22 ottobre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 5. Ratifica dell’accordo tra aspre polemiche


L’Accordo tra l’Italia e la Svizzera firmato il 10 agosto 1964 avrebbe dovuto essere ratificato dai rispettivi parlamenti «il più presto possibile» e, nell'attesa, entrare in vigore «provvisoriamente» il 1° novembre 1964 (art. 23, cpv. 1 dell’Accordo). Nel frattempo, come convenuto tra le parti, sarebbe entrata in vigore la Convenzione sulle assicurazioni sociali (di fatto il 1° settembre 1964).

Pressioni del governo italiano
A premere sull'entrata in vigore «il più presto possibile» dell’Accordo era soprattutto il governo italiano, che non voleva subire gli attacchi dell’opposizione comunista e dell’influente sindacato filocomunista CGIL. A sostegno della richiesta del governo di centrosinistra erano intervenuti anche i sindacati filogovernativi CISL e UIL che avevano sollecitato l’Unione Sindacale Svizzera (USS) ad adoperarsi per una conclusione urgente dell’Accordo e per una sua entrata in vigore «il più presto possibile», in modo da consentire la ratifica e l’entrata in vigore della Convenzione sulle assicurazioni sociali. Ogni giorno di ritardo, si riteneva, avrebbe fatto il gioco dei comunisti che accusavano il governo italiano di non difendere sufficientemente i lavoratori italiani emigrati in Svizzera e di aver concluso una convenzione che non veniva applicata.
Ferdinando Storchi
Quando si seppe che il parlamento svizzero avrebbe discusso l’Accordo solo nella primavera del 1965 il governo italiano incaricò l’ambasciatore d’Italia in Svizzera di esprimere il proprio rammarico per tale rinvio. Il Consiglio federale fece sapere che sarebbe stato controproducente fare pressione sul Parlamento e restò irremovibile al riguardo. Il governo italiano dovette accettare il rinvio, ma anche le reazioni dell’opposizione comunista che accusò il governo di arrendevolezza e di «colpevole silenzio». D’altra parte, non era disposto a mettere a repentaglio il soddisfacente compromesso raggiunto.
Che si trattasse di un buon accordo lo dimostrò, nel febbraio 1965, anche la breve discussione alla Camera dei deputati e soprattutto la sua approvazione quasi unanime: 314 sì e solo 9 astensioni. In aula era stato difeso con energia e passione dal sottosegretario Ferdinando Storchi, rispondendo punto su punto alle obiezioni dell’opposizione comunista.

Interessi del Consiglio federale
Anche il Consiglio federale aveva interesse a far entrare in vigore quanto prima l’Accordo, ritenuto tutto sommato soddisfacente, e far entrare in vigore immediatamente la Convenzione per evitare che il clima sociale potesse degenerare. Da Roma l’Ambasciata svizzera informava il Dipartimento politico dei numerosi articoli critici sulla Svizzera, accusata di facili espulsioni, di maltrattamenti di cittadini italiani, di sfruttare la manodopera italiana senza prendersi carico degli inconvenienti connessi, di non far nulla per garantire ai lavoratori sposati una vita familiare e di altro ancora. Del resto anche in Svizzera da tempo la stampa andava evidenziando una situazione della manodopera straniera insoddisfacente.
D’altra parte, fin dalla pubblicazione del comunicato stampa sulla firma dell’Accordo del 10 agosto, che aveva suscitato non poche reazioni negative, il Consiglio federale si rendeva conto che occorreva agire presto e bene, per stemperare il clima conflittuale che si stava creando tra italiani e svizzeri, dare garanzie sufficienti agli ambienti economici che temevano difficoltà nel reclutamento, tranquillizzare gli ambienti sindacali e privare la destra nazionalista di argomenti validi contro la politica immigratoria del governo.

Reazioni talvolta ostili all’Accordo
E’ probabile che il Consiglio federale sottovalutasse i problemi dell’immigrazione e soprattutto le reazioni all'Accordo da parte non solo della destra nazionalista xenofoba ma anche di alcuni ambienti della sinistra e dei sindacati, ma non si aspettava certo che il testo dell’Accordo divenisse di dominio pubblico prima del previsto e, soprattutto, che sollevasse tanta ostilità in un’ampia cerchia dell’opinione pubblica.
Il Consiglio federale aveva previsto, prudenzialmente, di non pubblicare subito il testo dell’Accordo, ma di allegarlo al Messaggio che avrebbe indirizzato alle Camere federali per la sua ratifica nel mese di novembre. Invece il testo venne reso pubblico da un periodico dell’emigrazione italiana, il 25 settembre 1964, scatenando una discussione enorme su tutta la stampa svizzera e negli ambienti maggiormente interessati della politica, dei sindacati e dell’economia, con prese di posizione talvolta ostili.
Reazioni molto negative si ebbero soprattutto negli ambienti operai svizzeri, per la paura di un massiccio afflusso di lavoratori italiani e delle loro famiglie, con conseguenze gravi soprattutto in materia di abitazioni. Di riflesso si mostrarono molto preoccupati anche i sindacati e i loro leader in parlamento, che chiesero ed ottennero dal Consiglio federale che l’Accordo non entrasse in vigore, nemmeno provvisoriamente, prima di un ampio dibattito parlamentare.
Il Consiglio federale si venne a trovare completamente spiazzato sia per la tempistica e sia per l’ampiezza del fronte se non delle opposizioni quantomeno delle posizioni critiche nei confronti della sua politica immigratoria. Per far ratificare l’Accordo, raggiunto dopo non poche difficoltà e ritenuto in definitiva «pienamente giustificato», doveva agire tempestivamente informando l’opinione pubblica sulla reale portata dell’Accordo, prima di affrontare le inevitabili contestazioni in Parlamento.

Punti controversi
Tra i punti più controversi facevano discutere specialmente le presunte agevolazioni ai ricongiungimenti familiari degli stranieri residenti con un impiego stabile in Svizzera. In base all'Accordo (art. 13), infatti, «le autorità svizzere autorizzeranno la moglie e i figli minori di un lavoratore italiano a raggiungere il capo famiglia per risiedere assieme a lui in Svizzera dal momento in cui il soggiorno e l'impiego di tale lavoratore potranno essere considerati sufficientemente stabili e durevoli», purché il lavoratore disponga di un «alloggio adeguato». Nelle «Dichiarazioni comuni» relative all'Accordo veniva precisato che sarebbero stati considerati «sufficientemente stabili e durevoli il soggiorno e l'impiego dei lavoratori italiani dopo un periodo di diciotto mesi di presenza regolare e ininterrotta in Svizzera».
Il Consiglio federale aveva autorizzato questa riduzione del periodo di attesa per il ricongiungimento familiare da tre anni (prassi attuale) a 18 mesi (e persino meno in casi particolari) non solo per venire incontro alle richieste italiane (entrata immediata), ma anche per considerazioni di ordine morale, umano e non da ultimo economico.

La reazione del consigliere federale Schaffner
Non tutta l’opinione pubblica era tuttavia favorevole a questo compromesso, suscitando qualche irritazione nel capo del Dipartimento politico Hans Schaffner. Le infuocate reazioni seguite alla pubblicazione del comunicato stampa che menzionava i temi principali dell’Accordo erano dovute, secondo il consigliere federale Schaffner, soprattutto alla mancanza d’informazioni corrette. Occorreva pertanto reagire immediatamente con una conferenza stampa sulla reale portata dell’Accordo in particolare sul ricongiungimento familiare. Rivolgendosi in una lettera al direttore dell’UFIAML Max Holzer, scriveva fra l’altro:
«Credo che sia necessario organizzare una conferenza stampa […] preparata con cura e accompagnata da materiale informativo. Gli svizzeri si fanno delle illusioni enormi se credono che alla lunga possiamo richiamare dallo Stato nostro vicino solo la popolazione attiva, inserita nella vita professionale, lasciando invece famiglie, donne, bambini e anziani nel paese di origine della manodopera, che in sé è benvenuta. Abbiamo in ogni caso un’immagine completamente sbagliata della cosiddetta piramide della popolazione svizzera. La quota delle persone attive professionalmente, che pagano contributi e tasse è in ogni caso troppo favorevole in rapporto alla popolazione passiva o non più attiva, bambini, anziani, casalinghe. Anche in questo senso ci facciamo grandi illusioni.
L’accordo con l’Italia può essere ben difeso. Bisogna dire per una volta in modo chiaro che alla lunga non si può imporre il celibato ai lavoratori stranieri, che alla lunga la separazione dalla famiglia non è una soluzione, che per questo abbiamo sicuramente fatto venire troppi e non troppo pochi lavoratori stranieri e che anche in relazione alla forza lavoro straniera prima o poi arriva «l’heure de la vérité»
Oltretutto le concessioni fatte dalla Svizzera sono a mio avviso relativamente modeste. Rimangono in ogni caso al di sotto di tutti i postulati e i desideri italiani. Non stanno neppure in alcun rapporto con le opportunità che la concorrenza nella CEE, anch’essa alla ricerca di manodopera straniera, è in grado di offrire…»
.
L’intervento dell’on. Schaffner non bastò a tranquillizzare l’opinione pubblica, alcuni ambienti politici (soprattutto di destra), ma anche dei sindacati. Occorsero interminabili discussioni parlamentari, soprattutto al Consiglio nazionale, con sedute anche notturne, prima che si giungesse all'approvazione dell’Accordo (17 marzo 1965).
Lungo dibattito parlamentare
Ben 64 deputati presero la parola, in un clima piuttosto teso, che risentiva fortemente dell’aria antistranieri e antitaliana che si respirava fuori dell’aula. Basti pensare che una delle parole maggiormente usate (per ben 160 volte) nel dibattito al Consiglio nazionale è stata Überfremdung, inforestierimento e per ben 22 volte si è evocato il pericolo dell’inforestierimento, Überfremdungsgefahr.
Kurt Furgler
Fra i tanti interventi che meriterebbero attenzione, accenno soltanto a due, positivi, che mi sembrano significativi. Il primo è quello del consigliere federale Hans Schaffner che invitava ad aver cura della tradizionale amicizia con l’Italia, tenendo conto che «anche nella nuova Europa avremo bisogno di amici!». Il secondo quello del relatore Kurt Furgler, favorevole all’Accordo, che prima di commentare i vari articoli rivolse un pensiero riconoscente «a quegli stranieri che hanno contribuito al benessere della Svizzera», invitando i colleghi a non drammatizzare la situazione e soprattutto a non cedere alla pericolosa xenofobia.
L’Accordo italo-svizzero fu approvato dal Consiglio nazionale con 117 voti a favore e 26 contrari. Il 22 aprile 1965 entrò finalmente in vigore. Per una sua valutazione complessiva si rimanda al prossimo articolo. (Continua)
Giovanni Longu
Berna 22.10.2014


15 ottobre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 4. Verso la ratifica di un accordo molto contestato


Quando il 10 agosto 1964 Max Holzer (direttore dell’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro) per la Svizzera e Ferdinando Storchi (sottosegretario per gli Affari esteri) per l’Italia firmarono l’Accordo finalmente raggiunto devono aver tirato un sospiro di sollievo. Fino a pochi mesi prima il negoziato era ancora in alto mare, totalmente bloccato. Erano invece bastati pochi incontri nella prima metà dell’anno per raggiungere quel compromesso che per anni sembrava impossibile.

Prima di entrare nel merito dell’accordo raggiunto giova forse soffermarsi sui motivi che hanno contribuito all’accelerazione finale. E’ probabile che le due delegazioni e i rispettivi governi si siano resi conto, sul finire del 1963, che per non far naufragare il negoziato sarebbe bastato ridimensionare le pretese e le attese puntando a un accordo, magari al ribasso, che garantisse comunque agli italiani immigrati in Svizzera miglioramenti immediati e futuri e contribuisse a stemperare il clima conflittuale che stava montando tra popolazione indigena e popolazione straniera.

Centrosinistra italiano favorevole ad un accordo
Per comprendere la maggiore disponibilità della delegazione italiana a ridurre le pretese iniziali occorre ricordare alcune circostanze intervenute nella politica italiana nel corso del 1963.
Aldo Moro (1916-1978)
Nell'aprile 1963, in Italia, si erano svolte le elezioni politiche che, pur confermando la Democrazia Cristiana (DC) quale primo partito, ne attestarono il forte calo rispetto alle elezioni precedenti, mentre registrarono l’avanzata del Partito comunista italiano (PCI), molto critico nei confronti del centralismo democristiano. La DC, per conservare la propria egemonia di governo, doveva cercare nuove alleanze, non più solo al centro come in passato ma anche a sinistra, in particolare con i socialisti, che avevano interrotto i propri rapporti col PCI dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria (1957). Dopo un breve «governo ponte» centrista di Giovanni Leone, toccò ad Aldo Moro costituire il primo governo di «centro-sinistra», insediato il 4 dicembre 1963.
Il nuovo governo, che non voleva essere da meno dei comunisti nella difesa degli interessi dei concittadini emigrati, diede sicuramente una forte spinta alla ripresa del negoziato con la Svizzera. Già prima del suo insediamento, un alto funzionario del Ministero affari esteri italiano, Eugenio Plaja, era intervenuto a Berna per «perorare con insistenza» (secondo fonti diplomatiche svizzere) una rapida ratifica della Convenzione sulle assicurazioni sociali (già firmata alla fine del 1962). Con l’«apertura a sinistra», avrebbe detto, «i problemi sociali hanno acquistato maggiore importanza per il governo», lasciando intendere che Roma avrebbe apprezzato «infinitamente» la ratifica della Svizzera e ne avrebbe tenuto ampiamente conto in seguito.

Esclusione dei comunisti dalle trattative
Per comprendere meglio il nuovo clima che si stava affermando in Italia dopo le elezioni di aprile, andrebbe anche aggiunto che il governo aveva cercato di minimizzare la portata «politica» delle espulsioni di lavoratori italiani nella primavera-estate 1963 come pure l’interdizione ad entrare in Svizzera ad alcuni parlamentari comunisti che in vista delle elezioni avevano svolto sul territorio svizzero propaganda politica «illecita».
In breve, il nuovo governo italiano intendeva occuparsi direttamente della questione migratoria e anche per questo non era favorevole alla partecipazione al negoziato di sindacalisti italiani (presumibilmente comunisti) o rappresentanti dell’associazionismo italiano in Svizzera (presumibilmente appartenenti alle Colonie libere italiane, ritenute filocomuniste). Anche per questo intendeva concludere al più presto il negoziato con la Svizzera.

Interesse della Svizzera a concludere il negoziato
Bisogna dire a questo punto che anche la Svizzera intendeva concludere quanto prima l’accordo d’emigrazione con l’Italia ed era pronta a riprendere le trattative da tempo a un punto morto. Un segnale che il momento propizio si stava avvicinando fu dato proprio dalla richiesta del ministro Plaja di ratificare rapidamente la Convenzione sulla sicurezza sociale. In quell’occasione infatti Berna aveva ribadito quel che aveva sostenuto fin dall’inizio e cioè che la ratifica della Convenzione sarebbe avvenuta solo contestualmente alla conclusione dell’accordo generale d’emigrazione. In effetti, poco più di un mese dopo quella visita, le trattative ripresero su nuove basi, meno rigide e meno esigenti.
La Svizzera aveva tuttavia ben più importanti motivi per concludere l’accordo con l’Italia. La forte presenza di lavoratori stranieri stava mettendo in agitazione non solo l’opinione pubblica, ma anche ambienti economici, sindacali e politici. Molta irrequietezza si osservava da tempo anche all’interno della comunità italiana, dove presunti agitatori e attivisti comunisti sembravano mettere in pericolo addirittura la pace sociale (di qui le espulsioni del 1963 e le innumerevoli schedature di attivisti politici e sindacali proseguite fino agli anni ’80 quando lo scandalo venne alla luce).
Gli ambienti economici cominciavano a preoccuparsi delle difficoltà crescenti che incontravano con la burocrazia italiana nel reclutamento della manodopera di cui avevano bisogno, ma anche delle difficoltà che avrebbero potuto incontrare se le concessioni svizzere nelle trattative fossero risultate per loro sfavorevoli.
Da quasi un decennio, inoltre, ambienti della sinistra politica e sindacale (v. articolo precedente su L’ECO n. 41 dell’8.10.2014) andavano segnalando all’attenzione del governo che la crescita inarrestabile dei lavoratori stranieri poteva rappresentare un pericolo per l’economia svizzera (soprattutto per la sua autonomia) e per la società (a causa dei crescenti conflitti sociali per questioni salariali, abitative, comportamentali, ecc.).

Pericolosità della xenofobia crescente
Dall’inizio degli anni ’60, proprio in seguito all’arrivo massiccio di italiani ormai provenienti prevalentemente dal sud e alla crescente conflittualità con la popolazione indigena (e in parte persino con la collettività dei primi emigrati dal nord), si stavano sviluppando, soprattutto nella Svizzera tedesca, movimenti dichiaratamente antistranieri. Oltre ad agitare l’opinione pubblica in senso xenofobo, esercitavano ogni sorta di pressione sul governo per interventi forti contro l’«inforestierimento».
Il Consiglio federale, che non sottovalutava la pericolosità di quei movimenti e specialmente di quello che sarebbe divenuto l’Azione Nazionale di Schwarzenbach, il 1° marzo 1963 era intervenuto con un decreto, valido un anno, per limitare l’ammissione di lavoratori stranieri entro il livello della manodopera estera raggiunto nel dicembre 1962. Poiché l’effetto fu assai modesto, l’anno seguente, il 21 febbraio 1964, il Consiglio federale intervenne con un nuovo decreto, adottando misure ancor più restrittive. Anche questo decreto, però, non diede i risultati sperati, contribuendo a rafforzare ulteriormente la destra xenofoba.
Già da questi accenni è facile comprendere come anche la Svizzera sentisse l’urgente bisogno di concludere quanto prima l’accordo con l’Italia. Da un dibattito interno in seno al Consiglio federale e una parte dell’amministrazione federale era anche emerso che sarebbe stato giusto fare concessioni significative in materia di ricongiungimenti familiari. Di qui l’accelerazione impressa alla trattativa e alla firma dell’Accordo fra la Svizzera e l'Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera il 10 agosto 1964 a Roma.

Punti principali dell’Accordo
L’Accordo si compone essenzialmente di due parti, l’Accordo vero e proprio (costituito da un preambolo e 23 articoli) e il Protocollo finale. Entrambi i testi possono essere consultati in Internet alla pagina: http://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19640159/index.html, oppure: http://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19640159/196504220000/0.142.114.548.pdf.
Oltre al preambolo, che dà il senso generale dell’Accordo, altri punti qualificanti sono le condizioni di lavoro e di soggiorno, soprattutto il diritto al ricongiungimento familiare, la parità di trattamento con i lavoratori indigeni rispetto al salario, alla sicurezza sociale, alle condizioni d’abitazione e l’istituzione di una «Commissione mista» per l’esame e la risoluzione delle difficoltà che potessero sorgere nell'interpretazione e nell'applicazione dell’Accordo.
Nel preambolo viene anzitutto sottolineato da parte sia della Svizzera che dell’Italia il desiderio di «adeguare alla situazione attuale le disposizioni che regolano il tradizionale movimento migratorio dall'Italia alla Svizzera, considerando la necessità di rendere più semplici e più rapide le modalità del reclutamento dei lavoratori italiani e la procedura relativa all'emigrazione dei lavoratori stessi in Svizzera», ma forse soprattutto il desiderio di «migliorare le condizioni di soggiorno dei lavoratori italiani in Svizzera e di assicurare loro lo stesso trattamento dei nazionali per quanto concerne le condizioni di lavoro».
In realtà l’ambizione generale dei negoziatori e dei rispettivi governi non è solo quella di regolare su basi più attuali tutte le procedure relative ai flussi migratori, ma soprattutto quella di garantire condizioni di convivenza e di sviluppo della collettività italiana tali da limitare al minimo i conflitti sociali e consentire al massimo le possibilità d’integrazione (anche se il termine non figura mai nell’Accordo) nella società di accoglienza.
Alcuni dei punti qualificanti dell’Accordo furono oggetto di aspre discussioni prima della ratifica finale e meritano pertanto una considerazione particolare nel prossimo articolo. (Continua)
Giovanni Longu
Berna 15.10.2014


08 ottobre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 3. Conclusione del negoziato in un clima preoccupante


Dopo l’interruzione del negoziato per un nuovo Accordo di emigrazione in seguito alle esternazioni del ministro Sullo (in realtà per sostanziali disaccordi sui vari oggetti in discussione), l’Italia e la Svizzera preferirono trattare dapprima alcune questioni riguardanti le assicurazioni sociali dei lavoratori italiani emigrati. Le richieste italiane in questo campo sembravano più giudiziose e la Svizzera aveva interesse a concludere un nuovo accordo in materia perché avrebbe dovuto costituire la soluzione da adottare in seguito anche nei confronti degli altri lavoratori stranieri. La Svizzera aveva tuttavia avvertito che i problemi riguardanti le assicurazioni sociali non potevano essere disgiunti dagli interessi svizzeri in materia d’immigrazione di manodopera italiana in Svizzera.

La sicurezza sociale anzitutto

La trattativa per una nuova Convenzione sulle assicurazioni sociali, cominciata nel marzo 1961 a Berna e proseguita a Roma nel luglio dello stesso anno, sembrava avviarsi a una felice conclusione quando dopo la visita di Sullo in Svizzera (novembre 1961) anch’essa s’interruppe per forti divergenze tra le parti. In un paio d’incontri ufficiosi tra alti funzionari federali e il capo della delegazione italiana (aprile 1962 a Stresa e giugno 1962 a Lugano) vennero tuttavia trovati alcuni punti d’incontro lasciando intravedere una positiva conclusione di questo negoziato.
Persino la CGIL, il sindacato della sinistra italiana, dovette ammettere in un comunicato che la convenzione sulla quale si stava discutendo, «pur prevedendo per gli emigrati in Svizzera un trattamento inferiore a quello riservato agli italiani negli altri paesi del MEC, costituirebbe un'innovazione assai seria in quanto prevede un sistema di previdenze sociali e assicurerebbe ai lavoratori italiani emigrati in Svizzera vantaggi ai quali i lavoratori svizzeri stessi ancora aspirano».
In effetti, il 14 dicembre 1962, a Roma, fu firmata la nuova Convenzione tra la Confederazione Svizzera e la Repubblica italiana relativa alla sicurezza sociale. Per il governo italiano si trattava sicuramente di un successo, perché era riuscito ad assicurare agli emigrati italiani in Svizzera condizioni simili a quelle che si stavano affermano nel MEC. Anche per il Consiglio federale rappresentava un successo perché era riuscito a concedere niente di più del dovuto e del possibile, inoltre era riuscito a condizionare l’entrata in vigore di questa Convenzione alla conclusione dell’Accordo generale di emigrazione. Per la sua entrata in vigore si dovrà attendere pertanto il 1° settembre 1964.

Sbloccare la trattativa sull'Accordo di emigrazione
Procedeva invece a rilento la trattativa sull'Accordo di emigrazione, anzi per tutto il 1962 e 1963 non avanzò affatto, salvo in alcuni incontri ufficiosi tra il capo della delegazione svizzera Max Holzer e quello della delegazione italiana Gino Pazzaglia. Le posizioni governative, da una parte e dall'altra, sembravano rigidamente bloccate. Gli incontri e i rapporti personali tra i negoziatori rappresentavano comunque la volontà di cercare un’intesa in qualche punto intermedio tra le pretese italiane e la rigidità svizzera. La trattativa sulle assicurazioni sociali stava a dimostrare che con qualche rinuncia in più e qualche rifiuto in meno si potevano raggiungere obiettivi buoni se non ottimi.
Le difficoltà oggettive sembravano tuttavia persistere. Riguardavano soprattutto l’assicurazione malattia per i familiari in Italia, i ricongiungimenti familiari e il miglioramento dello statuto di stagionale, temi su cui la Confederazione andava ripetendo di non poter accondiscendere alle richieste italiane per mancanza di competenze e per esigenze di politica interna. Da parte sua, il governo italiano riteneva le rivendicazioni esposte nel 1961 come irrinunciabili.
In un articolo sul blocco delle trattative italo-svizzere, L’Unità del 29.12.1961 scriveva: «Il governo di Berna passa alla rappresaglia. Italiani emigrati in Svizzera vengono sostituiti con spagnoli». Non si trattava di una rappresaglia, ma di una sostituzione di poche migliaia di emigrati italiani addetti all'agricoltura e non più interessati a questo settore con braccianti spagnoli più disponibili. Quell'espressione dell’organo del PCI sta tuttavia a denotare il clima che si stava diffondendo nei primi anni Sessanta nei rapporti italo-svizzeri riguardanti i lavoratori emigrati.

Rischio di un deterioramento del clima sociale
In effetti oggi sappiamo che in quel periodo in alcuni ambienti economici e politici cresceva la paura di non poter più disporre come prima (ossia facilmente e a buon mercato) della manodopera italiana e di doverla eventualmente sostituire. Anche il governo federale, di fronte alle crescenti difficoltà di reclutamento della manodopera italiana (e spagnola), sondava possibili alternative. Si sa che già agli inizi degli anni Sessanta premevano per entrare in Svizzera greci, turchi, algerini, jugoslavi, oltre evidentemente agli spagnoli già presenti e in aumento.
Le caratteristiche della manodopera italiana, nonostante le difficoltà, apparivano tuttavia insuperabili e pertanto tutti gli ambienti interessati auspicavano una rapida conclusione del negoziato in corso con l’Italia. Oltretutto, man mano che il tempo passava senza prospettiva di un buon risultato, il clima sociale riguardante la numerosa collettività italiana rischiava di deteriorarsi. In alcuni ambienti della Svizzera tedesca cominciava a sorgere e a diffondersi anche un vero e proprio sentimento anti italiano e in particolare contro i meridionali.
Alcuni segnali preoccupanti di questo deterioramento furono le numerose espulsioni dalla Svizzera di attivisti comunisti italiani, accusati di mettere in pericolo la pace sociale e del lavoro. Qualche preoccupazione venne espressa pubblicamente anche dalla sinistra politica e sindacale.

Willi Ritschard
Preoccupazioni politiche e sindacali
Il 21 giugno 1962 il consigliere nazionale socialista Willi Ritschard inoltrò un postulato per la riduzione del numero dei lavoratori stranieri. Nella motivazione della sua richiesta evocava anche la situazione paradossale dei lavoratori italiani, che qui non si trovavano per nulla a loro agio, ma non tornavano in patria nonostante ditte italiane con inserzioni nei giornali svizzeri cercassero lavoratori italiani. Al postulante, che invocava fra l’altro un plafond del numero di stranieri in continuo aumento e a rischio di creare una forte dipendenza soprattutto economica dall’estero, il consigliere federale Hans Schaffner rispose di condividere le sue richieste anche a nome del Consiglio federale.
Ernst Wüthrich
In campo sindacale, fu soprattutto Ernst Wüthrich, presidente del principale sindacato nazionale dei lavoratori metallurgici e orologiai, a dare forza alle preoccupazioni del mondo operaio nei confronti di una politica immigratoria federale che vedeva crescere a dismisura il numero dei lavoratori immigrati, creando forti rischi non solo di «inforestierimento», ma anche di perdita della qualità del lavoro svizzero. Riteneva che «una delle conseguenze più temibili di questo cospicuo ricorso alla mano d'opera estera risiede nel rischio di veder abbassata la qualità del prodotto svizzero, e ciò tanto più in quanto anche all'interno si registra una migrazione nei vari settori economici.- infatti molti operai qualificati lasciano l’officina per gli uffici o per lavori tecnici. Si tratta di una specie di promozione professionale. I posti così lasciati liberi sono il più delle volte occupati da lavoratori che non sempre sono i più abili, chiamati ad un lavoro che dovrebbe essere affidato ad operai svizzeri qualificati».
L’8 gennaio 1963 si tenne a Berna nella sede della Polizia federale una riunione di rappresentanti della Polizia federale, della Polizia federale degli stranieri, dell’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro e dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali riguardante «attività dei sindacati italiani in Svizzera» e in particolare del patronato INCA facente capo «all'importante sindacato comunista e nenniano CGIL». Alcuni interventi dei partecipanti lasciarono chiaramente intendere che l’Unione sindacale svizzera non vedeva di buon occhio l’attività dei sindacati italiani in Svizzera. Quanto poi all'attività dell’INCA, la polizia federale fu invitata a continuare «la sorveglianza degli uffici dei sindacati italiani».
Il 1° marzo 1963 il Consiglio federale intervenne con un decreto, valido un anno, per limitare l’ammissione di lavoratori stranieri entro il livello della manodopera estera raggiunto nel dicembre 1962. In effetti il numero dei nuovi permessi accordati scese a 445.000 (ossia quasi 11.000 in meno del 1962).

Sblocco della trattativa e firma dell’Accordo
La situazione venne finalmente sbloccata a Berna in un incontro tra alti funzionari italiani e svizzeri (29 novembre 1963) in un clima disteso e deciso a giungere il più presto possibile a una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Il 13 gennaio 1964 il capodelegazione italiano presentò all'omologo svizzero le «richieste» (non più rivendicazioni) italiane riguardanti agevolazioni dei ricongiungimenti familiari, miglioramenti dello statuto degli stagionali, ammissione dei lavoratori annuali all'assicurazione contro la disoccupazione.
Le richieste italiane apparvero alla controparte finalmente ragionevoli e discutibili. Anche il tema caldo dei ricongiungimenti familiari poteva essere preso in seria considerazione, nonostante fosse intimamente legato al problema della penuria di alloggi e all'esigenza di una politica restrittiva dei permessi per limitare l’inforestierimento. Nell'opinione pubblica svizzera, infatti, si era fatta strada l’idea che non fosse più sostenibile, anche nell'interesse dell’economia e dell’intera società civile, mantenere separate le famiglie, soprattutto quando concerneva lavoratori annuali ormai residenti stabilmente in questo Paese.
Di fatto, nel giro di pochi incontri si giunse a dirimere tutte le questioni essenziali e a preparare un testo di accordo pronto per la firma. Finalmente, il 10 agosto 1964 il nuovo Accordo fra la Svizzera e l'Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera fu firmato a Roma, con grande sollevo e soddisfazione delle parti contraenti.
La delegazione svizzera, probabilmente a richiesta di quella italiana e sperando in una rapida ratifica parlamentare, era disponibile ad una entrata in vigore «provvisoria» dell’Accordo fin dal 1° novembre 1964. Entrerà invece in vigore solo il 22 aprile 1965. I principali contenuti dell’Accordo e il perché del rinvio della sua entrata in vigore saranno l’oggetto del prossimo articolo. (Continua).

Giovanni Longu
Berna 8.10.2014

01 ottobre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 2. Trattativa difficile e lunga


Di fronte alla costatazione che il flusso migratorio dall’Italia verso la Svizzera non accennava a diminuire e che la collettività italiana diventava sempre più numerosa e stabile, ma in condizioni ritenute da molti immigrati precarie e persino discriminatorie, il governo italiano all’inizio del 1961 chiese formalmente alla controparte svizzera di rinegoziare l’Accordo di emigrazione del 1948.

La Svizzera, pur preferendo risolvere i singoli problemi senza modificare la sostanza degli accordi già conclusi (nel 1948, 1949, 1951), acconsentì alla richiesta italiana, probabilmente per non turbare le buone relazioni bilaterali tra i due Paesi, ma anche nella consapevolezza che la regolamentazione dell’immigrazione a carattere stagionale o temporaneo oggetto dell’Accordo del 1948 poteva subire modifiche e miglioramenti. La politica d’immigrazione della Svizzera non sarebbe stata messa in discussione.

Rivendicazioni italiane
In realtà nella prospettiva italiana si trattava di ottenere sostanziali miglioramenti per l’intera collettività italiana immigrata in diversi settori e risolvere alcuni problemi che, dato il numero crescente di immigrati, rischiavano col tempo d’ingigantirsi. Concretamente, le rivendicazioni italiane riguardavano le assicurazioni sociali (in particolare la concessione degli assegni familiari anche ai figli rimasti in Italia, l’assistenza malattia anche per i familiari rimasti in Italia, l’assicurazione contro la disoccupazione), le procedure di reclutamento (da riformare), alcune questioni riguardanti gli stagionali (soprattutto l’acquisizione del permesso di soggiorno annuale), l’ottenimento del permesso di domicilio dopo soli cinque anni di attesa (invece di dieci), i ricongiungimenti familiari, la scolarizzazione degli figli degli italiani, ecc.
Negli anni '50 e '60 , decine di migliaia di lavoratori
stranieri (specialmente italiani) erano addetti alla
costruzione di grandi dighe (foto: Grande Dixence)
In effetti gli obiettivi della trattativa, soprattutto per la delegazione italiana, erano quelli indicati successivamente nel preambolo dell’Accordo raggiunto nel 1964, ossia «di adeguare alla situazione attuale le disposizioni che regolano il tradizionale movimento migratorio dall'Italia alla Svizzera, […] rendere più semplici e più rapide le modalità del reclutamento dei lavoratori italiani e la procedura relativa all'emigrazione dei lavoratori stessi in Svizzera, […] migliorare le condizioni di soggiorno dei lavoratori italiani in Svizzera e assicurare loro lo stesso trattamento dei nazionali per quanto concerne le condizioni di lavoro».
Com'è facile intuire, questi obiettivi andavano ben oltre l’adeguamento delle disposizioni sul reclutamento dell’immigrazione italiana a carattere stagionale o temporaneo, oggetto dell’Accordo del 1948, che già all'articolo 1, primo capoverso, precisava: «Il presente accordo si applica all'immigrazione in Svizzera di mano d'opera stagionale o ammessa a titolo temporaneo».


Difficoltà iniziali
Già per questa ragione e per la novità, la complessità e l’importanza delle rivendicazioni italiane, come pure per i problemi di natura giuridico-istituzionale della controparte svizzera a dare risposte adeguate si può intuire la difficoltà del negoziato e comprenderne l’insolita durata: dall'inizio del 1961 al 10 agosto 1964. Al confronto, nel giro di un paio d’anni erano stati discussi e approvati l’Accordo di emigrazione del 1948 e la Convenzione sulle assicurazioni sociali del 1949.
I negoziati veri e propri iniziarono nel giugno 1961, ma vennero sospesi quasi subito per dare modo alle parti di studiare la materia e le differenti questioni. Si comprese tuttavia da subito che alla parte svizzera sarebbe stato ben difficile accogliere gran parte delle rivendicazioni italiane, soprattutto per ragioni di competenza (una parte delle rivendicazioni, ad es. assegni familiari, concernevano la competenza dei Cantoni, che non potevano essere scavalcati dalla Confederazione) e per ragioni politiche (politica federale in materia di immigrazione). D’altra parte, anche per la delegazione italiana appariva difficile stabilire fino a che punto poteva spingere le rivendicazioni senza compromettere la disponibilità svizzera a venire incontro il più possibile alle richieste italiane.
Nello sfondo era presente per entrambe le parti la situazione reale dell’immigrazione italiana in Svizzera, una necessità per l’economia svizzera, ma una necessità anche per l’economia italiana che, nonostante il boom di quegli anni, non era ancora in grado di assorbire la manodopera in esubero soprattutto del Mezzogiorno.

Pericoli da evitare
La delegazione svizzera sapeva bene che la manodopera italiana non avrebbe potuto essere rimpiazzata, soprattutto in tempi brevi, anche se dalla fine degli anni Cinquanta sempre più Stati si dichiaravano disposti ad inviare propri migranti. Sapeva anche che occorreva evitare la diffusione dello scontento tra gli immigrati italiani per scongiurare conflitti sociali e non dare adito al diffondersi della propaganda comunista, ritenuta pericolosissima per la pace sociale. Del resto, anche autorevoli personalità della politica andavano dicendo che occorresse maggiore apertura e flessibilità, ad esempio in tema di ricongiungimenti familiari.
A sua volta, la delegazione italiana, pur sapendo che la Svizzera non avrebbe potuto fare a meno degli emigrati italiani, aveva ben presente che in quel momento l’emigrazione verso la Confederazione rappresentava un’indispensabile valvola di salvezza per molti italiani. Oltretutto, per l’economia italiana l’alleggerimento del mercato interno del lavoro di alcune centinaia di migliaia di unità lavorative contribuiva a contenere il disagio sociale, soprattutto nel Mezzogiorno. Non si poteva nemmeno escludere il rischio che la Svizzera, di fronte alle richieste esagerate dell’Italia, rinunciasse alle prestazioni degli italiani e si rivolgesse a lavoratori di altre nazionalità, per esempio agli spagnoli già pronti a sostituirli.
Infine, ma non si trattava di una considerazione marginale, si sapeva che l’afflusso di valuta estera dalla Svizzera rappresentava un forte contributo alla bilancia dei pagamenti italiana. L’Unità, organo del partito comunista italiano, stimava in 70 miliardi di lire in valuta pregiata le rimesse degli italiani emigrati in Svizzera nel 1960.

Interferenza del ministro Sullo
On. Fiorentino Sullo
Di fronte alle difficoltà oggettive di trovare anche solo un compromesso, nessuna delle due delegazioni prendeva l’iniziativa di riavviare le discussioni. Sperando in una rapida ripresa delle discussioni, l’allora Fiorentino Sullo si attivò direttamente in Svizzera. Agli inizi di novembre 1961 egli intervenne in diversi Cantoni ufficialmente «a scopo d’indagine», in realtà per raccogliere testimonianze di prima mano sulle reali condizioni dei connazionali immigrati, in vista della ripresa delle trattative.
ministro del lavoro italiano
Cercando di fare pressioni sul governo svizzero, Sullo rilasciò numerose interviste denunciando le difficoltà dei lavoratori italiani e giungendo a minacciare addirittura di bloccare l’immigrazione dall'Italia se non si fossero ottenuti miglioramenti della situazione.
Nell'ottica di Sullo, anche la Svizzera avrebbe dovuto aprirsi, come stava facendo la CEE (Comunità Economica Europa), oggi Unione Europea, in materia di libera circolazione dei lavoratori e soprattutto di ricongiungimenti familiari. Il ministro Sullo, tuttavia, ignorava o faceva finta di ignorare anzitutto che la Svizzera non faceva parte della CEE (e non era intenzionata ad aderirvi) e, in secondo luogo, che gli italiani continuavano a preferire di emigrare in Svizzera piuttosto che in altri Paesi europei, pur sapendo che nei Paesi della CEE avrebbero beneficiato di condizioni migliori, ad esempio in materia di ricongiungimenti familiari.
Oltre alla mancanza di riguardo, le esternazioni del ministro Sullo provocarono l’irritazione del Consiglio federale e una nota di protesta ufficiale, la critica quasi unanime della stampa svizzera e anche di molti ambienti dell’immigrazione italiana, per esempio, della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera (FCLIS).
Sull'onda della polemica sorta attorno al caso Sullo, il 23 novembre 1961 le due delegazioni tornarono a riunirsi per la ripresa delle trattative. Dovettero tuttavia costatare subito che nel frattempo le rispettive posizioni non erano per nulla cambiate, per cui le trattative vennero nuovamente sospese.
Interpretando il desiderio della collettività italiana, la FCLIS chiese invano ai due governi la ripresa del negoziato «con uno spirito costruttivo» per non ritardare ulteriormente la soluzione dei più importanti problemi riguardanti i lavoratori italiani in Svizzera quali l’assicurazione malattia, gli assegni familiari, il ricongiungimento familiare, ecc. La FCLIS chiedeva anche la partecipazione alle trattative di rappresentanti delle organizzazioni degli emigrati italiani in Svizzera come pure dei sindacati dei due Paesi.
L’Unità, che condivideva le rivendicazioni del ministro Sullo, sottotitolava un articolo sul fallimento delle trattative per gli emigrati in Svizzera: «Le autorità elvetiche rifiutano di corrispondere agli emigrati italiani gli assegni familiari e di assicurare l’assistenza ai congiunti dei lavoratori».

Le trattative non potevano fallire
C’era il rischio che le trattative non riprendessero? Teoricamente sì, perché la situazione politica svizzera, con una destra nettamente ostile a qualsiasi concessione e un ambiente sindacale fortemente preoccupato non avrebbe consentito di accondiscendere in pieno alle richieste italiane. Realisticamente il negoziato non poteva fallire per la semplice costatazione, come rilevava un inviato in Svizzera del Resto del Carlino di Bologna nel 1962, che gli svizzeri hanno «terribilmente bisogno» degli italiani, almeno in questo momento insostituibili, diversamente «ne farebbero volentieri a meno». Di fatto il negoziato continuò, sia pure a rilento e con molte difficoltà. (Continua).

Giovanni Longu
Berna 1.10.2014

24 settembre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 1. Il contesto migratorio italo-svizzero


Il 10 agosto 1964 venne firmato a Roma l’«Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera». Dopo la sua entrata in vigore il 22 aprile 1965, ha disciplinato gran parte dei problemi migratori tra i due Paesi e pertanto rappresenta una pietra miliare nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera dal secondo dopoguerra in poi. Ricordare in una serie di articoli come si giunse a quell'accordo, quali problematiche doveva risolvere e quali ne furono i risultati mi pare utile per comprendere l’evoluzione della collettività italiana in Svizzera negli ultimi cinquant’anni. 

Tra Ottocento e Novecento
Prima di trattare direttamente dell’Accordo del 1964, ancora in vigore, ritengo indispensabile accennare al contesto generale dei rapporti italo-svizzeri in materia di emigrazione/immigrazione a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.
Tradizionalmente, dagli ultimi decenni dell’Ottocento, la Svizzera ospitava sul suo territorio numerosi lavoratori stranieri per le sue industrie, la sua agricoltura e le sue attività terziarie. Essi provenivano nella stragrande maggioranza dai Paesi confinanti, anzitutto dalla Germania e dall'Italia, ma anche dalla Francia e dall'Austria. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, costituivano il 14,7 per cento dell’intera popolazione residente, per quei tempi una percentuale altissima. I più numerosi erano i tedeschi, seguiti da vicino dagli italiani.
Sulla base di accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, i lavoratori stranieri potevano stabilirsi liberamente in Svizzera o rientrare in patria senza troppe formalità. Sebbene di tanto in tanto si registrassero scontri e in alcuni casi, soprattutto a Berna e a Zurigo, aggressioni e atti di violenza collettiva a danno di immigrati, generalmente la collaborazione tra svizzeri e stranieri funzionava bene. Per questo la popolazione straniera aveva continuato ad aumentare fino allo scoppio della guerra, quando molti lavoratori stranieri furono richiamati in patria.
E’ interessante osservare che fino ad allora erano soprattutto gli svizzeri a lamentarsi degli stranieri, benché fossero questi ultimi ad avere più di una ragione per recriminare bassi salari, lavori pesanti e pericolosi, miserevoli condizioni abitative. Dal 1900 gli svizzeri sintetizzarono i loro disagi e la loro paura nei confronti degli stranieri in una parola divenuta emblematica per quasi un secolo, «inforestierimento» (Überfremdung).

Tra le due guerre mondiali
Dalla fine della prima guerra mondiale i problemi legati alla forte presenza di stranieri continuarono ad agitare le acque della politica svizzera, che intervenne in vari modi per frenare l’afflusso della manodopera estera e il suo stabilimento a tempo indeterminato. La preoccupazione principale era quella dell’inforestierimento.
Fin dal 1917 vennero inaspriti i controlli alle frontiere. In seguito vennero introdotti diversi tipi di permesso di soggiorno, nuovi regolamenti e una legge speciale sull’ingresso e la dimora degli stranieri, che ridussero notevolmente la proporzione degli stranieri fino a toccare il minimo storico del 5,1 per cento nel 1941. Solo nella seconda metà degli anni ’60 si toccheranno nuovamente i livelli del 1914.
In effetti tra le due guerre mondiali i flussi migratori, soprattutto dall’Italia, furono molto esigui. Essi riprenderanno con crescente intensità alla fine della seconda guerra mondiale.

Il secondo dopoguerra
E’ bene ricordare a questo punto che la Svizzera era stata toccata solo marginalmente dalla guerra e il suo apparato industriale era rimasto molto efficiente e in grado persino di accrescere la produzione e le esportazioni.
Per poter far fronte alla crescente richiesta, la Svizzera aveva però bisogno di molta manodopera e quella indigena era assolutamente insufficiente. Tra i fornitori tradizionali di manodopera, solo l’Italia però era in grado di rispondere alla domanda svizzera. Alla Germania e all’Austria le potenze occupanti non concedevano infatti permessi di emigrazione. Quanto alla Francia, non aveva esuberi da collocare all'estero. Solo l’Italia ne aveva in abbondanza, soprattutto al Nord. Per questo la Svizzera si rivolse fiduciosa all’Italia, che divenne per alcuni decenni il principale fornitore di lavoratori stranieri per l’economia elvetica.
In pochi anni vennero creati in Svizzera 300.000 nuovi posti di lavoro in gran parte occupati da immigrati, che aumentarono in modo vertiginoso: da 285.000 (1950: 6,1% della popolazione residente) a 584.739 (1960: 10,8%). Nello stesso periodo gli italiani residenti stabilmente in Svizzera passarono da 142.280 a 346.223. Nel 1950 costituivano circa il 50% degli stranieri; alla fine del decennio quasi il 60%.

Il primo accordo di emigrazione
Alla Svizzera non fu difficile trovare subito un accordo informale con l’Italia per ottenere quantitativi sufficienti di manodopera, anche grazie alla mediazione di un fuoruscito divenuto poi Ministro plenipotenziario e Ambasciatore straordinario d’Italia a Berna, Egidio Reale, che durante il soggiorno in questo Paese aveva intrattenuto rapporti amichevoli con molti funzionari federali. Già nel 1946 ben 48.808 lavoratori italiani giunsero dall’Italia e nel 1947 addirittura più del doppio, 105.112.
Poiché il numero di lavoratori italiani presenti in Svizzera continuava a crescere, il 22 giugno 1948 fu firmato a Roma un accordo ufficiale allo scopo di «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall’Italia in Svizzera, e regolare di comune accordo e nell’interesse dei due paesi le modalità di reclutamento dei lavoratori italiani e la procedura relativa all’entrata di tali lavoratori in Svizzera e il regime applicabile alle loro condizioni di soggiorno e di lavoro».
Anche grazie a questo accordo, la Svizzera ha rappresentato il principale Paese verso cui si orientava l’emigrazione italiana. Secondo statistiche italiane, tra il 1946 e il 1961 sono emigrati in Svizzera circa 1.284.000 italiani.

Prima immigrazione dal Nord Italia
Va altresì ricordato che la prima emigrazione dell’immediato dopoguerra proveniva soprattutto dal Nord Italia ed era generalmente qualificata perché «liberata» dalla smobilitazione della grande industria (bellica): erano soprattutto, comaschi, valtellinesi, varesotti, bergamaschi, bresciani, veneti, friulani, ecc. Negli anni 1947/48 provenivano dal Nord circa 100.000 persone l’anno, contro appena 3000 dal Centro e 1000 dal Sud. La provenienza dal Nord è stata prevalente fino al 1957; dal 1958 prevalse l’emigrazione dal Sud e dal centro Italia, dal 1961 ha preso nettamente il sopravvento il Sud Italia.
Della manodopera proveniente dal Nord non solo i responsabili delle imprese, ma anche le autorità politiche erano ampiamente soddisfatte avendo dato, come ebbe a dire un consigliere federale, «complessivamente buona prova, in parte eccellente». Bisogna anche dire che pure da parte degli italiani il giudizio complessivo era generalmente positivo, come risulta da molti resoconti giornalistici italiani e svizzeri dell’epoca.
La loro esperienza era addirittura contagiosa e questo spiega almeno in parte perché soprattutto dagli anni ’50 in poi molti italiani entrassero in Svizzera non «clandestinamente», come talvolta ancora si dice e si scrive ma semplicemente evitando la complessa burocrazia italiana di visti e timbri vari. Oltretutto per l’entrata in Svizzera era sufficiente un documento d’identità, anche se per soggiornare oltre tre mesi e per lavorare occorrevano altri permessi, che le autorità svizzere concedevano generalmente senza troppe difficoltà.
Anche sotto il profilo assicurativo e previdenziale, gli italiani erano sufficientemente garantiti. Infatti, in aggiunta all’accordo relativo all’immigrazione, il 4 aprile 1949 era stato stipulato tra l’Italia a la Svizzera un accordo in materia di assicurazioni sociali, che regolava in particolare l’assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) dei cittadini italiani, con effetto retroattivo al 1° gennaio 1948. Il 17 ottobre 1951 l’accordo del 1949 venne ulteriormente migliorato, in modo che almeno dal punto di vista assicurativo, i lavoratori italiani fossero equiparati ai lavoratori svizzeri.

Gli anni ’50: problemi in vista
Intanto la fase di crescita economica in Svizzera non accennava a rallentare, provocando grandi cambiamenti nella struttura socio-professionale. Molti svizzeri approfittarono dello sviluppo per abbandonare l’agricoltura e trasferirsi all’industria, ma ancora più numerosi furono gli svizzeri che passarono dall’industria al terziario.
Il settore maggiormente sollecitato dalla domanda interna ed esterna di beni era quello infrastrutturale (strade, autostrade, impianti idroelettrici, edilizia) e industriale,Il contributo degli italiani, allora la forza lavoro straniera più importante, in alcuni rami divenne determinante.
specialmente i comparti tessile, metallurgico, meccanico, chimico-farmaceutico, elettrico e orologiero. Questo settore era anche quello che occupava il maggior numero di lavoratori stranieri.
L’Accordo del 1948, che regolava solo questioni di carattere amministrativo per un tipo di immigrazione prevista quasi esclusivamente a carattere temporaneo, sembrava non più sufficiente per affrontare seriamente i nuovi problemi che si venivano delineando in seno a una collettività immigrata sempre più numerosa, complessa ed esigente. Si pensi solo alle nuove problematiche legate alla seconda generazione, ma anche alla difficile convivenza con la popolazione locale, alle legittime aspirazioni di una comunità sempre più stabile.
In breve, alla fine degli anni ’50 sembrava indispensabile un nuovo accordo in grado di affrontare bilateralmente i nuovi problemi della collettività italiana. (Continua)

Giovanni Longu
Berna, 24.09.2014

17 settembre 2014

Ucraina 1914-2014: evitare gli errori del passato


Le cronache su quel che sta avvenendo nell’Europa orientale non lasciano purtroppo ben sperare: nella migliore delle ipotesi, infatti, i problemi all'origine della crisi ucraina verranno repressi ma non eliminati. Essi hanno origini lontane e può essere utile ricordarle.

Ucraina: un Paese quasi sconosciuto fino al 1914
La popolazione ucraina è in prevalenza di origine slava, ma nei secoli prima e dopo l’anno 1000 ha subito molteplici influssi di diversa origine, sia orientale che occidentale. L’Ucraina di oggi (più di 600.000 kmq e una popolazione di più di 45 milioni di abitanti) è il risultato di una lunga storia, piuttosto complessa, di popoli e dominazioni differenti, che non ha ancora trovato il suo punto di equilibrio stabile. Alcuni elementi conflittuali già presenti cent’anni fa, quando l’Ucraina, suddivisa in governatorati, faceva parte dell’Impero Russo, sono riemersi in questi ultimi anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Per cercare di comprendere quello che le cronache quotidiane ci descrivono e ci mostrano della parte orientale dell’Ucraina è utile ricordare qual era la situazione di quella regione cent’anni fa. Questo riferimento temporale non è casuale, ma dovuto al fatto che prima dello scoppio della prima guerra mondiale dell’Ucraina si conosceva ben poco, se non che si trattasse di una grande regione dell’est europeo «le cui sorti erano indissolubilmente congiunte con quelle della Russia».
Solo gli specialisti conoscevano la storia piuttosto complicata delle popolazioni ucraine, che non costituirono mai un’entità unica, ma si svilupparono con storie diverse subendo anche influssi diversi da parte degli Stati vicini, della Russia soprattutto ma anche della Polonia e della Lituania. Sapevano certamente che una di queste popolazioni era russofona e che quando la Russia aveva cercato di russificare l’intera Ucraina, limitando ad esempio l’uso della lingua ucraina, scoppiò una vera rivoluzione (1905).

1914-18: importanza strategica dell’Ucraina
Solo dopo il 1914 il grande pubblico occidentale cominciò a conoscere più nel dettaglio la realtà ucraina e il valore strategico di questa regione, fino ad allora sotto l’influenza incontrastata della Russia.
Quando allo scoppio della prima guerra mondiale gli Imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria dichiararono guerra alla Russia, l’Ucraina venne occupata militarmente dal potente vicino, per impedire che diventasse facile preda dei suoi nemici, perché allora l’Ucraina era considerata il «granaio d’Europa».
Com’è noto, le operazioni militari non andarono bene alla Russia, sconvolta nel 1917 dalla «rivoluzione d’ottobre» guidata da Lenin e dalla guerra civile. L’Ucraina ne approfittò per sottrarsi all’influenza russa, proclamarsi repubblica indipendente (22 novembre 1917) e firmare una pace separata con l’Impero germanico, che sembrava garantire la sua indipendenza e integrità.

Il sogno infranto degli ucraini
Il sogno degli ucraini di non dover continuare a lavorare per i russi sembrava finalmente realizzato. Pensavano che il loro Paese avesse finito di essere considerato «una regione da sfruttare» e avrebbe presto raggiunto, in altre condizioni, grazie alle immense ricchezze che possedeva, il grado di prosperità che gli spettava. Sembrava cambiare anche la prospettiva commerciale perché, come osservava un commentatore occidentale, «gli sbocchi dell’Ucraina sono «naturalmente rivolti verso l’Europa».
Non tutti, meno che mai gli ucraini, si resero subito conto che non bastava proclamarsi indipendenti per esserlo davvero. Infatti la nuova repubblica nel febbraio 1918 divenne di fatto una specie di «protettorato tedesco».
Un quotidiano ticinese commentava l’indipendenza dell’Ucraina grazie al sostegno della Germania in questi termini: «E’ ormai un fatto compiuto la pace con l'Ucraina che a quanto sembra assicura agli Imperi centrali importanti contingenti di grano, migliorando così la loro situazione economica».
Lo stesso giornale, qualche settimana più tardi, denunciava la strategia della Germania, che non bastandole l’estromissione della Russia dall’Ucraina, aveva occupato Odessa, la maggiore città commerciale russa del mar Nero in territorio ucraino, e contava di estendere ulteriormente il suo dominio: «La notizia della caduta di Odessa denota quale valore si possa attribuire alle paci che gli Imperi vanno concludendo in Oriente. Gli Austro-Tedeschi hanno stipulato la pace con l’Ucraina e scorrazzano per l’Ucraina in barba ai trattati, occupano città, fanno la guerra a chi e dove vogliono. […] Se si continua di questo passo i Russi un giorno finiranno, svegliandosi dall' incantesimo leninista, col trovarsi legati, imbavagliati e premuti in ogni senso dai Tedeschi. Allora forse insorgeranno, ma sarà troppo tardi. La Germania lavora a sgretolare mano mano l’Intesa [costituita principalmente da Francia, Russia e Gran Bretagna] cominciando dai popoli più piccoli che hanno i territori invasi».
Invano gli ucraini, che si erano accorti ben presto di essere nuovamente occupati, cominciarono a criticare il nuovo governo e a rimpiangere il vecchio. Molti giornali, nonostante la censura sulla stampa, chiesero invano «l'unione dell'Ucraina alla grande Repubblica russa».

Le ricchezze dell’Ucraina
Nel 1918 un ufficiale svizzero, nel redigere per un quotidiano ticinese una specie di nota segnaletica dell’Ucraina, ricordava anzitutto che si trattava di un «immenso paese» con una superficie di quasi tre volte quella dell’Inghilterra e una popolazione di 40 milioni di abitanti in forte crescita.
Passava poi a segnalare le ricchezze di questo Paese cominciando dall’agricoltura: «La produzione agricola dell’Ucraina è incredibile, sopra tutto per quanto riguarda il frumento: essa costituisce il granaio della Russia». Oltre al frumento l’Ucraina produceva l’88 per cento dell’intera produzione russa di zucchero e grandi quantitativi di altri prodotti come granoturco, semi oleosi, frutta, legumi, miele. Allevava inoltre «molto bestiame».
L’Ucraina, aggiungeva l’ufficiale-cronista, «ha pure un sottosuolo molto ricco con ferro carbone, petrolio, sale, mercurio, manganese» (allora ritenuto «indispensabile per la produzione di certe qualità superiori di acciaio»), ecc.
Da buon svizzero, riteneva infine che l’Ucraina, grande Paese ricco di prodotti dell’agricoltura e del sottosuolo, potesse rappresentare per la Svizzera un buon mercato, da cui importare tanti prodotti «di grande utilità» e in cui esportare per esempio orologi, motori a vapore, utensili agricoli ed in generale prodotti metallurgici.
Già da queste sommarie indicazioni si può comprendere quanto l’Ucraina fosse ritenuta importante per la Russia e appetibile per la Germania e più in generale per l’Occidente.

Problemi irrisolti
Frattanto la Russia aveva firmato l’armistizio (15 dicembre 1917), sospeso i combattimenti e avviato trattative di pace con gli Imperi centrali. Perché non sussistessero dubbi circa il futuro dell’Ucraina, tra le condizioni di pace fissate dalla Germania alla Russia di Lenin figurava al quarto punto che: «la Russia dovrà evacuare immediatamente la Finlandia e l'Ucraina e concludere con esse la pace».
La Russia non ebbe scelta e dovette firmare il trattato di pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) che sanciva la vittoria degli Imperi centrali sul fronte orientale e poneva le premesse per l’indipendenza dell’Ucraina, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Polonia. Nei giorni successivi il quotidiano socialista ticinese Libera Stampa commentava: «La Russia rivoluzionaria ha dovuto piegare il capo davanti alla forza brutale del militarismo prussiano e firmare il trattato di pace. La Germania ha applicato i suoi principi di pace «senza indennità e senza annessioni», coll’occupare tutte le province baltiche fin quasi a Pietrogrado [così si chiamava all’epoca San Pietroburgo], la Polonia, l'Ucraina, divenuta sua alleata…».
Con la pace di Brest-Litovsk il futuro indipendente dell’Ucraina non era affatto garantito, anzi restavano irrisolti i problemi fondamentali della convivenza tra le varie regioni e popolazioni dell’Ucraina come pure gli orientamenti politici nei confronti dei Paesi vicini.

Inutilità della guerra e soluzioni possibili
Quanto la prima guerra mondiale sul fronte orientale sia stata inconcludente e dannosa lo dimostreranno ampiamente i decenni successivi e anche oggi, purtroppo, si può osservare quanto le guerre siano inadeguate per risolvere i problemi della convivenza tra i popoli.
La storia recente dell’Ucraina ne è una chiara testimonianza e, purtroppo, non mi sembra che i responsabili delle grandi potenze, Unione Europea compresa, abbiano bene appreso la lezione del passato, ossia l’inutilità della guerra (anche se mentre scrivo vige una fragile tregua) per risolvere questo genere di problemi. Dico purtroppo perché ancora una volta per decidere del destino dei popoli si ricorre alle armi e alle sanzioni piuttosto che alla saggezza, al dialogo e al limite, perché no, visto che è in uso tra le persone civili, alla separazione consensuale.
Per risolvere questo genere di problemi bisognerebbe abbandonare (definitivamente) la logica degli interessi degli Stati (ancora di tipo ottocentesco) e adottare la logica degli interessi legittimi dei popoli. Nel conflitto ucraino finora la Svizzera si è impegnata molto nell’ambito dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Forse potrebbe fare di più, forte del suo esempio vivente e della sua tradizione di pacifica e proficua convivenza tra etnie e culture diverse, ma aperte alla collaborazione e al rispetto reciproco.

Giovanni Longu
Berna, 17.09.2014 

10 settembre 2014

Guerra, propaganda e contrabbando


La prima guerra mondiale, come del resto tutte le guerre, non fu combattuta solo sui fronti militari da eserciti agguerriti, ma comprese altre guerre di cui poco si sa e si scrive. Forse pochi sanno che proprio in Svizzera si svolse un’agguerrita attività di propaganda tra le potenze belligeranti europee e che ai suoi confini si sviluppò un’intensa attività di contrabbando tra la Svizzera e i Paesi confinanti.

Guerra di propaganda
Il Museo della comunicazione e la Biblioteca nazionale svizzera di Berna hanno allestito un’interessante mostra (che resterà aperta fino al 9 novembre 2014) sulla guerra della propaganda («Sotto il fuoco della propaganda. La Svizzera e la prima guerra mondiale») combattuta dalle potenze belligeranti in questo Paese neutrale e culturalmente diviso.
Cartolina postale dell'epoca, che ritrae la Svizzera come un'isola di pace.
Gli svizzeri, si sa, non erano unanimi sulle valutazioni della neutralità proclamata dalla Confederazione all'indomani dello scoppio della guerra. Gli svizzeri tedeschi simpatizzavano prevalentemente per gli imperi centrali, Germania e Austria-Ungheria, gli svizzeri francesi parteggiavano invece per le forze dell’Intesa: Francia, Gran Bretagna e Russia. Sfruttando questa situazione, gli Stati belligeranti scelsero proprio la Svizzera per condurre una vivace guerra di propaganda per convincere l’opinione pubblica svizzera e internazionale sulle ragioni degli uni e i torti degli altri.
Le varie potenze non lesinarono risorse finanziarie per organizzare centrali di propaganda, comprare spazi pubblicitari sulla stampa locale, finanziare giornali, stampare manifesti e cartoline, volantini e fotografie, diffondere filmati e registrazioni audio, pubblicare libri e riviste, organizzare mostre ed esposizioni nelle principali città svizzere, fondare agenzie di stampa, ecc.
Ci fu anche chi, come Carlo Spitteler, cercò di evidenziare «il punto di vista svizzero» per salvaguardare la
coesione nazionale superando le divisioni interne, ma l’impresa riuscì solo in parte. Politici, intellettuali, imprenditori, centrali sindacali dovranno lavorare ancora a lungo prima di giungere a riempire i fossati tra le varie regioni e componenti etnico-culturali del Paese.

Guerra economica e contrabbando
La prima guerra mondiale fu pure una guerra economica che coinvolse anche la Svizzera neutrale. Nell'ambito di questa guerra ebbe una parte notevole il contrabbando, sia nella sua forma tradizionale che in quella particolare che coinvolge direttamente gli Stati.
La prima forma, che ha origini lontane, ad esempio tra la Svizzera e l’Italia, nel corso della prima guerra mondiale ha avuto una recrudescenza dovuta alle difficoltà tipiche incontrate dalle popolazioni delle regioni di confine in seguito alla perdita di posti di lavoro e alla chiusura delle frontiere. La seconda, tra Paesi belligeranti e non, si manifesta soprattutto quando perdura l’economia di guerra e quando gli approvvigionamenti regolari diventano difficili o impossibili. La Svizzera, durante la prima guerra mondiale, si è vista costretta ad accettare questa forma di contrabbando, soprattutto con alcuni Paesi belligeranti, nonostante la sua neutralità.
Il contrabbando «tradizionale» ai confini svizzeri non riguardò solo l’Italia, ma anche la Francia, la Germania e l’Austria, soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia (maggio 1915). E’ forse a causa dell’estensione del fenomeno che nel periodo bellico la stampa svizzera rilevava frequentemente episodi di contrabbando non solo di piccole quantità di merci, ma anche di grandi.
Facevano tuttavia più scalpore nell'opinione pubblica, soprattutto di area socialista, le notizie riguardanti un presunto contrabbando su larga scala tra la Svizzera ufficiale e i Paesi belligeranti, specialmente la Germania. Si parlava ad esempio di grossi quantitativi di cereali che, giunti in Svizzera per il consumo interno, venissero fatti proseguire per altri Paesi in guerra, violando di fatto lo statuto di Paese neutrale. Nel 1915 il quotidiano socialista Libera Stampa denunciò a più riprese che molti vagoni di riso provenienti dall'Italia e dalla Francia andassero a finire in Germania, dove il riso mancava, con grande disappunto sia dell’Italia che della Francia.
Col perdurare della guerra commerciale fra gli Stati belligeranti e l’acuirsi delle difficoltà di approvvigionamento per la Svizzera, a partire dal 1915 il Consiglio federale dovette cedere a qualche compromesso, soprattutto con la Germania. Tanto è vero che, come scrive lo storico Marc Perrenoud nel Dizionario storico della Svizzera, «il Reich, che aveva bisogno di diversi prodotti svizzeri, continuò a fornire carbone e altre materie prime. Tenendo segrete alcune transazioni e approfittando della rivalità fra l'Intesa e gli Imperi centrali, fin dai primi mesi di guerra i dirigenti economici svizzeri esaminarono le occasioni che si presentavano sul mercato estero. La produzione di munizioni, di alluminio, di rame, di cemento e di altri prodotti utili ai belligeranti conobbe uno sviluppo considerevole».

Contrabbando tra l’Italia e la Svizzera
Il contrabbando tra la Svizzera e l’Italia fu sempre combattuto soprattutto dai governi italiani, mentre veniva tollerato dalle autorità svizzere. Quando, verso la fine dell’Ottocento, il danno del contrabbando all’erario italiano sembrò particolarmente consistente, il governo regio fece erigere per oltre duecento chilometri lungo il confine italo-svizzero la famosa «ramina», una rete metallica dotata di campanelli per allertare le guardie di confine durante i tentativi di scavalcamento.
Si contrabbandava di tutto, ma soprattutto generi alimentari, specialmente farina, riso, zucchero o saccarina, caffè, zafferano, ortaggi, pesce fresco, latte e burro, conserva di pomodoro, orologi, cotone, seta, ma anche armi e parti di armi da fuoco. Naturalmente non c’era solo il contrabbando dalla Svizzera all'Italia, ma anche in direzione opposta, soprattutto dopo la chiusura delle frontiere degli imperi centrali e poi della Francia e dell’Italia.
Il contrabbando era punito severamente dalle autorità italiane perché procurava un grave danno all'erario. I contrabbandieri colti in fragrante erano severamente puniti col sequestro della merce trasportata, con multe salatissime e persino con l’arresto. Il tentativo di fuga poteva essere molto rischioso, tanto è vero che molti contrabbandieri persero la vita precipitando in burroni o uccisi dalle guardie di finanza italiane (raramente dalle guardie di confine svizzere). La Svizzera era generalmente più tollerante, almeno fin quando il contrabbando non produceva danni all'erario svizzero.
Allora la forma più frequente e più nota di questo commercio illecito (ma dagli interessati e da gran parte della popolazione della regione di confine per nulla disapprovato) era il trasporto a spalla della merce in «bricolle» (grosse sacche di juta) da parte degli spalloni, ma erano praticate anche molte altre forme di contrabbando più o meno ingegnose.

Varie forme di contrabbando
Già all'inizio del secolo scorso i vettori utilizzati dai contrabbandieri erano molteplici e ingegnosi. Per ferrovia, via acqua e soprattutto per terra attraverso la ramina.
Per ferrovia non era raro che in un carro proveniente dalla Svizzera la merce indicata nella dichiarazione d’accompagnamento non corrispondesse al contenuto effettivo illecito ma ben camuffato, come quella volta in cui le guardie di finanza scoprirono che i «recipienti di carburo di calcio» contenessero effettivamente ben 4000 kg di caffè e 300 kg di noci moscate.
Nel 1912 era stato scoperto dai doganieri italiani un contrabbando di 67 kg di saccarina («questo ricercatissimo prodotto di proibita importazione») occultata in un carico di cinque balle di fogli di legno da impellicciare. In una di esse era stato ricavato un vuoto dove sembrava impossibile scoprire il contenuto dolcificante.
Le cronache giudiziarie italiane e svizzere del periodo della guerra sono piene di episodi di contrabbando. Esso rispondeva in molti casi a soddisfare bisogni primari delle popolazioni delle regioni di confine, ma altre volte serviva ad alimentare il mercato nero.
I protagonisti diretti del contrabbando non erano solo i poveri spalloni di cui ancora oggi si racconta con un po’ di romanticismo, ma anche persone avide, magari incensurate e apparentemente irreprensibili, che organizzavano il contrabbando in efficienti centrali al di qua e al di là del confine. Spesso il contrabbando era reso possibile dalla complicità di guardie di finanza, guardie di confine, funzionari di dogana e delle poste. Inoltre, parteciparono al contrabbando non solo spalloni «professionisti», ma anche spalloni occasionali, ladruncoli, giovani amanti del rischio e persino persone apparentemente insospettabili come preti, persone liberate dalle patrie galere, nobili decaduti, ecc.
Protagonisti furono anche alcuni Stati o istituzioni statali. Non so se si riuscirà mai ad appurare l’intera verità storica relativa ai rapporti internazionali durante la prima guerra mondiale, ma credo che si possa comprendere quanto sia stato difficile, almeno per qualche Stato, garantire per tutta la durata del conflitto la sopravvivenza della propria gente. La Svizzera in particolare, anche se non coinvolta direttamente nella guerra, tra il 1914 e il 1918 ebbe grandi difficoltà ad assicurare gli approvvigionamenti vitali. Forse qualche compromesso in meno sarebbe stato possibile, ma col senno di poi non si può fare la storia.

Giovanni Longu
Berna 10.09.2014

03 settembre 2014

1914-18: la Svizzera e gli italiani rimpatriati


Quando il 28 luglio 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, l’opinione pubblica internazionale riteneva che si trattasse di un conflitto di breve durata tra l’Austria-Ungheria e la Serbia. Bastarono pochi giorni per rendersi conto che il conflitto si sarebbe esteso e che sarebbe durato probabilmente a lungo. Per questo molti Paesi europei ordinarono nei primi giorni di agosto la mobilitazione generale. Anche la Svizzera decretò per il 1° agosto la mobilitazione generale, decisa a salvaguardare con ogni mezzo la propria integrità territoriale e il suo statuto di Paese neutrale. Altrettanto fecero nel giro di poche settimane la Germania, la Francia, la Russia, ecc. Non l’Italia che, sentendosi impreparata, dichiarò la propria neutralità.
L’indecisione dell’Italia fu dovuta apparentemente per motivi ideologici tra interventisti e neutralisti, in realtà soprattutto per l’impreparazione alla guerra, dopo le forti spese causate dalla guerra di Libia (1911-12). Come noto finirà per prevalere la corrente interventista e anche l’Italia, dal maggio 1915, si trovò coinvolta nella guerra contro l’Impero austro-ungarico e la Germania.

Molti italiani rimpatriati
La fase preparatoria coinvolse anche molti emigrati italiani richiamati per il servizio militare. Attraverso la Svizzera rientrarono molti italiani provenienti da tutta l’Europa. Non si hanno dati precisi su questi rientri (compresi quelli spontanei di intere famiglie), ma si stima che dalla sola Svizzera siano rientrati circa 70.000 italiani.
Riguardo ai rientri va ricordato che a spingere al rimpatrio le molte migliaia di giovani italiani abili al servizio militare non fu tanto, verosimilmente, l’amor patrio, quanto piuttosto l’obbligo legale per non essere dichiarati disertori. La legge italiana di allora sulla cittadinanza obbligava infatti al servizio militare in Italia anche coloro che avevano acquisito un’altra nazionalità e non ne erano stati esplicitamente esentati. Questo spiega forse perché dalla Svizzera partirono così tante persone, quasi un terzo dell’intera collettività italiana immigrata di allora. Essa riavrà la consistenza numerica che aveva prima della guerra soltanto quarant'anni più tardi, verso la metà degli anni ’50.

Conseguenze per la Svizzera
Naturalmente per la Svizzera non si trattò di una partenza senza conseguenze. Com’è facile immaginare, i posti di lavoro occupati dagli italiani andarono in gran parte persi, anche perché inoccupabili da parte degli svizzeri mobilitati per il servizio alle frontiere. Poiché molti lavoratori italiani erano addetti ai lavori ferroviari e all’edilizia, questi rami subirono durante la guerra sospensioni e ritardi e molte imprese chiusero l’attività. Mai forse come in questa occasione il lavoro degli italiani si rivelò importante e insostituibile.
Ciononostante, anche durante la guerra persistette un atteggiamento preoccupato e talvolta ostile nei confronti degli stranieri già manifestatosi nel primo decennio del secolo (paura dell’inforestierimento), che spinse le autorità federali a sviluppare una politica restrittiva nei confronti dei nuovi immigrati. Approfittando della chiusura delle frontiere a causa dello stato di guerra, la Svizzera cominciò ad applicare un rigido controllo degli ingressi, che mantenne anche al termine della guerra.

Verso una nuova politica migratoria svizzera
Il 1917 ha rappresentato per la storia della politica migratoria svizzera una data fondamentale. Se infatti, all’inizio del secolo in alcuni ambienti politici ed economici si chiedeva un maggiore impegno delle autorità per l’integrazione degli stranieri residenti in Svizzera da lungo tempo, da questo momento l’attenzione del Consiglio federale si focalizza sul controllo degli arrivi, ufficialmente per esigenze di una politica nazionale fondata sulla sicurezza, sull’interesse economico e sulla difesa di una identità culturale svizzera ritenuta ancora precaria.
Per perseguire con maggiore determinazione questa politica restrittiva nei confronti degli stranieri, il Consiglio federale, avvalendosi dei poteri straordinari concessi al governo durante la guerra, istituì sul finire del 1917 la Polizia degli stranieri, che divenne praticamente lo strumento politico-burocratico contro l’«inforestierimento». L’entrata e la dimora degli stranieri furono così sottoposte a un controllo generale di polizia degli stranieri, con cui il Consiglio federale intendeva regolare la politica migratoria.
Da quel momento la nuova disciplina federale sull’ingresso e il soggiorno degli stranieri, codificata poi sostanzialmente nella legge federale sulla dimora e il domicilio degli stranieri del 1931, costituirà la base giuridica fondamentale non solo per la lotta contro l’«inforestierimento» (autorizzando prevalentemente permessi «stagionali» e rendendo più difficile l’acquisizione del permesso di domicilio) ma anche per il controllo dei flussi migratori in funzione del mercato del lavoro, del clima sociale, della situazione degli alloggi, degli interessi morali ed economici del Paese.
Nel 1917 si chiudeva praticamente l’epoca dell’immigrazione libera garantita dai trattati bilaterali (quello tra la Svizzera e l’Italia risaliva al 1868) e iniziava quella dell’immigrazione selettiva e controllata che durerà fino al 1999, quando vennero firmati tra la Svizzera e l’Unione Europea gli accordi sulla libera circolazione delle persone.

Giovanni Longu
Berna, 03.09.2014

30 agosto 2014

1965: la tragedia di Mattmark


49 anni fa, il 30 agosto 1965, accadde in Svizzera, nel Vallese, una delle più gravi catastrofi della storia dell’emigrazione italiana. Una parte imponente di uno dei più grandi ghiacciai della Svizzera precipitò improvvisamente su un grosso cantiere di montagna allestito per la costruzione di una grande diga, quella di Mattmark, travolgendolo e uccidendo 88 lavoratori, 56 dei quali italiani.

Perché ricordare?
Lapide a ricordo della tragedia del 30 agosto 1965
Il fatto che si continui a ricordare quella tragedia umana (e lo si farà soprattutto il prossimo anno in occasione del 50° anniversario) è dovuto non solo all'alto numero di vittime che ha provocato, ma anche alla portata storica di quell'evento che ha sconvolto l’opinione pubblica svizzera, italiana ed europea.
Purtroppo è in atto da qualche tempo un tentativo malcelato di archiviare definitivamente il passato, soprattutto quando esso si tinge di tinte fosche o assume le caratteristiche della tragedia. Soprattutto per le giovani generazioni incalzate dalle spinte del progresso e preoccupate del loro futuro anche il passato recente può sembrare un fardello da cui conviene liberarsi. Credo invece che la memoria di eventi come quello di Mattmark meriti di essere continuamente alimentata, perché è ancora oggi piena di insegnamenti e resta comunque una parte integrante della storia migratoria soprattutto italiana.
Anzitutto, a memoria d’uomo, non era mai capitata in Svizzera una disgrazia così grave nel mondo del lavoro. Fu l’ampiezza del danno provocato - 88 morti in un attimo, decine di famiglie colpite violentemente negli affetti, un intero cantiere completamente distrutto, enormi difficoltà nel recupero delle vittime sotto tonnellate di ghiaccio e detriti - che richiamò l’attenzione dell’opinione pubblica svizzera, italiana ed europea. Tutti i media, compresa la televisione, per giorni e settimane informarono nei dettagli di quanto era accaduto e stava ancora succedendo.

Non solo forza lavoro
Grazie alla straordinaria copertura mediatica, l’opinione pubblica svizzera cominciò a rendersi conto del fenomeno migratorio anche sotto l’aspetto umano. Fino ad allora gli immigrati erano visti soprattutto come numeri, percentuali, addetti a questa o quella produzione. Di essi si parlava per lo più in termini negativi, raramente erano associati ai protagonisti del progresso che la Svizzera stava compiendo dalla fine della seconda guerra mondiale. Erano visti, per dirla con Max Frisch, tutt’al più «manodopera», forza lavoro, sia pure indispensabile. L’aspetto umano era trascurato e perciò ignorato. In pochi, ad esempio, si rendevano conto della pericolosità dei lavori che spesso erano chiamati a svolgere in supplenza alla mancanza di lavoratori svizzeri disposti a compierli.
La catastrofe di Mattmark mise a tacere, almeno provvisoriamente, le voci che cominciavano a levarsi in diverse parti della Svizzera contro gli stranieri. Una violenta campagna denigratoria aveva appena tentato di impedire l’accordo di emigrazione tra l’Italia e la Svizzera dell’anno precedente. Si voleva far credere che agli italiani era stato concesso troppo!
L’ampiezza della tragedia, che aveva coinvolto soprattutto italiani, ha contribuito a far vedere i lavoratori immigrati in una luce diversa da quella in cui venivano osservati prevalentemente fino ad allora. Tutti gli svizzeri hanno avuto modo di rendersi conto del tipo di lavori che erano chiamati a svolgere gli stranieri, del perché in certi cantieri e a certe altitudini c’erano soprattutto italiani e pochi svizzeri.
Mattmark ha fatto aprire gli occhi a molti, anche alle autorità e ai sindacati: i sistemi di protezione si erano dimostrati insufficienti, occorreva rafforzarli e controllarli meglio. In questo senso fu una lezione positiva per l’intero mondo del lavoro.

Solidarietà e riconoscenza
Tra gli effetti benefici di quella tragedia, perché anche dal male può scaturire il bene, mi piace ricordare l’ondata di solidarietà che suscitò in tutta la Svizzera. A dispetto di quanti tentarono di trasformare l’accaduto in motivo di contestazione e di scontro ideologico in una dialettica di tipo marxista-leninista, l’opinione pubblica svizzera seguì quasi unanimemente il richiamo alla solidarietà e alla generosità. Nonostante le vittime avessero tutte la piena copertura assicurativa del sistema previdenziale svizzero, vennero immediatamente avviate raccolte di denaro per le spese non coperte e per le famiglie sfortunate.
Molti, probabilmente, si sono resi conto per la prima volta che gli stranieri per quello che facevano, a vantaggio di tutti, meritavano non solo il giusto salario e le giuste assicurazioni, ma anche un po’ di riconoscenza e di solidarietà.
Giovanni Longu
Berna, 30.08.2014