31 dicembre 2025

2015-2025: Laudato si’ (enciclica di papa Francesco)


Nel 2025 non è stato possibile trattare alcuni anniversari significativi della storia svizzera, di quella europea e dell’immigrazione italiana in Svizzera. Ne riprenderò alcuni nel 2026 che sta per iniziare, ma a conclusione della serie di quest’anno ritengo utile, dato il precario stato di salute ecologica del pianeta, ricordare l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ del 2015, una riflessione che unisce ecologia, giustizia sociale e futuro delle prossime generazioni. 

Ci rendiamo conto dell’importanza del creato quando cominciamo a riflettere su alcuni episodi gravi che mettono in pericolo la nostra esistenza (siccità, ondate di calore, incendi, trombe d’aria, uragani, tempeste, alluvioni, smottamenti e fenomeni simili estremi). Eppure il richiamo alla bellezza e alla cura del creato ci viene di lontano, dagli antichi cosmologi greci o da quando, 800 anni fa, San Francesco d’Assisi scrisse il Cantico delle creature (1224), per invogliarci ad amare l’opera della creazione, persino la morte. Che la Chiesa sia intervenuta nuovamente (2015) con l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco per ricordarci di aver cura della terra non deve meravigliarci perché da sempre essa considera l’ambiente come dono di Dio da custodire e non da sfruttare, la casa comune in cui abitare da inquilini e non da padroni, perché dovrà servire anche a chi verrà dopo di noi e su di essa avrà gli stessi diritti che abbiamo noi.

Papa Francesco nella tradizione

L’enciclica di papa Francesco del 2015 ribadisce il nostro dovere di aver cura di questa nostra casa comune, ringraziando Dio (come fece san Francesco nel testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore) dei doni che ci ha fatto, ma anche rispettando l’ordine naturale delle cose in cui è possibile percepire Dio come il Punto Omega di cui parlava nella prima metà del Novecento il gesuita Teilhard de Chardin.

San Francesco non è stato solo «il primo ecologista della storia» (come lo ha definito recentemente Roberto Benigni) ma anche il celebrante più celebre della fratellanza umana con l’ambiente. Nessun altro prima di lui si era rivolto al Creatore con queste parole: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole… sora luna e le stelle … frate vento e aere e nubilo e sereno et onne tempo… sor’aqua, la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta…. frate focu, ... sora nostra matre terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti flori et herba… sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare … Laudate e benedicete mi’ Signore e ringratiate e serviateli cum grande humilitate».

Anche Benedetto XVI ha trattato il tema nella sua enciclica Caritas in veritate (2009), nella quale ricorda che «la protezione dell'ambiente, delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta».A ben vedere quando la Chiesa, basandosi sulla Sacra Scrittura, parla della Terra o più in generale del Creato, non si riferisce in primo luogo agli elementi fisici, al loro funzionamento e alla loro conservazione, ma al loro rapporto con Dio e con l’uomo: con Dio perché tutto il creato proviene da Lui, con l’uomo perché ne è il destinatario. Tuttavia, già Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum (RN) evidenziava la responsabilità dell’uomo nella cura del creato, sottolineando i concetti oggi alla base di ogni seria strategia ecologica, ossia la sostenibilità e la sussidiarietà: poiché su questa terra l’uomo è di passaggio, è suo compito prima di tutto conservarla (non distruggerla) e possibilmente migliorarla per renderla più vivibile anche dalle future generazioni. La terra, infatti, «Iddio l’ha data a uso e godimento di tutto il genere umano».

Un altro concetto centrale di questa visione ecologica della Chiesa, sempre presente da Leone XIII a papa Francesco e ora anche a papa Leone XIV, è quello di «bene comune» perché l'ambiente naturale è stato donato da Dio a tutti e ogni essere umano deve averne cura e sentire la responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera. Questa nozione, su cui si fonda il bene comune, implica pertanto che politica ed economia siano al servizio non solo dei singoli ma anche delle collettività, rispettando i diritti fondamentali di ogni persona e dei popoli, garantendo condizioni lavorative dignitose e solidarietà, superando sia il capitalismo selvaggio che il socialismo e favorendo un ordine sociale più equo, fondato sulla giustizia, la pace e la fraternità universale.

Di fronte all’attuale crisi climatica, all’acqua che scarseggia, ai ghiacciai che si sciolgono, agli eccessi di freddo o di caldo, al grave stato di salute del pianeta, alle persone che muoiono di fame, alle devastazioni prodotte dalle carestie e dalle guerre, al capitalismo sfrenato che stride con la crescente povertà, il richiamo della Chiesa per «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni» (Benedetto XVI) e per un’«ecologia integrale» (papa Francesco), dovrebbe far riflettere chi ha responsabilità politiche ed economiche ma anche i singoli consumatori. Aver cura dell’ambiente, infatti, non può essere disgiunto dalla giustizia sociale, dall'equità verso i poveri, dalla lotta contro le disuguaglianze, dall’impegno per la pace, dal rispetto della vita.

Rileggendo il Cantico delle creature o l’enciclica Laudato si’ non dovremmo mai dimenticare che in questi scritti si sta lodando Dio, l’Altissimo, il Creatore per le creature tutte che sono amabili in quanto doni di cui servirci, ma anche di cui aver cura per lasciare che anche altri, nel futuro, possano servirsene. 

BUON ANNO 2026!

Giovanni Longu
Berna 31.12.2025

30 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (seconda parte)

Nella prima parte di queste considerazioni sulla guerra tra Russia e Ucraina ho voluto evidenziare quanto la guerra, e soprattutto questa, sia blasfema e disumana, per cui è auspicabile che finisca presto. Purtroppo sul «come» dovrebbe finire i pareri, specialmente tra i contendenti, sono talmente distanti che anche i commentatori ricorrono sempre meno ad aggettivi tipo «giusta» o «dignitosa» e parlano semplicemente di «pace». Solo papa Leone XIV aggiunge ancora alla parola «pace» due aggettivi: «disarmata e disarmante» perché tale dev’essere una pace vera e sostenibile, ossia fondata non sulla forza (riarmo) ma sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla collaborazione. Su questi principi si è sviluppata e rafforzata la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale e solo su queste basi sarà possibile ristabilirla anche tra Russia e Ucraina, pur tenendo conto della realtà.

Nazionalismi riprovevoli

Troppo a lungo, a mio parere, i media si sono soffermati sulle cause della guerra e sulle ragioni e i torti dei contendenti, troppo poco sulle soluzioni possibili. Ho sostenuto in più occasioni che questa guerra non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, ma hanno finito per prevalere i due incompatibili nazionalismi, quello russo e quello ucraino, entrambi di stampo ottocentesco e ugualmente riprovevoli. Pertanto la fine della guerra non dovrebbe avvantaggiare né l’uno né l’altro belligerante, perché l’opinione pubblica mondiale ha ormai assimilato i due concetti fondamentali recepiti dallo Statuto dell’ONU: i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli vanno salvaguardati sempre e dovunque; le controversie fra Stati si devono risolvere pacificamente.

In base a questa premessa la Russia non dovrebbe avvantaggiarsi di questa guerra perché ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina dovrebbe avvantaggiarsene perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone, ma è a servizio del popolo unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini. Entrambe stanno conducendo una guerra blasfema e disumana, lontanissima dai principi sanciti dall'ONU, che pur con tanti limiti, vanno considerati punti di riferimento certi per l’orientamento degli Stati.

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum), cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Colpevole, al riguardo, mi sembrano anche l’UE e la NATO, che hanno sposato caparbiamente una tesi, la peggiore, perché il riarmo spinge fatalmente al proseguimento della guerra e persino ad ampliarla, invece di cercare ostinatamente il compromesso, la pace. E sotto questo aspetto non trovo condivisibile nemmeno l’opinione del Capo dello Stato italiano Sergio Mattarella per il quale la spesa per il riarmo, pur essendo «poco popolare», «poche volte come ora, è necessaria».

Se l’Italia che ripudia la guerra e l’Europa  volessero veramente tutelare la sicurezza della pace, dovrebbero farsi promotori di pace invece di perseguire il miraggio di una pace «giusta» mediante un riarmo esoso e inutile. Dovrebbero impegnarsi seriamente contro i nazionalismi, che tendono a dissuadere da un condiviso impegno per il bene comune. L’essersi schierate decisamente da una parte le priva del diritto e della possibilità di mediare tra i due belligeranti. Sarebbe stato possibile se avessero cercato di convincere l’Ucraina e la Russia al rispetto ed eventualmente al miglioramento degli Accordi di Minsk del 2014 e 2015.

Europa smemorata!

Peccato che proprio i responsabili europei delle Istituzioni comunitarie e degli Stati membri siano così smemorati e ignoranti di storia patria da non avvertire i rischi di una guerra che potrebbe protrarsi ancora a lungo e di un riarmo senza freni. Sanno dove ha portato il riarmo della prima metà del secolo scorso? È vero che la storia non è sempre «magistra vitae», ma quella europea qualcosa dovrebbe insegnare a chi ne detiene le maggiori responsabilità e a tutti i cittadini del vecchio continente. Nella storia europea, di fronte alle tante guerre che hanno insanguinato il continente con milioni di morti e feriti negli ultimi tre secoli si conoscono sia pure sommariamente i pretesti che le hanno fatte deflagrare e alcune conseguenze, ma si ignora (spesso volutamente) la ragione profonda che le ha provocate. Essa ha un nome ben preciso: nazionalismo, anche se difficilmente definibile in tutte le sue forme. Esso, purtroppo, è ancora presente in Europa.

Era già all’origine della Guerra dei trent’anni (1618-1648), anche se le motivazioni erano apparentemente religiose (lotte tra cattolici e protestanti), ma raggiunse il culmine dapprima nella guerra franco-prussiana (1870-1871) e nelle guerre napoleoniche (1803-1815), poi nella prima guerra mondiale (1914-1918) e soprattutto nella seconda guerra mondiale (1939-1945), ma anche nella guerra fredda (1945-1991), in cui il nazionalismo era latente benché subordinato all’ideologia dei due blocchi (blocco occidentale NATO, blocco orientale Patto di Varsavia) o sfere d’influenza. (Segue)

28 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (prima parte)

Nella speranza che il 2026 segni la fine del conflitto russo-ucraino, blasfemo e disumano, desidero ritornare sull'argomento, già trattato in numerosi articoli fin dal 2014, con alcune riflessioni sulla situazione e sulle condizioni di pace «giusta». Prima, tuttavia, una riflessione di carattere generale. Oggi si parla di questa guerra come se si trattasse di un videogioco, senza rendersi conto che nella realtà, anche solo a parlarne, nei termini con cui ne riferiscono oggettivamente i media, è orribile e inaccettabile, da condannare con fermezza e senza esitazione (cfr. Vaticano II, Gaudium et spes, 1965). Per i cristiani, è anche blasfema, un crimine contro Dio oltre che contro l’umanità. In questa guerra tra russi e ucraini, infatti,  a combattersi sono due popoli in gran parte cristiani. Purtroppo entrambi rivendicano di avere buone ragioni per combatterla, ma dimenticano che non esiste una «guerra giusta». Pertanto essa non avrebbe dovuto nemmeno iniziare e comunque è ora di finirla con una pace sincera e duratura, dando al mondo un segnale credibile di riconciliazione e di fede oltre che in Dio «nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole» (Statuto ONU, Preambolo). È possibile? «La pace è sempre possibile, ma bisogna cercarla senza mai rassegnarsi» (papa Francesco).

Guerra blasfema e disumana

La guerra tra Russia e Ucraina non è una guerra di religione e i due popoli coinvolti, entrambi cristiani, invece di rincorrere una vittoria forse impossibile, dovrebbero imboccare definitivamente la via della pace, perché la guerra è blasfema, offende Dio e la sua creazione più nobile, l’uomo e la donna creati a sua immagine e somiglianza. Secondo il Vecchio Testamento, ad essi Dio ha affidato il compito di trasmettere la vita («crescete e moltiplicatevi») e impartito l’ordine di non distruggerla («non uccidere»). La guerra è contraria all'uno e all'altro, è contraria alla volontà di Dio, è blasfema.

Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo è andato oltre, indicando ai cristiani nell’amore per il prossimo («ama il prossimo tuo come te stesso») un nuovo comandamento, secondo solo a quello di amare Dio sopra ogni cosa. Sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento la vita è considerata «sacra», un valore assoluto, da rispettare incondizionatamente, anche nei nemici (perché Gesù Cristo non ha sottoposto il nuovo comandamento ad alcuna condizione tipo «se l’altro ti è amico», «se ti è simpatico», «se è buono», «se la pensa come te» o caratteristiche simili. La guerra non può essere cristiana.

La guerra è dunque contraria alla volontà di Dio, ma è anche contraria alla dignità della persona umana perché la vita umana è unica, insostituibile, preziosa. Eppure se ne parla come se non riguardasse né Dio né l’uomo. Persino l’Europa a maggioranza cristiana, che avrebbe tutto l’interesse a ripudiarla e a farla cessare, perché insensata, troppo rischiosa e contraria ai suoi tradizionali principi, la subisce e in qualche misura persino la alimenta, illudendosi di farla finire (ma quando?) con la forza delle armi, grazie a un riarmo straordinario, pazzesco (!). La guerra è disumana.

L’Italia ripudia la guerra?

Recentemente mi ha colpito, negativamente, una frase del presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, secondo cui bisognerebbe superare le resistenze dell’opinione pubblica contraria all'aumento della spesa pubblica a causa dei programmi di riarmo «in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali». No, signor Presidente, i rischi «concreti e attuali» vanno dimostrati e a tutt'oggi nessuno è in grado di provarli. Inoltre, in una grande democrazia, se il popolo mostra di non gradire certe spese perché le ritiene esagerate, infondate e inutili, dovrebbe essere difficile per chiunque ritenerlo inconsapevole dei rischi, indifferente o incosciente.  

In ogni caso, un Paese che enuncia tra i «Principi fondamentali» della sua Costituzione, di cui Lei è garante, che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11) non dovrebbe, prima di pensare di dotarsi di «efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva», cioè armi micidiali che finirebbe inevitabilmente per usare, attivare la diplomazia, ma non nel senso di prefigurarsi un nemico da combattere (perché poi i Russi, anche se non vengono espressamente nominati, che hanno contribuito eroicamente a liberarci dal nazifascismo?!) e predisporre un costosissimo arsenale per difendersi (o magari abbatterlo preventivamente), bensì nel senso prospettato dall'ONU di adoperarsi per «riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», «per mantenere la pace e la sicurezza internazionale», per contribuire con altri popoli «a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti», ecc. come vorrebbe lo Statuto dell’ONU di cui l’Italia fa parte? (Segue).

Giovanni Longu
Berna 29.12.2025