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25 aprile 2024

Perché il 25 aprile è ancora una data divisiva?

Il 25 aprile dovrebbe ricordare una pagina gloriosa e gioiosa della storia italiana, perché in quella data del 1945 l’Italia si liberò dal nazifascismo dopo una guerra di liberazione costata lacrime e sangue. Invece di una festa e di un’occasione speciale per stimolare le forze vive dell’Italia a proseguire l’azione pacificatrice e rigeneratrice della Liberazione, ci sono sempre persone che si servono di tale ricorrenza per continuare a seminare zizzania, insinuare dubbi, rovinare la festa.

Lo «spettro del fascismo»?

Buon 25 aprile 2024!
Quest’anno l’occasione è stata offerta dalla mancata lettura alla televisione pubblica di un monologo commissionato a uno storico che per l’occasione aveva assunto le vesti del censore severo e minaccioso. Trattandosi di uno storico famoso, la mancata lettura ha sollevato in una parte dell’opinione pubblica grande sconcerto e molti «intellettuali» hanno gridato allo scandalo, parlando apertamente di «censura» da parte del servizio pubblico RAI e del governo che ne è l’azionista di maggioranza. Nessuno si è domandato se quel monologo era opportuno o inopportuno e se, in questo momento, in Italia, in Europa e nel mondo c'è più bisogno di tolleranza o intolleranza, pace o guerra.

Ancora non si conosce l’esito dell’indagine interna della RAI, ma un risultato è chiaro: il 25 aprile è ancora una data divisiva. Benché si sappia ormai quasi tutto del fascismo e dell’antifascismo e ognuno abbia il diritto di farsi un’opinione personale sull'uno e sull'altro, l’autore del monologo non letto sostiene che la presidente del Consiglio dovrebbe dichiarare la sua opinione pubblicamente, altrimenti «lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana». Lo spettro del fascismo? Realtà o esagerazione? In Italia? In Europa?

Meglio essere  o dichiararsi «antifascista»?

In punto di logica bisognerebbe concludere, secondo l’autore, che se la presidente del Consiglio dei ministri non si dichiara «antifascista» significa che è «fascista». Strano ragionamento, da parte di uno studioso del fascismo, che sa bene che di «fascisti» ne restano in vita ormai ben pochi, che chi è nato dopo la guerra non ha alcuna «esperienza fascista» da ripudiare, che ha già provveduto la storia a condannare il fascismo. A meno che il significato di «fascista» e «antifascista» corrisponda pressappoco a «antidemocratico» e «democratico»; ma in tal caso perché lo storico-censore non ha chiesto alla presidente del Consiglio se si considera «democratica» o «antidemocratica»?

Non glielo ha chiesto perché la risposta non avrebbe corrisposto alle sue aspettative o molto più semplicemente perché l’attuale presidente del governo italiano non ha usurpato il potere con la forza o con l’inganno, ma l’ha ricevuto tramite il capo dello Stato da un Parlamento eletto democraticamente dal popolo, giurando fedeltà alla Repubblica sulla vigente Costituzione, e quindi non ha bisogno di alcun’altra legittimazione, nemmeno una dichiarazione pubblica di «antifascismo».

A meno che l’esimio storico pensi davvero che gli elettori del partito di maggioranza siano fascisti o filofascisti e lo siano magari anche il capo dello Stato e la maggioranza del Parlamento. Non è sufficiente, per chiunque, la procedura istituzionale esistente come affermazione di antifascismo sostanziale? Del resto ai cittadini italiani interessa unicamente se la presidente del governo italiano rispetta la Costituzione e le leggi, contribuisce con la sua politica a risolvere i problemi della gente più bisognosa e cerca di operare per estendere la prosperità a tutti gli italiani, non cosa pensi di questo e di quello.

Antifascismo e Costituzione

Sarebbe stato molto più dignitoso e utile, a mio parere, se lo storico del fascismo avesse accennato nella
ricorrenza odierna ai valori della Costituzione non ancora pienamente implementati, facendo eventualmente presente che la politica del governo al riguardo è in ritardo o in difetto. Diversamente, un monologo autoreferenziale («mentre vi parlo…»), per di più fatto con tono accusatorio più che suggestivo, agli italiani, credo, interessa ben poco. Tantomeno si entusiasmano alle lezioni ex cathedra sul fascismo e sull'antifascismo, che visibilmente travalicano, a mio parere, i limiti dello storico che, secondo Tacito, dovrebbe lasciarsi guidare dall'obiettività (attenendosi ai fatti) e dall'imparzialità (ossia «sine ira et studio»), non dalla passione e dalla partigianeria.

Peccato che nemmeno la Resistenza, la Liberazione, la Costituzione (in alcune parti stupenda e rassicurante) riescano a creare tra gli italiani un’unità d’intenti e la consapevolezza che la barca va a fondo se non si rema all'unisono. Non credo che si faccia un buon servizio al Paese contrapporre antifascisti dichiarati ad antifascisti non dichiarati, «sinceri democratici» a quelli non sinceri (quali?). Tutti possono dare un contributo, ma occorre generosità, tolleranza e rispetto reciproco, sapendo che nessuno ha il monopolio delle buone idee e non sempre esistono soluzioni facili. 

Giovanni Longu
Berna, 25 aprile 2024

16 novembre 2016

Referendum SI o NO, con tanti dubbi!



La data del referendum sulla riforma costituzionale italiana, il 4 dicembre, si avvicina e per gli italiani residenti all’estero è imminente (voto per corrispondenza). Si moltiplicano, da una parte (i sostenitori della riforma) e dall’altra (i contrari) gli inviti a votare SI, rispettivamente NO. Fin qui niente da obiettare, perché è giusto che ciascuno difenda le proprie idee. Ciò che non trovo accettabile è la violenza che si fa alle parole da una parte e dall’altra, a cominciare dalla parola «riforma», che di per sé non è sinonimo di progresso, ma potrebbe essere un regresso. «La riforma, si legge in Wikipedia, è una modificazione volta a stravolgere l'assetto corrente di un certo ambito della società, o di questa nel suo complesso, trasformandone le regole e le leggi fondamentali».

Quesito referendario complesso e fuorviante
Nel caso specifico della «riforma costituzionale» italiana ritengo ingiustificate sia le visioni catastrofiche dei sostenitori del NO nell’ipotesi che prevalgano i SI, sia le previsioni salvifiche di chi sostiene il SI e vede lo sprofondamento dell’Italia nella palude se vincesse il NO. Le parole della modifica costituzionale sottoposta al voto popolare non giustificano né l’una né l’altra visione, anche se si prestano talvolta a interpretazioni opposte.
Capisco che possa dar luogo a esagerazioni da entrambe le parti la stessa formulazione del quesito referendario, perché poco chiaro e in parte fuorviante. Per esempio, quando si parla di «disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario» bisognerebbe anche chiedersi come avviene tale superamento e se il risultato è ragionevole. Ed è giusto chiederselo perché secondo molti cittadini il superamento avviene a scapito della democrazia e delle autonomie locali.
Non c’è dubbio che non eleggendo più direttamente i senatori si riduce l’ambito della democrazia e non c’è dubbio che il nuovo Senato non è espressione delle autonomie locali. Anzi, con la «riforma», che accentua il centralismo romano togliendo competenze alle Regioni e priva il Senato di reali poteri di controllo sull’operato del Governo (non può votare la fiducia), le autonomie locali diminuiscono, contravvenendo al dettato costituzionale (art. 5) che impone allo Stato di adeguare «i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento».
Quanto alle disposizioni per «la riduzione del numero dei parlamentari» il quesito referendario è persino ingannevole perché un cittadino comune è portato a credere che si riduca anche il numero dei deputati e non solo dei senatori («parlamentari» sono infatti tanto i senatori che i deputati). Sarebbe stato accettato più facilmente, sotto questo profilo, il contenuto della terza riga del quesito: «il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni», come pure (quarta riga del quesito): la «soppressione del Cnel» (posto che la maggioranza degli italiani sappia cos’è il Cnel!).
Sulla quinta riga del quesito c’è poco da dire perché rimanda alla «revisione del Titolo V della parte II della Costituzione», materia per specialisti, non certo per il popolo italiano che dovrebbe votare SI o NO, senza conoscere l’oggetto da approvare o respingere!

Chi sta dalla parte dei cittadini?
A questo punto mi domando se chiedere ai cittadini italiani di votare in questo modo sia più un esercizio di democrazia o un’evidente dimostrazione di arroganza istituzionale, soprattutto da parte del Governo Renzi, che ha fortissimamente voluto questa «riforma» senza preoccuparsi se fosse sufficientemente democratica.
Il fatto che il Tribunale di Milano abbia respinto due ricorsi di costituzionalisti che ritengono troppo differenti e poco chiari gli oggetti che il 10 dicembre il popolo italiano dovrebbe approvare o respingere con un solo voto (sì o no) non mi rassicura. Non mi rassicura soprattutto la motivazione. Andrà infatti bene al giurista o all’intellettuale che il quesito referendario così complesso e complicato non lede il «diritto alla libertà di voto degli elettori per difetto di omogeneità» e non manifesta «un difetto di chiarezza», ma non certo alla stragrande maggioranza del «popolo sovrano», che in realtà non sa cosa votare.
Capisco che i giudici devono stare dalla parte della legge, ma chi sta dalla parte dei cittadini? Trovo pertanto scandaloso, che i giudici di Milano, che devono amministrare la giustizia «in nome del popolo» (art. 101 della Costituzione) motivino il rigetto dei ricorsi affermando, fra l’altro, che spetta «ad ogni singolo elettore formulare una valutazione complessiva di tutte le ragioni a favore di e di quelle contrarie di tutte le parti di cui è composta la riforma, insieme considerate, esprimendo infine un voto sulla base della prevalenza del giudizio favorevole o sfavorevole formulato a talune sue parti». Come dire, cari cittadini, arrangiatevi!
E poi ci si meraviglia del dilagare dell’antisistema!
Giovanni Longu
Berna, 16.11.2016

21 ottobre 2016

Quesito referendario e obiezioni di faziosità



Ieri, il Tribunale amministrativo del Lazio ha respinto il ricorso delle opposizioni contro la formulazione del quesito referendario. Effettivamente, dopo l’approvazione dello stesso quesito dalla Corte di Cassazione e dal Presidente della Repubblica, non ci si poteva aspettare risposta diversa. Dunque la vertenza è chiusa? Probabilmente no perché sono pendenti altri ricorsi. Uscendo dal terreno tecnico-giuridico (non necessariamente il più appropriato) della comprensibilità di un quesito referendario e limitandomi all’aspetto linguistico, trovo personalmente quella formulazione inadeguata e fuorviante, come quelle domande «chiuse» (con alternativa, per esempio: sì/no) in cui la risposta è quasi scontata.

Mi spiego. Chi segue i sondaggi e ha qualche conoscenza di indagini statistiche sa bene che a seconda di come è formulata la domanda possono variare anche notevolmente i risultati. Per questo nelle indagini statistiche e nei sondaggi più seri non si utilizzano domande «chiuse», ma questionari strutturati (con più domande e domande filtro). Nel caso del referendum questo non è possibile, perché la domanda prevede un’unica risposta alternativa si/no. Proprio per questo il quesito referendario andava presentato, a mio modesto avviso, in una forma più oggettiva e neutrale, in modo da non condizionare la risposta.
La formulazione della domanda alla quale sono chiamati a votare gli italiani il 4 dicembre prossimo non mi sembra oggettiva perché incompleta, in quanto mette in evidenza solo gli aspetti positivi della riforma Renzi-Boschi e tralascia completamente gli aspetti negativi e le conseguenze che comportano. Non mi sembra neutrale perché elencando solo i risultati positivi (o presunti tali) il voto è palesemente condizionato. E’ come se si chiedesse agli italiani: «Approvate la legge concernente disposizioni per la concessione di un bonus di 80 euro sulle pensioni e per poter andare in pensione anticipata a 63 anni?», senza aggiungere a quali condizioni.

Quanto non solo il quesito referendario ma l’intera riforma Renzi-Boschi non siano neutrali lo dimostra fra l’altro il martellante invito a votare SÌ del capo del governo, come se da esso dipendesse la sua sopravvivenza, giungendo persino a invocare il sostegno del pensionando Obama (in cambio non si sa bene di che cosa, ma certamente di qualcosa, che magari è bene non far sapere agli italiani). Il governo, in quanto organo esecutivo dello Stato, in materia referendaria, dovrebbe essere piuttosto neutro, non di parte (predominante).
A questo punto, prima di decidere sul sì o sul no, agli italiani non resta che leggersi bene il testo della riforma e riflettere sui rischi che comporta, ad esempio, la confusione introdotta nel bicameralismo italiano (confusione unica al mondo!), la perdita di sovranità popolare, l’affermazione di un centralismo pericoloso per la democrazia, la minore autonomia delle regioni (comprese quelle a statuto speciale), il partito unico al potere, ecc. Dopodiché ciascuna voti secondo scienza e coscienza.
Giovanni Longu
Berna, 21.10.2016

Quesito referendario e obiezioni di faziosità



Ieri, il Tribunale amministrativo del Lazio ha respinto il ricorso delle opposizioni contro la formulazione del quesito referendario. Effettivamente, dopo l’approvazione dello stesso quesito dalla Corte di Cassazione e dal Presidente della Repubblica, non ci si poteva aspettare risposta diversa. Dunque la vertenza è chiusa? Probabilmente no perché sono pendenti altri ricorsi. Uscendo dal terreno tecnico-giuridico (non necessariamente il più appropriato) della comprensibilità di un quesito referendario e limitandomi all’aspetto linguistico, trovo personalmente quella formulazione inadeguata e fuorviante, come quelle domande «chiuse» (con alternativa, per esempio: sì/no) in cui la risposta è quasi scontata.

Mi spiego. Chi segue i sondaggi e ha qualche conoscenza di indagini statistiche sa bene che a seconda di come è formulata la domanda possono variare anche notevolmente i risultati. Per questo nelle indagini statistiche e nei sondaggi più seri non si utilizzano domande «chiuse», ma questionari strutturati (con più domande e domande filtro). Nel caso del referendum questo non è possibile, perché la domanda prevede un’unica risposta alternativa si/no. Proprio per questo il quesito referendario andava presentato, a mio modesto avviso, in una forma più oggettiva e neutrale, in modo da non condizionare la risposta.
La formulazione della domanda alla quale sono chiamati a votare gli italiani il 4 dicembre prossimo non mi sembra oggettiva perché incompleta, in quanto mette in evidenza solo gli aspetti positivi della riforma Renzi-Boschi e tralascia completamente gli aspetti negativi e le conseguenze che comportano. Non mi sembra neutrale perché elencando solo i risultati positivi (o presunti tali) il voto è palesemente condizionato. E’ come se si chiedesse agli italiani: «Approvate la legge concernente disposizioni per la concessione di un bonus di 80 euro sulle pensioni e per poter andare in pensione anticipata a 63 anni?», senza aggiungere a quali condizioni.

Quanto non solo il quesito referendario ma l’intera riforma Renzi-Boschi non siano neutrali lo dimostra fra l’altro il martellante invito a votare SÌ del capo del governo, come se da esso dipendesse la sua sopravvivenza, giungendo persino a invocare il sostegno del pensionando Obama (in cambio non si sa bene di che cosa, ma certamente di qualcosa, che magari è bene non far sapere agli italiani). Il governo, in quanto organo esecutivo dello Stato, in materia referendaria, dovrebbe essere piuttosto neutro, non di parte (predominante).
A questo punto, prima di decidere sul sì o sul no, agli italiani non resta che leggersi bene il testo della riforma e riflettere sui rischi che comporta, ad esempio, la confusione introdotta nel bicameralismo italiano (confusione unica al mondo!), la perdita di sovranità popolare, l’affermazione di un centralismo pericoloso per la democrazia, la minore autonomia delle regioni (comprese quelle a statuto speciale), il partito unico al potere, ecc. Dopodiché ciascuna voti secondo scienza e coscienza.
Giovanni Longu
Berna, 21.10.2016

20 aprile 2016

Democrazia e rischio di regime in Italia



Torno sull’argomento trattato nell’articolo della scorsa settimana, perché ritengo utile proseguire la discussione non tanto sul concetto di democrazia in astratto, quanto sulla democrazia reale e il rischio di perderla. Qualche lettore, forse un tantino disattento, ha ritenuto che volessi minimizzare quanto di positivo ha realizzato e sta realizzando il governo Renzi o intendessi esprimere il dissenso sull’oggetto del referendum sulle trivelle. Non ho inteso, almeno in primo luogo, entrare nel merito delle attività del governo, ma esprimere alcune perplessità e preoccupazioni circa il metodo Renzi (anche in relazione al suo invito a disertare il referendum) e in particolare sull’idea di democrazia che sembra presupporre.


Molti annunci e pochi risultati, per altro contestati
Il referendum sulle trivelle non è riuscito per la scarsa
partecipazione al voto: una sconfitta per la democrazia!
Quando nel 2014 Matteo Renzi divenne per volontà di «Re Giorgio» Napolitano nuovo Presidente del Consiglio dei ministri rottamando il pur giovane ma indeciso predecessore Enrico Letta, il più prestigioso quotidiano svizzero «Neue Zürcher Zeitung» (NZZ) commentava il suo arrivo a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano: «Mit Volldampf in unbekannte Richtung», a tutto vapore in direzione sconosciuta.
Il suoi primi interventi pubblici sulla volontà di rottamare la vecchia classe politica del suo partito e del Paese, di tirar fuori dalla palude l’Italia e di portarla ad essere leader in Europa (governata da burocrati incapaci), di fare finalmente le riforme che nessuno prima era riuscito a fare, ecc. avevano suscitato non solo legittime aspettative ma anche grande entusiasmo, prima ancora che il governo avesse preso alcuna decisione. Per questo, forse, la NZZ parlò di una vera e propria «euforia della disperazione». L’attesa del cambiamento, dopo anni di crisi economica, politica e morale dell’ultimo governo Berlusconi e dei governi successivi di Monti e di Letta, era talmente grande che gli italiani sembravano dare carta bianca a chiunque si fosse presentato con qualche prospettiva di reale cambiamento.
E Renzi parlò molto, spesso con slogan e toni trionfalistici, annunciò più volte di aver visto la luce in fondo al tunnel, certificò la ripresa sia pure dello zero virgola, promise tanto, la riduzione delle tasse, la lotta alla povertà, l’aumento della busta paga, la lotta alla disoccupazione, all’evasione, alla corruzione, agli sprechi, ecc., realizzò poco, a detta non solo dei suoi oppositori, ma anche di molti osservatori nazionali e internazionali e soprattutto delle statistiche sui principali indicatori economici.

Un governo diverso dagli altri?
Qualche giorno fa, il quotidiano svizzero-francese «Le Jurnal du Jura» intitolava una corrispondenza da Roma: «Les scandales pleuvent à Rome» (a Roma piovono gli scandali). Le righe iniziali ricordavano come Matteo Renzi, appena insediato, aveva annunciato che «il governo dei politici onesti» avrebbe cambiato la faccia dell’Italia e la fisionomia della sua classe politica. Ebbene, continuava il giornalista, sono passati due anni e la moltiplicazione degli scandali sta sbiadendo progressivamente l’immagine riformista del governo. Sei ministri sono stati finora implicati negli scandali e un nuovo caso legato allo sfruttamento petrolifero nel sud d’Italia potrebbe travolgere il numero 2 dell’esecutivo, Maria Elena Boschi, già accusata fra l’altro di conflitto d’interesse «per aver partecipato al salvataggio della banca Etruria, di cui suo padre, sospettato di bancarotta fraudolenta, era vicepresidente».
Ormai sono sempre più numerosi gli osservatori che non riescono a vedere una grande differenza tra il governo Renzi e i precedenti governi, almeno per quel che riguarda l’economia, il debito pubblico, la corruzione, gli scandali, gli sprechi, l’inefficienza e la tendenza a scaricare le responsabilità il più possibile sull’Europa dei burocrati. Né Renzi né il suo governo si rendono più conto che, mentre accusano il resto dell’Unione di erigere muri, di essere egoisti e scarsamente solidali, anch’essi contribuiscono a erigere una sorta di muro morale tra «noi bravi» e gli altri cattivi.
Pertanto, a distanza di due anni e qualche mese dall’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi, mentre a molte persone la direzione del suo governo continua ad apparire «sconosciuta», come scriveva la NZZ il 1° marzo 2014, ad altre, soprattutto alla luce degli ultimi fatti, comincia ad apparire sempre più chiaro un disegno politico che potrebbe comportare meno democrazia e più autoritarismo. Di certo si sa che i consenti sull’operato del governo diminuiscono di giorno in giorno, mentre contemporaneamente crescono la sfiducia e la critica, in Italia e all’estero.

Una gaffe sul San Gottardo molto significativa
Tutta la stampa svizzera segue sempre più da vicino le vicende italiane, anche perché, nonostante l’«eccellente stato delle relazioni bilaterali e l'intensità dei rapporti economico-commerciali tra la Svizzera e l'Italia» (secondo il comunicato stampa dopo l’incontro a Neuchâtel tra i ministri degli esteri Gentiloni e Burkhalter del 21.3.2016), non è ancora chiusa la trattativa sui frontalieri (e i padroncini operanti in Ticino!), non è ancora consentito alle banche svizzere l’accesso pieno al mercato italiano e l’Italia non ha ancora ratificato l’accordo italo-svizzero sulla doppia imposizione (con la conseguente cancellazione della Svizzera da tutte le liste nere italiane).
Alla realizzazione della galleria di base del San Gottardo hanno
partecipato molti lavoratori italiani, ma non lo Stato italiano.
Nei giorni scorsi, tuttavia, i media svizzeri, soprattutto quelli in lingua italiana, si sono particolarmente dedicati all’esercizio dell’ironia (forse per stemperare l’immediata reazione di indignazione e di stizza) nei confronti di Matteo Renzi per la gaffe sulla galleria di base del San Gottardo.
Durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi sul nuovo codice degli appalti, che dovrebbe porre fine alla corruzione negli appalti in Italia, Matteo Renzi si è lasciato andare a una delle sue frequenti autocelebrazioni, attribuendosi il merito della realizzazione della galleria di base del San Gottardo. Peccato che abbia dimenticato qualche elementare nozione geografica sulla Svizzera (il San Gottardo è interamente in territorio svizzero e non sul confine con l’Italia, da cui dista un centinaio di chilometri) e non fosse per nulla informato del contributo italiano alla realizzazione dell’opera (ossia zero euro o franchi).
Renzi ha infatti detto testualmente: «Siamo l'unico Paese al mondo che sta facendo tre tunnel, tre opere strepitose per il collegamento con l'Europa: il Gottardo che si inaugura il primo giugno con la Svizzera, il Brennero che abbiamo sbloccato noi e ci collega all'Austria, la Torino-Lione con la Francia». Riferendosi poi al tunnel del San Gottardo Renzi ha aggiunto con cipiglio serio: «Stiamo investendo 28 miliardi di euro, ovviamente cofinanziati, per collegarci con l'Europa».

Sorprendente atteggiamento di Delrio
Peccato che, mentre Renzi parlava, probabilmente senza appunti, il ministro delle infrastrutture Graziano Delrio che gli stava accanto non abbia nemmeno tentato di correggerlo. Eppure, in quanto ministro competente, avrebbe dovuto sapere che la galleria del San Gottardo si trova interamente in territorio svizzero, che è stata interamente finanziata dalla Svizzera e che l’Italia non solo non l’ha cofinanziata ma ha ricevuto dalla Svizzera ben 280 milioni di franchi per la realizzazione del corridoio ferroviario a 4 metri (innalzamento del profilo delle gallerie) sul territorio italiano. Oltretutto Delrio aveva da poco (dicembre 2015) incontrato a Lugano la ministra dei trasporti svizzera Doris Leuthard per fare il punto della situazione in Italia e garantire che gli investimenti massicci in sistemi di tecnologia e controllo previsti nell’ultima legge finanziaria lungo le linee di Domodossola, Luino-Gallarate e Milano-Chiasso dovrebbero consentire all’Italia di essere alla pari con la tempistica elvetica (inaugurazione del tunnel del San Gottardo nel 2016 e di quello del Ceneri nel 2020-2021), e non in ritardo di 5 anni come sostenuto da uno studio recente della Bocconi di Milano.
L’atteggiamento di Delrio è sorprendente (potrebbe trattarsi di una forma di rispetto nei confronti del superiore secondo il detto latino «ubi maior minor cessat», dove vi è il maggiore, il minore decade?), ma non tanto: mi sembra infatti indicativo del metodo Renzi di gestione del Governo, divenuto ormai espressione di un’unica volontà, la sua. Tant’è che ogni provvedimento è sempre contrassegnato dal suo sigillo: «ci metto la faccia», anche quando si tratta di una riforma costituzionale.

Il bello (o il brutto) deve ancora arrivare
Sbandierando ai quattro venti la riforma costituzionale approvata pochi giorni fa da una parte della Camera dei deputati (che ne conta complessivamente 630), a Matteo Renzi dev’essere apparso irrilevante che al momento della votazione le opposizioni fossero uscite dall’Aula e avessero votato a favore solo 361 deputati e contro 7, come se la Costituzione potesse essere modificata da una maggioranza semplice.
Ha scritto al riguardo qualche giorno fa Piero Ostellino, già direttore del «Corriere della Sera»: «Col piglio dell'aspirante autocrate che, in fondo, è e si compiace di essere, Matteo Renzi ha cambiato la Costituzione del 1948 con voto ordinario del Parlamento, invece che con le procedure della democrazia rappresentativa e le garanzie previste dalla stessa Costituzione vigente che, almeno, una certa tutela dava contro le tentazioni autoritarie...». Secondo Ostellino, in fondo, «le riforme di Renzi sono prove tecniche di regime».
Viene davvero da chiedersi che senso abbia mai Renzi dello Stato e della democrazia. Non certo quello del primo Parlamento repubblicano che approvò la Costituzione col 95% di consensi, ossia quasi all'unanimità di maggioranza e opposizione.
Fortunatamente il regime ancora non c’è, ma a chi sta a cuore la democrazia conviene stare con gli occhi aperti perché il rischio c’è. Occorre scongiurarlo prima che diventi realtà. Per questo auspico che anche gli italiani all’estero discutano apertamente e liberamente il testo delle riforme, ne valutino la portata e specialmente gli italiani che vivono in Svizzera sappiano anche fare opportuni confronti con questa realtà e soprattutto con le libertà democratiche che in questo Paese sono davvero sacre e inviolabili.
Giovanni Longu
Berna, 20.4.2016