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25 novembre 2025

1950: La dichiarazione Schuman e l’UE

Rievoco volentieri questo 75° anniversario perché la dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 è stata fondamentale per la nascita dell’Unione europea. Sebbene mirasse in primo luogo alla riconciliazione franco-tedesca, ha segnato anche l’avvio del processo di unificazione dell’Europa, tuttora in divenire. Schuman dichiarò nel Parlamento francese che il Governo intendeva proporre alla Germania la messa in comune delle risorse di carbone e di acciaio dei due Paesi, in una organizzazione aperta a tutti i Paesi d’Europa. In quella dichiarazione apparivano chiari non solo l’idea che l’Europa potesse ricomporsi e consolidarsi pacificamente, ma anche il metodo da seguire. Pur partendo da una imprescindibile riconciliazione tra Francia e Germania, l’obiettivo non era una comunità a due, ma una comunità economica e politica aperta a tutti i Paesi europei. La riconciliazione franco-tedesca doveva costituire la prima tappa di una federazione europea alla quale anche l’Italia e persino la Svizzera «neutrale» erano interessate.

L’idea del Trio Schuman-Adenauer-De Gasperi

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all'altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un'Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche. […] L’Europa non è stata fatta, abbiamo avuto la guerra. L'Europa non si farà d’un tratto, né in una costruzione globale: essa si farà con delle realizzazioni concrete, creando anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni europee esige che l'opposizione secolare fra la Francia e la Germania sia eliminata… » (Schuman, 9 maggio 1950). Il progetto di Robert Schuman fu approvato dal Parlamento francese, ma fu sostenuto anche dai leader dei due maggiori Paesi continentali (Germania e Italia): Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi.

Ho già scritto altre volte del Trio Schuman-Adenauer-De Gasperi che è all'origine dell’Unione Europea (UE). Ne scrivo nuovamente in occasione del 75° della dichiarazione dell’allora Ministro degli esteri Schuman al Parlamento francese 75 anni fa, perché l’UE, visibilmente in crisi d’identità e di prospettive, purtroppo sembra allontanarsi dall'idea originaria di «Unione» e dallo spirito di quella dichiarazione. Il Trio aveva ben presente i danni della seconda guerra mondiale ma anche della prima e per impedire il ripetersi di quegli eventi disastrosi aveva intravisto la via della pace, dell’unione e dello sviluppo come soluzione possibile e necessaria. Francamente, non mi sembra che l’UE stia percorrendo la stessa strada. Credo che una riflessione al riguardo di ciascun europeo possa contribuire a rendere gli organismi comunitari più democratici e più responsabili.

I risultati finora raggiunti dall'Unione europea voluta da quel Trio sono sotto gli occhi di tutti: la pace è stata salvaguardata, è terminata la «guerra fredda», l’Unione si è allargata e rafforzata, lo sviluppo ne è ancora un propulsore efficiente sebbene indebolito. Ciò nonostante, la Commissione, come altre istituzioni europee, invece di proseguire armoniosamente il cammino segnato, sviluppando la solidarietà e la collaborazione, sembrano rincorrere i fantasmi delle guerre passate e rischiano di commettere gli stessi errori.

Infatti, chi non vede nell'UE di oggi una crescita dei nazionalismi? Chi approva l’autoriduzione dell’Europa con la rinuncia alla Russia europea e la ripresa su vasta scala della «guerra fredda»? E chi non avverte che il riarmo esorbitante proposto dai vertici UE finirà per sollevare nuovi venti di guerra, favorendo fra l’altro alcuni Paesi (quelli con maggiori possibilità di spesa) a scapito di altri meno facoltosi? Chi non vede i rischi d’implosione dell’UE, perché si parla sempre più di una Unione a due o più velocità e alcuni Paesi si domandano se non sia preferibile seguire l’esempio della Gran Bretagna, mentre altri s’interrogano seriamente se convenga ancora restare uniti ai tradizionali alleati, visto che l’ordine mondiale sta evolvendo verso un mondo multipolare? E quanti Stati membri dell’UE, di fronte alle crescenti difficoltà, sono disposti a cedere anche solo una piccola parte di sovranità nazionale a beneficio di un’Unione sovranazionale sempre più debole?

L’esempio della guerra russo-ucraina è emblematico

Sono convinto che la guerra russo-ucraina si sarebbe potuta evitare se l’UE fosse stata più forte e autonoma adoperandosi per far rispettare gli accordi di Minsk del 2014 e 2015, tanto più che alcune «potenze» (in particolare Francia e Germania) se ne erano rese garanti sotto l’egida dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Non è questo il luogo e il momento per chiedersi chi non li ha osservati, ma ritengo che l’UE avrebbe potuto agire almeno su una parte, l’Ucraina, che certamente non li ha osservati con motivazioni nazionalistiche e forse anche perché si sentiva coperta dalla protezione dell’Unione e della NATO a cui intendeva aderire.

Oggi, per fortuna, si comincia seriamente a parlare di pace e non capisco come a molti responsabili dell’UE sfugga che è meglio sacrificare un pezzo di territorio che vite umane (militari e civili), che la condizione della neutralità parzialmente disarmata come è stata provvidenziale per certi Paesi potrebbe esserlo anche per l’Ucraina, che le relazioni di buon vicinato valgono più di certe amicizie lontane niente affatto disinteressate, che uno sviluppo comune anche parziale è preferibile a una lotta fratricida, che non è affatto disdicevole una certa equidistanza da Stati Uniti e Russia, avendoli più come partner che come protettori.

Alla Commissione Europea verrebbe da chiedere perché in questi anni di guerra non si è mai adoperata seriamente a mediare tra le posizioni ambiziose di Putin e le richieste talvolta farneticanti di Zelensky. Eppure argomenti per una soluzione pacifica del conflitto ce n’erano. Sarebbe bastato riprendere alcuni punti degli Accordi di Minsk in cui si prevedeva, per esempio, il rispetto dei diritti fondamentali (come previsto dalla Carta dell’ONU) della minoranza russofona, l’organizzazione di elezioni libere nel Donbass, la decentralizzazione dei poteri, uno statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk, il diritto all'autodeterminazione linguistica, la neutralità dell’Ucraina, ecc.

Perché l’UE e i Paesi occidentali hanno tollerato così a lungo una guerra insensata e disastrosa, preferendo imporre alla Russia severe sanzioni e sostenere finanziariamente e militarmente l’Ucraina nell'illusoria speranza di una vittoria, alimentare in Europa la paura di un’invasione russa e giustificare spese spropositate per un riarmo generalizzato dei Paesi europei?

Credo che abbiano ragione quanti ritengono tale riarmo e la Commissione che l’ha richiesto una sciagura per l’UE e un oltraggio allo spirito dei fondatori, che volevano solo la pace e lo sviluppo solidale del continente dall'Atlantico agli Urali. Perché nessuno Stato membro sembra credere nella forza della riconciliazione e della solidarietà? Perché si continua a preferire ambizioni impossibili e pericolose piuttosto che affrontare responsabilmente la realtà? Perché si lascia predicare impunemente a qualche Commissario che per avere la pace bisogna prepararsi alla guerra? Perché non ci impegniamo tutti, giorno per giorno, per una pace «disarmata e disarmante», come ha indicato al mondo papa Leone XIV all'inizio del suo pontificato (8.5.2025)?

Giovanni Longu
Berna 25.11.2025

18 dicembre 2024

41. L’Europa di papa Francesco (seconda parte)

Papa Francesco non è un sognatore, ma una persona con grande senso della realtà, molto sensibile al dolore, alle preoccupazioni e alle paure della gente, ma anche un uomo di fede e di speranza. La sua grande stima della dignità della persona e la sua provata empatia con l’umanità che soffre ed è spesso costretta a fuggire in cerca di salvezza lo spingono a condannare senza mezzi termini lo sfruttamento sconsiderato delle risorse del pianeta per avidità di profitto e desiderio di possesso, ma soprattutto l’insensatezza delle guerre. Ha cercato di far capire in tutti i modi che la guerra, qualsiasi guerra, è inutile, ignobile, disumana, il trionfo della menzogna e dell'interesse, «un crimine contro l'umanità». Per questo invita in continuazione a pregare per la pace, «la martoriata Ucraina», «la Palestina, Israele, il Libano, il Myanmar, il Sud Sudan, e per tutti i popoli che soffrono per le guerre», ma sollecita anche «quanti hanno responsabilità politiche perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è Dio della pace e non della guerra», denuncia quanti lucrano con gli armamenti, ricorda che la guerra non è una via per la pace ma un’illusione: «la guerra non porterà mai pace, non porterà mai la sicurezza, è una sconfitta per tutti».

Guerra e pace in Europa

Papa Francesco si rende ben conto che i suoi appelli restano per lo più inascoltati da coloro che potrebbero fermare la guerra e avviare i negoziati di pace, ma non si arrende, non cessa di fare appello alle coscienze sperando che si ascoltino almeno la voce della ragione e il grido delle vittime delle guerre. Resta pertanto incomprensibile che soprattutto coloro che hanno il dovere morale e politico del buon governo e delle buone relazioni internazionali non si rendano conto che con la guerra si mette a repentaglio la pacifica convivenza dei popoli.

Del resto, tutti gli Stati moderni che fanno parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) si sono impegnati dalla fine della seconda guerra mondiale «a praticare la tolleranza e a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato, […], ad assicurare che la forza delle armi non sarà usata [per risolvere controversie che potrebbero portare ad una violazione della pace], a impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli».

Ancora, tutti i membri dell’ONU hanno dichiarato di impegnarsi «a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà».

Incoerenza di molti Stati

Molti Stati sembrano aver dimenticato tali impegni internazionali o non credono più nella forza e nell'efficacia del rispetto dei diritti fondamentali, dello sviluppo comune, della collaborazione, della riduzione fino all'abbandono definitivo della rincora agli armamenti più micidiali. Troppi Stati preferiscono ancora ricorrere alla guerra per risolvere conflitti risolvibili pacificamente, come se ci fossero istituzioni abilitate a disporre a piacimento della vita di intere generazioni, senza scrupoli per mandare a morire centinaia, migliaia e forse centinaia di migliaia di giovani per la conquista o la difesa di un pezzo di terra. 

Inutilmente, purtroppo, papa Francesco ci ricorda nell'enciclica Laudato si' che in definitiva «del Signore è la terra» (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23).

Facile osservare la palese incoerenza di chi ancora sostiene la guerra come strumento per raggiungere la pace (in pratica difendere terre e confini) e altrettanto facile costatare la fede incrollabile di papa Francesco persino in una soluzione condivisa del conflitto russo-ucraino. Evidentemente papa Francesco oltre che una grande fede in un Dio misericordioso ha anche una grande fede nella possibilità delle persone e dei popoli di riconciliarsi, di rimettersi in cammino anche dopo cadute fragorose, di «sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli».

«Europa, ritrova te stessa!»

Due grandi papi: Giovanni Paolo II e Francesco
Per questo, in una lettera del 22 ottobre 2020 al cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin in occasione del 40° anniversario della Commissione degli Episcopati dell'Unione Europea (COMECE), del 50° anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e l'Unione Europea e del 50° anniversario della presenza della Santa Sede come Osservatore Permanente al Consiglio d'Europa fece proprie le parole di Giovanni Paolo II pronunciate a Compostela: «Europa «ritrova te stessa, sii te stessa» aggiungendo: «In un tempo di cambiamenti repentini c’è il rischio di perdere la propria identità, specialmente quando vengono a mancare valori condivisi sui quali fondare la società. All’Europa allora vorrei dire: tu, che sei stata nei secoli fucina di ideali e ora sembri perdere il tuo slancio, non fermarti a guardare al tuo passato come ad un album dei ricordi […]. Presto o tardi ci si accorge che i contorni del proprio volto sfumano, ci si ritrova stanchi e affaticati nel vivere il tempo presente e con poca speranza nel guardare al futuro. Senza slancio ideale ci si riscopre poi fragili e divisi e più inclini a dare sfogo al lamento e lasciarsi attrarre da chi fa del lamento e della divisione uno stile di vita personale, sociale e politico».

Papa Francesco non è pessimista, è anzi convinto che l’Europa abbia ancora molto da offrire al mondo e all’umanità, secondo la visione che dell’Unione europea avevano i fondatori Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi. E’ auspicabile che tale convinzione e tale visione siano condivise non solo dalle Istituzioni europee, ma dalla maggioranza dei cittadini e dei popoli europei di oggi e di domani.

Giovanni Longu
Berna, 18.12.2024

07 agosto 2024

27. Che fine hanno fatto le «radici cristiane»?

Con questo interrogativo si chiudeva l’articolo precedente sulle «radici cristiane» dell’Unione Europea (UE) e non era fuori luogo perché l’Europa, che si era formata fino alla prima guerra mondiale attingendo energie vitali dalla tradizione cristiana, dalla morte dei tre fondatori (De Gasperi, Adenauer e Schuman) della prima Comunità europea sembra aver dimenticato cosa è stata l’Europa da Carlo Magno in poi e soprattutto la spinta ideale che il trio ha impresso alla nuova Europa dopo lo sfacelo della seconda guerra mondiale. Sarebbe interessante esaminare le cause di questo oblio, ma richiederebbe troppo tempo e spazio. Lo si farà, comunque, almeno in parte, nei prossimi articoli, ricordando i numerosi richiami dei Papi a non dimenticare le «radici cristiane» dell’Europa.

Il discrimine della seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale ha segnato una netta separazione tra passato e futuro dell’Europa. Il passato è stato visto come nefasto e da evitare in ogni modo alle nuove generazioni. Il futuro avrebbe dovuto essere non solo diverso dal passato, ma anche strutturato in modo da scongiurare il rischio di tragedie come quelle vissute e consentire uno sviluppo comune per soddisfare le aspettative dei vari popoli europei. Per secoli il Cristianesimo aveva tenuto unita l’Europa e grazie ad esso aveva raggiunto la massima estensione dall'Atlantico agli Urali.

Il trio Schuman, De Gasperi e Adenauer aveva trovato per così dire la «formula magica» per correggere gli errori del passato ed evitare gli stessi nel futuro. La nuova Europa doveva rassomigliare il più possibile a una Comunità in cui le risorse fondamentali sono gestite in comune e le regole sono condivise da tutti e rispettose dei diritti fondamentali di tutti.

Inoltre, aldilà delle regole, doveva valere il principio della solidarietà tra i popoli, per cui i rappresentanti delle istituzioni dovevano essere espressione almeno indiretta della volontà popolare (democrazia), i popoli che si erano in passato combattuti dovevano riconciliarsi e riconoscersi reciprocamente, la «Comunità Europea di Difesa» (CED) doveva servire per avere maggiori possibilità di consolidarsi e svilupparsi, mai perdendo di vista l’obiettivo della cooperazione solidale e della prosperità comune.

Che fine hanno fatto le radici cristiane?

Difficilmente le radici profonde e robuste soccombono alle intemperie e alla furia degli incendi, per cui è da escludere che le radici cristiane siano morte. Del resto la pianta, l’UE, è ancora viva, anche se non tutti i frutti corrispondono probabilmente a quelli auspicati dal famoso trio. Non si spiegherebbero, inoltre, tutti i tentativi dei Papi, da Giovanni XXIII (1881-1963) in poi, a tener viva in Europa la fede cristiana, il rispetto dei sacri valori della vita e della morte, della libertà, dei diritti dei popoli e delle persone, la solidarietà, la cooperazione internazionale, la prosperità comune.

Ciascun papa, come si vedrà nei prossimi articoli, ha richiamato secondo la propria sensibilità qualche valore cristiano trascurato o minimizzato, ma tutti in una maniera o nell'altra hanno evidenziato mali presenti e pericoli futuri dovuti al nazionalismo, al capitalismo, al materialismo, a una eccessiva secolarizzazione, ecc. I tre fondatori intuirono la fragilità della loro «invenzione» fin dal 1952, quando videro fallire sul nascere la CED perché i francesi le negarono il sostegno. A loro fu risparmiata invece la delusione del rigetto (2003), soprattutto da parte francese, di un progetto di «Costituzione europea» che conteneva vaghi riferimenti alle «eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa», senza alcun accenno alle «radici cristiane» su cui aveva più volte insistito Giovanni Paolo II (1920-2005).

Non fermarsi alla prima tappa!

Del resto, numerose proposte di riforma sono state bloccate da veti incrociati, i nazionalismi hanno rialzato la testa, al bene comune si sono spesso anteposti il primato della propria «nazione» e questioni economiche. D’altro canto gli stimoli per guardare avanti non mancano. La visione all'epoca considerata utopistica dell’europeista spagnolo Díaz de Morales Bernuy (1792-1850), secondo cui l’Europa rappresentava già nell'Ottocento una grande e unica nazione, che spaziava dalla Gran Bretagna alla Russia, dai Paesi scandinavi all'Africa settentrionale e al Medio oriente, non è del tutto estranea agli interessi dell’UE (anche se, per esempio, il «Piano Mattei» ha altri obiettivi). E anche se si parla quasi solo in termini molto vaghi di Stati Uniti d’Europa perché nessuno Stato sembra disposto a rinunciare a una parte della propria sovranità, l’obiettivo resta.

Infine, l’osservazione di Jean Monnet (1888-1979), grande ispiratore della dichiarazione di Robert Schuman sulla creazione della CECA, secondo cui questa Comunità doveva essere considerata «la prima tappa verso una federazione europea» andrebbe presa sul serio e proseguire decisamente il processo integrativo. Gli interventi dei Papi, come si vedrà, vanno tutti in questa direzione. E’ fondamentale non perdere di vista gli obiettivi.

Giovanni Longu
Berna, 7 agosto 2024.

 

31 luglio 2024

26. Il «trio» De Gasperi, Adenauer e Schuman (terza parte/fine)

Nessuno mette in dubbio il ruolo fondamentale del trio De Gasperi, Adenauer e Schuman nell'avvio dell’integrazione europea, mentre pochi sembrano disposti a riconoscergli un ruolo determinante nella caratterizzazione delle istituzioni europee nascenti con connotazioni «cristiane». L’esitazione è dovuta probabilmente alla difficoltà di identificare questi caratteri particolari nelle scelte e nelle azioni del trio e forse anche alla costatazione che alcuni di quei valori si sono, purtroppo, persi o affievoliti nel tempo. Eppure, in De Gasperi, Adenauer e Schuman, ferventi cattolici praticanti, i valori «cristiani» erano esistenziali, facevano parte dei loro comportamenti, della loro vita privata e pubblica e quindi anche delle loro decisioni politiche.

Scelte fondamentali

Roma 1957: firma dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea (CEE)
e della  
Comunità europea dell'energia atomica (Euratom). 
De Gasperi, Adenauer e Schuman, ben conoscendo, loro malgrado, gli orrori della guerra e memori dell’ammonimento di Pio XII «nulla è perduto con la pace; tutto può esserlo con la guerra» erano convinti che all'«inutile strage» (Benedetto XV) si potesse efficacemente contrapporre «una pace conforme alla dignità dell'uomo e alla coscienza cristiana» non come «una dura imposizione della spada», bensì come «il frutto di una previdente giustizia e di una responsabile equità verso tutti» (Pio XII, 24.12.1943).

L’impegno politico fu per tutti e tre una conseguenza logica e irrinunciabile delle loro convinzioni religiose. Lo considerarono una «missione» da compiere con tutte le loro forze. Favorirono anzitutto la riconciliazione tra Paesi che si erano aspramente combattuti e s’impegnarono a diffondere nell'Europa occidentale (perché era impossibile agire contemporaneamente anche in quella orientale) un sincero spirito di fratellanza, le libertà fondamentali, la democrazia parlamentare, la solidarietà, la libertà religiosa, i valori cristiani.

Con lo stesso spirito, De Gasperi, Adenauer e Schuman decisero di dar vita alla prima Comunità europea, la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), in cui non è difficile vedere anche nel nome un richiamo sottile alla condizione delle prime comunità cristiane in cui «fra loro tutto era comune» (cfr. articolo del 17.07.2024). La solidarietà doveva essere un carattere fondamentale della nuova Europa.

Un’altra caratteristica «cristiana» del trio, che permeerà la sua azione politica nel progetto di costruzione europea, era anche il rigetto dei nazionalismi. Per Adenauer la frammentazione dell’Europa era un anacronismo, un non-senso. Il suo partito democristiano (CDU) sosteneva che «le cose miglioreranno solo se cambia l’ideologia della nazione». Per De Gasperi «l’Europa esiste nella sua essenza, ma è visibilmente sminuzzata e tagliuzzata da divisioni territoriali, barriere economiche, rivalità nazionali. […] L’Europa esiste, ma è incatenata; sono questi ferri che bisogna spezzare. Le nostre strutture politiche accusano terribilmente la loro arteriosclerosi».

Inoltre, quando il trio parlava del popolo, anzi dei popoli, non si trattava solo dell’abbandono di un corporativismo di classe, ma dell’affermazione di un principio della dottrina sociale cattolica, valido per tutti i popoli della terra. A questo principio si ispirava De Gasperi quando sosteneva: «né capitalismo né comunismo, ma solidarismo di popolo».

Apertura all’Oriente

In questa prospettiva universalistica s’inseriva anche l’idea del trio dell’unità dei popoli europei, da raggiungere non solo eliminando le guerre, ma costruendo insieme l’Europa, con l’apporto specifico delle peculiarità di ognuno. Non si trattava semplicemente di cancellare i nazionalismi, le nazioni e le patrie, ma di dare a tutte le persone il senso di appartenenza a una patria comune con culture diverse e valori condivisi con riferimenti sicuri come la cultura umanistica, la fede giudaico-cristiana, la prospettiva di pace e di prosperità comune.

La prima Comunità europea, su iniziativa del trio Schuman, Adenauer, De Gasperi,
era costituita da: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. 

Nonostante l’apparente contraddizione della scelta di stare nel blocco occidentale (antisovietico), dell’adesione alla NATO e della proposta (poi bocciata dalla.
Francia) di una Comunità Europea di Difesa, era comune nel trio la convinzione che l’Europa per salvarsi e godere una pace duratura dovesse essere unita e indipendente, dall'Atlantico agli Urali, e che prima o poi i blocchi sarebbero crollati. Pertanto, l’Occidente non doveva chiudersi. Anzi, sosteneva Schuman, «noi dobbiamo fare l’Europa non solo nell'interesse dei popoli liberi, ma anche per potervi accogliere i popoli dell’Europa Orientale […] quando ci chiederanno la loro adesione e il loro appoggio morale».

Del resto, nessuno del trio pensava che i blocchi fossero destinati a durare per sempre. In un discorso pronunciato alla radio italiana il 5 gennaio 1952, De Gasperi, riferendosi al progetto di Comunità Europea di Difesa, in cui si discuteva di armi, di riarmo, di necessaria difesa, di mettersi insieme per la difesa delle proprie libertà, avvertì di non confondere quella che è l’occasione, il mezzo, la via per la costruzione, cioè il punto di partenza, con la costruzione stessa, con l'ideale verso cui tendiamo. «Non è che vogliamo creare un’organizzazione di armati, un campo trincerato in cui sia sempre necessario stare in armi per difenderci. Niente affatto. Cerchiamo di metterci insieme a difendere la nostra vitalità, le nostre possibilità di sviluppo per scoraggiare i tentativi che possono venire da qualsiasi parte per renderci impossibile questo sviluppo. Non è detto che questo sforzo debba durare eternamente, ma solo per il periodo critico, superato il quale, questa impresa si svilupperà permanentemente nella nostra vita collettiva» 

Effettivamente, soprattutto dopo la morte di Stalin (1953), i rapporti commerciali e culturali con i Paesi dell’Est europeo cominciarono a migliorare, benché fossero ancora molto limitati. Anche il Vaticano cercò di utilizzare tutte le possibilità di dialogo che si presentavano (specialmente attraverso l'Ambasciata sovietica a Roma, contatti personali di alti prelati, viaggi esplorativi, tentativi di riallacciare rapporti diplomatici, ecc.) e non poteva non tener conto dell'atteggiamento di apertura del trio.

Grazie al trio!

Sebbene il processo d’integrazione europea non sia ancora finito, i blocchi non siano stati ancora definitivamente superati e non si sia nemmeno riusciti a estirpare dall'Europa il germe della guerra, la gratitudine nei confronti del trio De Gasperi, Adenauer e Schuman dovrebbe essere senza riserve. Infatti, essi hanno posto alla base della costruzione europea solide fondamenta. Tra esse non si dovrebbero mai dimenticare quelle «cristiane», perché così hanno voluto i fondatori, dei quali facilmente si scorda che erano nella vita, privata e pubblica, ferventi cristiani: Robert Schuman, cresciuto in una famiglia cattolica, era stato educato fin da bambino alla preghiera e alla partecipazione giornaliera alla Santa Messa; anche Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi erano cresciuti in famiglie molto religiose e furono essi stessi per tutta la vita cattolici praticanti. In una lettera, Adenauer scrisse a Schuman: «Forse noi due siamo chiamati da Dio a dare un contributo prezioso per i nostri fini comuni in un momento decisivo per l’Europa».

De Gasperi morì nel 1954, Schuman nel 1963, Adenauer nel 1967. La Chiesa cattolica, prudente e severa nel riconoscere la pratica delle virtù cristiane nei suoi fedeli, ha avviato da alcuni anni per i primi due, Schuman e De Gasperi, una causa di beatificazione. Nel 2004, al termine del processo diocesano (Metz) di beatificazione, Schuman fu proclamato «Servo di Dio» e i documenti sono attualmente allo studio a Roma. Alla sua morte, il presidente del Parlamento europeo Gaetano Martino gli rese omaggio con queste parole: «Robert Schuman è stato un uomo di fede. Ha infuso alla sua opera la fede profonda, indistruttibile che l’animava…». Il 19 giugno 2021 De Gasperi è stato dichiarato da Papa Francesco «Venerabile Servo di Dio». Anche per Adenauer da tempo numerosi cattolici tedeschi chiedono l'avvio della causa di beatificazione.

Dai tempi di Schuman, De Gasperi e Adenauer il processo d’integrazione europea non si è più fermato, da sei Paesi membri si è passati agli attuali 27 e per altri Stati sono in corso trattative per l’adesione all'Unione. Certamente il trio ne andrebbe fiero, perché l’ampliamento era auspicato, ma forse chiederebbe ai nuovi dirigenti che fine hanno fatto le «radici cristiane» delle Comunità europee, perché i nazionalismi non sono ancora morti e l’orizzonte orientale si è persino ridotto, essendo bloccato molto prima della vista degli Urali. Potrebbe anche chiedere agli europei dell’UE se sono contenti dello stato della «Comunità», quali sono i loro sogni e le loro visioni, quali traguardi vorrebbero ancora raggiungere nei campi dei diritti umani, della lotta alla povertà, dell’integrazione dei popoli e delle culture, della libertà religiosa, della coesione e dell’unione, ecc. ecc.

Le risposte sarebbero molto interessanti e utili, ma dubito che gli attuali dirigenti dell’UE avrebbero voglia di rispondere a simili domande e a questa in particolare: che fine hanno fatto le «radici cristiane»?

Giovanni Longu
Berna 31.07.2024

24 luglio 2024

25. Il «trio» De Gasperi, Adenauer e Schuman (seconda parte)

I padri dell’«Unione europea» furono molti, ma tre in particolare sono stati sempre ritenuti tali e per questo considerati spesso come un «trio» indissolubile: De Gasperi, Adenauer, Schuman (cfr. articolo precedente). In realtà, poiché erano sei i Paesi firmatari della prima Comunità europea, anche i fondatori dovrebbero essere almeno sei, ai quali ne andrebbero comunque aggiunti altri (per es. il francese Jean Monnet, l’italiano Altiero Spinelli) per il loro apporto straordinario di idee e di stimoli innovativi. Tuttavia, poiché in questi articoli non si tratta della storia dell’Unione europea (UE) ma delle sue «radici cristiane», per stare in tema molti nomi vengono citati solo occasionalmente. Non si può invece fare a meno di soffermarsi ancora sul trio, perché oltre ad essere i rappresentanti degli Stati principali (Italia, Germania, Francia) hanno caratterizzato il processo d’integrazione europea con ideali, valori e metodi.

La «matrice cristiana»

Il Piano Marshall garantì all'Italia: grano, carbone, materie prime per la ricostruzione...
Ad alcuni, oggi, potrebbe suonare strano parlare di «radici cristiane» o «matrice cristiana» dell’UE, ma è inevitabile che se ne parli perché i tre protagonisti erano cattolici praticanti, avevano una visione cristiana della vita e della storia, attingevano i loro valori personali e collettivi dal Vangelo, sognavano probabilmente un’UE diversa da quella di oggi, divenuta troppo dipendente dagli Stati/governi e meno dai Popoli e dagli ideali da perseguire, troppo concentrata sulla difesa e sugli armamenti e meno impegnata a «sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli» (Carta ONU), ancora troppo di parte (blocco occidentale) e meno impegnata a «rafforzare la pace universale», come se le decisioni prese a Jalta fossero irremovibili e nella scena mondiale l’Europa dovesse accontentarsi di un ruolo subalterno e non da protagonista.

A scanso di equivoci vorrei precisare che i tre, per le loro convinzioni religiose, non solo non erano indifferenti agli avvenimenti, ma erano talmente immersi nella realtà da pensare di poterla e di doverla trasformare progressivamente. Dagli eventi erano stati temprati sia alla fermezza dei valori (quando di fronte ai regimi totalitari, piuttosto che accettarli, preferirono subire divieti, limitazioni e il carcere) che a un sano realismo delle azioni politiche (quando per risollevare i loro popoli dallo sfacelo della guerra accettarono l’aiuto americano e di fronte alla possibilità di un’aggressione sovietica - come avveniva nei Paesi dell’est europeo - preferirono di farsi difendere dagli USA). Negli eventi drammatici della guerra avevano anche maturato un sano ottimismo: il diritto e la pace finiscono sempre per trionfare!

Tutti e tre erano comunque convinti che l’Europa dovesse riacquistare quanto prima la propria autonomia e superare le divisioni imposte dalle grandi potenze. Adenauer puntava a una piena riconciliazione con la Francia. Schuman sosteneva che non si dovesse continuare a odiare i tedeschi. De Gasperi cercava un buon compromesso con l’Austria. Tutti e tre vedevano nella collaborazione internazionale il superamento dei nazionalismi spinti e una via per realizzare l’integrazione europea. Tutti e tre ritenevano fondamentale che l’Europa si ricostruisse e si sviluppasse non solo su basi democratiche (libertà fondamentali, suffragio universale, uguaglianza dei diritti e dei doveri dei cittadini), ma anche cristiane (spirito di fratellanza, solidarietà, generosità). Per questo sono stati tutti e tre fortemente impegnati in tre partiti di matrice «democristiana», dove la connotazione «cristiana» era ritenuta irrinunciabile.

Piano Marshall e NATO

Fu dettato dal senso della realtà l’adesione dei Paesi occidentali al famoso «Piano Marshall» (dal nome del segretario di Stato George Marshall che lo propose il 5 giugno 1947), voluto dagli Stati Uniti ufficialmente per la «ripresa economica europea» (European Recovery Program) e nella prospettiva di una futura collaborazione tra le due sponde dell'Atlantico, politicamente per impedire l’espansionismo sovietico (in Italia: la partecipazione dei comunisti al governo). In effetti, grazie a questo piano l’Europa occidentale si riprese in pochi anni e avviò una forte espansione economica e la globalizzazione. Al tempo stesso è innegabile che la dipendenza dell’Europa dalla superpotenza statunitense si sia rafforzata e che insieme ai molti benefici siano stati importati anche tanti aspetti negativi (sfruttamento, fordismo, materialismo, comunismo, ecc.).

1949: il presidente USA Truman firma il Trattato Nord Atlantico (NATO).
L'adesione dei Paesi europei fu dettata da realismo e da paura del comunismo.

Anche l’adesione alla NATO (Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord), decisa a Washington il 4 aprile 1949, fu dettata dal realismo di alcuni capi di governo occidentali (in particolare Italia, Francia e Germania). Rispondeva infatti al bisogno di alcuni Paesi opporsi efficacemente all'URSS qualora avesse deciso di aggredirli (come avveniva con i Paesi dell’est europeo).

Che non ci sia stata alcuna esitazione da parte del trio all'adesione alla NATO è verosimile perché allora anche la Santa Sede (Pio XII) era favorevole. L'espansionismo sovietico sembrava inarrestabile e il comunismo faceva paura. Ciò nonostante, come risulterà meglio dal prossimo articolo, è inimmaginabile che soprattutto il trio non pensasse prima o poi ad aprirsi anche al mondo sovietico, proprio sull'esempio della Santa Sede che nonostante l'anticomunismo cercava in ogni modo di tenere aperta la via del dialogo. Dapprima, però, bisognava pensare alla costruzione dell'Europa, la cui prima pietra era stata posta già con la creazione del Consiglio d’Europa lo stesso anno 1949. (Segue)

17 luglio 2024

24. Il «trio»: De Gasperi, Adenauer e Schuman (prima parte)

Dopo la seconda guerra mondiale, il desiderio di non vivere mai più tragedie come quelle vissute era molto diffuso. Numerosi osservatori, intellettuali e uomini politici auspicavano quale rimedio efficace una qualche forma di federalismo, per esempio sul modello svizzero, in grado di garantire l’unione (politica, economica, militare…) e il rispetto delle particolarità di ciascun popolo e di ciascuno Stato, ma senza mai affrontare il tema della sua realizzabilità. Ogni proposta, infatti, si sarebbe scontrata, fra l’altro, con la memoria ancora vivissima degli orrori della guerra, con la distinzione tra chi li aveva causati e chi li aveva subiti, l’indicazione degli scopi, dei costi, dell’organizzazione, senza dimenticare che qualsiasi ipotesi di riduzione della sovranità nazionale avrebbe urtato i forti sentimenti nazionalistici, presenti in tutti gli Stati, per non parlare delle nuove difficoltà dovute alla «guerra fredda» e alla spaccatura dell’Europa contesa dalle due superpotenze USA e URSS. Tre personaggi, il «trio» degli iniziatori dell’Unione europea De Gasperi, Adenauer e Schuman, che non si rassegnavano alla contingenza, optarono per il cambiamento.

Realismo e ottimismo

Quando sembrava inevitabile subire la realtà ritenendo di non poterla modificare, i tre personaggi appena menzionati decisero di cercare comunque una soluzione sostenibile per dare seguito ai forti desideri dei popoli europei di vivere durevolmente in pace e in libertà. Non si trattava di un azzardo o di una sfida titanica alla storia che pareva condannare l’Europa alla precarietà e a una divisione perpetua come punizione della superbia (la hybris degli antichi Greci) di alcuni Stati nazionalisti, ma di una conoscenza approfondita della situazione (vagliando attentamente realtà e possibilità)[1], di ragionamenti sostenibili, di una speranza che trovava il suo fondamento nella considerazione ottimistica delle enormi potenzialità dell’essere umano, ma anche nella profonda spiritualità che animava la vita e l’azione di De Gasperi, Adenauer e Schuman.

Alle espressioni Stati Uniti d’Europa, Federazione, Federalismo, suggerite da Churchill e dai Federalisti (cfr. articolo precedente), vennero preferite parole ritenute verosimilmente più significative e praticabili: «Solidarietà», «Comunità», «Unione». Non conosco le ragioni di queste scelte, ma corrispondono pienamente al pensiero del «trio» e forse anche alla loro sensibilità religiosa, non indifferente al racconto biblico delle prime comunità cristiane in cui «fra loro tutto era comune» (At 4,32).

Politica dei piccoli passi

La corrispondenza al pensiero dei tre fondatori è facilmente documentabile perché nessuno dei tre propose mai esplicitamente l’istituzione di uno Stato federale o degli Stati Uniti d’Europa, ritenendola almeno prematura. La politica da loro seguita fu quella dei piccoli passi, concreti e ispirati alla sostenibilità e alla condivisione, come dimostrano, per esempio, le proposte del 1950 dell’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman (1886-1963).

Anzitutto, affermava, «l'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L'unione delle nazioni esige l'eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania». Il richiamo alla riconciliazione tra Francia e Germania era pienamente condiviso da Konrad Adenauer (1876-1967), allora cancelliere della Repubblica Federale di Germania e leader dell'Unione Cristiano-Democratica (CDU). Entrambi, infatti, consideravano importante in generale la riconciliazione tra vincitori e vinti, per una pacifica convivenza specialmente tra popoli vicini. Ma anche Alcide De Gasperi (1881-1954) ne era convinto e per questo cercò di risolvere pacificamente nel 1946 col ministro degli esteri austriaco Karl Gruber (1909-1995) i problemi riguardanti la minoranza tedesca nell'Alto Adige.

Firma a Parigi del Trattato CECA il 18 aprile 1951.
Affrontare i problemi e cercare di risolverli in maniera efficace diventerà nelle istituzioni europee una pratica costante dopo l’avvio promettente dell’istituzione della prima Comunità europea. Nello stesso intervento citato del ministro Schuman si riferiva che «il governo francese propone di mettere l'insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei».

Grazie alla grande intesa tra Schuman e Adenauer e al sostegno di De Gasperi e altri, l’anno seguente (1951) fu istituita con il trattato di Parigi la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) a cui aderirono sei Stati: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi. Era la prima Comunità europea, un esempio da seguire, reso possibile dall'intraprendenza, dal coraggio, ma anche dallo spirito profondamente cristiano di tre protagonisti di cui si parlerà anche nel prossimo articolo.

Con questa Comunità, importante per il contenuto e per il metodo, s'intendeva stabilire non solo la gestione in comune di due settori strategici, sottraendoli  dalle mani di un solo Stato e stabilendo una amministrazione comune, ma anche per il metodo da seguire in futuro. Infatti essa era già caratterizzata da una forte impronta sovranazionale. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 17.07.2024



[1]     In questa osservazione attenta della realtà rientrava anche l’anticomunismo di tutti e tre, la presa d’atto dell’impossibilità di un accordo con l’Unione Sovietica, l’adesione alla NATO (istituita nel 1949) e la scelta di appartenere al blocco occidentale, nella speranza, tuttavia, che prima o poi si superasse la logica dei blocchi. Un tentativo in questo senso fu la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, svoltasi a Helsinki nel luglio-agosto 1975. Essa tuttavia non eliminò l’esistenza dei due blocchi contrapposti.

10 luglio 2024

23. Grandi «utopisti» degli Stati Uniti d'Europa

Sul finire della seconda guerra mondiale cominciò a farsi strada, soprattutto in alcuni ambienti politici e intellettuali, l’idea che occorresse trovare una soluzione efficace per evitare altre guerre e garantire stabilmente la pace in Europa. La preoccupazione era grande (perché già apparivano all'orizzonte chiari segnali che il fronte dei vincitori si sarebbe presto spaccato), le idee ancora poco chiare. Nel dibattito che ne seguì si scontarono soprattutto due posizioni, quella ideale ma generica, utopistica, che auspicava gli Stati Uniti d’Europa e quella più sostenibile che mirava a un’integrazione graduale dei Popoli europei, cominciando dalle nazioni europee del blocco occidentale. In questo articolo si tratterà della prima, nel prossimo della seconda.

Nascita dell’utopia degli Stati Uniti d’Europa

Strepitosa accoglienza di Churchill a Zurigo il 19 settembre 1946
Lo sfacelo dell’Europa provocato dalla seconda guerra mondiale suscitava in molti politici e intellettuali la sensazione che, se non si fossero eliminate alla radice le cause delle ultime due guerre mondiali, il dopoguerra sarebbe servito nuovamente alla preparazione di una nuova guerra, che sarebbe stata però certamente più deleteria, per la disponibilità delle armi nucleari. Le opinioni su come eliminare le cause principali (riconducibili fondamentalmente a forme esasperate di nazionalismo) e con esse la guerra in Europa erano tuttavia alquanto divergenti, riducibili nell'essenziale a due, definibili rispettivamente «utopistica» e «realistica».

Tra gli «utopisti» vengono annoverati solitamente Winston Churchill e i Federalisti, ma anche Pio XII, sebbene quest’ultimo abbia tenuto a battesimo, per così dire, il gruppo dei «realisti» che avvieranno concretamente il processo d’integrazione europea (e di cui si tratterà nel prossimo articolo).

Winston Churchill

In un celebre discorso tenuto a Zurigo il 19 settembre 1946, Winston Churchill (1874-1965) sostenne che per evitare una nuova guerra gli Stati europei dovevano ricreare la «famiglia dei popoli europei» unendosi in una sorta di Stati Uniti d’Europa. Il suo ragionamento era semplice: poiché l’Europa non può sopravvivere covando per anni odi e spirito di vendetta, per salvarsi ha bisogno non solo che Francia e Germania si riconcilino, ma anche di «una forma di Stati Uniti d’Europa», che renderebbero meno importante la forza dei singoli Stati. Tale soluzione, egli sosteneva, se fosse adottata liberamente dalla maggioranza dei popoli europei, «trasformerebbe come per miracolo l'intera scena e in pochi anni renderebbe tutta l'Europa, o la gran parte di essa, libera e felice com'è oggi la Svizzera».

Churchill aveva esordito dicendo: «Vorrei parlare del dramma dell'Europa, questo nobile continente, patria di tutte le grandi stirpi dell’Occidente, fonte della fede e dell'etica cristiana, culla di gran parte delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, dei tempi antichi e moderni». Egli vedeva il superamento del dramma negli «Stati Uniti d’Europa».

La proposta di Churchill, molto suggestiva, non fu esente da critiche perché sembrava non tener conto della realtà e soprattutto degli effetti deleteri della guerra fredda e dell’egemonia dei blocchi, che egli stesso a Jalta (11 febbraio 1945) aveva contribuito a creare. Inoltre, nell'espressione «Stati Uniti d’Europa», non era ben chiaro, se s’intendesse più un accordo tra Stati o l’integrazione dei popoli europei. Ancora, quando parlava di Europa, si riferiva evidentemente solo all'Europa occidentale, dimenticando (?!) il resto, compresa la Germania che in quel momento era divisa e sotto occupazione, anche britannica. Pertanto, la proposta di Churchill, pur suggestiva, non ebbe seguito e fu ascritta all'utopia di un grande personaggio.

Denis de Rougemont

Alla categoria degli utopisti merita di essere associato anche il grande pensatore e scrittore svizzero, che pure aveva al suo attivo l’esperienza di vivere in un Paese che era riuscito a superare diversità e contrasti grazie al federalismo, Denis de Rougemont (1906-1985). Anch'egli infatti propugnava per l’Europa una sorta di federalismo, da realizzare applicando un «metodo educativo e culturale» a lungo termine, che puntasse a salvaguardare la diversità dei popoli europei, «il nostro male e il nostro bene» e comunque la base su cui costruire «la nostra unione, se vogliamo che essa si meriti il nome di Europa».

Per Rougemont, un elemento centrale del federalismo era rappresentato da un nuovo umanesimo cristiano, che ha il suo modello di riferimento fondamentale nella figura del Cristo, riuscendo a integrare l'eredità greca e romana in una nuova nozione dell uomo, in cui convivono solitudine e solidarietà, libertà personale e responsabilità, l’amore per sé e l’amore per il prossimo. 

La persona è per Rougemont «il tesoro dell'Europa», ma è fedele a sé stesso, solo «quando accetta il dialogo, assume il dramma e li supera in creazioni». Questo «personalismo», secondo il pensatore svizzero, non solo sostanzia il federalismo quale metodo di unione nella diversità e di convivenza delle differenze, ma rappresenta anche l'unico rimedio possibile ai nazionalismi che rischiamo di portare l’Europa alla rovina.

Rougemont era anche consapevole del contributo che avrebbero potuto fornire le Chiese praticando un sincero dialogo interconfessionale, pur nel riconoscimento delle loro diversità. La sua visione politica complessiva fondata sul personalismo, il federalismo e l'ecumenismo non fu tuttavia seguita perché la sua implementazione avrebbe richiesto tempi lunghi, non garantiva il superamento di molti pregiudizi e soprattutto non teneva conto del radicamento in numerosi Stati del nazionalismo.

Pio XII

Può essere considerata quella meno utopistica la posizione assunta da Pio XII quando dalla fine della guerra augurava all'Europa l’unità e l’autonomia e sosteneva i movimenti federalistici (in cui apprezzava particolarmente il richiamo alla «comune eredità di civiltà cristiana»), sebbene si rendesse conto che «il ristabilimento di una Unione europea presenti serie difficoltà» (Radiomessaggio dell'11 novembre 1946  in occasione del II congresso internazionale per dar vita all'Unione federale europea), ma anch'egli verosimilmente non si rendeva conto degli impedimenti insormontabili costituiti dai due blocchi e dalla guerra fredda.

E' possibile, tuttavia, che ne fosse ben consapevole quando, nel radiomessaggio citato, invitava «le grandi nazioni del continente, dalla lunga storia piena di ricordi di gloria e di potenza», ma in grado di «causare l’insuccesso della formazione di una Unione europea», «a misurare se stesse alla scala del loro passato piuttosto che a quella delle realtà del presente e delle previsioni dell’avvenire. È giusto esigere da esse che sappiano fare astrazione dalla loro grandezza di altri tempi, per allinearsi su una unità politica ed economica superiore». 

In un altro radiomessaggio natalizio (24.12.1953) ai popoli di tutto il mondo, la preoccupazione di Pio XII è ancor più esplicita, perché «al Nostro sguardo, costantemente ansioso di scoprire all'orizzonte segni di stabile schiarita (...), si offre invece la grigia visione di un’Europa tuttora inquieta [...]». Le apprensioni di Pio XII riguardo all'Europa, aggiungeva, erano motivate «dalle incessanti delusioni in cui vanno a naufragare, ormai da anni, i sinceri desideri di pace e di distensione accarezzati da questi popoli, anche per colpa della impostazione materialistica del problema della pace...».  

Per questo, Pio XII richiamò l’esigenza e l’urgenza di produrre in Europa «quella unione continentale tra i suoi popoli, differenti bensì, ma geograficamente e storicamente l’uno all'altro legati». Il suo appello, come si vedrà prossimamente, fu accolto e seguito soprattutto dal trio democristiano De Gasperi, Adenauer e Schuman.

Giovanni Longu
Berna 10.7.2024

26 giugno 2024

22. «Profeti» dell’unità europea

L’Europa è un cantiere aperto di idee, di decisioni e di azioni. In questa serie di articoli, iniziata il 3 gennaio 2024, s’intende ripercorrere molto sommariamente le tappe principali di questo progetto straordinario, complesso, difficile da realizzare e incerto nell’esito finale. Il filo conduttore è costituito dalla ricerca delle sue radici cristiane. La scelta è dovuta non a motivi ideologici, ma alla storia. Infatti, l’Europa è in costruzione da quando il Cristianesimo si è radicato nel continente e le grandi istituzioni ecclesiali occidentali e orientali hanno cercato di darle un contenuto, una forma, un’anima, un’unità e un futuro. Lo scopo è semplice e ambizioso allo stesso tempo: contribuire alla riscoperta di quelle radici nella convinzione che siano ancora in grado di indicare agli europei la giusta direzione verso l’unità e la prosperità.

«Profeti» antichi…

L'Europa «medievale» verso il 1450
Nell'articolo precedente sono stati citati i tre fondatori dell’Unione europea: De Gasperi, Adenauer e Schuman. Dopo la seconda guerra mondiale, non erano gli unici ad avere idee chiare sul futuro dell’Europa, ma sono stati i primi a presentare un progetto sostenibile di unità europea e ad avviarne la realizzazione. Per questo meritano senz'altro di passare alla storia come «Padri fondatori» e di essere meglio conosciuti (come si cercherà di fare in un prossimo articolo). Non furono tuttavia i primi a ragionare sull'Europa, perché già molto tempo prima ci sono stati visionari o, come vengono talvolta chiamati, «profeti», che prefigurarono una qualche forma di unità del continente. A titolo esemplificato ne vengono ricordati di seguito alcuni, che avevano fra l’altro quasi tutti anche un riferimento diretto o indiretto al Cristianesimo.

In questo tipo di ricerca alcuni studiosi sono andati molto indietro nel tempo e hanno trovato persino nel grande poeta romano PublioVirgilio Marone (70-19 a.C.) un «profeta» non solo dell’Europa, ma anche di Cristo. Per questo, forse, Dante lo ha scelto per fargli da guida nel viaggio allegorico attraverso l’Inferno e il Purgatorio della Divina Commedia.

E’ però nel Medioevo che l’idea di Europa si fa strada, specialmente in campo letterario e religioso. Dante, Petrarca e Boccaccio, per esempio, sono considerati a giusta ragione «europei» perché hanno influito notevolmente sulla letteratura e la cultura europea dell’epoca. Ma furono soprattutto le Chiese cristiane (cattolica, protestante e ortodossa), attraverso il monachesimo (cfr. l’articolo: 3. Il monachesimo medievale e la nascita dell’Europa del 24 gennaio 2024)  e una serie di grandi santi (cfr. 6. Islam, crociate e la nascita della coscienza «europea» del 14 febbraio 2024), a realizzare la prima forma di unità dell’Europa, tanto che per diversi secoli essa è stata identificata come «il continente dove si trovano i Cristiani».

… e moderni

A Erasmo da Rotterdam, uno dei grandi «profeti» della
unità dell'Europa, è intitolato un programma di scambi
culturali tra studenti europei, il 
Programma Erasmus.
L’identificazione dell’Europa con la «Cristianità» si rafforzò durante l’Umanesimo e il Rinascimento, grazie anche alle riflessioni dell’umanista italiano Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), divenuto poi papa Pio II (cfr. l’articolo 8. Europa, un’«idea» problematica del 6 marzo 2024). Con le scoperte geografiche, l’idea di Europa cominciò a diffondersi nel mondo al seguito dei grandi navigatori Enrico il Navigatore (1394-1460), Cristoforo Colombo (1451-1506), Amerigo Vespucci (1454-1512), Vasco da Gama (1469-1524), ecc.

Fu tuttavia nel Vecchio Continente che l’idea di Europa si diffuse rapidamente:
(a) negli ambienti universitari (dove gli scambi erano già allora molto frequenti) grazie a intellettuali come il grande umanista olandese Erasmo da Rotterdam (1469-1536), l’umanista spagnolo Juan Luis Vives (1492-1540) e naturalmente molti altri;
(b) negli ambienti politici, sull'esempio di Tommaso Moro (1478-1535), del filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), fra l’altro frequentatore della corte dello zar Pietro il Grande a San Pietroburgo e propugnatore dell’unità delle Chiese, ecc.;
(c) negli ambienti prettamente religiosi, per esempio con il riformatore svizzero Giovanni Calvino (1509-1564), il teologo protestante ungherese Jan Amos Komensky, detto Comenius (1592-1670), il quacchero anglo-americano Thomas Paine (1737-1809), sostenitore del federalismo e della cittadinanza universale, ecc.;

(d) negli ambienti politico-sociali, per esempio con il filosofo francese Henri de Saint-Simon (1760-1825), sostenitore di un’Europa unita in grado di soddisfare l’interesse generale prima degli interessi nazionali e basata su un Nuovo cristianesimo, il politico cecoslovacco Tomáš Garrigue Masaryk (1850-1937), sostenitore di una «Nuova Europa» che tenesse presente il punto di vista slavo e fondata su una solida moralità, perché «senza religione tutto affonda».

La lista dei precursori o «profeti» dell’Europa unita potrebbe essere ben più lunga, ma non indicherebbe ancora il passaggio dalle idee alla fase realizzativa. Questa sarà illustrata nel prossimo articolo.

Giovanni Longu
Berna, 26.6.2024