02 giugno 2026

2 giugno: festa della Repubblica

 

Trovo ragionevole festeggiare e riflettere sulla nascita della Repubblica Italiana 80 anni fa, perché non fu né improvvisa né frutto di eventi insurrezionali o rivoluzionari, ma voluta convintamente dal popolo italiano. La sua nascita fu molto laboriosa e contrastata. Basti pensare che i partiti vincitori della lotta partigiana cominciarono a litigare prima ancora che il popolo italiano decidesse sulla forma istituzionale dello Stato, che sui partiti maggiori esercitarono forti pressioni, prima ancora che finisse la guerra, sia l’Unione Sovietica che gli Alleati anglo-americani, che gli Alleati rinviarono al 2 giugno 1946 il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente, impedendo al popolo italiano di disfarsi subito «del regime monarchico e della dinastia che aveva aperto le porte al fascismo e precipitato l’Italia nel baratro» (Piero Calamandrei).

La Repubblica della speranza

Fu certamente grande l’emozione provata dalla maggioranza degli italiani quando, dopo una lunga attesa, il 10 giugno 1946 la Corte Costituzionale proclamò i risultati ufficiali del referendum: la Repubblica aveva vinto con 12.718.641 voti (54,27%) contro i 10.718.502 della Monarchia (45,73%), sancendo la fine della dinastia sabauda. È pure comprensibile la delusione di chi avrebbe preferito la vittoria della Monarchia, specialmente al sud, ma soprattutto la preoccupazione dei responsabili dei partiti candidati alla guida dell’Italia perché oltre a rimarginare le ferite profonde della guerra dovevano sanare la frattura evidenziata dal referendum, tra un Nord che aveva preferito la Repubblica e il Centro-Sud in cui era prevalso il voto in favore della monarchia.

Il sentimento dominante degli italiani era tuttavia la speranza, «la grande speranza» come la chiamerà Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica Italiana, il quale preconizzava pure l’Unione europea («La necessità di unificare l'Europa è evidente»). Il fatto stesso che su 28 milioni di italiani aventi diritto al voto i votanti siano stati quasi 25 milioni, pari all’89,08%, indica la speranza degli italiani nel cambiamento non solo del regime (dall’autoritarismo del fascismo alla democrazia), ma anche istituzionale (dalla monarchia alla repubblica) e della vita quotidiana. Quella speranza era sostenuta da una comune volontà di risorgere, di crescere e perché no di consumare, di vivere, strappandosi di dosso «fame, miseria, stracci» (Alberto Moravia, 1944).

Il rovescio della medaglia

La stessa medaglia che sembra evocare solo sviluppo, benessere, consumismo e gioia di vivere aveva in realtà anche un rovescio meno ottimistico perché la guerra sembrava aver scaricato gran parte dei suoi mali (povertà, disoccupazione, analfabetismo, emigrazione…) soprattutto nel Mezzogiorno ancora allo stremo, come se davvero Cristo si fosse fermato a Eboli (parafrasando il celebre libro di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, 1945).

Al Sud la speranza era viva, ma non bastava a saziare la fame perché un bracciante guadagnava appena 200 lire al giorno e l’inflazione galoppava. Per chi non riusciva ad «arrangiarsi» non restava che emigrare, anche verso la Svizzera. Anche al Nord, tuttavia, non tutti riuscivano ad avere un lavoro e un salario dignitoso. Nel 1948 il totale dei disoccupati riguarderà oltre due milioni di persone. Anche dal Nord la strada della emigrazione era molto battuta.

Perché la vita potesse davvero cambiare occorrevano riforme radicali e una grande collaborazione tra le forze politiche, ma queste, che erano state unite nella lotta per la liberazione e nei governi di transizione dalla monarchia alla repubblica fino al 1946 (i cosiddetti «governi di unità nazionale»), ora si combattevano per il potere. Al termine delle ostilità, subito dopo la Liberazione, le sinistre (comunisti e socialisti) si sentivano pronte ad andare al governo, ma la stessa rivendicazione era avanzata dalla Democrazia cristiana, che alle elezioni del 2 giugno 1946 per la Costituente aveva ottenuto la maggioranza relativa dei seggi e gli Alleati erano contrari a un «governo di estrema destra» (intendevano un governo diretto da comunisti e socialisti).

La Costituzione

I Padri e le Madri Costituenti svolsero un lavoro intenso e minuzioso fino alla fine del 1947. Erano coscienti di dover fornire al Paese non solo i principi su cui fondarsi, ma anche le basi della nuova struttura dello Stato e le regole per il suo funzionamento. A detta della maggioranza degli studiosi il risultato fu eccellente, anche perché la Costituzione italiana insiste non solo sui principi, ma anche sull'equilibrio dei poteri dello Stato e sui diritti inviolabili delle persone.

La Repubblica Italiana, che doveva fondarsi sulla nuova Costituzione, non è stata tuttavia ancora capace di realizzarla fino in fondo; ma il popolo italiano, che è rimasto fedele allo spirito originario, positivo e aperto al futuro, antifascista, laborioso e intraprendente, garantirà anche in futuro che le istituzioni ne continuino la realizzazione fino a quando sarà chiaro a tutti che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (art. 1.1), che «la sovranità appartiene al popolo» (art. 1.2), che tutti i cittadini hanno «diritti inviolabili» e sono uguali davanti alla legge «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3.1), che la Repubblica deve «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3.2), che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…» (art. 11), ecc.

Questa era l’Italia preconizzata da Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, quando il 9 giugno 1946 scriveva sul Corriere della Sera: «Ecco la nostra Repubblica: non improvvisata, non balzata su in un giorno di torbida passione, Repubblica voluta, meditata, paziente, ragionata... Reprimiamo nel cuore la commozione che vorrebbe salire: limitiamoci ad accorgerci con pacata serenità consapevole che una Repubblica nata cosi è destinata a durare nei secoli». Certamente, però, Calamandrei non pensava che alcune riforme esistenziali sarebbero state rimandate sine die, per esempio quelle previste dall'articolo 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. / È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese») o dell'articolo 11 («L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo»).

Giovanni Longu
2 giugno 2026


 

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