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10 giugno 2025

1925: Origine e sviluppo delle Colonie Libere Italiane (1a parte)

Le Colonie Libere Italiane (CLI) meritano di essere ricordate in questa serie di anniversari significativi perché hanno inciso profondamente sullo sviluppo dell’immigrazione italiana in Svizzera, sebbene agli inizi (1925) non fossero né una sua emanazione diretta né funzionali alla sua evoluzione. Le prime CLI nacquero infatti in ambienti di esuli antifascisti intenzionati a riportare in Italia la democrazia e la libertà, una volta abbattuto il regime fascista. Solo in seguito, dopo la fondazione nel 1943 della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera (FCLIS), cominciarono ad occuparsi anche della situazione migratoria e della sua trasformazione. Il loro contributo al miglioramento delle condizioni degli immigrati (italiani) fu intenso, ma meno incisivo e risolutivo di quanto alcuni ritengono. Pesarono negativamente sull'efficacia delle loro iniziative specialmente l’atteggiamento iniziale di una loro presunta superiorità sulle altre organizzazioni e la loro connotazione, ampiamente percepita, di movimento politico-sociale filocomunista. Se da una parte le CLI hanno contribuito alla crescita tra gli immigrati italiani di una maggiore consapevolezza culturale e politica, dall'altra ne hanno forse rallentato la coesione e, soprattutto, ritardato l’integrazione.

Perché colonie «libere»?
Per le prime CLI (anche se fino al 1943 non si chiamavano «Colonie libere italiane») costituitesi a Ginevra (1925), a Zurigo (dal 1930) e dopo il 1943 anche in altre città svizzere, «libere» significava «antifasciste», una connotazione distintiva nei confronti delle organizzazioni che avevano aderito al regime o ne avevano a vario titolo accettato il controllo. Le prime due colonie (di Ginevra e di Zurigo) illustrano bene questa caratteristica. 

La CLI di Ginevra, anzitutto, considerata da numerosi studiosi la prima nata, nel 1925 (anche se agli inizi non aveva tale denominazione, trattandosi in effetti della Società Dante Alighieri, già esistente dal 1894) divenne «libera» quando rifiutò di partecipare a una manifestazione organizzata dal Fascio locale, lasciando intendere che non riconosceva l’egemonia fascista. Questo rifiuto provocò non solo lo smembramento della Dante e la perdita dei contributi pubblici per la parte separatista, ma anche il cambio della sede e, dal 1928, pure del nome, divenuto «Associazione Dante Alighieri».

Altra importante conseguenza fu la perdita del sostegno alle «Scuole italiane di Ginevra», frequentate da centinaia di allievi e sostenute dalla Dante Alighieri, perché rifiutarono di sottomettersi al regime. Riuscirono tuttavia a sopravvivere, sia l’Associazione che le Scuole, grazie all'impegno e al prestigio di due grandi antifascisti, Egidio Reale a capo dell’Associazione e Giuseppe Chiostergi alla direzione delle Scuole. Entrambi preferirono la libertà per sé e per le istituzioni che dirigevano.

A Zurigo la situazione ebbe un’evoluzione analoga o forse un tantino più facile perché da decenni c’era già una concentrazione di socialisti attorno al centro storico del «Cooperativo» (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2025/04/1915-conferenza-di-zimmerwald-5-891915.html). Il rifiuto dell’assoggettamento al fascismo si accentuò tuttavia nel 1927 quando fu creata una combattiva associazione di antifascisti denominata «La Mansarda», come punto di riferimento per tutte le associazioni che non intendevano sottostare al regime fascista. Nel 1930, per sottolineare l’opposizione al fascismo la Mansarda venne ribattezzata «Colonia libera italiana» e da allora Zurigo divenne uno dei principali centri dell’antifascismo all'estero.

Analogamente a quel che succedeva a Ginevra, anche a Zurigo la Mansarda creerà una «Scuola Libera» per i figli degli emigrati italiani, in opposizione al tentativo di penetrazione fascista attraverso la scuola oltre che tramite il Fascio e la Casa d’Italia locali.

Evoluzione delle CLI

Con la costituzione della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera (FCLIS) nel corso di una riunione storica ad Olten (21 novembre 1943), le prime dieci Colonie Libere Italiane già costituite o in via di costituzione decisero di migliorare i contatti, coordinare le attività, adottare una linea comune nei confronti delle istituzioni fasciste e neofasciste presenti in Svizzera, sensibilizzare il maggior numero possibile di lavoratori emigrati ai valori democratici che avevano guidato la Resistenza, darsi un’organizzazione centrale, uno statuto e finalità comuni.

La nascita della FCLIS, che avrà come sede provvisoria Ginevra e poi, definitiva, Zurigo, fu salutata con grande interesse non solo dagli ambienti antifascisti, ma anche, secondo il resoconto fattone dal quotidiano socialista ticinese Libera Stampa, da «scuole, società ricreative, mutue, cooperative, gruppi sindacali, ecc.». In breve tempo, alle prime dieci Colonie se ne aggiunsero altre quindici, che giustificarono ben tre convegni federali, due a Zurigo (1944) e uno a Berna (1945), e un Congresso a Lugano (1945).

Per l’immigrazione italiana in Svizzera sembrava l’inizio di una nuova era, anche perché a quell'incontro avevano partecipato numerose personalità molto in vista dell’antifascismo e ben preparate politicamente e culturalmente come Giuseppe Chiostergi, Egidio Reale, Fernando Schiavetti, Giuseppe de Logu, Manlio Sancisi, Mario Mascarin e altri. Il loro impegno fu all'inizio contagioso e si riverberò nella costituzione di numerose CLI in tutta la Svizzera. Ma la loro evoluzione non sempre corrispose alle aspettative dei fondatori e ai reali bisogni degli immigrati. (Segue).

Giovanni Longu
Berna 10.6.2025

22 luglio 2020

Immigrazione italiana 1970-1990: 20. Italiani e sindacati svizzeri


Un altro pregiudizio da cui dovevano liberarsi tanto gli italiani che gli svizzeri negli anni Settanta riguardava l’adesione degli stranieri ai sindacati locali: gli italiani non vi aderivano perché li ritenevano di parte in quanto sembravano voler garantire in primo luogo l’occupazione degli svizzeri; a loro volta, i sindacati accusavano gli italiani di approfittare delle conquiste sindacali e di mancanza di solidarietà operaia, magari per risparmiare le quote sociali. L’idea del sindacato che difende indistintamente tutti e per riuscirci bene ha bisogno dell’adesione anche dei lavoratori immigrati era un auspicio che si realizzerà solo lentamente. 

Esigenze sindacali

Con la firma di una convenzione (18.12.1972) il CISAP e la FLMO  
consolidavano un’intensa collaborazione avviata nel 1966 
(Da sin.: G. Cenni e J. Allenspach, direttore e presidente del CISAP;
 H. Mischler e G. Tschumi, presidente e segret. centrale della FLMO)
Il rigetto delle iniziative antistranieri degli anni Settanta e persino la crisi economica della metà del decennio avevano fatto capire in maniera chiara alla politica e alle parti sociali che l’immigrazione era diventata strutturale e tale sarebbe rimasta a lungo, la rotazione dei lavoratori stranieri andava considerata finita e che era imprescindibile una politica d’integrazione della popolazione straniera stabilizzata.
I sindacati erano consapevoli di dover svolgere nella nuova politica concernente gli stranieri un ruolo determinante, ma per svolgerlo pienamente necessitavano anche della partecipazione dei lavoratori immigrati. Per questo, fin dagli anni Sessanta sentirono la responsabilità di favorire la loro adesione, cominciando dall’eliminazione di ogni forma di discriminazione nelle politiche occupazionali e salariali.
Ovviamente i sindacati si aspettavano che i lavoratori immigrati, in caso di conflitti lavorativi o salariali, invece d’invocare l’intervento dei sindacati italiani o di ricorrere ai patronati e ad alcune associazioni italiane vicine all’ideologia comunista, cominciassero a sentire il sindacato svizzero come una valida difesa anche nei loro confronti.
L’apertura sindacale e l’adesione degli italiani ai sindacati svizzeri era stata auspicata già nell’immediato dopoguerra dal primo ambasciatore d’Italia Egidio Reale quando aveva informato l’amico socialista Guglielmo Canevascini che «i nostri operai debbono iscriversi nei sindacati locali e partecipare, in parità di diritti e doveri, alla vita sindacale». Negli anni Sessanta la collaborazione aveva faticato ad avviarsi, ma dove si era realizzata aveva prodotto ottimi risultati. Data l’originalità e l’importanza della collaborazione tra il sindacato FLMO (Federazione lavoratori metallurgici e orologiai) e il Centro italo-svizzero di formazione professionale CISAP, se ne riparlerà approfonditamente in altro articolo.

Importanza del sindacato
La difficoltà di molti italiani ad aderire ai sindacati svizzeri era dovuta soprattutto a una falsa percezione di debolezza del sindacalismo svizzero perché non prevedeva come strumento di lotta lo sciopero. Molti immigrati avevano vissuto vere e proprie lotte sindacali in Italia e avevano difficoltà a capire che da decenni il sindacalismo svizzero aveva rinunciato al negoziato duro, di lotta, per una forma di negoziato più moderato, ma non meno impegnato a raggiungere risultati favorevoli agli iscritti e in generale all’insieme dei lavoratori.
Del resto non era facile spiegare e far capire l’origine e la portata della «pace del lavoro», convenuta nel 1937 tra sindacati e datori di lavoro, che rinunciavano a scioperi e serrate, ma erano fortemente impegnati a trovare un’intesa e soprattutto contratti collettivi di lavoro.
Per molti italiani era anche difficile rendersi conto dell’importanza del sindacato, che non rappresentava solo la controparte del padronato, ma costituiva una delle principali forze politiche schierata a favore dei lavoratori, consultata in tutte le trattative nazionali (e talvolta internazionali) importanti, rappresentata in Parlamento e in numerosi consigli d’amministrazione e commissioni operaie, presente in tutta la Svizzera attraverso sezioni, segretari, funzionari, in grado di sostenere o contrastare iniziative politiche ritenute utili o pericolose, attivo organizzando conferenze, congressi, corsi e con una stampa periodica molto impegnata e ben curata.
Eppure, nonostante fosse anche nell’interesse degli immigrati aderire massicciamente ai sindacati locali, superare certi pregiudizi non fu facile.
Giovanni Longu
Berna 22 luglio 2020

03 aprile 2019

Immigrazione italiana 1950-1970: 9. L’accordo d’immigrazione del 1948


L’Accordo d’immigrazione del 22 giugno 1948 ha segnato una svolta nella storia dei rapporti italo-svizzeri in materia d’immigrazione. Occorre tenerlo presente per capire i problemi più delicati degli immigrati italiani in Svizzera nel dopoguerra, dalla cosiddetta «emigrazione clandestina» alle limitazioni per i ricongiungimenti familiari, dalle difficoltà d’integrazione della seconda generazione all’attenzione esasperata della polizia svizzera nei confronti dei presunti attivisti «comunisti», ecc. Non va inoltre dimenticato che la politica emigratoria italiana dei primi decenni del dopoguerra rifletteva la situazione politica interna del Paese e in particolare la contrapposizione tra i due partiti maggiori, la Democrazia cristiana (DC) e il Partito comunista italiano (PCI). 
Accordo voluto dall’Italia, ma…
Anzitutto è bene ricordare che quell’accordo è stato chiesto dall’Italia, quando era ministro plenipotenziario della Legazione italiana a Berna, Egidio Reale, sul finire del 1947. Il Consiglio federale inizialmente non lo riteneva necessario e forse nemmeno utile. Da decenni infatti l’immigrazione dall’Italia avveniva senza particolari difficoltà, in base al Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l'Italia del 22 luglio 1868, che prevedeva la libertà di stabilimento dei cittadini di entrambi i Paesi nell’altro Paese contraente, con gli stessi diritti e doveri dei nazionali, salvo le limitazioni derivanti da esigenze di ordine pubblico o di sicurezza e a condizione che «si uniformino alle leggi del Paese».
I principali protagonisti italiani dell'accordo italo-svizzero del 1948
E. Reale, capo Legazione a Berna
A. De Gasperi, capo del governo
C. Sforza, min. degli esteri
Non c’è dubbio che l’Italia abbia chiesto il negoziato con la Svizzera con le migliori intenzioni, ossia per tutelare meglio i cittadini emigrati in Svizzera e per controllarne i flussi, ma da parte del governo italiano era anche evidente che si volesse per così dire «esorcizzare lo spettro dell’ascensione al potere del partito comunista» (Etienne Piguet). La DC, che aveva appena vinto le elezioni politiche del 18 aprile 1948, con cui si era assicurate la maggioranza relativa dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi, voleva dimostrare di saper portare a casa ottimi risultati anche da un negoziato non facile, facendone beneficiare non solo i cittadini emigrati in Svizzera, ma l’intero Paese alleggerito del peso della disoccupazione e dei rischi di tensioni sociali.
La DC sapeva del resto che tutti i partiti politici, compreso il PCI, «erano d’accordo nel sostenere la necessita di trovare alla nostra sovrappopolazione quegli sbocchi che avrebbero permesso, come hanno permesso in epoca anteriore, di poter ristabilire un certo equilibrio» (Giuseppe Lupis). Il negoziato con la Svizzera fu avviato anche grazie a questo sostegno.
Naturalmente il preambolo dell’Accordo, firmato il 22 giugno 1948 a Roma, non lascia trasparire le vere intenzioni del governo italiano, ma si limita a enunciarne gli scopi immediati del negoziato, ossia «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall’Italia in Svizzera, e regolare di comune accordo e nell’interesse dei due paesi le modalità di reclutamento dei lavoratori italiani e la procedura relativa all’entrata di tali lavoratori in Svizzera e il regime applicabile alle loro condizioni di soggiorno e di lavoro».

…benaccetto dalla Svizzera
La Svizzera finì per acconsentire al negoziato perché era anche nel suo interesse «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall’Italia» e ottenere garanzie che anche in futuro l’economia svizzera potesse rifornirsi di manodopera italiana. D’altra parte, conoscendo bene la situazione italiana e la necessità del governo di agevolare l’emigrazione, i negoziatori svizzeri sapevano che la controparte non avrebbe insistito con richieste impossibili da soddisfare.
Del resto, non avrebbero potuto intaccare i punti cardine della politica immigratoria svizzera, ossia l’adempimento degli obblighi derivanti dalla legge sugli stranieri del 1931 e lo sfruttamento al massimo del sistema di rotazione della manodopera che consentiva di avere la quantità e qualità dei lavoratori necessari all’economia e allo stesso tempo limitava la stabilizzazione degli stranieri e di conseguenza il pericolo dell’inforestierimento.
Per tutto il resto essi erano disponibili a concedere tutto quel che era concedibile anche allo scopo di aiutare il governo italiano «per non correre il rischio che il comunismo prenda piede sulla nostra lunga frontiera meridionale» (Max Petitpierre, capo del Dipartimento politico federale). Un aumento della disoccupazione avrebbe infatti fornito argomenti all’opposizione di sinistra per denunciare l’incapacità del governo a gestire il fenomeno.

Il negoziato
In queste condizioni, il negoziato non dovette affrontare grandi difficoltà e i risultati furono ritenuti soddisfacenti da entrambe le parti. In effetti, non potendo nemmeno sfiorare le vere problematiche migratorie, quali lo statuto stagionale, i ricongiungimenti familiari, la stabilizzazione degli immigrati da diversi anni, la parificazione dei diritti sociali, ecc. la trattativa finì per occuparsi soprattutto di procedure di reclutamento, di agevolazioni di viaggio, di condizioni assicurative e poco più.
Per avere il totale controllo degli espatri e impedire la cosiddetta «emigrazione clandestina», il governo italiano doveva rinegoziare le modalità del reclutamento per evitare abusi e sottrarre alle organizzazioni svizzere private il potere di scegliere direttamente in Italia la manodopera di cui avevano bisogno, in aperto contrasto con l’obbligo esistente per le imprese italiane di passare per gli uffici del lavoro statali.
 I principali protagonisti svizzeri dell'Accordo italo-svizzero del 1948
Max Petipierre, min. affari esteri
R. de Weck, Legaz. a Roma
A. Zehnder, div. affari politici

Contro il sistema di rotazione non ci furono obiezioni di fondo da parte dei negoziatori italiani, tanto più ch’esso era accettato anche da molti immigrati, intenzionati a restare in Svizzera al massimo per qualche stagione o anno.
Nella parte più delicata del negoziato riguardante il reclutamento non fu possibile far considerare la modalità delle «domande numeriche» come l’unica ammessa e ci si accontentò di un compromesso. Un altro compromesso riguardava gli enti che avevano facoltà di presentare domande, ossia «i datori di lavoro, le associazioni padronali e gli organi di utilità pubblica riconosciuti dalle Autorità Svizzere» (art. 3, cpv. 2), ma non gli «agenti privati» (art. 3 cpv.3).
Anche riguardo alla dichiarata preferenza svizzera di far effettuare il reclutamento in alcune regioni piuttosto che in altre (meridionali) si giunse a un compromesso impegnando l’Italia a ter conto «per quanto possibile dei desideri espressi dai richiedenti circa le regioni nelle quali i lavoratori richiesti dovrebbero essere di preferenza reclutati» (art. 6 cpv. 2).
Se da parte italiana si fosse insistito sulla eliminazione completa del reclutamento diretto sarebbe certamente aumentata la possibilità per gli emigranti italiani di incrementare ulteriormente l’emigrazione clandestina e per le imprese svizzere di cercare altri mercati. Entrambe le possibilità sarebbero state catastrofiche per la politica emigratoria italiana. I negoziatori italiani si dovettero pertanto accontentare di una limitazione del reclutamento diretto, dando un’ulteriore prova della debolezza contrattuale dell’Italia in quel momento.

I principali contenuti dell’Accordo
Anzitutto l’Accordo precisava che «il presente accordo si applica all'immigrazione in Svizzera di mano d'opera stagionale o ammessa a titolo temporaneo» (art. 1, cpv. 1). Poiché da documenti diplomatici risulta che la Svizzera considerava «temporanea» la manodopera italiana entrata in Svizzera dalla fine della guerra per soddisfare i bisogni «straordinari» dell’economia, si comprende bene che la stagionalità sarebbe stata considerata «normale» a lungo, fin quando sarebbero durati i timori di un possibile peggioramento della congiuntura. Di fatto con questo Accordo il regime dello stagionale per la manodopera italiana veniva generalizzato. Chi entrava in Svizzera per motivi di lavoro riceveva un contratto di lavoro e un permesso di soggiorno «stagionale».
Probabilmente i negoziatori non si rendevano conto delle limitazioni, delle privazioni, dei disagi dovuti allo statuto stagionale, dall’umiliante visita medica alla frontiera, alla vita nelle baracche, al divieto della mobilità professionale, alla privazione di una vita familiare normale, alla pericolosità e durezza delle condizioni di lavoro.
L’Italia riuscì ad ottenere qualche risultato in materia di reclutamento e di condizioni di lavoro e salariali («i lavoratori italiani dovranno beneficiare in Svizzera dello stesso trattamento dei nazionali per quanto concerne le condizioni di lavoro e di rimunerazione. Tali condizioni saranno conformi alle disposizioni dei contratti collettivi o dei contratti-tipo di lavoro attualmente in vigore o, in mancanza, agli usi locali e professionali», art. 18, cpv.1), ma in genere dovette accontentarsi di compromessi.  La debolezza dell’Italia nella trattativa dipendeva dal forte interesse che aveva a ridurre la pressione dei disoccupati e dalla speranza di poter riequilibrare la bilancia dei pagamenti con le rimesse degli emigrati.
La Svizzera ottenne di più perché riuscì a far accettare il raddoppio del tempo che doveva intercorrere prima di ottenere il permesso di domicilio: da 5 a 10 anni, riuscì ad ottenere la possibilità di domande nominative e soprattutto la garanzia di poter reclutare manodopera (a buon mercato) nel mercato italiano.
Almeno nel breve termine, tuttavia, l’Accordo si dimostrò utile per entrambe le parti. Basti pensare che dal 1946 al 1950, nonostante la flessione degli anni 1949-50 erano espatriate dall’Italia per recarsi in Svizzera oltre 300.000 persone, segno del grande potere di attrazione della Svizzera, ma anche della soddisfazione dei datori di lavoro svizzeri nell’impiego di lavoratori italiani.
Giovanni Longu
Berna, 3 aprile 2019

27 marzo 2019

Immigrazione italiana 1950-1970: 8. Perché un accordo d’immigrazione con la Svizzera?


Nell’immediato dopoguerra, gli interessi dell’Italia all’emigrazione degli esuberi di popolazione attiva inoccupata verso la Svizzera e dell’economia svizzera ad attingere a piene mani al mercato del lavoro italiano erano talmente grandi e impellenti che non ci furono difficoltà di natura politica o diplomatica all’espatrio dall’Italia e all’ingresso in Svizzera di centinaia di migliaia di lavoratori italiani. Inizialmente, per l’Italia, non ci fu nemmeno bisogno di regolare i flussi migratori con un accordo formale come aveva fatto con il Belgio e con la Francia. Italia e Svizzera erano Paesi confinanti e amici fin dal 1861 e oltre che da rapporti di buon vicinato erano legati da molteplici rapporti economici, finanziari e culturali. Perché allora si giunse a un accordo migratorio formale nel 1948?

Primi immigrati: ricercati e benaccetti
Nel dopoguerra, la Svizzera è stata la principale meta dell'emigrazione italiana.
Prima di rispondere a tale domanda è utile ricordare che gli imprenditori svizzeri avevano in generale una grande stima dei lavoratori italiani, che erano stati i principali artefici delle grandi opere infrastrutturali (ferrovie e strade) ed erano conosciuti come particolarmente laboriosi e affidabili. Anche le donne italiane erano molto apprezzate soprattutto in alcuni rami del terziario e molto richieste fin dall’autunno del 1945 (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2019/03/immigrazione-italiana-1950-1970-7-donne.html).
Si aggiunga che i datori di lavoro si mostravano complessivamente soddisfatti perché i primi immigrati italiani del dopoguerra erano «selezionati» da loro stessi, nel senso che molto spesso, per evitare le lungaggini burocratiche italiane, erano reclutati in Italia da intermediari delle grandi imprese industriali ed edili. Dunque da parte svizzera i flussi immigratori potevano continuare tranquillamente com’erano iniziati e proseguiti dal 1945 al 1947.
Probabilmente, anche dal punto di vista degli immigrati italiani un accordo specifico non sembrava necessario perché, stando ai documenti diplomatici e alle cronache della stampa, non esistevano condizioni di particolare criticità nei rapporti tra immigrati e datori di lavoro e nemmeno tra stranieri e popolazione locale. Alla Legazione italiana di Berna (Ambasciata dal 1953) venivano segnalati raramente casi significativi di malcontento o di maltrattamenti. La maggior parte dei reportage di inviati speciali o corrispondenti dalla Svizzera del periodo in questione erano particolarmente tranquillizzanti.
Si sa inoltre che dal 1945 fino a buona parte degli anni Cinquanta i lavoratori italiani, che provenivano allora prevalentemente dal Nord Italia, erano benaccetti perché le loro professionalità corrispondevano alle esigenze delle aziende svizzere. Molti di essi venivano dall’industria ed erano quindi in grado d’integrarsi bene nel mondo del lavoro industriale e commerciale svizzero. Erano persone che conoscevano il mestiere che svolgevano, anche perché, contrariamente a quel che molti ancora pensano, gli immigrati del dopoguerra non erano tutti disoccupati in cerca di un lavoro qualsiasi. Molti avevano lasciato il lavoro che svolgevano perché attratti dalle migliori condizioni salariali e di lavoro che venivano loro offerte dalle aziende svizzere
A questo punto è comprensibile che né i datori di lavoro svizzeri né le autorità federali sentissero il bisogno di un accordo d’immigrazione formale tra la Svizzera e l’Italia.

Verso l’accordo del 1948
Fu l’Italia a chiedere un accordo di emigrazione/immigrazione formale, sebbene a Roma si sapesse che la Legazione italiana in Svizzera, dapprima sotto la direzione dell’incaricato d’affari ad interim Alberto Berio e successivamente del ministro plenipotenziario Egidio Reale, svolgeva un eccellente lavoro per assicurare «alle comunità italiane nella Confederazione di continuare a svolgere, secondo le antiche amichevoli tradizioni, la loro proficua attività nell’interesse dei due Paese» e per intensificare i buoni rapporti tra Svizzera e Italia. Già il 10 agosto 1945 era riuscita a concludere con la Svizzera un accordo commerciale, che non poté purtroppo entrare in vigore per la contrarietà degli Alleati; ciononostante gli scambi andarono intensificandosi.
La richiesta italiana di avviare un negoziato con la Svizzera fu dettata essenzialmente, come si vedrà appresso, da motivazioni di politica interna. Nel dopoguerra, come si è visto (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2019/02/immigrazione-italiana-1950-1970-3-la.html), si considerava l’emigrazione una necessità dovuta all’impossibilità di garantire la piena occupazione. Senza di essa i rischi di conflitti sociali sarebbero stati altissimi e la ripresa economica sarebbe stata compromessa. In questa ottica ne aveva parlato fin dal 1946 l’allora capo del governo Alcide De Gasperi e ne aveva discusso la Costituente. In effetti si decise di inserire la «libertà di emigrazione» e la «tutela del lavoro italiano all’estero» nella Costituzione al Titolo III riguardante i «Rapporti economici».
Si trattava, com’è facile capire, di una questione non secondaria, che nessuna forza politica e sindacale sottovalutava. Tanto è vero che i primi governi repubblicani di coalizione, a guida democristiana, avviarono subito dopo la conclusione del conflitto negoziati con diversi Paesi interessati per garantire un’emigrazione assistita. Non fu convenuto alcun accordo formale con la Svizzera perché, date le buone relazioni bilaterali, non era sembrato necessario.
Motivi economici e politici
Nel frattempo, il panorama economico e politico italiano stava mutando radicalmente. La situazione economica peggiorava. Alla fine del 1946 oltre due milioni di italiani erano iscritti nelle liste dei disoccupati e appariva necessario favorire ulteriormente l’emigrazione, soprattutto verso i Paesi vicini. Anche il quadro politico stava mutando perché, in seguito al deterioramento dei rapporti tra i partiti, soprattutto tra la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI), e all’adesione dell’Italia al blocco occidentale, De Gasperi decise di estromettere dalla maggioranza di governo i comunisti, forse sottovalutando la forte opposizione che il PCI avrebbe esercitato da quel momento su tutti i governi a guida democristiana, ergendosi a paladino delle masse operaie e dei lavoratori emigrati.
La Democrazia Cristiana (DC) evidentemente non era disposta a cedere la difesa delle masse come pure degli emigrati italiani ai comunisti. Un primo segnale fu dato già nel 1947, quando il Ministero del lavoro escluse dal reclutamento degli emigranti le Camere del lavoro, ritenute «spesso egemonizzate dal PCI», in modo che fosse direttamente il Governo, tramite i ministeri del lavoro e degli affari esteri, a gestire i contratti di lavoro e il controllo degli emigrati. Da parte sua, il PCI non mancherà di contrastare il governo su tutte le questioni importanti riguardanti gli emigrati italiani in Svizzera.
Un altro motivo della richiesta italiana alla Svizzera di aprire un negoziato sull’immigrazione dei lavoratori italiani fu senz’altro la volontà dei governi De Gasperi di attuare l’obbligo costituzionale (art. 35 della Costituzione) di tutela del lavoro italiano all’estero e quindi anche degli emigrati in Svizzera, che senza un accordo bilaterale sembrava impossibile.
A questo punto è bene ricordare che probabilmente l’ondata emigratoria dall’Italia verso la Svizzera dei primi anni del dopoguerra (153.920 immigrati in due anni su un totale di 364.430 espatri complessivi dall’Italia nel mondo) aveva dato l’impressione che fosse facile emigrare in quel Paese. Lo era, in effetti, per certi versi, attraverso il reclutamento diretto da parte delle imprese svizzere, ma anche aggirando le norme italiane sull’emigrazione. In entrambi i casi al governo italiano era impedito il controllo sistematico degli emigrati finalizzato alla loro tutela e sperava di porvi rimedio mediante un accordo sull’immigrazione con la Svizzera.

Obiettivi e speranze
Per i negoziatori italiani la possibilità concessa alle imprese svizzere di reclutare il personale di cui avevano bisogno direttamente in Italia doveva finire. Essa era stata concessa quando i canali burocratici ordinari erano poco rispondenti alle esigenze dei richiedenti, ma ora lo Stato intendeva gestire efficacemente tutto il sistema della mediazione nel mercato del lavoro, attraverso uffici di collocamento da creare almeno nei Comuni più importanti.
Nelle intenzioni del governo, anche le imprese straniere dovevano essere assoggettate al regime a cui saranno sottomesse dal 1949 le imprese italiane. Il datore di lavoro che intendeva assumere più lavoratori doveva farne richiesta agli uffici competenti indicando il numero e la qualifica richiesta (la cosiddetta chiamata numerica). Solo in casi particolari il datore di lavoro poteva inoltrare una «richiesta nominativa» o addirittura evitare di passare attraverso l’Ufficio di collocamento.
Attraverso un accordo con la Svizzera nel quale fossero precisate tutte le procedure del reclutamento e le modalità dei controlli in uscita e in entrata dei migranti, l’Italia sperava anche di eliminare o almeno limitare il fenomeno della cosiddetta «emigrazione clandestina», ma soprattutto di garantire meglio ai lavoratori italiani emigrati le tutele previste dalla Costituzione e dalle leggi italiane. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 27 marzo 2019