Non c’è dubbio, negli ultimi decenni le maglie delle frontiere della Svizzera si sono allentate per lasciar passare nei due sensi milioni di persone tra turisti, commercianti, migranti e persino delinquenti. Sono divenute masse le persone che quotidianamente vengono in Svizzera dalla Germania, dall’Italia e dalla Francia per motivi di lavoro e magari la sera riprendono la via del ritorno. I frontalieri tedeschi sono ormai 57.000, quelli francesi circa 150.000, quelli italiani oltre 65.000. Questi ultimi costituiscono addirittura circa un terzo della forza lavoro complessiva del Ticino.
Da alcuni anni, tuttavia, una parte considerevole del popolo
svizzero sente questo continuo passaggio della frontiera, spesso senza alcun
controllo, come un’esagerazione e persino una minaccia alla stabilità
economica, sociale e politica della Svizzera. Ritiene che le maglie della
frontiera debbano essere più serrate per poter controllare meglio non solo i
passaggi di persone indesiderate e trafficanti di ogni specie, ma anche i
flussi migratori (di cui per altro la Svizzera non potrà fare a meno).
Frontiera come cerniera
Lcernere, «separare, vagliare»). Anche la
libera circolazione della manodopera straniera europea subirà dei limiti in
funzione di interessi nazionali e locali.
a reazione si è concretizzata, come si sa, nell'iniziativa
popolare dell’Unione democratica di centro (a guida carismatica Blocher) contro
l’immigrazione di massa, che è stata accolta dalla maggioranza degli elettori
svizzeri il 9 febbraio scorso. Quel che comporterà questa decisione ancora nessuno
lo sa con certezza, ma sicuramente la frontiera riacquisterà la sua antica
funzione di cerniera (dal latino
E’ la fine di un’epoca? Non credo, ma dovrebbe far
riflettere la reazione in molte parti del mondo, Europa compresa, all’utopia dell’abbattimento
delle frontiere in nome di una solidarietà umana e sociale proclamata nei
trattati ma assai poco praticata. In molti casi la frontiera ridiventa simbolo
di sovranità e di autodifesa nei confronti dei vari centralismi tecnocratici e
burocratici, spesso insensibili alle esigenze regionali e locali.
Tradizionalmente la frontiera è stata anche un luogo di
scambio, nel senso che nelle regioni di confine avveniva la maggior parte degli
scambi e sovente anche del contrabbando. Si pensi al confine meridionale della
Svizzera con l’Italia. Lungo questa frontiera si sono sviluppati i primi scambi
commerciali ed è nata e cresciuta la prima emigrazione transfrontaliera tra i
due Paesi. In seguito il mercato degli scambi e la destinazione dei migranti si
sono notevolmente estesi, ma attraverso gli stessi valichi continuano a
transitare merci, migranti, contrabbandieri, turisti e soprattutto decine di
migliaia di frontalieri.
Contenzioso attorno alla frontiera italo-svizzera
Oggi la frontiera italo-svizzera è diventata una zona
calda, molto più sorvegliata che in altre epoche. Su questa frontiera si è
sviluppato da alcuni anni un contenzioso tra l’Italia e la Svizzera che non
accenna a risolversi.
Non si tratta ben’inteso di semplici rettifiche territoriali
in seguito al ritiro di qualche ghiacciaio o alla correzione di qualche flusso
d’acqua, né dello stato delle strade e delle ferrovie in prossimità del confine
e neppure di qualche forma d’inquinamento ambientale. Si tratta dell’annosa
questione della tassazione dei frontalieri, del rientro in Italia dei
capitali esportati clandestinamente dall’epoca del boom economico ad oggi,
delle liste nere e di altro ancora.
Il Ticino, la regione confinante con l’Italia, si sente
fortemente penalizzata da questa situazione e non fa che inviare segnali a
Berna perché intervenga su Roma, accusata di violare gli accordi sulla doppia
imposizione con la Svizzera, minacciando se il caso di disdire tali accordi o
almeno quello sui frontalieri del 1974.
Molti politici, giuristi, economisti s’interrogano se non
sia da adottare nuovamente la misura per altro controversa presa (inutilmente)
nel 2011, ossia il blocco dei ristorni fiscali dei frontalieri all'Italia.
Allora il presidente del Consiglio Mario Monti aveva dichiarato
di voler riprendere i negoziati con la Svizzera, ma non ne ebbe il tempo per la
caduta del suo governo. Anche il suo successore Enrico Letta fece
molte promesse, ma non ebbe il tempo di vedere la fine del negoziato ancora in
corso. Oggi tocca a Matteo Renzi prendere una decisione, ma in Ticino
come a Berna nessuno mi sembra pronto a scommettere che la prenderà, almeno in
tempi brevi.
Non resta che attendere, finché la pazienza dei ticinesi non
si esaurirà. Possiamo tuttavia stare tutti tranquilli che la frontiera
meridionale della Svizzera continuerà a restare (semi)aperta e persino
consolarci che dal mese di luglio sarà addirittura possibile portare con sé
dall'Italia, legalmente, più carne (1 chilo) e più vino (5 litri ) per persona.
Ormai, soprattutto sul versante italiano, il controllo si è decisamente
spostato sul denaro (franchi o euro) in entrata o in uscita dall'
Giovanni Longu
Berna, 16.04.2014
Berna, 16.04.2014
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