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01 novembre 2025

1945-2025: 80 anni fa l’Operazione Sunrise

Recentemente Papa Leone XIV è intervenuto nuovamente per condannare le gravi violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario in nome di un «presunto diritto di obbligare gli altri con la forza», sebbene questo sia «indegno dell’uomo e vergognoso per l’umanità». Le allusioni ai conflitti in atto e ai loro responsabili sono evidenti. Ma anche al comune cittadino non sfugge che dietro ogni conflitto importante, specialmente in Europa e in Medio Oriente, si cela una drammatica e pericolosissima ripresa della «guerra fredda» tra Stati Uniti d’America e Russia. Sono già intervenuto più volte sul conflitto russo-ucraino e conto di intervenirvi ancora, anche se resta ben poco da aggiungere, se non augurarsi che finisca presto e i protagonisti siano coperti d’ignominia. È comunque difficile essere ottimisti perché sembra ripresa, pericolosamente, la «guerra fredda». In questo articolo desidero rievocare un anniversario rivelatore dei contrasti già esistenti sul finire della seconda guerra mondiale tra gli «alleati» statunitensi e sovietici: l’«operazione Sunrise».

L’operazione Sunrise: i fatti

Fin dal 1944 ai generali tedeschi appariva chiaro che non potevano combattere su tre fronti: ad ovest, a sud e ad est, per cui fu deciso di ritirarsi dal fronte meridionale. Le trattative segrete per la resa incondizionata delle forze armate tedesche (che contavano ancora circa 800.000 uomini) in Nord Italia furono avviate nella primavera del 1945 in Svizzera, a Berna, grazie alla mediazione di un nobile italiano, il barone Luigi Parrilli (1890-1954) e un ufficiale svizzero, Max Weibel (1901-1971), ma si svolsero prevalentemente nel Ticino (soprattutto a Lugano e ad Ascona), principalmente tra il generale tedesco Karl Wolff (1900-1984 ), comandante delle SS in Italia e Allen W. Dulles (1893-1969), capo dell'intelligence americana a Berna, convinto anticomunista e futuro direttore della CIA.

Da parte alleata si voleva la resa incondizionata delle forze armate tedesche (che contavano ancora circa 800.000 uomini) in Nord Italia, da parte tedesca si chiedeva che il ritiro in Germania dei tedeschi avvenisse ordinatamente senza spargimenti di sangue. In cambio, i tedeschi garantivano (contravvenendo agli ordini di Hitler di fare «terra bruciata») che non avrebbero distrutto il sistema industriale del Nord Italia né compiuto violenze sui prigionieri anglo-americani.

Come prova di buona fede, Wolff s’impegnò con Dulles a liberare due importanti prigionieri: Ferruccio Parri, vicecomandante del Comando generale dei Volontari per la Libertà, e Antonio Usmiani, ufficiale di collegamento del Regno del Sud. L’8 marzo 1945 Parri e Usmiani furono consegnati agli svizzeri. Poiché Hitler aveva intuito l'avvio di trattative senza un suo ordine, convocò d'urgenza Wolff a Berlino, che si giustificò asserendo di agire per dividere gli alleati. Questo gli salvò la vita. 

Le trattative rischiarono tuttavia di arenarsi quando alla testa del Gruppo Armate tedesche in Italia al posto del feldmaresciallo Albert Kesselring fu nominato il generale Heinrich von Vietinghoff, che però condividendo i piani di Wolff, fece riprendere le trattative. Il 19 marzo fu concordato ad Ascona il cessate il fuoco e il 20 aprile 1945 il generale von Vietinghoff ordinò alla Wehrmacht il ripiegamento verso l'Alto Adige mentre le forze della Repubblica Sociale cercarono di ritirarsi in Valtellina (fuga terminata con la fucilazione di Mussolini).

Rievoco questo anniversario non tanto per ricordare che allora in Svizzera, Paese neutrale, si svolgeva una vasta attività di spionaggio internazionale e nemmeno per evocare il successo di quegli incontri segreti, noti come «Operazione Sunrise» («Alba») che si svolsero a Berna e nel Ticino, quanto piuttosto per evidenziare come già allora i rapporti tra sovietici e statunitensi erano minati da una reciproca diffidenza, paura e incertezza sul loro futuro, e che segnarono, secondo alcuni studiosi, l’origine della «guerra fredda».

Origine della «guerra fredda»

Secondo l’ex diplomatico e storico Sergio Romano, la speranza di Wolff, almeno nella fase iniziale dei colloqui, sembrava quella di riuscire a persuadere Dulles «che il vero nemico era l’Unione Sovietica e che le forze tedesche sarebbero state felici di schierarsi con gli Alleati contro la “minaccia bolscevica”». Già da questa percezione si può ben capire che l’alleanza tra anglo-americani e sovietici era tutt'altro che solida.

La conferma giunse proprio all'inizio del negoziato quando Churchill ritenne opportuno (in base agli accordi della Conferenza di Casablanca del gennaio 1943) di informare della trattativa i sovietici, ma gli americani si opposero alla partecipazione di tre ufficiali che il ministero degli esteri sovietico aveva già designato.

Gli americani ritenevano che ai sovietici non dovesse interessare quel che succedeva sul fronte meridionale in quanto le forze di liberazione in Italia erano principalmente anglo-americane. In realtà agli anglo-americani non piaceva che i sovietici, ormai vicini a Berlino, vi entrassero da soli mentre gli alleati occidentali ne erano ancora lontani, e pertanto non sarebbe loro dispiaciuto se le divisioni liberate dal fronte meridionale fossero state schierate sul fronte orientale, come temevano i sovietici, e avessero contribuito così a rallentare l’avanzata dell’Armata Rossa.

Churchill, Roosevelt e Stalin.
Prime avvisaglie del futuro scontro

Sulla questione intervennero direttamente anche Stalin, Roosevelt e Churchill, protraendo notevolmente il negoziato fin quasi a vanificare l’operazione «Sunrise», ma ormai era evidente che la loro alleanza era in crisi e finita la guerra si sarebbe rotta definitivamente. Prima, però, gli americani, consapevoli delle mire espansionistiche di Stalin e preoccupati delle sorti di gran parte dell’Europa orientale, cercarono di far capire ai sovietici, che soltanto gli USA erano la potenza dominante, la superpotenza.

Per darne un’evidente dimostrazione, non solo rifiutarono la partecipazione sovietica all'operazione Sunrise e non rinunciarono subito dopo la guerra al processo politico intentato al «padre della bomba atomica» Robert Oppenheimer per presunte simpatie comuniste, ma non esitarono neppure a gettare su Hiroshima e Nagasaki due bombe atomiche micidiali, provocando oltre 210.000 morti e 150.000 feriti, nonostante gran parte degli esperti militari anche americani ritenessero i giapponesi in procinto di arrendersi. Così, purtroppo, cominciava la prima «guerra fredda».

Giovanni Longu
Berna 26.10.2025

07 ottobre 2025

1945: 80 anni fa nasceva l’ONU

Quando il 23 settembre 2025 ho sentito il discorso del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fronte all'Assemblea dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che ne metteva in dubbio l’utilità, mi sono chiesto se fosse consapevole del danno che stava procurando alla massima istituzione sovranazionale partorita dalla mente di un suo predecessore, Roosevelt, poco più di 80 anni fa e attivata il 24 ottobre 1945 dopo la seconda guerra mondiale. Capisco che l’ONU sia un organismo invecchiato (come tutti i nati in quegli anni), poco agile, bisognoso di cure, ma non mi sembra da demolire, senza aver prima trovato un successore, come fu l’ONU stessa rispetto alla Società delle Nazioni (SdN) creata il 28 giugno 1919, dopo la prima guerra mondiale. Sotto questo aspetto sono stati più bravi i Tre Grandi della seconda guerra mondiale (Roosevelt, Churchill e Stalin) quando soprattutto nelle conferenze a Teheran e a Yalta si accordarono per sostituire la SdN, prima di sacrificarla. Ma forse Trump ha un progetto nuovo, innovativo, oppure non vuole alcun organismo sovranazionale e di garanzia o ne vorrebbe uno ma solo a sua immagine e somiglianza. Dio ce ne scampi!

«Missione» chiara dell’ONU

Il presidente degli Stati Uniti d’America (USA) Donald Trump ha certamente ragione quando ritiene che l’ONU sia invecchiata, debole e poco efficiente, ma la sua critica diventa inaccettabile quando non propone nulla per migliorarla e non tiene conto che senza questa istituzione il mondo tornerebbe non alle condizioni di prima della seconda guerra mondiale, ma a una situazione di totale ingovernabilità perché prenderebbe il sopravvento la legge del più forte e ad approfittarne sarebbero solo pochi Stati, tre dei quali hanno in pugno già adesso buona parte delle sorti del mondo.

Il problema dell’ONU non è la sua scarsa efficacia, ma gli ostacoli che proprio i tre maggiori Stati (USA, Russia e Cina) creano al buon funzionamento di un organismo che andrebbe certamente migliorato, ma non abolito. Le domande da porsi dovrebbero essere: Perché l’ONU è debole? È possibile renderla più efficiente ed efficace? È auspicabile una trasformazione dell’ONU? 

Di seguito cercherò da rispondere, ovviamente con la soggettività inevitabile in questo tipo di risposte, partendo dal presupposto che la «missione» dell'ONU è chiara: «mantenere la pace», garantire «i diritti fondamentali dell’uomo nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», «promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli…».

Perché l’ONU è debole?

L’ONU è debole essenzialmente perché i fondatori non volevano dar vita a un organismo forte che avrebbe potuto dare loro fastidio ed evidentemente ci sono riusciti. Infatti, se è vero che è l’ONU che dovrebbe garantire la pace e il diritto internazionale, è altrettanto vero che ogni decisione presa dal Consiglio di Sicurezza, l’organo decisionale più importante dell’ONU, dovrebbe essere adottata all'unanimità dei cinque membri permanenti Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, ciascuno col diritto di veto. È dunque praticamente impossibile decidere alcunché contrario agli interessi dell’uno o dell’altro dei cinque Paesi.

Per capire la portata di tale situazione è giusto ricordare che il Consiglio di Sicurezza è l'unico organo dell'ONU che può prendere decisioni vincolanti per gli Stati membri e che può imporre sanzioni o autorizzare l'uso della forza. Questo spiega, per esempio, perché l’ONU non interviene per far cessare la guerra tra Russia e Ucraina e lo sterminio dei palestinesi che Israele (sostenuto dagli Stati Uniti) compie impunemente nella Striscia di Gaza.

Il Consiglio di Sicurezza non interviene neanche in altri conflitti perché evidentemente almeno uno dei contendenti è legato strettamente all'uno o all'altro membro permanete del Consiglio di Sicurezza. In questa situazione l’ONU non ha alcun potere di intervento efficace.

È possibile rendere l’ONU più efficace?

Sala del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
In teoria è possibile, ma in pratica no. Poiché i principali elementi di debolezza dell’ONU sono la composizione e i poteri del Consiglio di Sicurezza, in teoria basterebbe eliminare il privilegio del diritto di veto dei cinque Membri permanente e far decidere l’intero Consiglio composta da 15 membri a maggioranza. In pratica è impensabile privare di tale diritto uno o tutti i membri permanenti o anche solo limitarlo, introducendo per esempio la maggioranza qualificata.

Da tempo si discute su come riformare e modernizzare l’organizzazione per renderla più efficiente, più agile, efficace e rappresentativa, ma non si arriverà mai a eliminare gli ostacoli principali perché nessuna delle grandi potenze (per es. USA, Russia, Cina) accetterebbe di essere considerata alla stregua di ogni altro Stato membro dell’ONU.

È auspicabile una trasformazione dell’ONU?

A questo punto si potrebbe anche discutere se sia davvero auspicabile in questo momento una trasformazione radicale dell’ONU. Ritengo che non lo sia perché, nel clima di nuova guerra fredda, soprattutto tra Stati Uniti e le altre due grandi potenze (che tendono ad avvicinarsi), la possibilità di una guerra non più convenzionale per la supremazia sarebbe molto più reale e incerta di 20-30 anni fa.

Non si tratta tuttavia di rinunciare a qualsiasi tentativo di migliorare l’ONU, perché alcune riforme significative si possono fare, ma molto dipenderà più che dalla responsabilità degli Stati (troppo sovranisti e nazionalisti) dalla sensibilità, dal coraggio e dalle iniziative dei Popoli in modo che ridiventino i veri protagonisti delle relazioni internazionali, titolari dei diritti e dei doveri indicati dall’attuale Statuto dell’ONU: «Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra,… a sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale…».

Giovanni Longu
Berna 3.10.2025

22 settembre 2025

Conferenza di Yalta 1945: origine della «guerra fredda»

La Conferenza di Yalta di 80 anni fa (4-11 febbraio 1945) ha avuto nella storia europea un peso di cui è difficile, soprattutto per le giovani generazioni, rendersi conto oggi. Vi parteciparono i leader dei tre principali Paesi alleati nella guerra contro il nazifascismo: Franklin D. Roosevelt (USA), Iosif Stalin (URSS) e Winston Churchill (Gran Bretagna) che, intravvedendo la prossima fine della guerra da vincitori, volevano accordarsi soprattutto sull'assetto mondiale del dopoguerra. Prima di questo incontro ce n’era stato un altro a Teheran (28.11- 1.12.1943). In essi furono prese decisioni importanti riguardanti soprattutto la Germania (da dividere in quattro zone d’occupazione, di cui una francese perché la Francia liberata si era aggiunta agli Alleati nella fase finale della guerra), la convocazione della conferenza di San Francisco per la creazione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e la definizione delle sfere d'influenza in Europa (e praticamente nel mondo). Questi incontri servirono anche al riconoscimento reciproco delle due «superpotenze» USA e URSS (quella britannica era considerata ormai al tramonto) e all'avvio della lunga fase della «guerra fredda» tra il blocco occidentale a guida statunitense e il blocco orientale a guida sovietica. Le conseguenze di tali decisioni furono talmente importanti che ne risente persino il clima geopolitico di oggi, benché nel frattempo sia assurta a superpotenza anche la Cina. Per capirne la portata occorre ricordare sommariamente la situazione europea dal 1942 al 1945.

L’Europa dal 1942 al 1945

Yalta 1945: I «Tre Grandi» (da sin.): Churchill, Roosevelt e Stalin.
Fino all'inverno 1941 le armate tedesche dominavano gran parte dell’Europa occidentale e orientale fino a Stalingrado, ma molti ritenevano che il dominio nazista avrebbe potuto estendersi oltre, soprattutto dopo l’intervento antiamericano del Giappone (attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941), se la Germania nazista e i suoi principali alleati (Italia e Giappone) non fossero stati fermati. Soprattutto i «Tre Grandi» convenuti a Teheran e a Yalta erano però convinti che la Germania nazista poteva essere vinta, intervenendo sia a est (URSS) che a sud e a ovest (USA, Gran Bretagna, Canada e successivamente anche la Francia).

L’incontro di Yalta, una cittadina della Crimea, fu voluto specialmente da Stalin (URSS) per dimostrare che senza l’Unione Sovietica la guerra avrebbe potuto non essere vinta o sarebbe durata molto più a lungo. L’Armata Rossa, infatti, dopo aver sconfitto i tedeschi a Stalingrado in una furibonda battaglia durata mesi (con perdite enormi da entrambe le parti) e dopo aver liberato gran parte degli Stati dell’Europa orientale (Bielorussia, Polonia, Ucraina, Cecoslovacchia, Romania, ecc.) avanzava con una certa facilità verso Berlino, da cui distava ormai solo 80 chilometri, mentre gli eserciti degli Alleati occidentali, sbarcati in Sicilia (10 luglio 1943) e in Normandia (giugno 1944), erano ancora lontani centinaia di chilometri e in Italia la risalita degli Alleati era bloccata sulla Linea Gotica.

L’avanzata costante dell’Armata Rossa fece capire da una parte che solo quell'alleanza era in grado di sconfiggere tedeschi e giapponesi, ma dall'altra che non avrebbe retto a lungo perché i metodi basati sulle epurazioni etniche con cui l’URSS imponeva il suo regime alle popolazioni «liberate» erano incompatibili con i metodi applicati dagli Alleati occidentali. L’URSS infatti liberava sì gli Stati prima invasi e sottomessi dai nazisti, ma si comportava poi non diversamente da loro soprattutto nei confronti delle popolazioni tedesche e dei presunti collaboratori negli Stati alleati/satelliti della Germania.

La «guerra fredda»

Churchill nel 1946, a Zurigo, auspicò gli «Stati Uniti d'Europa»
In effetti l’alleanza URSS-USA durò poco. Finita la guerra, le due parti in concorrenza per l’egemonia europea e mondiale (perché di questo si trattava), non fecero nulla per avvicinare i loro punti di vista e risolvere concordemente altri problemi del mondo. Anzi le divergenze aumentarono e nel 1947, alla Conferenza di Londra dei ministri degli esteri delle quattro Potenze occupanti la Germania, fu Winston Churchill a battezzare la linea di separazione tra Occidente e Oriente «cortina di ferro» che divideva l’Europa da Stettino a Trieste.

La fine della guerra, tra le innumerevoli conseguenze, lasciò in eredità al mondo anche l’esistenza di due superpotenze (fino ad allora alleate per sconfiggere il nazismo) e di due blocchi ideologici, economici e militari, destinati a un conflitto permanente per la supremazia, passato alla storia con l’espressione «guerra fredda», a tratti molto intensa, anche senza ricorso alle armi, pur alimentando una enorme corsa agli armamenti da entrambe le parti.

Gli Stati liberi da quel momento non ebbero altra scelta che riferirsi all'una o all'altra superpotenza. All'Europa, il principale teatro di guerra, non fu data nemmeno questa possibilità perché fu divisa e a ciascuna parte fu praticamente imposto da che parte stare… fino alla caduta del muro di Berlino (1989) e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). 

La situazione europea: reazione preoccupante!

Sebbene oggi la situazione europea sia notevolmente cambiata, suona decisamente strana e preoccupante la recente affermazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen mentre parlava dello stato dell'Unione: «L'Europa è impegnata in una lotta per un continente integro che viva in pace, per un'Europa libera e indipendente. Una lotta per i nostri valori e le nostre democrazie, per la libertà e la capacità di scrivere da soli il nostro destino».

Trovo tale affermazione «strana» perché la presidente della Commissione UE sembra non rendersi conto che nessun Paese dell'UE è in stato di guerra, nessun Paese UE deve lottare per la propria libertà e indipendenza, in nessun Paese è minacciata la democrazia e l'affermazione dei propri valori essenziali. Ma tale affermazione è soprattutto «preoccupante» perché la presidente della Commissione UE parla come se ogni Stato dell'Unione fosse in guerra contro un Paese nemico che, anche senza nominarlo, è facilmente individuabile nella Russia, sebbene questa non gli abbia mai dichiarato guerra o l'abbia minacciato direttamente. 

È preoccupante perché la presidente della Commissione UE si arroga il diritto (purtroppo senza opposizione) di decidere i confini (orientali) del continente europeo, cancellando una parte rilevante della storia europea (soprattutto il contributo determinante della Russia alla liberazione dal nazifascismo), e di perdere una parte consistente della penisola dell'Eurasia a tutto vantaggio della Cina. È preoccupante perché non riesce ad ammettere le vere debolezze dell'UE, quelle di non avere più personalità come il trio dei fondatori (Schuman, De Gasperi, Adenauer), di non avere una politica estera comune, di non avere una politica di difesa concordata, di non avere una sovranità «popolare», di non avere una costituzione, di non essere uno Stato.

Ma l'affermazione della presidente della Commissione UE è «preoccupante» soprattutto perché di fatto (e senza opposizione significativa) costringe i Paesi dell'UE a un riarmo costoso e spaventoso, ad investire centinaia di miliardi in armamenti, come se la guerra l'aspetti da un momento all'altro, e pensasse di proteggere il fianco est con un «muro di droni» (come se non potesse essere valicato da armi ancora più potenti). Purtroppo Ursula von der Leyen sembra non rendersi conto che in questo modo contraddice lo spirito e la lettera della Carta delle Nazioni Unite (che ha per principale scopo di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra») e gli stessi Trattati istitutivi dell'UE che mirano al consolidamento della pace e dello sviluppo internazionale.

Possibile che nell'Unione europea non si sia nemmeno tentato di risolvere la controversia russo-ucraina per via diplomatica, senza ricorso alle armi, senza vedere solo da una parte il fallimento degli accordi di Minsk? Possibile che il ripudio della guerra non stimoli la ricerca di alternative all'uso delle armi?  Mancano le idee o mancano le personalità in grado di realizzarle? Ma l'UE vuole davvero la pace o lo scontro militare con la Russia?

Recuperare il senso della «comunità»

Papa Francesco, profeta inascoltato!
Probabilmente alle conferenze di Teheran e di Yalta nessuno pensava che le zone d’influenza sarebbero durate così a lungo. Oggi le «due» zone cercano di resistere all'usura del tempo e ai mutamenti della storia, che ha visto nel frattempo l’affermazione della Cina e di altri Paesi degli Stati cosiddetti Brics, ma i vari responsabili occidentali non sembrano ancora rendersi conto che il mondo è già oggi multipolare e che la forza non è più rappresentata dalla potenza militare, ma dalle buone relazioni, dalla solidarietà internazionale, dalla capacità di «pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull'appropriazione dei beni da parte di alcuni[…], lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, la terra e la casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi […], far fronte agli effetti distruttori dell’impero del denaro: i dislocamenti forzati, le emigrazioni dolorose, la tratta di persone, la droga, la guerra, la violenza e tutte quelle realtà che molti di voi subiscono e che tutti siamo chiamati a trasformare. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari» (Papa Francesco, 2014). E' difficile capire questo messaggio di papa Francesco, fatto proprio anche da Leone XIV?

Giovanni Longu
Berna 24.09.2025

15 settembre 2025

1945: Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, nomi da non dimenticare!

Dopo l’intervallo estivo ritorno a proporre ai lettori de L’ECO alcuni anniversari significativi della nostra storia recente. 80 anni fa terminava la seconda guerra mondiale e molti associano ancora oggi quella fine soprattutto a tre nomi fissati indelebilmente nei libri di storia e, forse ancora per poco, nella memoria collettiva: Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki. Il primo richiama i famigerati campi di sterminio nazisti, gli altri due lo sterminio degli abitanti di due intere città perpetrato dagli Stati Uniti d’America per far cessare la guerra col Giappone. L’idea stessa che Auschwitz sia stato concepito come campo di «sterminio» è terrificante, ma non lo è da meno, almeno per chi scrive, l’idea di far cessare la guerra sacrificando deliberatamente oltre duecentomila cittadini innocenti. Mi sembra giusto rievocare questi nomi perché, mentre si auspica da ogni parte che non si ripetano mai più fatti tragici come quelli della seconda guerra mondiale, le nostre società sembrano tollerare una terza guerra mondiale «a pezzi» (papa Francesco nel 2014) e non abbia la forza morale d’imporre la pace in tutte le situazioni controverse, per salvare vite umane, da preservare ad ogni costo.

Non dimenticare!

La guerra, anche quella cosiddetta «giusta» o per legittima difesa (l’unica forma di conflitto armato previsto dal diritto internazionale sancito dall'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite: «Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite…») è sempre disumana, soprattutto quando viola la pace internazionale, perché contraria alla dignità della persona, che è un «assoluto», cioè non condizionabile. Spesso, invece, quando si pretende di fissare una gerarchia di valori, si mette al primo posto il bene dello Stato o, più modernamente, la sovranità dello Stato e non il bene dei cittadini, il bene comune. In certi inni nazionali si chiede al cittadino adulto persino di essere pronto alla morte, se chiamato a difendere la patria con le armi (anche la Svizzera nel suo vecchio inno nazionale Ci chiami o Patria prevedeva che per difendere la Patria «Ti farem argine / Coi petti intrepidi / Anzi che cedere / Morrem per te». Nell'inno attuale o Salmo svizzero questa disponibilità al sacrificio totale non c’è più).

Auschwitz richiama inevitabilmente la Shoah, lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, ma dovrebbe ricordare prima di tutto il comandamento primordiale «non uccidere», che vale in generale, per tutti. Non uccidere è sempre applicabile perché «la vita umana è sacra», «solo Dio è il Signore della vita» e «nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente», nemmeno lo Stato.

Le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki sono un obbrobrio di cui non solo gli americani ma l’umanità intera dovrebbero vergognarsi. Ogni «strage di innocenti» è ingiustificabile e non è necessario essere cristiani per seguire l’indicazione di San Paolo ai Tessalonicesi: «Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti» (1 Tessalonicesi 5-15).

Hiroshima dopo la bomba
Eppure, di fronte ai massacri, di cui si ha notizia ogni giorno, l’indignazione generale è tiepida, come se in fondo si riconoscesse come valida ancora oggi, persino quando risulta vistosamente peggiorata (!), la legge del taglione («occhio per occhio, dente per dente») presente nell’antico codice di Hammurabi risalente al XVIII secolo a.C.

Ma è possibile dimenticare Auschwitz, Hiroshima, Nagasaki…? Purtroppo sembrerebbe di sì ed è un brutto segno!

Diritto internazionale e dignità umana

Quando molti osservatori, intellettuali, analisti, politici, governi, capi di Stato riducono di fatto il «diritto internazionale» alla difesa ad oltranza dell’«integrità territoriale» di uno Stato, anche se comporta la morte di decine di migliaia di persone innocenti, mi sorprende la facilità con cui sembrano dimenticare una parte importante del «diritto internazionale» (che ha una fonte vincolante nella Carta costitutiva delle Nazioni Unite), quella in cui si afferma solennemente che «Noi, popoli delle Nazioni Unite» dichiariamo di essere decisi a «riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», a «praticare la tolleranza e a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato», a «sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale» (Statuto ONU).

Nagasaki dopo la bomba.

Tralascio, per esigenze di spazio, anche il richiamo del «diritto internazionale umanitario» perché quanto detto dovrebbe bastare, a mio parere, a farci vergognare come individui e come società della tolleranza (o ignavia?) con cui vengono visti oggi in una parte consistente dell’opinione pubblica i crimini di guerra, gli stermini, i genocidi.

Tralascio anche, per la stessa ragione, come pseudo-giustificazione della nostra scarsa indignazione, la scusante di trovarci di fronte ad autocrati che fanno strame del diritto internazionale, perché nulla vieta che in un Paese libero si levino voci accorate di dissenso e di condanna non solo di chi vuole e pratica la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma anche di chi non fa alcuno sforzo pacifico (usando soprattutto la diplomazia) per risolverle, ossia senza spargimento di sangue, magari con compromessi e rinunce dolorose pur di salvare vite umane. 

«Nulla è perduto con la pace!»

La pace, infatti, non va vista come una resa di fronte a un nemico (militarmente) più forte, ma come una forma di «salvezza della vita», di tante vite umane che sarebbe indegno sacrificare sull’altare dell’amor patrio. «La pace è possibile, diceva papa Francesco, se veramente voluta». Se oggi si preferisce, specialmente in Europa, parlare di riarmo piuttosto che attivarsi per «preparare la pace», è un segnale di debolezza di cui tutti gli europei dovrebbero preoccuparsi. Ma forse non se ne ha la consapevolezza!

Anche per questo merita ricordare l’ammonimento del papa Pio XII allo scoppio della seconda guerra mondiale: «Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra». Purtroppo non fu ascoltato e il disastro fu immane. Lo stesso ammonimento fu ripetuto da papa Francesco e anche papa Leone XIV lo ricorda in continuazione. Tocca a ciascuno di noi farne tesoro, altrimenti chi ci salverà dalla terza guerra mondiale, non più «a pezzi», ma totale?
Giovanni Longu
Berna 15.09.2025


26 giugno 2024

22. «Profeti» dell’unità europea

L’Europa è un cantiere aperto di idee, di decisioni e di azioni. In questa serie di articoli, iniziata il 3 gennaio 2024, s’intende ripercorrere molto sommariamente le tappe principali di questo progetto straordinario, complesso, difficile da realizzare e incerto nell’esito finale. Il filo conduttore è costituito dalla ricerca delle sue radici cristiane. La scelta è dovuta non a motivi ideologici, ma alla storia. Infatti, l’Europa è in costruzione da quando il Cristianesimo si è radicato nel continente e le grandi istituzioni ecclesiali occidentali e orientali hanno cercato di darle un contenuto, una forma, un’anima, un’unità e un futuro. Lo scopo è semplice e ambizioso allo stesso tempo: contribuire alla riscoperta di quelle radici nella convinzione che siano ancora in grado di indicare agli europei la giusta direzione verso l’unità e la prosperità.

«Profeti» antichi…

L'Europa «medievale» verso il 1450
Nell'articolo precedente sono stati citati i tre fondatori dell’Unione europea: De Gasperi, Adenauer e Schuman. Dopo la seconda guerra mondiale, non erano gli unici ad avere idee chiare sul futuro dell’Europa, ma sono stati i primi a presentare un progetto sostenibile di unità europea e ad avviarne la realizzazione. Per questo meritano senz'altro di passare alla storia come «Padri fondatori» e di essere meglio conosciuti (come si cercherà di fare in un prossimo articolo). Non furono tuttavia i primi a ragionare sull'Europa, perché già molto tempo prima ci sono stati visionari o, come vengono talvolta chiamati, «profeti», che prefigurarono una qualche forma di unità del continente. A titolo esemplificato ne vengono ricordati di seguito alcuni, che avevano fra l’altro quasi tutti anche un riferimento diretto o indiretto al Cristianesimo.

In questo tipo di ricerca alcuni studiosi sono andati molto indietro nel tempo e hanno trovato persino nel grande poeta romano PublioVirgilio Marone (70-19 a.C.) un «profeta» non solo dell’Europa, ma anche di Cristo. Per questo, forse, Dante lo ha scelto per fargli da guida nel viaggio allegorico attraverso l’Inferno e il Purgatorio della Divina Commedia.

E’ però nel Medioevo che l’idea di Europa si fa strada, specialmente in campo letterario e religioso. Dante, Petrarca e Boccaccio, per esempio, sono considerati a giusta ragione «europei» perché hanno influito notevolmente sulla letteratura e la cultura europea dell’epoca. Ma furono soprattutto le Chiese cristiane (cattolica, protestante e ortodossa), attraverso il monachesimo (cfr. l’articolo: 3. Il monachesimo medievale e la nascita dell’Europa del 24 gennaio 2024)  e una serie di grandi santi (cfr. 6. Islam, crociate e la nascita della coscienza «europea» del 14 febbraio 2024), a realizzare la prima forma di unità dell’Europa, tanto che per diversi secoli essa è stata identificata come «il continente dove si trovano i Cristiani».

… e moderni

A Erasmo da Rotterdam, uno dei grandi «profeti» della
unità dell'Europa, è intitolato un programma di scambi
culturali tra studenti europei, il 
Programma Erasmus.
L’identificazione dell’Europa con la «Cristianità» si rafforzò durante l’Umanesimo e il Rinascimento, grazie anche alle riflessioni dell’umanista italiano Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), divenuto poi papa Pio II (cfr. l’articolo 8. Europa, un’«idea» problematica del 6 marzo 2024). Con le scoperte geografiche, l’idea di Europa cominciò a diffondersi nel mondo al seguito dei grandi navigatori Enrico il Navigatore (1394-1460), Cristoforo Colombo (1451-1506), Amerigo Vespucci (1454-1512), Vasco da Gama (1469-1524), ecc.

Fu tuttavia nel Vecchio Continente che l’idea di Europa si diffuse rapidamente:
(a) negli ambienti universitari (dove gli scambi erano già allora molto frequenti) grazie a intellettuali come il grande umanista olandese Erasmo da Rotterdam (1469-1536), l’umanista spagnolo Juan Luis Vives (1492-1540) e naturalmente molti altri;
(b) negli ambienti politici, sull'esempio di Tommaso Moro (1478-1535), del filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), fra l’altro frequentatore della corte dello zar Pietro il Grande a San Pietroburgo e propugnatore dell’unità delle Chiese, ecc.;
(c) negli ambienti prettamente religiosi, per esempio con il riformatore svizzero Giovanni Calvino (1509-1564), il teologo protestante ungherese Jan Amos Komensky, detto Comenius (1592-1670), il quacchero anglo-americano Thomas Paine (1737-1809), sostenitore del federalismo e della cittadinanza universale, ecc.;

(d) negli ambienti politico-sociali, per esempio con il filosofo francese Henri de Saint-Simon (1760-1825), sostenitore di un’Europa unita in grado di soddisfare l’interesse generale prima degli interessi nazionali e basata su un Nuovo cristianesimo, il politico cecoslovacco Tomáš Garrigue Masaryk (1850-1937), sostenitore di una «Nuova Europa» che tenesse presente il punto di vista slavo e fondata su una solida moralità, perché «senza religione tutto affonda».

La lista dei precursori o «profeti» dell’Europa unita potrebbe essere ben più lunga, ma non indicherebbe ancora il passaggio dalle idee alla fase realizzativa. Questa sarà illustrata nel prossimo articolo.

Giovanni Longu
Berna, 26.6.2024

19 giugno 2024

21. L’Europa verso l’unità col sostegno di Pio XII

Pio XII favorì la ricerca dell’unità europea perché vedeva in essa l’espressione della volontà di Dio di «condurre all'unione degli spiriti e dei cuori in una stessa fede e in uno stesso amore» tutti i popoli europei. Nel 1947 volle dare all'Europa un patrono, San Benedetto da Norcia, per ricordare al Vecchio Continente la sua vocazione cristiana, lasciando intendere che i confini dell’Europa erano almeno quelli del monachesimo, che andavano ben oltre i confini segnati dai blocchi della «guerra fredda». Dotato di grande senso pratico, Pio XII riteneva che all'unità dell’Europa si sarebbe arrivati solo a tappe, perché così era stato tentato in passato con Carlo Magno, col Sacro Romano Impero, col monachesimo e con le crociate. Pio XII ha anche sperato invano di vedere il superamento dei blocchi, la riconciliazione delle Chiese d’Occidente e d’Oriente e l’unione dell’Europa. Gli è riuscito di vedere solo l’avvio di quest’ultima e dev'essere stata comunque per lui un grande consolazione.

Le condizioni di una pace durevole

Con la fine della seconda guerra mondiale (5 maggio 1945), l’aspirazione di tutti, vincitori e vinti, soprattutto in Europa, era quella di una pace vera, giusta e durevole. Era pienamente condivisa anche dalla Santa Sede, ma doveva fondarsi «sul timore filiale di Dio, sulla fedeltà ai suoi santi comandamenti, sul rispetto della dignità umana, sul principio sacro della uguaglianza dei diritti per tutti i popoli e tutti gli Stati, grandi e piccoli, deboli e forti». E poiché «la guerra ha suscitato dappertutto discordia, diffidenza e odio, […] se il mondo vuol ricuperare la pace occorre che spariscano la menzogna e il rancore e in luogo loro dominino sovrane la verità e la carità». Pio XII si è speso moltissimo per la pace.

Sosteneva anche l’idea di intellettuali, personalità politiche e attenti osservatori, molti dei quali appartenenti al mondo cattolico, che per evitare in futuro disastri come quelli vissuti auspicavano per l’Europa non solo una riconciliazione dei popoli che si erano combattuti, ma anche un processo d’integrazione per «associare gradualmente […] vincitori e vinti in un’opera di ricostruzione» e per assicurare una pace durevole.

Pio XII credeva sinceramente all'idea di un’Europa unita, da raggiungere con gradualità, com'era stato tentato nel passato con Carlo Magno e il Sacro Romano Impero, unendo «la romanità e il Vangelo», e mettendo insieme «i popoli d’Europa sotto il vessillo e l’autorità di Cristo». Tale processo non sarebbe stato possibile né accelerarlo né frenarlo, ma bisognava agevolarlo. Pio XII ha cercato di farlo in tutti i modi possibili e non fu sempre facile. «Forse non vi è campo della vita pubblica i cui si sia tanto impegnato come quello dell’Europa unita» (Le Monde, 10 ottobre 1958).

Dovette, infatti, accettare suo malgrado gli impedimenti provenienti dai Paesi dell’est europeo, dominato dal comunismo vessatorio e senza Dio, ma dovette anche non cedere all'anticomunismo ossessivo e miope statunitense, per tenere aperta la porta del dialogo col mondo comunista qualora la diplomazia vaticana, quella ufficiale e quella informale, gli avesse indicato qualche possibilità.

Pio XII e l’unità dell’Europa

Ci credeva ed era convinto che fosse realizzabile, anche se le condizioni che suggeriva potevano apparire a molti irrealizzabili. Laicismo e secolarizzazione erano infatti in crescita. Nondimeno Pio XII era fiducioso e nel 1946 indicò nella Svizzera un modello di organizzazione politica per l’Europa, non solo perché «in piccolo è ciò che molti desiderano che l'Europa sia in grande», ma anche perché gli sembrava un esempio di come l’unità, «difficile da creare artificialmente», può essere raggiunta se lasciata libera di crescere organicamente, come la vita nascente, animata da una fede incrollabile in Dio e ancorata alla storia e alla cultura.

(Da sinistra) Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, e Robert Schuman:
tre statisti che fecero compiere all'Europa i primi passi verso l'unità.
A lungo termine il processo d’integrazione europea avrebbe potuto coinvolgere anche i Paesi dell’est. L’ottimismo di Pio XII non si spense con la sua morte (1958), perché la preparazione della sua Ostpolitik (politica verso l’Oriente) risulterà preziosa per i suoi successori.

Pio XII riuscì comunque a vedere l’avvio promettente di quel processo (1951: fondazione della Comunità europea del carbone e dell'acciaio, 1957: Trattato di Roma che istituiva la Comunità economia europea (CEE) e la Comunità europea dell'energia atomica (Euratom), anche se limitate inizialmente ad alcuni Paesi dell’Europa occidentale. 

E dev'essere stato per lui una grande soddisfazione osservare che a sostenere quel processo fossero soprattutto la Francia, la Germania e l’Italia, ossia le tre nazioni che avevano costituito la struttura portante dell’Impero di Carlo Magno e poi del Sacro Romano Impero, che avevano contribuito non poco all'evangelizzazione del resto del Vecchio Continente, «dal Mar Baltico al Mediterraneo», dall'Oceano Atlantico alle pianure della Polonia» attraverso «legioni di benedettini» e che, di recente, avevano superato la divisione tra vincitori e vinti. 

A ciò si aggiungeva la circostanza straordinaria che in quel momento alla guida delle tre più grandi nazioni c’erano tre ferventi cattolici: Robert Schumann, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi. Di essi si continuerà a parlare nel prossimo articolo.

Giovanni Longu
Berna 19.06.2024


11 giugno 2024

20. Pio XII e l’Europa (terza parte)

Succedendo a Pio XI (2 marzo 1939), Pio XII sentì che la tempesta della guerra stava per abbattersi sull'Europa e cercò invano di impedirla. Ne intuiva infatti la pericolosità non solo per la decisa volontà di Hitler di conquistare per i tedeschi dell’Europa centrale e orientale uno «spazio vitale» (Lebensraum), ma anche a causa della debolezza morale (da quando si cominciò a negare e a rifiutare una «regola di moralità universale, sia della vita individuale sia della vita sociale e delle relazioni internazionali») e politica dell’Europa (vittima dei tre mali micidiali: nazionalismo, nazismo e comunismo). Se dai predecessori Benedetto XV e Pio XI aveva ereditato una buona dose di pessimismo, per carattere e per convinzione non si arrese mai alla cattiva sorte, si spese fino all'ultimo per la pace, per alleviare i danni della guerra e scongiurare i pericoli di una nuova guerra (anche se non combattuta con le armi) e non perse mai la speranza in un mondo migliore.

Pio XII, «Padre comune»

Purtroppo, Pio XII non riuscì ad impedire né la seconda
guerra mondiale né la successiva «guerra fredda». 
Ottimo conoscitore dell’Europa e delle complesse vertenze internazionali (specialmente tra Germania e Francia, Germania e Polonia, Francia e Italia, Germania e Unione Sovietica) mise in campo tutte le sue possibilità (la fitta rete diplomatica vaticana e la sua autorità morale) per salvare il salvabile, ma non riuscì né a impedire la guerra (e nemmeno l’entrata in guerra dell’Italia) né a far cessare le ostilità con i suoi numerosi appelli alla pace.

Supponendo, forse, di avere ancora una certa superiorità morale e sentendosi in ogni modo «Padre comune» delle nazioni e dei popoli, Pio XII non smise mai di interpellare i potenti della terra richiamandoli alle loro responsabilità e cercò comunque con tutte le sue forze di «alleviare le tristi conseguenze della guerra» (cfr. articolo precedente) e di richiamare alcuni principi fondamentali della pace e i diritti «alla vita e all'indipendenza di tutte le nazioni, grandi e piccole, potenti e deboli». 

Occuparsi e preoccuparsi dell’Europa per Pio XII non era un’opzione facoltativa, benché il suo compito principale consistesse nel guidare la Chiesa nel mare tempestoso dell’Europa e del mondo in guerra. Soprattutto nel primo anno di guerra Pio XII era tuttavia convinto che si potesse ritornare alla pace, eliminando alla radice l’origine dei mali presenti (cfr. enciclica Summi pontificatus del 20 ottobre 1939). I suoi appelli, anche se ascoltati, non vennero seguiti e alla fine della guerra l’Europa, oltre ai morti e alle rovine, dovette fare i conti anche con una divisione che appariva grave e duratura, quella di due blocchi contrapposti: uno occidentale liberale e capitalistico a guida statunitense e un blocco orientale comunista totalitario e ateo diretto dall'Unione Sovietica.

Pio XII e l’Europa postbellica

Finita la guerra, Pio XII si adoperò in tutte le sedi per una pace giusta e sull'Europa non aveva dubbi: doveva non solo riprendersi economicamente, ma anche unirsi (superando i nazionalismi) e rendersi autonoma. Quest’impresa dev'essergli apparsa gigantesca perché i due blocchi apparivano entrambi solidi e incompatibili, era già iniziata la «guerra fredda», il mondo cattolico era diviso e l’eurocentrismo era da considerarsi finito.

Pio XII ha lasciato ai sucessori una grande eredità da valorizzare! 
Per la ricostruzione dei Paesi del blocco occidentale il Vaticano fu favorevole al Piano Marshall (giugno 1947) e agli accordi tra gli Stati interessati. Sulla prospettiva di un’Europa unita e autonoma la posizione del Vaticano fu invece meno lineare. Inizialmente, infatti, Pio XII optò per il blocco occidentale, considerato più vicino alla visione cristiana della storia, mentre il regime sovietico gli sembrava minacciare la civiltà cristiana. Tale scelta, però, non fu condivisa da tutti in Vaticano e Pio XII finì per convincersi che per la Santa Sede fosse preferibile non precludersi la possibilità di dialogo col mondo comunista, tanto più che non si doveva confondere il popolo russo e la Russia con l’ateismo marxista e il comunismo.

D'altra parte, Pio XII era molto preoccupato della situazione nell'est europeo perché il regime comunista praticava una sistematica persecuzione della Chiesa cattolica in tutti i Paesi sotto la sua influenza. La tensione diminuì solo dopo la morte di Stalin (1953), quando il suo successore Nikita Chruscev cominciò a parlare di «coesistenza pacifica», ma soprattutto dopo l'avvio dell'integrazione europea che Pio XII appoggiò decisamente (come si vedrà nel prossimo articolo).

Un'eredità da valorizzare

La decisione di Pio XII di tenere aperti i contatti con i comunisti fu saggia, fra l’altro, perché in alcuni Paesi occidentali erano numerosi i comunisti e la Chiesa non poteva non cercare anche con loro un dialogo religioso. «Quanto desidererebbe la Chiesa di concorrere a spianare la via a questo contatto tra i popoli! Per lei Oriente e Occidente non rappresentano opposti principi, ma partecipano ad un comune retaggio… !» (Pio XII, 23 dicembre 1950).

Pio XII ci provò (anche attraverso emissari prestigiosi come il cardinale di Genova Giuseppe Siri) perché era intimamente convinto che le radici cristiane dell’Unione Sovietica prima o poi avrebbero rivitalizzato il tessuto sociale del Paese, ma non ottenne il risultato sperato. L’auspicio comunque è stato tenuto vivo da tutti i successori di Pio XII e tale resta ancora.

In generale, tuttavia, si riconosce a Pio XII di aver svolto un’azione intelligente e positiva per la ricostruzione di un’Europa democratica e cristiana e di aver lasciato ai suoi successori una eredità solida da valorizzare.

Giovanni Longu
Berna 12.06.2024