20 settembre 2023

Russia-Ucraina: il modello svizzero per la pace (seconda parte)

Il modello svizzero per la pace in Ucraina potrebbe non essere quello vincente, ma alcuni elementi potrebbero contribuire a risolvere l’attuale stato di guerra e a gettare le basi per uno sviluppo sostenibile dell’intera regione. La Svizzera moderna è nata nel 1848 (anno di grandi rivoluzioni in Europa) dopo un principio di guerra civile, adottando una Costituzione federale che si è dimostrata in grado di trasformare motivi di tensioni (linguistiche, culturali, confessionali, economiche, politiche…) in elementi utili di sviluppo (interno e internazionale). Alla base dell’ordinamento statale (federale e cantonale) furono poste nella politica interna la sovranità popolare (cfr. articolo precedente) e nella politica estera la neutralità attiva. Entrambe in 175 anni hanno dato buona prova, anche se da qualche decennio sembrano bisognose di ritocchi. Il modello, però, è sostanzialmente ancora in grado di funzionare e merita pertanto qualche approfondimento.

Cantoni uguali e sovrani

La Svizzera ha preferito l'unità dei Cantoni, sovrani e uguali.
L’affermazione che la sovranità appartiene al Popolo (cfr. articolo precedente) comportava non solo il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini svizzeri innanzi alla legge, ma anche il principio dell’uguaglianza dei Cantoni fra loro, a prescindere dalla loro ampiezza territoriale, dal numero di abitanti o dal loro potere economico e soprattutto della condizione al termine della breve guerra civile del Sonderbund del 1847 (con un centinaio di vittime in 26 giorni).

Considerare a livello costituzionale i Cantoni uguali, per dignità e potere sovrano (cantonale), fu una decisione coraggiosa e saggia perché evitava che eventuali sensi di frustrazione e discriminazione dei Cantoni sconfitti dessero adito in futuro ad altri tentativi secessionistici. Fu anche una scelta vincente perché, grazie alla loro inclusione, la coesione nazionale ne uscì rafforzata e il giovane Stato federale poté intraprendere con successo la via del progresso fino al raggiungimento dei livelli di sviluppo degli Stati vicini.

Del resto, senza il contributo di tutti, senza coesione nazionale, come avrebbe potuto la nuova Confederazione realizzare gli obiettivi ambiziosi che si era dati all'articolo 2 della Costituzione, ossia «di sostenere l’indipendenza della Patria contro lo straniero, di mantenere la tranquillità e l’ordine nell'interno, di proteggere la libertà e i diritti dei Confederati e di promuovere la loro comune prosperità»? A giusta ragione, alcuni giorni fa, il Presidente della Confederazione Alain Berset ebbe a dire che «la fondazione della Svizzera moderna fu un colpo da maestro, un’impresa ardita, un atto di conquista del futuro».

Berset ricordava pure che «la Svizzera moderna creata nel 1848 presentava però anche importanti “difetti di costruzione”. Quella che a tutti sembrava una democrazia modello, in realtà era soltanto una semi-democrazia, visto che donne, ebrei e poveri ne rimasero esclusi. In parte per molto, molto tempo». Verissimo! Ma basta guardarsi indietro e si nota quanto la Svizzera, grazie alle sue istituzioni abbia rimediato a gran parte degli errori del passato e sia cresciuta, non solo nell'ambito della prosperità comune, ma anche nell'affermazione dei principi e dei diritti democratici, come pure nella considerazione internazionale.

La neutralità è stata fondamentale

Neutralità sì, ma armata!
Un altro elemento che ha consentito alla Svizzera di svilupparsi e di godere di un ampio credito internazionale è stato quello della neutralità, considerata da sempre dalla Confederazione un principio fondamentale della sua politica estera, benché all'estero sia vista talvolta come opportunismo, ipocrisia, viltà, sete di profitto, ecc.

Attualmente è oggetto di grandi discussioni anche all'interno del Paese e non si intravede in quale forma verrà mantenuta, ma è innegabile ch'essa ha contribuito enormemente allo sviluppo del Paese e pertanto può essere ancora considerata un elemento integrante del modello svizzero che potrebbe contribuire alla pace in Ucraina. Merita tuttavia qualche approfondimento, in questo e nel prossimo articolo.

Anzitutto va dato atto alla nuova Confederazione di aver informato subito tutti gli Stati con cui intratteneva rapporti diplomatici sulla propria «neutralità», riconosciuta e garantita dalle grandi potenze (Austria, Francia, Gran Bretagna, Prussia e Russia) del Congresso di Vienna (1815). Questa informazione (importante per far comprendere che non si trattava di una scelta unilaterale di convenienza) era solitamente accompagnata dall'avvertenza che la Svizzera non avrebbe tollerato in alcun modo qualsiasi forma di violazione della sua sovranità territoriale (dando ad intendere che si trattava di una neutralità «armata»), ma soprattutto dall'intenzione del nuovo Stato di instaurare e sviluppare buoni rapporti di vicinanza soprattutto con i Paesi confinanti. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 20.09.2023

13 settembre 2023

Russia-Ucraina: il modello svizzero per la pace (prima parte)

Dopo quasi 19 mesi di guerra tra Russia e Ucraina e il fallimento di tutti i tentativi di mediazione, il pessimismo su un prossimo avvio di trattative di pace aumenta, pur restando possibile, anzi doverosa (cfr. articoli precedenti). Basterebbe che invece di produrre armi a favore dell’una o dell’altra parte, l’Europa e l’ONU investissero maggiori energie per cercare di appianare le divergenze tra i due belligeranti. In questa situazione mi colpisce in particolare l’inerzia della Svizzera, nonostante la lunga tradizione dei suoi buoni uffici e, soprattutto, l’esperienza storica di convivenza pacifica e fruttuosa di etnie, culture, lingue, tradizioni, confessioni religiose diverse. Eppure l’esempio svizzero potrebbe essere un modello vincente anche nell'attuale conflitto russo-ucraino. Merita ricordarlo.

Situazione iniziale difficile anche per la Confederazione

Svizzera, modello per la pace in Ucraina?
non schiacciata"

Poiché nella storia, nonostante i corsi e ricorsi storici teorizzati dal filosofo napoletano Giambattista Vico (vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento), le situazioni sono sempre diverse e quelle che caratterizzano il dissidio tra Russia e Ucraina non fanno eccezione, potrebbe apparire azzardato proporre per la sua soluzione un metodo collaudato e riuscito altrove e in altri tempi. All'obiezione si potrebbe tuttavia rispondere che qui non si tratta di cercare analogie sui fatti, ma di esaminare se il metodo svizzero di far convivere le differenze è adottabile anche nel contesto russo-ucraino.

Chi conosce anche solo sommariamente la storia svizzera sa benissimo che la Confederazione moderna è nata (nel 1848) sostanzialmente per un atto di volontà comune degli svizzeri e degli Stati europei circostanti e non a seguito di conquiste territoriali o smembramenti e neppure per uno sviluppo naturale di sentimenti nazionalistici dei suoi abitanti come razza, lingua, religione, cultura, vincoli territoriali, economici, politici, sociali o altro.

La Svizzera ha potuto sopravvivere a grandi difficoltà (prima e seconda guerra mondiale, dissidi interni, ecc.) perché ha saputo mantenere salda e irremovibile la volontà dei suoi abitanti di stare insieme, respingendo ogni volta i forti richiami nazionalistici della Francia, della Germania e dell’Italia. Già quando si stava per costituire nel Nord Italia la Repubblica Cisalpina (1797) e i ticinesi furono invitati ad aderirvi («Popoli dei Baliaggi! Noi siamo liberi, e siamo italiani, una sola famiglia. Volgete lo sguardo alle fertili pianure Cisalpine dove portate le arti, e l’industria vostra, e donde traete il vostro sostentamento. Rammentatevi che dalla Cisalpina avete il pane, e dall’Elvezia non vi potete aspettare che dei sassi»), essi rifiutarono preferendo restare «liberi e svizzeri».

Quella volontà fu cementata nel 1848 con una Costituzione federale, entrata in vigore il 12 settembre 1848, che stabiliva i principi fondamentali della Confederazione Svizzera e regolava i rapporti tra i Cantoni e di questi con la Confederazione (federalismo). Soffermarsi su alcuni principi fondamentali mi sembra importante non solo per capire la solidità e la prosperità dello Stato svizzero, ma anche per comprendere come l’architettura dello Stato, se è solida, e la fedeltà ai principi riescono a superare grandi ostacoli.

La sovranità popolare

12.09.1848: entrata in vigore della Costituzione federale (litografia di C. Studer)
E’ interessante, anzitutto, osservare l’inizio delle «Disposizioni generali», ossia l’articolo primo della Costituzione, nel quale si afferma che «le popolazioni [il grassetto è mio] )dei ventidue Cantoni sovrani, riunite in forza della presente Lega, cioè: Zurigo, Berna […] costituiscono nel loro insieme la Confederazione Svizzera» (art. 1). In esso viene evocato implicitamente (lo sarà esplicitamente nella revisione costituzionale del 1874) il principio della sovranità popolare quale fondamento costitutivo della moderna Confederazione e della prima democrazia in Europa (anche se le donne erano ancora escluse dalla vita politica svizzera).

Poiché anche i Cantoni hanno nella sovranità popolare (cantonale) il loro fondamento, sono considerati anch'essi «sovrani» (art. 3), tant'è che nell'attuale Costituzione federale (1999) Popolo svizzero e Cantoni sono indicati separatamente: «Il Popolo svizzero e i Cantoni di Zurigo, Berna […] costituiscono la Confederazione Svizzera» (art. 1).

Non c’è dubbio tuttavia che la sovranità popolare è alla base della democrazia che la prima Costituzione federale ha inteso introdurre nella politica svizzera. Ne danno prova in particolare alcuni articoli, quando si afferma, per esempio, che «tutti gli svizzeri sono uguali innanzi alla legge» e «nella Svizzera non vi ha sudditanza di sorta, non privilegio di luogo, di nascita, di famiglia o di persona» (art. 4), sono garantiti «la libertà, i diritti del popolo e i diritti costituzionali dei cittadini» (art. 5), «il libero esercizio di culto delle Confessioni cristiane riconosciute» (art.44), «la libertà di stampa» (art. 45), «il diritto di formare associazioni» (art. 46), ecc. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 13.9.2023 

06 settembre 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (sesta parte)

Come detto nell'articolo precedente, ritengo la via della pace tra Russia e Ucraina lunga e difficile, ma non impossibile. Le condizioni esterne (clima e pressioni internazionali) e interne (desiderio assoluto di vivere in pace sia degli ucraini che dei russi) sono favorevoli sia per il cessate il fuoco che per l’avvio del negoziato di pace. Se ciò non dovesse avvenire in tempi brevi, mi pare ovvio che la responsabilità ricadrebbe principalmente sui due capi di Stato di Russia e Ucraina, Putin e Zelensky, ma anche sui governi degli Stati che contribuiscono in qualsiasi forma ad alimentare questa guerra. Stanno infatti abusando dei loro poteri e i popoli dovrebbero tenerne conto al momento delle elezioni.

Interessi degli abitanti al primo posto

Papa Francesco: «La pace è possibile, se davvero voluta»


A ulteriore chiarimento e completamento di quanto già affermato negli articoli precedenti sulle condizioni essenziali per avviare serie trattative di pace, vorrei ribadire che al primo posto dovrebbe figurare l’interesse degli abitanti dei territori contesi. Questo corrisponde anche allo spirito dello Statuto dell’ONU non solo quando richiama i diritti fondamentali dell’uomo e le libertà fondamentali per tutti «senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione», ma anche quando afferma «il principio che gli interessi degli abitanti [dei territori la cui popolazione non abbia ancora raggiunto una piena autonomia] sono preminenti» e chiede il «rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti o dell’autodecisione dei popoli».

Del resto, nella coscienza giuridica delle democrazie mondiali è ormai consolidato il principio che la sovranità appartiene primariamente al Popolo e non allo Stato e tanto meno al Governo, per cui gli interessi del popolo che abita un determinato territorio sono prioritari rispetto agli interessi della politica e dello Stato. Pertanto, la sovranità, come affermano ormai tutte le costituzioni democratiche del mondo (anche quella italiana), appartiene primariamente al Popolo, non allo Stato. Senza questa premessa di diritto internazionale non sarà possibile nessuna trattativa di pace tra Russia e Ucraina.

Questo concetto era ben presente anche nei negoziatori del secondo Accordo di Minsk del 2015 ed è difficile accettare che i due Stati europei Germania e Francia, firmatari di quell'accordo (Protocollo di Minsk II), si siano dimenticati di quanto avevano sottoscritto allora. Uno dei punti principali dell’accordo era il seguente: «Effettuare la riforma costituzionale in Ucraina […] che preveda come elemento cardine la decentralizzazione e prevedere una legislazione permanente sullo status speciale delle aree autonome delle regioni di Donetsk e Lugansk che includa, inter alia, la non punibilità e la non imputabilità dei soggetti coinvolti negli eventi avvenuti nelle citate aree, il diritto all'autodeterminazione linguistica, la partecipazione dei locali organi di autogoverno nella nomina dei Capi delle procure e dei Presidenti dei tribunali delle citate aree autonome».

Ripartire da quelle affermazioni, non necessariamente riproponendole tali e quali significherebbe dare un contributo oggettivo all'avvio dei negoziati. Perché, invece, Germania e Francia, non osano scostarsi dalla linea più rigida della Nato e degli Stati Uniti?

Opinione pubblica determinante

Per mons. Zuppi, mediatore tra Russia e Ucraina,
«la pace è sempre possibile. Difficile, ma possibile»
 
Per decidere il fallimento della guerra e l’utilità della pace sarebbe auspicabile che non solo nei Paesi citati, ma in tutto l’Occidente, l’opinione pubblica si mobilitasse esprimendo completo dissenso non solo sull'aggressione russa ma anche sul proseguimento della guerra. L’opinione pubblica dovrebbe anche ribellarsi al massiccio condizionamento della narrazione di questa guerra, quasi sempre a senso unico, pilotata dai potenti media americani ed europei, che sono riusciti finora a focalizzare l’attenzione quasi esclusivamente sull'aggressione russa, dimenticando che prima dell’invasione c’era in corso, nell'Ucraina orientale, una guerra civile perché alla maggioranza russofona in quella regione veniva negato il diritto all'autogoverno, e snobbando qualsiasi tentativo di mediazione, compreso quello del Vaticano, che non ricevesse la preventiva approvazione americana.

A questo punto, visto che le operazioni militari provocano solo morte e distruzione, che la conquista di qualche chilometro quadrato non vale certo le migliaia di morti e i danni incalcolabili che provoca, che a sostenere la guerra sono ormai quasi solo interessi economici (militari) e di potere, che gli interessi degli ucraini hanno sempre meno peso e che a ricordarsi dell’Ucraina «terra martoriata che soffre tanto» è rimasto quasi solo papa Francesco, ad imporre un immediato cessate il fuoco e avviare un serio negoziato di pace potrebbe essere solo una forte presa di coscienza e una ribellione dell’opinione pubblica occidentale.

Sarebbe anche auspicabile che la Svizzera, Paese (ancora) neutrale e con una storia esemplare nella soluzione di situazioni conflittuali analoghe a quelle combattute oggi in Ucraina e grandi capacità di mediazione, non rinunciasse ai tradizionali «buoni uffici» e proponesse soluzioni valide e sostenibili. All'argomento sarà dedicato il prossimo articolo. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 6.9.2023


30 agosto 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (quinta parte)

La domanda con cui si concludeva l’articolo precedente - «E’ possibile un compromesso soddisfacente almeno per la Russia e l’Ucraina?» - lasciava intendere che un compromesso è possibile seppur non facile. Tra le varie condizioni «esterne» si alludeva a una auspicabile presa di posizione dell’ONU per quanto improbabile finché a guidare l’ordine mondiale attuale sono gli Stati Uniti per nulla interessati a cambiamenti che potrebbero minare la loro supremazia. Un motivo di ottimismo era dato dal rafforzamento del gruppo di Stati Brics (cfr. articolo del 19.7.2023), che mira a un nuovo ordine multipolare. Ma oltre alle condizioni esterne, quali sono le condizioni «interne» essenziali per una pace duratura e giusta tra Russia e Ucraina? A questa domanda fondamentale si cercherà di rispondere in questo e nel prossimo articolo.

Rinunce russe e ucraine indispensabili

I due «plenipotenziari» della guerra e della pace in Ucraina.
Realisticamente non è ipotizzabile una facile intesa non solo per una pace duratura e giusta, ma anche solo per un cessate il fuoco. I protagonisti diretti e indiretti sono infatti molti e su posizioni molto distanti. Basti pensare, oltre alla Russia e all'Ucraina, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, all'Unione europea e ad altri ancora. Eppure, per finire la guerra e avviare negoziati di pace basterebbe una decisione concordata tra Putin e Zelensky, i principali se non gli unici plenipotenziari sia della guerra che della pace. Del resto, anche per loro si tratterebbe di una decisione saggia oltre che dovuta, perché la guerra sta diventando insopportabile tanto per gli ucraini quanto per i russi e pure nel resto del mondo si osservano segnali d’insofferenza per il prolungarsi di questa guerra.

La maggiore difficoltà per adottare una tale decisione è data, a mio parere, dall'attuale indisponibilità dei due protagonisti principali a rinunciare ad alcune pretese sempre più insostenibili: per la Russia al principio di nazionalità, ossia all'idea di Stato-nazione comprendente tutti i russofoni anche oltre i confini territoriali della Federazione Russa, per esempio in Ucraina, e tale da giustificare persino un intervento militare in loro difesa; per l’Ucraina alla presunzione di una sovranità territoriale illimitata, per cui lo Stato non è tenuto al rispetto delle esigenze etniche, linguistiche e culturali delle proprie minoranze, nell'illusione che la coesione (identità) nazionale si possa raggiungere per legge e anche con l’uso della forza, a costo persino di scatenare una guerra civile (come avvenuto nelle regioni orientali del Paese a maggioranza russofona).

Altre difficoltà, più facilmente superabili, sono di carattere storico e psicologico, che nell'arco di decenni hanno generato rancori, paure, odio persino. I soprusi e le stragi di ucraini (soprattutto ai tempi di Stalin), l’annessione russa della Crimea o anche il sostegno ai secessionisti del Donbass sono molto presenti nella coscienza di molti ucraini, ma meno determinanti nella ricerca di un compromesso per porre fine alla guerra.

Possibilità di un compromesso

Per finire una guerra che rischia di prolungarsi nel tempo e consumare sempre più vite umane ed energie vitali già allo stremo, il compromesso è indispensabile. E’ anche possibile? Certamente sì, a condizione che si verifichino alcune condizioni in entrambi i fronti. Una è legata al ritiro dall'Ucraina delle forze armate russe e, contemporaneamente, alla cessazione della guerra civile nel Donbass.

Perché questa condizione si verifichi è probabile che la Russia richieda (come nel 2014) a garanzia della sicurezza della propria integrità territoriale la neutralità dell’Ucraina (concretamente la sua non adesione alla NATO) e a tutela dei russofoni del Donbass uno statuto speciale, come già previsto negli Accordi di Minsk del 2014. Le forme giuridiche ipotizzabili per questa regione sono diverse (dalla completa indipendenza all'ampia autonomia amministrativa e legislativa), ma la scelta non potrà essere fatta senza il coinvolgimento e il consenso della popolazione locale in base al diritto dell’autodeterminazione dei popoli.

Di altre condizioni si tratterà nel prossimo articolo, ma sin d’ora credo che si debba ritenere auspicabile qualsiasi compromesso, raggiungibile di preferenza sotto l’egida dell’ONU, che garantisca la pace e soddisfi le parti coinvolte, compresa l’Unione Europea che diversamente rischia un forte schiacciamento tra un Occidente a guida egemonica americana e un Oriente in espansione a traino russo-cinese, specialmente se i Paesi Brics continueranno a rafforzarsi. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 30 agosto 2023

16 agosto 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (quarta parte)

L’obiettivo di questi articoli dedicati alla guerra in corso tra Russia e Ucraina è quello di fornire qualche elemento di riflessione non per individuare di chi è la «colpa» e suscitare odio verso il «colpevole», ma per ipotizzare vie d’uscita e a quali condizioni è possibile la pace. Individuando negli articoli precedenti le cause principali di questa guerra nei nazionalismi russo e ucraino e in qualche incertezza interpretativa di alcuni passaggi dello Statuto delle Nazioni Unite non intendevo certo mettere sullo stesso piano aggressore (Russia) e aggredito (Ucraina) o coinvolgere nelle responsabilità direttamente l’ONU. Intendevo dire che, a mio parere, ci sarà pace vera e «giusta» solo quando quelle cause saranno rimosse o ricondotte nell'alveo di un vasto consenso bilaterale e internazionale. A scanso di equivoci chiarisco ulteriormente il mio pensiero, pur rinunciando ad approfondimenti sul nazionalismo.

I nazionalismi russo e ucraino

"La libertà che guida il popolo" di Eugene Delacroix (Louvre, Parigi) 
I due nazionalismi sono chiaramente diversi e per questo meritano qualche precisazione. Considero il primo un nazionalismo etnico rafforzato con elementi linguistici, culturali e religiosi, che tende a far coincidere i confini politici dello Stato-nazione Russia con i confini dei russofoni ortodossi (ucraini compresi). In assenza di un gruppo etnico uniforme e coeso, l’Unione Sovietica prima e la Russia dopo hanno cercato di rafforzare la propria identità nazionale con elementi linguistici, culturali e religiosi, non etnicamente identitari (come sono appunto la lingua, la cultura e la religione) ma storicamente efficaci, e soprattutto con la repressione della dissidenza. Va anche aggiunto che la guerra fredda ha contribuito a rafforzare l’identità nazionale dei russi.

Quello ucraino è invece un nazionalismo di tipo «statale» perché, in assenza anche in questo caso di un gruppo etnico omogeneo, l’Ucraina cerca di fondare la sua identità nazionale esclusivamente sulla cittadinanza e sull'integrità territoriale e non sui principi della sovranità popolare.  Una tale scelta, però, avrebbe dovuto comportare, anche secondo lo Statuto ONU, non solo «il rispetto del principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli», ma anche «il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione» (Statuto ONU art. 55). Questo non è avvenuto nelle regioni a maggioranza russofona.

Il fatto che si siano formati nell'Ucraina orientale Stati «secessionisti» riconosciuti dalla Russia, intervenuta successivamente anche militarmente invadendo il territorio ucraino, sta ad indicare che entrambi i nazionalismi sono deflagrati pericolosamente, trascinando nel conflitto una parte consistente dell’Occidente e gran parte dell’Europa, incapaci di superare le ragioni del conflitto, anche perché forme di nazionalismo sono presenti sia negli Stati Uniti (i principali sostenitori dell’Ucraina) che negli Stati europei.

Fini e limiti dell’ONU

Non trovo sorprendente che entrambi i belligeranti si appellino allo Statuto dell’ONU per giustificare le operazioni militari. E’ vero, infatti, che il documento su cui si fonda buona parte del diritto internazionale condanna senza mezzi termini «l’uso della forza contro l’integrità territoriale» di uno Stato (Statuto ONU art. 2, n. 4), ma condanna implicitamente anche il non rispetto del «principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli».

Poiché entrambe le formulazioni sono formalmente corrette, le autorità dell’ONU non avrebbero dovuto consentire che dal 2014 sia la Russia che l’Ucraina le interpretino in modo arbitrario e, soprattutto, avrebbero dovuto intervenire non solo ribadendo l’interpretazione autentica dello Statuto in modo da evitare l’aggravamento della situazione, ma anche chiedendone il pieno rispetto. Sarebbe bastato, forse, implementare, eventualmente con qualche modifica condivisa, gli accordi di Minsk del 2014. Non va infatti dimenticato che uno dei fini dell’ONU è proprio quello di «sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli» invitandole a «praticare la tolleranza e a vivere in pace in rapporti di buon vicinato».

Perché questa mediazione, difficile ma non impossibile, non è avvenuta? A questo punto viene anche il dubbio che il non intervento autoritativo dell’ONU sia dovuto all'opposizione di Stati potenti come gli Stati Uniti e altri, per nulla interessati a un nuovo ordine giuridico sovranazionale che comportasse un limite della propria sovranità. Resta l’esigenza, urgente, di porre fine a questa guerra inutile e disastrosa. E’ possibile un compromesso soddisfacente almeno per la Russia e l’Ucraina? (Segue)

Giovanni Longu
Berna 16 agosto 2023

08 agosto 2023

Marcinelle 2023: si può chiedere scusa?

Per la ventiduesima «Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo» e il 67° anniversario della tragedia di Marcinelle, in cui morirono 262 minatori, tra cui 136 italiani,  le più alte cariche dello Stato e numerosi politici sono intervenuti come ogni anno per ricordare e rendere omaggio a tutti i connazionali morti in circostanze drammatiche in emigrazione. Nei loro messaggi - ne ho letto molti - ho colto una sorta di rammarico per quanto accaduto in una miniera del Belgio l’8 agosto 1956 e il dispiacere per quanto toccato alle vittime e alle loro famiglie.

In un intervento ho colto anche l’invito a essere «orgogliosi per lo straordinario contributo degli emigrati italiani allo sviluppo del Paese in cui arrivarono», in altri l’invito al doveroso omaggio e alla riconoscenza per il loro sacrificio. Nella maggior parte degli interventi la retorica ha avuto la sua parte, mentre sono mancati in tutti il disagio e la contrarietà per la politica emigratoria italiana dei primi decenni del dopoguerra. Con provvedimenti più accorti e rispettosi dei migranti, una loro più accurata preparazione, linguistica e professionale, soprattutto per chi era destinato al lavoro rischioso nelle miniere, quella disgrazia probabilmente si sarebbe potuta evitare.

A chi ha scritto che nella catastrofe di Marcinelle «l’Italia ha pagato il prezzo più alto» bisognerebbe ricordare che in quei decenni l’Italia investiva poco sull'emigrazione e lucrava molto sul lavoro, i sacrifici e le rimesse di tanti italiani costretti a fuggire dalla miseria e dall'insicurezza. Non si può dimenticare che allora gli emigrati in Belgio erano considerati poco più di merce di scambio per avere il carbone necessario all'industria.

Nessuno ha ricordato esplicitamente il famoso (o famigerato?) Protocollo di Roma firmato da De Gasperi (col benestare di Togliatti e Nenni) e il ministro belga Van Hacker, in cui si formalizzava lo scambio tra carbone e manodopera. L’Italia s’impegnava a favorire l’emigrazione nelle miniere del Belgio di circa 50.000 lavoratori, duemila ogni settimana, e il Belgio a vendere mensilmente all'Italia almeno 2500 tonnellate di carbone per ogni mille operai inviati!

Allora si gridò allo scandalo perché, si diceva, cittadini italiani erano «venduti per un sacco di carbone». Quel sentimento era ampiamente condiviso tra la popolazione, soprattutto dopo i racconti delle condizioni di lavoro, di alloggio e di vita dei primi minatori. Ufficialmente, invece, l’Italia stava combattendo la «guerra del carbone» necessario per la ripresa economica e la competitività in Europa.

Nemmeno dopo la disgrazia del 1956 o quella di Mattmark del 30 agosto 1965 (con 88 vittime, di cui 56 italiani) nessun rappresentante della politica italiana ha mai chiesto scusa agli italiani costretti ad emigrare perché l’Italia matrigna non riusciva a garantire loro il lavoro e un futuro dignitoso. Rileggendo i discorsi programmatici dei vari governi del dopoguerra e le discussioni parlamentari sulla politica estera italiana è facile notare con quanta insistenza si prometteva il massimo impegno del governo per eliminare alla radice le cause dell’emigrazione.

Poiché nessun governo ci è riuscito è legittimo il dubbio sull'effettivo impegno dei governi che nel frattempo si sono succeduti a rimuovere le cause dell'emigrazione. In effetti, stando alla statistiche, ancora oggi, sia pure in condizioni diverse da quelle del dopoguerra, si continua ad emigrare a decine di migliaia e i costi per l’Italia sono ingenti.

Quanto si dovrà ancora attendere perché il governo (di destra o di sinistra poco importa) s’impegni veramente a rendere l’emigrazione (e l’immigrazione) una scelta libera e consapevole?

Giovanni Longu
Berna 8 agosto 2023

02 agosto 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (terza parte)

Nell'articolo precedente s’individuava nel nazionalismo russo e ucraino non solo l’origine della guerra tra Russia e Ucraina, ma anche l’allontanamento della pace. Non deve infatti sfuggire che i belligeranti sono entrambi animati da un’ideologia nazionalistica molto forte e dispongono di eserciti ben armati, uno addirittura con armi nucleari e l’altro sostenuto dalla potenza militare degli Stati Uniti e della NATO. Poiché nessuno dei due osa addurre esplicitamente il nazionalismo come motivo della guerra, entrambi invocano il «diritto internazionale» per giustificarla, senza rendersi conto che il nazionalismo impedisce a loro come a molti altri Stati di cogliere nel suo documento fondamentale, ossia lo Statuto dell’ONU, lo spirito di pace e di collaborazione tra i Popoli che lo anima.

Nazionalismo e Statuto ONU

Il ruolo dell’ONU nel conflitto russo-ucraino potrebbe essere determinante
A parziale attenuante dell’incapacità dei russi e degli ucraini di attenersi non solo allo spirito ma anche alla lettera dello Statuto dell’Organizzazione della Nazioni Unite (ONU) si potrebbero invocare alcune ambiguità presenti a mio parere in alcune parti del documento (e se ne discuterà nel prossimo articolo)

Il nazionalismo resta tuttavia un’aggravante, perché impedisce a entrambi i belligeranti di porre fine al conflitto armato, di superare le ambiguità interpretative dello Statuto ONU e di attivare quelle politiche atte a favorire, come si legge nel preambolo dello Statuto, non solo il rigetto dell’uso delle armi per risolvere le controversie internazionali, ma anche e soprattutto il rispetto delle persone e dei popoli, «i rapporti di buon vicinato», la collaborazione «per mantenere la pace e la sicurezza internazionale», l’impiego di strumenti atti a «promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli», ecc.

Poiché lo spirito dello Statuto ONU è contenuto, a mio parere, soprattutto nel preambolo, merita riportarne di seguito alcuni passaggi:

«Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà…».

Considerazioni sul preambolo

Le espressioni appena riportate mi offrono lo spunto per alcune osservazioni, che mi sembrano di una certa rilevanza, tenendo anche presente che, storicamente, il nazionalismo precede di secoli la costituzione dell’ONU (1945), ma questa cerca idealmente di superarlo.

La prima osservazione riguarda i promotori dell’Organizzazione, ossia i Popoli, non gli Stati. La differenza mi pare non di poco conto. A subire le afflizioni delle guerre sono infatti in primo luogo i popoli e non gli Stati. L’ONU nasce anzitutto per evitare alle persone le «indicibili afflizioni» delle guerre, per «promuovere il progresso sociale», l’«uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne» e «un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà».

La seconda osservazione riguarda gli obiettivi dell’ONU. Comunemente si ritiene che lo scopo principale dell’ONU sia promuovere la pace, ma nel preambolo questa è vista non tanto come un obiettivo da raggiungere, ma piuttosto come una condizione da preservare («vivere in pace», «mantenere la pace») per poter conseguire gli altri obiettivi menzionati.

La terza osservazione riguarda l’assenza nel preambolo della parola «Stato». E’ vero che i rappresentanti dei Popoli riuniti a San Francisco il 26 giugno 1945 decidono di costituire l’Organizzazione delle Nazioni Unite (e non dei Popoli Uniti), ma il termine «Nazione» in questo caso è più sinonimo di Popolo che di Stato. La differenza e le implicazioni saranno approfondite nel prossimo articolo, ma già ora si può anticipare che sono notevoli perché a seconda dell’interpretazione cambia la titolarità del potere sovrano e le implicazioni sono alquanto diverse se si afferma che «la sovranità appartiene al Popolo» oppure «la sovranità appartiene allo Stato». Nel 1945 quasi tutti i Popoli erano costituiti in «Stati-nazione», anche se i Popoli senza Stato erano ancora numerosi.

La quarta osservazione riguarda proprio i Popoli non-Stati (perché privi di sovranità). L’ONU non poteva dimenticarli e in effetti li ricorda in diversi articoli. Pur essendo considerati marginali dalla maggioranza degli Stati membri più influenti (spesso colonizzatori), che li considerava ancora come colonie o Stati membri di poco conto, molti di essi raggiunsero in seguito l’indipendenza e il riconoscimento giuridico di Stati sovrani. L’impresa non riuscì a tutti e anche la guerra russo-ucraina in certa misura ne è una conseguenza, complice il nazionalismo russo e ucraino. Per la soluzione del conflitto e il ristabilimento della pace il ruolo dell’ONU potrebbe essere determinante.(Segue)

Giovanni Longu
Berna, 2.8.2023



01 agosto 2023

1° agosto 2023: preghiera patriottica!

Prima che festa patriottica, il 1° agosto in Svizzera era una festa religiosa, di ringraziamento. Tanto è vero che oltre che con fuochi, suoni di campane, esibizioni di corpi musicali, il giorno natale della Confederazione veniva celebrato con cerimonie religiose e canto corale del «salmo svizzero», una sorta di invocazione religiosa, divenuta in seguito l’inno nazionale svizzero:

Quando bionda aurora il mattin c'indora
l'alma mia t'adora re del ciel!
Quando l'alpe già rosseggia
a pregare allor t'atteggia;
in favor del patrio suol,
in favor del patrio suol,
cittadino Dio lo vuol,
cittadino Dio, si Dio lo vuol.

Fino al 1991 il 1° agosto non era «festa nazionale». Divenne tale solo quell’anno, in cui si celebravano i 700 anni della Confederazione, ma è diventato giorno festivo a tutti gli effetti solo nel 1993. C’è voluta una iniziativa popolare depositata nel 1990 per raggiungere questo traguardo, ma è interessante notare che la partecipazione fu piuttosto bassa: 39,88%. Su 1.781.407 di voti, i sì furono tuttavia l’83,8%, i no il 16,2%.

Nel frattempo le manifestazioni della festa nazionale sono andate modificandosi, il suono delle campane è divenuto sporadico, i fuochi si sono rarefatti e trasformati sempre più in fuochi artificiali o addirittura in fuochi artificiali digitali, le celebrazioni religiose sono scomparse quasi ovunque o anticipate alla domenica più vicina. Significa che tra gli svizzeri l’amor patrio è andato col tempo scemando? Certamente è mutato. Non si può dire, tuttavia, che gli svizzeri siano diventati meno patriottici, benché percepiscano la patria in una forma più intima e meno plateale.

Pregano ancora per il loro Paese. Domenica scorsa, in una chiesa della Svizzera romanda, al termine della messa lo hanno fatto con le parole della «preghiera patriottica» di Émile Jacques-Dalcroze (1865-1950). Ecco, con traduzione, la prima e ultima strofa e il ritornello:

Signore, aiuta il bel paese
che il mio cuore ama,
quello che amerò sempre,
quello che amerò comunque.

Seigneur, accorde Ton secours
Au beau pays que mon cœur aime,
Celui que j'aimerai toujours,
Celui que j'aimerai quand même.

   Mi hai detto di amare
   E io obbedisco,
…Mio Dio, proteggi il mio paese!
(bis)

   Tu m'as dit d'aimer
   Et j'obéis,
   Mon Dieu, protège mon pays! (bis)

In passato, unendo i loro sforzi,
genti provenienti da altre parti volevano prenderlo,
mi sta ancor più a cuore
che i miei antenati l’hanno saputo difendere.

Jadis, unissant leurs efforts,
Des gens d'ailleurs l'ont voulu prendre,
Je le chéris d'autant plus fort
Que mes aïeux l'ont su défendre.

Non so se Dio ci comandi davvero di amare il nostro Paese, ma certamente molti svizzeri sentono profondamente l’amor patrio e non lo nascondono. Altrettanto certo, però, mi pare che i nostri Paesi debbano fare ancora molto per meritarlo. Buon 1° Agosto, Svizzera!

Giovanni Longu
Berna, 1° agosto 2023

19 luglio 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (seconda parte)

Nessuno osa fare previsioni sulla fine della guerra e probabilmente durerà ancora a lungo, perché non è pensabile un superamento in tempi brevi dei nazionalismi che l’hanno provocata e, nonostante l’intervento (esterno) della NATO a fianco dell’Ucraina, risulta anche difficile immaginare una prossima sconfitta dell’imperialismo russo. La prospettiva di pace «giusta» tra i due principali belligeranti sembra dunque allontanarsi, ma sarebbe un errore fatale soprattutto per l’Occidente lasciare che a vincere la guerra sia il nazionalismo che resisterà più a lungo. Bisognerebbe invece cominciare subito a sviluppare le condizioni di una pace duratura, motivando le coscienze a ripudiare la guerra e a sostenere il rispetto della dignità umana e della vera «democrazia» (governo del popolo, sovranità popolare).

Lotta ai nazionalismi

Nella storia ci sono sempre stati momenti in cui per un popolo si palesava chiaramente l’esigenza dell’unità nazionale per una difesa più efficace contro i nemici esterni. In molti popoli, tuttavia, c’è stato pure il tentativo, spesso riuscito, di eliminare gli oppositori interni. Purtroppo, simili tentativi, magari in forme meno violente, esistono ancora, anche all'interno di popoli considerati «democratici» e non solo in quelli a regime autocratico.

Non si può ignorare che all'origine di questa guerra c’è un forte rigurgito del nazionalismo russo di stampo zarista (ancora incapace di accettare il disfacimento dell’Unione Sovietica avvenuto nel 1991), ma anche un’evidente incapacità del governo ucraino, espressione di uno Stato sovranista e nazionalista, di gestire democraticamente le diversità linguistiche e culturali delle minoranze nazionali, colpite specialmente in settori sensibili come quelli dell'istruzione e della cultura.

La complessità e la drammaticità della guerra e forse anche la difficoltà oggettiva di individuarne le cause ha spinto la stampa occidentale a considerare questa guerra solo come un’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Nessuno, o quasi, la considera uno scontro feroce tra due nazionalismi, forse per non dover ammettere che non solo Putin è un autocrate illuso di ricreare la Grande Madre Russia, ma anche Zelensky è un autocrate illuso di sottomettere con la forza le minoranze nazionali e di riconquistare tutti i territori occupati dai separatisti ucraini e dai russi (Crimea compresa).

Verso una pace «giusta»

Questi capi di Stato sembrano aver la mente offuscata da un bieco cinismo a tal punto da non rendersi conto che da questo conflitto inutile e disumano ne usciranno sconfitti entrambi, non solo per i morti e i danni che avranno sulla coscienza, ma anche e soprattutto per non aver nemmeno tentato di giocare l’unica carta vincente che avevano nelle mani, quella della pace e della collaborazione. Quei territori contesi avrebbero potuto rappresentare il completo superamento del nazionalismo, una forma ideale di collaborazione transfrontaliera, una formula magica per garantire alle popolazioni interessate una sostenibile prosperità.

La guerra russo-ucraina è uno scontro feroce tra nazionalismi.
La disfatta politica dei due autocrati dovrebbe coinvolgere anche alcuni (ir)responsabili politici occidentali, americani ed europei, che da almeno un decennio hanno preferito investire sul potenziamento dell’armamento ucraino, invece di promuovere la distensione, il disarmo, la collaborazione, la collaborazione transnazionale, la soluzione federalistica delle regioni del Donbass, dove è in atto una vera e propria guerra civile. Spero che siano i rispettivi popoli a disfarsi presto di questi personaggi incapaci di distinguere i mali della guerra dai beni della pace.

Purtroppo, a questo punto e con questi personaggi ancora in attività, è difficile ipotizzare un immediato cessate il fuoco e l’avvio di seri negoziati di pace, dopo che Zelensky ribadisce in continuazione che il negoziato potrà iniziare solo quando la Russia sarà sconfitta e Biden e gli alleati europei (Meloni compresa) riaffermano ad ogni incontro che sosterranno l’Ucraina a 360 gradi finché sarà necessario. Credo che sia legittimo il sospetto che questo Occidente nasconda in realtà altri interessi di natura economica, finanziaria e militare, perché sembra non rendersi conto che i valori da difendere non sono quelli presunti «occidentali» ma quelli «universali», dell’umanità intera.

Nelle scorse settimane si è sperato molto in un intervento del Vaticano, perché la componente religiosa è presente in tutti i nazionalismi, compresi quello russo e quello ucraino, ma non sembra abbia riscosso il sostegno dei principali interessati. Bisognerà farsene una ragione? Certamente, purché non significhi rassegnarsi alla guerra. Del resto non sarebbe saggio riproporre un nuovo periodo di «guerra fredda» bipolare mentre il club dei Paesi emergenti (i Brics: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) si rafforza e non starebbe certo a guardare. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 19.07.2023

12 luglio 2023

Per una pace «giusta» tra Russia e Ucraina (prima parte)

Estate! Tempo di riposo, di svago, di distrazione, ma anche, perché no?, di buone letture e di qualche utile riflessione, per esempio sul non-senso della guerra in corso tra Russia e Ucraina, che ci coinvolge nostro malgrado sempre più. Ritorno su questo tema, già trattato anche di recente, perché ritengo la guerra in generale abominevole e questa in particolare insensata e contraria ai principi di civiltà. Essa non avrebbe dovuto mai cominciare, ma ora è tempo che si concluda perché il suo prolungamento rischia di fare più danni di quanti ne ha già fatti. Per raggiungere questo obiettivo ritengo importante che si rafforzi l’opinione pubblica contraria alla guerra e avanzi il movimento per una pace «giusta» e soddisfacente per tutte le parti coinvolte. In questo e nei successivi articoli cercherò di fornire elementi di riflessione sia sull'origine ideologica del conflitto e sia sulle condizioni che rendono possibile una pace «giusta» e durevole.

Premesse

In questi articoli presuppongo anzitutto una conoscenza minima dei fatti (e degli antefatti) e la consapevolezza che si sta consumando un’immensa tragedia umana con molte migliaia di vittime, disastri materiali e immateriali incalcolabili, danni umani inimmaginabili a carico delle future generazioni, sconvolgimento degli equilibri mondiali, indebolimento degli organismi internazionali di pace, ecc. Tutto questo con la complicità, diretta o indiretta, di gran parte dell’Occidente e l’indifferenza di molti.

Presuppongo altresì che, di fronte a questi fatti e alla prospettiva tutt’altro che rassicurante del prolungamento della guerra nessuno dovrebbe restare indifferente. Personalmente ritengo che sostenere militarmente anche uno solo dei belligeranti è irresponsabile e cinico perché prolunga le sofferenze delle popolazioni coinvolte nel conflitto, moltiplica le vittime e le distruzioni, accresce i rischi del ricorso ad armi nucleari, allontana la pace.

Sono inoltre convinto che con le guerre i governi fornitori di armi rubino ai loro popoli risorse che andrebbero spese per il bene comune e non dissipate in armamenti di distruzione. Non si possono accettare senza reagire i continui aumenti dei prezzi, i costi del vivere quotidiano e l’incremento senza controllo delle spese militari.

Premetto anche che ogni essere umano dovrebbe sentire la vergogna della guerra e il dovere civile di reagire in modo appropriato per costringere i governi interessati, compreso quelli italiano e svizzero, a chiedere ai belligeranti un cessate il fuoco immediato e l’avvio dei negoziati di pace, nella piena consapevolezza che ciò è possibile e pertanto doveroso farlo. 

Infine occorre saper distinguere l’informazione oggettiva e la propaganda perché, come ammoniva il Manzoni nei Promessi Sposi, «la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro». Purtroppo la propaganda di entrambe le parti non consente né di approfondire serenamente le vere cause del conflitto né di prospettare una conclusione «giusta» (nel significato comune della parola «pace», ossia una «condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e conflitti, sia all'interno di un popolo, di uno stato […], sia all'esterno, con altri popoli, altri stati» (Treccani).

L’origine della guerra russo-ucraina

Partendo da tali premesse è giusto chiedersi anzitutto perché è scoppiata questa guerra. A prescindere dalla cronologia, da chi ha iniziato i combattimenti e dall’intensità con cui vengono proseguite le azioni militari tra offensive e controffensive, dovrebbe infatti essere abbastanza intuitivo ritenere che un conflitto di tale ampiezza e di tale crudeltà (perché la morte in guerra è particolarmente crudele) non nasce dall’oggi al domani, ma ha una gestazione lunga. Individuo questa origine, apparentemente lontana, nel nazionalismo, che caratterizza, a mio modo di vedere, sia la Russia che l’Ucraina sia pure con modalità diverse.

Per evidenti ragioni di spazio, non è possibile qui un approfondimento dei concetti di «nazione» e «nazionalismo», ma nel prossimo articolo si darà conto che tanto il nazionalismo russo quanto quello ucraino sono lontani dai concetti alla base della moderna democrazia, basata su un sistema di valori incentrati sul rispetto della persona umana e sulla convivenza pacifica di gruppi etnici o «nazioni» diversi non solo in Stati differenti (per es. italofoni in Italia, ma pure in Svizzera), ma anche in uno stesso Stato (per es. Stati Uniti, Confederazione Svizzera). (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 12.07.2023