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30 dicembre 2025

Guerra russo-ucraina blasfema e disumana (seconda parte)

Nella prima parte di queste considerazioni sulla guerra tra Russia e Ucraina ho voluto evidenziare quanto la guerra, e soprattutto questa, sia blasfema e disumana, per cui è auspicabile che finisca presto. Purtroppo sul «come» dovrebbe finire i pareri, specialmente tra i contendenti, sono talmente distanti che anche i commentatori ricorrono sempre meno ad aggettivi tipo «giusta» o «dignitosa» e parlano semplicemente di «pace». Solo papa Leone XIV aggiunge ancora alla parola «pace» due aggettivi: «disarmata e disarmante» perché tale dev’essere una pace vera e sostenibile, ossia fondata non sulla forza (riarmo) ma sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla collaborazione. Su questi principi si è sviluppata e rafforzata la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale e solo su queste basi sarà possibile ristabilirla anche tra Russia e Ucraina, pur tenendo conto della realtà.

Nazionalismi riprovevoli

Troppo a lungo, a mio parere, i media si sono soffermati sulle cause della guerra e sulle ragioni e i torti dei contendenti, troppo poco sulle soluzioni possibili. Ho sostenuto in più occasioni che questa guerra non avrebbe dovuto nemmeno cominciare, ma hanno finito per prevalere i due incompatibili nazionalismi, quello russo e quello ucraino, entrambi di stampo ottocentesco e ugualmente riprovevoli. Pertanto la fine della guerra non dovrebbe avvantaggiare né l’uno né l’altro belligerante, perché l’opinione pubblica mondiale ha ormai assimilato i due concetti fondamentali recepiti dallo Statuto dell’ONU: i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli vanno salvaguardati sempre e dovunque; le controversie fra Stati si devono risolvere pacificamente.

In base a questa premessa la Russia non dovrebbe avvantaggiarsi di questa guerra perché ha preteso di estendere la propria sovranità al di fuori del territorio occupato stabilmente dal suo popolo, ma nemmeno l’Ucraina dovrebbe avvantaggiarsene perché non ha rispettato i diritti fondamentali di una parte della sua popolazione nelle regioni orientali (Donbass), dimenticando che lo Stato non ha un potere illimitato sulle persone, ma è a servizio del popolo unico vero sovrano. Né Russia né Ucraina meritano pertanto un dominio esclusivo sulla parte dell’Ucraina contesa, perché rischierebbero di commettere ancora gli stessi crimini. Entrambe stanno conducendo una guerra blasfema e disumana, lontanissima dai principi sanciti dall'ONU, che pur con tanti limiti, vanno considerati punti di riferimento certi per l’orientamento degli Stati.

Del resto non andrebbe mai dimenticato che Dio «ha dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano», «non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli» (Leone XIII, Rerum Novarum), cioè agli accordi e ai trattati internazionali. Nel caso specifico li hanno violati gli ucraini non meno dei russi, nonostante la disinformazione costante dei principali media occidentali.

Colpevole, al riguardo, mi sembrano anche l’UE e la NATO, che hanno sposato caparbiamente una tesi, la peggiore, perché il riarmo spinge fatalmente al proseguimento della guerra e persino ad ampliarla, invece di cercare ostinatamente il compromesso, la pace. E sotto questo aspetto non trovo condivisibile nemmeno l’opinione del Capo dello Stato italiano Sergio Mattarella per il quale la spesa per il riarmo, pur essendo «poco popolare», «poche volte come ora, è necessaria».

Se l’Italia che ripudia la guerra e l’Europa  volessero veramente tutelare la sicurezza della pace, dovrebbero farsi promotori di pace invece di perseguire il miraggio di una pace «giusta» mediante un riarmo esoso e inutile. Dovrebbero impegnarsi seriamente contro i nazionalismi, che tendono a dissuadere da un condiviso impegno per il bene comune. L’essersi schierate decisamente da una parte le priva del diritto e della possibilità di mediare tra i due belligeranti. Sarebbe stato possibile se avessero cercato di convincere l’Ucraina e la Russia al rispetto ed eventualmente al miglioramento degli Accordi di Minsk del 2014 e 2015.

Europa smemorata!

Peccato che proprio i responsabili europei delle Istituzioni comunitarie e degli Stati membri siano così smemorati e ignoranti di storia patria da non avvertire i rischi di una guerra che potrebbe protrarsi ancora a lungo e di un riarmo senza freni. Sanno dove ha portato il riarmo della prima metà del secolo scorso? È vero che la storia non è sempre «magistra vitae», ma quella europea qualcosa dovrebbe insegnare a chi ne detiene le maggiori responsabilità e a tutti i cittadini del vecchio continente. Nella storia europea, di fronte alle tante guerre che hanno insanguinato il continente con milioni di morti e feriti negli ultimi tre secoli si conoscono sia pure sommariamente i pretesti che le hanno fatte deflagrare e alcune conseguenze, ma si ignora (spesso volutamente) la ragione profonda che le ha provocate. Essa ha un nome ben preciso: nazionalismo, anche se difficilmente definibile in tutte le sue forme. Esso, purtroppo, è ancora presente in Europa.

Era già all’origine della Guerra dei trent’anni (1618-1648), anche se le motivazioni erano apparentemente religiose (lotte tra cattolici e protestanti), ma raggiunse il culmine dapprima nella guerra franco-prussiana (1870-1871) e nelle guerre napoleoniche (1803-1815), poi nella prima guerra mondiale (1914-1918) e soprattutto nella seconda guerra mondiale (1939-1945), ma anche nella guerra fredda (1945-1991), in cui il nazionalismo era latente benché subordinato all’ideologia dei due blocchi (blocco occidentale NATO, blocco orientale Patto di Varsavia) o sfere d’influenza. (Segue)

22 luglio 2025

Antropologia agostiniana (1a parte)

Estate significa per molti, giustamente, tempo di riposo, di svago, di estraneazione dalle occupazioni e preoccupazioni quotidiane. Proprio per questo l’estate è un periodo in cui è forse più facile per chiunque ritagliarsi momenti di riflessione su se stessi e sul mondo. Ne abbiamo bisogno perché il senso della vita non ci viene imposto nascendo ma dobbiamo costruirlo e perfezionarlo giorno per giorno. E abbiamo bisogno di una seria riflessione sul mondo perché alcune situazioni (guerre, eccidi, violazioni dei diritti umani fondamentali…) non possono lasciarci indifferenti, interpellano le nostre coscienze e non possiamo abdicare alle nostre responsabilità riesumando il pensiero manicheo del Bene e del Male come forze superiori e insuperabili. Per aiutare tale riflessione ritengo utile proporre ai lettori alcune considerazioni dopo aver letto un’opera geniale anche se poco conosciuta di Sant'Agostino, il De Civitate Dei, la Città di Dio. Con esse desidero anche rendere omaggio a papa Leone XIV che appartiene all'Ordine di Sant'Agostino e ne interpreta egregiamente il pensiero, l’anelito alla pace, alla verità, alla giustizia, a Dio.

Premesse

Sant’Agostino di Ippona (354-430)
Purtroppo media poco critici, considerazioni politiche di bassa lega, interventi troppo «prudenti» di governanti, genericismi di intellettuali poco motivati e indifferenza crescente per tutto ciò che è apparentemente lontano ci stanno spingendo a un’eccessiva e superficiale considerazione del mondo, come se fosse effettivamente governato dal Bene e dal Male. Fra l’altro, un’interpretazione molto rischiosa perché spinge a dividere il mondo in Paesi buoni e Paesi cattivi, contrapponendo Paesi democratici a Paesi autoritari e magari Occidente a Oriente, Stati Uniti a Russia, Israele a Palestina, ecc. come se il bene e il male non possano trovarsi, sia pure in misura diversa, nell'uno e nell'altro campo. Sta di fatto, però, che la contrapposizione manichea oggi si sta nuovamente diffondendo, in svariate forme e ha già contagiato parti significative della politica, dei media, degli intellettuali e dell’opinione pubblica.

Che il mondo d’oggi (come del resto quello di ieri) sia piuttosto complicato non ha bisogno di dimostrazione, ma la teoria manichea già combattuta e vinta da Sant'Agostino nella Città di Dio dovrebbe essere combattuta anche ora per dimostrare che sia il male che il bene presenti nel mondo sono opera dell’uomo, libero per natura ed evidentemente capace di opere buone e opere cattive. Come aiuto alla riflessione propongo alcune considerazioni che traggono spunto da un’attenta lettura dall'opera geniale anche se poco conosciuta di Sant'Agostino, il De Civitate Dei, la Città di Dio.

Sant'Agostino (354-430), uno dei più importanti Padri della Chiesa latina, pensatore acuto e profondo è anche autore di altre opere molto note (Confessioni, Ritrattazioni…), ma il De Civitate Dei è a detta di molti studiosi l’opera più completa e più rappresentativa della sua esperienza umana, religiosa, filosofica e teologica.

Da quest’opera, piuttosto lunga e di non facile lettura, trarrò solo alcuni spunti, prescindendo dal momento storico in cui è stata scritta ( tra il 413 e il 426) e dallo scopo iniziale (difendere il Cristianesimo dalle accuse di aver provocato con l’abbandono dei vecchi culti la caduta dell’Impero Romano alla morte di Teodosio nel 395), dalle considerazioni specificamente teologiche (peccato originale, grazia, inferno, paradiso, ecc.) e anche dalle considerazioni dell’Autore su quell'evento sbalorditivo mai successo prima, il saccheggio di Roma da parte dei barbari, i Goti di Alarico nel 410.

Papa Leone XIV, grande interprete di Sant'Agostino
Pur prescindendo da questi aspetti, l’opera è importante perché Agostino, allora vescovo di Ippona (oggi Annaba in Algeria), in quest’opera non si limita a demolire il fondamento etico, filosofico, religioso e politico del mondo pagano, ma fornisce ai contemporanei e persino a noi moderni una chiave interpretativa del mondo e della storia, da leggersi come la lotta secolare fra due Città, molto potenti, la Città celeste e la Città terrena.

L'idea fondamentale che pervade da un capo all'altro il De Civitate Dei è la presenza di Dio nella storia, il quale guida e regge meravigliosamente gli avvenimenti umani fino alla consumazione dei secoli senza togliere la libertà, anzi proprio attraverso la libertà degli uomini. Non so quanto sia fondamentale questa idea, ma trovo convincente che forse basterebbe questa considerazione per ammettere che il «disordine» del mondo potrebbe dipendere proprio dalla negazione della presenza di Dio nella storia e dal conseguente disorientamento della libertà dell’uomo.

Libertà e responsabilità

Certamente non è possibile interpretare il mondo di oggi, nemmeno quella parte sconvolta dalle guerre, dall'odio tra popoli diversi, dalle violazioni dei diritti fondamentali delle persone, dai soprusi nell'indifferenza pilatesca dei grandi poteri politici, solo utilizzando le categorie-guida di Agostino, ma non è nemmeno possibile capire gli eventi che ci preoccupano e ci turbano senza richiamare i concetti agostiniani e cristiani di coscienza, colpa, libertà, responsabilità, verità, giustizia, bontà, ricerca di sé e della felicità, ricerca di Dio.

Per gran parte dell’umanità, soprattutto in Occidente, Dio e uomo sono oggi inesorabilmente separati; non lo erano per Agostino, che riusciva a individuare l’uomo nelle sue profondità esistenziali come essere da Dio, di Dio e per Dio. D’altra parte, l’uomo non può conoscere Dio se non ritornando nel fondo di sé stesso, nella sua coscienza, perché Dio, diceva Agostino nelle Confessioni, è «intimior intimo meo» (più interiore della mia intimità). (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 19.07.2025