31 luglio 2026

Anni Sessanta decennio fondamentale: L’ECO e il CISAP (12a parte)

Il CISAP in pochi anni ha avuto una rapida diffusione in tutto il Cantone di Berna (e successivamente anche in altri Cantoni) perché rappresentava una valida soluzione ad alcuni problemi fondamentali dell’immigrazione italiana, che L’ECO non smetteva di evidenziare. Per i promotori del CISAP i principali problemi (psicologici, finanziari, abitativi, familiari…) sarebbero stati risolti se sul lavoro gli immigrati riuscissero a dimostrare le stesse competenze, teoriche e pratiche, degli svizzeri. Che questa fosse un’efficace soluzione lo dimostrarono fin dal 1966 i 128 iscritti ai primi corsi, le autorità italiane e svizzere, i datori di lavoro, i sindacati, l’interesse dei media locali (il quotidiano di Berna uscì con un’intera pagina dedicata al CISAP) e nazionali (la radio e la televisione cominciarono ad interessarsi ai corsi), la necessità di nuovi locali nella vicina Wylerstrasse.

Rapidi inizi

Per rendersi maggiormente conto della criticità del momento, occorre ricordare che quando il CISAP avviò i primi corsi, nella primavera del 1966, la preparazione professionale dei nuovi immigrati italiani era piuttosto scarsa, anche se il loro rendimento pratico (grazie al lavoro a cottimo) era molto apprezzato dai datori di lavoro. Va aggiunto che, purtroppo, in quegli anni la qualità non era la caratteristica più richiesta e l’immigrazione dall'Italia (e soprattutto dal Mezzogiorno) era, volutamente, soprattutto quantitativa. Tanto è vero che tra il 1959 e il 1964 le autorizzazioni concesse a immigranti non qualificati passarono da 98.000 a 217.000 (+121,4%), mentre quelle concesse a immigranti qualificati e semiqualificati da 176.000 a 238.000 (+35,2%).

D’altra parte, in quell'epoca, l’offerta di lavoro era talmente alta che l’occupazione dei posti liberi prevaleva nettamente sulla qualità degli occupanti. Per esempio, nel 1968 a 519 domande di lavoro corrispondevano 3935 offerte di lavoro, nel 1969 a 343 domande 4286 offerte, nel 1970 a 219 domande 4777 offerte, nel 1971 a 199 domande 3964 offerte. Si può ben comprendere perché molti italiani allora arrivavano anche clandestinamente, senza rendersi conto dei rischi che correvano nell'immediato (espulsione) e nel futuro (disoccupazione).

Purtroppo, l’abbondanza delle offerte di lavoro sembrava rendere inutile anche qualsiasi iniziativa atta a migliorare la qualità delle prestazioni lavorative degli stranieri; ma non erano dello stesso avviso i sindacati, preoccupati che in tal modo si mettesse a rischio la tradizionale qualità del lavoro svizzero. Dello stesso avviso erano anche numerosi immigrati delle ondate precedenti, fra i quali i promotori del CISAP, che osservavano con preoccupazione non solo le attuali differenze (salariali e sociali) tra qualificati e manovali, ma anche i cambiamenti incombenti sull'economia.

Questa situazione, complessa e problematica, indusse i promotori del centro CISAP ad avviare i primi corsi già nella primavera del 1966, prima ancora che le officine fossero completamente allestite. Tale avvio fu possibile perché il sostegno del sindacato FLMO, delle autorità italiane e svizzere, della collettività immigrata era vasto e convinto. Fu possibile, però, soprattutto perché il progetto CISAP apparve sostenibile in quanto la formazione professionale proposta era compatibile con i regolamenti svizzeri e con le esigenze dell’economia, corrispondeva alle aspettative di numerosi immigrati (che cominciavano a prolungare sempre di più la loro permanenza in Svizzera), poteva rappresentare un rimedio alla carenza cronica di personale qualificato.

Il CISAP «come una stella»

I sostenitori del CISAP, ben conoscendo i problemi e l’assenza di soluzioni durature ed efficaci di formazione professionale per adulti, come pure, purtroppo, le difficoltà del reclutamento perché le offerte di lavoro e di guadagno immediati erano allettanti, non solo proposero una soluzione utile subito (perché gran parte dei datori di lavoro partecipava alle spese di formazione e garantiva migliorie salariali), ma valida anche nel corso dell’intera vita professionale. Essi partivano infatti da due principi incontestabili: anche gli stranieri hanno diritto a una solida formazione professionale, sebbene di recupero, e anche per essi vale il diritto a una formazione continua come consolidamento e allargamento della formazione di base. Per questo, per la prima volta, le istituzioni svizzere e italiane cominciarono a sostenere massicciamente (anche se in misura inferiore ai bisogni) istituzioni tipo CISAP. In alcuni ambienti della politica e dell’amministrazione svizzere si cominciò a parlare della necessità di rivedere la legge sulla formazione professionale. I sindacati diventarono più sensibili ai bisogni di formativi degli immigrati. All'Ambasciata d’Italia a Berna fu chiamato a occuparsi della formazione professionale un alto funzionario del Ministero del Lavoro. Grazie al CISAP, il tema della formazione professionale degli immigrati divenne di grande attualità.

Per molti connazionali, ma anche per numerosi spagnoli, portoghesi, turchi e di altre nazionalità, il CISAP ha cominciato negli anni Sessanta a rappresentare veramente una possibilità concreta di soluzione di problemi esistenziali e duraturi. Il 15 maggio 1990, un rappresentante della Convenzione padronale dell’orologeria svizzera in visita al CISAP scrisse sul «libro d’oro» questa espressione: «Il CISAP è come una stella al centro dell'Europa…», intendendo una stella che attira, fa luce, guida, indica un ideale, uno spirito, speranza, ossia quel che effettivamente il CISAP rappresentava per le migliaia di partecipanti ai vari corsi, e che avrebbe voluto rappresentare per molti più immigrati, molti più giovani e molte più giovani donne.

Di più, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, il CISAP ha rappresentato a lungo un modello, un metodo, un sistema che sarà poi largamente incoraggiato e imitato. L’effetto CISAP, benché all'epoca insufficientemente sostenuto, finanziato e forse capito, fu dirompente in tutta la Svizzera e persino oltre i suoi confini.

Giovanni Longu
Berna, 31.07.2026

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