da raggiungere per tutta una serie di difficoltà oggettive, politiche, sociali e psicologiche. La lunga storia della testata dimostra tuttavia che non ci fu mai alcuna resa, alcun arretramento e anche alcun ripensamento. Insieme, editore e collaboratori, hanno lavorato intensamente, stimolati anche dalla xenofobia che negli anni Sessanta e Settanta era in espansione, per rimuovere innumerevoli ostacoli, barriere, luoghi comuni, pregiudizi, non solo nel campo svizzero, ma anche in quello immigrato.

Responsabilità degli immigrati

Quanto abbia contribuito effettivamente L’ECO alla trasformazione della popolazione immigrata italiana in questi ultimi 60 anni non è dato sapere, ma può essere stimato molto positivamente anche soltanto per essere riuscito a coinvolgere nelle responsabilità del proprio divenire gli stessi immigrati fin dal 1967.

Credo che nessun organo di stampa abbia mai insistito così tanto come L’ECO sia sull'analisi critica del «fenomeno migratorio italiano interno ed esterno» (1967) e sulle problematiche migratorie (cfr. «Svizzera: il problema di noi emigrati», 1967) che introducendo domande forse provocatorie ma fondamentali come «Perché l’italiano vive isolato?» o «Perché non collaboriamo?», tanto più che «ci tendono ancora la mano» (1967).

Tuttavia, la riuscita del Giornale è probabilmente dovuto anche al fatto di aver coinvolto nelle responsabilità, fin dal 1967, gli stessi immigrati in quanto protagonisti e beneficiari. In un lungo articolo del 1967, Domenico Bianco, dopo aver ricordato che «secondo gli studiosi, il vero problema degli emigrati in Svizzera […] è prettamente psicologico» e rimproverato gli immigrati di non aver reagito «agli xenofobi che descrivevano la nostra presenza come un pericolo per l’unità della Confederazione», non esitava ad aggiungere: «non reagimmo perché ben sapevamo che una certa colpa era da addebitarsi a noi».

Nello stesso articolo e in articoli successivi lo stesso giornalista richiamava alcune responsabilità specifiche, per esempio di non aver approfittato a sufficienza della «stabilità del lavoro e del soldo», dei «corsi di lingua», dei «corsi di specializzazione, corsi in genere» (corsi «in gran parte disertati dagli italiani, spinti il più delle volte dalla diffidenza reciproca»), di snobbare l’ambiente svizzero, di «non tendere una mano a chi ce ne tende due», di non pensare che «anche i figli degli emigrati diventeranno svizzeri», ecc. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 14.04.2026

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