Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post

12 febbraio 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (seconda parte)

Gli anni Sessanta hanno costituito nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera un decennio fondamentale, nel senso che in quegli anni sono state gettate le basi dei principali eventi successivi e senza le quali risulta impossibile ricostruire in misura comprensibile e significativa lo sviluppo, la direzione, il senso dell’evoluzione della collettività italiana, divenuta nel frattempo una componente essenziale dell’intera collettività svizzera. Molti studiosi hanno creduto di poter interpretare i grandi eventi dei decenni successivi partendo dalla xenofobia sostenuta da James Schwarzenbach, hanno cercato di giustificare la presa di coscienza migratoria della collettività immigrata sulla presunta spinta del Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) e dell’attivismo di numerose associazioni italiane, per non parlare dei numerosi tentativi, parziali e insufficienti, di comprensione del fenomeno della seconda e delle successive generazioni… dimenticandosi delle premesse sviluppatesi negli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta

Immigrati tornano in Italia per Natale (anni '60)
Non si ha né il tempo né lo spazio per ripercorrere i grandi eventi che hanno riguardato l’immigrazione italiana in Svizzera, ma bastano (in questo e nel prossimo articolo) pochi cenni e alcuni dati per capire che si è trattato di un decennio molto importante per gli sviluppi successivi e molto diverso rispetto a precedenti ondate di arrivi in massa di manodopera estera.

Infatti, al tempo delle grandi costruzioni ferroviarie, il fenomeno immigratorio dall'Italia (soprattutto del Nord) era alquanto disordinato e orientato prevalentemente a due tipi di opera: le costruzioni ferroviarie e l’edilizia. Negli anni Sessanta (ma già nel decennio precedente), invece, il fenomeno immigratorio divenne un fenomeno di massa organizzato (in base agli accordi italo-svizzeri del 1948 e 1964), più vasto (perché il reclutamento avveniva ormai in tutta l’Italia, anche se prevalentemente nel Mezzogiorno, tant'è che si cominciò a parlare di «meridionalizzazione» dell’immigrazione) e ripartito in Svizzera su tutto il territorio nazionale.

La tipologia della immigrazione ottocentesca e d’inizio Novecento era molto chiara, perché si richiedeva essenzialmente forza lavoro manuale per la realizzazione delle grandi opere ferroviarie (nuove linee, tunnel, rampe d’accesso, ecc.), dei primi impianti idroelettrici e di attività varia di genio civile ed edilizia. Negli anni Sessanta, invece, l’immigrazione aveva una destinazione ben più ampia perché tutti i comparti dell’economia avevano bisogno di manodopera, sia perché molti svizzeri abbandonavano i lavori pesanti, meno qualificati e mal retribuiti per intraprendere attività più qualificate, meglio retribuite o indipendenti e sia, soprattutto, perché i settori secondario e terziario erano in forte sviluppo.

Pertanto la richiesta di lavoro era vastissima, con una distinzione importante: mentre nelle attività del genio civile (molti cantieri si trovavano in montagna per la costruzione di grandi impianti idroelettrici) e nell'edilizia urbana come pure in molti comparti del terziario (turismo, ristorazione, alberghi, riparazioni) la manodopera era soprattutto stagionale (non da ultimo per disincentivare il permesso di domicilio), nell'industria si continuava a preferire la manodopera stabilmente residente.

Ciò nonostante, i lavoratori italiani che chiedevano di venire in Svizzera anche come stagionali erano sempre tantissimi, anche perché la richiesta di manodopera era veramente enorme, tanto da alimentare soprattutto in Italia l’idea che in Svizzera fosse facile trovare lavoro, persino evitando la complicata trafila della burocrazia (e contribuendo al triste fenomeno dell’emigrazione/immigrazione irregolare che coinvolse anche numerosi bambini).  L’evoluzione dell’immigrazione italiana è resa evidente da queste cifre.

Popolazione italiana in rapida crescita

Negli anni '60 la maggior parte dei nuovi immigrati era costituita
da «stagionali»; ma erano molti anche i residenti «annuali» e «domiciliati»

Nel 1960 risiedevano stabilmente in Svizzera poco più di 346.000 italiani, senza contare i circa 130.000 stagionali. Se negli ultimi cinque anni del decennio precedente i nuovi arrivi erano stati 70-80 mila l'anno (contro rientri in Italia dell'ordine di 50-60 mila), nei primi anni '60 l'aumento degli arrivi è stato impressionante: 128.257 nel 1960, 142.114 nel 1961, 143.054 nel 1962 (contro rientri dell'ordine di 90-100 mila). L'incremento medio degli italiani in Svizzera era in quegli anni di circa 40.000 l'anno. Inoltre, dal 1961 gli immigrati italiani provenivano soprattutto dal Mezzogiorno.

Bisogna anche aggiungere che tanto l’amministrazione svizzera che quella italiana si trovarono del tutto impreparate ad affrontare i problemi che generava una massa enorme di immigrati fuori controllo, nonostante la legge sugli stranieri del 1931 e le attenzioni del governo svizzero per rendere «equilibrato» il rapporto indigeni-stranieri. Ad approfittarne furono soprattutto i movimenti xenofobi, ma del loro impatto sulla popolazione svizzera e italiana si tratterà nel prossimo articolo.

Per contro, in moltissimi immigrati crescevano il disagio, la precarietà e la paura. Vi furono anche segnali di ottimismo e soprattutto il desidero di guardare avanti, di superare le difficoltà, pensando soprattutto alle giovani generazioni. In questo contesto non possono essere taciuti i contributi offerti proprio dalle due realtà già menzionate, L’ECO e il CISAP, sia pure in ambiti totalmente diversi, e di cui si parlerà ancora in seguito. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 12.02.2026

30 gennaio 2026

Anni Sessanta un decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (prima parte)

Molti immigrati degli anni Sessanta sono rientrati definitivamente in Italia per godersi la meritata pensione e sono pertanto rare le testimonianze dirette sulle vicende migratorie di quel decennio. Esistono tuttavia numerosi studi e documenti privati e pubblici che consentono a chiunque di farsi un’idea alquanto precisa di quel periodo. Vi attingerò abbondantemente per evocare in una sere di articoli quello che dev’essere considerato un decennio fondamentale della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. La narrazione sintetica di quel periodo non è tuttavia finalizzata a rievocare ancora una volta quegli anni (perché i lettori della rivista hanno avuto parecchie occasioni per conoscerli), ma per inquadrare adeguatamente due realtà, sebbene non comparabili, avviate negli anni Sessanta: la nascita della rivista L’ECO e la costituzione di una scuola per la formazione professionale degli immigrati, il CISAP. La prima esiste ancora, la seconda non più. Entrambe, tuttavia costituiscono due testimonianze straordinarie della trasformazione dell’immigrazione italiana in questo Paese.

Sessantesimo del L’ECO e del CISAP


Quando sessant'anni fa, nel 1966, Mando H. Forster lanciò il suo giornale, chiamandolo L’ECO Giornale per gli Italiani in Svizzera, probabilmente non si aspettava che nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno dei più letti e apprezzati dagli immigrati italiani. Il «segreto» di questa riuscita stava soprattutto nei contenuti e nello stile degli articoli. Oltre all'aspetto puramente informativo, molti di essi si distinguevano per la vicinanza ai problemi reali degli immigrati, alle loro ansie e speranze, per la loro indipendenza dal punto di vista delle autorità, per la profondità di alcune analisi sulla condizione migratoria, per la serietà e autorevolezza di alcuni collaboratori, uno per tutti Dario Robbiani, per l’obiettività dei resoconti più importanti.

Nei prossimi articoli, a beneficio soprattutto di chi è interessato a conoscere più in profondità gli anni Sessanta, richiamerò alcuni articoli dell’epoca, particolarmente interessanti.

Il CISAP è stata un’istituzione prestigiosa e preziosa per migliaia di connazionali immigrati, che attraverso idonei corsi di formazione professionale sono riusciti a trasformare la loro esistenza spesso alquanto precaria in una carriera solida e fonte di tranquillità per i diretti interessati e per le loro famiglie. La storia del CISAP, che pochi conoscono, dovrebbe appartenere alle pagine più significative e indimenticabili dell’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Anche sul CISAP, nei prossimi articoli, evidenzierò alcuni aspetti che sanno dell’incredibile. Basti solo pensare che l’istituzione, estesasi nell'arco di un decennio a molte località del Cantone di Berna e, successivamente, della Svizzera, è sorta per iniziativa e per volontà di alcuni lavoratori immigrati sotto la guida di Giorgio Cenni ed è poi riuscita a coinvolgere autorità italiane e svizzere, sindacati e datori di lavoro svizzeri, associazioni e istituzioni varie.

Nello scantinato di questa villetta (Jägerweg 7 di Berna)
sorse nel 1966 la prima sede del CISAP

Gli anni Sessanta in Svizzera

Per comprendere e apprezzare sia l’ECO che il CISAP occorre ricordare, sia pure in rapida sintesi, cosa hanno rappresentato gli anni Sessanta, per la società svizzera, per l’economia, per l’immigrazione, per i rapporti italo-svizzeri. Alcuni dati aiuteranno a capirne la portata.

La società svizzera era in rapida trasformazione sotto la spinta di un’economia in grande sviluppo (soprattutto i settori secondario e terziario), che faticava però a reperire la manodopera necessaria. Poiché il mercato del lavoro interno era quasi completamente prosciugato (nel 1960 in tutta la Svizzera solo 800 persone erano in cerca d’impiego, ma c’erano più di 6000 posti di lavoro non occupati), molte imprese reclutavano direttamente in Italia (soprattutto nel Mezzogiorno), dove la manodopera disponibile era sovrabbondante (nonostante il «miracolo economico») le maestranze di cui avevano bisogno.

Intanto in Svizzera la popolazione straniera continuava a crescere nonostante pendesse sulla politica federale una specie di spada di Damocle perché per legge (1931) il Consiglio federale (governo) doveva vegliare «contro l’eccesso di manodopera estera» e non doveva fornire alcun pretesto alla diffusione della propaganda xenofoba. Tuttavia, sulla buona volontà delle autorità federali prevalevano gli interessi economici.

Sta di fatto che nel 1960, sul totale della popolazione straniera residente (col permesso di domicilio e permessi annuali, esclusi gli stagionali e i frontalieri), 346.233 (59,2%) erano di origine italiana; nel 1970 il loro numero supererà il mezzo milione (583.835) e la loro proporzione si attesterà sul 53,6%. Gli italiani non solo primeggiavano sugli stranieri, ma erano anche in continua crescita benché fosse praticata dal Governo federale, specialmente attraverso gli stagionali, una rigida politica di rotazione della manodopera estera, accentuandone la loro precarietà.

Com’è noto, a decidere i limiti della politica immigratoria intervennero nel decennio successivo il popolo svizzero (con la votazione federale del 7 giugno 1970, che bocciò una iniziava xenofoba), e soprattutto la crisi economica della metà degli anni Settanta. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 27.1.2026

30 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (seconda parte)

Nella prima parte di queste considerazioni sulla guerra tra Russia e Ucraina ho voluto evidenziare quanto la guerra, e soprattutto questa, sia blasfema e disumana, per cui è auspicabile che finisca presto. Purtroppo sul «come» dovrebbe finire i pareri, specialmente tra i contendenti, sono talmente distanti che anche i commentatori ricorrono sempre meno ad aggettivi tipo «giusta» o «dignitosa» e parlano semplicemente di «pace». Solo papa Leone XIV aggiunge ancora alla parola «pace» due aggettivi: «disarmata e disarmante» perché tale dev’essere una pace vera e sostenibile, ossia fondata non sulla forza (riarmo) ma sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla collaborazione. Su questi principi si è sviluppata e rafforzata la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale e solo su queste basi sarà possibile ristabilirla anche tra Russia e Ucraina, pur tenendo conto della realtà.

Nazionalismi riprovevoli

Troppo a lungo, a mio parere, i media si sono soffermati sulle cause della guerra e sulle ragioni e i torti dei contendenti, troppo poco sulle soluzioni possibili. Ho sostenuto in più occasioni che questa guerra non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, ma hanno finito per prevalere i due incompatibili nazionalismi, quello russo e quello ucraino, entrambi di stampo ottocentesco e ugualmente riprovevoli. Pertanto la fine della guerra non dovrebbe avvantaggiare né l’uno né l’altro belligerante, perché l’opinione pubblica mondiale ha ormai assimilato i due concetti fondamentali recepiti dallo Statuto dell’ONU: i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli vanno salvaguardati sempre e dovunque; le controversie fra Stati si devono risolvere pacificamente.

In base a questa premessa la Russia non dovrebbe avvantaggiarsi di questa guerra perché ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina dovrebbe avvantaggiarsene perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone, ma è a servizio del popolo unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini. Entrambe stanno conducendo una guerra blasfema e disumana, lontanissima dai principi sanciti dall'ONU, che pur con tanti limiti, vanno considerati punti di riferimento certi per l’orientamento degli Stati.

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum), cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Colpevole, al riguardo, mi sembrano anche l’UE e la NATO, che hanno sposato caparbiamente una tesi, la peggiore, perché il riarmo spinge fatalmente al proseguimento della guerra e persino ad ampliarla, invece di cercare ostinatamente il compromesso, la pace. E sotto questo aspetto non trovo condivisibile nemmeno l’opinione del Capo dello Stato italiano Sergio Mattarella per il quale la spesa per il riarmo, pur essendo «poco popolare», «poche volte come ora, è necessaria».

Se l’Italia che ripudia la guerra e l’Europa  volessero veramente tutelare la sicurezza della pace, dovrebbero farsi promotori di pace invece di perseguire il miraggio di una pace «giusta» mediante un riarmo esoso e inutile. Dovrebbero impegnarsi seriamente contro i nazionalismi, che tendono a dissuadere da un condiviso impegno per il bene comune. L’essersi schierate decisamente da una parte le priva del diritto e della possibilità di mediare tra i due belligeranti. Sarebbe stato possibile se avessero cercato di convincere l’Ucraina e la Russia al rispetto ed eventualmente al miglioramento degli Accordi di Minsk del 2014 e 2015.

Europa smemorata!

Peccato che proprio i responsabili europei delle Istituzioni comunitarie e degli Stati membri siano così smemorati e ignoranti di storia patria da non avvertire i rischi di una guerra che potrebbe protrarsi ancora a lungo e di un riarmo senza freni. Sanno dove ha portato il riarmo della prima metà del secolo scorso? È vero che la storia non è sempre «magistra vitae», ma quella europea qualcosa dovrebbe insegnare a chi ne detiene le maggiori responsabilità e a tutti i cittadini del vecchio continente. Nella storia europea, di fronte alle tante guerre che hanno insanguinato il continente con milioni di morti e feriti negli ultimi tre secoli si conoscono sia pure sommariamente i pretesti che le hanno fatte deflagrare e alcune conseguenze, ma si ignora (spesso volutamente) la ragione profonda che le ha provocate. Essa ha un nome ben preciso: nazionalismo, anche se difficilmente definibile in tutte le sue forme. Esso, purtroppo, è ancora presente in Europa.

Era già all’origine della Guerra dei trent’anni (1618-1648), anche se le motivazioni erano apparentemente religiose (lotte tra cattolici e protestanti), ma raggiunse il culmine dapprima nella guerra franco-prussiana (1870-1871) e nelle guerre napoleoniche (1803-1815), poi nella prima guerra mondiale (1914-1918) e soprattutto nella seconda guerra mondiale (1939-1945), ma anche nella guerra fredda (1945-1991), in cui il nazionalismo era latente benché subordinato all’ideologia dei due blocchi (blocco occidentale NATO, blocco orientale Patto di Varsavia) o sfere d’influenza. (Segue)

25 novembre 2025

1950: La dichiarazione Schuman e l’UE

Rievoco volentieri questo 75° anniversario perché la dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 è stata fondamentale per la nascita dell’Unione europea. Sebbene mirasse in primo luogo alla riconciliazione franco-tedesca, ha segnato anche l’avvio del processo di unificazione dell’Europa, tuttora in divenire. Schuman dichiarò nel Parlamento francese che il Governo intendeva proporre alla Germania la messa in comune delle risorse di carbone e di acciaio dei due Paesi, in una organizzazione aperta a tutti i Paesi d’Europa. In quella dichiarazione apparivano chiari non solo l’idea che l’Europa potesse ricomporsi e consolidarsi pacificamente, ma anche il metodo da seguire. Pur partendo da una imprescindibile riconciliazione tra Francia e Germania, l’obiettivo non era una comunità a due, ma una comunità economica e politica aperta a tutti i Paesi europei. La riconciliazione franco-tedesca doveva costituire la prima tappa di una federazione europea alla quale anche l’Italia e persino la Svizzera «neutrale» erano interessate.

L’idea del Trio Schuman-Adenauer-De Gasperi

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all'altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un'Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche. […] L’Europa non è stata fatta, abbiamo avuto la guerra. L'Europa non si farà d’un tratto, né in una costruzione globale: essa si farà con delle realizzazioni concrete, creando anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni europee esige che l'opposizione secolare fra la Francia e la Germania sia eliminata… » (Schuman, 9 maggio 1950). Il progetto di Robert Schuman fu approvato dal Parlamento francese, ma fu sostenuto anche dai leader dei due maggiori Paesi continentali (Germania e Italia): Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi.

Ho già scritto altre volte del Trio Schuman-Adenauer-De Gasperi che è all'origine dell’Unione Europea (UE). Ne scrivo nuovamente in occasione del 75° della dichiarazione dell’allora Ministro degli esteri Schuman al Parlamento francese 75 anni fa, perché l’UE, visibilmente in crisi d’identità e di prospettive, purtroppo sembra allontanarsi dall'idea originaria di «Unione» e dallo spirito di quella dichiarazione. Il Trio aveva ben presente i danni della seconda guerra mondiale ma anche della prima e per impedire il ripetersi di quegli eventi disastrosi aveva intravisto la via della pace, dell’unione e dello sviluppo come soluzione possibile e necessaria. Francamente, non mi sembra che l’UE stia percorrendo la stessa strada. Credo che una riflessione al riguardo di ciascun europeo possa contribuire a rendere gli organismi comunitari più democratici e più responsabili.

I risultati finora raggiunti dall'Unione europea voluta da quel Trio sono sotto gli occhi di tutti: la pace è stata salvaguardata, è terminata la «guerra fredda», l’Unione si è allargata e rafforzata, lo sviluppo ne è ancora un propulsore efficiente sebbene indebolito. Ciò nonostante, la Commissione, come altre istituzioni europee, invece di proseguire armoniosamente il cammino segnato, sviluppando la solidarietà e la collaborazione, sembrano rincorrere i fantasmi delle guerre passate e rischiano di commettere gli stessi errori.

Infatti, chi non vede nell'UE di oggi una crescita dei nazionalismi? Chi approva l’autoriduzione dell’Europa con la rinuncia alla Russia europea e la ripresa su vasta scala della «guerra fredda»? E chi non avverte che il riarmo esorbitante proposto dai vertici UE finirà per sollevare nuovi venti di guerra, favorendo fra l’altro alcuni Paesi (quelli con maggiori possibilità di spesa) a scapito di altri meno facoltosi? Chi non vede i rischi d’implosione dell’UE, perché si parla sempre più di una Unione a due o più velocità e alcuni Paesi si domandano se non sia preferibile seguire l’esempio della Gran Bretagna, mentre altri s’interrogano seriamente se convenga ancora restare uniti ai tradizionali alleati, visto che l’ordine mondiale sta evolvendo verso un mondo multipolare? E quanti Stati membri dell’UE, di fronte alle crescenti difficoltà, sono disposti a cedere anche solo una piccola parte di sovranità nazionale a beneficio di un’Unione sovranazionale sempre più debole?

L’esempio della guerra russo-ucraina è emblematico

Sono convinto che la guerra russo-ucraina si sarebbe potuta evitare se l’UE fosse stata più forte e autonoma adoperandosi per far rispettare gli accordi di Minsk del 2014 e 2015, tanto più che alcune «potenze» (in particolare Francia e Germania) se ne erano rese garanti sotto l’egida dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Non è questo il luogo e il momento per chiedersi chi non li ha osservati, ma ritengo che l’UE avrebbe potuto agire almeno su una parte, l’Ucraina, che certamente non li ha osservati con motivazioni nazionalistiche e forse anche perché si sentiva coperta dalla protezione dell’Unione e della NATO a cui intendeva aderire.

Oggi, per fortuna, si comincia seriamente a parlare di pace e non capisco come a molti responsabili dell’UE sfugga che è meglio sacrificare un pezzo di territorio che vite umane (militari e civili), che la condizione della neutralità parzialmente disarmata come è stata provvidenziale per certi Paesi potrebbe esserlo anche per l’Ucraina, che le relazioni di buon vicinato valgono più di certe amicizie lontane niente affatto disinteressate, che uno sviluppo comune anche parziale è preferibile a una lotta fratricida, che non è affatto disdicevole una certa equidistanza da Stati Uniti e Russia, avendoli più come partner che come protettori.

Alla Commissione Europea verrebbe da chiedere perché in questi anni di guerra non si è mai adoperata seriamente a mediare tra le posizioni ambiziose di Putin e le richieste talvolta farneticanti di Zelensky. Eppure argomenti per una soluzione pacifica del conflitto ce n’erano. Sarebbe bastato riprendere alcuni punti degli Accordi di Minsk in cui si prevedeva, per esempio, il rispetto dei diritti fondamentali (come previsto dalla Carta dell’ONU) della minoranza russofona, l’organizzazione di elezioni libere nel Donbass, la decentralizzazione dei poteri, uno statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk, il diritto all'autodeterminazione linguistica, la neutralità dell’Ucraina, ecc.

Perché l’UE e i Paesi occidentali hanno tollerato così a lungo una guerra insensata e disastrosa, preferendo imporre alla Russia severe sanzioni e sostenere finanziariamente e militarmente l’Ucraina nell'illusoria speranza di una vittoria, alimentare in Europa la paura di un’invasione russa e giustificare spese spropositate per un riarmo generalizzato dei Paesi europei?

Credo che abbiano ragione quanti ritengono tale riarmo e la Commissione che l’ha richiesto una sciagura per l’UE e un oltraggio allo spirito dei fondatori, che volevano solo la pace e lo sviluppo solidale del continente dall'Atlantico agli Urali. Perché nessuno Stato membro sembra credere nella forza della riconciliazione e della solidarietà? Perché si continua a preferire ambizioni impossibili e pericolose piuttosto che affrontare responsabilmente la realtà? Perché si lascia predicare impunemente a qualche Commissario che per avere la pace bisogna prepararsi alla guerra? Perché non ci impegniamo tutti, giorno per giorno, per una pace «disarmata e disarmante», come ha indicato al mondo papa Leone XIV all'inizio del suo pontificato (8.5.2025)?

Giovanni Longu
Berna 25.11.2025

02 gennaio 2025

2025: anno ricco di anniversari importanti

Nel 2025, l’anno appena cominciato e che si spera di pace (specialmente tra Russia e Ucraina e nel Medio Oriente) e di prosperità per tutti, cadono molti anniversari significativi per la storia della Svizzera, dell’Italia, dell’Europa e dell’immigrazione italiana in Svizzera. Ne sceglierò alcuni, che ritengo di particolare importanza in questo contesto. Il filo conduttore della scelta sarà la loro incidenza diretta o indiretta in tali realtà e la loro rilevanza nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Il primo, che considero come punto di partenza, sarà il 1815, l’anno del Congresso di Vienna, evento fondamentale non solo per la Svizzera, ma anche per l’Europa contemporanea. Desidero inoltre precisare che lo scopo principale di queste rievocazioni non è tanto la conservazione della memoria storica di eventi importanti ma talvolta lontani, quanto il tentativo di evidenziarne l’influenza sulla «nostra» storia, intesa come fenomeno complesso, personale e sociale, di rilevanza nazionale e internazionale.

Eventi precedenti il 1815

Europa del 1815

Prima di presentare il Congresso di Vienna e le sue conseguenze, desidero ricordare brevemente i due eventi principali che lo precedettero e i rapporti italo-svizzeri preesistenti. Il primo evento, determinante per la futura Europa, è stata la Rivoluzione francese, scoppiata nel 1789. Essa riuscì infatti a scardinare il vecchio ordinamento politico e sociale (Ancien Régime) e ad avviare in Francia e in Europa profondi mutamenti politici, culturali e sociali attraverso l’introduzione nella sfera pubblica di principi democratici (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino) e valori fondamentali come libertà, uguaglianza, fraternità.

Il secondo evento che occorre tener presente fu la conseguenza dell’ambizione e della furia conquistatrice del console-generale-imperatore Napoleone Bonaparte, dovuta inizialmente alla voglia di allargare l’orizzonte rivoluzionario al di là della Francia e di espandere i nuovi ideali di libertà e di uguaglianza nell'intera Europa. Non teneva conto dei regimi assoluti che la governavano da ovest ad est e da nord a sud e che consideravano le sue conquiste un disegno espansionistico francese intollerabile. Sicché, coalizzati, riuscirono a farlo soccombere e a restaurare, come si vedrà nel prossimo articolo, il vecchio regime, ma anch'essi senza tener conto che il mondo stava cambiando.

Radici profonde dei rapporti italo-svizzeri

Quanto ai rapporti con l’Italia, va ricordato che i rapporti tra italiani (soprattutto lombardi, piemontesi e veneti) e svizzeri (soprattutto ticinesi e grigionesi) erano particolarmente intensi da tempi immemorabili nella fascia di confine per motivi di buon vicinato e di lavoro (agricoltura, artigianato, commercio).

Va inoltre ricordato che tradizionalmente molti svizzeri «emigravano» in Italia come soldati mercenari al servizio di principi e re della vicina penisola quando la Svizzera non era ancora la moderna Confederazione (che si costituirà nel 1848) e l’Italia era frammentata in tanti piccoli Stati. In effetti le milizie svizzere furono determinanti in molte battaglie e la stessa disfatta di Marignano nel 1515 segnò una svolta decisiva della Svizzera nella concezione del mercenariato e nei rapporti italo-svizzeri.

Questi erano stati particolarmente intensi col Ducato di Milano, dopo che l’esercito svizzero assoldato da Massimiliano Sforza (1493-1530) duca di Milano, riuscì a scacciare da Milano gli occupanti francesi (1512) e a metterlo a capo del Ducato, garantendogli «protezione» e garantendo a sua volta all'attuale Cantone Ticino i territori «svizzeri» conquistati o acquistati o comunque ottenuti già appartenuti al Ducato di Milano.

Inoltre, da tempi immemorabili, soprattutto il Cantone di Berna aveva intensi rapporti di buon vicinato, commerciali, culturali e sociali con la confinante Savoia. La solidità di questi rapporti è attestata dai numerosi trattati e convenzioni, che venivano regolarmente rinnovati.

Svizzera terra d’asilo accogliente

Infine non va dimenticato che la Svizzera (specialmente nelle grandi città e nel Ticino) è sempre stata una terra d’asilo ospitale per numerosi perseguitati politici e religiosi italiani (e ovviamente anche di altre nazionalità), specialmente durante il periodo della Riforma protestante. D’altra parte, fin dal Medioevo, molti «immigrati» dall'Italia hanno dato lustro alla cultura, alla scienza, all'arte, al commercio della Svizzera, contribuendo al benessere generale di questo Paese.

Il beneficio, per gli italiani e gli svizzeri, diventerà ancor più rilevante quando, dalla metà del XIX secolo, i rapporti italo-svizzeri verranno intensificati, estesi e sigillati con numerosi trattati e accordi bilaterali di amicizia e di collaborazione.

Giovanni Longu
Berna, 02.01.2025

28 agosto 2024

29. L’Europa dei Papi: Paolo VI

Nel 1963, per i cardinali riuniti in conclave non fu semplice trovare il successore di Giovanni XXIII, che aveva impresso una svolta importante al Papato e alla Chiesa con due incisive encicliche sociali e, soprattutto, con l’indizione del Concilio Vaticano II. Non tutti i cardinali condividevano infatti l’apertura voluta dall'anziano papa Roncalli, perché comportava mutamenti profondi nella Chiesa e nei rapporti col mondo. Per l’elezione del nuovo papa ci vollero ben cinque scrutini. Eleggendo il cardinale Giovanni Battista Montini, la maggioranza dei cardinali optò per il cambiamento nella continuità e individuò nel cardinale lombardo la persona giusta nel momento giusto perché la sua preparazione e la sua esperienza davano garanzie sufficienti per la continuità della Chiesa, ma anche per il suo rinnovamento.

Continuità e rinnovamento della Chiesa

Il neoeletto papa, che prese il nome di Paolo VI, non solo conosceva bene la Chiesa per averla rappresentata come vescovo della grande diocesi di Milano e come fine diplomatico alle dipendenze di Pio XI e Pio XII, ma l’amava intensamente: ne amava le origini, la tradizione, ma anche il presente (per la sua capacità di rinnovarsi, di aprirsi al mondo, di dialogare con tutti, come voleva il Concilio) e il futuro (in cui vedeva anche un’Europa più unita e più attiva nella salvaguardia della pace nel mondo e dei grandi valori della civiltà).

In questa sua visione riformista e ottimistica, Paolo VI decise non solo di proseguire e portare a termine il Concilio Vaticano II che il suo predecessore aveva lasciato aperto, ma anche di applicarne gli insegnamenti. Anch'egli, infatti, considerava il Concilio una benedizione divina perché dava alla Chiesa l’opportunità di rinnovarsi internamente, ma anche una responsabilità.

Paolo VI ne diede un grande esempio, con tre splendide encicliche (Ecclesiam suam, Populorum progressio ed Evangelii nuntiandi), numerosi discorsi e incontri a tutti i livelli, per favorire il rinnovamento della Chiesa, la pace nel mondo, il dialogo con tutti e soprattutto con i fratelli orientali. Per essere efficace, però, la Chiesa doveva presentarsi unita, rispettando «quella mistica unità, che Cristo lasciò ai suoi Apostoli […] come suprema esortazione!».

Apertura al mondo

Paolo VI e Atenagora nel 1964
Paolo VI s’impegnò moltissimo per la pace e la concordia tra i popoli, esortando i grandi della terra rappresentati alle Nazioni Unite (4 ottobre 1965) a bandire dalle relazioni internazionali la guerra: «Mai più la guerra, mai più la guerra!». Non si accontentò tuttavia delle esortazioni, ma propose anche soluzioni, specialmente nell'enciclica Populorum progressio, dove affermò che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», da intendersi come «lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità».

La volontà di apertura al mondo non poteva escludere quella parte che non condivideva i valori e gli sviluppi dell’Occidente e la Chiesa doveva prestare ascolto e dialogare anche con i popoli dell’Est, provvisoriamente lontani. In molti modi Paolo VI favorì il disgelo e la distensione nelle relazioni tra URSS e Occidente, come richiedeva anche il Concilio. Non si trattava di venire a compromessi sulla dottrina, ma di essere pronti all'ascolto e aperti al dialogo.

Una grande dimostrazione delle reali possibilità di dialogo fu l’incontro a Gerusalemme nel 1964 tra il papa Paolo VI e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora. Il loro «abbraccio di pace» fu il primo passo verso la riconciliazione ancora incompiuta tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa d’Oriente dopo lo scisma del 1054.

Richiami all'unità europea

In questo processo d’integrazione europea dall'Atlantico agli Urali, Paolo VI riteneva che l’Europa dovesse assumere responsabilmente un ruolo da protagonista, perché «l’Europa fonda nel patrimonio tradizionale della religione di Cristo la superiorità del suo sistema giuridico, la nobiltà delle grandi idee del suo umanesimo, così come la ricchezza e i principi che distinguono e vivificano la sua civiltà», i cui valori essenziali sono «la libertà; la giustizia, la dignità personale, la solidarietà, l’amore universale».

Inoltre, secondo Paolo VI, per essere efficace l’Europa occidentale doveva presentarsi unita anche perché, quando nel 1963 Montini divenne papa, i padri fondatori della Nuova Europa erano usciti di scena: De Gasperi e Robert Schuman erano morti (risp. nel 1954 e nel 1963) e Adenauer nel 1963 si era ritirato dalla vita politica. L’ideale dell’Europa unita non era stato abbandonato, ma allo slancio profetico degli iniziatori era subentrata la burocrazia di complessi accordi commerciali e una minore disponibilità degli Stati membri a sacrificare in nome dell’unità una parte dei rispettivi particolarismi.

Giovanni Longu
Berna, 04.09.2024

21 agosto 2024

28. L’Europa dei Papi: Giovanni XXIII

Pio XII dovette lottare contro alcuni pericolosi nemici non solo della Chiesa, ma anche dell’Europa cristiana: il nazismo, il fascismo, il nazionalismo, il materialismo, il comunismo, il laicismo, ecc. I suoi successori se li ritrovarono tutti ad eccezione dei primi due spazzati via dalla seconda guerra mondiale. Ad essi si aggiunsero, purtroppo, anche i rischi di una nuova guerra mondiale, non essendo stati scongiurati né dai trattati di pace né dall'inadeguatezza della guerra per risolvere i problemi internazionali, come avevano evidenziato sia Benedetto XV che Pio XI e Pio XII. Il pericolo era addirittura cresciuto perché le grandi potenze disponevano di potenti armi atomiche. Giovanni XXIII, succeduto a Pio XII, si trovò investito di una enorme responsabilità di fronte sia alla Chiesa e sia al mondo, ma seppe reagire con genialità e intraprendenza.

Giovanni XXIII e la difficile eredità

Giovanni XXIII, «il «Papa buono», pro-
clamato santo nel 2014 da papa Francesco

Alla morte di Pio XII (1958), ai cardinali riuniti in conclave per l’elezione del nuovo papa sembrava impossibile trovare la persona giusta, che non rischiasse di essere messa in ombra dalla grandezza del predecessore. Pensarono perciò a un «papa di transizione», Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963), già 77enne, in attesa che si profilasse una figura corrispondente alle esigenze del mondo in rapida trasformazione. Si sbagliarono, perché il neoeletto, che prese il nome di Giovanni XXIII, capì subito le vere esigenze della Chiesa e del mondo in quel momento e ne fornì in pochi anni le risposte magistrali con due encicliche memorabili (Mater et Magistra e Pacem in Terris) e con l’indizione del Concilio Vaticano II.

Attraverso le encicliche Giovanni XXIII ha voluto anzitutto precisare che per la Chiesa il centro focale della società e degli Stati è l’uomo creato da Dio «a sua immagine e somiglianza», «dotato di intelligenza e libertà», secondo un ordine «meraviglioso» che tutti dovrebbero rispettare. In questo universo ordinato, la Chiesa è presente come «madre e maestra di tutte le genti», perché il suo Fondatore Gesù Cristo le ha affidato il compito «di generare figli, di educarli e reggerli, guidando con materna provvidenza la vita dei singoli come dei popoli, la cui grande dignità essa sempre ebbe nel massimo rispetto e tutelò con sollecitudine».

Centralità della persona umana…

Pertanto, la Chiesa, secondo Giovanni XXIII, benché abbia innanzi tutto il compito di «santificare le anime e di renderle partecipi dei beni di ordine soprannaturale», non può trascurare le «esigenze del vivere quotidiano degli uomini, non solo quanto al sostentamento ed alle condizioni di vita, ma anche quanto alla prosperità ed alla civiltà nei suoi molteplici aspetti e secondo le varie epoche». L’uomo è visto «nella sua concretezza, spirito e materia, intelletto e volontà» ed è invitato «ad elevare la mente dalle mutevoli condizioni della vita terrestre verso le altezze della vita eterna».

Coerentemente, Giovanni XXIII ha dedicato la sua prima enciclica Mater et magistra (del 15 maggio 1961) non a temi teologici (per i quali aveva probabilmente già in mente l’indizione di un apposito Concilio), ma ai problemi sociali dell’uomo moderno, sviluppando temi già trattati dai suoi predecessori, soprattutto Leone XIII, autore dell’enciclica Rerum novarum, del 1891. Questa scelta è stata forse motivata anche dalla consapevolezza che, se non si pone a fondamento delle attività umane (non solo economiche ma anche sociali e politiche) «la dignità della persona umana», difficilmente si possono regolare i rapporti interpersonali e internazionali secondo i principi della «solidarietà umana» e della «fratellanza cristiana».

…e del «bene comune universale»

I principi applicabili in campo economico e sociale per Giovanni XXIII dovevano essere validi anche nei rapporti internazionali, alla base dei quali ce ne sono tuttavia anche altri, in particolare questo: «il conseguimento del bene comune è l'unica ragione dell'esistenza delle autorità civili» a livello nazionale e internazionale. Concretamente questo comporta, come si legge nella seconda enciclica Pacem in terris dell’11 aprile 1963 il riconoscimento che ogni essere umano «è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura […] e perciò universali, inviolabili, inalienabili». Non c’è dubbio che tra i diritti inalienabili ci sia anche quello di vivere in pace.

Scrivendo questa enciclica Giovanni XXIII aveva in mente il mondo intero e la Chiesa universale, ma non c’è dubbio che i principi enunciati, se applicati, avrebbero costituito una valida deterrenza contro il deteriorarsi della situazione europea durante la guerra fredda e forse anche oggi. Del resto si sa quanto sia stato determinante nel 1962 l’intervento di Giovanni XXIII nella soluzione della crisi dei missili a Cuba, quando si rischiò un conflitto nucleare. 

Mentre si stava aprendo il Concilio Vaticano II, sollecitato dal presidente cattolico americano Kennedy, Giovanni XXIII intervenne discretamente ma decisamente con la preghiera per il «bene supremo della pace» e un forte appello a coloro che avevano la responsabilità del mondo, perché «con la mano sulla coscienza, ascoltino il grido angoscioso che da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: Pace! Pace!». La guerra fu evitata e sia Kennedy che Kruscev gli furono riconoscenti.

Giovanni Longu
Berna 21.08.2024

22 maggio 2024

17. L'Europa e Pio XI

Dopo l’«inutile strage» della prima guerra mondiale, numerosi analisti cominciarono a studiarne le cause e a ipotizzare soluzioni preventive efficaci. Cominciò a farsi strada anche l’idea di una federazione europea, da taluni ritenuta «l’unica adeguata risposta» ai problemi di fondo all'origine del conflitto. In questa riflessione s’inserì anche il diverso approccio del papa Pio XI (1857-1939), succeduto a Benedetto XV nel 1922. Pur non essendo contrario all'idea di una federazione di Stati europei, egli focalizzò la sua analisi delle cause e dei possibili rimedi soprattutto nella sfera dei rapporti sociali, ritenendo centrali alla luce del Vangelo «il senso della dignità personale e del valore della stessa persona umana» e lo «spirito di vera fraternità».

Pio XI tra guerra e pace

Ritratto di Pio XI di Ph. de László (1924)
A succedere a Benedetto XV (1922) fu chiamato Achille Ratti (1857-1939) col nome di Pio XI. Appena eletto non si sottrasse ai gravosi impegni che lo attendevano: proteggere la Chiesa, minacciata in tanti parti del mondo, e favorire soprattutto in Europa una «pace vera».

Sul primo impegno Pio XI incontrò meno difficoltà che sul secondo. Infatti riuscì a concludere utili Concordati con numerosi Stati, in particolare con l’Italia (Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929) e con la Germania (1933, in difesa dei cattolici, ma anche nell'«interesse capitale al pacifico sviluppo e al benessere del popolo tedesco»). Sul tema della pace, invece, ebbe minor fortuna perché non riuscì a far desistere dai preparativi di guerra la Germania nazista (dopo la presa del potere di Hitler) e la Russia comunista (dopo la presa del potere di Stalin). La Germania era infatti decisa a prendersi una rivincita sui Paesi che l’avevano sconfitta e umiliata nella prima guerra mondiale, e la Russia di Stalin era decisa a eliminare tutti gli oppositori interni del regime bolscevico.

Eppure Pio XI fece di tutto per scongiurare una seconda guerra mondiale. Già nella sua prima enciclica del 1922 Ubi Arcano Dei Consilio («Per gli imperscrutabili disegni di Dio») notava amaramente che, sebbene la «tremenda guerra» fosse finita da qualche anno, «i popoli non hanno ancora ritrovato la vera pace», anzi «si rincrudisce l’angoscia delle genti per la minaccia sempre più forte di nuove guerre le quali non potrebbero essere che più spaventose e desolatrici delle passate» e la «condizione di pace armata […] dissangua le finanze dei popoli, ne sciupa il fiore della gioventù e ne avvelena e intorbida le migliori fonti di vita fisica, intellettuale, religiosa e morale». Le sue parole caddero nel vuoto!

Le cause e i rimedi della guerra

Pio XI tra Vittorio Emanuele III (a s.) e Mussolini 
Nella stessa enciclica, senza entrare nel merito delle responsabilità dirette della guerra, Pio XI indicava quelle che gli sembravano le principali cause indirette dei conflitti, perché, anche se indirettamente, potevano favorire le rivalità internazionali. Citava come esempi la «lotta di classe divenuta ormai il morbo più inveterato e mortale della società», le «lotte dei partiti, non sempre ingaggiate per una serena divergenza di opinioni […], ma per bramosia di prevalere», la disgregazione delle famiglie, lo svilimento della persona umana, la «cupidigia del godere, […] dell’avere, […] del comandare e del sovrastare», ecc.

Pio XI condannò senza alcuna ambiguità
nazionalismo, nazismo e comunismo.
Più che le singole cause, che risentivano evidentemente della personalità di Pio XI e del suo tempo, è interessante notare il legame che lui vedeva tra questi comportamenti (di natura piuttosto privatistica, si direbbe oggi) e le «inimicizie esterne dei popoli» e persino le guerre. Tutto ciò non accadrebbe, secondo Pio XI, se gli uomini seguissero il comandamento di Gesù Cristo: «che vi amiate a vicenda come io vi ho amati»; «sopportate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete alla legge di Cristo». Pur potendo dissentire da questo tipo di analisi, è difficile negare che opinioni e comportamenti individuali possono ancora oggi influire su eventi sociali e nazionali importanti, tanto più che Pio XI conosceva bene l’affermazione del marxismo in Russia, del fascismo in Italia e del nazismo in Germania.

Ferma condanna dei totalitarismi

Pio XI, sostenitore assoluto della pace, intravide soprattutto in tre ideologie i mali assoluti del suo tempo: il nazionalismo, il nazismo e il comunismo. Non poteva non condannarli.Nella citata enciclica Ubi arcano Dei Pio XI stigmatizzò l’«immoderato nazionalismo» perché secondo lui un eccessivo amor patrio può far dimenticare che «tutti i popoli sono fratelli nella grande famiglia dell’umanità, che anche le altre nazioni hanno diritto a vivere e prosperare».

In un’altra enciclica del 14 marzo 1937, la Mit brennender Sorge («Con viva ansia»), Pio XI condannò senza mezzi termini il nazismo per «l’illegalità delle misure violente prese finora» e per la presunzione di «parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale…». Già il titolo dell’enciclica esprimeva la forte preoccupazione di Pio XI.

Infine, con l’enciclica del 19 marzo 1937 Divini Redemptoris («Di un divino Redentore»), Pio XI condannò senza riserve il comunismo ateo imperante nella Russia Sovietica, contrario non solo alla religione, ma anche ai principi fondamentali dell’uomo e della civiltà.

Giovanni Longu
Berna, 22.5.2024

08 maggio 2024

16. L'Europa della prima metà del Novecento

Tra le cause principali della prima guerra mondiale ci furono secondo molti storici la spinta nazionalistica di alcuni Stati, la mania di grandezza di altri e l’incapacità dei grandi Imperi di gestire la difficile convivenza multietnica. Le conseguenze furono pesanti: il crollo dell’Impero austro-ungarico (da cui nacquero nuovi Stati nazionali indipendenti), il drastico ridimensionamento della Germania, la fine delle tradizionali alleanze (Triplice e Quadruplice) che avevano garantito la pace in Europa per quasi un secolo e la loro sostituzione con altre, destinate a costituire i futuri blocchi, l’ulteriore distacco della Russia dall'Occidente, l’indebolimento generale dell’Europa e il congelamento dell’ideale unitario. Non subì invece nessun contraccolpo il nazionalismo, principale causa della guerra. E le radici cristiane? Non furono eliminate, ma rimasero nascoste, pronte a riemergere.

L’«inutile strage»

Nella prima guerra mondiale, solo nella regione di Verdun (Francia) morirono circa 
 500.000
 soldati. In Europa sono centinaia i sacrari militari della prima guerra mondiale.
Le conseguenze della guerra per l’Europa furono enormi e durature. Oltre ai milioni di morti e feriti (l’«inutile strage» di cui aveva parlato il Papa Benedetto XV) e alle incalcolabili distruzioni, alcune decisioni del Trattato di pace (Versailles 1919) riguardanti in particolare la Germania crearono addirittura le premesse per il successivo conflitto mondiale. Il Reich tedesco fu infatti punito pesantemente, su insistenza della Francia e nonostante i dubbi del presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.

D’altra parte, non si voleva che potesse ripetersi in Europa un nuovo «caso Germania», uno Stato che dall'unificazione (1871) non aveva fatto altro che violare le «regole» del Congresso di Vienna a danno di altri Stati per diventare un impero. Pertanto la Germania doveva essere «punita» esemplarmente, costretta a pagare ingenti riparazioni di guerra e a restituire i territori precedentemente sottratti a Francia (Alsazia e Lorena), Belgio, Cecoslovacchia e Polonia, condizionata militarmente ed economicamente. Nemmeno la Russia, per simili violazioni delle «regole» era stata punita altrettanto severamente (sebbene anch'essa aveva dovuto restituire le terre occupate ingiustamente).

Di fatto, le sanzioni, com'è noto, produssero molti danni non solo alla Germania (perché alimentarono nei tedeschi forti risentimenti che saranno sfruttati dai nazisti per la presa del potere nel 1933), ma all'intera Europa. Da allora, infatti, la paura di una nuova guerra invase il continente e spinse gli Stati vincitori a un riarmo sotto l’egida degli Stati Uniti d’America, che vi contribuirono notevolmente non senza chiedere in contraccambio l’appartenenza alla sua sfera d’influenza, che l’economista Vilfredo Pareto etichettava come «imperialismo».

Capitalismo e comunismo

Sacrario militare di Redipuglia (Friuli Venezia Giulia), con le spoglie di oltre 100.000
soldati italiani. Durante la prima la prima guerra mondiale ne morirono più di 650.000.
.
La conseguenza più grave per l’Europa fu però senz'altro la sua perdita d’identità non tanto perché in una serie di concetti tradizionali (diritto, giustizia, nazionalità, democrazia, libertà) s’insinuarono nuove interpretazioni, ma perché ogni Stato doveva scegliere o sottostare a una sfera d’influenza, quella occidentale a guida statunitense o quella orientale a guida russa (poi, dal 1922, sovietica), che di quei concetti davano interpretazioni diverse, sintetizzate (almeno in parte) nei termini di capitalismo (che Vilfredo Pareto chiamava anche «plutocrazia democratica») e comunismo.

In questa situazione di sfacelo, nemmeno la religione, riuscì a restare illesa. Fu infatti coinvolta in tutti i Paesi belligeranti e il Vaticano fu costretto a limitare i suoi interventi non solo per non urtare la sensibilità di alcuni governi, che si sentivano investiti di una sorta di «missione» salvatrice, soprattutto a Oriente, e non avrebbero comunque ascoltato gli appelli del papa, ma anche per non arrecare un colpo mortale alla speranza che già i predecessori di Benedetto XV avevano nutrito di vedere il ritorno delle Chiese orientali separate. 

La prudenza e una certa cautela s'imponeva per la Chiesa di Roma anche nei confronti degli stessi cattolici, per non aggiungere ulteriori divisioni a quelle createsi in seguito alle polemiche sul modernismo (un movimento che si proponeva di «adattare» la religione cattolica alle conquiste moderne nel campo della cultura e del progresso sociale, ma ostacolato dalle gerarchie e poi condannato dalla Chiesa nel 1907). Inoltre, il nazionalismo aveva contagiato non pochi cattolici e per loro l'appello del papa rischiava di rimanere inascoltato.

«Noi dovremo rivolgere una attenzione specialissima - aveva affermato Benedetto XV nell'enciclica Ad Beatissimi Apostolorum del 1914) - a sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici, quali esse siano, e ad impedire a non fare più uso di quegli appellativi di cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da cattolici». Non va inoltre dimenticato che nei vari Stati molti cattolici, animati  da un sincero sentimento patriottico, erano favorevoli alla guerra. 

Un'ulteriore difficoltà per il Vaticano era rappresentata dal fatto che con alcuni Stati coinvolti nella guerra, Italia compresa, la Santa Sede non aveva rapporti diplomatici ed era quindi impossibile il dialogo. 

La Chiesa e la pace

Benedetto XV, un papa inascoltato!
Quando però la cattiveria della guerra si manifestò in tutta la sua brutalità, nel 1917 il papa Benedetto XV non poté fare a meno di appellarsi alla coscienza dei governanti per fermare quella carneficina e sedersi al tavolo delle trattative per una pace «giusta». Di questa indicava anche alcuni principi, uno dei quali riguardava le «questioni territoriali». Il papa auspicava che «di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura le parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, [...] delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del gran consorzio umano...».

Purtroppo le armi non si fermarono e anche questo appello del papa rimase inascoltato, come quelli che aveva rivolto ai grandi della terra fin dal 1914. Continuava però senza soste l’attività diplomatica della Santa Sede, diretta o indiretta, offrendo mediazioni e suggerimenti concreti per una «pace giusta e durevole», intervenendo per lo scambio dei prigionieri come pure per l’ospedalizzazione in Svizzera di feriti e malati di tutti gli Stati belligeranti.

Benedetto XV non fu ascoltato, in alcuni Stati si affermò il totalitarismo, quasi ovunque fu avviato un riarmo forsennato rendendo quasi inevitabile la seconda guerra mondiale. Eppure i moniti e gli appelli di Benedetto XV alla pace, alla diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, allo spirito di conciliazione, ai benefici per il consorzio umano di una pace duratura… erano ragionevoli, tant'è che non hanno perso d’attualità. Tuttavia, inspiegabilmente si continua nel mondo e anche in Europa a preferire talvolta l’«inutile strage», mentre tutti i problemi si potrebbero risolvere pacificamente. Una spiegazione l'aveva già data proprio Benedetto XV, che fin dal 1914 denunciava il nazionalismo come il più grave ostacolo all'instaurazione di rapporti pacifici tra i popoli.

Giovanni Longu
Berna, 8.5.2024 

01 maggio 2024

15. L’Europa d’inizio Novecento e Benedetto XV

 A cavallo tra Ottocento e Novecento, ultimati i processi di unificazione dell’Italia e della Germania (Prussia), terminata la guerra franco-prussiana con l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania e superata la grande depressione degli anni 1873-1896, si respirava in Europa aria di grande ottimismo, tanto da chiamare quegli anni fino allo scoppio della prima guerra mondiale Belle Époque. Una caratteristica comune di quell'epoca fu, oltre al dinamismo economico e al miglioramento del tenore di vita delle popolazioni, lo sviluppo dei nazionalismi per ragioni interne (coesione e identità nazionale) e internazionali (competitività e supremazia). E la Chiesa? Non stava a guardare!

Paradigma svizzero

L'Europa della Belle Epoque prima della prima guerra mondiale
La Svizzera fu uno dei Paesi che visse in pieno la Belle Époque e la sua fine improvvisa. Per far conoscere ai propri cittadini e al mondo i suoi successi nell'economia, nei trasporti, nella ricerca scientifica, nel turismo (di città e di montagna) e persino nell'aviazione (ancora in formazione), nel 1914 fu organizzata a Berna un’Esposizione nazionale a cui parteciparono circa 8000 espositori. La riuscita dell’esposizione era data per scontata. Dal 15 giugno, giorno dell’inaugurazione, al 15 ottobre, data di chiusura, si attendevano milioni di visitatori anche dall'estero per ammirare i segni del progresso e del benessere svizzero.

L’esposizione restò aperta fino alla fine, ma il clima quasi euforico iniziale durò solo poco più di un mese. A luglio, infatti, quando scoppiò la prima guerra mondiale, anche la Svizzera procedette alla mobilitazione generale di 220.000 uomini e l’ottimismo lasciò il posto alla paura, anche se nessuno poteva ancora presagire i danni materiali e immateriali della guerra.

Quel che successe in Svizzera fu registrato a più forte intensità in tutti gli Stati europei, i quali si erano forse illusi che il periodo di pace sarebbe durato più a lungo, che il benessere raggiunto dalle popolazioni fosse acquisito per sempre e che il progresso non si sarebbe più fermato. Nessuno aveva nutrito seri dubbi, perché i popoli europei erano quasi tutti «ubriachi di patriottismo e di nazionalismo». L’ottimismo della Belle Epoque era stato travolgente.

Nazionalismi corrosivi come tarli

Da tempo, ormai, ogni Stato pensava a sé, al proprio «spazio vitale», alla propria forza (non solo economica ma anche militare), al proprio sviluppo e alla propria grandezza. Nei vertici degli Stati multietnici, nessuno probabilmente si rendeva conto che i nazionalismi erano come tarli insaziabili. Eppure alcuni segnali erano stati piuttosto chiari: la guerra di Crimea (1853-56) provocata dalle ambizioni espansionistiche della Russia, le annessioni prussiane del 1866 (Baviera, Danimarca, ecc.), la guerra franco-prussiana (1870-71) per l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania, il disagio e il nazionalismo delle popolazioni slave del vasto Impero austro-ungarico alla ricerca della propria indipendenza, il riarmo di alcuni Stati, ecc.

Probabilmente nemmeno l’eccidio di Sarajevo (28 giugno 1914), in cui trovarono la morte l'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando e la moglie, fece capire subito la pericolosità dei nazionalismi e solo la successiva dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia fece aprire gli occhi ai popoli europei, alcuni dei quali (per esempio l’Italia) del tutto impreparati all’imminente sciagura.

Benedetto XV: la guerra è un'«inutile» strage

Le Grandi Potenze, invece, avevano approfittato della Belle Époque per riarmarsi nella eventualità di uno scontro, ma sottovalutandone i rischi: gli inglesi avevano messo in mare una flotta potente, i francesi avevano rafforzato l’esercito, i tedeschi si erano preparati a un probabile tentativo di rivincita francese per riavere l’Alsazia e la Lorena, investendo somme ingenti in nuovi armamenti, mezzi corazzati, sottomarini, aerei. L’Impero austro-ungarico sapeva di poter contare sull'alleanza con la Germania, mentre i russi contavano sul proprio esercito permanente di un milione e mezzo di uomini e sulla protezione di Dio, ritenendosi ancora detentori della vera fede ed eredi di Costantinopoli con Mosca «Terza Roma»).

E la Chiesa di Roma?

L’andamento e le conseguenze della guerra si considerano qui noti e nemmeno da riassumere. Merita invece sottolineare che, a fronte di milioni di morti e immani distruzioni, a trionfare furono i nazionalismi, a perderci fu l’Europa, che ne uscì ancor più divisa e indebolita. In quest’ottica, forse, non meriterebbero qualche riflessione in più i nuovi nazionalismi e questo precipitarsi pericolosamente verso un altro riarmo insensato?

E la Chiesa, la religione, il Papa? Purtroppo non furono determinanti né prima né durante la prima guerra mondiale, perché molti cristiani, in Europa, erano stati contagiati dai nazionalismi. L’unica voce potente che si levò per far finire l’«inutile strage» fu quella del papa Benedetto XV (1854-1922), ma non fu ascoltata. Cercò comunque di dare un segnale forte della presenza della Chiesa in Europa e della necessità di una pace giusta che tenesse conto delle «aspirazioni dei popoli». Da allora i Papi sono più attenti, ma purtroppo ancora inascoltati!

Giovanni Longu
Berna 1.5.2024

17 aprile 2024

13. L’Europa nel Settecento e Ottocento

La Rivoluzione francese ha rappresentato l’avvio di grandi cambiamenti che dalla Francia si sono poi estesi, lentamente, all'intera Europa e al mondo. I rivoluzionari miravano soprattutto all'abolizione dei sistemi politici ritenuti oppressivi e alla creazione di nuove società basate sui principi liberali e democratici della cultura umanistico-rinascimentale e illuministica. Il primo obiettivo fu raggiunto quasi ovunque in Europa, dopo il periodo della Restaurazione imposto dalle grandi potenze (Austria, Prussia, Russia, Inghilterra), mentre il secondo obiettivo non può dirsi ancora interamente raggiunto in tutti i Paesi del continente. A rallentare il processo d’integrazione europea sono (stati) soprattutto i nazionalismi (ancora) presenti talvolta in forme subdole specialmente nelle grandi nazioni.

Rivoluzione e Restaurazione

Congresso di Vienna (1815), in un dipinto dell'epoca.
La Rivoluzione francese (1789-1799) aveva messo in luce sia i mali dei regimi monarchici assoluti (Ancien Régime) e dell’organizzazione sociale degli Stati europei basata su vecchi privilegi di origine feudale che la necessità di introdurre nella società i principi di libertà e di democrazia sostenuti da alcuni ambienti filosofici e letterari europei.

Napoleone Bonaparte (1769-1821), imperatore dei francesi, mescolando ambizioni personali e ideali rivoluzionari, aveva cercato di esportare in Europa le nuove idee col sostegno del suo potente esercito, sfidando persino la lontana Russia. Il suo tentativo, com'è noto, naufragò a Waterloo (18.6.1815). Le grandi potenze ripresero il sopravvento e al Congresso di Vienna (1815) imposero in Europa i vecchi regimi (Restaurazione).

Da allora si è assistito in Europa, fino alla seconda guerra mondiale, a una lotta continua tra gli ideali della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità) e le aspirazioni nazionalistiche dei vari Stati europei. Spesso, purtroppo, si trattò non solo di lotte di idee ma anche di lotte fratricide con eserciti sempre più efficienti, potenti e dotati di armi micidiali. Furono milioni gli europei che morirono non tanto per le idee libertarie e democratiche, quanto piuttosto per le ambizioni nazionalistiche.

Europa reazionaria

Il Congresso di Vienna, riunendo per la prima volta tutti gli Stati europei coinvolti dal «disordine» provocato da Napoleone, prese forse una saggia decisione per mettere fine alla guerra e prevenirne possibilmente altre del genere, ma avviò anche un processo di frammentazione e stabilizzazione degli Stati che avrebbe reso estremamente difficile fino ad oggi l’integrazione europea.

Napoleone (1769-1821), di Jacques-Louis David 
Oltre a ridisegnare la carta geopolitica dell’Europa, riducendo i territori di alcuni Stati (specialmente Francia e Polonia), consolidandone altri o ingrandendoli (Russia, Austria, Prussia), il Congresso istituì due nuove alleanze: la Santa Alleanza tra Russia, Austria e Prussia e la Quadruplice Alleanza, costituita dagli Stati precedenti più l’Inghilterra. Esse impegnavano gli Stati aderenti a intervenire con le armi qualora uno di essi avesse avuto difficoltà a reprimere eventuali disordini rivoluzionari e a impedire il contagio di altri Stati.

Nessuna decisione, invece, fu presa per l’abolizione delle monarchie assolute, per l’abolizione della tortura, per il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini attraverso costituzioni liberali e democratiche. Si era ripiombati nell'assolutismo e ogni Stato era libero di adottare al proprio interno gli strumenti (di repressione o di promozione) che riteneva più idonei.

Nazionalismi in azione

Ovviamente non tutti gli Stati usarono arbitrariamente qualsiasi strumento, ma tutti cercarono di rimediare al deficit di «senso dello Stato» o di «patriottismo» con la propaganda, esaltando le virtù della nazione («Primato morale e civile degli Italiani» di Vincenzo Gioberti), costituendo società patriottiche, pubblicando libri atti a commuovere più che a far pensare, diffondendo «miti di fondazione» dell’identità nazionale (Svizzera), ecc.

Fu totalmente assente, in questo periodo sette-ottocentesco, qualunque serio progetto europeistico. Persino l’ecumenismo religioso era inerte. L’ispirazione che aveva cristianizzato tutti i popoli europei si era spenta, l’entusiasmo che aveva animato i flussi dei crociati nella lotta per la liberazione dei luoghi santi o per la difesa dei valori cristiani dal pericolo ottomano era scemato.

Nessuno, forse, si chiedeva allora se ci sarebbe mai stata una ripresa dell’europeismo, se i popoli europei, una volta uniti dalla fede cristiana e dall'esaltazione dell’uomo artefice della propria sorte (faber suae quisque fortunae»), sarebbero stati nuovamente uniti da un profondo senso di appartenenza comune, se il Papato, già promotore di grandi movimenti popolari, avrebbe avuto ancora la forza di mobilitare le masse per promuovere in Europa la concordia e la prosperità comune!

Giovanni Longu
Berna, 17.04.2024