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27 agosto 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (14a parte/fine)

Gli Anni Sessanta del secolo scorso sono stati per l’immigrazione italiana in Svizzera un decennio fondamentale perché hanno chiuso la modalità d’immigrazione precedente e hanno gettato le basi della nuova immigrazione, quella che ancora oggi è in via di trasformazione con le seconde e successive generazioni. Negli Anni Sessanta tanto l’Italia quanto la Svizzera avevano bisogno dell’emigrazione/immigrazione, la prima per evitare una crisi sociale grave dovuta allo squilibrio tra Nord e Sud dello sviluppo postbellico, la seconda per far fronte alle esigenze dell’economia che richiedeva manodopera in grande quantità. Il nuovo Accordo di emigrazione/immigrazione del 1964 (entrato in vigore nel 1965) corresse alcune distorsioni del precedente accordo del 1948, migliorò lo statuto giuridico dei migranti, gettò le basi di una nuova politica migratoria svizzera, avviò il lungo processo d’integrazione soprattutto della seconda e delle successive generazioni di stranieri, diede una forte spinta alla trasformazione dell’immigrazione dall'Italia.

Anni di grandi trasformazioni

Fino a gran parte degli Anni Sessanta, si emigrava dall'Italia soprattutto per necessità. La ripresa economica italiana del secondo dopoguerra aveva creato enormi aspettative di sviluppo, ma questo si concentrò soprattutto al Nord, alimentando forti disuguaglianze col Sud che rischiava di restare povero e arretrato. Per coloro che non riuscivano ad agganciare il progresso, l’emigrazione tradizionale verso l'Europa e la Svizzera in particolare ha contribuito a migliorare le società meridionali e allo stesso tempo ad elevare questo Paese a potenza economica, finanziaria, commerciale, turistica e del benessere.

Gli immigrati italiani, posti di fronte al bivio se rientrare in patria o restare, decisero in gran parte di restare, prendendo il domicilio e integrandosi, nonostante quel rigurgito di nazionalismo di una parte degli svizzeri, che ambiva ad appropriarsi in esclusiva del benessere raggiunto, ritenendo di non aver alcun debito nei confronti degli immigrati stranieri oltre il salario convenuto con gli accordi bilaterali. Pensava persino di poter continuare ad attingere dal mercato del lavoro italiano la manodopera a basso costo, ignorando che le esigenze dell’economia stavano cambiando, che anche l’Italia stava diventando attrattiva per numerosi immigrati dal Terzo Mondo, che in Svizzera la popolazione di origine italiana stava crescendo non solo demograficamente ma anche culturalmente, professionalmente, finanziariamente, politicamente e contribuiva come quella svizzera alla prosperità comune.

In Svizzera, agli inizi degli Anni Sessanta si era pensato di modificare le modalità d’immigrazione e di soggiorno degli stranieri alimentando specialmente nei ceti sociali medio-bassi la paura dei troppi stranieri (pericolo d'inforestierimento) col rischio di perdere posti di lavoro, di far aumentare il rincaro del costo della vita e specialmente delle pigioni, di accelerare la perdita di benessere per carenza di molte infrastrutture sociali (asili, scuole, ospedali, servizi…), incoraggiare la pretesa degli stranieri di partecipare allo stesso titolo degli svizzeri al benessere generato in comune... 

D’altra parte, a partire dagli Anni Settanta si poteva facilmente documentare una lenta ma effettiva trasformazione della popolazione, dell’economia, della politica, della società svizzera, ma anche della popolazione straniera, soprattutto di quella italiana ancora maggioritaria. Aumentarono i centri d'incontro, i gruppi di lavoro misti, le associazioni multinazionali, le associazioni scolastiche, ecc.

Trasformazione dell’immigrazione: i contributi del L’ECO e del CISAP

Il CISAP ha potuto svilupparsi soprattutto col sostegno del sindacato FLMO . Nell'immagine
la firma della prima Convenzione  FLMO-CISAP riguarda
nte il Giura (23.10.1970)
Elementi fondamentali della trasformazione della società svizzera a partire dagli Anni Settanta non furono solo i partiti politici, le Chiese e i sindacati, ma anche l’opinione pubblica, una parte consistente dell’economia, la popolazione straniera (italiana in particolare) più favorevole al dialogo con gli svizzeri, l’integrazione facilitata della seconda generazione, i matrimoni misti, le naturalizzazioni… Anche il contributo dei media (stampa, radio, televisione) fu notevole e non va sottovalutato nell'ambiente migratorio anche il contributo specifico del L’ECO, l’unico grande periodico cartaceo che ha saputo informare sistematicamente dei cambiamenti in atto nella politica e nella società fin dal 1967 e favorendo in tal modo la trasformazione dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Il CISAP è stato non solo un esempio d’integrazione riuscita perché tutti gli allievi che hanno seguito fino in fondo i suoi corsi superando gli esami finali hanno potuto inserirsi positivamente nel mondo del lavoro e nella società, ma è stato anche un modello di integrazione pluralistica e interculturale (perché i corsi erano frequentati da allievi eterogenei ed erano finalizzati a formare cittadini soddisfatti e responsabili), il corpo docente comprendeva persone di formazione e nazionalità diverse, i corsi erano sostenuti e sorvegliati dalle competenti autorità svizzere e italiane (rappresentate nel consiglio di amministrazione, nelle commissioni d’esame, nei gruppi di lavoro speciali), erano stimolati e indirizzati dalle parti sociali (datori di lavoro e sindacati, anch'essi rappresentati nei consigli e nelle commissioni), godevano della fiducia della collettività immigrata (perché corrispondevano a un reale bisogno di emancipazione e di riuscita, erano attentamente seguiti dai media nazionali e internazionali.

Sia L’ECO che il CISAP hanno fatto scuola, perché il loro esempio è stato ampiamente seguito da altre testate e da altri enti di formazione professionale, ma la loro eccezionalità in un’epoca difficile per l’immigrazione italiana in Svizzera meriterebbe di essere meglio conosciuta e valorizzata, come meriterebbero di essere maggiormente conosciute quelle persone che per anni si sono lasciate guidare dalla comprensione del presente e dalla previsione del futuro, dal coraggio dell'utopia, da un grande senso di solidarietà e di altruismo, aprendo nuove strade per agevolare ad altri il percorso e indicando sempre traguardi raggiungibili e utili, uomini che, superando se stessi, i loro limiti e i loro difetti, hanno creato di fatto opere la cui grandezza li sovrastava. Per questo proseguirà la pubblicazione dei primi documenti relativi alle origini del CISAP con i nominativi dei principali protagonisti.

Giovanni Longu
Berna, 27.8.2026

13 agosto 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (13a parte)

L’ECO e il CISAP meriterebbero ciascuno un approfondimento (una tesi di laurea?) per conoscere con maggiori dettagli la situazione dell’immigrazione italiana in Svizzera negli anni Sessanta, ossia in un periodo in cui non solo essa stava mutando quantitativamente (a seguito dell’immigrazione di massa) e qualitativamente (a seguito di importanti interventi della politica), ma stava cambiando anche la società (perché l’eco delle discussioni e decisioni parlamentari giungeva attraverso i media a tutti i cittadini svizzeri e stranieri). L’ECO ha attestato con resoconti, testimonianze, rilevazioni, e analisi l’«ottuso nazionalismo» ma anche l’«apertura» di molti svizzeri e l’esigenza di nuovi processi integrativi. Il CISAP ne ha fornito un esempio straordinario, un modello, evidenziando l’importanza della formazione professionale per la soluzione di molti problemi esistenziali personali e familiari, soprattutto per i giovani (seconda generazione). Data l’originalità e l’efficacia di quel modello, ritengo opportuno chiarirne in rapida sintesi alcuni aspetti fondamentali che l’hanno caratterizzato.

Il CISAP per gli immigrati

Gli iniziatori del CISAP erano convinti che molti problemi (psicologici, finanziari, familiari) degli immigrati dipendevano dal divario esistente con gli svizzeri sul piano professionale, essendo questi solitamente preparati e titolari dell’attestato federale di capacità, mentre la maggior parte degli italiani ne era sprovvista. Per i promotori del CISAP il divario poteva e andava superato accrescendo le competenze, teoriche e pratiche, dei lavoratori stranieri con un’opportuna formazione professionale, estesa anche alla cultura, alle conoscenze della lingua locale, all'arte, alla storia, alla civica, al diritto...

Che questa fosse una soluzione praticabile ed efficace lo dimostrarono, come già ricordato nel precedente articolo, i 128 iscritti ai primi corsi biennali (per aggiustatori meccanici, tornitori, fresatori, automeccanici ed elettrauto), le autorità italiane e svizzere, i datori di lavoro, l’interesse dei media locali (il quotidiano di Berna Der Bund uscì con un’intera pagina dedicata al CISAP) e nazionali (la radio e la televisione cominciarono ad interessarsi ai corsi), la necessità di nuovi locali nella vicina Wylerstrasse, ma soprattutto l’interesse ad una stretta collaborazione da parte del sindacato dei metalmeccanici FLMO (Federazione Lavoratori Metallurgici e Orologiai).

Il CISAP e la FLMO

L’incontro CISAP-FLMO fu naturale e spontaneo (quasi tutti gli iniziatori del CISAP erano iscritti al sindacato), perché avevano in comune la consapevolezza che un alto livello di formazione professionale, oltre a sviluppare le competenze lavorative e offrire una buona protezione contro la disoccupazione, favorisce la dignità e la personalità del lavoratore, lo rende libero e indipendente, facilita l’integrazione culturale e sociale degli stranieri, rispettandone la provenienza e la mentalità.

 1a Convenzione  FLMO-CISAP riguardante il Giura (23.10.1970)
(
Da sin.: G. Cenni e J. Allenspach per il CISAP, H. Mischler e
G. Tschumi per la FLMO, R. Cangelosi, viceconsole d'Italia a Berna) .
La stampa sindacale diede un forte impulso a far conoscere il CISAP non solo tra la popolazione già sindacalizzata, ma anche tra le autorità, che furono facilmente convinte non solo della bontà e della giustezza delle iniziative del Centro, ma anche della necessità di partecipare non solo in materia di programmi, ordinamenti, statuti, ma anche finanziariamente.

La collaborazione fu sancita da diverse convenzioni. Un passaggio sempre presente recitava: «Dovunque il bisogno si fa sentire, la FLMO e il CISAP creeranno - secondo le loro possibilità - le condizioni favorevoli a una formazione professionale e culturale, tenendo conto dei bisogni dei lavoratori immigrati». Il bisogno era evidente perché la stragrande maggioranza degli stranieri non disponeva di un’adeguata formazione professionale.

Per questo la collaborazione FLMO-CISAP fu intensa, durò a lungo e produsse, soprattutto nel Cantone di Berna, frutti copiosi, riconosciuti soprattutto da quanti hanno beneficiato dei corsi offerti e dalle loro famiglie.

Un modello di collaborazione

Un’opera così importante, ma anche così complessa non sarebbe stato possibile realizzarla senza la collaborazione con le autorità italiane e svizzere. Il CISAP riuscì a instaurare per diversi decenni un’ottima collaborazione sia con le autorità diplomatiche e consolari italiane che con le autorità federali e cantonali svizzere. Non era sempre facile ottenere le sovvenzioni richieste, ma grazie ad esse il CISAP riuscì ovunque a osservare il patto sancito con la FLMO: «dovunque il bisogno si fa sentire…».

Bisogna anche dire che la collaborazione, ossia il coinvolgimento nelle decisioni e nelle responsabilità delle principali organizzazioni competenti, per almeno un trentennio è stata per il CISAP una garanzia di successo e per l’intera società immigrata un modello imitabile. Tanto è vero che l’importanza della formazione professionale ha raggiunto ovunque in Svizzera livelli di consapevolezza mai raggiunti in precedenza, gli enti deputati alla formazione e al perfezionamento professionali dei lavoratori stranieri hanno potuto migliorare e diversificare la loro offerta, l’utilità di molte iniziative formative è stata ampiamente riconosciuta, l’integrazione professionale soprattutto dei giovani della seconda generazione si è grandemente sviluppata, contribuendo alla valorizzazione dell’italianità in tutta la Svizzera. In effetti, oggi, la distinzione fra italiani e svizzeri a livello professionale, culturale, sociale e persino politico è quanto meno problematica, a tutto vantaggio di uno sviluppo comune.

Giovanni Longu
Berna 13.08.2026

31 luglio 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (12a parte)

Il CISAP in pochi anni ha avuto una rapida diffusione in tutto il Cantone di Berna (e successivamente anche in altri Cantoni) perché rappresentava una valida soluzione ad alcuni problemi fondamentali dell’immigrazione italiana, che L’ECO non smetteva di evidenziare. Per i promotori del CISAP i principali problemi (psicologici, finanziari, abitativi, familiari…) sarebbero stati risolti se sul lavoro gli immigrati riuscissero a dimostrare le stesse competenze, teoriche e pratiche, degli svizzeri. Che questa fosse un’efficace soluzione lo dimostrarono fin dal 1966 i 128 iscritti ai primi corsi, le autorità italiane e svizzere, i datori di lavoro, i sindacati, l’interesse dei media locali (il quotidiano di Berna uscì con un’intera pagina dedicata al CISAP) e nazionali (la radio e la televisione cominciarono ad interessarsi ai corsi), la necessità di nuovi locali nella vicina Wylerstrasse.

Rapidi inizi

Per rendersi maggiormente conto della criticità del momento, occorre ricordare che quando il CISAP avviò i primi corsi, nella primavera del 1966, la preparazione professionale dei nuovi immigrati italiani era piuttosto scarsa, anche se il loro rendimento pratico (grazie al lavoro a cottimo) era molto apprezzato dai datori di lavoro. Va aggiunto che, purtroppo, in quegli anni la qualità non era la caratteristica più richiesta e l’immigrazione dall'Italia (e soprattutto dal Mezzogiorno) era, volutamente, soprattutto quantitativa. Tanto è vero che tra il 1959 e il 1964 le autorizzazioni concesse a immigranti non qualificati passarono da 98.000 a 217.000 (+121,4%), mentre quelle concesse a immigranti qualificati e semiqualificati da 176.000 a 238.000 (+35,2%).

D’altra parte, in quell'epoca, l’offerta di lavoro era talmente alta che l’occupazione dei posti liberi prevaleva nettamente sulla qualità degli occupanti. Per esempio, nel 1968 a 519 domande di lavoro corrispondevano 3935 offerte di lavoro, nel 1969 a 343 domande 4286 offerte, nel 1970 a 219 domande 4777 offerte, nel 1971 a 199 domande 3964 offerte. Si può ben comprendere perché molti italiani allora arrivavano anche clandestinamente, senza rendersi conto dei rischi che correvano nell'immediato (espulsione) e nel futuro (disoccupazione).

Purtroppo, l’abbondanza delle offerte di lavoro sembrava rendere inutile anche qualsiasi iniziativa atta a migliorare la qualità delle prestazioni lavorative degli stranieri; ma non erano dello stesso avviso i sindacati, preoccupati che in tal modo si mettesse a rischio la tradizionale qualità del lavoro svizzero. Dello stesso avviso erano anche numerosi immigrati delle ondate precedenti, fra i quali i promotori del CISAP, che osservavano con preoccupazione non solo le attuali differenze (salariali e sociali) tra qualificati e manovali, ma anche i cambiamenti incombenti sull'economia.

Questa situazione, complessa e problematica, indusse i promotori del centro CISAP ad avviare i primi corsi già nella primavera del 1966, prima ancora che le officine fossero completamente allestite. Tale avvio fu possibile perché il sostegno del sindacato FLMO, delle autorità italiane e svizzere, della collettività immigrata era vasto e convinto. Fu possibile, però, soprattutto perché il progetto CISAP apparve sostenibile in quanto la formazione professionale proposta era compatibile con i regolamenti svizzeri e con le esigenze dell’economia, corrispondeva alle aspettative di numerosi immigrati (che cominciavano a prolungare sempre di più la loro permanenza in Svizzera), poteva rappresentare un rimedio alla carenza cronica di personale qualificato.

Il CISAP «come una stella»

I sostenitori del CISAP, ben conoscendo i problemi e l’assenza di soluzioni durature ed efficaci di formazione professionale per adulti, come pure, purtroppo, le difficoltà del reclutamento perché le offerte di lavoro e di guadagno immediati erano allettanti, non solo proposero una soluzione utile subito (perché gran parte dei datori di lavoro partecipava alle spese di formazione e garantiva migliorie salariali), ma valida anche nel corso dell’intera vita professionale. Essi partivano infatti da due principi incontestabili: anche gli stranieri hanno diritto a una solida formazione professionale, sebbene di recupero, e anche per essi vale il diritto a una formazione continua come consolidamento e allargamento della formazione di base. Per questo, per la prima volta, le istituzioni svizzere e italiane cominciarono a sostenere massicciamente (anche se in misura inferiore ai bisogni) istituzioni tipo CISAP. In alcuni ambienti della politica e dell’amministrazione svizzere si cominciò a parlare della necessità di rivedere la legge sulla formazione professionale. I sindacati diventarono più sensibili ai bisogni di formativi degli immigrati. All'Ambasciata d’Italia a Berna fu chiamato a occuparsi della formazione professionale un alto funzionario del Ministero del Lavoro. Grazie al CISAP, il tema della formazione professionale degli immigrati divenne di grande attualità.

Per molti connazionali, ma anche per numerosi spagnoli, portoghesi, turchi e di altre nazionalità, il CISAP ha cominciato negli anni Sessanta a rappresentare veramente una possibilità concreta di soluzione di problemi esistenziali e duraturi. Il 15 maggio 1990, un rappresentante della Convenzione padronale dell’orologeria svizzera in visita al CISAP scrisse sul «libro d’oro» questa espressione: «Il CISAP è come una stella al centro dell'Europa…», intendendo una stella che attira, fa luce, guida, indica un ideale, uno spirito, speranza, ossia quel che effettivamente il CISAP rappresentava per le migliaia di partecipanti ai vari corsi, e che avrebbe voluto rappresentare per molti più immigrati, molti più giovani e molte più giovani donne.

Di più, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, il CISAP ha rappresentato a lungo un modello, un metodo, un sistema che sarà poi largamente incoraggiato e imitato. L’effetto CISAP, benché all'epoca insufficientemente sostenuto, finanziato e forse capito, fu dirompente in tutta la Svizzera e persino oltre i suoi confini.

Giovanni Longu
Berna, 31.07.2026

07 luglio 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (11a parte)

Tra i problemi cruciali che il Gruppo promotore del CISAP dovette affrontare in vista dei primi corsi che sarebbero iniziati nell'aprile del 1966 ce n’erano pure altri non meno complessi e difficili. Per esempio: la preparazione della sede, la selezione degli insegnanti, il reclutamento dei corsisti, il consolidamento del gruppo dei promotori, la ricerca di finanziamenti, i rapporti con l’immigrazione organizzata, ecc. Mi sembra utile accennarvi perché la loro soluzione ha dell’incredibile. Dar vita a un’istituzione come il CISAP, in quelle condizioni di partenza, difficilmente sarebbe stato possibile in qualsiasi altro tempo. Se a quel gruppo di utopisti (così mi piace definirli) fu possibile, lo si deve soprattutto alle loro idee, all'entusiasmo nel volerle realizzare, alla generosità della loro azione, ma anche al sostegno del console d’Italia a Berna dott. Antonio Mancini, all'incoraggiamento delle autorità svizzere competenti, alla collaborazione del sindacato FLMO e di alcune espressioni padronali, al supporto dell’associazione da cui proveniva in massima parte il gruppo promotore.

La prima sede del CISAP

La prima sede del CISAP, Jägerweg 7, 3014 Berna
Prima di accennare ai problemi organizzativi e finanziari e all'inizio delle attività formative, merita ricordare che già da alcuni anni la Colonia Libera Italiana (CLI) di Berna teneva brevi corsi di formazione professionale e Giorgio Cenni, responsabile della Commissione culturale della CLI che li organizzava, ne andava fiero a tal punto da fargli ritenere urgente e necessario un vero e proprio centro di formazione dove organizzare i vari corsi senza dover ricorrere come fino ad allora a sale e salette, non sempre disponibili, in alcuni ristoranti del quartiere bernese di Breitenrain.

Poiché le scarse finanze della Colonia non consentivano la locazione di un edificio idoneo, con disponibilità di locali utilizzabili come aule per le lezioni teoriche e officine per le esercitazioni pratiche (così s’immaginavano i futuri corsi), si optò per una villetta che offriva alcune stanze e il seminterrato in stato di quasi abbandono, ma adattabili. I lavori di ristrutturazione per ricavarne aule decorose e officine per i macchinari indispensabili sarebbero stati a carico della CLI, che riuscì effettivamente a raggiungere gli obiettivi entro il 31 dicembre 1965. Per pagare il materiale necessario si ricorreva talvolta all'autotassazione e alle collette.

Uno dei primi collaboratori del Centro, Giuseppe Gonnella, rievocherà qualche anno più tardi i lavori di ristrutturazione ai quali parteciperanno non meno di una dozzina di persone, quasi tutte soci della CLI: «Siamo partiti con alcuni locali in un vecchio scantinato, desolanti e scadenti, ma che noi abbiamo resi accoglienti e funzionali. Abbiamo dovuto rifare tutto, dal pavimento al soffitto, dall'intonaco alla pittura delle pareti e degli infissi: un lavoro enorme che ci impegnava nelle ore libere e l'unica soddisfazione era quella di osservare compiaciuti ogni metro quadrato di restauro ultimato». Una sera, quando ci si apprestava a chiudere la faticosa giornata, emerse una grossa macchia di umidità in un muro e si decise di eliminarla. «Con alcune forchette decidemmo di ‘grattare’ la parete, il più possibile» Venne preparata la malta e si terminò col colore («mentre due spalmavano la malta sul muro con le mani, il terzo ripassava sopra il colore».

Poiché le officine erano ancora vuote, la posizione dei macchinari era tracciata col gesso. La sede comunque era in larga misura pronta e la CLI di Berna avrebbe potuto rivendicare tra qualche mese a livello nazionale il primo Centro di Addestramento Professionale Italiano in Svizzera. Qualche anno più tardi, Giorgio Cenni, protagonista indiscusso di questa impresa, sentirà il dovere morale di ringraziare soprattutto cinque partecipanti: Dante Zola, presidente della Colonia, Giuseppe Gonnella, Carlo Rosa, Alessandro Collutti e Franco Pesce, allora segretario della CLI.

Quando, come nelle belle favole, il risultato finale sembrava soddisfare tutti, sorse tra i soci della CLI di Berna una contestazione non di poco conto quando fu proposto di intitolare il Centro a uno dei fondatori delle CLI in Svizzera: Ennio Carloni. Essendo una creazione della Colonia sarebbe stato ragionevole, secondo i sostenitori di quella proposta, guidati dal segretario Franco Pesce, dedicargli  il nuovo Centro, tanto più che l’affittuario risultava la CLI e questa aveva dovuto prendersi a carico gran parte delle spese materiali della ristrutturazione.

In realtà il problema era molto più ampio perché i contrari alla subordinazione del Centro alla Colonia, guidati da Giorgio Cenni, ritenevano che non fosse giudizioso far dipendere scelte di tipo tecnico-professionale da un’organizzazione che per sua natura aveva altre finalità, rischiando di escluderne altre più utili. Ad incoraggiamento di questa tesi era giunta voce a Cenni e ad altri che gli svizzeri, dichiaratamente anticomunisti, mai e poi mai avrebbero sostenuto finanziariamente un ente dipendente da un’associazione dominata dai comunisti. La contiguità delle CLI col Partito comunista italiano (PCI) è stata probabilmente l’aspetto che ha maggiormente indebolito l’efficacia dell’azione delle CLI. E’ vero che la FCLIS si è sempre proclamata apartitica, ma in vasti settori dell’opinione pubblica e agli occhi delle autorità sia italiane che svizzere, essa appariva non solo di sinistra e filocomunista, ma addirittura dominata dal PCI.  

Di fronte a quella «voce», che trovava conferma nella pratica di quegli anni delle schedature, dei controlli e delle espulsioni anche di attivisti delle CLI, fu lo stesso Console Mancini che promosse dapprima l’incontro ad alto livello del 26 gennaio 1966 (cfr. articolo precedente) e successivamente altri incontri per definire l’organizzazione autonoma del CISAP e le regole fondamentali (collaborazione con le autorità italiane e svizzere e con le parti sociali svizzere) da seguire. (Segue)

Berna, 7 luglio 2026.

24 giugno 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L'ECO e CISAP (10a parte)

 Si è accennato che quando sorse il CISAP nel 1966, l’economia svizzera richiedeva dall'estero (e specialmente dall'Italia) molta manodopera. Poiché l’espressione «economia svizzera» potrebbe apparire troppo vaga rispetto ai campi di cui si occuperà il CISAP, va ricordato che tra il 1955 e il 1965 la Svizzera subì una radicale trasformazione sociale ed economica, grazie soprattutto allo sviluppo del settore secondario e dell’edilizia. Poiché nessuno ne prevedeva la fine in tempi brevi, la richiesta di manodopera estera per le industrie e per l’edilizia era continua. I rischi, però, come si è visto nell'articolo precedente, erano dietro l’angolo. Il CISAP cercò di ovviarli promuovendo e realizzando un sistema di formazione professionale per stranieri (allora soprattutto italiani) in grado di rispondere alle principali sfide dell’economia moderna.

Il progetto

Com'è possibile immaginare, non dev'essere stato facile, in quell'ambiente, realizzare un sogno in cui inizialmente pochi credevano, tanto è vero che all'interno dell’associazione in cui nacque, la Colonia Libera Italiana di Berna, le voci contrarie erano molte! Evidentemente il gruppo promotore del CISAP, guidato da Giorgio Cenni, riteneva non solo auspicabile un centro di formazione professionale per gli immigrati, ma anche possibile, purché organizzato con serietà, professionalità, lungimiranza e col sostegno delle autorità competenti e delle parti sociali.

Effettivamente, agli inizi, le difficoltà non mancarono. Si trattava infatti di elaborare un progetto di formazione professionale realizzabile, in linea con le esigenze dell’economia e compatibile con le legislazioni italiana e svizzera in materia, presentarlo nelle forme opportune alle competenti autorità italiane e svizzere a cui sarebbe stato chiesto di sostenerlo anche finanziariamente, informare e chiedere la collaborazione delle parti sociali, cercare insegnanti e istruttori competenti di lingua italiana, cercare e predisporre i locali ritenuti idonei all'insegnamento e alla formazione pratica, preparare una campagna informativa per motivare gli eventuali interessati a iscriversi ai corsi, identificare il futuro centro con un nome facilmente memorizzabile.

Il progetto venne messo a punto nel corso di numerosi incontri tra i sostenitori e con l’allora console d’Italia a Berna Antonio Mancini, che ne era un convinto sostenitore. Per presentare ai rappresentanti delle autorità, del sindacato FLMO e dei datori di lavoro gli elementi centrali del progetto e il «Gruppo promotore», fu proprio il Console a organizzare un incontro di lavoro e conviviale (28 gennaio 1966) all’Hotel Bellevue di Berna. Fu un successo perché tutti i partecipanti si convinsero dell’opportunità di un tale Centro e della serietà con cui stava per iniziare. Tutti si dichiararono anche disposti a sostenerne l’avvio e la vita, compatibilmente con le leggi italiane e svizzere e le relative procedure.

Il nome CISAP e l’organigramma

Qualche giorno prima di quell’incontro «ufficiale», la «direzione promotrice» aveva invitato il Gruppo promotore a «partecipare a questo incontro immancabilmente». L’invito cominciava con queste parole: «La direzione del C.A.P.I.S. è onorata di annunciare che il giorno 28 c.m. ore 20.00 all’Hotel Bellevue avrà luogo l’incontro ufficiale…». C.A.P.I.S. era l’acronimo di «Centro Addestramento Professionale Italiano in Svizzera», con cui il Centro stava per essere presentato.

Qualche giorno più tardi, però, uno dei promotori fece notare che quell’abbreviazione C.A.P.I.S. conveniva evitarla perché richiamava facilmente un’altra parola: «Cabis», che in tedesco significa cavolo. Il giovane tecnico Daniele Ceccato propose di modificare leggermente la denominazione e conseguentemente l’acronimo. Si decise allora di chiamare la struttura «Centro Italiano in Svizzera per l’Addestramento Professionale» e l’acronimo divenne C.I.S.A.P. (che diventerà semplicemente CISAP dopo aver eliminare qualche anno più tardi i punti tra una lettera e l’altra).

Poco dopo la presentazione ufficiale, il 18 febbraio 1966 il gruppo promotore fu convocato all'Hotel Touring per darsi una forma giuridica («associazione» senza scopo lucrativo ai sensi degli articoli 60 e seguenti del Codice civile svizzero), approvare lo Statuto e decidere l’organigramma.

Presidente dell'associazione e del Comitato di direzione venne eletto il professore di liceo Joseph Allenspach (proposto dal console Mancini), direttore Giorgio Cenni, segretario Guido Scognamiglio, cassiere Cinzio Bonaldo. Consiglieri tecnici nello stesso Comitato furono eletti Giovanni e Giuseppe Bello, Franco De Giorgi, Salvatore Di Pietro, Daniele Ceccato, Paolo Facchini, Pasquale Tedeschi e Floriano Zanardo. Revisori dei conti Graziano Pedretti, Mirro Prosperi e Dante Zola.

I primi corsi

Sul «da farsi» non c’è stato probabilmente alcun dubbio: la formazione professionale doveva riguardare i mestieri più richiesti e più promettenti nell'ambito delle professioni industriali (tornitore, fresatore, congegnatore meccanico) e artigianali (automeccanico, elettrauto). I dirigenti del CISAP non devono aver avuto alcun dubbio perché in quel momento era il settore industriale che reclamava più manodopera ed era quello che forniva la più alta percentuale del prodotto interno lordo (PIL). Del resto i passaggi di svizzeri dal settore primario al secondario erano sotto gli occhi di tutti, tanto è vero che fino ai primi anni Settanta era facile trovare lavoro nelle aziende manifatturiere.

Per questo i primi corsi offerti dal CISAP fin dal 1966 erano per meccanici (tornitori, fresatori, aggiustatori), automeccanici (meccanici d’automobile, elettrauto), a cui si aggiungeranno via via disegnatori di macchine, installatori di impianti sanitari, elettronici radio-tv e industriali, informatici, operatori CAD, operatori CNC, addetti alla robotica, ecc.

Tra i problemi cruciali da affrontare, prima dell’avvio dei corsi nell'aprile del 1966, c’erano tuttavia la preparazione della sede, la selezione degli insegnanti, il reclutamento dei corsisti, ricercare i finanziamenti necessari, e altri ancora, di cui si tratterà nei prossimi articoli, (Segue)

Giovanni Longu
Berna 24.06.2026

18 giugno 2026

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (nona parte)

Riprendo, dopo un lungo intervallo, la rievocazione degli anni Sessanta dell’immigrazione italiana in Svizzera, soffermandomi, in questo e nei prossimi articoli, specialmente sulla seconda istituzione di cui trattiamo in questi mesi: il CISAP (inizialmente, nel 1966, acronimo di Centro Italiano in Svizzera per l'Addestramento Professionale). L'ECO è stato il giornale che prima e più di ogni altro ha percepito e palesato i drammi e le esigenze degli immigrati italiani del secondo dopoguerra, costituendo una sorta di coscienza critica della politica emigratoria italiana e di quella immigratoria svizzera, evidenziandone carenze, ritardi, bisogni, rimedi. Nell'ultimo articolo ho evocato le preoccupazioni dei lavoratori italiani  non solo di fronte alle inevitabili conseguenze qualora fosse stata accettata l'iniziativa antistranieri di Schwarzenbach (poi messa in votazione e fortunatamente respinta nel 1970), ma anche di fronte all'introduzione massiccia di nuove tecnologie nei settori dell’industria e dei servizi, dov'erano maggiormente presenti gli italiani.

Il contesto italo-svizzero

Per molti l'immagine del CISAP resta quella della sua ultima sede, a Berna.
Com'è noto, l’immigrazione italiana in Svizzera è stata generata dalla situazione di un Paese risparmiato dalla guerra, carente di manodopera locale e in piena espansione economica, e di un Paese vinto e semidistrutto, l’Italia, con un’eccedenza di persone disoccupate sia al nord che al sud, o comunque in cerca di un lavoro stabile e possibilmente ben retribuito per offrire sufficienti garanzie alle famiglie.

Poiché l’Italia non era in grado di offrire possibilità di lavoro a tutti, a causa dell’elevato numero di disoccupati e del forte incremento demografico, i governi del dopoguerra hanno sempre incoraggiato l’emigrazione, specialmente verso i Paesi europei (specialmente Belgio, Svizzera e altri), anche per evitare il rischio di far esplodere pericolosi conflitti sociali. Ma ad emigrare erano soprattutto giovani lavoratori non qualificati, disoccupati, contadini, manovali generici.

La Svizzera, che si trovava in ben altra situazione rispetto all'Italia, accoglieva allora masse d’immigrati, ma con lo spirito di chi si sentiva superiore. Nel 1970 gli scrittori ticinesi G. Calgari e M. Agliati scrissero: «orgogliosi delle commesse che affluivano da tutto il mondo, gli industriali moltiplicarono gli investimenti, ingrandirono le loro imprese, aggiunsero nuovi padiglioni, acquistarono nuovi macchinari, e poiché non trovarono più operai indigeni importarono lavoratori dall'estero… preoccupandosi, tuttavia, soltanto delle braccia da mettere dietro le nuove macchine, senza por mente ai bisogni umani e agli affetti che accompagnavano quelle braccia».

Il famoso scrittore svizzero Max Frisch aveva sintetizzato questo atteggiamento già nel 1965 con questa espressione: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini». Ed erano decine, centinaia di migliaia, dapprima singoli lavoratori, poi intere famiglie. Venivano, ma si prevedeva che dopo qualche stagione o anno sarebbero rientrati definitivamente al loro Paese: qui dovevano essere solo di passaggio, provvisori, precari, al massimo ospiti, Gastarbeiter. E intanto facevano avanzare l'economia svizzera.

Già nella seconda metà degli anni Sessanta, tuttavia, la situazione stava cambiando e generava non poche preoccupazioni soprattutto tra gli immigrati italiani. Le paure erano giustificate, secondo un articolo del L’ECO del 1968, perché nella stragrande maggioranza non avevano alcuna preparazione professionale e «inevitabilmente – si diceva – l’automazione e una spinta industrializzazione butterà sul lastrico […] la massa di non-qualificati, di senza-mestiere».

L’ECO, però, più che denunciare la situazione e la mancanza di soluzioni non poteva fare altro. Decise invece di intervenire nella pratica un gruppo coraggioso, generoso e lungimirante di lavoratori italiani, generalmente qualificati, venuti qui nel secondo dopoguerra, perché in Italia molte fabbriche, che stentavano a convertirsi da un’economia di guerra a una produzione civile, non riuscivano ad occuparli. In Svizzera erano stati bene accolti e si erano ormai ben integrati nel mondo del lavoro. Nel 1966 decisero un'impresa che avrebbe indicato (e in parte realizzato) una soluzione a detta di molti osservatori dell'epoca «innovativa» e «rivoluzionaria»: il CISAP, per tutti: Centro Italo-Svizzero di formazione professionale.

La soluzione del CISAP

Negli anni Sessanta gli immigrati italiani (ma in genere tutti i lavoratori stranieri) sperimentavano giorno per giorno i cambiamenti nell'industria e nel commercio e si rendevano conto che prima o poi l’economia svizzera non avrebbe più avuto bisogno di una massa di operai generici (manovali), ma avrebbe richiesto soprattutto specialisti o comunque lavoratori formati. Per questo si cominciò a pensare, a livello di istituzioni (Consolati) e grandi associazioni (per es. Colonie Libere Italiane), di organizzare corsi di formazione professionale e corsi di lingua locale. Tutte queste iniziative, come si vedrà meglio nei prossimi articoli, si riveleranno insufficienti e inadeguate, mentre il CISAP riuscirà a proporre e a realizzare un vero e proprio centro di formazione professionale in grado di soddisfare le esigenze delle nuove imprese produttive e di rispondere alle maggiori aspirazioni degli immigrati.

Una delle prime classi di allevi del CISAP, 1966.

Tuttavia, parlare oggi del CISAP non è facile perché la sua vera storia è poco conosciuta e la sua rievocazione, a distanza di anni, rischia di sfociare nella retorica o addirittura nella leggenda. D’altra parte è innegabile che questa istituzione è stata una realizzazione straordinaria, che attirò quasi subito l’attenzione e il sostegno delle competenti autorità italiane e svizzere, delle parti sociali (specialmente del sindacato dei metalmeccanici e orologiai FLMO) e della collettività immigrata dei Cantoni dove il CISAP si stava diffondendo.

Non essendo possibile soffermarsi sui dettagli, cercherò di delinearne solo alcuni tratti fondamentali, nella consapevolezza che forse nessuno riuscirà mai a penetrare quel senso di «carità e umanesimo» che caratterizzava quei «bravi italiani» (sen. Onofrio Jannuzzi, 1967) che diedero vita a una istituzione che ha rappresentato una pagina straordinaria e forse unica della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera(Segue)

Giovanni Longu
18 giugno 2026