Riprendo, dopo un lungo intervallo, la rievocazione degli anni Sessanta dell’immigrazione italiana in Svizzera, soffermandomi, in questo e nei prossimi articoli, specialmente sulla seconda istituzione di cui trattiamo in questi mesi: il CISAP (inizialmente, nel 1966, acronimo di Centro Italiano in Svizzera per l'Addestramento Professionale). L'ECO è stato il giornale che prima e più di ogni altro ha percepito e palesato i drammi e le esigenze degli immigrati italiani del secondo dopoguerra, costituendo una sorta di coscienza critica della politica emigratoria italiana e di quella immigratoria svizzera, evidenziandone carenze, ritardi, bisogni, rimedi. Nell'ultimo articolo ho evocato le preoccupazioni dei lavoratori italiani non solo di fronte alle inevitabili conseguenze qualora fosse stata accettata l'iniziativa antistranieri di Schwarzenbach (poi messa in votazione e fortunatamente respinta nel 1970), ma anche di fronte all'introduzione massiccia di nuove tecnologie nei settori dell’industria e dei servizi, dov'erano maggiormente presenti gli italiani.
Il contesto italo-svizzero
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| Per molti l'immagine del CISAP resta quella della sua ultima sede, a Berna. |
Poiché l’Italia non era in grado di offrire possibilità di lavoro a
tutti, a causa dell’elevato numero di disoccupati e del forte incremento
demografico, i governi del dopoguerra hanno sempre incoraggiato l’emigrazione,
specialmente verso i Paesi europei (specialmente Belgio, Svizzera e altri),
anche per evitare il rischio di far esplodere pericolosi conflitti sociali. Ma
ad emigrare erano soprattutto giovani lavoratori non qualificati, disoccupati,
contadini, manovali generici.
La Svizzera, che si trovava in ben altra situazione rispetto all'Italia,
accoglieva allora masse d’immigrati, ma con lo spirito di chi si sentiva superiore. Nel 1970
gli scrittori ticinesi G. Calgari e M. Agliati scrissero: «orgogliosi delle
commesse che affluivano da tutto il mondo, gli industriali moltiplicarono gli
investimenti, ingrandirono le loro imprese, aggiunsero nuovi padiglioni,
acquistarono nuovi macchinari, e poiché non trovarono più operai indigeni
importarono lavoratori dall'estero… preoccupandosi, tuttavia, soltanto delle
braccia da mettere dietro le nuove macchine, senza por mente ai bisogni umani e
agli affetti che accompagnavano quelle braccia».
Il famoso scrittore svizzero Max Frisch aveva sintetizzato questo atteggiamento già nel 1965 con questa espressione: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini». Ed erano decine, centinaia di migliaia, dapprima singoli lavoratori, poi intere famiglie. Venivano, ma si prevedeva che dopo qualche stagione o anno sarebbero rientrati definitivamente al loro Paese: qui dovevano essere solo di passaggio, provvisori, precari, al massimo ospiti, Gastarbeiter. E intanto facevano avanzare l'economia svizzera.
Già nella seconda metà degli anni Sessanta, tuttavia, la situazione
stava cambiando e generava non poche preoccupazioni soprattutto tra gli
immigrati italiani. Le paure erano giustificate, secondo un articolo del L’ECO del
1968, perché nella stragrande maggioranza non avevano alcuna preparazione
professionale e «inevitabilmente – si diceva – l’automazione e una
spinta industrializzazione butterà sul lastrico […] la massa di
non-qualificati, di senza-mestiere».
L’ECO, però, più che denunciare la situazione e la mancanza di soluzioni non poteva fare altro. Decise invece di intervenire nella pratica un gruppo coraggioso, generoso e lungimirante di lavoratori italiani, generalmente qualificati, venuti qui nel secondo dopoguerra, perché in Italia molte fabbriche, che stentavano a convertirsi da un’economia di guerra a una produzione civile, non riuscivano ad occuparli. In Svizzera erano stati bene accolti e si erano ormai ben integrati nel mondo del lavoro. Nel 1966 decisero un'impresa che avrebbe indicato (e in parte realizzato) una soluzione a detta di molti osservatori dell'epoca «innovativa» e «rivoluzionaria»: il CISAP, per tutti: Centro Italo-Svizzero di formazione professionale.
La soluzione del CISAP
Negli anni Sessanta gli immigrati italiani (ma in genere tutti i lavoratori stranieri) sperimentavano giorno per giorno i
cambiamenti nell'industria e nel commercio e si rendevano conto che prima o poi
l’economia svizzera non avrebbe più avuto bisogno di una massa di operai
generici (manovali), ma avrebbe richiesto soprattutto specialisti o comunque
lavoratori formati. Per questo si cominciò a pensare, a livello di istituzioni
(Consolati) e grandi associazioni (per es. Colonie Libere Italiane), di
organizzare corsi di formazione professionale e corsi di
lingua locale. Tutte queste iniziative, come si vedrà meglio nei prossimi
articoli, si riveleranno insufficienti e inadeguate, mentre il CISAP riuscirà
a proporre e a realizzare un vero e proprio centro di formazione
professionale in grado di soddisfare le esigenze delle nuove imprese
produttive e di rispondere alle maggiori aspirazioni degli immigrati.
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| Una delle prime classi di allevi del CISAP, 1966. |
Non essendo possibile soffermarsi sui dettagli, cercherò di delinearne
solo alcuni tratti fondamentali, nella consapevolezza che forse nessuno
riuscirà mai a penetrare quel senso di «carità e umanesimo» che
caratterizzava quei «bravi italiani» (sen. Onofrio Jannuzzi, 1967) che diedero
vita a una istituzione che ha rappresentato una pagina straordinaria e forse
unica della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. (Segue)
Giovanni Longu
18 giugno 2026

