Negli articoli precedenti ho citato più volte L’ECO perché soprattutto negli anni Sessanta e Settanta ha svolto una funzione molto importante nel campo dell’informazione e della formazione di una coscienza comune degli italiani immigrati in Svizzera. La popolazione italiana cresceva, talvolta formava delle comunità grandi come città, ma anche molto eterogenee e incoerenti. L’ECO costituiva un elemento di continuità e di unità ed è stato probabilmente il primo organo di stampa a vedere nella partecipazione e nell'integrazione un forte elemento unificante. L’editore svizzero ne aveva capito il ruolo fondamentale fin dalla trasformazione del L’ECO da foglio pubblicitario in «Giornale per gli italiani in Svizzera», settimanale. Per questo voleva un’informazione accurata, ampia, «vivace e interessante», diversificata, utile. Il CISAP, come si vedrà meglio in seguito, andò oltre l’informazione perché colse nella formazione professionale la via maestra per un’integrazione effettiva sul lavoro, nell'economia e nella società.
Anzitutto
l’informazione
Per una massa già consistente e in forte crescita di italiani, trasferitisi per lunghi periodi o a tempo indeterminato in Svizzera, rafforzare i legami affettivi e conoscitivi con l’Italia era negli anni Sessanta e Settanta vitale. L’ECO riusciva in una serie di rubriche a mantenere vivi questi legami. La maggior parte degli immigrati italiani era tuttavia tendenzialmente residente in Svizzera a tempo indeterminato e il tema dell’integrazione diventava ogni giorno più attuale. Se ne parlava però poco per una serie di difficoltà oggettive e psicologiche. L’ECO è stato probabilmente il primo organo di stampa a trattarlo in una maniera diffusa, chiara e comprensibile.
Intanto L’ECO capì
subito che alla base dei comportamenti antitetici di molti italiani e di molti
svizzeri c’erano soprattutto pregiudizi, incomprensioni, luoghi comuni. per cui
il giornale si presentò fin dal 1967 molto ricco d’informazioni sull'Italia,
sull'Europa, sulla Svizzera, sull'economia, sulle problematiche emigratorie,
sui rapporti sociali svizzeri-stranieri, sulle associazioni, sulle tradizioni
locali, sui bisogni degli immigrati... Per favorire il loro soggiorno svizzero,
agli «amici italiani», spesso diffidenti, venivano presentati anche «casi di
coesistenza italo-svizzera particolarmente simpatici ed interessanti».
In generale, tuttavia,
l’informazione del Giornale era molto varia, facilmente comprensibile,
ma soprattutto «libera», perché l’editore voleva che il settimanale non fosse
«asservito né ad un partito né ad una confessione né ad un gruppo d’interessi
né ad una qualche potenza finanziaria». Questa libertà gli consentiva di
intervenire criticamente sulla politica emigratoria italiana e immigratoria
svizzera, ma anche sui comportamenti eccessivamente chiusi e diffidenti degli
immigrati, nonostante la scusante di essere stato mandato qui allo sbaraglio,
per sfamarsi e arrangiarsi.
Oltre l’informazione
Ma all'editore
svizzero, anche un’informazione scrupolosa e corretta non bastava. La sua
intenzione dichiarata andava ben oltre: «favorire una sempre maggiore
comprensione tra Italiani e Svizzeri», gettare ponti tra italiani e svizzeri,
fino a «unirci e confondersi con loro armoniosamente», com'era riuscito a lui
stesso riuscendo a mettere insieme un gruppo di collaboratori molto affiatati,
«una splendida, armoniosa coalizione: Svizzera-Italia». Si meravigliava che la
stessa armonia «non vada altrettanto bene tra italiani e svizzeri» in altri
campi, pur essendo possibile, almeno a sentire il sindaco di Baden, che un
giorno aveva terminato un suo intervento dicendo: «Viva la Svizzera! Viva
l’Italia! Viva l’amicizia».
Sfogliando i primi
numeri dell’edizione «rinnovata» del L’ECO (dopo il 1967) si capisce tuttavia
che per l’editore e per i collaboratori l’obiettivo sarebbe stato tutt'altro
che facile da raggiungere per tutta una serie di difficoltà oggettive,
politiche, sociali e psicologiche. La lunga storia della testata dimostra
tuttavia che non ci fu mai alcuna resa, alcun arretramento e anche alcun
ripensamento. Insieme, editore e collaboratori, hanno lavorato intensamente,
stimolati anche dalla xenofobia che negli anni Sessanta e Settanta era in
espansione, per rimuovere innumerevoli ostacoli, barriere, luoghi comuni,
pregiudizi, non solo nel campo svizzero, ma anche in quello immigrato.Negli anni '60 e '70 la stampa nazionale italiana
e svizzera s'interessa spesso del fenomeno migratorio,
ma raramente ne tratta la problematica interna.
Responsabilità degli
immigrati
Quanto abbia
contribuito effettivamente L’ECO alla trasformazione della popolazione
immigrata italiana in questi ultimi 60 anni non è dato sapere, ma può essere
stimato molto positivamente anche soltanto per essere riuscito a coinvolgere
nelle responsabilità del proprio divenire gli stessi immigrati fin dal 1967.
Credo che nessun
organo di stampa abbia mai insistito così tanto come L’ECO sia sull'analisi critica
del «fenomeno migratorio italiano interno ed esterno» (1967) e sulle
problematiche migratorie (cfr. «Svizzera: il problema di noi emigrati», 1967)
che introducendo domande forse provocatorie ma fondamentali come «Perché
l’italiano vive isolato?» o «Perché non collaboriamo?», tanto più che «ci tendono
ancora la mano» (1967).
Tuttavia, la riuscita
del Giornale è probabilmente dovuto anche al fatto di aver coinvolto
nelle responsabilità, fin dal 1967, gli stessi immigrati in quanto protagonisti
e beneficiari. In un lungo articolo del 1967, Domenico Bianco, dopo aver
ricordato che «secondo gli studiosi, il vero problema degli emigrati in
Svizzera […] è prettamente psicologico» e rimproverato gli immigrati di non
aver reagito «agli xenofobi che descrivevano la nostra presenza come un
pericolo per l’unità della Confederazione», non esitava ad aggiungere: «non
reagimmo perché ben sapevamo che una certa colpa era da addebitarsi a noi».
Nello stesso articolo
e in articoli successivi lo stesso giornalista richiamava alcune responsabilità
specifiche, per esempio di non aver approfittato a sufficienza della «stabilità
del lavoro e del soldo», dei «corsi di lingua», dei «corsi di specializzazione,
corsi in genere» (corsi «in gran parte disertati dagli italiani, spinti il più
delle volte dalla diffidenza reciproca»), di snobbare l’ambiente svizzero, di
«non tendere una mano a chi ce ne tende due», di non pensare che «anche i figli
degli emigrati diventeranno svizzeri», ecc. (Segue)
Giovanni Longu
Berna 14.04.2026
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