30 aprile 2014

F35, Gripen e «credibilità» della Svizzera


Parafrasando Machiavelli si potrebbe dire che se gli uomini fossero tutti buoni…non si farebbero le guerre e non ci sarebbe quindi bisogno né di eserciti né di aerei da combattimento. Purtroppo non tutti gli uomini sono buoni e non tutti hanno la buona consuetudine di rispettare gli altri, ne convengono anche i pacifisti.
Sta di fatto che, tranne pochissime eccezioni, tutti gli Stati del mondo prevedono nei loro bilanci una voce di spesa rilevante destinata al proprio esercito e agli armamenti.
Non per nulla, anche in tempi di crisi, il commercio delle armi è sempre fiorente, tanto da suscitare qualche legittimo sospetto. Se ne è fatto portavoce qualche settimana fa Papa Francesco, il quale, parlando della guerra fratricida in Siria, ha affermato che «rimane sempre il dubbio se sia una guerra per qualcosa o una guerra del commercio illegale per vendere armi».
Negli Stati democratici, tuttavia, le spese militari sono sempre più oggetto di contestazioni, soprattutto quando la crisi crea grandi difficoltà economiche ed esistenziali a molti cittadini. Perché spendere in costosissimi armamenti, si chiedono in tanti, quando con quei soldi si potrebbe alleviare la sofferenza di milioni di persone? Tant’è che nessuno Stato vi rinuncia, anche se talvolta qualcuno è costretto dalle circostanze a ridimensionare la spesa.

Italia e Svizzera a confronto
Due degli Stati in cui attualmente si discute di spese militari e in particolare dell’acquisto di costosissimi aviogetti sono l’Italia e la Svizzera. L’approccio è però alquanto diverso. In Italia, ancora alle prese con una profonda crisi economica e sociale, il problema si pone essenzialmente in termini di opportunità e di risparmio. In Svizzera, invece, l’aspetto finanziario è tutto sommato secondario rispetto a un aspetto più politico e ideologico.
Anzitutto va ricordato che l’Italia, essendo inserita in un sistema di alleanze ben diverso da quello della Svizzera, non è confrontata con la necessità di provvedere da sola alla propria sopravvivenza nell'eventualità di un’aggressione. Il sistema NATO (Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord), di cui fa parte l’Italia, prevede infatti una «difesa collettiva». E’ vero che ogni membro deve contribuire proporzionalmente alle spese complessive dell’alleanza, ma è evidente che sono possibili deroghe, ritardi, forme di compensazione ecc.
F/A-18 in volo sulle Alpi
Il caso della Svizzera è diverso. Non volendo far parte di alcuna alleanza militare in virtù del suo statuto di Paese neutrale (fin dal Congresso di Vienna del 1815), ha sempre dovuto provvedere da sé alla salvaguardia della propria sovranità nazionale, senza delegarla ad altri.
Una prima conseguenza di questa diversità fondamentale tra i due Paesi riguarda le spese da sostenere, proporzionalmente inferiori per l’Italia e superiori per la Svizzera. Basti ricordare la flessibilità dimostrata da vari governi italiani circa l’acquisto dei cacciabombardieri F-35, di cui si discute da anni. Il loro numero, previsto inizialmente in 131, è stato ridotto a 90 dal governo di Mario Monti e non è escluso che l’attuale governo di Matteo Renzi apporti altri tagli.
Oltretutto molti obiettano a Renzi che l’acquisto di costosissimi bombardieri mal si concilia col principio costituzionale secondo cui «l’Italia ripudia la guerra» (Costituzione, art. 11). Nelle motivazioni del Governo ovviamente non ci sono solo considerazioni di ordine finanziario o ideologico, ma anche di politica internazionale (vincoli NATO).
In Svizzera, invece, alla base delle decisioni di grandi spese militari ci sono solitamente motivazioni di principio (credibilità della difesa nazionale) e secondariamente considerazioni di ordine finanziario. Prima ancora di chiedersi quanto costano gli aviogetti prescelti, politici e cittadini si domandano se sono quelli più adatti al ruolo che dovranno svolgere come elemento strategico di una difesa credibile.
Un’altra differenza, di non poco conto, tra i due Paesi nell’affrontare le grandi spese militari è che in Italia le decisioni dipendono essenzialmente dal governo e dalla sua maggioranza in Parlamento. In Svizzera, invece, anche riguardo agli investimenti per la difesa nazionale l’ultima parola spetta al popolo, come avverrà anche fra meno di un mese.

Gripen al vaglio popolare
Il 18 maggio 2014 il popolo svizzero è infatti chiamato a decidere sul referendum promosso contro  la legge istitutiva del «Fondo Gripen», ossia un fondo per l’acquisto di 22 moderni aerei da combattimento svedesi Gripen. Questi dovrebbero servire per sostituirei 54 aviogetti F-5 Tiger, ormai obsoleti e prossimi ad essere abbandonati (2016), e per integrare la flotta dei 32 F/A-18, che dovrebbero essere messi fuori servizio verso il 2030.
Prototipo di cacciabombardiere Gripen 
Il ricorso al voto popolare sta ad indicare che la spesa prevista per avere i costosissimi velivoli è contestata da una parte della popolazione, sebbene il loro acquisto sia stato deciso democraticamente dal Governo e dal Parlamento. Ma la consultazione popolare sta ad indicare soprattutto un elemento della democrazia elvetica ben più importante dell’oggetto specifico su cui si voterà. La difesa in questo Paese è sentita come un problema «nazionale» per cui è giusto che sia il Popolo sovrano a dire l’ultima parola non tanto sul sistema specifico di protezione da adottare, quanto sulla sua validità e credibilità.
Nei dibattiti sulle spese militari, anche in Svizzera si è sempre discusso sulla loro opportunità. Ricordo, ad esempio, una discussione al Consiglio nazionale alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, in cui il capo del Dipartimento militare federale Rudolf Gnägi sosteneva che il bilancio del suo dipartimento non poteva essere ulteriormente ridotto (come chiedevano alcuni) se non si voleva rinunciare alla «credibilità» dell’esercito: «o si mantiene un esercito degno di questo nome oppure è meglio abbandonare tutto!».
Dai banchi degli oppositori si levò la voce del socialista autonomo Werner Carobbio che disse: non sarebbe poi tanto male, visto che un esercito moderno costa caro e per la Svizzera è in fin dei conti inutile. Oggi, riteneva, non vi è alcun rischio di una aggressione armata e, se dovesse verificarsi, la Svizzera non sarebbe comunque in grado di opporsi alle grandi potenze.
Quella volta il Parlamento non fu dello stesso avviso e forse non lo sarà nemmeno il popolo svizzero fra meno di un mese, soprattutto dopo l’avvertimento del ministro della difesa Ueli Maurer secondo cui stavolta non si tratta del semplice acquisto di un aereo da combattimento ma di molto di più: «Il voto del 18 maggio è cruciale per l’indipendenza e la sicurezza del nostro Paese».

Credibilità ed efficacia
Sul tema della «credibilità» delle forze armate svizzere e specialmente dell’aviazione si può discutere ma non si può negare ch’esso sia ritenuto fondamentale. Esso è stato al centro delle scelte della politica militare svizzera fin dagli inizi della moderna Confederazione. L'esistenza di un esercito svizzero efficiente e quindi la necessità delle spese per il suo mantenimento sono da sempre incontestate dalla massa della popolazione e dai grandi partiti che determinano la politica elvetica.
Quando all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia (1981) qualche politico italiano aveva auspicato l’annessione del Cantone Ticino, il generale svizzero Guillaume-Henri Dufour aveva rassicurato i politici svizzeri e la popolazione perché «l’esercito è pronto!» («Die Armee ist da!») e poteva disporre di 100.000 uomini (compresi i riservisti) più 50.000 uomini della milizia territoriale (Landwehr). Tutti ben equipaggiati, istruiti e ben armati, che avrebbero impedito a chiunque di violare impunemente la frontiera svizzera. La Svizzera non è mai stata attaccata.

Origini e sviluppo dell'aviazione militare svizzera
Alla vigilia della prima guerra mondiale, mentre tutti i Paesi confinanti avevano già almeno un embrione di aviazione militare, la Svizzera ne era totalmente priva perché la Confederazione non aveva i soldi nemmeno per addestrare i piloti. Per sopperire a questa mancanza, nel 1914 venne promossa una colletta nazionale privata che apportò circa 1,7 milioni di franchi. Con questa somma ebbe inizio, per volontà popolare, il primo nucleo dell’aviazione militare svizzera, che quest’anno celebra il suo primo centenario. Venne organizzata la prima centrale di addestramento (nove piloti in tutto) in un’area vicino a Berna (Beundenfeld ) e vennero acquistati o presi in affitto i primi otto velivoli.
Tra le due guerre mondiali l’aviazione militare svizzera si sviluppò notevolmente colmando la distanza che la separava da quelle dei Paesi vicini. Durante la guerra intervenne solo poche volte, ma lasciò intendere di essere credibile ed efficace. Molti aerei erano tenuti pronti ad intervenire in enormi cavarne ricavate nelle montagne, dove furono anche allestite molte piste.

Svizzera: né agnello né superlupo
La Svizzera, in quanto Paese neutrale, ha sempre sperato di non essere attaccata, ma ha sempre ritenuto di doversi difendere efficacemente se attaccata.. Molti anziani ricordano ancora la paura di un attacco tedesco (la cosiddetta «operazione Tannenbaum») durante la seconda guerra mondiale e la volontà della piccola Svizzera di resistere a tutti i costi.
Max Frisch ricordando quegli anni, ha scritto: «La nostra volontà di difesa si fondava sulla speranza che la semplice esibizione della nostra volontà di difesa dissuadesse il nemico».
Un altro scrittore svizzero, Friedrich Dürrenmatt, ha riassunto questo atteggiamento con una immagine presa dal mondo animale: «La Svizzera è un superlupo che, nel momento in cui afferma di essere neutrale, dichiara di essere un superagnello. In altre parole: la Svizzera è un superlupo che proclama di nutrire intenzioni aggressive nei confronti degli altri superlupi. Il successo è sorprendente: nemmeno il superlupo Hitler divorò il superlupo Svizzera travestito da agnello».
Non credo che la Svizzera sia un superlupo, come non sono sicuramente superlupi gli altri Paesi dell’Unione Europea. Pertanto, fuori metafora, non sarebbe il caso di credere piuttosto in una Unione europea meno aggressiva e più solidale? Trasformando le spese militari, almeno quelle più consistenti, in spese sociali e di progresso, insieme si potrebbe andare molto lontano ed essere ancor più credibili.

Giovanni Longu
Berna, 30.04.2014

16 aprile 2014

Democrazia e istituzioni


In Svizzera si discute ancora della votazione del 9 febbraio scorso, quando la maggioranza del popolo svizzero (ovviamente di quella parte che si è recata a votare), si è pronunciata per una limitazione dell’immigrazione di massa.

Ne discutono non solo gli svizzeri, ma anche gli stranieri. Persino il presidente della Repubblica federale di Germania Joachim Gauck ne ha parlato in un’intervista alla televisione svizzera qualche giorno prima della sua visita ufficiale nella Confederazione (1° aprile 2014). Il suo accenno a quella votazione non è passato inosservato perché, nonostante il tono molto pacato, Gauck non ha nascosto la sua delusione per l’esito di quella votazione. Più in generale, egli ha fatto notare i rischi che la «democrazia diretta» può correre, quando si pretende di far decidere il popolo con un sì o un no su questioni molto complesse e con implicazioni di ampia portata.

Opinioni a confronto
L’intervento del presidente Gauck non voleva essere sicuramente una critica specifica della democrazia svizzera, ma l’espressione di un’opinione (del resto molto diffusa anche in Svizzera), secondo cui la democrazia diretta «comporta dei pericoli, quando si tratta di decidere su temi complessi con implicazioni internazionali». Già i latini ritenevano saggio non disputare sulle opinioni come sui gusti («de gustibus non disputatur»), eppure quell'opinione è apparsa ad alcuni come una vera e propria critica e una scortesia nei confronti di una delle democrazie più vecchie del mondo.
Opportunamente, con lo stesso tono pacato, il ministro degli esteri svizzero Didier Burkhalter ha voluto ricordare, probabilmente non solo all'illustre ospite, che per gli svizzeri la democrazia diretta è come il sangue nel corpo: «Toglierci anche solo un pezzo di democrazia diretta significherebbe togliere il sangue a questo Paese». Non credo, tuttavia, che lo stesso Burkhalter intendesse negare che con la democrazia diretta talvolta si corrono grossi rischi e che può capitare che certe decisioni, come quella sull'immigrazione, possono suscitare perplessità e reazioni anche poco comprensibili (dal punto di vista svizzero) come l’interruzione della collaborazione europea in materia di formazione e di ricerca.
La discussione è evidentemente aperta e la contrapposizione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa non può certo essere decisa con una scelta perentoria e definitiva. Se infatti la democrazia diretta ha i suoi inconvenienti, non ne ha certamente meno quella rappresentativa. Basterebbe riflettere sui modi con cui i partiti scelgono o, più spesso, nominano i candidati eleggibili, sull’influenza dei media e dell’economia per promuovere o scardinare certe candidature, sulla reale possibilità di scelta consapevole degli elettori, sul vincolo di rappresentanza e di mandato che gli eletti ricevono, sul genere di controllo che gli elettori possono o, più spesso, non possono esercitare nei confronti dei propri rappresentanti, ecc. ecc.

Democrazia diretta o rappresentativa?
Non faciliterebbe la scelta giusta tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa nemmeno la distinzione tra decisione popolare e decisione impopolare. Non sempre, infatti, una decisione presa a maggioranza dei cittadini, è «giusta», nel senso di utile ed efficace, mentre una decisione presa a maggioranza dei rappresentanti dei cittadini elettori, anche quand’è impopolare è di per sé «ingiusta», nel senso di contraria agli interessi del popolo. Ovunque, si sa, sono impopolari, ma spesso utili e giustificate, le decisioni che impongono il pagamento di nuove tasse o di quelle dovute, ad esempio nel caso di una evasione fiscale generalizzata, pena pesanti sanzioni anche nel caso della piccola evasione.
Essendo estremamente difficile definire a priori (cioè prima di poterne verificare gli effetti) ciò che è giusto e ingiusto nella legislazione, la soluzione sta probabilmente in un sano pragmatismo e nella capacità di ciascun popolo di darsi istituzioni sufficientemente credibili ed efficienti, in grado di soddisfare al meglio la fiducia e le attese dei cittadini.

Funzionamento delle istituzioni e democrazia
La questione se sia preferibile la democrazia diretta o quella rappresentativa è certamente legata anche al giudizio che i cittadini danno sulle proprie istituzioni, ma resta ugualmente aperta con qualunque tipo di giudizio. La democrazia diretta non dipende tanto dal funzionamento (buono, mediocre, scarso) delle istituzioni quanto piuttosto da ragioni storiche, istituzionali, ecc. Anche la democrazia rappresentativa non dipende dal buono o cattivo funzionamento delle istituzioni, ma non c’è dubbio che il cattivo funzionamento delle istituzioni rappresenta sempre un pregiudizio grave della democrazia. Basterebbe pensare alla corruzione, all’evasione, alla malavita organizzata, ecc.

In conclusione, piuttosto che disquisire sulle varie forme di democrazia, tanto varrebbe adoperarsi maggiormente per il buon funzionamento delle istituzioni esistenti, per il loro ammodernamento, per renderle più chiaramente al servizio dei cittadini e non viceversa.
Se poi si volessero mettere a confronto, ad esempio, la democrazia diretta svizzera e quella rappresentativa italiana, ciascuno è in grado di valutare gli aspetti positivi e negativi dell’una e dell’altra, prendendo come termine di riferimento il benessere derivante ai singoli e alla società, ma anche il grado di soddisfazione dei cittadini nelle istituzioni che li rappresentano.
Giovanni Longu
Berna, 16.04.2014


Frontiere semiaperte e contenzioso italo-svizzero


Non c’è dubbio, negli ultimi decenni le maglie delle frontiere della Svizzera si sono allentate per lasciar passare nei due sensi milioni di persone tra turisti, commercianti, migranti e persino delinquenti. Sono divenute masse le persone che quotidianamente vengono in Svizzera dalla Germania, dall’Italia e dalla Francia per motivi di lavoro e magari la sera riprendono la via del ritorno. I frontalieri tedeschi sono ormai 57.000, quelli francesi circa 150.000, quelli italiani oltre 65.000. Questi ultimi costituiscono addirittura circa un terzo della forza lavoro complessiva del Ticino.
Da alcuni anni, tuttavia, una parte considerevole del popolo svizzero sente questo continuo passaggio della frontiera, spesso senza alcun controllo, come un’esagerazione e persino una minaccia alla stabilità economica, sociale e politica della Svizzera. Ritiene che le maglie della frontiera debbano essere più serrate per poter controllare meglio non solo i passaggi di persone indesiderate e trafficanti di ogni specie, ma anche i flussi migratori (di cui per altro la Svizzera non potrà fare a meno).

Frontiera come cerniera
Lcernere, «separare, vagliare»). Anche la libera circolazione della manodopera straniera europea subirà dei limiti in funzione di interessi nazionali e locali.
a reazione si è concretizzata, come si sa, nell'iniziativa popolare dell’Unione democratica di centro (a guida carismatica Blocher) contro l’immigrazione di massa, che è stata accolta dalla maggioranza degli elettori svizzeri il 9 febbraio scorso. Quel che comporterà questa decisione ancora nessuno lo sa con certezza, ma sicuramente la frontiera riacquisterà la sua antica funzione di cerniera (dal latino
E’ la fine di un’epoca? Non credo, ma dovrebbe far riflettere la reazione in molte parti del mondo, Europa compresa, all’utopia dell’abbattimento delle frontiere in nome di una solidarietà umana e sociale proclamata nei trattati ma assai poco praticata. In molti casi la frontiera ridiventa simbolo di sovranità e di autodifesa nei confronti dei vari centralismi tecnocratici e burocratici, spesso insensibili alle esigenze regionali e locali.
Tradizionalmente la frontiera è stata anche un luogo di scambio, nel senso che nelle regioni di confine avveniva la maggior parte degli scambi e sovente anche del contrabbando. Si pensi al confine meridionale della Svizzera con l’Italia. Lungo questa frontiera si sono sviluppati i primi scambi commerciali ed è nata e cresciuta la prima emigrazione transfrontaliera tra i due Paesi. In seguito il mercato degli scambi e la destinazione dei migranti si sono notevolmente estesi, ma attraverso gli stessi valichi continuano a transitare merci, migranti, contrabbandieri, turisti e soprattutto decine di migliaia di frontalieri.

Contenzioso attorno alla frontiera italo-svizzera
Oggi la frontiera italo-svizzera è diventata una zona calda, molto più sorvegliata che in altre epoche. Su questa frontiera si è sviluppato da alcuni anni un contenzioso tra l’Italia e la Svizzera che non accenna a risolversi.
Non si tratta ben’inteso di semplici rettifiche territoriali in seguito al ritiro di qualche ghiacciaio o alla correzione di qualche flusso d’acqua, né dello stato delle strade e delle ferrovie in prossimità del confine e neppure di qualche forma d’inquinamento ambientale. Si tratta dell’annosa questione della tassazione dei frontalieri, del rientro in Italia dei capitali esportati clandestinamente dall’epoca del boom economico ad oggi, delle liste nere e di altro ancora.
Il Ticino, la regione confinante con l’Italia, si sente fortemente penalizzata da questa situazione e non fa che inviare segnali a Berna perché intervenga su Roma, accusata di violare gli accordi sulla doppia imposizione con la Svizzera, minacciando se il caso di disdire tali accordi o almeno quello sui frontalieri del 1974.
Molti politici, giuristi, economisti s’interrogano se non sia da adottare nuovamente la misura per altro controversa presa (inutilmente) nel 2011, ossia il blocco dei ristorni fiscali dei frontalieri all'Italia. Allora il presidente del Consiglio Mario Monti aveva dichiarato di voler riprendere i negoziati con la Svizzera, ma non ne ebbe il tempo per la caduta del suo governo. Anche il suo successore Enrico Letta fece molte promesse, ma non ebbe il tempo di vedere la fine del negoziato ancora in corso. Oggi tocca a Matteo Renzi prendere una decisione, ma in Ticino come a Berna nessuno mi sembra pronto a scommettere che la prenderà, almeno in tempi brevi.
Non resta che attendere, finché la pazienza dei ticinesi non si esaurirà. Possiamo tuttavia stare tutti tranquilli che la frontiera meridionale della Svizzera continuerà a restare (semi)aperta e persino consolarci che dal mese di luglio sarà addirittura possibile portare con sé dall'Italia, legalmente, più carne (1 chilo) e più vino (5 litri) per persona. Ormai, soprattutto sul versante italiano, il controllo si è decisamente spostato sul denaro (franchi o euro) in entrata o in uscita dall'
Italia.
Giovanni Longu
Berna, 16.04.2014


09 aprile 2014

Italia: riforme sì, ma quali e come?


In Italia, la discussione sulle riforme, di per sé molto complessa, si fa sempre più accesa e nessuno è in grado di prevederne il risultato finale. A furia di parlarne, spesso disordinatamente e sotto la minaccia «o si cambia o si muore», senza domandarsi mai se le singole proposte siano ragionevoli e non vi siano alternative valide, c’è il rischio che il tentativo del governo Renzi faccia la stessa fine di altri del passato. Tanto più che le forze in campo sono molte e i vari attori non hanno unanimità di vedute né una vera legittimazione popolare per agire con scienza e coscienza. Inoltre non va dimenticato che l’Italia è un Paese demograficamente vecchio e quindi «per natura» piuttosto conservatore.

Italia, Paese conservatore
Che l’Italia sia tra i Paesi più vecchi al mondo lo conferma l’Istituto nazionale di statistica (Istat), secondo cui l’indice di vecchiaia (ossia il rapporto tra anziani e giovani) è di 148,6 anziani ogni 100 giovani. In Europa solo la Germania ce l’ha più elevato (155,8). Anche la speranza di vita in Italia è tra le più alte del mondo: 79,4 anni per gli uomini e 84,4 anni per le donne.
Che sia un Paese conservatore lo dimostra ormai da molti anni la stabilità del panorama politico nazionale, sostanzialmente bloccato perché lo zoccolo duro dei principali partiti è molto solido e non consente un vero bipolarismo con ampie maggioranze. In questa situazione, con maggioranze spesso raffazzonate, nessun governo è riuscito finora a realizzare importanti (ossia efficaci) riforme strutturali, soprattutto di rango costituzionale.
Vi riuscirà il governo Renzi?
Mi sembra ragionevole dubitarne, sia per la strana maggioranza parlamentare che lo sostiene e sia perché non ha una vera e propria legittimazione popolare, non essendo il risultato diretto di elezioni politiche, ma di decisioni del partito di maggioranza. Inoltre, nemmeno il Parlamento è pienamente legittimato ad apportare all’impianto dello Stato riforme strutturali importanti sia per la mancanza, anche nei suoi confronti, di una chiara legittimazione popolare e sia perché non ha ricevuto dall’elettorato un mandato preciso per modificare la costituzione in questo o quel punto.
E’ vero che anche l’attuale Parlamento è giuridicamente legittimato a svolgere tutte le sue funzioni, come ha affermato la Corte costituzionale, ma nell’opinione pubblica resta qualche dubbio in quanto la stessa Corte ha dichiarato incostituzionali e quindi illegittimi alcuni aspetti della legge elettorale in base alla quale sono stati eletti, anzi nominati (!), quasi tutti gli attuali parlamentari. Andrebbe infatti ricordato che, eccettuati quelli eletti nella Circoscrizione Estero, non si tratta propriamente di eletti (ossia scelti; eleggere vuol dire scegliere!) ma di «nominati», in quanto gli elettori non hanno avuto la possibilità di scegliere i candidati preferiti, ma solo la lista in cui erano già indicati gli eleggibili.
Già per queste ragioni mi sembra fondato il dubbio che l’attuale governo possa attuare le riforme presentate dal suo instancabile capo in tutte le tribune come se fossero davvero a portata di mano e realizzabili in tempi certi e prestabiliti. Qualche osservatore ha visto in questa insistenza una sorta di ansia di Matteo Renzi per ricevere a posteriori, ossia visti i risultati, la legittimazione che non ha avuto all’inizio del mandato.
Sia ben chiaro, sono anch’io convinto che l’Italia abbia bisogno di riforme strutturali importanti e quanto prima si realizzano meglio è per gli italiani. Siccome però mi sembra azzardato pensare che in pochi mesi il governo riesca ad ottenere ciò che spera da un Parlamento molto frazionato (e per di più minacciato proprio dalle riforme, se attuate, di essere decimato alle prossime elezioni), tanto varrebbe dedicarsi con lo stesso entusiasmo e la stessa energia che ha dimostrato finora ai problemi più urgenti degli italiani.

Le priorità degli italiani
Stando a numerosi sondaggi, agli italiani di quel che stanno discutendo in questi tempi il governo e il parlamento interessa relativamente poco. Non li appassiona né la legge elettorale né la riforma o l’abolizione delle province e men che meno quella del Senato o il riordino del Titolo V della Costituzione. Agli italiani interessa che lo Stato funzioni bene (senza i privilegi della casta e l’eccessiva burocrazia) e intervenga efficacemente e presto nei settori vitali dell’occupazione (riconducendo la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ai valori della media europea), del reddito minimo garantito (busta paga più sostanziosa o assegno di disoccupazione o inoccupazione), della pressione fiscale, della legalità, della giustizia sociale.
A questo punto è facile l’obiezione: per rendere possibili e immediati questi interventi dello Stato sono indispensabili prima le riforme strutturali del Paese, richieste fra l’altro con (eccessiva) insistenza dall’Europa che conta. Ma si tratta di un’obiezione da respingere, almeno in questi termini, perché intanto il governo dovrebbe intervenire subito utilizzando i molti strumenti che ha già ora a disposizione e poi perché le riforme di cui tanto si discute non hanno la stessa urgenza degli altri interventi menzionati, per cui potrebbero essere lasciate alla libera discussione del Parlamento. Oltretutto la fretta è sempre una cattiva consigliera.

E la riforma elettorale?
Delle grandi riforme riguardanti il funzionamento dello Stato, a mio parere, di urgente ce n’è solo una: l’approvazione di una buona legge elettorale. Purtroppo quella (provvisoria) approvata dalla Camera dei deputati non mi pare soddisfacente perché anche in questa versione gli elettori non hanno ancora la possibilità di scegliere tra persone ma solo tra liste. L’impostazione della legge contiene inoltre il rischio di un eccessivo accentramento dei poteri in un unico partito e un’unica persona. Sarebbe grave se per garantire la governabilità si sacrificasse proprio la democrazia.
E’ sintomatico che il disegno di legge non sia il frutto di uno studio pluridisciplinare ma il risultato di un accordo tra due capipartito, Renzi e Berlusconi, ossia due avversari politici, l’un contro l’altro armati (parafrasando Alessandro Manzoni) per la presa del potere, da esercitare possibilmente senza tanti ostacoli.
Non mi ha sorpreso, invece, che sia stata concepita una legge elettorale valida solo per la Camera dei deputati. Nel disegno complessivo di riforma dello Stato proposto dal governo, infatti, il Senato, se mai continuasse ad esistere, non sarebbe più «elettivo» (secondo le affermazioni martellanti di Matteo Renzi).
A questo punto però il discorso si complica e qualche sospetto avanza. Il governo, o Renzi che è la stessa cosa, sembrerebbe agganciare la legge elettorale alla riforma del Senato, a tal punto da escludere nuove elezioni fin quando non sarà approvata in via definitiva la riforma costituzionale del Senato nei termini da lui fissati (un punto fermo è appunto la sua non elezione). Ossia, non prima della fine della legislatura, salvo che la riforma venga bocciata, perché allora, ha ripetuto il Premier in più occasioni, «si va tutti a casa». Ma c’è da crederci?

Riforma del Senato
Sta di fatto che la riforma (in un primo tempo si parlava addirittura di abolizione) del Senato appare anche a Renzi più difficile del previsto, viste le perplessità all’interno del suo stesso partito, da parte del presidente del Senato Pietro Grasso, di insigni costituzionalisti e di numerose altre personalità.
Alla base dei contrasti c’è a mio parere soprattutto una mancanza di chiarezza di pensiero e d’informazione. Se infatti l’obiettivo, su cui più o meno tutti i protagonisti concordano, è chiaro, ossia il superamento del «bicameralismo perfetto», le divergenze aumentano su tutto il resto. Accenno solo ad alcune.
Anzitutto non è chiara l’attribuzione principale del nuovo Senato. Chi sa esattamente cosa significa «Camera delle autonomie»? Non ho sentito finora alcuna risposta soddisfacente, perché in Italia i livelli di «autonomia» sono molteplici e di portata assai differente. Basti pensare anche solo alle differenze esistenti tra Comuni, Province (posto che non si riesca ad eliminarle) e Regioni, Regioni ordinarie e Regioni a Statuto speciale, ecc.). Come verrebbero rappresentate le varie autonomie? Né sono chiare le competenze che avrebbe questo organismo, soprattutto se venisse privato totalmente della potestà legislativa o del potere di controllo sull'operato dell’esecutivo (ad esempio nel campo della gestione finanziaria).

Mancanza di chiarezza e semplicità
Seguendo alcuni dibattiti televisivi mi sono reso conto di quanto poco possano interessare le discussioni tra «addetti ai lavori», i quali non sembrano avere le idee chiare nemmeno loro. Secondo qualcuno, ad esempio, il bicameralismo perfetto (due Camere con gli stessi poteri) sembrerebbe la causa di tutti i mali d’Italia, senza essere nemmeno sfiorato dal dubbio che i mali o almeno molti di essi possono dipendere anche dal cattivo funzionamento delle istituzioni.
Ho sentito persino il costituzionalista Michele Ainis (ma potrei citare anche altre personalità) affermare che il bicameralismo perfetto esiste praticamente solo in Italia, ignorando che esiste, per esempio, anche in Svizzera. Lo stesso Ainis mi ha inoltre sorpreso quando, in una trasmissione televisiva, parlando del suo modello di riferimento per il nuovo Senato, ossia il Bundesrat tedesco, ha aggiunto «notoriamente non eletto», senza specificare come viene costituito. Eppure non occorre essere costituzionalisti per sapere che negli Stati federali i componenti della cosiddetta «Camera alta» (spesso chiamato Senato) non sono eletti a suffragio universale ma solo dagli elettori dello Stato di cui diventano rappresentanti. Sono comunque pur sempre eletti per quella funzione.
Tornando alla legge elettorale, se la si volesse rendere applicabile in tempi brevi, basterebbe integrarla con un articolo che preveda l’elezione dei membri del Senato con modalità differenti in base agli ordinamenti delle varie entità autonome. Perché, invece, si insiste sul suo aggancio alla riforma del Senato? E perché, per riformare il Senato non si comincia a precisare quali sono le sue competenze e come deve espletarle? E in generale, per risparmiare costi ed accrescere efficienza, perché non si dimezza il numero dei parlamentari e le loro indennità, cominciando con l’eliminazione dei senatori a vita nominati? E quando si comincia a responsabilizzare, anche finanziariamente, gli enti autonomi, cominciando dalla Regioni?
Evidentemente chiarezza, semplicità, responsabilità… non sono tipiche virtù italiche.

Giovanni Longu
Berna, 9.4.2014

02 aprile 2014

Progetto emigrazione italiana


L’11 settembre 2013, il senatore eletto nella circoscrizione Estero Aldo Di Biagio (Gruppo per l’Italia) aveva presentato un disegno di legge contenente «Disposizioni per la promozione della conoscenza dell'emigrazione italiana nel quadro delle migrazioni contemporanee». Lo scorso 21 marzo è stato assegnato per l’esame preliminare alla Commissione «Istruzione pubblica, beni culturali», ma il testo sarà anche sottoposto ai pareri delle commissioni «Affari costituzionali», «Affari esteri», «Bilancio» e «Questioni regionali».
Il fatto che il disegno di legge sia già stato assegnato a una Commissione fa ben sperare sull’intero iter parlamentare. Se infatti verrà discusso, eventualmente migliorato e approvato in quella sede, ci sono molte probabilità che sarà portato in discussione al Senato e poi alla Camera dei deputati e trasformato in legge.

Portata del fenomeno migratorio
Sen. Aldo Di Biagio
Che cosa chiede con la sua iniziativa il senatore Di Biagio? Chiede, a mio parere, una cosa ovvia, ma che evidentemente tanto ovvia non è. Chiede che lo Stato provveda a promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado la conoscenza della storia dell’emigrazione italiana, evidentemente ora trascurata o lacunosa, eppure così importante per i cittadini di oggi e di domani.
Presentando il disegno di legge, Di Biagio ha tenuto a ricordare anzitutto la portata del fenomeno migratorio: «L'emigrazione italiana, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e fino ai nostri giorni, è stata indiscutibilmente il fattore di più profondo cambiamento della società italiana e l'esperienza di più intensa e diffusa internazionalizzazione che gli italiani abbiano conosciuto (…) si calcola che siano almeno venticinque milioni gli italiani espatriati nelle più diverse aree del mondo a seguito della prima e della seconda ondata emigratoria, e tra i cinquantacinque e i sessanta milioni le persone di origine italiana che vivono attualmente nel globo. I cittadini italiani che risiedono all'estero e si sono iscritti all'Anagrafe italiani residenti all’estero (AIRE) sono circa 4,3 milioni. Una cifra non lontana da quella degli stranieri che si sono insediati in Italia…».
Basterebbe questo riferimento per suscitare nell’opinione pubblica e specialmente nel mondo della scuola una gran voglia di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana, che ha interessato praticamente l’intera storia italiana, dall’Unità ad oggi. Il rischio che la formazione delle nuove generazioni sia sotto questo aspetto gravemente lacunosa andrebbe preso sul serio, se non si vuole indebolire ulteriormente la già fragile memoria collettiva, soprattutto in un momento così delicato come quello attuale.

Conservare la memoria storica
Di Biagio vede soprattutto nelle giovani generazioni l’anello debole della trasmissione di questa memoria storica. Esse, infatti, «non trovando adeguati riferimenti nei canali di informazione e di comunicazione da loro abitualmente usati, sono portate a rimuovere completamente questo patrimonio storico, umano ed etico, recidendo in tal modo il filo di continuità della loro stessa memoria familiare».
La pertinenza e forse l’urgenza delle misure proposte deriva secondo Di Biagio anche dalla delicatezza del processo di transizione che la società italiana sta attraversando ormai da qualche decennio: «L'Italia, come è ormai noto, da Paese di storica emigrazione si sta trasformando in luogo di approdo e di insediamento di milioni di stranieri che arrivano nel nostro territorio sulla base di motivazioni analoghe a quelle che nel corso del tempo hanno indotto tanti nostri connazionali a partire e che tuttora, come si è visto, non sono ancora sopite».

Progetto di ricerca sull’emigrazione italiana
Concretamente, il senatore Di Biagio propone che il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca si faccia carico di un «progetto nazionale di ricerca e di approfondimento» sull’emigrazione italiana da inserire nella programmazione scolastica ordinaria. Lo stesso Ministero dovrebbe prendere le opportune iniziative per far conoscere il progetto e sensibilizzare e formare i docenti ai fini dell'acquisizione delle conoscenze e delle competenze necessarie.
Spetterebbe poi ancora al Ministero provvedere con opportune linee guida a motivare le varie scuole ed istituti ad adottare il progetto nazionale, adattandolo ai diversi gradi d’istruzione, tenendo conto anche delle specificità territoriali. Infine, lo stesso Ministero dovrebbe intervenire con modalità appropriate per la verifica, ogni due anni, dei risultati raggiunti.
Per incoraggiare l’attuazione del «programma nazionale», Di Biagio popone un Premio nazionale «Migranti come noi», «da assegnare annualmente a classi e a istituti scolastici che si sono particolarmente distinti per l'originalità e per il rigore della ricerca, nonché per l'efficacia del percorso formativo sulle tematiche delle migrazioni».
Mentre mi auguro che il disegno di legge di Di Biagio diventi presto legge dello Stato, vorrei evidenziare un aspetto che in questo tipo di discussione giuridica rischia di non essere sottolineato abbastanza: l’aspetto emotivo (e formativo) che accompagna la conoscenza. Chiunque si trovi ad affrontare, per qualsiasi ragione, la storia dell’emigrazione italiana finisce infatti per sentirsi coinvolto non solo intellettualmente, ma anche emotivamente.

Una storia straordinaria e importante
Va da sé che la semplice conoscenza di un fenomeno così vasto e profondo della storia italiana come l’emigrazione arricchisce lo spirito e aggiunge peso al bagaglio culturale di chiunque si cimenta in questa ricerca. Ma è un fatto facilmente documentabile: man mano che questo tipo di conoscenza cresce, aumenta anche il coinvolgimento emotivo del ricercatore. Ogni italiano alle prese con la storia dell’emigrazione finisce di fatto per compiere anche una ricerca se non della propria storia personale almeno della storia del proprio comune o della propria regione, ossia del tessuto sociale in cui affondano le proprie radici. L’emigrazione ha infatti segnato profondamente ogni regione italiana tanto del Mezzogiorno quanto del Centro e del Nord.
Lo studio dell’emigrazione italiana è una ricerca coinvolgente perché sono moltissimi, ancora oggi, gli italiani interessati direttamente dalla problematica emigratoria per via di familiari, amici, compagni di scuola, vicini di casa con un vissuto da emigrati o persino tuttora emigrati. Senza contare che è ormai sotto gli occhi di tutti la condizione degli immigrati in Italia, per molti versi simile a quella vissuta dagli emigrati italiani.
Oltre che utile, lo studio dell’emigrazione italiana è stimolante e persino appassionante, soprattutto se visto dalla prospettiva degli interessati, appunto gli emigrati. Per essere efficace, tuttavia, un simile studio dovrebbe uscire dalla vaghezza dei luoghi comuni sull’emigrazione (la tristezza della partenza, la nostalgia, la sofferenza, la discriminazione degli emigrati, il sogno del rientro, ecc.) e concentrarsi sull’evoluzione dell’emigrazione italiana in un solo Paese, per esempio gli Stati Uniti o la Francia o la Germania o un’altra nazione.

L’emigrazione italiana in Svizzera
Personalmente trovo molto interessante l’emigrazione italiana in Svizzera, tra l’altro una delle più antiche, perché i primi migranti nei due sensi, tra l’Italia e la Svizzera, precedettero la stessa costituzione della moderna Confederazione e dell’Unità d’Italia. Allora si trattava di passaggi di frontiera «ordinari», per esigenze od opportunità di lavoro, senza complicazioni burocratiche. In seguito, già nel 1868, il fenomeno venne regolamentato perché stava assumendo una forte consistenza con implicazioni «straordinarie» nella vita sociale e politica soprattutto della Svizzera, ma anche dell’Italia.
Per quasi 150 anni la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera si è svolta con un andamento altalenante tra grandi afflussi di nuovi immigrati e forti rientri, periodi di relativa tranquillità e periodi di tensioni alle stelle, gravi episodi di xenofobia e attestati di pubblica benemerenza, forme di autodifesa e forti spinte all’integrazione.
Parallelamente alle vicende degli emigrati/immigrati si è svolta una storia di relazioni ufficiali tra i due Stati non sempre coincidenti con gli interessi dei primi. Basti pensare che l’unica rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi si verificò nel 1902 a causa dell’arroganza del rappresentante d’Italia in Svizzera, tale Silvestrelli. Altre volte le tensioni furono provocate da interventi inappropriati di ministri, sottosegretari, ambasciatori della Repubblica. A parte il primo Trattato di amicizia tra l’Italia e la Svizzera del 1868, nessun altro accordo sull'emigrazione è stato firmato con la piena soddisfazione di entrambe le parti. Nemmeno quello sui frontalieri del 1974, di cui si parla tanto attualmente.
Eppure la collettività italiana in Svizzera è andata costantemente crescendo per numero e qualità, per attestarsi in questi ultimi anni attorno al mezzo milione e più di persone, generalmente ben integrate, ben formate e portatrici di nuove caratteristiche e valori.

Storia di drammi e di successi
Andare a conoscere, in profondità, la storia di questa collettività è un’impresa interessante ed emozionante, soprattutto quando si cerca di scoprire la forza d’animo di generazioni d’immigrati capaci di ogni sopportazione sul lavoro e nella società, perché sentivano più forte che mai il dovere di provvedere ai bisogni delle loro famiglie. O quando si cerca di capire le varie forme di solidarietà che gli emigrati si sono inventate per sostenersi reciprocamente nelle difficoltà o nella lotta per i loro diritti. O quando ci s’interroga sulle ragioni profonde del successo di una popolazione un tempo sfruttata, disprezzata e marginalizzata e oggi considerata parte integrante della società svizzera.
Ci sono poi aspetti di questa storia dell’emigrazione italiana in Svizzera che meriterebbero di essere assolutamente conosciuti nelle scuole e nell’opinione pubblica. Penso alle varie forme di associazionismo che si sono sviluppate soprattutto nel secolo scorso, agli impulsi dati al superamento delle difficoltà tipiche della prima generazione d’immigrati, alla promozione diretta e indiretta dei prodotti italiani, alle modalità di diffusione di uno stile di vita «italiano», della lingua, dell’arte e della cultura italiane, ecc.
Ben venga, dunque, una legge che approfondisca le singole tematiche dell’emigrazione italiana e le sappia valorizzare nelle scuole e nell’opinione pubblica. Una tale conoscenza sarà anche utile per rendere più agevole il compito che hanno ora gli italiani di accogliere e integrare i tanti immigrati che guardano all’Italia come alla loro futura patria di adozione.
Giovanni Longu
Berna, 02.04.2014



26 marzo 2014

Sardegna e Veneto, due casi di un malessere diffuso


1. Sardegna, 27° Cantone svizzero


L’esasperazione di molti sardi, che si sentono trascurati dallo Stato italiano, deve aver spinto un professionista cagliaritano a lanciare una specie di supplica via Web nientemeno che agli svizzeri: venite a salvarci perché non ne possiamo più delle promesse fatteci dai vari Silvio, Giorgio, Romano, Mario, Enrico, Matteo, ecc.
La Sardegna sta morendo, gridano in tanti. E chi meglio degli svizzeri potrebbe guarirla e ricondurla agli antichi splendori della mitica Ichnusa o Sandalion, come la chiamavano i greci? Ancora oggi questi nomi evocano l’idea di un’isola felice e prospera (Ichnusa = l’isola del grande verde) perché una qualche divinità l’aveva fatta emergere come una perla dal mare e vi aveva lasciato la sua impronta indelebile (Sandalion = orma di piede, impronta).

Partenariato, non svendita!
I sardi, purtroppo, hanno smesso di sognare da tempo, ma non rinunciano alla dignità di appartenere a un popolo fiero, nuragico, coraggioso, a condizione, tuttavia, che lo Stato, un qualche Stato dia loro fiducia e le risorse necessarie per ripartire. Ecco perché la Svizzera non va vista come un possibile acquirente (come alcuni hanno erroneamente interpretato, perché i sardi mai svenderebbero la loro terra e prova ne sia che neppure i potenti Romani riuscirono a conquistarla interamente), ma come un partner a cui cedere quel tanto di sovranità necessario, come del resto hanno fatto tutti i Cantoni svizzeri, in cambio di protezione, investimenti, rilancio economico.
I sardi, o almeno molti sardi, sono convinti che lo scambio sarebbe nell'interesse di entrambe le parti: la Svizzera supererebbe definitivamente la sindrome d’accerchiamento per non aver sbocchi sul mare e la Sardegna diventerebbe il 27° Cantone svizzero, il «Cantone marittimo», guadagnando in un colpo solo benessere e prestigio, perché in Svizzera i Cantoni sono nello stesso tempo Stati (repubbliche) e Cantoni (a sovranità limitata).

Perché la Svizzera?
Ma perché i sardi hanno pensato proprio alla Svizzera? Anzitutto perché la Svizzera ricca ed efficiente costituisce per molti europei una forte attrazione, nonostante recentemente abbia detto no all'immigrazione di massa. Basterebbe seguire le cifre sugli arrivi di questi ultimi anni, soprattutto dal Kosovo, dal Portogallo, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, ecc. o il numero crescente di naturalizzazioni di cittadini italiani, tedeschi, kosovari, serbi, francesi, portoghesi, ecc. Ma non si tratta solo di un’attrazione dovuta alla forza economica e organizzativa di un Paese efficiente e rispettoso delle autonomie.
La vera ragione probabilmente risiede in una memoria recente e antica di ottimi rapporti tra la Sardegna e la Svizzera. Molti sicuramente sanno che i numerosi immigrati dalla Sardegna negli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso erano ritenuti ottimi lavoratori e molti di essi si sono integrati in questo Paese, pur continuando spesso a frequentare i Circoli sardi ancora in attività perché bene organizzati e accoglienti. Molti probabilmente non sanno invece che i legami tra la Sardegna e la Svizzera sono molto antichi.

Carouge, città «sarda»
Essi risalgano almeno a 260 anni fa, quando il Trattato di Torino (1754), ponendo fine ai frequenti conflitti tra la Repubblica di Ginevra e la Savoia, assegnò al Regno di Sardegna di Carlo Emanuele III il borgo di Carouge, vicino a Ginevra. Quel piccolo villaggio si sviluppò rapidamente, diventando dapprima «zona franca» (1781) poi «città reale» (1786). Importanti architetti piemontesi l’arricchirono di palazzi in stile neoclassico, piazze e giardini, per fare concorrenza a Ginevra. Non arrivò a tanto perché nel 1792 le truppe francesi l’occuparono interrompendo brutalmente lo sviluppo di Carouge e decretando il suo distacco definitivo dal regno di Sardegna.
Carouge conserva comunque ancora oggi il suo carattere di «città italiana» con un fascino meridionale, un’impronta indelebile di quel periodo «sardo», che i suoi abitanti non dimenticano. Nel 2001, in occasione della grande festa annuale di Carouge, «La Vogue», la Sardegna fu l’invitata d’onore. Molti manifesti portavano la scritta «Carouge accoglie la Sardegna».
Quel che è accaduto nel 2001 a Carouge potrà ancora succedere in altre parti della Svizzera perché la Sardegna gode nell'opinione pubblica di questo Paese di un grande fascino e sarà sempre bene accolta come ospite d’onore. Appartiene invece alla categoria dei sogni irrealizzabili poter leggere un giorno, per esempio a Berna, la scritta «La Svizzera accoglie la Sardegna» (quale suo 27° Cantone).

2. Il Veneto verso l'indipendenza?

La Sardegna non è l’unica regione italiana a manifestare una gran voglia di distacco dal centralismo romano. Una voglia di scollamento, di ribellione e addirittura di indipendenza serpeggia ormai in diverse regioni del Nord Italia, segno evidente di un malessere che si sta estendendo sempre più, alimentato soprattutto da un partito denominato, per chi l’avesse dimenticato, «Lega Nord per l’indipendenza della Padania».
Dopo il racconto fantapolitico messo in onda qualche mese fa dalla televisione della Svizzera italiana sulla «cessione della Lombardia alla Svizzera», nelle scorse settimane è stata la volta di un’altra regione del Nord, il Veneto. Dopo essere stato per quasi un secolo una delle regioni italiane a più alto tasso di emigrati, da diversi decenni era considerato uno dei principali motori dell’economia italiana con un reddito pro-capite nettamente superiore a quello medio italiano e vicino a quello delle regioni più avanzate d’Europa.
Oggi il Veneto incontra grosse difficoltà, cresce poco, vede il tessuto industriale indebolirsi sempre più, con numerose imprese che chiudono o spostano la produzione all’estero e la disoccupazione in aumento. Purtroppo cresce anche, nuovamente, l’emigrazione. Nell’opinione pubblica, ben orchestrata da gruppi imprenditoriali e dalla Lega, crescono il malcontento, l’opposizione all’euro e il sentimento di ribellione nei confronti di Roma e di Bruxelles accusate d’incapacità a gestire la crisi di questi anni e d’impoverire il Veneto che, su 70 miliardi di euro d’imposta versati, 20 non li vede più tornare sul territorio.

Un grido di guerra
A differenza del quesito posto per il sondaggio sulla Sardegna, con cui si chiedeva in sostanza un’opinione (nella versione lanciata dal quotidiano online Libero.it: «Secondo voi l'Italia dovrebbe vendere la Sardegna alla Svizzera?»), la domanda posta ai veneti chiedeva un’espressione di volontà: «Vuoi tu che il Veneto diventi una Repubblica federale indipendente e sovrana?».
La differenza è notevole. Tanto è vero che, mentre l’appello rivolto ai sardi per esprimere il loro dissenso da Roma è sfociato in una sorta di «supplica» inesaudibile alla Svizzera, i veneti sono stati chiamati al voto, per il momento solo telematico (virtuale) senza alcun effetto legale, con l’intenzione di inviare a Roma e a Bruxelles un avvertimento preciso e come tale, penso, è stato almeno in parte recepito.
Anche i toni della propaganda dei due sondaggi erano differenti, pacato il primo, appassionato il secondo. I veneti si sono mossi, in massa, a quanto sembra, sotto la spinta di un grido di guerra: «Liberiamo il Veneto!» (titolo de La Padania, organo ufficiale della Lega Nord, del 2-3 marzo scorso). Il termine guerra non è una forzatura. E’ lo stesso Matteo Salvini, europarlamentare e segretario federale della Lega Nord che dichiarava qualche settimana fa: «La guerra è iniziata. L’elmetto indossato… Il Nord vuole tornare a correre». E, come titolava ancora La Padania appena citata, «la Lega avverte Roma e Bruxelles: pronti a riprenderci la libertà».
L’esito della votazione, com’è noto, è stato sorprendente anche per l’alto numero dei votanti, quasi 2,4 milioni. Più che un sondaggio per saggiare gli umori della gente, si è rivelato un referendum, anzi un plebiscito contro Roma (ladrona e sprecona) e per l’indipendenza del Veneto. Un’indipendenza, che verosimilmente non avrà mai, ma non per questo le questioni sollevate dai sardi, dai lombardi, dai veneti e da altri italiani possono essere archiviate come velleitarie e irricevibili.

Roma e Bruxelles riflettano!
La «supplica» dei sardi ha fatto sorridere molti (svizzeri e italiani), come quando a manifestare una qualche voglia di adesione alla Svizzera era stata la Lombardia, e la rivendicazione dei veneti farà storcere il naso a più di un burocrate a Roma e a Bruxelles, ma non c’è dubbio che sollevano non pochi interrogativi sulla geopolitica nazionale e internazionale, che meriterebbero molta più attenzione sia dal parlamento e dal governo italiani e sia dagli organismi comunitari di Bruxelles.

L’Italia è un Paese troppo grande per essere centralistico e le Regioni sono troppo deboli per sottrarsi al centralismo romano (con buona pace dei veneti). Se non si troverà quanto prima una soluzione ragionevole alla relazione centro-periferia, ponendo mano seriamente alla riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione, l’esasperazione di tante Regioni e di troppi cittadini non faranno che aumentare.
Anche l’Europa, nei prossimi anni, dovrà cercare di superare gli egoismi nazionali e l’eccesso di burocrazia per estendere l’idea di una patria comune e il rispetto delle autonomie dei popoli e delle regioni. Non so se la Svizzera, col suo sistema di Cantoni e Regioni ormai consolidato possa rappresentare un modello imitabile, ma sicuramente meriterebbe di essere studiato. Dopo tutto qui non ci sono Cantoni che aspirano all’indipendenza da Berna o Cantoni che vorrebbero abbandonare il franco per adottare un’altra moneta.
Giovanni Longu
Berna, 26.03.2014


19 marzo 2014

Dopo il 9 febbraio: la Svizzera ha di che preoccuparsi?


La votazione del 9 febbraio 2014 sulla limitazione dell’immigrazione di massa ha spaccato la Svizzera in due, nel senso che la maggioranza che ha approvato l’iniziativa promossa dalla destra populista (50,3% dei votanti) ha vinto con meno di 20.000 voti di scarto. Dalle analisi del dopo voto è risultata tuttavia un’altra maggioranza ben più consistente, quella degli incerti e preoccupati sulle conseguenze della scelta fatta.
La decisione di gestire autonomamente l’immigrazione (reintroducendo i «contingenti» per i dimoranti stranieri) e rinegoziare l’accordo di libera circolazione con l’Unione Europea (UE) dando la priorità sul mercato del lavoro ai lavoratori residenti in Svizzera (principio della "preferenza nazionale") non è affatto piaciuta all’UE, che ritiene non negoziabile la libera circolazione dei cittadini europei.

Difficoltà con l’UE
Negli ambienti economici e nei principali partiti svizzeri cresce la preoccupazione non solo per le eventuali misure di ritorsione da parte dell’Europa, ma anche per le difficoltà concrete di fissare e gestire i «contingenti» (in quali settori, per quali attività, in quali regioni, ecc.?) e soprattutto per le conseguenze di una limitazione dell’immigrazione in base a criteri non consoni a uno Stato liberale. Oltretutto, gli stessi ambienti e il governo federale sono concordi nell'affermare che proprio gli accordi bilaterali con l’UE e la libera circolazione hanno contribuito finora in misura considerevole al benessere della Svizzera.
Proprio per questi timori, alcuni osservatori si sono chiesti se non fosse il caso di ripetere la votazione. Altri hanno riaperto, soprattutto nella stampa romanda, una vecchia discussione sulla sostenibilità di una forma di democrazia diretta in cui il popolo può prendere delle decisioni anche contro i propri interessi. Perché dunque non interpellare nuovamente lo stesso elettorato per chiedere se riconferma la propria volontà alla luce delle prevedibili conseguenze (negative) della decisione già presa?
Mi pare però che quest’ultima possibilità non sia andata oltre la semplice discussione giornalistica, tanto è vero che lo stesso governo ha escluso un ritorno alle urne in tempi brevi e si è messo subito al lavoro per cercare di tenere aperta la via bilaterale con l’UE per nuovi negoziati e contemporaneamente preparare la legislazione applicativa del nuovo articolo costituzionale approvato dai Cantoni e dal popolo svizzero.
Non è escluso tuttavia che proprio la nuova legge in preparazione, contro la quale verosimilmente verrà chiesto un referendum, possa provocare un nuovo ricorso al voto popolare e solo in quel momento si saprà qual è davvero la volontà della Svizzera non solo riguardo all'immigrazione (ponendo così fine definitivamente a una storia di votazioni in materia che dura da oltre quarant'anni!) ma anche riguardo alla sua collocazione in Europa.
Mauro Dell'Ambrogio
Nel frattempo mi sembra fondamentale che la politica ma anche i media facciano opera di corretta e completa informazione. Ho trovato ad esempio molto pertinente un recente intervento di Mauro Dell’Ambrogio, Segretario di Stato alla formazione e alla ricerca, secondo cui  «il voto del 9 febbraio mina ora le basi degli accordi bilaterali e riporta l’incertezza di vent'anni fa [ossia al 1992, quando il popolo respinse l’adesione allo Spazio Economico Europeo (SEE) e seguirono tempi difficili per la Svizzera]. Cosa ci aspetta, se gli accordi bilaterali fossero disdetti, o anche solo congelato il loro adeguamento? Come saranno fissati e gestiti i contingenti per la manodopera estera, e con quali conseguenze per quali settori economici?». Sono evidentemente interrogativi non di poco conto, ma utili e necessari per la formazione dell’opinione pubblica.

Necessità di un consigliere federale italofono
In questa analisi a mio parere molto giudiziosa, Dell’Ambrogio non risparmia alcune critiche proprio al suo Ticino, che ha contribuito in misura determinante all'esito della votazione del 9 febbraio. «Anziché aspettarsi trattamenti di favore per avere fatto pendere la bilancia in favore del SI, il Ticino dovrebbe preoccuparsi del proprio sviluppo. I posti di lavoro, prima di distribuirli, bisogna crearli. Porre il freno ai posti malpagati per soli frontalieri è cosa ben diversa che creare posti meglio pagati. Il settore dove più facilmente il Ticino li creava, la finanza, è già tanto se li conserva, dopo che già è sparito il gettito fiscale».
Alle considerazioni e agli interrogativi sollevati da Dell’Ambrogio, che condivido, mi permetto aggiungerne un altro, forse non del tutto irrilevante: il Cantone Ticino, che ha contribuito in misura determinante all'esito del voto del 9 febbraio 2014, avrebbe votato alla stessa maniera se a Berna ci fosse stato un Consigliere federale italofono? Mi permetto di dubitarne. Un italofono in Consiglio federale avrebbe infatti contribuito a rafforzare, come hanno sempre fatto tutti i consiglieri federali italofoni, due elementi fondamentali della coesione e del prestigio svizzeri, ossia il legame confederale tra Berna e il Ticino e il legame d'amicizia e di collaborazione con l’Italia.
E’ innegabile infatti che in questi ultimi anni il Ticino si senta spesso trascurato da Berna, ad esempio sulla problematica dei frontalieri, e che le relazioni italo-svizzere non siano all'altezza della tradizione.
Perché la Svizzera resti un Paese coeso e veda maggiormente il proprio destino in Europa e con l’Europa, credo che siano importanti e urgenti sia la soluzione del problema della rappresentanza italofona in seno al Consiglio federale e sia la ripresa di eccellenti relazioni bilaterali con l’Italia.

Giovanni Longu Berna, 19.03.2014

Renzi tra annunci e incertezze


Matteo Renzi, per essere credibile, è costretto a passare dagli annunci in puro stile pubblicitario ai fatti. Finora ha elogiato il «fare» solo a parole, d’ora in poi deve fare davvero, traducendo gli enunciati in misure di governo, rispondenti alle esigenze del Paese e dell’Europa.
Matteo Renzi
Non c’è dubbio che le frasi ad effetto di Renzi nell'ultima fase del governo Letta e subito dopo la sua presa del potere abbiano suscitato grandi aspettative in tutte le fasce dell’opinione pubblica. E’ auspicabile, per il bene degli italiani, che le speranze nel nuovo governo non vadano deluse, ma non c’è dubbio che il rischio è grosso.
Intanto Renzi deve in qualche modo farsi perdonare lo sgarbo fatto al Paese di prendere il potere senza un reale consenso popolare, nonostante gli spergiuri che sarebbe andato a Palazzo Chigi (sede del governo) solo in seguito a una legittimazione del voto popolare (quello vero, non quello delle primarie di un partito). C’è invece andato aggirando l’ostacolo grazie all'avallo del Presidente Giorgio Napolitano, convinto che, insieme, avrebbero rimesso in moto la macchina dello Stato e messo a tacere le voci, per altro poco credibili, di quanti denunciavano i soliti giochi di palazzo.

Fare e convincere
Renzi deve dunque fare e convincere. E poiché ha sfidato l’opinione pubblica affermando: «più soldi in busta paga da maggio o sono un buffone», c’è da sperare che mantenga le promesse, non tanto per evitare la brutta figura, ma perché diversamente il Paese affonderebbe davvero nella palude. Se riuscirà a trovare le risorse necessarie nessuno potrà chiamarlo buffone, furbo illusionista, venditore di fumo, e tutti (o quasi, perché gli scontenti ci saranno sempre) gli saranno grati.
La speranza però non è una certezza e resta ancora da vedere dove il governo troverà i soldi promessi agli italiani. Questo è il vero banco di prova di Renzi. Personalmente sono fiducioso perché in Italia è possibile molto ricupero dai tagli alla spesa pubblica improduttiva e perché tutto si può dire dell’Italia, tranne che sia un Paese povero: la ricchezza privata degli italiani (oltre 8640 miliardi di euro) è più di quattro volte il debito pubblico (attualmente 2089 miliardi).
In questo rapporto, l’Italia sta meglio della Germania e della Francia. Perché Renzi non pensa (anzi, perché l’ha escluso?) a introdurre, come esiste in molti altri Paesi, una piccola imposta sulla ricchezza? Esiste persino in Svizzera e non si può dire che gli svizzeri navighino in cattive acque. Potrebbe apparire un’imposta inizialmente odiosa, ma colpendo soprattutto i patrimoni più consistenti, tutti finirebbero per farsene una ragione, compresi le banche, le imprese e i grandi capitalisti. Tanto più che questo gettito supplementare d’imposta potrebbe consentire allo Stato di abbassare realmente le imposte per tutti. Non è un paradosso non utilizzare a fin di bene (comune) l’enorme ricchezza disponibile posseduta dagli italiani?

Quali riforme costituzionali?
Un altro banco di prova del governo Renzi sono certamente le riforme costituzionali, annunciate a razzo, ma ad alto rischio di non raggiungere gli obiettivi. Ecco alcune domande le cui risposte mi appaiono particolarmente incerte.
Le prime questioni riguardano la legge elettorale, che dovrebbe avere la priorità assoluta per consentire di andare a votare, se necessario, anche tra pochi mesi. Ebbene, questa legge, che ha già superato lo scoglio della Camera dei deputati non senza difficoltà, ma che è già stata battezzata da alcuni (oppositori) come un «nuovo porcellum» o addirittura una legge «peggiore della precedente», riuscirà a superare anche gli ostacoli che già s’intravvedono al Senato? E ancora, si è proprio sicuri che anche questa legge sia priva di elementi d’incostituzionalità come la precedente? E ancora: di fronte a tanti ostacoli e obiezioni, non poteva Renzi pretendere se non le quote rosa almeno le preferenze? Infine, è proprio certo che Renzi voglia davvero una legge elettorale in tempi stretti?
Senato: da eliminare o da modificare?
Tra le riforme invocate a gran voce da Renzi figura l'abolizione del Senato. Sono molto scettico che vi riesca, soprattutto perché ne mancano le motivazioni. Basterebbe pensare che il bicameralismo è una caratteristica della maggior parte degli Stati e il monocameralismo è presente quasi esclusivamente nei piccoli Stati. Inoltre è un’istituzione fondamentale in tutti gli Stati federali e l’Italia, pur non essendo tale, ha aspetti di federalismo che meriterebbero di essere realizzati. Non basterebbe modificarne la composizione (riducendone drasticamente il numero dei membri) e la funzione? E poi, è pensabile che il Senato voglia davvero autoeliminarsi?
Su altre riforme ambiziose che vorrebbe fare Renzi (riforma della pubblica amministrazione, del mondo del lavoro, della Parte II, titolo V della Costituzione, ecc.) tralascio per ragioni di spazio, ma sarei curioso di sapere perché della serie non fa parte la modifica del Titolo II della Parte II, riguardante il Presidente della Repubblica. Eppure, a mio modo di vedere, proprio questa riforma introdurrebbe nel sistema Italia un elemento di chiarezza (quali sono i reali poteri del Capo dello Stato e quali quelli del Capo del Governo?) e forse di cambiamento strutturale decisivo per il futuro della Repubblica.
Giovanni Longu
Berna, 19.03.2014


05 marzo 2014

Renzi, scuola e lavoro


Del programma di Renzi presentato alle Camere per la fiducia si è detto di tutto e di più, ma sostenitori e oppositori sono stati una volta tanto unanimi nel ritenere che il nuovo (anche se non di zecca) governo va giudicato sui fatti. Sono anch’io della stessa opinione: la validità di un programma si misura solo sui risultati, da raggiungere in tempi ragionevoli.

In condizioni normali sarebbe paradossale e ingiusto attendersi in poche settimane o pochi mesi ciò che non è stato raggiunto in decenni. Dal governo Renzi, tuttavia, ci si attende molto e presto perché la situazione italiana è oggettivamente grave. Quasi tutti gli indicatori economici sono ancora negativi.

Non c’è tempo da perdere
Nel discorso programmatico alle Camere, prudentemente Renzi si è dato un tempo medio, né troppo breve né troppo lungo, per realizzare le riforme strutturali annunciate: legge elettorale, riduzione delle tasse, taglio del costo del lavoro, taglio delle spese, riforma della burocrazia, riforma dello Stato (Titolo V), ecc. Non c’è però tempo da perdere. Le attese sono tante, forse troppe.
Credo tuttavia che sia doveroso concedere a Renzi e al suo governo la fiducia necessaria, augurandogli di non fare troppi errori, soprattutto agli inizi. Alcuni errori li ha già fatti, ma non gravi, ad esempio nella scelta della compagine governativa, nella «rimodulazione» della Tasi, ossia la tassa sui servizi comunali, ecc. 
I primi cento giorni saranno fondamentali per la sua credibilità. Se entro questo tempo riuscirà a portare in porto almeno alcune riforme importanti, la navigazione del suo governo continuerà tranquilla, diversamente rischierà ogni giorno di naufragare. I mari della politica, si è visto proprio al passaggio da Letta a Renzi, sono infidi.

Renzi ce la farà?
Come ho detto, al nuovo governo bisogna dare fiducia, sia pure condizionata ai risultati che porterà. Ma è legittima la domanda se davvero Renzi riuscirà a realizzare, sia pure in tempi medi, tutto quello che ha promesso. Magari, verrebbe da esclamare, ma il dubbio oltre che legittimo è fondato. Esso non nasce da un ragionamento semplice ma efficace: perché dovrebbe riuscire Renzi dove tutti gli altri hanno fallito? Esso nasce dalla considerazione che alcune riforme annunciate sono estremamente impegnative non solo per il governo, ma anche per il parlamento e per l’intera società. Mi riferisco in particolare alle riforme della scuola e del mondo del lavoro.
In questi campi, gli interventi necessari mi sembrano di una tale portata, in termini non solo finanziari ma anche culturali, che un governo nato male (perché non è frutto di un chiaro risultato elettorale, ma di un intrigo di palazzo) e fragile (perché si regge su un’intesa tutt’altro che solida) difficilmente può farsene carico senza il sostegno di una larga maggioranza parlamentare e di un vasto sostegno sociale. Al governo Renzi manca sia l’uno che l’altro.

Il problema scuola
Forse per questo il programma del governo Renzi è apparso a molti osservatori ambizioso nelle apparenze ma alquanto incerto nella sua realizzabilità. Non resta che attendere i risultati dei primi cento giorni, il periodo in cui di solito i capi di governo cercano di realizzare il massimo del loro programma.
Essendo ancora agli inizi, sarebbe ingiusto somministrare già ora voti di approvazione o disapprovazione. Qualche osservazione dev’essere però consentita.
Mi si è aperto il cuore quando ho sentito Renzi, parlando a braccio al Senato, che annunciava il punto di partenza della sua rivoluzione: la scuola. Finalmente, mi sono detto, un primo ministro che si rende conto che alla radice dei peggiori mali d’Italia c’è la crisi profonda in cui versa il sistema scolastico italiano ormai da decenni.
Mi sono segnato alcune frasi: «di fronte alla crisi economica non si può non partire dalle scuole»; «è dalla scuola che riparte un Paese e nasce la sua credibilità». Finalmente, mi sono detto, un leader che capisce la centralità della scuola, ossia della formazione e della cultura, nel processo di sviluppo di un popolo e di un Paese. E già immaginavo il rilancio della scuola italiana e la gioia di poter scrivere presto che gli allievi italiani a tutti i livelli della formazione, da quella elementare a quella universitaria, nelle classifiche internazionali non occupano più posizioni medio-basse, ma si avvicinano a quelle d’eccellenza.

Quale riforma scolastica intende Renzi?
Ho continuato ad ascoltare con interesse il neopresidente del Consiglio Renzi, ma pochi istanti dopo mi sono reso conto di aver preso un abbaglio, perché avevo interpretato male il suo messaggio. Il mio entusiasmo si è azzerato di colpo. Renzi infatti non parlava della scuola e della cultura come motori di sviluppo, ma di edifici scolastici, di muri e di aule scolastiche.
Da ex sindaco e responsabile dell’edilizia scolastica, stava annunciando nel concreto il suo programma: «Domani chiederò per lettera a tutti gli ottomila sindaci e ai presidenti delle province superstiti una lettera per chiedere il punto della situazione sull'edilizia scolastica, seguendo una suggestione di Renzo Piano, che ha parlato di rammendare i nostri territori, le nostre periferie». In effetti Renzi aveva in testa un piano per l’edilizia scolastica da miliardi di euro.
Gli investimenti del governo per adeguare agli standard moderni le vecchie scuole e crearne delle nuove (magari belle e anche con laboratori e palestre) saranno indubbiamente utili, ma non vorrei che il governo Renzi si limitasse al «rammendo» suggerito da Piano o alla costruzione di involucri e contenitori. Mi piacerebbe che pensasse seriamente anche ai contenuti e agli obiettivi, all’insegnamento, alla preparazione degli insegnanti, alla qualificazione degli istituti, alle attività di ricerca, all’internazionalizzazione delle università, ai poli di eccellenza, alla formazione continua, ecc.

Riforma del lavoro in un'economia post industriale
Un altro grande piano di riforme previsto da Renzi è quello riguardante il mondo del lavoro. Anche al riguardo vedo il rischio del «rammendo». Non c’è dubbio che i primi interventi del governo devono essere indirizzati a rimettere in moto il sistema produttivo (riducendo il cuneo fiscale) e ad abbassare il catastrofico tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma il governo italiano deve andare oltre. Chiusa in tempi brevi la fase emergenziale, deve avviare un serio e moderno piano occupazionale tenendo presente che il modello a cui ispirarsi non può più essere quello di un’economia manifatturiera, ma quello di un’economia post industriale ad alto valore aggiunto.
In un mondo globalizzato, se l’Italia vuole competere con la Germania, la Francia o la Gran Bretagna, tanto per citare alcuni Paesi comparabili, deve sapere che i nuovi posti di lavoro si otterranno non creando nuove fabbriche, ma nel settore delle nuove tecnologie e sviluppando il terziario. Il flusso degli occupati dal secondario al terziario è una dinamica irreversibile in Europa e anche l’Italia deve seguirla, se vuole restare nel plotone che avanza e non in quello della sussistenza.

Lavoro e formazione
Non vorrei che un governo del «fare», come vuol essere quello di Renzi, si riducesse a fare il muratore, l’assistente sociale o il collocatore, ma impiegasse risorse finanziarie e mentali soprattutto a rimettere in sesto la macchina dello Stato, creando efficienza e senso di responsabilità, eliminando gli sprechi, che sono tantissimi in tutti i settori, introducendo nel pubblico come nel privato criteri di efficienza, produttività e meritocrazia, investendo nella ricerca e nell’innovazione.
Un governo progressista non è solo quello che mira a garantire a tutti un minimo salariale, ma soprattutto quello che mette in condizione tutti i salariati di raggiungere livelli salariali elevati e proporzionali alle loro capacità e responsabilità. Se i salari non sono agganciati a questi elementi e alla produttività tutti gli equilibri sociali prima o poi saltano.
E’ evidente a questo punto quanto la formazione sia fondamentale non solo per una preparazione professionale moderna e orientata al futuro, ma anche per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili, senza complessi d’inferiorità o di subalternità in Europa.
Giovanni Longu
Berna, 5.3.2014


26 febbraio 2014

Democrazia diretta, un esempio per l’Europa? E per l'Italia?


All’indomani delle votazioni federali del 9 febbraio 2014 le prime reazioni dei media svizzeri sono state anzitutto di sorpresa. E’ vero che molti osservatori facevano notare alla vigilia del voto che il rigetto dell’iniziativa popolare promossa dalla destra nazionalista non era affatto scontato, tuttavia la maggioranza di essi lo dava più che probabile. Superata la sorpresa iniziale, i commentatori si sono sbizzarriti sulle conseguenze negative del voto, soprattutto nei rapporti Svizzera-UE. Nessuno, tuttavia, ha osato mettere in dubbio la democrazia diretta svizzera. Da ogni parte, anche quella dei convinti sostenitori della libera circolazione, è stata riconosciuta non solo la piena legittimità del voto, ma anche la necessità di rispettarlo.

Né populismo né «suicidio collettivo»
Gli svizzeri, direi all'unanimità e a cominciare dalle autorità politiche, hanno dato un’ennesima prova di rispetto delle decisioni prese democraticamente, pur non condividendole nel merito. Al contrario, quasi tutta la stampa estera e anche alcuni tecnocrati dell’UE hanno accusato la Svizzera di populismo, di xenofobia e perfino di razzismo, preconizzando immani sciagure e ritorsioni da parte dell’UE. Un ministro francese ha addirittura qualificato il voto svizzero come un «suicidio collettivo», pronosticando per la Svizzera rappresaglie e il suo impoverimento.
Non so quale sia l’analisi giusta del voto del 9 febbraio scorso, ma credo che una decisione popolare vada comunque rispettata, tanto più se presa da un popolo che in fatto di democrazia non ha davvero nulla da invidiare almeno in Europa. In fondo, anche le critiche piovute dai vertici europei non fanno che confermare la bontà del metodo seguito in questo Paese.

Un esempio per l’Europa?
Il sospetto che la decisione presa dagli svizzeri faccia paura ai tecnocrati europei non è del tutto infondato. In effetti la democrazia diretta svizzera potrebbe essere contagiosa. In un primo tempo potrebbe addirittura incoraggiare gli euroscettici nelle prossime elezioni europee di maggio. In un secondo tempo potrebbe spingere altri popoli a rivendicare maggiori diritti popolari, compreso quello di recarsi alle urne quando siano in gioco interessi vitali del Paese.
Un maggior coinvolgimento del popolo sovrano nelle grandi decisioni dell’UE e dei singoli Stati potrebbe apparire inizialmente come un affronto nei confronti dei tecnocrati, ma alla lunga i benefici risulterebbero evidenti: maggior rispetto della volontà popolare, maggiore responsabilizzazione dei cittadini, minore supponenza e arroganza dei governanti, in una parola maggiore democrazia.

E per l’Italia?
Certamente un po’ più di democrazia servirebbe anche all’Italia. In questi ultimi anni i giochi di Palazzo non hanno certo portato bene al Paese. Non appena l’ultimo governo Berlusconi ha dato prova di non essere più in grado di reggere, la soluzione più democratica doveva essere il ricorso immediato alle urne, persino con una legge elettorale inadeguata e parzialmente incostituzionale.
E. Letta, G. Napolitano, M. Renzi
In alternativa, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrebbe potuto inviare un Messaggio alle Camere, com’è nei suoi poteri, per sollecitare l’approvazione di una nuova legge. Perché non l’ha fatto e ha preferito insediare direttamente dapprima Monti (con metodi apparsi quantomeno discutibili), poi Letta e ora Renzi? Quanto bisogna ancora aspettare prima che un governo sia il risultato di una consultazione popolare, forse non indispensabile ma certamente più democratica del metodo utilizzato in questi ultimi casi?
L’Italia sarà pure, secondo la Costituzione, una repubblica parlamentare, ma nella realtà appare sempre più come una repubblica presidenziale, in cui il Parlamento rischia di contare meno del Quirinale e addirittura di una segreteria di partito. E’ parlamentare e democratica l’ultima crisi di governo? In una democrazia come quella svizzera certamente non lo sarebbe e questa è forse una delle maggiori differenze tra la Svizzera e l’Italia. Più che una democrazia diretta quella italiana sembra una democrazia distorta. Non per nulla, nei confronti internazionali incentrati sull’indice di democrazia degli Stati, l’Italia è ultima tra i grandi Paesi occidentali.

Riavvicinare la politica alla gente
Nei media si parla spesso di distacco della gente dalla politica, ma forse si dovrebbe parlare di distacco della politica dalla gente. Da alcuni anni ormai la classe politica italiana non sembra più in grado di rappresentare le idee e le preoccupazioni dei cittadini e soprattutto si dimostra incapace anche solo di attenuare i disagi della crisi. Tutti dovrebbero trarne le conseguenze, dal Capo dello Stato ai singoli deputati.
Matteo Renzi
L’ultima speranza è ora rappresentata dal tentativo Renzi. Ce la farà? Non ce la farà? A parte gli auguri di rito per il bene del Paese, l’incertezza è giustificata dalla genericità del suo programma, dalla sua ambizione velleitaria di cambiare «radicalmente» il Paese, dalla eterogenea e debole maggioranza di cui dispone in Parlamento, soprattutto al Senato, ma anche dalle fibrillazioni in seno al suo stesso partito (PD), non da ultimo per il metodo con cui il Presidente del Consiglio dimissionario, Enrico Letta, è stato defenestrato, non certo un bell’esempio di democrazia, nemmeno per un conterraneo di Machiavelli per cui «il fine giustifica i mezzi».
Tanto varrebbe tornare quanto prima alle urne. Ad ogni buon conto, per il bene dell'Italia, tanti auguri al governo Renzi.

Giovanni Longu
Berna, 26.02.2014