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18 febbraio 2015

Evasione fiscale italiana: colpa della Svizzera?


Sull'onda di una lista di presunti evasori fiscali con depositi in una banca svizzera, i media italiani non hanno perso l’occasione per additare ancora una volta la Svizzera come il paradiso degli evasori fiscali italiani. Secondo certi censori e moralisti la Svizzera avrebbe addirittura prosperato grazie ai capitali esteri sfuggiti alle autorità fiscali di mezzo mondo. Evidentemente la conoscono molto poco. Ignorano soprattutto che la ricchezza di questo Paese è frutto delle virtù della stragrande maggioranza degli svizzeri e non dei vizi di alcuni di essi.

Le responsabilità della Svizzera
Sia ben chiaro, nessuno può negare che dal dopoguerra fino ad oggi sia affluito nelle banche svizzere moltissimo denaro «sporco» (secondo le varie legislazioni straniere, ma non di quella svizzera). In certi periodi proveniva a fiumi, non solo dall'Italia ma anche e soprattutto dagli altri grandi Paesi industrializzati dell’occidente, Stati Uniti, Germania, Francia. Gli organi di vigilanza della Confederazione evidentemente non hanno vigilato a sufficienza, anche se in molti casi non sarebbe stato difficile appurare la provenienza illecita di certi depositi intestati a dittatori e trafficanti o loro prestanome. Dalla fine degli anni Novanta la diligenza delle banche è cresciuta, ma la recente inchiesta giornalistica «SwissLeaks» dimostra che almeno in una banca, nella filiale ginevrina del colosso bancario britannico HSBC, è stata perlomeno insufficiente. Un esempio che non può essere generalizzato all’intero sistema bancario svizzero, ma che getta un’ombra sulla proverbiale accuratezza delle procedure elvetiche, tanto più che dal 1998 le banche avevano l’obbligo di vigilare accuratamente sulla provenienza del denaro dei clienti.
Occorre però riconoscere che a favorire l’arrivo indiscriminato di capitali dall'estero non è stata soltanto la carenza dei controlli ma anche il segreto bancario, considerato fino a qualche anno fa una caratteristica fondamentale della piazza finanziaria elvetica. Allora erano pochi a mettere in dubbio l’intangibilità del segreto bancario. Per fortuna in questi ultimi anni, anche grazie alle pressioni americane ed europee, esso si è non solo allentato, ma è quasi scomparso e scomparirà comunque nei prossimi anni nelle relazioni internazionali e probabilmente anche per i residenti in Svizzera.
La scomparsa del segreto bancario sarà un bene anche per le casse federali, perché esiste pure in Svizzera l’evasione fiscale, sebbene in misura meno accentuata che nei Paesi vicini. Con maggiori controlli gli attuali evasori saranno forse incentivati ad approfittare dei benefici concessi già da alcuni anni a chi si autodenuncia.

Le responsabilità dell’Italia
Pur ammettendo un deficit di diligenza da parte degli organi di controllo svizzeri, sarebbe tuttavia paradossale ritenere che la causa principale dell’evasione fiscale in Italia, dal dopoguerra ad oggi, sia dovuta alla facilità di depositare i soldi in Svizzera. Eppure sono ancora in molti a pensarlo, dimenticando che all'origine dell’evasione c’è non solo un malcostume diffuso di molti italiani ma anche un’esagerata pressione fiscale da parte di uno Stato ritenuto sprecone e inefficiente.
Ormai gli italiani, grazie a innumerevoli denunce ampiamente mediatizzate, sono sufficientemente edotti sui costi esagerati della politica, sui privilegi ingiustificati della casta, sulla corruzione miliardaria (l’Italia è superata in Europa solo dalla Bulgaria e dalla Grecia), sulla lontananza della politica dai reali problemi della gente, ecc. Di fronte a tanti scandali, spesso sbattuti giustamente in prima pagina, come possono gli italiani pagare senza batter ciglio le imposte pretese da un fisco esoso che sta dissanguando il ceto medio, i lavoratori, la piccola e media impresa?
Forse il governo Renzi, invece di privilegiare le riforme costituzionali (a mio parere fatte male, senza una previo disegno di Stato moderno, democratico e ampiamente condiviso), avrebbe fatto meglio a cercare di rispondere seriamente alle attese della maggioranza degli italiani: il rilancio dell’economia, l’abbattimento della disoccupazione soprattutto dei giovani, la sicurezza contro i rischi della povertà vistosamente in aumento, la lotta agli sprechi nel settore pubblico, l’abolizione di tanti privilegi ingiustificati della classe politica (non risparmiando nemmeno il Quirinale), la riduzione generalizzata del livello di tassazione e contestualmente la lotta senza quartiere alla corruzione e all'evasione fiscale (che permetterebbe di recuperare decine e forse centinaia di miliardi di euro sottratti illegalmente alla disponibilità dello Stato). Non sarà un compito facile, ma il governo deve fare di più e meglio.

Il coinvolgimento dei cittadini
L’accordo recente con la Svizzera sulla doppia imposizione (vedi L’ECO n. 4 e 5 del 21 e 28 gennaio 2015) rappresenta indubbiamente un buon esempio di tentativo di favorire l’emersione dei capitali evasi con l’autodenuncia e il pagamento del dovuto allo Stato, ma guai illudersi che l’evasione fiscale si combatta solo con gli accordi internazionali. Essa va combattuta specialmente in casa, giustificando le spese dello Stato per la collettività, affrancate da ogni forma di corruzione e di spreco, e col coinvolgimento più ampio possibile dei cittadini.
La Svizzera, che da alcuni anni non può più essere considerata un paradiso fiscale perché le tasse qui si pagano e non solo sui redditi ma anche sui patrimoni (!), ha un basso tasso di evasione (su scala internazionale) perché anche il livello di tassazione è relativamente basso e il grado di consapevolezza dei cittadini è abbastanza alto. Nella maggior parte dei Cantoni (perché la tassazione in Svizzera è soprattutto a base cantonale) il livello della tassazione è determinato col contributo del popolo, che può intervenire con un referendum sulle decisioni del parlamento cantonale. Sono convinto che nemmeno i cittadini svizzeri paghino volentieri le imposte, ma sono certo che la maggior parte di essi è consapevole non solo delle finalità per cui vengono raccolte ma anche del loro livello. E in Italia?
In Italia il cittadino è ancora visto dallo Stato come un potenziale evasore, per cui l’evasione va combattuta soprattutto con la repressione, sebbene sia utopico pensare di estirpare in questo modo un vizio praticato su vasta scala da nord a sud. Gli evasori, infatti, non sono solo grandi imprenditori, commercianti, liberi professionisti, facoltosi proprietari, ma anche artigiani, lavoratori autonomi in generale, lavoratori in nero, ecc. Già a metà degli anni ’70 si parlava di «evasione di massa».

Cambiare è possibile e… conveniente
Credo di sì, ma occorre tempo e molto impegno. Mi piace concludere queste considerazioni attingendo da un articolo dell’avvocato Edy Salmina sul quotidiano socialista ticinese Libera Stampa del 1980. Come si vedrà, esso conserva ancora gran parte della sua attualità. E poiché non si riferiva a un pubblico determinato, molte osservazioni si addicono bene anche al pubblico italiano.
Scriveva l’autore: «L’atteggiamento del cittadino nei confronti del creditore-Stato è poco condiscendente. Chi può inganna, chi non lo può fare se ne rammarica, chi paga per convincimento si guarda dal farlo risapere. La subdola nube di consenso o di complice benevolenza che avvolge il cittadino-evasore rende la situazione davvero seria. Perché, bisogna ammetterlo, chi non froda il fisco raramente lo fa per singolare virtù e spesso per paura o per mancanza di alternative. Ed è questo che preoccupa e avvilisce, al di là del più o meno spregevole comportamento degli evasori fiscali classici e abituali…».
L’autore si sofferma poi su alcuni atteggiamenti tipici di cittadini e politici per lo più di destra che periodicamente contestano l’aggravio fiscale, lanciano più o meno velati inviti all'obiezione di coscienza fiscale e sono pronti a legittimare anche l'evasione. E sono sempre molti coloro che volentieri applicano la teoria del meno-Stato anche nella denuncia dei redditi. Ma allora, si chiede Salmina, «perché lo Stato è creditore tanto detestato?». La risposta è immediata: «Proprio perché in esso la gente ha visto spesso e soltanto il potere nemico, il poliziotto, l'esattore, ma mai un'entità democratica, riassuntiva, pur nella conflittualità, della società civile. Capace quindi di operare anche a favore dei più poveri e degli esclusi, garantendo loro un pur piccolo e precario spazio di dignità e di libertà».
Avviandosi alla conclusione, l’autore sembra non aver dubbi: per battere l'evasione fiscale occorre anzitutto sconfiggere questi pregiudizi, «a tutto vantaggio della possibilità di una maggior partecipazione alla vita democratica». E poi: «trasparenza nell'amministrazione, controllo democratico, politicizzazione diffusa: ecco i deterrenti di lungo respiro alla frode fiscale».

L’autoriciclaggio è un azzardo
A distanza di trentacinque anni lo stesso Salmina, in un recente articolo intitolato «autoriciclaggio: non è mai troppo presto», sul Corriere del Ticino, commentando l’introduzione nella legislazione italiana della nuova norma penale sull’autoriciclaggio, scrive: «lo scopo della nuova norma penale italiana, per quanto attiene ai capitali depositati in Svizzera, è fin troppo evidente: spingere verso il rientro delle disponibilità non dichiarate rendendo ogni altra scelta un azzardo. Bastone e carota, insomma». In altre parole, evadere sta diventando finalmente un rischio che per nessuna ragione conviene più correre.

Giovanni Longu
Berna, 18.2.2015

24 settembre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 1. Il contesto migratorio italo-svizzero


Il 10 agosto 1964 venne firmato a Roma l’«Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera». Dopo la sua entrata in vigore il 22 aprile 1965, ha disciplinato gran parte dei problemi migratori tra i due Paesi e pertanto rappresenta una pietra miliare nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera dal secondo dopoguerra in poi. Ricordare in una serie di articoli come si giunse a quell'accordo, quali problematiche doveva risolvere e quali ne furono i risultati mi pare utile per comprendere l’evoluzione della collettività italiana in Svizzera negli ultimi cinquant’anni. 

Tra Ottocento e Novecento
Prima di trattare direttamente dell’Accordo del 1964, ancora in vigore, ritengo indispensabile accennare al contesto generale dei rapporti italo-svizzeri in materia di emigrazione/immigrazione a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.
Tradizionalmente, dagli ultimi decenni dell’Ottocento, la Svizzera ospitava sul suo territorio numerosi lavoratori stranieri per le sue industrie, la sua agricoltura e le sue attività terziarie. Essi provenivano nella stragrande maggioranza dai Paesi confinanti, anzitutto dalla Germania e dall'Italia, ma anche dalla Francia e dall'Austria. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, costituivano il 14,7 per cento dell’intera popolazione residente, per quei tempi una percentuale altissima. I più numerosi erano i tedeschi, seguiti da vicino dagli italiani.
Sulla base di accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, i lavoratori stranieri potevano stabilirsi liberamente in Svizzera o rientrare in patria senza troppe formalità. Sebbene di tanto in tanto si registrassero scontri e in alcuni casi, soprattutto a Berna e a Zurigo, aggressioni e atti di violenza collettiva a danno di immigrati, generalmente la collaborazione tra svizzeri e stranieri funzionava bene. Per questo la popolazione straniera aveva continuato ad aumentare fino allo scoppio della guerra, quando molti lavoratori stranieri furono richiamati in patria.
E’ interessante osservare che fino ad allora erano soprattutto gli svizzeri a lamentarsi degli stranieri, benché fossero questi ultimi ad avere più di una ragione per recriminare bassi salari, lavori pesanti e pericolosi, miserevoli condizioni abitative. Dal 1900 gli svizzeri sintetizzarono i loro disagi e la loro paura nei confronti degli stranieri in una parola divenuta emblematica per quasi un secolo, «inforestierimento» (Überfremdung).

Tra le due guerre mondiali
Dalla fine della prima guerra mondiale i problemi legati alla forte presenza di stranieri continuarono ad agitare le acque della politica svizzera, che intervenne in vari modi per frenare l’afflusso della manodopera estera e il suo stabilimento a tempo indeterminato. La preoccupazione principale era quella dell’inforestierimento.
Fin dal 1917 vennero inaspriti i controlli alle frontiere. In seguito vennero introdotti diversi tipi di permesso di soggiorno, nuovi regolamenti e una legge speciale sull’ingresso e la dimora degli stranieri, che ridussero notevolmente la proporzione degli stranieri fino a toccare il minimo storico del 5,1 per cento nel 1941. Solo nella seconda metà degli anni ’60 si toccheranno nuovamente i livelli del 1914.
In effetti tra le due guerre mondiali i flussi migratori, soprattutto dall’Italia, furono molto esigui. Essi riprenderanno con crescente intensità alla fine della seconda guerra mondiale.

Il secondo dopoguerra
E’ bene ricordare a questo punto che la Svizzera era stata toccata solo marginalmente dalla guerra e il suo apparato industriale era rimasto molto efficiente e in grado persino di accrescere la produzione e le esportazioni.
Per poter far fronte alla crescente richiesta, la Svizzera aveva però bisogno di molta manodopera e quella indigena era assolutamente insufficiente. Tra i fornitori tradizionali di manodopera, solo l’Italia però era in grado di rispondere alla domanda svizzera. Alla Germania e all’Austria le potenze occupanti non concedevano infatti permessi di emigrazione. Quanto alla Francia, non aveva esuberi da collocare all'estero. Solo l’Italia ne aveva in abbondanza, soprattutto al Nord. Per questo la Svizzera si rivolse fiduciosa all’Italia, che divenne per alcuni decenni il principale fornitore di lavoratori stranieri per l’economia elvetica.
In pochi anni vennero creati in Svizzera 300.000 nuovi posti di lavoro in gran parte occupati da immigrati, che aumentarono in modo vertiginoso: da 285.000 (1950: 6,1% della popolazione residente) a 584.739 (1960: 10,8%). Nello stesso periodo gli italiani residenti stabilmente in Svizzera passarono da 142.280 a 346.223. Nel 1950 costituivano circa il 50% degli stranieri; alla fine del decennio quasi il 60%.

Il primo accordo di emigrazione
Alla Svizzera non fu difficile trovare subito un accordo informale con l’Italia per ottenere quantitativi sufficienti di manodopera, anche grazie alla mediazione di un fuoruscito divenuto poi Ministro plenipotenziario e Ambasciatore straordinario d’Italia a Berna, Egidio Reale, che durante il soggiorno in questo Paese aveva intrattenuto rapporti amichevoli con molti funzionari federali. Già nel 1946 ben 48.808 lavoratori italiani giunsero dall’Italia e nel 1947 addirittura più del doppio, 105.112.
Poiché il numero di lavoratori italiani presenti in Svizzera continuava a crescere, il 22 giugno 1948 fu firmato a Roma un accordo ufficiale allo scopo di «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall’Italia in Svizzera, e regolare di comune accordo e nell’interesse dei due paesi le modalità di reclutamento dei lavoratori italiani e la procedura relativa all’entrata di tali lavoratori in Svizzera e il regime applicabile alle loro condizioni di soggiorno e di lavoro».
Anche grazie a questo accordo, la Svizzera ha rappresentato il principale Paese verso cui si orientava l’emigrazione italiana. Secondo statistiche italiane, tra il 1946 e il 1961 sono emigrati in Svizzera circa 1.284.000 italiani.

Prima immigrazione dal Nord Italia
Va altresì ricordato che la prima emigrazione dell’immediato dopoguerra proveniva soprattutto dal Nord Italia ed era generalmente qualificata perché «liberata» dalla smobilitazione della grande industria (bellica): erano soprattutto, comaschi, valtellinesi, varesotti, bergamaschi, bresciani, veneti, friulani, ecc. Negli anni 1947/48 provenivano dal Nord circa 100.000 persone l’anno, contro appena 3000 dal Centro e 1000 dal Sud. La provenienza dal Nord è stata prevalente fino al 1957; dal 1958 prevalse l’emigrazione dal Sud e dal centro Italia, dal 1961 ha preso nettamente il sopravvento il Sud Italia.
Della manodopera proveniente dal Nord non solo i responsabili delle imprese, ma anche le autorità politiche erano ampiamente soddisfatte avendo dato, come ebbe a dire un consigliere federale, «complessivamente buona prova, in parte eccellente». Bisogna anche dire che pure da parte degli italiani il giudizio complessivo era generalmente positivo, come risulta da molti resoconti giornalistici italiani e svizzeri dell’epoca.
La loro esperienza era addirittura contagiosa e questo spiega almeno in parte perché soprattutto dagli anni ’50 in poi molti italiani entrassero in Svizzera non «clandestinamente», come talvolta ancora si dice e si scrive ma semplicemente evitando la complessa burocrazia italiana di visti e timbri vari. Oltretutto per l’entrata in Svizzera era sufficiente un documento d’identità, anche se per soggiornare oltre tre mesi e per lavorare occorrevano altri permessi, che le autorità svizzere concedevano generalmente senza troppe difficoltà.
Anche sotto il profilo assicurativo e previdenziale, gli italiani erano sufficientemente garantiti. Infatti, in aggiunta all’accordo relativo all’immigrazione, il 4 aprile 1949 era stato stipulato tra l’Italia a la Svizzera un accordo in materia di assicurazioni sociali, che regolava in particolare l’assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) dei cittadini italiani, con effetto retroattivo al 1° gennaio 1948. Il 17 ottobre 1951 l’accordo del 1949 venne ulteriormente migliorato, in modo che almeno dal punto di vista assicurativo, i lavoratori italiani fossero equiparati ai lavoratori svizzeri.

Gli anni ’50: problemi in vista
Intanto la fase di crescita economica in Svizzera non accennava a rallentare, provocando grandi cambiamenti nella struttura socio-professionale. Molti svizzeri approfittarono dello sviluppo per abbandonare l’agricoltura e trasferirsi all’industria, ma ancora più numerosi furono gli svizzeri che passarono dall’industria al terziario.
Il settore maggiormente sollecitato dalla domanda interna ed esterna di beni era quello infrastrutturale (strade, autostrade, impianti idroelettrici, edilizia) e industriale,Il contributo degli italiani, allora la forza lavoro straniera più importante, in alcuni rami divenne determinante.
specialmente i comparti tessile, metallurgico, meccanico, chimico-farmaceutico, elettrico e orologiero. Questo settore era anche quello che occupava il maggior numero di lavoratori stranieri.
L’Accordo del 1948, che regolava solo questioni di carattere amministrativo per un tipo di immigrazione prevista quasi esclusivamente a carattere temporaneo, sembrava non più sufficiente per affrontare seriamente i nuovi problemi che si venivano delineando in seno a una collettività immigrata sempre più numerosa, complessa ed esigente. Si pensi solo alle nuove problematiche legate alla seconda generazione, ma anche alla difficile convivenza con la popolazione locale, alle legittime aspirazioni di una comunità sempre più stabile.
In breve, alla fine degli anni ’50 sembrava indispensabile un nuovo accordo in grado di affrontare bilateralmente i nuovi problemi della collettività italiana. (Continua)

Giovanni Longu
Berna, 24.09.2014

02 aprile 2014

Progetto emigrazione italiana


L’11 settembre 2013, il senatore eletto nella circoscrizione Estero Aldo Di Biagio (Gruppo per l’Italia) aveva presentato un disegno di legge contenente «Disposizioni per la promozione della conoscenza dell'emigrazione italiana nel quadro delle migrazioni contemporanee». Lo scorso 21 marzo è stato assegnato per l’esame preliminare alla Commissione «Istruzione pubblica, beni culturali», ma il testo sarà anche sottoposto ai pareri delle commissioni «Affari costituzionali», «Affari esteri», «Bilancio» e «Questioni regionali».
Il fatto che il disegno di legge sia già stato assegnato a una Commissione fa ben sperare sull’intero iter parlamentare. Se infatti verrà discusso, eventualmente migliorato e approvato in quella sede, ci sono molte probabilità che sarà portato in discussione al Senato e poi alla Camera dei deputati e trasformato in legge.

Portata del fenomeno migratorio
Sen. Aldo Di Biagio
Che cosa chiede con la sua iniziativa il senatore Di Biagio? Chiede, a mio parere, una cosa ovvia, ma che evidentemente tanto ovvia non è. Chiede che lo Stato provveda a promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado la conoscenza della storia dell’emigrazione italiana, evidentemente ora trascurata o lacunosa, eppure così importante per i cittadini di oggi e di domani.
Presentando il disegno di legge, Di Biagio ha tenuto a ricordare anzitutto la portata del fenomeno migratorio: «L'emigrazione italiana, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e fino ai nostri giorni, è stata indiscutibilmente il fattore di più profondo cambiamento della società italiana e l'esperienza di più intensa e diffusa internazionalizzazione che gli italiani abbiano conosciuto (…) si calcola che siano almeno venticinque milioni gli italiani espatriati nelle più diverse aree del mondo a seguito della prima e della seconda ondata emigratoria, e tra i cinquantacinque e i sessanta milioni le persone di origine italiana che vivono attualmente nel globo. I cittadini italiani che risiedono all'estero e si sono iscritti all'Anagrafe italiani residenti all’estero (AIRE) sono circa 4,3 milioni. Una cifra non lontana da quella degli stranieri che si sono insediati in Italia…».
Basterebbe questo riferimento per suscitare nell’opinione pubblica e specialmente nel mondo della scuola una gran voglia di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana, che ha interessato praticamente l’intera storia italiana, dall’Unità ad oggi. Il rischio che la formazione delle nuove generazioni sia sotto questo aspetto gravemente lacunosa andrebbe preso sul serio, se non si vuole indebolire ulteriormente la già fragile memoria collettiva, soprattutto in un momento così delicato come quello attuale.

Conservare la memoria storica
Di Biagio vede soprattutto nelle giovani generazioni l’anello debole della trasmissione di questa memoria storica. Esse, infatti, «non trovando adeguati riferimenti nei canali di informazione e di comunicazione da loro abitualmente usati, sono portate a rimuovere completamente questo patrimonio storico, umano ed etico, recidendo in tal modo il filo di continuità della loro stessa memoria familiare».
La pertinenza e forse l’urgenza delle misure proposte deriva secondo Di Biagio anche dalla delicatezza del processo di transizione che la società italiana sta attraversando ormai da qualche decennio: «L'Italia, come è ormai noto, da Paese di storica emigrazione si sta trasformando in luogo di approdo e di insediamento di milioni di stranieri che arrivano nel nostro territorio sulla base di motivazioni analoghe a quelle che nel corso del tempo hanno indotto tanti nostri connazionali a partire e che tuttora, come si è visto, non sono ancora sopite».

Progetto di ricerca sull’emigrazione italiana
Concretamente, il senatore Di Biagio propone che il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca si faccia carico di un «progetto nazionale di ricerca e di approfondimento» sull’emigrazione italiana da inserire nella programmazione scolastica ordinaria. Lo stesso Ministero dovrebbe prendere le opportune iniziative per far conoscere il progetto e sensibilizzare e formare i docenti ai fini dell'acquisizione delle conoscenze e delle competenze necessarie.
Spetterebbe poi ancora al Ministero provvedere con opportune linee guida a motivare le varie scuole ed istituti ad adottare il progetto nazionale, adattandolo ai diversi gradi d’istruzione, tenendo conto anche delle specificità territoriali. Infine, lo stesso Ministero dovrebbe intervenire con modalità appropriate per la verifica, ogni due anni, dei risultati raggiunti.
Per incoraggiare l’attuazione del «programma nazionale», Di Biagio popone un Premio nazionale «Migranti come noi», «da assegnare annualmente a classi e a istituti scolastici che si sono particolarmente distinti per l'originalità e per il rigore della ricerca, nonché per l'efficacia del percorso formativo sulle tematiche delle migrazioni».
Mentre mi auguro che il disegno di legge di Di Biagio diventi presto legge dello Stato, vorrei evidenziare un aspetto che in questo tipo di discussione giuridica rischia di non essere sottolineato abbastanza: l’aspetto emotivo (e formativo) che accompagna la conoscenza. Chiunque si trovi ad affrontare, per qualsiasi ragione, la storia dell’emigrazione italiana finisce infatti per sentirsi coinvolto non solo intellettualmente, ma anche emotivamente.

Una storia straordinaria e importante
Va da sé che la semplice conoscenza di un fenomeno così vasto e profondo della storia italiana come l’emigrazione arricchisce lo spirito e aggiunge peso al bagaglio culturale di chiunque si cimenta in questa ricerca. Ma è un fatto facilmente documentabile: man mano che questo tipo di conoscenza cresce, aumenta anche il coinvolgimento emotivo del ricercatore. Ogni italiano alle prese con la storia dell’emigrazione finisce di fatto per compiere anche una ricerca se non della propria storia personale almeno della storia del proprio comune o della propria regione, ossia del tessuto sociale in cui affondano le proprie radici. L’emigrazione ha infatti segnato profondamente ogni regione italiana tanto del Mezzogiorno quanto del Centro e del Nord.
Lo studio dell’emigrazione italiana è una ricerca coinvolgente perché sono moltissimi, ancora oggi, gli italiani interessati direttamente dalla problematica emigratoria per via di familiari, amici, compagni di scuola, vicini di casa con un vissuto da emigrati o persino tuttora emigrati. Senza contare che è ormai sotto gli occhi di tutti la condizione degli immigrati in Italia, per molti versi simile a quella vissuta dagli emigrati italiani.
Oltre che utile, lo studio dell’emigrazione italiana è stimolante e persino appassionante, soprattutto se visto dalla prospettiva degli interessati, appunto gli emigrati. Per essere efficace, tuttavia, un simile studio dovrebbe uscire dalla vaghezza dei luoghi comuni sull’emigrazione (la tristezza della partenza, la nostalgia, la sofferenza, la discriminazione degli emigrati, il sogno del rientro, ecc.) e concentrarsi sull’evoluzione dell’emigrazione italiana in un solo Paese, per esempio gli Stati Uniti o la Francia o la Germania o un’altra nazione.

L’emigrazione italiana in Svizzera
Personalmente trovo molto interessante l’emigrazione italiana in Svizzera, tra l’altro una delle più antiche, perché i primi migranti nei due sensi, tra l’Italia e la Svizzera, precedettero la stessa costituzione della moderna Confederazione e dell’Unità d’Italia. Allora si trattava di passaggi di frontiera «ordinari», per esigenze od opportunità di lavoro, senza complicazioni burocratiche. In seguito, già nel 1868, il fenomeno venne regolamentato perché stava assumendo una forte consistenza con implicazioni «straordinarie» nella vita sociale e politica soprattutto della Svizzera, ma anche dell’Italia.
Per quasi 150 anni la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera si è svolta con un andamento altalenante tra grandi afflussi di nuovi immigrati e forti rientri, periodi di relativa tranquillità e periodi di tensioni alle stelle, gravi episodi di xenofobia e attestati di pubblica benemerenza, forme di autodifesa e forti spinte all’integrazione.
Parallelamente alle vicende degli emigrati/immigrati si è svolta una storia di relazioni ufficiali tra i due Stati non sempre coincidenti con gli interessi dei primi. Basti pensare che l’unica rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi si verificò nel 1902 a causa dell’arroganza del rappresentante d’Italia in Svizzera, tale Silvestrelli. Altre volte le tensioni furono provocate da interventi inappropriati di ministri, sottosegretari, ambasciatori della Repubblica. A parte il primo Trattato di amicizia tra l’Italia e la Svizzera del 1868, nessun altro accordo sull'emigrazione è stato firmato con la piena soddisfazione di entrambe le parti. Nemmeno quello sui frontalieri del 1974, di cui si parla tanto attualmente.
Eppure la collettività italiana in Svizzera è andata costantemente crescendo per numero e qualità, per attestarsi in questi ultimi anni attorno al mezzo milione e più di persone, generalmente ben integrate, ben formate e portatrici di nuove caratteristiche e valori.

Storia di drammi e di successi
Andare a conoscere, in profondità, la storia di questa collettività è un’impresa interessante ed emozionante, soprattutto quando si cerca di scoprire la forza d’animo di generazioni d’immigrati capaci di ogni sopportazione sul lavoro e nella società, perché sentivano più forte che mai il dovere di provvedere ai bisogni delle loro famiglie. O quando si cerca di capire le varie forme di solidarietà che gli emigrati si sono inventate per sostenersi reciprocamente nelle difficoltà o nella lotta per i loro diritti. O quando ci s’interroga sulle ragioni profonde del successo di una popolazione un tempo sfruttata, disprezzata e marginalizzata e oggi considerata parte integrante della società svizzera.
Ci sono poi aspetti di questa storia dell’emigrazione italiana in Svizzera che meriterebbero di essere assolutamente conosciuti nelle scuole e nell’opinione pubblica. Penso alle varie forme di associazionismo che si sono sviluppate soprattutto nel secolo scorso, agli impulsi dati al superamento delle difficoltà tipiche della prima generazione d’immigrati, alla promozione diretta e indiretta dei prodotti italiani, alle modalità di diffusione di uno stile di vita «italiano», della lingua, dell’arte e della cultura italiane, ecc.
Ben venga, dunque, una legge che approfondisca le singole tematiche dell’emigrazione italiana e le sappia valorizzare nelle scuole e nell’opinione pubblica. Una tale conoscenza sarà anche utile per rendere più agevole il compito che hanno ora gli italiani di accogliere e integrare i tanti immigrati che guardano all’Italia come alla loro futura patria di adozione.
Giovanni Longu
Berna, 02.04.2014



01 gennaio 2014

2014: anno dello «jus soli»?


In Italia, la ministra dell’integrazione Cècile Kyenge ha affermato qualche giorno fa: «2014 verso una nuova cittadinanza: chi nasce e/o cresce in Italia è italiano». Penso che sia lecito dubitarne, anzi è più probabile che in quella direzione non si faccia alcun passo avanti. 
Non è infatti immaginabile che l’Italia, anche alla luce dei flussi immigratori recenti e in continua evoluzione, possa introdurre nel proprio ordinamento il diritto di cittadinanza degli stranieri in base allo «jus soli», ossia purché nascano sul territorio nazionale.

Richiamo al senso di realtà e di opportunità
E’ risaputo che la Kyenge ha fatto dello «jus soli» il suo cavallo di battaglia in seno al governo Letta, ma fin dal suo primo annuncio all’indomani dell’insediamento del governo Letta ha scatenato vivaci reazioni delle opposizioni e persino in alcuni settori della maggioranza. Non credo nemmeno che la maggioranza del governo Letta sia favorevole in questo momento a introdurre una così radicale e divisiva modifica nella legge sulla cittadinanza. Trovo pertanto incomprensibile che il presidente del Consiglio dei Ministri non sia ancora intervenuto per richiamare la ministra naturalizzata di origine congolese al senso della realtà e della coesione nazionale.
Su questo tema dello «jus soli» sono già intervenuto altre volte, suggerendo di affrontare l’argomento, estremamente delicato, osservando anche la storia di altri Paesi in condizioni simili a quelle dell’Italia di questi ultimi decenni, caratterizzate da tassi elevati d’immigrazione. Credo che ogni Paese debba risolvere questo problema in base alle proprie convenienze e non in base a principi astratti o a modelli esterni. Ma un caso come la Svizzera, che non riconosce lo «jus soli» nonostante affronti il problema da oltre 150 anni, dev’essere preso seriamente in considerazione.
Do per scontato, anche se per molti non lo è affatto, che il tema del «pieno riconoscimento» dello straniero è fondamentale per tutte le società confrontate con tassi d’immigrazione elevati. Ancora, ogni società ispirata a principi di umanità, rispetto, tolleranza, solidarietà non può fingere che gli «stranieri», soprattutto se bene integrati, possano o addirittura debbano tramandare lo statuto di «stranieri» anche ai loro discendenti, senza che lo Stato intervenga per riconoscerli pienamente come propri cittadini. I problemi veri che lo Stato deve affrontare e risolvere è disciplinare a livello legislativo quando e a quali condizioni tale riconoscimento possa o debba avvenire.

Affermazioni infondate e destabilizzanti
La Svizzera, come accennato, si è posta questi interrogativi fin dalla sua costituzione in Stato federale (1848), ma non è mai giunta alla conclusione, anche nei momenti più critici (pericolo di dipendenza dagli stranieri), che la soluzione consistesse nel riconoscere la cittadinanza svizzera a tutti i nati in territorio elvetico da genitori stranieri residenti. In diverse modifiche legislative ha precisato tempi e modalità, ma ha sempre ritenuto l’integrazione degli aspiranti o richiedenti la nazionalità la condizione essenziale per ottenerla.
La soluzione di riconoscere «italiano» chiunque nasca sul territorio nazionale essenzialmente in funzione del territorio in cui si nasce mi pare da scartare perché inconsistente e inaccettabile per quanti attribuiscono alla «nazionalità» la pienezza dell’appartenenza alla Nazione. E’ altresì tutto da dimostrare che «chi nasce e/o cresce in Italia è italiano». Che a dirlo siano una ministra della Repubblica e la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini non va certo a loro favore, perché proprio per il ruolo che rivestono dovrebbero andare cauti con affermazioni infondate e destabilizzanti.
Credo ormai che nessuno Stato moderno sia più disposto a introdurre nel proprio ordinamento uno «jus soli» alternativo o affiancato allo «jus sanguinis» oggi assolutamente predominante. Nemmeno l’Italia potrebbe introdurlo senza sollevare indignazione e ribellione. Tanto varrebbe non parlarne nemmeno e affrontare invece quelle tematiche ben più importanti e di non facile attuazione, specialmente quando le idee sono poco chiare, che concernono l’integrazione degli stranieri soprattutto di seconda generazione.

Integrazione via maestra
In Italia occorre anzitutto raggiungere la consapevolezza che la via maestra per ottenere la nazionalità italiana è l’integrazione. E’ quindi necessario adottare politiche d’integrazione serie, strutturate e orientate al conseguimenti di determinati obiettivi, ad esempio la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle leggi e delle tradizioni, la scelta se continuare a vivere in Italia o rientrare al proprio Paese d’origine, ecc. Né va ignorato che l’integrazione spesso richiede del tempo, solitamente anni. Questo tempo non vale ovviamente per i neonati, ma dovrebbe valere per i loro genitori, quando ne chiedessero la naturalizzazione, per cui sta a loro l’onere della prova dell’integrazione, ricordando anche che la nazionalità, per chi non ce l’ha, va sempre chiesta perché può essere solo una concessione, non essendo un diritto.

Giovanni Longu
Berna 1.1.2014

18 settembre 2013

Cosimo Risi, nuovo ambasciatore d’Italia in Svizzera


Cosimo Risi
, diplomatico di
lungo corso, ministro plenipotenziario, è dal 29 agosto 2013 il nuovo Ambasciatore d’Italia in Svizzera.
Per i diplomatici italiani la sede svizzera è tradizionalmente tranquilla. Infatti, nella lunga storia dei rapporti bilaterali, i momenti di alta tensione sono stati rari. Se n’è avuta una conferma anche la settimana scorsa quando il ministro degli esteri italiano Emma Bonino, in visita ufficiale a Berna, ha dichiarato che «Italia e Svizzera oltre a condividere un confine e secoli di storia mantengono relazioni ottime che vanno nella direzione di un rafforzamento del nostro partenariato privilegiato».
In realtà i rapporti bilaterali non sono proprio idilliaci e anche i rapporti tra la collettività italiana residente in Svizzera e le rappresentanze diplomatica e consolare presentano qualche criticità. Basti pensare all’ancora irrisolta questione fiscale riguardante gli ingenti depositi di denaro sottratti in passato al fisco italiano, le tensioni esistenti in Ticino attorno alla delicata questione dei frontalieri e alle difficoltà che incontrano le ditte svizzere intenzionate a operare in Italia, ma anche ai disagi di molti connazionali a causa del ridimensionamento della rete consolare, della situazione dei corsi di lingua e cultura, della mancanza di una vera politica linguistica e culturale italiana in questo Paese, ecc.
Ritengo auspicabile che col contributo del nuovo ambasciatore i rapporti tra l’Italia e la Svizzera migliorino rapidamente non solo nei settori cruciali della fiscalità e dei trasporti, ma anche in quelli della ricerca, della cultura e del rafforzamento dell’italianità. Essendo quest’ultimo elemento di particolare rilevanza per le relazioni italo-svizzere, anche in considerazione dell’entità e qualità della collettività italiana in questo Paese, ritengo altresì auspicabile da parte dell’ambasciatore d’Italia in Svizzera il suo personale incoraggiamento e sostegno al dialogo e alla collaborazione tra italiani residenti e svizzeri in questo particolare settore.
Dunque, buon lavoro e tanti auguri, signor Ambasciatore!
Giovanni Longu

Cosimo RISI, nuovo ambasciatore d’Italia in Svizzera dal 29 agosto scorso, è nato a Salerno il 13 aprile 1951. Dopo la laurea in scienze politiche all’Università di Napoli, nel 1978 è entrato nella carriera diplomatica. Ha ricoperto numerosi incarichi in seno al Ministero degli Affari Esteri e in diverse sedi diplomatiche e rappresentanze permanenti dell’Italia.
Fuori ruolo è stato per qualche anno consigliere diplomatico del Presidente della Regione Campania Antonio Bassolino. Dal 2012 era ambasciatore e r
appresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra.
Cosimo Risi è anche docente di Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Salerno e di Politica euro-mediterranea e di vicinato al Collegio Europeo di Parma. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni scientifiche.


Quell’estate calda di 50 anni fa (terza e ultima parte)


Ai numerosi attacchi della stampa comunista italiana (e in parte anche di quella svizzera) e dei parlamentari comunisti la Svizzera rispose, attraverso un comunicato del Dipartimento federale di giustizia e polizia del 6 agosto 1963, affermando che «le autorità federali hanno ritenuto loro dovere di porre fine alle mene degli attivisti italiani per prevenire la formazione di cellule che, su! piano politico, avrebbero potuto costituire un pericolo per la sicurezza interna del paese e avere effetti nefasti per il mantenimento della pace del lavoro in generale e della pace fra i lavoratori italiani in Svizzera in particolare».

Reazioni della stampa svizzera
Journal de Genève del 23.07.1963
Gran parte della stampa svizzera si schierò al fianco del governo, ritenendo inaccettabile che taluni stranieri «abusino della nostra ospitalità». Un quotidiano ticinese tenne a precisare che, sebbene i cittadini stranieri che si trovano in Svizzera possano esprimere le loro opinioni politiche e fruire della libertà d'associazione e di riunione, «non va dimenticato il principio secondo il quale solo il cittadino svizzero deve poter esercitare un'attività politica in Svizzera e contribuire in questo modo a formare l'opinione pubblica in materia politica. Bisogna esigere dagli stranieri del controllo in questo campo», tanto più quando si tratta di propaganda politica «per un partito estremista straniero».
Ma al PCI evidentemente le giustificazioni della Svizzera non andavano giù e intervenne a più riprese con interpellanze, formalmente per sapere, in realtà per accusare non solo la Svizzera, ma anche il governo italiano ritenuto in qualche modo complice di quanto avvenuto.

Interventi parlamentari italiani
E’ interessante rileggere oggi quegli interventi parlamentari per rilevare non solo con quanta passione veniva trattato in Italia 50 anni fa il tema migratorio, ma anche la superficialità e l’arroganza con cui alcuni deputati della sinistra pretendevano di definire la reale condizione degli emigrati italiani in Svizzera e la politica svizzera nei loro confronti. Non si rendevano conto né della complessità dei rapporti tra italiani e svizzeri, per altro molto diversi da regione a regione, né della complessità delle regole di un Paese federalista con diversi livelli di competenza. Venivano dimenticati soprattutto i forti interessi reciproci tra l’Italia e la Svizzera anche in materia di emigrazione, regolati da accordi bilaterali liberamente sottoscritti.

Un esempio significativo
Nella seduta del 10 settembre 1963 alcuni deputati del PCI depositarono la seguente interpellanza: «I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri ed i Ministri degli affari esteri e del lavoro e previdenza sociale, sulle persecuzioni e sui provvedimenti di espulsione posti in atto dal governo svizzero nei confronti di lavoratori italiani colà emigrati, sul fermo e l'espulsione di parlamentari italiani nell'esercizio del loro mandato, nonché sull'atteggiamento assunto in tali circostanze dalle nostre rappresentanze diplomatiche; e per sapere se il Governo – per tutelare le libertà, i diritti e la dignità di cittadini italiani all'estero e, nel caso specifico, dei nostri 550.000 connazionali emigrati in Svizzera, che danno un notevole contributo allo sviluppo di quel paese – non intendano : 1) compiere un passo ufficiale per esprimere la protesta degli italiani e per chieder e la revoca dei gravi provvedimenti adottati ; 2) annullare le disposizioni anti-costituzionali contenute nella circolare inviata dall'Ambasciata italiana in Svizzera ai diversi consolati, rivolte a raccogliere dati sull'attività e le convinzioni politiche degli emigrati italiani, i quali, per altro, non contravvenendo alle leggi svizzere, hanno il pieno diritto di partecipare alla vita del nostro Paese in tutte le sue manifestazioni; 3) promuovere misure per la tutela dei diritti civili e per la difesa ed il miglioramento delle condizioni economiche e sociali degli emigrati e delle loro famiglie».

Risposta del governo italiano
Nel dibattito parlamentare che ne seguì, nessuno negava i fatti, ma gli esponenti della maggioranza invitavano a considerare il contesto anche dal punto di vista del diritto internazionale e soprattutto a tener presente che in Svizzera in quel momento c’erano circa 600.000 italiani per cui non conveniva aggiungere altre difficoltà, tanto più che la politica degli ingressi era nelle mani dei soli svizzeri.

Attilio Piccioni (1892-1976)
Il Ministro degli Affari Esteri Attilio Piccioni, rispondendo agli interpellanti, confermò che la Svizzera aveva agito in base a precise leggi federali e che «i provvedimenti lamentati erano stati adottati in base a norme federali in applicazione dell'art. 70 della Costituzione elvetica, che reca testualmente: La Confederazione ha diritto di espellere dal territorio svizzero quei forestieri che mettono in pericolo la sicurezza interna ed esterna della Confederazione».
Quanto alle responsabilità dello Stato italiano, il ministro ricordò che gli interessati erano stati informati della possibilità di fare ricorso, usufruendo anche del supporto delle rappresentanze diplomatiche e consolari. Aggiunse tuttavia che «non va dimenticato che ci siamo trovati dinanzi a misure che rientrano nell'ambito discrezionale di ogni Stato sovrano che, come anche il nostro, si avvale della facoltà riconosciuta dalle norme di diritto internazionale, di allontanare dal proprio territorio quegli stranieri che siano ritenuti capaci di turbare con il loro comportamento l'ordine pubblico interno».
Il ministro Piccioni concluse la sua risposta ricordando che «i nostri rapporti di tradizionale amicizia con la Svizzera non potranno essere offuscati da episodi che, quantunque spiacevoli, non possono sicuramente rispecchiare i sentimenti amichevoli degli organi ufficiali e della grande maggioranza del popolo svizzero per l'Italia e in particolare per la massa dei lavoratori italiani nella vicina Confederazione».

Le conseguenze per l’Italia
La storia ha confermato ripetutamente le considerazioni del ministro Piccioni. Tuttavia è innegabile che quell'incidente, insieme a molti altri sebbene di minore rilevanza mediatica, ha contribuito in quegli anni di grande immigrazione e di grandi tensioni tra svizzeri e italiani a dare una svolta fondamentale alla politica migratoria sia italiana che svizzera.
Aldo Moro (1916-1978)
L’Italia si è sentita più impegnata a considerare il problema migratorio come un problema nazionale, per cui la politica e il governo dovevano cercare di rimuovere le cause dell’emigrazione favorendo il più possibile la creazione di nuovi posti di lavoro specialmente nel Mezzogiorno. Non sempre alle dichiarazioni di buona volontà corrisponderanno i fatti, ma è certo che la sensibilità nazionale nei confronti degli italiani emigrati stava mutando.
Aldo Moro, nel 1966, inaugurando il suo terzo governo, di centrosinistra, assicurerà nel suo discorso programmatico che «non mancheremo di esplicare vivo interessamento per i problemi dell’emigrazione. L’obiettivo di fondo è quello che ho indicato nei programmi dei precedenti governi (…). Si tratta di offrire ai nostri concittadini crescenti opportunità di impiego in Patria, sì da dare sempre più al fenomeno emigratorio dignità di una libera, consapevole scelta tra differenti sbocchi, nell’interesse del lavoratore che aspiri ad utilizzare nel modo migliore le sue capacità».

Conseguenze per la Svizzera
Un documento svizzero  ricostruisce la
 vicenda dei comunisti espulsi nell'estate 1963
La Svizzera, di fronte alle crescenti difficoltà di reclutamento di manodopera proveniente dall’Italia, cercò in quegli anni nuovi accordi con altri Paesi, ad esempio la Spagna. Poiché, comunque, sarebbe stato difficile fare a meno nel breve periodo della manodopera italiana, divenuta elemento essenziale dell’economia svizzera, si mostrerà più arrendevole alle richieste italiane nel difficile negoziato in corso sull'immigrazione. Quando l’accordo venne concluso nel 1964, la destra nazionalista gridò allo scandalo e minacciò il governo di ricorrere alla piazza.
La conseguenza più importante del travaglio di quegli anni fu tuttavia la presa di coscienza del Consiglio federale che l’immigrazione stava diventando un fenomeno strutturale non solo dell’economia ma anche della società svizzera. Questa tendenza venne evidenziata chiaramente nel «Rapporto di gestione del Consiglio federale» del 1963 con alcuni dati, uno per tutti il numero dei prolungamenti dei permessi di soggiorno, passati da 278.631 (nel 1962) a 336.020 (1963). Del resto in quegli anni cresceva costantemente anche il numero degli stranieri residenti stabilmente e proprio in quel decennio la Svizzera conobbe grazie agli immigrati un forte incremento delle nascite, mai più raggiunto in seguito.
Sembrava ormai una tendenza irreversibile di cui la politica migratoria doveva assolutamente tener conto. Bisognava abbandonare il tradizionale orientamento incentrato sulla «rotazione» dei lavoratori stranieri e avviare quanto prima quella che si sarebbe sviluppata inizialmente come politica della stabilizzazione e successivamente dell’integrazione degli stranieri.

Conseguenze per gli immigrati italiani
La maggioranza degli immigrati italiani, nemmeno sfiorata dalle vicende di pochi attivisti incriminati, era purtroppo costretta a subire le politiche di entrambi i Paesi, senza poterle influenzare, almeno direttamente. Eppure maturava nell'insieme degli immigrati la percezione dei mutamenti in corso e provocava una nuova presa di coscienza individuale e collettiva sul futuro di ciascuno. La scelta era per certi versi radicale: restare o rientrare in Italia. Una gran parte, si sa, optò per il rientro definitivo a breve o medio termine, molti scelsero di restare. In entrambi i casi non si trattò quasi mai di una decisione facile. Sotto questo aspetto, per quasi tutti gli immigrati italiani gli anni ‘60 sono stati forse i più difficili, anche perché nella scelta venivano coinvolte per la prima volta altre persone, l’intero nucleo familiare. (La prima e seconda parte sono state pubblicate il 4 e 11 settembre 2013).

Giovanni Longu
Berna 18.09.2013

10 luglio 2013

Giovani disoccupati e formazione


Il Presidente del Consiglio dei ministri italiano Enrico Letta considera il problema dei giovani disoccupati uno dei più gravi dell’Italia di oggi. In prima persona si sente impegnato a trovare soluzioni adatte e compatibili con le risorse disponibili. E per non essere accusato di individuare sia il male che la cura, ma di non somministrare la medicina giusta, l’ultima settimana di giugno il governo ha approvato un «pacchetto occupazione» con una dotazione finanziaria di tutto rispetto, 1,5 miliardi di euro.
Nel presentare in conferenza stampa il provvedimento, il presidente Letta si è detto molto fiducioso perché, garantendo agevolazioni ai datori di lavoro disposti ad assumere giovani disoccupati, «le decisioni prese andranno ad aiutare l’assunzione in 18 mesi di 200 mila giovani» (su un numero di inoccupati che solo nella fascia d’età dai 15 ai 24 anni è di oltre 640 mila!).
Le reazioni, anche in seno alla maggioranza governativa, sono state tuttavia alquanto tiepide, perché le misure adottate appaiono del tutto insufficienti a risolvere un problema che appare gravissimo e diffuso, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. Non è infatti nemmeno immaginabile che in quest’area d’Italia i datori di lavoro riescano ad assorbile decine di migliaia di disoccupati, sia pure con grandi agevolazioni, se il lavoro disponibile scarseggia, se le imprese non investono, se la sfiducia dei giovani cresce e l’emigrazione riprende la sua vecchia tradizione.
Sulla situazione generale del Mezzogiorno sono state fatte e si continuano a fare approfondite analisi, ma il passaggio dalla diagnosi alla cura tarda a compiersi. Verrebbe quasi da pensare che forse si tratta ormai di un malato incurabile. In realtà non è così, perché le potenzialità del Mezzogiorno sono enormi. Basterebbe pensare ai settore del turismo, dell’agricoltura, delle infrastrutture, in cui sarebbe possibile e auspicabile investire con l’aspettativa di grandi benefici.

Un piano per il Sud
Per individuare la cura o meglio le cure giuste per il Sud andrebbe intanto stabilito quale punto di partenza che l’Italia non è un Paese omogeneo, sotto molti punti di vista, ma particolarmente sotto l’aspetto economico e sociale. La disoccupazione giovanile ne è un esempio evidente: essa è concentrata soprattutto nel Mezzogiorno con punte che sfiorano o superano addirittura il 50%, ossia su due giovani solo uno lavora.
Fatta questa premessa e tenendo conto che le risorse finanziarie disponibili in un periodo di crisi sono sempre limitate, occorrerebbe limitare anche il campo d’intervento. Ad esempio, invece di parlare di un «piano Italia per l’occupazione giovanile» perché non adottare immediatamente un «piano per l’occupazione nel Mezzogiorno»?
Credo tuttavia, che soprattutto nel Mezzogiorno, sia necessario anzitutto un cambio di mentalità. Nell’attuale dibattito sulla disoccupazione giovanile mi pare di capire che tutte le attese sono riposte nell’intervento dello Stato per creare occupazione in funzione dei giovani disoccupati. Illusione! Raramente o forse mai mi è capitato di sentire interventi che capovolgano l’impostazione e postulino un diverso atteggiamento dei giovani in funzione delle esigenze delle imprese che potrebbero creare occupazione. Eppure credo che sia inevitabile che debbano essere i giovani che devono adeguarsi alle imprese e non le imprese ai giovani disoccupati. Non va infatti dimenticato che anche le imprese devono ormai lottare per stare sul mercato e adeguarsi continuamente alle esigenze della globalizzazione.
Chiunque obietterà che in ogni caso il rimedio alla disoccupazione giovanile anche solo nel Mezzogiorno comporterà tempi medio-lunghi. Mi sembra evidente, e non potrà essere diversamente, visto che i posti di lavoro non si creano dall’oggi al domani, ma presuppongono l’analisi di un contesto piuttosto complesso, l’individuazione di attività produttive e redditizie compatibili col territorio, lo snellimento della burocrazia, l’adeguatezza delle infrastrutture necessarie, la garanzia del rispetto della legalità.

Adeguare la formazione
Dati i tempi lunghi, mi parrebbe sensato che si affrontasse immediatamente anche un altro aspetto del problema, che pur non essendo direttamente all'origine della disoccupazione giovanile non è privo di una stretta relazione.
Probabilmente nel Mezzogiorno d’Italia è ancora prevalente un concetto di istruzione e di cultura legato a una certa ideologia di tipo dualistico che usava distinguere la teoria dalla pratica, i lavori intellettuali dai lavori pratici, i camici bianchi dalle tute blu e via dicendo. Implicitamente, anche ricchezza e povertà rientravano nella distinzione, per cui per decenni dal dopoguerra si diceva ai figli «dovete assolutamente studiare», senza aggiungere per fare cosa, e si relegava alla raccolta dei detti antichi la raccomandazione «impara l’arte e mettila da parte».
Il risultato è sotto gli occhi di tutti e ad essere messo in discussione è anche proprio il sistema scolastico esistente al Sud. Quando in altri articoli ho richiamato i mediocri risultati degli alunni italiani nel confronto internazionale secondo l’indagine «Pisa», mi riferivo alla media nazionale. Disaggregando i dati per aree geografiche e regioni appare evidente un forte distacco tra Nord e Sud.

«Pisa» insegna
L’ultima indagine Pisa di cui sono disponibili i dati (2009) pone l’Italia significativamente al di sotto della media dei Paesi dell’OCSE sia per i risultati in «lettura», sia per quelli in «matematica e scienze». Ai primi posti figurano Paesi come Corea, Finlandia, Svizzera, Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, ecc.
Per capire meglio la portata di questa indagine va ricordato che la «lettura», considerata in senso ampio anche di comprensione e analisi di testi scritti, è ritenuta «la competenza chiave per eccellenza, fondamentale anche per altre competenze chiave, in quanto costituisce la base sia per conseguire gli obiettivi di apprendimento in tutte le aree disciplinari sia per acquisire informazioni in modo funzionale alla piena partecipazione dell’individuo alla vita adulta» (dal Rapporto nazionale PISA 2009).
Ebbene, osservando i dati da vicino, appare ad esempio che nella valutazione delle competenze in «lettura» dei quindicenni italiani le regioni Lombardia, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino (provincia di Trento), Veneto ed Emilia Romagna si avvicinano ai primi della classifica internazionale e superano addirittura le medie di Paesi come Svizzera, Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, Gran Bretagna. I dati delle regioni Calabria, Campania, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Abruzzo, Lazio, Puglia sono al di sotto della media italiana e dell’OCSE e si avvicinano a quelli dei Paesi di fondo classifica. Per i risultati in «matematica e scienze» la situazione è analoga.
Quando si vuole analizzare seriamente il problema della disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno d’Italia credo indispensabile anche un’attenta analisi delle prestazioni del sistema scolastico. Per assorbire la disoccupazione è infatti assolutamente necessario che sul territorio esistano imprese competitive col nord dell’Italia e del resto del mondo. Ma perché vi si possano insediare è necessario che trovino sul posto (oltre alle condizioni generali adatte) anche il personale competente di cui abbisognano.

Formazione e flessibilità
In Italia, purtroppo, quando si parla di scuola, formazione, università, laurea, cultura si resta quasi sempre sul generico e sull'astratto, dimenticando spesso che nel mondo globalizzato in cui viviamo, anche questi valori vanno associati con esigenze ormai irrinunciabili come competitività, eccellenza, produttività, formazione continua, mobilità, intraprendenza, sviluppo, ricerca. Termini purtroppo assenti normalmente dal dibattito politico e mediatico, ancora dominato dall’idea (o mito?) del lavoro inteso come «posto fisso», possibilmente a vita, e talvolta come strumento per acquisire ricchezza e potere.
A furia di insistere che la Costituzione ha messo al primo posto il «diritto al lavoro», molti hanno finito per credere che possono davvero rivendicare un posto di lavoro, anche senza cercarlo. Eppure l’articolo primo della Costituzione può essere letto anche come dovere di ogni cittadino di provvedere al proprio futuro e allo sviluppo del Paese col proprio lavoro da conquistare, se necessario, con spirito d’iniziativa, disponibilità, flessibilità, ma anche con la preparazione adeguata che esigono le condizioni nazionali e internazionali.
E’ evidente che sull’articolo 1 della Costituzione si fonda anche l’obbligo dello Stato a favorire tutte le condizioni per creare posti di lavoro, ma guai aspettarsi che lo Stato diventi un datore di lavoro per risolvere i problemi dei disoccupati. Lo Stato ha solo il compito di favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, dando stimoli all’economia generale e incentivi ai veri datori di lavoro, le imprese. Ma sono le imprese e la società civile che devono muoversi per prime.
Giovanni Longu
Berna 10.07.2013

19 giugno 2013

Svizzera-Italia: due storie intrecciate


La storia della Svizzera si è intrecciata sovente con quella italiana, specialmente con quella del Piemonte e della Lombardia. Si pensi agli intensi rapporti tra il Ducato di Savoia e la Svizzera occidentale, Ginevra in particolare, e tra i Cantoni della Svizzera interna, soprattutto Uri e Lucerna, ma anche Zurigo e Berna, con la Lombardia.

Alcune date segnano momenti decisivi di questo intreccio. Una di esse risale a cinquecento anni fa, esattamente al 6 giugno 1513, quando i mercenari svizzeri sconfissero nella Battaglia di Novara l’esercito francese e restituirono il Ducato di Milano agli Sforza, che l’avevano perso tredici anni prima. Le conseguenze di quella vittoria non interessarono solo la Lombardia, ma anche la Svizzera, allora in fase di espansione (la Vecchia Confederazione contava solo otto Cantoni). Quella data e quel periodo meritano un rapido ricordo.

Svizzeri: emigranti e...
Anzitutto va ricordato che nei secoli XV-XVIII, nonostante l’ampliamento della vecchia Alleanza dei Cantoni primitivi con l’adesione di nuovi Cantoni e l’espansione territoriale nei domini asburgici (Argovia, Turgovia) o tramite alleanze (Abbazia di San Gallo, Vallese e altri territori), le condizioni di vita degli abitanti delle campagne e delle città erano oltremodo difficili. Molti svizzeri erano costretti ad emigrare in cerca di fortuna nei Paesi vicini, soprattutto in Francia e in Italia.
Il fenomeno migratorio ha accompagnato la storia svizzera praticamente fino alla fine dell’Ottocento. Emigravano non solo figli di famiglie numerose, giovani contadini delle regioni di montagna o artigiani senza imprese proprie (muratori, capimastri, tagliapietre, stuccatori, spazzacamini, spaccalegna, pasticcieri), facchini e uomini di fatica, donne di servizio, ma anche commercianti, albergatori, imprenditori, artisti, osti ecc.

... mercenari
Svizzeri vincitori a Sempach (1386)
Per secoli, tuttavia, il maggior numero di «migranti» svizzeri era costituito dai soldati mercenari reclutati in Svizzera e messi a disposizione dei vari potentati dell’epoca. In oltre quattro secoli combatterono all’estero non meno di due milioni di svizzeri. Soprattutto nei secoli XV e XVI l’Italia era percorsa da nord a sud e da ovest ad est da decine di migliaia di soldati svizzeri.
Almeno inizialmente, il mercenariato fu una forma di emigrazione per sfuggire alle condizioni di povertà in cui versavano soprattutto alcuni Cantoni, ma in seguito divenne anche fonte di arricchimento personale per gli agenti dell’arruolamento e di cospicue entrate per le casse cantonali e comunali.
La fama di abili combattenti dimostrata con le lotte per l’indipendenza dei primi Cantoni svizzeri dagli Asburgo (in particolare nelle battaglie di Morgarten, Sempach, Nafels e Morat) e in particolare con le guerre di Borgogna (1474-1477) tra la Confederazione degli otto Cantoni e il duca borgognone Carlo il Temerario, aveva fatto delle milizie svizzere una sorta di truppe d’élite molto richieste dalle varie potenze europee, soprattutto dalla Francia, dal Regno di Napoli, dallo Stato pontificio e in genere da chi era disposto a pagarle bene.

Svizzeri spesso determinanti
La disponibilità di truppe svizzere dipendeva dal tipo di accordo che i singoli Stati concludevano con i Cantoni di provenienza dei soldati e dall'entità del «soldo» (da versare ai soldati) e delle «pensioni» (una specie di tassa spettante ai Cantoni per l’autorizzazione di reclutare truppe mercenarie) che erano disposti a versare. Soprattutto in Francia e in Italia, in certi periodi, erano presenti complessivamente fin oltre 300.000 soldati svizzeri.
Per quanto riguarda l’Italia, i soldati svizzeri contribuirono a rimodellare in varie occasioni il complicato panorama politico sia che fossero alle dipendenze del re di Francia e sia che combattessero con questo o quello Stato contro i francesi o altri nemici continentali. L’intervento degli svizzeri fu decisivo in parecchie occasioni, ad esempio quando Carlo VII di Francia decise di sostenere i diritti degli Angioini sul Regno di Napoli (battaglia di Fornovo, 1495), ma anche quando si schierarono a fianco del Duca di Milano Massimiliano Maria Sforza, figlio di Ludovico il Moro, per la riconquista del Ducato dal dominio dei francesi, che se n’erano impossessati nel 1500.

Le guerre d’Italia
Fu proprio durante le cosiddette «guerre d’Italia» (tra il 1494 e il 1559), combattute per l’egemonia in Italia e in particolare per la conquista del Ducato di Milano, che si registrò la più grave crisi del sistema mercenario svizzero. Il gran numero di milizie straniere alle dipendenze di diversi sovrani non poteva escludere qualche problema «interno». Una parte dei mercenari era infatti schierata col re di Francia, mentre un’altra parte combatteva a fianco del Duca di Milano (1512-13) contro i francesi.
Mercenari svizzeri
Si cominciò allora a discutere, tra i Cantoni confederati, se non fosse il caso di eliminare il servizio mercenario e si tentò persino di vietarlo. Inutilmente, perché gli interessi in gioco erano molti e rilevanti. Di fatto il mercenariato svizzero (essenzialmente un servizi di fanteria) perse consistenza e importanza quando in battaglia il peso della fanteria fu pian piano soppiantato dall'avvento sempre più determinante dell’artiglieria.
Tornando alla riconquista del Ducato di Milano, è bene ricordare che le varie potenze italiane di allora non vedevano di buon occhio la penetrazione e l’egemonia francese. Nemmeno gli svizzeri si sentivano rassicurati dalla presenza francese anche al confine meridionale. La Svizzera, soprattutto il Cantone di Uri, ma anche quelli di Zurigo e di Berna, avevano interessi comuni (soprattutto commerciali) con la Lombardia e i buoni rapporti con Milano erano ritenuti vitali.
Occorre anche ricordare che grazie alla potenza militare del Cantone di Uri, l’antica Confederazione era in parte riuscita ad assicurarsi facilmente (a giudicare dalla soddisfazione della popolazione locale) il dominio sui principali passaggi alpini conquistando la Val Leventina lungo la via del San Gottardo fin dai primi decenni del Quattrocento. Dopo alterne vicende, la Leventina divenne pienamente «svizzera» insieme alla Val di Blenio e a Bellinzona nel 1503.

La battaglia di Novara
Nel 1506 Papa Giulio II scelse come sue 
guardie  del corpo 150 mercenari svizzeri,
ritenuti in quel tempo fedeli e invincibili.
In questo contesto, agli inizi del XVI secolo, si creò in Italia un vasto fronte antifrancese, di cui faceva parte anche lo Stato pontificio retto allora dal grande papa-guerriero Giulio II. A spingere questo fronte verso una guerra contro la Francia c’era un influente vescovo svizzero, il vallesano Matteo Schiner (o Schinner). Da una vittoria contro la Francia egli si aspettava non solo un indebolimento dell’egemonia francese in Italia, ma anche un rafforzamento della potenza militare e territoriale dei Cantoni confederati a livello europeo.
Quando scoppiò effettivamente la guerra contro la Francia per la riconquista del Ducato di Milano, in un primo tempo sembrò che i francesi potessero vincere senza troppe difficoltà, soprattutto dopo la battaglia di Ravenna (11 aprile 1512), favorevole ai francesi. Senonché, a causa delle forti perdite subite e alla morte del comandante dell'Armata reale francese in Italia generale Gastone de Foix, non seppero approfittarne. Ne approfittarono invece gli svizzeri che vinsero a Pavia (14 giugno 1512) e occuparono il Ducato attribuendone il governo a Massimiliano Maria Sforza, figlio di Ludovico il Moro, e assicurando una sorta di protettorato sul Ducato. Forti della vittoria conseguita, occuparono in seguito anche Domodossola, Locarno, Lugano, Mendrisio e i Grigioni.
L’anno seguente, i francesi sembravano più decisi che mai a riprendersi il Ducato e con un esercito di circa 16.000 soldati il 6 giugno 1513 affrontarono nella storica battaglia di Novara (combattuta in realtà nelle sue vicinanze) circa 10.000 mercenari confederati (tra i quali molti bernesi) al comando del vescovo di Sion Matteo Schiner. A Novara, i soldati svizzeri inflissero una pesante sconfitta all’esercito di Luigi XII, inseguito e ricacciato oltre le Alpi. Secondo alcuni storici quella di Novara fu «l’ultima vittoria della fanteria svizzera». La battaglia fu in realtà una vera carneficina perché quel giorno perirono circa 6.000 francesi e 1.500 svizzeri.

Il primo orso «bernese» nel bottino di guerra
Il bottino della Battaglia di Novara fu ingente e significativo per la Svizzera. Quale compenso «personale», il potente Schiner ricevette il marchesato di Vigevano e la designazione a vescovo di Novara. Agli svizzeri fu riconosciuto il possesso definitivo delle terre della Leventina, della Val di Blenio e di Bellinzona (già annesse tra il 1480 e il 1503) e il dominio sulla Val d’Ossola, Val Maggia, Locarnese, Luganese, Mendrisiotto e altre terre.
Venne da Novara il primo orso "bernese"
Nel bottino di guerra sottratto ai francesi c’era anche un orso, che venne portato come trofeo a Berna e sistemato in pompa magna nella Fossa degli orsi che allora si trovava all'incirca nell'attuale Bärenplatz, di fronte al Palazzo federale. E’ da quella data, col primo orso portato dall'Italia, che comincia la storia documentata della presenza degli orsi a Berna.

L’italianità nella Confederazione
Il Ducato di Milano non restò a lungo nelle mani degli Sforza perché nel 1515 i francesi tornarono a riprenderselo dopo una delle più cruenti battaglie dell’epoca, la Battaglia di Marignano (13-14 settembre 1515), nella quale persero la vita circa 6.000 soldati francesi e 10.000 svizzeri. La partecipazione degli svizzeri, autorizzata dalla Dieta dei Cantoni, era indispensabile per salvaguardare i propri interessi a sud di Bellinzona. Essi vennero salvaguardati nonostante la sconfitta e l’inevitabile egemonia francese.
Le terre «italiane» a sud del Gottardo dovranno tuttavia aspettare diversi secoli prima di essere considerate un Cantone svizzero a pieno titolo, introducendo di fatto e di diritto l’italianità nella nuova Confederazione.

Giovanni Longu
Berna 19.06.2013

05 giugno 2013

Frontalieri italiani nuovamente alla ribalta


Su queste colonne ho manifestato più volte la mia difficoltà a comprendere il ritardo da parte italiana nella ripresa del negoziato con la Svizzera per trovare finalmente soluzioni soddisfacenti sia sul tema dell’evasione fiscale del passato (modello Rubik) e sia sul tema dei frontalieri. Per provocare almeno la volontà di una ripresa, nel 2011 i ticinesi avevano bloccato una parte dei ristorni dell’imposta alla fonte prelevata ai frontalieri. Ora sono nuovamente tentati di fare altrettanto, visto che finora nulla di significativo è avvenuto nel frattempo.
Sembrerebbe che l’Italia, che pure non si muove in acque tranquille, almeno economicamente, non abbia alcun interesse né ai soldi svizzeri che potrebbe incassare accettando, magari con opportuni ritocchi, il modello Rubik, né a ripristinare i buoni rapporti col Ticino ridiscutendo lo stato dei rapporti bilaterali soprattutto in materia di frontalierato.

Accuse ticinesi
Leggendo la stampa ticinese, si resta alquanto impressionati dalle accuse (evidentemente tutte da provare e documentare) che vengono mosse all'Italia. Ne cito solo alcune giusto per rendere l’idea: L’Italia continua a considerare la Svizzera un paradiso fiscale e pertanto continua a inserirla nelle cosiddette black list, che comportano notevoli difficoltà alle imprese svizzere; la reciprocità nell'applicazione degli accordi bilaterali non aziende ticinesi sono discriminate nei concorsi pubblici; nel Ticino, invece, arrivano quotidianamente «lavoratori distaccati» e «padroncini» sfruttando i vantaggi degli accordi con l’Unione Europea e sconvolgendo il mercato del lavoro locale; i ristorni all'Italia non vanno a finire direttamente nelle casse dei Comuni di frontiera; l’Italia non dà alcuna garanzia sulla realizzazione della ferrovia Mendrisio-Varese/Malpensa nella tratta fra Stabio (Ticino) e Arcisate (Varese), nonostante i reciproci accordi internazionali di terminare l’opera nei tempi previsti (2014); ecc. ecc.
esiste o è tutta a favore dell’Italia; di fatto le
Di fronte a queste e ad altre simili accuse non si tratta di dare ragione all'una o all'altra parte, ma di riavviare urgentemente il dialogo per trovare le soluzioni appropriate e giuste. Da parte sua il Consiglio di Stato (governo) ticinese prenderà posizione ufficiale solo in settembre, dopo aver esaminato nel dettaglio la situazione. E da parte italiana, quando arriverà una presa di posizione? Si attendono forse nuovamente le dure reazioni del Ticino?
Al riguardo alcune dichiarazioni di membri autorevoli del governo ticinese non lasciano dubbi: dopo l’accurato esame della situazione durante l’estate, il Consiglio di Stato (governo) ticinese intende intervenire con decisione presso il Consiglio federale perché intervenga con fermezza sul governo italiano. Secondo Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), «Noi abbiamo più frontalieri di tutta la Svizzera tedesca, ma Berna non se ne accorge, lo dimentica. (…) Noi l’ascia di guerra non l’abbiamo messa via e sottolineo che questa non è una tematica partitica, qui non c’è destra o sinistra, ma tra Svizzera e Italia vi sono due sistemi economici diversi, per certi versi incompatibili. A fronte di un sistema liberale ticinese e svizzero, dall'altra parte ce n’è uno corporativo e medievale (…)».

Attenzione alle conseguenze
In questo clima di attesa e di diffidenza, è emerso purtroppo che quella che sembrava una ghiotta opportunità per il futuro delle aziende ticinesi, l’Expo 2015 di Milano, rischia di diventare un evento fieristico e basta. Solo il 13% delle imprese ticinesi pensa di parteciparvi, molte sono ancora incerte. Se questa sorta di boicottaggio avvenisse sarebbe un brutto segnale non solo per i rapporti tra la Lombardia e il Ticino, ma anche fra l’Italia e la Svizzera.
Non va infatti dimenticato che proprio la Svizzera è stata il primo Paese invitato ufficialmente a partecipare all'Expo 2015 e il suo padiglione figurerà accanto a quello italiano. Nelle intenzioni degli organizzatori si pensava al rafforzamento delle relazioni bilaterali italo-svizzere e al coinvolgimento del Ticino per un’azione promozionale per le imprese ticinesi e svizzere nel settore dell’alimentazione con ricadute importanti sul lungo periodo.
Come mai le imprese ticinesi, contro il loro stesso interesse, sembrano mostrare scarso interesse all’Expo? Da un recente studio sembrerebbe la conseguenza oltre che di una scarsa informazione, anche di insufficienti garanzie e troppa burocrazia. Ma a pesare sull'incertezza di molte aziende a partecipare è difficile non vedere anche il clima generale che si respira negli ambienti imprenditoriali ticinesi di fronte agli ostacoli che incontrano ogniqualvolta cercano di penetrare nel mercato italiano.
Per questo e per mille altre ragioni, è auspicabile che i rapporti bilaterali si rafforzino e si sviluppino in un clima di reciproco rispetto, non dimenticando mai, da una parte e dall'altra, che in Svizzera vivono e lavorano più di mezzo milione di italiani, che hanno tutto l’interesse a guardare con serenità e affetto a entrambe le patrie.

Giovanni Longu
Berna, 5 giugno 2013