Nella speranza che il 2026 segni la fine del conflitto russo-ucraino, blasfemo e disumano, desidero ritornare sull'argomento, già trattato in numerosi articoli fin dal 2014, con alcune riflessioni sulla situazione e sulle condizioni di pace «giusta». Prima, tuttavia, una riflessione di carattere generale. Oggi si parla di questa guerra come se si trattasse
di un videogioco, senza rendersi conto che nella realtà, anche solo a parlarne,
nei termini con cui ne riferiscono oggettivamente i media, è orribile e inaccettabile, da condannare con fermezza e senza esitazione (cfr. Vaticano II, Gaudium et spes, 1965). Per i
cristiani, è anche blasfema, un
crimine contro Dio oltre che contro l’umanità. In questa guerra tra russi e ucraini, infatti, a combattersi sono due popoli in gran parte cristiani.
Purtroppo entrambi rivendicano di avere buone ragioni per combatterla, ma
dimenticano che non esiste una «guerra giusta». Pertanto essa non avrebbe
dovuto nemmeno iniziare e comunque è ora di finirla con una pace sincera e
duratura, dando al mondo un segnale credibile di riconciliazione e di fede
oltre che in Dio «nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel
valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle
donne e delle nazioni grandi e piccole» (Statuto ONU, Preambolo). È possibile?
«La pace è sempre possibile, ma bisogna cercarla senza mai rassegnarsi» (papa
Francesco).
Guerra blasfema e disumana
La guerra tra Russia e Ucraina non è una guerra di religione
e i due popoli coinvolti, entrambi cristiani, invece di rincorrere una vittoria
forse impossibile, dovrebbero imboccare definitivamente la via della pace,
perché la guerra è blasfema, offende Dio e la sua creazione più nobile, l’uomo
e la donna creati a sua immagine e somiglianza. Secondo il Vecchio Testamento,
ad essi Dio ha affidato il compito di trasmettere la vita («crescete e
moltiplicatevi») e impartito l’ordine di non distruggerla («non uccidere»). La
guerra è contraria all'uno e all'altro, è contraria alla volontà di Dio, è
blasfema.
Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo è andato oltre, indicando
ai cristiani nell’amore per il prossimo («ama il prossimo tuo come te
stesso») un nuovo comandamento, secondo solo a quello di amare Dio sopra
ogni cosa. Sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento la vita è considerata
«sacra», un valore assoluto, da rispettare incondizionatamente, anche nei
nemici (perché Gesù Cristo non ha sottoposto il nuovo comandamento ad alcuna
condizione tipo «se l’altro ti è amico», «se ti è simpatico», «se è buono», «se
la pensa come te» o caratteristiche simili. La guerra non può essere cristiana.
La guerra è dunque contraria alla volontà di Dio, ma è anche
contraria alla dignità della persona umana perché la vita umana è unica, insostituibile,
preziosa. Eppure se ne parla come se non riguardasse né Dio né l’uomo. Persino
l’Europa a maggioranza cristiana, che avrebbe tutto l’interesse a ripudiarla e
a farla cessare, perché insensata, troppo rischiosa e contraria ai suoi tradizionali
principi, la subisce e in qualche misura persino la alimenta, illudendosi di
farla finire (ma quando?) con la forza delle armi, grazie a un riarmo
straordinario, pazzesco (!). La guerra è disumana.
L’Italia ripudia la guerra?
Recentemente mi
ha colpito, negativamente, una frase del presidente della Repubblica Italiana
Sergio Mattarella, secondo cui bisognerebbe superare le resistenze
dell’opinione pubblica contraria all'aumento della spesa pubblica a causa dei
programmi di riarmo «in un tempo in cui siamo
costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono
concreti e attuali». No, signor Presidente, i rischi «concreti e attuali» vanno
dimostrati e a tutt'oggi nessuno è in grado di provarli. Inoltre, in una grande democrazia, se il popolo mostra di non gradire certe spese perché le ritiene esagerate, infondate e inutili, dovrebbe essere difficile per chiunque ritenerlo inconsapevole dei rischi, indifferente o incosciente.
In ogni caso, un Paese
che enuncia tra i «Principi fondamentali» della sua Costituzione, di cui Lei è
garante, che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà
degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali» (art. 11) non dovrebbe, prima di pensare di dotarsi di
«efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva», cioè armi
micidiali che finirebbe inevitabilmente per usare, attivare la diplomazia, ma
non nel senso di prefigurarsi un nemico da combattere (perché poi i Russi, anche se non vengono espressamente nominati, che
hanno contribuito eroicamente a liberarci dal nazifascismo?!) e predisporre un
costosissimo arsenale per difendersi (o magari abbatterlo preventivamente), bensì
nel senso prospettato dall'ONU di adoperarsi per «riaffermare la fede nei
diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana,
nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi
e piccole», «per mantenere la pace e la sicurezza internazionale», per
contribuire con altri popoli «a creare le condizioni in cui la giustizia ed il
rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto
internazionale possano essere mantenuti», ecc. come vorrebbe lo Statuto
dell’ONU di cui l’Italia fa parte? (Segue).
Giovanni Longu
Berna 29.12.2025