12 febbraio 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (seconda parte)

Gli anni Sessanta hanno costituito nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera un decennio fondamentale, nel senso che in quegli anni sono state gettate le basi dei principali eventi successivi e senza le quali risulta impossibile ricostruire in misura comprensibile e significativa lo sviluppo, la direzione, il senso dell’evoluzione della collettività italiana, divenuta nel frattempo una componente essenziale dell’intera collettività svizzera. Molti studiosi hanno creduto di poter interpretare i grandi eventi dei decenni successivi partendo dalla xenofobia sostenuta da James Schwarzenbach, hanno cercato di giustificare la presa di coscienza migratoria della collettività immigrata sulla presunta spinta del Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) e dell’attivismo di numerose associazioni italiane, per non parlare dei numerosi tentativi, parziali e insufficienti, di comprensione del fenomeno della seconda e delle successive generazioni… dimenticandosi delle premesse sviluppatesi negli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta

Immigrati tornano in Italia per Natale (anni '60)
Non si ha né il tempo né lo spazio per ripercorrere i grandi eventi che hanno riguardato l’immigrazione italiana in Svizzera, ma bastano (in questo e nel prossimo articolo) pochi cenni e alcuni dati per capire che si è trattato di un decennio molto importante per gli sviluppi successivi e molto diverso rispetto a precedenti ondate di arrivi in massa di manodopera estera.

Infatti, al tempo delle grandi costruzioni ferroviarie, il fenomeno immigratorio dall'Italia (soprattutto del Nord) era alquanto disordinato e orientato prevalentemente a due tipi di opera: le costruzioni ferroviarie e l’edilizia. Negli anni Sessanta (ma già nel decennio precedente), invece, il fenomeno immigratorio divenne un fenomeno di massa organizzato (in base agli accordi italo-svizzeri del 1948 e 1964), più vasto (perché il reclutamento avveniva ormai in tutta l’Italia, anche se prevalentemente nel Mezzogiorno, tant'è che si cominciò a parlare di «meridionalizzazione» dell’immigrazione) e ripartito in Svizzera su tutto il territorio nazionale.

La tipologia della immigrazione ottocentesca e d’inizio Novecento era molto chiara, perché si richiedeva essenzialmente forza lavoro manuale per la realizzazione delle grandi opere ferroviarie (nuove linee, tunnel, rampe d’accesso, ecc.), dei primi impianti idroelettrici e di attività varia di genio civile ed edilizia. Negli anni Sessanta, invece, l’immigrazione aveva una destinazione ben più ampia perché tutti i comparti dell’economia avevano bisogno di manodopera, sia perché molti svizzeri abbandonavano i lavori pesanti, meno qualificati e mal retribuiti per intraprendere attività più qualificate, meglio retribuite o indipendenti e sia, soprattutto, perché i settori secondario e terziario erano in forte sviluppo.

Pertanto la richiesta di lavoro era vastissima, con una distinzione importante: mentre nelle attività del genio civile (molti cantieri si trovavano in montagna per la costruzione di grandi impianti idroelettrici) e nell'edilizia urbana come pure in molti comparti del terziario (turismo, ristorazione, alberghi, riparazioni) la manodopera era soprattutto stagionale (non da ultimo per disincentivare il permesso di domicilio), nell'industria si continuava a preferire la manodopera stabilmente residente.

Ciò nonostante, i lavoratori italiani che chiedevano di venire in Svizzera anche come stagionali erano sempre tantissimi, anche perché la richiesta di manodopera era veramente enorme, tanto da alimentare soprattutto in Italia l’idea che in Svizzera fosse facile trovare lavoro, persino evitando la complicata trafila della burocrazia (e contribuendo al triste fenomeno dell’emigrazione/immigrazione irregolare che coinvolse anche numerosi bambini).  L’evoluzione dell’immigrazione italiana è resa evidente da queste cifre.

Popolazione italiana in rapida crescita

Negli anni '60 la maggior parte dei nuovi immigrati era costituita
da «stagionali»; ma erano molti anche i residenti «annuali» e «domiciliati»

Nel 1960 risiedevano stabilmente in Svizzera poco più di 346.000 italiani, senza contare i circa 130.000 stagionali. Se negli ultimi cinque anni del decennio precedente i nuovi arrivi erano stati 70-80 mila l'anno (contro rientri in Italia dell'ordine di 50-60 mila), nei primi anni '60 l'aumento degli arrivi è stato impressionante: 128.257 nel 1960, 142.114 nel 1961, 143.054 nel 1962 (contro rientri dell'ordine di 90-100 mila). L'incremento medio degli italiani in Svizzera era in quegli anni di circa 40.000 l'anno. Inoltre, dal 1961 gli immigrati italiani provenivano soprattutto dal Mezzogiorno.

Bisogna anche aggiungere che tanto l’amministrazione svizzera che quella italiana si trovarono del tutto impreparate ad affrontare i problemi che generava una massa enorme di immigrati fuori controllo, nonostante la legge sugli stranieri del 1931 e le attenzioni del governo svizzero per rendere «equilibrato» il rapporto indigeni-stranieri. Ad approfittarne furono soprattutto i movimenti xenofobi, ma del loro impatto sulla popolazione svizzera e italiana si tratterà nel prossimo articolo.

Per contro, in moltissimi immigrati crescevano il disagio, la precarietà e la paura. Vi furono anche segnali di ottimismo e soprattutto il desidero di guardare avanti, di superare le difficoltà, pensando soprattutto alle giovani generazioni. In questo contesto non possono essere taciuti i contributi offerti proprio dalle due realtà già menzionate, L’ECO e il CISAP, sia pure in ambiti totalmente diversi, e di cui si parlerà ancora in seguito. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 12.02.2026

Nessun commento:

Posta un commento