30 gennaio 2026

Anni Sessanta un decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (prima parte)

Molti immigrati degli anni Sessanta sono rientrati definitivamente in Italia per godersi la meritata pensione e sono pertanto rare le testimonianze dirette sulle vicende migratorie di quel decennio. Esistono tuttavia numerosi studi e documenti privati e pubblici che consentono a chiunque di farsi un’idea alquanto precisa di quel periodo. Vi attingerò abbondantemente per evocare in una sere di articoli quello che dev’essere considerato un decennio fondamentale della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. La narrazione sintetica di quel periodo non è tuttavia finalizzata a rievocare ancora una volta quegli anni (perché i lettori della rivista hanno avuto parecchie occasioni per conoscerli), ma per inquadrare adeguatamente due realtà, sebbene non comparabili, avviate negli anni Sessanta: la nascita della rivista L’ECO e la costituzione di una scuola per la formazione professionale degli immigrati, il CISAP. La prima esiste ancora, la seconda non più. Entrambe, tuttavia costituiscono due testimonianze straordinarie della trasformazione dell’immigrazione italiana in questo Paese.

Sessantesimo del L’ECO e del CISAP


Quando sessant'anni fa, nel 1966, Mando H. Forster lanciò il suo giornale, chiamandolo L’ECO Giornale per gli Italiani in Svizzera, probabilmente non si aspettava che nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno dei più letti e apprezzati dagli immigrati italiani. Il «segreto» di questa riuscita stava soprattutto nei contenuti e nello stile degli articoli. Oltre all'aspetto puramente informativo, molti di essi si distinguevano per la vicinanza ai problemi reali degli immigrati, alle loro ansie e speranze, per la loro indipendenza dal punto di vista delle autorità, per la profondità di alcune analisi sulla condizione migratoria, per la serietà e autorevolezza di alcuni collaboratori, uno per tutti Dario Robbiani, per l’obiettività dei resoconti più importanti.

Nei prossimi articoli, a beneficio soprattutto di chi è interessato a conoscere più in profondità gli anni Sessanta, richiamerò alcuni articoli dell’epoca, particolarmente interessanti.

Il CISAP è stata un’istituzione prestigiosa e preziosa per migliaia di connazionali immigrati, che attraverso idonei corsi di formazione professionale sono riusciti a trasformare la loro esistenza spesso alquanto precaria in una carriera solida e fonte di tranquillità per i diretti interessati e per le loro famiglie. La storia del CISAP, che pochi conoscono, dovrebbe appartenere alle pagine più significative e indimenticabili dell’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Anche sul CISAP, nei prossimi articoli, evidenzierò alcuni aspetti che sanno dell’incredibile. Basti solo pensare che l’istituzione, estesasi nell'arco di un decennio a molte località del Cantone di Berna e, successivamente, della Svizzera, è sorta per iniziativa e per volontà di alcuni lavoratori immigrati sotto la guida di Giorgio Cenni ed è poi riuscita a coinvolgere autorità italiane e svizzere, sindacati e datori di lavoro svizzeri, associazioni e istituzioni varie.

Nello scantinato di questa villetta (Jägerweg 7 di Berna)
sorse nel 1966 la prima sede del CISAP

Gli anni Sessanta in Svizzera

Per comprendere e apprezzare sia l’ECO che il CISAP occorre ricordare, sia pure in rapida sintesi, cosa hanno rappresentato gli anni Sessanta, per la società svizzera, per l’economia, per l’immigrazione, per i rapporti italo-svizzeri. Alcuni dati aiuteranno a capirne la portata.

La società svizzera era in rapida trasformazione sotto la spinta di un’economia in grande sviluppo (soprattutto i settori secondario e terziario), che faticava però a reperire la manodopera necessaria. Poiché il mercato del lavoro interno era quasi completamente prosciugato (nel 1960 in tutta la Svizzera solo 800 persone erano in cerca d’impiego, ma c’erano più di 6000 posti di lavoro non occupati), molte imprese reclutavano direttamente in Italia (soprattutto nel Mezzogiorno), dove la manodopera disponibile era sovrabbondante (nonostante il «miracolo economico») le maestranze di cui avevano bisogno.

Intanto in Svizzera la popolazione straniera continuava a crescere nonostante pendesse sulla politica federale una specie di spada di Damocle perché per legge (1931) il Consiglio federale (governo) doveva vegliare «contro l’eccesso di manodopera estera» e non doveva fornire alcun pretesto alla diffusione della propaganda xenofoba. Tuttavia, sulla buona volontà delle autorità federali prevalevano gli interessi economici.

Sta di fatto che nel 1960, sul totale della popolazione straniera residente (col permesso di domicilio e permessi annuali, esclusi gli stagionali e i frontalieri), 346.233 (59,2%) erano di origine italiana; nel 1970 il loro numero supererà il mezzo milione (583.835) e la loro proporzione si attesterà sul 53,6%. Gli italiani non solo primeggiavano sugli stranieri, ma erano anche in continua crescita benché fosse praticata dal Governo federale, specialmente attraverso gli stagionali, una rigida politica di rotazione della manodopera estera, accentuandone la loro precarietà.

Com’è noto, a decidere i limiti della politica immigratoria intervennero nel decennio successivo il popolo svizzero (con la votazione federale del 7 giugno 1970, che bocciò una iniziava xenofoba), e soprattutto la crisi economica della metà degli anni Settanta. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 27.1.2026