Il CISAP in pochi anni ha avuto una rapida diffusione in
tutto il Cantone di Berna (e successivamente anche in altri Cantoni) perché
rappresentava una valida soluzione ad alcuni problemi fondamentali
dell’immigrazione italiana, che L’ECO non smetteva di evidenziare. Per i
promotori del CISAP i principali problemi (psicologici, finanziari, abitativi,
familiari…) sarebbero stati risolti se sul lavoro gli immigrati riuscissero a
dimostrare le stesse competenze, teoriche e pratiche, degli svizzeri. Che
questa fosse un’efficace soluzione lo dimostrarono fin dal 1966 i 128 iscritti
ai primi corsi, le autorità italiane e svizzere, i datori di lavoro, i
sindacati, l’interesse dei media locali (il quotidiano di Berna uscì con
un’intera pagina dedicata al CISAP) e nazionali (la radio e la televisione cominciarono ad interessarsi
ai corsi), la necessità di nuovi locali nella vicina Wylerstrasse.
Rapidi inizi
Per rendersi maggiormente conto della criticità del momento,
occorre ricordare che quando il CISAP avviò i primi corsi, nella primavera del
1966, la preparazione professionale dei nuovi immigrati italiani era piuttosto
scarsa, anche se il loro rendimento pratico (grazie al lavoro a cottimo) era
molto apprezzato dai datori di lavoro. Va aggiunto che, purtroppo, in quegli
anni la qualità non era la caratteristica più richiesta e l’immigrazione
dall'Italia (e soprattutto dal Mezzogiorno) era, volutamente, soprattutto
quantitativa. Tanto è vero che tra il 1959 e il 1964 le autorizzazioni concesse
a immigranti non qualificati passarono da
98.000 a 217.000
(+121,4%), mentre quelle concesse a immigranti qualificati e semiqualificati da
176.000 a
238.000 (+35,2%).
D’altra parte, in quell'epoca, l’offerta di lavoro era
talmente alta che l’occupazione dei posti liberi prevaleva nettamente sulla
qualità degli occupanti. Per esempio, nel 1968 a 519 domande di lavoro
corrispondevano 3935 offerte di lavoro, nel 1969 a 343 domande 4286 offerte,
nel 1970 a 219 domande 4777 offerte, nel 1971 a 199 domande 3964 offerte. Si
può ben comprendere perché molti italiani allora arrivavano anche
clandestinamente, senza rendersi conto dei rischi che correvano nell'immediato
(espulsione) e nel futuro (disoccupazione).

Purtroppo, l’abbondanza delle offerte di lavoro sembrava
rendere inutile anche qualsiasi iniziativa atta a migliorare la qualità delle
prestazioni lavorative degli stranieri; ma non erano dello stesso avviso i
sindacati, preoccupati che in tal modo si mettesse a rischio la tradizionale
qualità del lavoro svizzero. Dello stesso avviso erano anche numerosi immigrati
delle ondate precedenti, fra i quali i promotori del CISAP, che osservavano con
preoccupazione non solo le attuali differenze (salariali e sociali) tra
qualificati e manovali, ma anche i cambiamenti incombenti sull'economia.
Questa situazione, complessa e problematica, indusse i
promotori del centro CISAP ad avviare i primi corsi già nella primavera del
1966, prima ancora che le officine fossero completamente allestite. Tale avvio
fu possibile perché il sostegno del sindacato FLMO, delle autorità italiane e
svizzere, della collettività immigrata era vasto e convinto. Fu possibile,
però, soprattutto perché il progetto CISAP apparve sostenibile in quanto la formazione
professionale proposta era compatibile con i regolamenti svizzeri e con le
esigenze dell’economia, corrispondeva alle aspettative di numerosi immigrati
(che cominciavano a prolungare sempre di più la loro permanenza in Svizzera), poteva
rappresentare un rimedio alla carenza cronica di personale qualificato.
Il CISAP «come una stella»
.jpg)
I sostenitori del CISAP, ben conoscendo i problemi e
l’assenza di soluzioni durature ed efficaci di formazione professionale per adulti, come pure, purtroppo, le difficoltà del
reclutamento perché le offerte di lavoro e di guadagno immediati erano
allettanti, non solo proposero una soluzione utile subito (perché gran parte
dei datori di lavoro partecipava alle spese di formazione e garantiva migliorie
salariali), ma valida anche nel corso dell’intera vita professionale. Essi
partivano infatti da due principi incontestabili: anche gli stranieri hanno
diritto a una solida formazione professionale, sebbene di recupero, e anche per
essi vale il diritto a una formazione continua come consolidamento e
allargamento della formazione di base. Per questo, per la prima volta, le
istituzioni svizzere e italiane cominciarono a sostenere massicciamente (anche
se in misura inferiore ai bisogni) istituzioni tipo CISAP. In alcuni ambienti
della politica e dell’amministrazione svizzere si cominciò a parlare della
necessità di rivedere la legge sulla formazione professionale. I sindacati
diventarono più sensibili ai bisogni di formativi degli immigrati. All'Ambasciata
d’Italia a Berna fu chiamato a occuparsi della formazione professionale un alto
funzionario del Ministero del Lavoro. Grazie al CISAP, il tema della formazione
professionale degli immigrati divenne di grande attualità.

Per molti connazionali, ma anche per numerosi spagnoli,
portoghesi, turchi e di altre nazionalità, il CISAP ha cominciato negli anni
Sessanta a rappresentare veramente una possibilità concreta di soluzione di
problemi esistenziali e duraturi. Il
15
maggio 1990, un rappresentante della Convenzione padronale dell’orologeria
svizzera in visita al CISAP scrisse sul «libro d’oro» questa espressione: «Il
CISAP è come una stella al centro dell'Europa…», intendendo una stella che attira, fa luce, guida, indica
un ideale, uno spirito, speranza,
ossia quel che effettivamente il CISAP rappresentava per le migliaia di partecipanti ai vari corsi, e che
avrebbe voluto rappresentare per molti più immigrati, molti più giovani
e molte più giovani donne.
Di più, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, il CISAP
ha rappresentato a lungo un modello, un metodo, un sistema che sarà poi
largamente incoraggiato e imitato. L’effetto CISAP, benché all'epoca
insufficientemente sostenuto, finanziato e forse capito, fu dirompente in tutta
la Svizzera e persino oltre i suoi confini.
Giovanni Longu
Berna, 31.07.2026
Nessun commento:
Posta un commento