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19 novembre 2025

1945: Svizzera chiama Italia (seconda parte)

L’accordo italo-svizzero verbale del 1945 mostrò quasi subito il suo limite perché la Svizzera era scontenta dei ritardi con cui arrivavano i lavoratori richiesti a causa della farraginosa burocrazia italiana e l’Italia non gradiva che il reclutamento avvenisse per lo più nominalmente da parte delle imprese svizzere direttamente nelle regioni del Nord, specialmente Lombardia e Veneto, sottraendo personale qualificato alle industrie che si apprestavano alla ripresa. All'Italia però non conveniva protestare perché in quel momento sembrava prioritario ridurre i rischi della disoccupazione e questo sbocco migratorio sembrava provvidenziale, tanto più che la Svizzera guardava con interesse al mercato del lavoro italiano. Per questo la Legazione di Berna aveva autorizzato i datori di lavoro svizzeri a reclutare anche direttamente in Italia il personale di cui avevano bisogno.

L’Accordo di emigrazione del 1948

Allo scopo di «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall'Italia in Svizzera» (prevalentemente stagionale), appianare le divergenze recenti e regolare meglio i flussi (limitando, per esempio, il reclutamento individuale a vantaggio di quello collettivo tramite i canali ufficiali e col controllo della Legazione e degli uffici consolari), il governo italiano chiese alla Svizzera un accordo scritto, che sarà poi sottoscritto il 22 giugno 1948: «Accordo tra la Svizzera e l’Italia relativo all'immigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera».

Al riguardo mi sembra opportuno ricordare che l’Accordo non riguardava l’emigrazione/immigrazione italiana in Svizzera in tutte le sue forme e durata, ma solo la parte, sia pure prevalente, «stagionale» o comunque temporanea, come bene indicava il primo articolo: «Il presente accordo si applica all'immigrazione in Svizzera di mano d'opera stagionale o ammessa a titolo temporaneo».

Le autorità italiane ne erano ovviamente consapevoli e forse non dispiaciute, perché le istituzioni politiche e sindacali, anche di sinistra, erano convinte della necessità dell’emigrazione per evitare possibili conflitti sociali e nella speranza di raggiungere presto la piena occupazione, grazie agli effetti del famoso «Piano Marshall». In tal modo si sarebbe risolto il problema dell'emigrazione alla radice. 

In Svizzera, invece, soprattutto tra le associazioni italiane di sinistra, si discuterà per decenni su questa limitazione dell’immigrazione italiana, dimenticando sistematicamente che al momento della firma dell’Accordo le autorità italiane praticamente non avevano altra scelta. Del resto, molti stagionali erano  soddisfatti di poter lavorare in Svizzera qualche stagione, guadagnare, risparmiare e rimpatriare con un bel gruzzolo. E poiché sapevano che a fine stagione dovevano rientrare in Italia, è ragionevole supporre che la massa degli stagionali non pensasse minimamente d’integrarsi in questo Paese «ospite».

Quanto alle autorità svizzere, erano sicuramente soddisfatte di quell'Accordo perché non intendevano affatto liberalizzare l’immigrazione, chiedevano solo (o prevalentemente) lavoratori «stagionali» (possibilmente giovani e non sposati) e sapevano che all'Italia non dispiaceva, perché era come ossessionata dal possibile aumento della disoccupazione e di eventuali conflitti sociali e, almeno in quelle trattative, non avrebbe potuto chiedere  niente di più. Del resto, in Svizzera, l’artefice principale dell’intesa era un ex rifugiato politico, un grande antifascista, capo della Legazione italiana (dal 1953 Ambasciata), Egidio Reale (1888-1958), molto sensibile alle problematiche degli immigrati e molto stimato sia dal governo italiano che da quello svizzero.

Egidio Reale (1888-1958)
Se l’Italia non avesse avuto il problema della disoccupazione e degli esuberi, probabilmente il tema degli stagionali sarebbe stato ridimensionato o trattato diversamente o forse non si sarebbe neanche posto. La storia, però, com'è noto, non si fa con i «se». Del resto, quell'Accordo fu ben visto e approvato non solo dalla Svizzera (che grazie ad esso poteva attingere quasi a volontà a una sorta di «serbatoio» di lavoratori pronti per essere impiegati dall'economia svizzera e senza rischi d'inforestierimento, come esigevano la menzionata legge federale del 1931 e il mandato negoziale del 1945), ma anche dall'Italia (che, in quel momento, non aveva praticamente sbocco migliore alla manodopera eccedentaria, anche senza contare sulla probabile ricaduta economica in Italia delle cospicue rimesse degli emigrati).

Clandestini e irregolari

Per le stesse ragioni, non dovrebbe scandalizzare che gli impegni assunti dalla Svizzera fossero oltremodo contenuti (erano loro che chiedevano manodopera, stabilivano i requisiti e fissavano il quadro di riferimento) e dovrebbe far riflettere se, nonostante alcuni giudizi negativi di qualche associazione italiana di allora e di qualche critico isolato di oggi), dopo quell'Accordo aumentarono in Svizzera gli immigrati italiani, sia quelli regolari che quelli irregolari (ossia di persone che, per evitare le lungaggini burocratiche, arrivavano qui col semplice passaporto turistico.

Al riguardo mi sembra opportuno ricordare che si trattava di un fenomeno ben noto alle autorità, con la differenza che quelle italiane le ritenevano uscite «clandestine», mentre quelle svizzere entrate «irregolari», (facilmente) regolarizzabili. Era infatti notorio che numerose imprese svizzere cercavano manodopera e molti italiani pensavano che bastasse entrare in Svizzera per trovare un posto di lavoro, magari tramite conoscenze, per lo più compaesani o anche associazioni, Consolati, Missioni cattoliche italiane. In molti casi tuttavia la ricerca non raggiungeva lo scopo sperato e il rientro in patria era inevitabile.

Per la Svizzera, come detto, non si trattava di «clandestini», ma al massimo di «irregolari», la cui regolarizzazione non poneva in genere grandi difficoltà, a condizione che disponessero di un contratto di lavoro valido. C’era anche, fin dal 1945, una parte di immigrazione «clandestina», ma era molto esigua perché i clandestini sapevano di correre il rischio di essere individuati ed espulsi.

In conclusione: italiani venuti… perché chiamati!

Gli accenni precedenti, per quanto frammentari e sommari, lasciano facilmente intuire che l’immigrazione italiana in Svizzera nel secondo dopoguerra non sia stata affatto un’operazione semplice, ma nemmeno tanto problematica, come invece certe ricostruzioni farebbero pensare. Benché in quel periodo il lavoro abbondasse, non è affatto vero che bastava presentarsi all'ufficio del personale di un’azienda per chiedere un lavoro e ottenerlo.

In questo contesto, è comprensibile che qualche immigrato abbia riassunto la sua prima esperienza migratoria affermando di essere venuto qui come turista, in realtà con l’intenzione di cercare un lavoro e di averlo ottenuto. Ma anche in questi casi non va dimenticato che, secondo le leggi e i regolamenti esistenti allora e anche dopo, l’assunzione della manodopera estera era sempre accompagnata da una richiesta e dalla relativa autorizzazione delle autorità competenti per il rilascio dei permessi di soggiorno e la registrazione nei registri della Polizia degli stranieri (e magari «schedati»). 

In effetti, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, gli immigrati italiani sono arrivati qui a decine di migliaia (a metà degli anni Sessanta costituivano più del 50% della popolazione straniera) perché l’economia svizzera aveva assoluto bisogno di loro, erano richiesti! Quelli che sono rimasti lo hanno fatto per una loro libera scelta, si sono integrati, molti hanno acquisito la doppia cittadinanza e sono diventati a pieno titolo italiani e svizzeri con un «passato migratorio»!

Giovanni Longu

11 novembre 2025

1945: Svizzera chiama Italia (prima parte)

«A quanti sostengono ancora che l’emigrazione italiana del secondo dopoguerra fu una sorta di fuga dall'Italia di povera gente alle prese con la disoccupazione e il sottosviluppo del Mezzogiorno, alla disperata ricerca di lavoro in Svizzera, andrebbe ricordato che fu la Svizzera a richiedere contingenti di manodopera italiana prima ancora che fosse terminata la guerra». Così scrivevo in una nota sul Corriere del Ticino del 14.11.2012. Lo confermo con qualche precisazione, nell'intento di apportare alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera qualche elemento di verità in più rispetto a una diffusa narrazione fondata su alcuni pregiudizi di «storici» contemporanei, per esempio la semplificazione di una estrema facilità di trovare lavoro in Svizzera (come se non esistesse una frontiera svizzera ben controllata) o la contrapposizione insanabile tra immigrati (italiani) sfruttati e svizzeri capitalisti e sfruttatori, per altro senza alcuno sforzo di comprensione della mentalità, delle paure e delle istituzioni svizzere del secondo dopoguerra.

Situazione italiana e svizzera alla fine della guerra

L’Italia era uscita dalla guerra perdente e malconcia, con un apparato industriale semidistrutto o da convertire e comunque fortemente condizionato dalla scarsità di materie prime e di carburanti (carbone, petrolio e derivati), con più di due milioni di disoccupati soprattutto al Nord, una agricoltura arretrata e con una popolazione poco istruita (l’analfabetismo era ancora molto diffuso). Le vie d’uscita erano essenzialmente due: ottenere rapidamente aiuti esterni o emigrare. Poiché gli Alleati non approvarono l’accordo commerciale concordato tra l’Italia e la Svizzera il 10 agosto 1945, a molti italiani non rimaneva che l’alternativa di emigrare. Ma dove emigrare?

Grazie alla sua neutralità, la Svizzera, era uscita piuttosto bene dalla guerra, con un’infrastruttura industriale e commerciale efficiente e si trovò subito sommersa di richieste di beni e servizi provenienti da molte parti d’Europa, che però non riusciva a fornire. Per riuscirvi aveva urgente bisogno di accrescere la capacità industriale, di sostituire nell'agricoltura la manodopera che si era trasferita nel secondario più sicuro e meno soggetto a imprevisti, di sviluppare il terziario che reclamava anch'esso risorse umane, soprattutto nei comparti prima coperti da personale germanico.

Soprattutto le grandi aziende e le organizzazioni dei contadini, degli albergatori e degli industriali insistevano sul governo, tramite l’Ufficio federale dell'industria, delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML), perché autorizzasse il reclutamento di manodopera straniera, «l’unica al momento in grado di coprire il fabbisogno urgente di personale delle aziende».

In passato, per soddisfare esigenze di questo tipo la Svizzera aveva reclutato manodopera soprattutto nei Paesi confinanti (Germania, Austria, Francia e Italia). Ora però il mercato del lavoro di questi Paesi, ad eccezione di quello italiano, era in buona parte bloccato perché gli Alleati non lasciavano emigrare tedeschi e austriaci e la Francia era essa stessa alla ricerca di manodopera. Solo il mercato del lavoro italiano era disponibile.

Trattative facili con l’Italia

Nell'autunno del 1945 il Consiglio federale autorizzò le trattative con i vari Stati, indicando tuttavia alcuni principi inderogabili, ad esempio che la ricerca avvenisse dapprima tra i lavoratori svizzeri, che gli stranieri venissero assunti alle stesse condizioni salariali e lavorative degli svizzeri e che i governi interessati garantissero la disponibilità a riaccogliere i propri connazionali qualora non fossero stati più necessari alla Svizzera.

Anche se non compare in alcun documento ufficiale è presumibile che tra le raccomandazioni delle autorità federali ci fosse anche di fare molta attenzione alle idee politiche degli stranieri per evitare che tra gli immigrati s’infiltrassero fascisti, bolscevichi (comunisti), ricercati per reati comuni, attivisti e contestatori che avrebbero potuto creare un allarme sociale.

In questo atteggiamento delle autorità svizzere è facile vedere non solo la volontà di evitare il rischio della disoccupazione e del disagio sociale in caso di una eventuale recessione (prevista da molti economisti per l’immediato dopoguerra), ma anche l’intenzione della Confederazione di gestire direttamente (e non tramite i Cantoni) la politica migratoria in modo da garantire la «pace del lavoro» raggiunta nel 1937 e la lotta all'inforestierimento come imponeva la legge sugli stranieri del 1931. Questo significava, ad esempio, che (quasi) tutti i permessi di lavoro e di soggiorno fossero stagionali e non a tempo indeterminato.

Fin dai primi contatti con la Legazione italiana (che sarà elevata al rango di Ambasciata nel 1953) non fu difficile trovare subito un accordo informale, perché i rapporti italo-svizzeri in materia di immigrazione erano stati soprattutto nel passato (quasi sempre) buoni e durante la guerra i buoni uffici della Svizzera avevano facilitato la resa dei tedeschi in Italia («operazione Sunrise», cfr.  https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2025/11/1945-2025-80-anni-fa-loperazione-sunrise.html). E poiché era urgente per entrambe le parti che i flussi migratori cominciassero subito, si derogò dalla forma dell’accordo formale. L’UFIAML, esaminate le richieste provenienti dai vari settori (tanti muratori, tanti carpentieri, tanti contadini, ecc.), le inoltrò immediatamente alla Legazione, che a sua volta le trasmise agli organi competenti in Italia (uffici del lavoro, uffici di collocamento, ecc.).

Inizialmente le richieste furono soddisfatte con urgenza, tant'è che un primo contingente di 300 immigrate valtellinesi, destinate a sostituire la tradizionale manodopera germanica in alcuni comparti del terziario, giunse in Svizzera già nel 1945. Le richieste e i relativi permessi aumentarono negli anni successivi: nel 1946 vennero rilasciati a italiani ben 36.271 permessi di soggiorno, diventati 126.548 nel 1947, senza contare i permessi prolungati. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 11.11.2025

16 aprile 2025

1915: L’Italia in guerra (seconda parte)

L’Italia uscì vincitrice dallo scontro con l’Austria, la Germania e la Russia, ma la «vittoria» non corrispose alle attese dei nazionalisti e ai sacrifici compiuti dagli italiani. Quella vittoria fu pagata infatti a un prezzo troppo alto: quasi 1.300.000 morti tra militari (oltre 650.000) e civili (quasi 600.000), circa 450.000 mutilati permanenti (cfr. articolo precedente). La guerra fu un disastro nazionale non solo per le innumerevoli vite umane sacrificate sull'altare di un nazionalismo insensato, ma anche per lo scontento che generò tra chi aveva combattuto, chi aveva sperato in una vittoria dopo una guerra breve e con poche vittime, chi aveva fatto tanti sacrifici e si ritrovava disoccupato, più povero di prima (non solo nel Mezzogiorno, ma anche al Nord) e senza prospettive. Anche molti politici rimasero disorientati, perché il trattato di pace non aveva assegnato all'Italia tutti i territori rivendicati. Si sa, inoltre, che il malcontento degli italiani fu il «pretesto» per la presa del potere dei fascisti nel 1922.

Italiani vittoriosi, ma presto vittime del Fascismo

Durante la prima guerra mondiale furono introdotte nuove armi per maggiori massacri

Sono attribuite al generale Luigi Cadorna le parole: «già, se avessimo marciato con la Germania, nell'agosto del 1914, avremmo avuto grandissimi vantaggi…». Con una buona trattativa, Trento e Trieste avrebbero potuto essere cedute dall'Austria senza la guerra. Inoltre, la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) aveva dimostrato l’imperizia dei Comandi e contribuito a diffondersi in molte regioni italiane una preoccupante voglia di cambiamento. Nessuno sembrava credere più al futuro radioso dell’Italia che avevano preconizzato gli interventisti.

Gabriele D’Annunzio parlò di una «vittoria mutilata», perché all'Italia, che aveva sperato di ottenere Trento, Trieste e la Dalmazia, gli alleati negarono la Dalmazia. Francia e Inghilterra temevano l’espansionismo italiano nell'Adriatico. Anche la distruzione dell’Impero austro-ungarico, inizialmente non voluto, divenne fonte di preoccupazione per le inevitabili lotte nazionalistiche in Europa.

Inoltre, la vittoria non contribuì a migliorare l’immagine dell’Italia nel mondo, perché fu considerata da molti inaffidabile, anzi «traditrice», perché aveva abbandonato la Triplice Alleanza (con l’Austria e la Germania) e si era schierata con gli avversari.

Infine, anche le condizioni di pace subite dalla Germania non promettevano niente di buono. Come avrebbero reagito i tedeschi alla riduzione massiccia dell’esercito (che non doveva superare le 100.000 unità) e della marina militare, alla rinuncia all'aviazione militare, all'imposizione di ingenti debiti di guerra (circa 132 miliardi di marchi oro), alla cessione di tutte le colonie e alla cessione di  alcuni territori a favore di altri Stati, tra cui Belgio, Francia, Danimarca e Polonia?

Povertà dilagante e tragedia dell’emigrazione

Sergio Romano
A questi segnali se ne aggiungeva un altro che interessava molte più persone: la crescente povertà. La guerra aveva impoverito l’Italia (soprattutto il Mezzogiorno), il costo della vita era aumentato del 40-50%, il potere d’acquisto di una famiglia operaia era diminuito di più del 30%, era aumentata la dipendenza dagli alleati (specialmente dall'Inghilterra e, dalla loro entrata in guerra nel 1917, dagli Stati Uniti) per gli approvvigionamenti alimentari, industriali e finanziari. La prospettiva dell’emigrazione era presa in seria considerazione, soprattutto da chi era dovuto rientrare in Italia per il servizio militare.

Ricordando questo anniversario, non si può evitare di ricordare anche un aspetto perverso della prima guerra mondiale di cui si parla poco, che ha coinvolto centinaia di migliaia di emigrati in Europa. Secondo Sergio Romano, «la guerra, per l’Italia, fu anzitutto la tragedia dell’emigrazione». Infatti, quando l’Italia, allora ancora nella Triplice Alleanza, decise la non belligeranza, centinaia di migliaia di italiani emigrati in Francia, Belgio e Germania, per paura di rappresaglie fuggirono disordinatamente per rientrare in Italia passando spesso in treni molto affollati attraverso la Svizzera.

Anche dalla Svizzera molti immigrati italiani decisero di rientrare perché richiamati o volontariamente. La loro partenza creò non pochi disagi a molte imprese dov'erano impiegati, ma anche alle loro famiglie perché si ridussero drasticamente le rimesse (dai 24.803.363 franchi del 1913 agli 11.771.376 franchi del 1914 e ad appena 5.548.851 franchi nel 1915). Inoltre, i partenti non avevano alcuna garanzia di riavere lo stesso posto di lavoro al loro eventuale ritorno a guerra finita, anzi, coloro che riuscirono a ritornare dovettero affrontare nuove difficoltà perché nel frattempo era cresciuta la xenofobia e la Confederazione aveva adottato misure più restrittive per gli ingressi.

Giovanni Longu
Berna 16.04.2025

02 marzo 2025

Ricordo di Giorgio Cenni (1)

 

Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio 2025 è deceduto in un ospedale di Genova per arresto cardiaco Giorgio Cenni, figura storica dell’immigrazione italiana in Svizzera. Da diversi anni risiedeva a Genova, ma gran parte della vita attiva l’aveva trascorsa a Berna. E’ stato ispiratore, anima e direttore geniale del CISAP (Centro italo-svizzero di formazione professionale) per quasi trent’anni e molti ex insegnanti ed ex allievi lo ricordano per le idee innovative, la forza d’animo con cui cercava di realizzarle e per i valori che riusciva a trasmettere. Fu un grande sostenitore della formazione professionale e del diritto degli immigrati alla cultura come fondamento della loro dignità, della loro integrazione sociale, del loro successo professionale.

Nel dare la triste notizia della scomparsa di Giorgio Cenni (1927-2025), mi ripromettevo di fornire di lui un ampio ritratto in un successivo intervento, nella convinzione che il personaggio lo meriti, essendo stato un autentico protagonista della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, avendo contribuito ad accentuare la dinamica del cambiamento radicale avviato negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Lo faccio volentieri non solo per la grande conoscenza che ho di lui in virtù della lunga frequentazione privata (famigliare) e professionale (quasi ventennale, al CISAP), ma anche per aver contribuito all’elaborazione di quella «filosofia» che ha orientato sempre le sue azioni, le modalità di approccio alle complesse realtà svizzere e italiane, la sua inesauribile progettualità, i tentativi di raggiungere i risultati sperati, le sue manifeste o velate ambizioni e frustrazioni.

Ovviamente i limiti di questo ritratto sono quelli dell’ambito professionale, anche perché è sotto questo aspetto che Giorgio Cenni è conosciuto e merita di essere ricordato in Svizzera. Non si tratta però di una biografia e ancor meno della storia del CISAP, che richiederebbero ben più ampio spazio, ma di un profilo sintetico di una persona che durante quattro decenni è stato oltre che un testimone del suo tempo, un sensibile interprete dei bisogni della società immigrata e un abile, serio e lungimirante creatore di opportunità per lo sviluppo qualitativo di migliaia di persone. Per maggiori informazioni sarà indicata alla fine di questi articoli una succinta bibliografia.

La notorietà di Giorgio Cenni è legata soprattutto al CISAP, un centro di formazione professionale molto particolare, che inizialmente ha rappresentato un modello e la direzione da seguire nel campo dell’integrazione professionale e sociale della popolazione immigrata, ma non va dimenticato che negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del secolo scorso Cenni è stato anche un protagonista influente della vita associativa, promuovendo incontri, associazioni, esposizioni, congressi e l’avvicinamento tra istituzioni e immigrati. E’ stato pure un pioniere convinto e lungimirante della collaborazione italo-svizzera in campo sindacale, sociale e professionale, aprendo in questo settore nuove vie e prospettive. Dei vari aspetti cercherò di seguito di evidenziarne solo alcuni, perché la ricchezza del personaggio e la contingenza di una breve presentazione non consentono di trattarli tutti con l’attenzione e la profondità che meritano.

Il debito della solidarietà

Giorgio Cenni venne a Berna nel 1957 per lavorare come meccanico qualificato in una grande fabbrica di telecomunicazioni di Berna, l’Hasler AG. Nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera in quegli anni si registrava un numero crescente di «treni della speranza» che trasportavano in massa, dal Nord come dal Sud Italia, decine di migliaia di connazionali da impiegare soprattutto come manovali nell’industria e nell’edilizia svizzere, allora in grande sviluppo e avide di manodopera sia qualificata che senza alcuna qualifica. Lui, provetto meccanico e abile sindacalista, con una grande esperienza professionale alle spalle e la prospettiva di una discreta carriera nel settore meccanico, non tardò ad accorgersi che in Svizzera i connazionali esercitavano quasi unicamente funzioni subalterne e mal retribuite, attività di manovalanza in condizioni precarie e talvolta proibitive.


Cominciò subito a pensare che se solidarietà doveva esserci tra gli operai, una forma possibile ed efficace doveva essere quella di aiutare coloro che ne erano sprovvisti ad acquisire le conoscenze professionali necessarie per poter svolgere attività qualificate e sottrarsi alla totale dipendenza da chi le possedeva e al ruolo anonimo di semplice forza lavoro, relativamente a buon mercato e facile da spostare secondo i bisogni.

L’idea era semplice, la sua realizzazione tutt’altro che facile. Ma Giorgio Cenni non si sottrasse alla complessità dell’impresa che gli sembrava non solo utile ai futuri beneficiari, ma anche doverosa, per senso di solidarietà, per chi come lui aveva avuto l’opportunità, anche in tempo di guerra, di apprendere per bene un mestiere e di poterlo esercitare in seguito con profitto. Del resto, anche a Berna non erano pochi gli italiani giunti nei primi anni Cinquanta, soprattutto dalle regioni del Nord Italia, che nel frattempo si erano «impadroniti» del mestiere che esercitavano, acquisendo sul campo le basi teoriche e pratiche che normalmente si apprendono durante l’apprendistato. Proponendo loro in maniera convincente i progetti, probabilmente nessuno avrebbe negato il proprio contributo. Ma le variabili della riuscita dei corsi erano ancora molte e andavano esplorate con attenzione.

Per questo, come risulta dalla documentazione disponibile e da conversazioni private, in quegli anni Giorgio Cenni si attivò moltissimo per attrarre su quei progetti formativi il più ampio consenso possibile. Gli riuscì abbastanza facilmente ottenere l’apprezzamento dell’Ambasciata e del Consolato d’Italia, molto favorevoli a quel tipo di iniziative. Per sensibilizzare la collettività immigrata ricostituì (marzo 1961) insieme ad altri connazionali la Colonia Libera Italiana (CLI) di Berna (perché quella fondata nell’immediato dopoguerra si era praticamente sciolta), ritenendo che in quel momento solo le Colonie Libere (ancor più delle Missioni cattoliche italiane) erano in grado di ottenere ampi consensi tra gli immigrati.

Cenni se ne rese conto negli anni in cui presiedeva la commissione culturale della CLI, perché tutte le iniziative organizzate erano ben frequentate, dalle partite di calcio (della squadra Audax) agli spettacoli della filodrammatica, dalle conferenze ai corsi di lingua tedesca, ecc. E fu in questo ambiente così favorevole che Cenni organizzò i primi corsi o «corsetti» professionali (matematica, lettura del disegno, ecc.) sotto l’egida della CLI di Berna. La riuscita di ogni iniziativa generava nei dirigenti della Colonia e in particolare in Giorgio Cenni non solo soddisfazioni, ma anche la convinzione che per soddisfare i tanti bisogni degli immigrati si dovesse fare di più e meglio. Ad accrescerla contribuivano anche i numerosi attestati di stima della stampa locale, della radio e della televisione, il plauso delle autorità italiane, ma soprattutto le richieste dei lavoratori e l’interesse a quelle iniziative da parte dei sindacati, specialmente della FLMO.

A confermare le buone intenzioni di Giorgio Cenni nel campo della formazione professionale fu soprattutto la riuscita di un corso di telefonia particolarmente impegnativo, della durata eccezionale di ben quattro semestri, da tenersi in locali adeguati e in italiano. Per i locali si chiese ed ottenne la collaborazione della Gewerbeschule (scuola professionale) che li mise a disposizione e, per l’insegnamento in italiano, la direzione delle PTT fece venire appositamente dal Ticino un insegnante specializzato dal Ticino. Quel corso rappresentò un grande successo non solo per chi l’aveva frequentato, ma anche per gli organizzatori e la stessa Gewerbeschule, che ne trassero proficui insegnamenti. Soprattutto Cenni si convinse che per realizzare qualcosa di complesso e impegnativo erano indispensabili una struttura adeguata, una stretta collaborazione con le autorità sia italiane (già convinte sostenitrici di quelle iniziative) che svizzere (comunali, cantonali e federali), la partecipazione attiva della collettività italiana.


Man mano che le iniziative si moltiplicavano e il bisogno della formazione professionale emergeva chiaramente, cresceva anche il convincimento di Giorno Cenni che per dare risposte efficaci e durevoli la struttura adeguata necessaria non poteva essere garantita dalla CLI, fra l’altro molto caratterizzata politicamente e in alcuni ambienti sospettata di influenze comuniste. Per organizzare corsi all’altezza dei bisogni dell’economia allora in grande espansione e in piena trasformazione occorreva una struttura adeguata con locali non occasionali (tipo sale nei ristoranti), officine ben equipaggiate con macchinari e strutture idonee, insegnanti competenti e istruttori con grande esperienza, ma soprattutto il sostegno delle autorità sia italiane che svizzere e una stretta collaborazione del mondo sindacale. Ne parlava con tale entusiasmo, secondo una cronaca, che per chi lo ascoltava sapeva di utopia, ma alla fine riusciva a convincere anche i più scettici.

Le idee erano molto chiare, ma Cenni, realisticamente, non sottovalutava le difficoltà che la nuova struttura avrebbe probabilmente incontrato in fase di realizzazione, tanto più che all’interno della CLI di Berna cominciò a manifestarsi una certa tensione tra chi riteneva che la nuova struttura dovesse restare all’interno delle Colonie dov’era stata concepita e portata a maturazione e chi riteneva che occorresse fare un salto di qualità e la CLI non fosse in grado di farlo. La separazione divenne inevitabile. (Segue)



22 febbraio 2023

L’immigrazione italiana in Svizzera non è finita

La settimana scorsa è stato presentato a Berna presso la Missione cattolica di lingua italiana il «Rapporto Italiani nel mondo 2022» della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana. Oltre a molti dati sugli italiani nel mondo (5.806.068 al 1° gennaio 2022), sono stati forniti e analizzati anche dati specifici sugli italiani in Svizzera. Prendo lo spunto da questo evento per proporre alcune domande e qualche considerazione soprattutto in relazione alla popolazione italiana in Svizzera.

Migrazione italiana in generale

Nonostante la cura terminologica dei redattori del Rapporto è inevitabile che nelle trattazioni del tema migratorio si ricorra a generalizzazioni che rischiano di sminuire la ricchezza dei particolari. La stessa espressione «italiani nel mondo» o «italiani all'estero» potrebbe far pensare a una parte consistente di popolazione italiana abbastanza omogenea, sebbene dislocata in ogni parte del mondo e in contesti tra loro molto differenti. Il Rapporto tiene conto del rischio e fornisce numerose informazioni di tipo statistico e analitico offrendo una panoramica interessante sulla situazione degli italiani nel mondo, anche se sotto qualche aspetto lacunosa, ma non riesce a eliminare tutte le perplessità.

Nel Rapporto, infatti, a mio parere non emergono chiaramente alcuni aspetti della situazione quali la ragione fondamentale del perché così tanti italiani si trovino all'estero, la complessità della popolazione italiana (prima, seconda, terza… generazione, vecchi immigrati e nuovi immigrati, nati in Italia e nati nel Paese ospite, con la sola cittadinanza italiana o con una doppia cittadinanza …), le differenti problematiche riguardanti i vari gruppi, i rapporti tra «emigrati» e «italiani di origine migratoria» (o, come dice il Rapporto, «con background migratorio»).

Da quando il saldo migratorio (espatri meno rimpatri) degli italiani all'estero è ritornato positivo, ossia dal 2006-2007, il numero degli iscritti all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) è notevolmente cresciuto (da 3.106.251 a 5.806.068), ma proporzionalmente è cresciuto ancora di più il numero degli italiani nati all'estero (quindi non emigrati!) passati da 869 mila a 2.321.402. Questi dati esprimono una tendenza irreversibile? Con quali conseguenze?

Nella prospettiva di una tendenza consolidata, appare evidente che la seconda generazione e ancor più le successive generazioni faranno cambiare radicalmente il profilo complessivo degli italiani all'estero. Se poi si aggiunge che in tutti i Paesi si tende a favorire la naturalizzazione dei nati nei rispettivi territori, è ipotizzabile che l’integrazione nella lingua, nella cultura e nella società locale faccia attenuare progressivamente fino alla loro scomparsa la memoria storica dell’emigrazione/immigrazione italiana e le caratteristiche fondamentali dell’italianità?

Migrazione verso la Svizzera

Il Rapporto 2022 della Fondazione Migrantes comincia con questo richiamo: «Si era soliti affermare che l’Italia da Paese di emigrazione si è trasformato negli anni in Paese di immigrazione: questa frase non è mai stata vera e, a maggior ragione, non lo è adesso perché smentita dai dati e dai fatti. Dall'Italia non si è mai smesso di partire …». L’osservazione è generale, ma è pertinente anche per i flussi tra l’Italia e la Svizzera, che non si sono mai interrotti, anche se dagli anni Settanta il tasso migratorio è rimasto negativo fino al 2007, quando è ridiventato positivo. La situazione nel frattempo è notevolmente cambiata ed è difficile prevederne l’ulteriore sviluppo. Qualche dato può aiutare però nell'impresa.

Secondo le statistiche svizzere (che considerano i naturalizzati solo svizzeri), la popolazione residente italiana cresceva, dal dopoguerra agli anni Settanta, soprattutto grazie ai nuovi immigrati. Dal 1970 il maggiore apporto proveniva dall'incremento naturale, quando i nati in Svizzera costituivano dal 22,9% (nel 1970, su una popolazione di 583.850 persone) al 37,5% (nel 2010, su 287.130 persone) degli italiani. Dal 2010, invece, si osserva nuovamente una regressione dell’incremento naturale, sceso nel 2021 al 29,5% (su 328.252 persone).

Certamente questa tendenza non riproporrà più la situazione migratoria della seconda metà del secolo scorso, ma potrebbe influire sulla dinamica evolutiva della popolazione italiana residente e sulle prospettive dell’italianità svizzera, soprattutto se il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) riuscirà ad arrestare i flussi emigratori e persino a richiamare in Italia molti italiani con formazioni elevate espatriati per motivi professionali o per migliorare la qualità della vita. Il momento è interessante e merita di essere seguito con attenzione, perché l’immigrazione italiana in Svizzera non è finita, ma si trasforma.

Giovanni Longu
Berna, 22.02.2023

 


 

15 febbraio 2023

Immigrazione italiana 1868-2000: 32. Considerazioni finali: 10. Una storia a lieto fine!

Con questo articolo termina la trattazione sistematica della lunga storia dell’immigrazione «regolare» italiana in Svizzera, iniziata col Trattato di domicilio e consolare del 22 luglio 1868 tra la Confederazione e l’Italia, e finita, nella sua forma tradizionale, con l’entrata in vigore il 1° giugno 2002 dell'Accordo del 21 giugno 1999 sulla libera circolazione delle persone tra la Confederazione Svizzera (CH) e l'Unione Europea (EU). L’elemento di continuità di questa storia era annunciato nell'articolo 1 del Trattato del 1868: assicurare la libera circolazione dei cittadini italiani e svizzeri nei due Paesi contraenti («libertà reciproca di domicilio e di commercio») nello spirito di una «amicizia perpetua» tra la Confederazione e il Regno d’Italia. Che si tratti di una storia a lieto fine lo si desume sia dal fatto che quel Trattato è tutt'ora in vigore, addirittura rafforzato dall'Accordo CH-UE del 1999 sulla libera circolazione delle persone, e sia dal fatto che la collettività italiana e italo-svizzera è ancora in crescita.

Interesse reciproco

Molte immagini dell’immigrazione italiana sono legate ai grandi trafori ferroviari, alla costruzione
delle dighe e all'edilizia, ma gli italiani hanno partecipato alla trasformazione dell'intera Svizzera.

La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera era iniziata nel modo migliore possibile perché rispondeva a due principi fondamentali: la condivisione dei valori del due contraenti e l’interesse reciproco. Il Trattato del 1868 fu infatti stipulato perché i due Paesi contraenti erano mossi dal desiderio di «mantenere e rassodare le relazioni d’amicizia che stanno fra le due nazioni e dare mediante nuove e più liberali stipulazioni più ampio sviluppo ai rapporti di buon vicinato tra i cittadini dei due paesi».

Che di fatto la principale beneficiaria sia stata la Svizzera è fuori discussione. Basti pensare alla realizzazione della fitta rete ferroviaria (Ottocento e inizio Novecento) a cui gli italiani hanno partecipato in misura preponderante, alla sistemazione urbanistica delle principali città svizzere, alla formazione e al rinnovo del ricco patrimonio edilizio (fino a pochi decenni fa, alla realizzazione dell’imponente infrastruttura energetica (grandi dighe e centrali idroelettriche), alla partecipazione consistente nel sistema produttivo e commerciale svizzero. Ovunque, nelle fabbriche, sui cantieri, nei servizi gli italiani sono sempre stati richiesti e stimati.

Tuttavia, anche l’Italia, gli immigrati italiani e i loro discendenti hanno beneficiato largamente dell’esperienza migratoria (cfr. in proposito gli articoli dal 21.12.2022 al 18.1.2223). Non va infatti dimenticato che molti di essi, prima dell’emigrazione, avevano scarse prospettive di un futuro occupazionale sicuro e sereno. Nell'emigrazione hanno trovato sicurezza e prosperità per sé e per le loro famiglie.

«Uniformarsi alle leggi del Paese»

Quando agli inizi del secolo scorso si diceva che gli italiani trovavano facilmente lavoro perché erano disposti ad accettare salari inferiori a quelli pretesi dagli svizzeri si mentiva, perché gli italiani sono stati sempre in prima fila nelle rivendicazioni per salari giusti e per la sicurezza sul posto di lavoro, ma erano anche molto attivi nell'autoprotezione (creando associazioni di mutuo soccorso in tutte le principali città con un numero importante di lavoratori) e nella creazione di imprese proprie soprattutto nel ramo edile (molte sono ancora attive), ma anche nella ristorazione e nella vendita (generi alimentari e prodotti italiani).

L’immigrazione italiana in Svizzera incontrò talvolta grosse difficoltà (xenofobia, lavori pericolosi, incidenti mortali, eccessiva rigidità nella concessione e trasformazione dei permessi, ecc.), ma talvolta sono stati gli stessi immigrati a non volersi «uniformare alle leggi del Paese», ossia l’unica condizione importante prevista dal Trattato del 1868 per «entrare liberamente, viaggiare, soggiornare e stabilirsi in qualsivoglia parte dei territorio, senza che per i passaporti e per i permessi di dimora e per l’esercizio di loro professione siano sottoposti a tassa alcuna, onere o condizione fuor di quelle cui sottostanno i nazionali» (art. 1, cpv. 3).

Al netto delle difficoltà, delle disgrazie, delle rinunce e dei sacrifici, l’immigrazione italiana in Svizzera è stata una grande opportunità anche per i diretti interessati. Uniformandosi alle leggi del Paese, non solo hanno potuto godere fino in fondo i benefici diretti dei contratti di lavoro, del sostegno sindacale e della solidarietà di molti, ma sono riusciti a migliorare costantemente le loro condizioni salariali, di alloggio e di vita, a partecipare attivamente alla vita sociale e a contribuire a tutti i livelli alla prosperità comune.

Uniformandosi alle leggi del Paese, gli italiani hanno potuto sviluppare anche una rete ricca e variegata di associazioni di ogni genere e hanno potuto incidere profondamente in vari modi nel costume, nella cultura, nel panorama religioso, nella vita politica ed economica di questo Paese. Approfittando di una lungimirante e chiara politica d’integrazione degli stranieri, soprattutto le seconde generazioni hanno avuto la possibilità di condurre in Svizzera una vita «normale», di seguire una scolarità «regolare», di beneficiare di una formazione professionale efficace e, in generale, corrispondente alle possibilità e aspirazioni dei giovani interessati.

Conservare …

La caduta dell’obbligo di rinunciare alla precedente nazionalità al momento di acquisire quella svizzera (dal 1° gennaio 1992) ha aperto inoltre nuovi orizzonti a quanti desideravano la pienezza dei diritti politici anche in questo Paese. Da allora il numero dei doppi cittadini italiani e svizzeri è in continua crescita e aumentano anche gli eletti nei legislativi ed esecutivi federale, cantonali e comunali. E’ su di loro che incombe prevalentemente la responsabilità di conservare, valorizzare e sviluppare la ricca eredità d’italianità lasciata dagli immigrati in questo Paese, ma anche gli svizzeri si rendono conto che questo dovrebbe essere un compito comune per la conservazione e la valorizzazione dell’identità svizzera.

Tra la Svizzera e l'Italia «vi sarà amicizia perpetua» (Trattato 1868, art. 1)
Col venir meno delle grandi ondate immigratorie dall'Italia, nei primi anni 2000 si pensava che la lingua italiana fosse in via di estinzione fuori della Svizzera italiana e avrebbe indebolito notevolmente l’italianità. Per fortuna non è così perché la comunità italofona è ancora importante, anche fuori del Ticino e la lingua italiana conserva una massa critica rilevante attorno all'8 per cento su scala nazionale. Inoltre, dal 2006 è nuovamente positivo il saldo migratorio degli italiani in Svizzera (dopo essere stato per decenni negativo), ossia gli italiani che vengono dall'Italia sono più numerosi di quelli che vi ritornano. La collettività italofona si rafforza non solo in Ticino ma anche in altri Cantoni (per es. Zurigo, Vaud, Berna).

Si può anche notare che la maggioranza dei nuovi immigrati italiani non proviene più, come avveniva nel secolo scorso, dalle regioni meridionali d’Italia, ma dal centro-nord. Inoltre tra i nuovi immigrati è sempre più elevato il numero di coloro che hanno una formazione di grado terziario. Se prima degli anni Novanta la loro proporzione non superava il 5%, nel 2000 era già del 33% e nel 2020 del 52% (con una netta prevalenza di donne laureate).

… e sviluppare

... guardando verso un'Europa più integrata!
Il crescente sviluppo delle naturalizzazioni, il rientro in Italia di immigrati pensionati con formazioni e livelli di qualifica medio-bassi e l’arrivo di nuovi immigrati con formazioni medio-alte che facilitano l’integrazione lavorativa e sociale avranno sicuramente un impatto notevole sulla struttura e sull'organizzazione della collettività italiana presente in Svizzera nei prossimi anni e decenni, ponendo interrogativi ineludibili. Per esempio, sarà più «italiana» o più «svizzera»? Come sarà strutturata e organizzata? Quali saranno le nuove forme di rappresentanza che deciderà di darsi?

Questi e simili interrogativi sono legittimi perché molto probabilmente gran parte delle organizzazioni tradizionali scompariranno o si modificheranno radicalmente (associazioni, gruppi d’interesse), saranno diversi i rapporti con le rappresentanze diplomatiche e consolari (già oggi ridotte ad alcune esigenze burocratiche e alcune ricorrenze simboliche) e persino con le organizzazioni religiose (anche le parrocchie svizzere e le missioni cattoliche fortemente legate alla tradizione dovranno tenerne conto). Cambieranno probabilmente anche i sentimenti e i rapporti sia verso l’Italia che verso la Svizzera. A vantaggio di nuovi rapporti verso un’Europa più integrata?

Com'è facile osservare, oggi non è possibile dare risposte plausibili a questi interrogativi perché i cambiamenti sono in atto, ma ritengo perlomeno auspicabile che il meglio della tradizione migratoria italiana venga conservato nella memoria collettiva italiana e svizzera, che si rafforzi quello spirito di «amicizia perpetua» tra l’Italia e la Svizzera che fu alla base del Trattato del 1868 e della lunga e fruttuosa collaborazione italo-svizzera in materia, che i valori (personali, familiari, sociali…) di cui furono portatori gli immigrati siano mantenuti e sviluppati in Europa e nel mondo. (Fine)

Giovanni Longu
Berna, 15.02.2023

08 febbraio 2023

Immigrazione italiana 1946-2000: 31. Considerazioni finali: 9. Enti di rappresentanza

Nell'articolo precedente si è cominciato a passare in rassegna le istituzioni di rappresentanza della collettività italiana residente in Svizzera, allo scopo di indicarne il «peso» nel contesto della valorizzazione del patrimonio ideale lasciato dagli immigrati italiani e dell’auspicabile sviluppo dell’italianità in questo Paese. Si è giustamente cominciato dall’Ambasciata perché ad essa spetta il peso preponderante e perché ad essa fanno riferimento diretto o indiretto tutte le altre. Del resto è notorio che il peso politico e pratico di queste è minimo, a cominciare dai rappresentanti degli italiani all'estero eletti nel Parlamento della Repubblica (due eletti proprio in Svizzera). Il CGIE potrebbe avere maggior peso essendo costituito da rappresentanti delle comunità italiane sparse nel mondo, ma è un organo di consulenza del Governo e del Parlamento, in grado di esprimere solo pareri non vincolanti. Anche i membri dei Comites potrebbero costituire una forza importante perché per legge sono «organi di rappresentanza degli italiani all'estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari», ma sono spesso disorientati e scarsamente rappresentativi.

Parlamentari eletti all'estero: inutili?

Nonostante il diritto di voto all'estero, gli italiani ne fanno un uso scarso
  ... come se non interessasse! In Svizzera non è mai stata eletta una donna!
I parlamentari eletti all'estero avrebbero potuto rappresentare un’importante espressione delle collettività italiane sparse nel mondo se fossero stati eletti con la stessa proporzionalità applicata in Italia e con un programma elettorale incentrato sulle problematiche e sulle aspettative degli emigrati e dei loro discendenti. Invece la loro elezione avviene con una proporzionalità ridotta e su programmi eterogenei.

Poiché attualmente il loro numero esiguo è espressione solo di piccole minoranze poco rappresentative e per di più di colore politico opposto (maggioranza e opposizione), la loro efficacia è vicina allo zero, tanto da legittimare la domanda se sia il caso di continuare ad eleggere parlamentari ininfluenti. Il risparmio che ne deriverebbe potrebbe essere investito più utilmente in altre rappresentanze più vicine agli italiani residenti all'estero e alle loro problematiche.

Gli eletti naturalmente continueranno a ritenersi indispensabili per dar voce ai milioni di italiani all'estero, ma sanno benissimo che non è così. Un esempio significativo è stato fornito da uno dei due eletti in Svizzera, Toni Ricciardi (PD), che si è vantato di aver riproposto all'attenzione del governo il tema dell’esenzione dell’IMU (Imposta Municipale Unica) sulla prima casa, come se la maggioranza degli italiani residenti all'estero avesse una casa in Italia e non esistessero altre rivendicazioni importanti per la loro vita nel Paese d’immigrazione, per esempio nel campo dell’assistenza, della scuola, della formazione professionale, dell’integrazione, del turismo, del sostegno all'italianità, ecc.

Come Toni Ricciardi anche gli altri eletti all'estero, tanto gli appartenenti alla maggioranza che quelli dell’opposizione, rappresentano di fatto poco più di se stessi e farebbero meglio, se fosse possibile, a dimenticare l’appartenenza partitica e a unire le forze per rivendicare efficacemente soluzioni a qualcuno dei problemi comuni che gli italiani all'estero vivono quotidianamente.

Un CGIE meno politicizzato e più forte

Il CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero) è forse lo strumento centrale che potrebbe rappresentare meglio gli italiani all'estero. Il condizionale è dovuto al suo condizionamento da parte della politica e alla sua scarsa rappresentatività. Basti pensare che su 63 Consiglieri, 20 sono nominati dal governo, ma già al momento delle elezioni all'estero gli altri 43 devono fare i conti con i partiti politici e le grandi organizzazioni politicizzate, che hanno in mano la macchina elettorale più capillare ed efficace degli italiani all'estero.

Il CGIE è poco rappresentativo: le donne all'estero vi sono
rappresentate al 19% (quelle residenti in Svizzera al 16,6%).
Ipotizzando un’elezione diretta e democratica di tutti i componenti del CGIE, con una specie di vincolo morale degli eletti a rappresentare esclusivamente gli interessi degli italiani all'estero senza vincoli partitici nazionali, ne deriverebbe un organismo enormemente più rappresentativo (un piccolo parlamento), con una massa critica notevole che lo renderebbe ben più efficace. Il suo punto di vista non potrebbe essere né ignorato né snobbato sia dal Governo che dal Parlamento. Forse proprio per questo un rafforzamento del parlamentino degli italiani all'estero non è all'ordine del giorno. Del resto, contestualmente, si dovrebbe ripensare anche la modalità di elezione dei suoi membri, riformulare i suoi compiti, istituzionalizzarlo come organo permanente dello Stato, ecc.

Va anche aggiunto che un organismo così eletto e funzionante renderebbe inevitabilmente inutile l’elezione dei parlamentari della Circoscrizione Estero, per cui l’idea di un più efficiente CGIE potrebbe avere pochi sostenitori anche tra le organizzazioni politiche o politicizzate degli italiani all'estero. Pertanto non è nemmeno pensabile, allo stato attuale, organizzare un movimento trasversale per l’abolizione della Circoscrizione Estero e il rafforzamento del CGIE come organismo nazionale di rappresentanza degli italiani all'estero. E questo spiega forse a sufficienza perché si preferisca, di fatto, avere due organismi deboli piuttosto che uno forte, mantenere lo status quo, ossia l’indifferenza diffusa, piuttosto che impegnarsi in una riforma dall'esito incerto, convivere pacificamente… e ignorarsi reciprocamente.

Comites magari più efficienti

Una tale situazione, tuttavia, non è detto che tranquillizzi tutti, che vada bene a tutti. Anzi, in alcune circoscrizioni consolari si levano sempre più frequentemente voci critiche a riguardo dei servizi consolari, dei tagli ai contributi per la formazione e la cultura, dell’assistenza, ecc.

Recentemente è scoppiato anche il caso dei «corsi di lingua e cultura italiana» perché in alcune località importanti, per esempio a Berna e a San Gallo, i corsi sembrano sospesi e gli insegnanti lasciati senza stipendio da mesi a causa del mancato versamento dei contributi dello Stato italiano, dovuto a sua volta a presunte inadempienze amministrative di alcuni enti gestori dei corsi. «A farne le spese - si poteva leggere già a novembre su tvsvizzera.it - sono i numerosi/e scolari/e - non solo quelli/e di origine italiana - che desiderano perfezionare le loro conoscenze dell’idioma di Dante, e ora sono costretti/e nelle due città citate a far capo ad altri istituti o a ricorrere a insegnamenti privati».

Comites poco efficienti perché poco rappresentativi?

Ciò che maggiormente salta agli occhi in questa vicenda è la leggerezza con cui i vari organismi competenti sembrano trattare un tema così delicato e fondamentale come la diffusione della lingua e della cultura italiana specialmente tra gli italiani di origine migratoria. E poiché i Comites (Comitati degli Italiani all’Estero) in questa materia hanno competenze e responsabilità importanti viene da chiedersi a che servono davvero questi organismi di rappresentanza se non riescono nemmeno a garantire un servizio primario ai piccoli italiani.

Tutto colpa dei Comites interessati? Certamente no, anche perché la realtà appare piuttosto seria e complessa, non sono sempre chiare le competenze e spesso mancano le risorse finanziarie per trovare alternative. Potrebbero però fare di più, per esempio informando e mobilitando l’opinione pubblica, richiedendo l’intervento dei Consoli, dell’Ambasciatore, del CGIE, dei parlamentari eletti all'estero, delle forze politiche più sensibili alle tematiche degli italiani all'estero, denunciando il danno d’immagine all'Italia e il mancato contributo all'italianità, ecc.

Quanto al presunto mancato versamento dei contributi statali, a prescindere dalle motivazioni e dalle responsabilità (da verificare urgentemente), si deve anche ritenere che non c’è ragione d’interrompere un servizio promesso e garantito, tanto più che ogni allievo oggi è tenuto a versare un piccolo contributo. Lo Stato per primo deve dare prova di coerenza, ma forse lo Stato, nei confronti degli italiani all'estero, è spesso indifferente, incoerente, senza progetti e senza visioni. Ma anche i cosiddetti organismi di rappresentanza dovrebbero impedire l’aggravarsi della situazione.

E allora?

Allora qualche considerazione finale va pure fatta su queste rappresentanze, ma sarà rimandata per questione di spazio al prossimo articolo. Nei precedenti articoli sono emersi numerosi interrogativi sul presente e soprattutto sul futuro degli italiani residenti in Svizzera, ma le risposte date, talvolta complesse e aperte, meritano almeno un tentativo di unificazione. Non si può infatti rinunciare a ipotizzare una specie di prolungamento ideale e reale della lunga storia dell’immigrazione italiana in Svizzera né a spingere lo sguardo al di là dell’orizzonte. Per questo nel prossimo articolo cercherò di indicare in che direzione sembra muoversi questa realtà fluida e in continua trasformazione. Cercare di individuarne il senso mi sembra una buona conclusione di questa lunga trattazione. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 8.2.2023

01 febbraio 2023

Immigrazione italiana 1946-2000: 30. Considerazioni finali: 8. «Italiani all'estero»? (seconda parte)

In questo articolo comincerò a rispondere alle varie domande indicate in quello precedente, con una avvertenza: sia le domande che le risposte sono formulate non con intento polemico, né verso persone né verso istituzioni, ma con una duplice finalità propositiva. Una mira a ricordare, conservare e valorizzare il patrimonio ideale lasciato dagli immigrati italiani in Svizzera in oltre un secolo e mezzo di lavoro, di passione e di speranze; l’altra aspira a rafforzare e possibilmente a sviluppare l’italianità diffusa in questo Paese (lingua, cultura, umanesimo, visione del mondo) a beneficio della popolazione residente (prosperità comune), ma anche dell’Italia (relazioni bilaterali). Per raggiungere questi obiettivi è necessario coinvolgere istituzioni e persone di entrambi i Paesi. La collaborazione è fondamentale.

Eredità preziosa da valorizzare

Berna, Ambasciata d’Italia – Residenza dell’ambasciatore
Il presupposto principale di queste considerazioni è la consapevolezza di aver ricevuto dai milioni di lavoratori italiani che si sono succeduti nelle varie ondate immigratorie e dai loro successori nati e cresciuti in questo Paese una complessa eredità da non dissipare. Si tratta di beni soprattutto immateriali che essi hanno aggiunto alla popolazione indigena non solo sotto forma di forza lavoro, ma anche di idee, di valori, di gusti, di modi di pensare e di vivere, ecc. Questo patrimonio, sintetizzato nella parola «italianità», merita di non essere ricordato, conservato e valorizzato.

Per riuscirci occorre rimuovere alcuni ostacoli e rafforzare la collaborazione di tutte le parti interessate, istituzioni pubbliche e private, italiane e svizzere, organizzazioni politiche e sindacali, la scuola, l’associazionismo più attento all'integrazione. L’uso del plurale qui non è casuale, perché non bastano gli sforzi della Confederazione, del Cantone Ticino, del Forum dell’italianità, dell’Ambasciata d’Italia in Svizzera, dei singoli Consolati e di alcune importanti organizzazioni svizzere e italiane, ma è indispensabile un intento comune e il contributo di tutti gli interessati. Mi sembra fondamentale soprattutto la partecipazione attiva dei cittadini con origini migratorie di seconda e terza generazione, specialmente se hanno la doppia cittadinanza, svizzera e italiana.

Poiché non tutte le istituzioni e organizzazioni italiane hanno le stesse possibilità e capacità, in questo articolo ne indicherò solo alcune dapprima in modo generico e successivamente, in questo e nel prossimo articolo, in maniera più dettagliata, cominciando dalla principale, l’Ambasciata d’Italia con sede a Berna.

Responsabilità delle istituzioni italiane

Quando l’ambasciatore d’Italia Silvio Mignano, in occasione della visita di Stato (28-30 novembre 2022) in Svizzera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quantificò la collettività italiana di questo Paese in 670 mila persone rimasi stupito (come ho riferito nel precedente articolo) soprattutto per due ragioni. La prima: com'è possibile che per le statistiche italiane (AIRE) gli italiani siano così tanti e per le statistiche svizzere siano meno della metà (328.252, alla fine del 2021)? La seconda: com'è possibile che con una massa critica così importante di italiani le istituzioni italiane (Ambasciata, Consolati, Comites…) sembrano incidere solo marginalmente nell'evoluzione e nella valorizzazione dell’italianità?

So che esistono risposte per così dire tecniche a entrambe le domande, ma al di là di queste spiegazioni resta il dubbio se dietro le cifre si celino visioni diverse riguardanti gli italiani in Svizzera. Infatti, se è comprensibile che gli svizzeri considerino «svizzeri» a tutti gli effetti anche quelli naturalizzati a prescindere dalla nazionalità precedente e che magari hanno conservato pure dopo, lo è meno che l’Italia e le istituzioni italiane in Svizzera si mostrino tutto sommato poco attive nella valorizzazione della lingua e della cultura italiana in questo Paese, agendo non solo sulla suddetta massa critica ma anche su molte persone di altre nazionalità che guardano con interesse all'italianità.

Le domande che possono sorgere al riguardo sono tante a cominciare dalle più semplici: chi sono questi 670.000 italiani? Costituiscono davvero una «comunità»? Ad esse se ne possono collegare evidentemente molte altre. Per esempio: cosa rappresenta il possesso della cittadinanza italiana per quanti hanno lasciato l’Italia per necessità di una sopravvivenza dignitosa o per opportunità di garantire per sé e per la famiglia un più sicuro e adeguato sviluppo professionale e sociale? Perché molti italiani dopo un periodo di esperienza migratoria non sono rientrati in Italia e hanno magari preferito acquisire la cittadinanza svizzera? Quelli rimasti con la sola cittadinanza italiana si sentono ben rappresentati dalle autorità diplomatiche e consolari?

Queste e molte altre possibili domande più che indicare incertezze particolari esprimono, almeno per molti, dubbi esistenziali sull'essere «emigrati» a vita, magari con la doppia cittadinanza, di cui solo una pienamente attiva e l’altra sopita, senza alcun vero senso di appartenenza e senza chiedersi perché. Di fronte a questi dubbi, cosa fanno le istituzioni italiane (Ambasciata, Consolati, rappresentanti (politici) eletti nel Parlamento, nel CGIE e nei Comites)? Cosa fanno concretamente per far sentire l’interesse e la vicinanza dell’Italia agli italiani all'estero?

Non credo che esistano risposte facili alle domande precedenti, ma ritengo che le istituzioni e organizzazioni menzionate dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel tentare di darle, in modo da far «sentire» i connazionali convintamente (anche) italiani in questo Paese.

L’Ambasciata d’Italia tra passato, presente e futuro

L’amb. d'Italia Silvio Mignano
L’Ambasciata d’Italia in Svizzera, durante la visita di Stato del presidente Mattarella, attraverso l’ambasciatore Silvio Mignano si è intitolata la rappresentanza della più grande comunità straniera in Svizzera, costituita da 670.000 italiani, «la nostra comunità». Fa onore all'ambasciatore che si senta vicino alla comunità italiana e non c’è motivo per dubitare che ne senta anche la responsabilità. Tuttavia, a quanto sembra, non sempre appare e a «questo numero straordinario di italiani» farebbe senz'altro piacere costatarla, per esempio attraverso un servizio più efficiente degli uffici consolari.

In questo contesto di domande, all'ambasciatore Mignano si potrebbe anche chiedere se l’Ambasciata fa abbastanza per rendere gli italiani qui residenti stabilmente davvero una «comunità», visto che sono sparsi in tutti i Cantoni e la loro composizione è molto variegata tra vecchi e nuovi immigrati, seconda e terza generazione, italiani col solo passaporto italiano e italiani anche col passaporto svizzero, alcuni con forti legami con l’Italia e altri che non vi hanno mai messo piede e non conoscono l’italiano, ecc. Non potrebbe attivarsi per organizzare una grande Festa dell’italianità? Fra l’altro, non le mancherebbe sicuramente l’appoggio della Confederazione, dei Cantoni e dell’associazionismo italiano.

Per informare la collettività italiana di quanto d’importante la riguardava, un tempo l’Ufficio emigrazione dell’Ambasciata organizzava frequenti conferenze stampa per le numerose testate diffuse tra gli italiani. Oggi sembra che la principale fonte d’informazione sia la pagina Web dell’Ambasciata e raramente qualche comunicato stampa. Eppure alla «comunità italiana» non dispiacerebbe una maggiore informazione su quel che la riguarda, anche se forse non è più possibile, come invece succedeva spesso in passato, che l'ambasciatore partecipasse personalmente alle assemblee o importanti manifestazioni di alcune associazioni.

Presenze e sponsorizzazioni

Benché un maggiore contatto diretto con l’ambasciatore resti auspicabile, non si potrebbe rendere almeno più facile visitare la sua Residenza e qualche altro locale dell’Ambasciata, meritevoli certamente di visite guidate sia per il loro valore architettonico che per la loro storia (correggendo magari prima alcuni errori contenuti nella presentazione web della sede) e la loro funzione. Può darsi che queste visite si facciano già, ma non si potrebbero organizzare regolarmente? Si sa che all'Ambasciata si tengono ogni anno svariati incontri istituzionali e non (esposizioni, presentazioni, premiazioni, ecc.), ma per questi ultimi non sempre è dato sapere se la partecipazione del pubblico è possibile. Una maggiore informazione sarebbe utile.

Si sa anche che all'Ambasciata fanno riferimento diverse importanti organizzazioni. Per una in particolare essa rappresenta il veicolo istituzionale dei rapporti con le autorità italiane e svizzere, la SAIS (Società degli Accademici Italiani in Svizzera), che ogni anno premia tre tesi di dottorato di autori/autrici «di madre lingua italiana», anche se scritte in inglese (casualmente nel 2022 tutte e tre le tesi premiate erano scritte in inglese, nel 2021 due erano in inglese e una in italiano). Perché non stimolare anche la costituzione di altre associazioni, per esempio di giornalisti, scrittori, traduttori, Cavalieri della Repubblica, ecc. italiani o di origine migratoria italiana? E’ bello che l’ambasciatore senta di rappresentare la comunità italiana, ma è importante che anche questa lo senta come proprio rappresentante. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 1.2.2023

25 gennaio 2023

Immigrazione italiana 1946-2000: 29. Considerazioni finali: 7. «Italiani all'estero»? (prima parte)

Qua e là si continua a parlare di emigrati o immigrati per indicare gli italiani, uomini e donne, che risiedono all'estero, anche se molti, come si vedrà, non sono mai «emigrati» nel senso tradizionale del termine, ossia espatriati per motivi di lavoro o, come si dice spesso oggi, «per motivi economici». La dizione più frequente è tuttavia da qualche decennio un’altra, certamente più corretta, quella di «italiani all'estero», ma anche questa espressione è discutibile. Poiché al momento non ne esiste un’altra più precisa, la seconda è senz'altro preferibile alla prima, ma merita qualche osservazione. Il chiarimento mi sembra opportuno, al termine di questa lunga trattazione sull'immigrazione italiana in Svizzera, perché la maggioranza della popolazione «italiana» presente oggi in Svizzera non è più costituita da «immigrati» in senso proprio. Le considerazioni che seguono riguardano principalmente la situazione svizzera, ma, come emergerà chiaramente, possono avere una valenza molto più ampia.

Un po’ di storia, per iniziare

Berna 29.11.2022: il Presidente Mattarella e l’ambasciatore Mignano (a s.)
Si diceva che oggi si preferisce parlare di «italiani all'estero» piuttosto che di «emigrati italiani», non perché l’emigrazione dall'Italia sia anacronistica (sono infatti ancora decine di migliaia gli italiani che ogni anno emigrano), ma perché non tutti gli italiani che si trovano all'estero sono realmente «espatriati» per motivi di lavoro. Infatti molti sono partiti per ricongiungersi a parenti emigrati e altri, forse la maggioranza, non sono mai «partiti» perché vi sono nati e non hanno mai messo piede in Italia.

Se si prescinde dal motivo o dai motivi per cui milioni di italiani risiedono all'estero e si considera unicamente la condizione che li accomuna tutti, quella di essere in possesso della cittadinanza italiana (passaporto), è giusto che si parli di «italiani all'estero» e non di «emigrati italiani». Ma basta questo cambio terminologico per caratterizzare l’attuale situazione? Che significa «italiani all'estero»?

Prima di rispondere a queste domande ritengo utile ricordare brevemente che il problema di come chiamare gli italiani partiti all'estero per motivi di lavoro si pose già nei primi decenni successivi all'unità d’Italia (1861), ossia da quando esiste il fenomeno migratorio italiano. Furono i nazionalisti dell’epoca a introdurre l’espressione «italiani all'estero» e piacque non solo ai liberali, ma anche, più tardi, ai fascisti di Mussolini, sebbene abbiano tentato invano di sostituirla con quella di «italiani nel mondo». A lungo si è continuato a parlare di «emigranti» ed «emigrati», ma oggi, non c’è dubbio, si preferisce «italiani all'estero».

Va pure ricordato che sebbene inizialmente emigrassero solo o prevalentemente adulti in età lavorativa, divenne presto indispensabile estendere l’espressione «italiani all'estero» anche ad altri parenti (soprattutto moglie e figli) degli emigrati che spesso li raggiungevano successivamente per ricomporre il nucleo familiare nel Paese di immigrazione.

Incertezze terminologiche

Poiché nell'Ottocento l’emigrazione era un fenomeno di massa, lo Stato unitario intervenne quasi subito per regolarlo (leggi sull'emigrazione e organismi di gestione) e quantificarlo (statistiche). Non dev'essere stata impresa facile sia perché qualsiasi normativa rischiava di intaccare una delle libertà fondamentali dei cittadini (la libertà di movimento e di residenza) e sia per la difficoltà di caratterizzare l’espatrio (soprattutto motivazioni e durata). Non tutto, però, poté essere regolamentato e chiarito, per cui risulta ancora oggi difficile ricostruire la storia completa dell’emigrazione italiana.

Per esempio, nelle statistiche italiane le persone interessate al fenomeno migratorio sono chiamate a seconda delle epoche espatriati, emigranti, emigrati, migranti, residenti all'estero, italiani all'estero, italiani nel mondo, ecc. magari considerando i vari termini come sinonimi, mentre non lo sono. Per evitare confusioni, alcune statistiche non prendevano in considerazione le persone ma i movimenti delle persone (espatri, uscite, rimpatri, rientri, ecc.), senza magari rendersi conto che oltre agli espatri «regolari» ce n’erano anche molti «clandestini» e che espatri e rimpatri potevano avvenire per una stessa persona più volte nell'arco di un anno. Spesso veniva trascurata la caratteristica della «durata» degli spostamenti (temporanei o definitivi), sebbene fosse di tutta evidenza la sua importanza.

La «durata» divenne importante soprattutto con l’intensificarsi dell’emigrazione verso i Paesi europei perché ci furono periodi in cui prevaleva l’emigrazione temporanea (soprattutto stagionale) e altri in cui era l’emigrazione pressoché definitiva (o almeno fino all'età della pensione) a prevalere, con inevitabili implicazioni. Si pensi, per esempio, alla perdita della cittadinanza delle donne italiane quando sposavano cittadini svizzeri, oppure al problema del servizio militare dei figli degli emigrati, quando tanto la Svizzera che l’Italia pretendevano che i naturalizzati prestassero il servizio militare nel Paese d’origine e non nel Paese dove avevano acquisito la cittadinanza. Se il problema del servizio militare poté essere (facilmente) risolto con accordi bilaterali, non altrettanto si può dire di altri problemi concernenti la seconda e terza generazione o i doppi cittadini.

Italiani per passaporto

Optando per l’espressione «italiani all’estero», applicata sia agli italiani emigrati che ai loro discendenti diretti (seconda generazione) e indiretti (terza generazione) e persino ai naturalizzati (cittadini italo-svizzeri), di fatto l’Italia considera la cittadinanza (passaporto) come l’unica caratteristica determinante comune degli italiani residenti in Svizzera. Sia chiaro, questa caratteristica è fondamentale per ogni Stato nell'ottica del diritto nazionale e internazionale, ma nella vita quotidiana, nella carriera professionale, nell'ambito del diritto privato e nelle relazioni sociali che implicazioni comporta? Non andrebbe fatta per lo meno qualche distinzione, per esempio tra emigrati e non emigrati, tra cittadini con la sola nazionalità italiana e doppi cittadini italo-svizzeri? Cosa dice o può dire l’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) sull'italianità dei cittadini di seconda e terza generazione e dei doppi cittadini?

Questa scelta, se fosse indirizzata unicamente a fini statistici, avrebbe sicuramente un senso perché per ogni Stato è importante sapere non solo quanti sono i propri cittadini residenti all’estero, ma anche i loro movimenti verso l’estero o dall’estero in modo da offrire elementi significativi per decidere adeguate politiche sociali, economiche, formative, migratorie, soprattutto in un Paese come l’Italia dove ci sono Regioni a forte tasso emigratorio e Regioni con evidenti carenze di personale.

Il fatto è che l’enfatizzazione della massa di «italiani all'estero» talvolta sembra fine a sé stessa. Sono rimasto un po’ stupito, quando nel novembre scorso, in occasione della visita di Stato in Svizzera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’ambasciatore Silvio Mignano, rivolgendogli il saluto di benvenuto davanti a una rappresentanza della collettività italiana, lo ringraziò per aver scelto «la nostra comunità come primo gesto appena arrivato in Svizzera. 670 mila è il numero straordinario di italiani che vivono nei Cantoni e nelle Città della Svizzera. Essi costituiscono la terza comunità italiana all'estero e la più grande comunità straniera in Svizzera».

Interrogativi aperti

Nell’ascoltare queste parole mi sono sorti alcuni interrogativi, che mi spingono a ricercare il senso profondo della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. So che non è facile rispondere, ma al termine di questa lunga serie di articoli che le ho dedicato non mi sottraggo al compito, che evidenzierò nel prossimo articolo. In questo indico solo alcune delle domande a cui cercherò di rispondere:

Può essere un motivo di vanto, per l’Italia e per il suo ambasciatore, che ci siano in questo piccolo Paese così tanti italiani con un passato migratorio? E poi, queste 670 mila persone si sentono davvero tutte «italiane»? Soprattutto la prima generazione, gli emigrati del dopoguerra venuti spesso con la valigia di cartone, non hanno nulla da rimproverare all'Italia? Per loro è stata più materna o matrigna? E se in occasione della visita in Svizzera il Presidente Mattarella era sincero nel ringraziare gli italiani «per quello che fate, per come rappresentate l’Italia nei vari settori di attività in cui siete impegnati ed anche nella vita quotidiana», qualche rappresentante delle autorità si è mai chiesto se questa buona rappresentanza è dovuta più alle cure e ai servizi delle rappresentanze ufficiali dello Stato italiano o più ai sacrifici, alle rinunce e agli sforzi degli italiani?

Osservando più da vicino la situazione della collettività italiana in Svizzera alcuni interrogativi mi sembrano inevitabili riguardo, per esempio, ai cosiddetti organismi di rappresentanza (parlamentari eletti all'estero, CGIE, Comites) ma soprattutto riguardo alle giovani generazioni di italiani, con una particolare attenzione ai doppi cittadini. (segue)

Giovanni Longu
Berna, 25.1.2023