21 gennaio 2015

Accordo italo-svizzero finalmente raggiunto


Finalmente una bella notizia dal fronte italo-svizzero: il 19 dicembre scorso (ma la notizia è stata ufficializzata solo pochi giorni fa) è stato infatti raggiunto un accordo preliminare (più precisamente, un’«intesa di principio») sulle questioni fiscali tra l’Italia e la Svizzera. L’accordo vero e proprio sarà firmato prossimamente e comunque entro il 2 marzo (in base alla nuova legge fiscale italiana).

Fine della guerriglia fiscale
Apponendo le loro sigle (quella che in gergo si chiama «parafatura») al testo dell’intesa raggiunta, i due negoziatori, l’italiano Vieri Ceriani e lo svizzero Jacques de Watteville, hanno di fatto posto fine al tormentone del contenzioso fiscale tra l’Italia e la Svizzera che durava ormai da una quindicina d’anni (dai tempi del ministro italiano Giulio Tremonti) e che negli ultimi quattro anni non faceva che alimentare tensioni col rischio d’incrinare gravemente i tradizionali buoni rapporti tra i due Paesi.
L’intesa raggiunta concerne i punti fondamentali, mentre per le questioni che richiedono ulteriori approfondimenti è stata stabilita la cosiddetta «road map» finalizzata allo loro definizione, che dovrà proseguire nei prossimi mesi.
Stando alle fonti abituali dei media, sia svizzere che italiane, l’accordo è ritenuto importante da entrambe le parti non solo perché pone fine alla «guerriglia fiscale tra la Svizzera e l’Italia» (Le Temps) ma anche perché consentirà benefici sia all'Italia che alla Svizzera. All’Italia perché faciliterà l’adesione all’autodenuncia (voluntary disclosure) ossia la regolarizzazione volontaria dei capitali depositati illegalmente in Svizzera da contribuenti italiani, ma anche perché farà arrivare nelle casse del fisco «molti denari, sia per le leggi approvate, sia per l’attuale momento del mercato dei cambi» (Matteo Renzi, Presidente del Consiglio). Alla Svizzera consentirà non solo di evitare inutili e gravi rischi al sistema bancario elvetico (soprattutto a quello ticinese), ma anche di uscire dalle «liste nere» italiane che penalizzano attualmente molte imprese elvetiche (perché la Svizzera non potrà più essere considerata un paradiso fiscale poco collaborativo) e di migliorare l’accesso degli operatori finanziari svizzeri nel mercato italiano.

Via libera alle informazioni bancarie
L’accordo prevede in particolare la firma, entro la fine di febbraio, di una nuova convenzione italo-svizzera contro la doppia imposizione e lo scambio d’informazioni di natura fiscale, ma solo «a richiesta» e successive alla firma dell’accordo (senza quindi possibilità di controlli retroattivi). Per l’entrata in vigore della convenzione, che è una modifica legale, bisognerà attendere la ratifica dei rispettivi parlamenti e quindi presumibilmente entro il 2017. L’accordo sullo scambio d’informazioni a richiesta entrerà invece in vigore subito dopo la firma dell’accordo, in attesa che entri in vigore a livello di Unione europea (UE) e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) lo standard dello scambio automatico delle informazioni, accettato anche dalla Svizzera.
Pier Carlo Padoan
A partire dunque dal prossimo mese di marzo, la Svizzera garantirà all’Italia, e viceversa, lo scambio d’informazioni di natura fiscale «a richiesta». Ciò significa, ad esempio, che il fisco italiano potrà richiedere alla Svizzera informazioni bancarie su singoli contribuenti italiani che detengono conti in questo Paese.
Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, visibilmente soddisfatto del risultato raggiunto, ha tenuto a precisare che questa volta non si tratta in nessun caso di un condono più o meno velato, perché chi si autodenuncia, anche se non sarà sanzionato penalmente, dovrà pagare tutte le imposte evase. D’altra parte, ha assicurato il negoziatore svizzero Jacques de Watteville, i clienti italiani delle banche svizzere che si autodenunciano non saranno in alcun modo più penalizzati degli italiani che hanno capitali depositati in Italia, in Germania o altrove. Ben altro, invece, potrà succedere a chi non si autodenuncia.

Ulteriori conseguenze dell’accordo
L’accordo, come detto, prevede inoltre una road map, ossia una serie d’incontri finalizzati a definire e mettere a punto i meccanismi regolatori riguardanti l’uscita della Svizzera dalle liste nere, la regolarizzazione del passato, la tassazione sui frontalieri secondo un nuovo modello, e altro ancora.
La portata di questo accordo è notevole non solo nel contesto dei rapporti italo-svizzeri, ma anche nel più ampio contesto della difficile costruzione dell’Unione europea sotto il profilo dell’armonizzazione fiscale. L’accordo, infatti, non solo regola la questione dello scambio di informazioni di natura fiscale tra l’Italia e la Svizzera, ma in qualche modo completa anche l’eliminazione dei «paradisi fiscali» nell’UE e nell’OCSE.
Del resto non è più nemmeno nell’interesse della piazza finanziaria svizzera continuare ad essere considerata un «paradiso fiscale», mentre sarà certamente più vantaggioso far sapere che il sistema bancario svizzero è efficiente anche senza segreto bancario e garantendo lo scambio delle informazioni bancarie previsto dall’OCSE, dall’UE e ora anche dall’accordo italo-svizzero.
Se questo accordo italo-svizzero contribuirà a migliorare anche i rapporti tra la Svizzera e l’UE non si sa, ma sicuramente rappresenta un ostacolo in meno.

Giovanni Longu
Berna, 21.01.2015

Un presidente come un direttore d’orchestra

Svizzera: Simonetta Sommaruga presidente della Confederazione

Simonetta Sommaruga
In Svizzera si sa con molto anticipo chi sarà il prossimo presidente della Confederazione e in genere basta una votazione per deciderlo. L’anno presidenziale spetta infatti normalmente al o alla vicepresidente dell’anno precedente. Nel 2014 il presidente Didier Burkhalter, liberale radicale, aveva come vicepresidente Simonetta Sommaruga, socialista. Quasi inevitabile, dunque, che il 3 dicembre 2014 l’Assemblea federale eleggesse presidente per il 2015 Simonetta Sommaruga. Per la cronaca, Johann Schneider-Ammann è stato eletto vicepresidente e quindi prossimo presidente della Confederazione.

«Primus inter pares»
In Svizzera la presidenza della Confederazione è assunta a turno per anzianità di servizio da tutti i membri del Consiglio federale, ma da alcuni anni sta diventando una carica prestigiosa. La Costituzione federale non assegna molti poteri al presidente, se non quelli di rappresentanza e di direzione dei lavori dell’esecutivo. Il presidente della Confederazione è solo un «primus inter pares», primo tra pari. Dipende dalla personalità di chi riveste la carica e anche dalle circostanze emergere e acquistare prestigio all’interno e all’estero.
Nel 2014 l’anno presidenziale ha messo in luce le doti organizzative e diplomatiche di Didier Burkhalter, che aveva iniziato bene il suo mandato con una brillante elezione: 183 voti su 202. La votazione di Sommaruga non è stata altrettanto gratificante: 181 voti su 210 schede valide, ma questo risultato, giudicato per altro buono dagli osservatori, non le impedirà certamente di esprimere al meglio le sue qualità umane e organizzative, soprattutto all’interno.
Mentre all’esterno continuerà a primeggiare Burkhalter per il suo ruolo di ministro degli esteri conosciuto e affermato soprattutto in Europa, è probabile che Sommaruga acquisti maggiore visibilità e peso politico all’interno, grazie anche a una congiuntura politica piuttosto favorevole e finora unica. Il 2015, che è anno di elezioni, vede infatti per la prima volta le tre più alte cariche dello Stato controllate da esponenti socialisti: Simonetta Sommaruga alla presidenza della Confederazione, Stéphane Rossini al Consiglio Nazionale e Claude Hêche al Consiglio degli Stati.

Difesa della democrazia diretta
Nel suo programma presidenziale Sommaruga non ha messo tuttavia ai primi posti il rilancio del suo partito, né il rafforzamento di questa o quella istituzione, ma la difesa della democrazia diretta, sotto attacco da più parti, soprattutto dopo la votazione del 9 febbraio scorso sulla limitazione dell’immigrazione di massa.
Già nel suo discorso d’insediamento in Parlamento ha ricordato proprio alle istituzioni che la democrazia diretta si esprime al meglio quando le istituzioni, Governo, Parlamento o Cittadini interpretano i loro ruoli in armonia, come in un concerto a più voci: le sette voci del Consiglio federale, i 246 strumentalisti parlamentari e il coro dei cittadini. Non so se Simonetta Sommaruga in quel momento interpretava il ruolo di direttrice d’orchestra, ma l’immagine mi è parsa pertinente e apprezzabile.
Nel suo discorso di Capodanno ha insistito: «alcuni pensano che la democrazia diretta non sia un sistema al passo coi tempi: ritengono che nel mondo interconnesso di oggi la popolazione non è più in grado di decidere su temi molto complessi. È un’opinione che non condivido per nulla. Anzi, sono convinta che il nostro sistema politico sia particolarmente adatto alla nostra epoca. Da noi, infatti, le responsabilità sono assunte non soltanto dal Consiglio federale e dal Parlamento, ma anche dalle cittadine e dai cittadini che possono esercitare la loro influenza e partecipare alle decisioni. È proprio questa partecipazione che crea vicinanza e fonda la nostra identità. Ed è proprio questo di cui abbiamo bisogno».

Italia: presidente quale direttore d’orchestra cercasi!

Prossimamente assisteremo all’elezione del Presidente della Repubblica in seguito alle dimissioni di Giorgio Napolitano. Le due presidenze, quella svizzera e quella italiana, non sono paragonabili né per durata né per competenze. Eppure potrebbero avere alcuni tratti comuni. Mi piacerebbe, ad esempio, che anche il Capo dello Stato italiano interpretasse più che il ruolo dell’arbitro, come spesso gli viene attribuito, quello di un buon direttore d’orchestra, capace di tenere uniti tutti gli elementi che la compongono e farli suonare in armonia.
Fuori metafora, la gente, il popolo italiano, credo che si aspetti dal prossimo presidente della Repubblica una figura possibilmente carismatica, rispettosa di tutti, certamente non di parte ma «super partes», difensore della democrazia più che delle istituzioni, ma soprattutto fine interprete delle sollecitazioni e aspirazioni che provengono dal basso, specialmente in tempi di crisi.

Giovanni Longu
Berna, 21.01.2015

14 gennaio 2015

Libertà di satira e sentimento religioso


In questo numero avrei voluto fare il punto della situazione sul negoziato in materia fiscale tra la Svizzera e l’Italia in una prospettiva bilaterale ed europea. Avrei voluto anche presentare sia pur brevemente la nuova Presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga e la sua impostazione dell’anno presidenziale… Ma gli avvenimenti tragici della settimana scorsa a Parigi mi spingono a qualche riflessione non tanto su ciò che è accaduto quanto piuttosto sulle cause e sulle possibili conseguenze.

La strage di Parigi e l’Islam
Mentre sono ancora sotto gli occhi di milioni di telespettatori le scene dell’attacco terroristico alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo e i successivi interventi delle forze dell’ordine e della sicurezza per la cattura dei delinquenti e la liberazione degli ostaggi, ritengo anzitutto doveroso esprimere anche da questo osservatorio la più ferma condanna del terrorismo e della violenza e pietà per le vittime.
Non ci si può tuttavia fermare a una quasi scontata condanna degli assassini. Poiché essi erano degli islamici, che hanno decimato la redazione del settimanale al grido di «Allah è grande» («abbiamo vendicato il profeta», avrebbero urlato), non si può evitare la domanda se nel loro gesto forsennato ci sia stata anche una qualche motivazione religiosa o pseudoreligiosa. Da tempo erano noti infatti sia il fanatismo religioso degli attentatori e sia la spregiudicatezza con cui Charlie Hebdo irrideva a quanto di più sacro c’è nell’Islam, ossia Allah, il profeta Maometto e il Corano.
Benedetto XVI
Mi sembra difficile rispondere negativamente alla domanda precedente, anche se va precisato che nella nostra coscienza di occidentali e di cristiani da tempo ormai non esiste più una motivazione «religiosa» dell’assassinio e il papa emerito Benedetto XVI nel 2006 aveva già messo in guardia contro la «motivazione religiosa della violenza». Del resto anche tutte le principali organizzazioni islamiche hanno condannato la strage parigina, sia pure disapprovando le vignette «blasfeme» di Charlie Hebdo.
Nei terroristi parigini, tuttavia, preferisco parlare di «fanatismo religioso» e della peggiore specie, perché finalizzato all’uccisione. Essi si proclamavano di fede musulmana, ma avevano abbracciato la jihad (una sorta di filosofia interna all’islam in cui non sono sempre ben chiari i confini tra il richiamo alla lotta interiore spirituale di ogni fedele e la spinta alla guerra santa) e avevano aderito all’organizzazione fondamentalista paramilitare di Al Qaeda.

Fanatismo religioso diffuso e… inarrestabile?
Quanto abbia influito il fanatismo religioso di matrice islamica nelle motivazioni degli assassini parigini è impossibile da verificare. Dovrebbe però far riflettere il fatto ch’esso si stia diffondendo in molte parti del mondo (si pensi all’Afganistan, all’Irak, alla Nigeria, all’Egitto, al Kenya, al Pakistan, ecc.) e anche, come si è visto, nel nostro occidente che si credeva probabilmente al sicuro, dopo le misure antiterrorismo messe in atto all’indomani del terribile attentato dell’11 settembre 2001 a New York.
Mi domando a questo punto se contro questo fanatismo e la sua diffusione si sta facendo abbastanza e se, soprattutto in occidente, specialmente in Europa, si è capito che non basta trincerarsi nella difesa ad oltranza dei «nostri» valori e che anche un buon approccio religioso basato sulla comprensione e il rispetto è fondamentale per la convivenza pacifica dei cittadini e dei popoli. Forse si fa troppo poco, basta vedere le carenze delle politiche migratorie di numerosi Paesi occidentali e il moltiplicarsi dei muri e dei reticolati contro l’«invasione» degli stranieri.
Probabilmente si è dimenticato anche che da sempre il sentimento religioso non può essere ignorato, banalizzato, peggio ancora irriso. Si è dimenticato che la nostra civiltà occidentale ha uno dei capisaldi proprio nel sentimento religioso e che questo è talmente radicato che è forse l’unico per cui si può anche morire.

Scienza e fede: Galilei e Bruno a confronto
Karl Jaspers (1883-1969)
Per mettere in evidenza il carattere incondizionato della fede religiosa, il filosofo tedesco Karl Jaspers nel secolo scorso l’ha messa al confronto con la scienza, un altro caposaldo dell’Occidente. Per chiarire la differenza ha utilizzato due figure storiche ben note come Giordano Bruno, preso come simbolo della fede religiosa, e Galileo Galilei, come simbolo della verità scientifica. Accusati entrambi da un tribunale dell’inquisizione di andare contro la Bibbia e la Tradizione, per evitare la condanna capitale Galilei ha rinunciato a insistere sulla sua verità scientifica ritrattando, Bruno invece ha preferi
to subire la condanna e morire. Secondo Jaspers il diverso comportamento è legato alla diversa natura della fede e della scienza. Galilei poteva abiurare perché la verità scientifica era distinta da lui, restava tale anche dopo la sua ritrattazione. Bruno invece non avrebbe potuto ritrattare la «sua» fede che era diventata parte della sua stessa esistenza; negandola avrebbe negato sé stesso. Questo per dire quanto il sentimento religioso sia o possa essere forte nei credenti.
La nostra società, per quanto sia impregnata di materialismo e relativismo, non dovrebbe dimenticare che esistono altre società in cui la religione rappresenta ancora un punto di riferimento fondamentale. I fatti di Parigi, ma anche altri persino peggiori che succedono nel mondo, dovrebbero suggerire anche qualche riflessione sul nostro atteggiamento nei confronti di altri popoli e culture.

Occidente superiore o solo diverso?
Noi occidentali, ritenendoci possessori del miglior sistema di governo possibile, del più ampio complesso di diritti e libertà che l’umanità abbia conosciuto finora, di una presunta totale emancipazione nelle idee e nei costumi, di un diffuso sentimento di appartenenza a una cultura superiore ecc., dimentichiamo molto spesso che il mondo «diverso» dal nostro non è «inferiore», ma appunto solo «diverso» e merita quindi comunque rispetto.
Si può, anzi si deve andar fieri della democrazia dei nostri Paesi, ma nessun governo democratico dovrebbe pretendere di esportarla e imporla con la forza ad altri Stati, almeno fino a quando questi non rappresentano una minaccia diretta ai propri legittimi interessi. Eppure, per giustificare anche recenti interventi armati si è persino inventata la fattispecie di «guerra preventiva», assolutamente incompatibile col concetto di democrazia. C’è da meravigliarsi se alcuni di questi interventi generano odio, desideri di vendetta e in certi casi persino la predicazione della guerra santa e veri e propri movimenti terroristici?
Una riflessione analoga va fatta sul nostro complesso di valori e di libertà di cui noi occidentali possiamo a giusta ragione andare fieri, a prescindere dagli abusi che sono talvolta commessi e non sempre sanzionati a dovere. Ma siamo sicuri che in altre società non esistano valori difendibili? E anche se, utilizzando il nostro metro di giudizio occidentale, li considerassimo inferiori o addirittura non-valori, chi ci autorizza a usare nei loro confronti disprezzo, sarcasmo, irrisione, soprattutto quando ad essere presi di mira sono riferimenti religiosi, come possono essere nel mondo islamico Allah, Maometto e il Corano?
Non possiamo non essere a favore della libertà di stampa e pertanto anche della libertà di satira, ma significherebbe sostenere l’insostenibile ritenere che si tratti di libertà assolute, ossia senza limiti. E’ vero che la satira c’è sempre stata, almeno da quando esistono i potenti e la possibilità di attaccarli senza rischiare la pena capitale, ma è pur vero che nel nostro sistema di valori occidentale la libertà di espressione e di satira non dovrebbe mai prevalere sul rispetto dovuto alla persona umana e ai suoi valori fondamentali, compreso il credo religioso.

Libertà di stampa e di satira illimitata?
Proprio al riguardo ritengo che, data la radicalità del sentimento religioso, la libertà di espressione e di satira trovi il suo limite nel rischio fondato che un attacco irriverente verso persone e simboli religiosi fondamentali possa turbare e provocare la sensibilità di molte persone che considerano tali simboli intoccabili.
La Corte di cassazione italiana ha dato della satira una definizione o descrizione condivisibile e opportuna: «La satira è quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di "castigare ridendo mores", ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene». A ben guardare, dunque, la satira non solo non dovrebbe avere alcun intento offensivo e denigratorio, ma anzi dovrebbe avere una finalità etica e correttiva verso il bene.
Non mi è mai capitata l’occasione di leggere Charlie Hebdo, ma alcune delle vignette apparse nei giorni scorsi francamente non mi sono piaciute, anzi le ho trovate di pessimo gusto. Naturalmente, di qui a provocare una strage ce ne corre. Quando però si sa con chi si ha a che fare un po’ di prudenza è senz’altro ragionevole. E più in generale, come ha ricordato più volte alla cultura occidentale Benedetto XVI, bisognerebbe evitare il cinismo con cui talvolta si considera il dileggio del sacro un diritto della libertà, perché la giusta considerazione della dimensione religiosa è anche una premessa essenziale per il dialogo tra le grandi culture e religioni del mondo.
Giovanni Longu
Berna 10.01.2015
P.S. Questo articolo è stato scritto il 10 gennaio. Nel frattempo si è sviluppato un ampio dibattito, ancora agli inizi, attorno all'islamismo, al rapporto tra Islam e Occidente, all'integrazione, alla libertà di espressione e di satira ecc. Credo che esso vada seguito e approfondito, tenendo presente che i valori in gioco sono molti, non solo la libertà di espressione e di satira (da salvaguardare, ma entro limiti ragionevoli), ma anche la dignità della persona, la libertà di religione, ecc. In particolare sulla libertà di satira concordo col giudizio della consigliera federale Doris Leuthard: «la satira non è un lasciapassare per tutto». Senza limiti (ragionevoli) potrebbe sfociare nell'insulto, nella calunnia, nel turpiloquio, nella blasfemia, nella bestemmia, nell'offesa gratuita. Inoltre, una satira troppo spinta e offensiva, giova al dialogo, alla comprensione reciproca, all'integrazione?
(Berna, 14.1.2015).


31 dicembre 2014

2015: Svizzera alla prova


«L’economia ticinese si presenta come un panorama invernale, avvolto dalla bruma e con quel qualcosa di enigmatico, quasi ipnotico. Tutto sembra immobile, ma nonostante ciò permane quella strana e persistente sensazione che qualcosa sta cambiando». Così l’Ufficio di statistica del Cantone Ticino ha caratterizzato a fine anno l’economia ticinese. Un’impressione analoga mi suscita anche l’economia svizzera in generale, sebbene al momento siano ancora pochi i segnali di cambiamento.

Ostacoli in vista
Finora l’economia svizzera nel suo complesso si è dimostrata in grado di superare le numerose difficoltà derivanti dalla crisi internazionale non ancora finita, dalla scarsa crescita nella zona euro e dai rapporti non sempre distesi con l’Unione europea (UE). Ma gli ostacoli che il Ticino e la Svizzera incontreranno già nei prossimi mesi non sono di poco conto. E’ probabile che il 2015 sia per il Ticino e per l’intera Confederazione un anno decisivo. Entro la prossima primavera dovrebbe concludersi il negoziato fiscale con l’Italia e si sa che molti capitali sottratti illegalmente al fisco italiano e destinati all'emersione e al rientro in Italia sono gestiti dalla piazza finanziaria ticinese. Quali conseguenze comporterà? Presto dovrebbero riprendere anche i negoziati con l’UE e l’esito non è affatto scontato.
Le difficoltà principali che incontrerà la Svizzera sono dovute soprattutto alle conseguenze dell’approvazione, il 9 febbraio 2014, della modifica costituzionale riguardaccordo del 1999 (entrato in vigore nel 2002) sulla libera circolazione delle persone e tenterà di farlo, già nel 2015. Ma l’UE ha fatto sapere di non essere disposta a rinegoziare questo principio basilare della politica sociale europea.

ante la limitazione dell’«immigrazione di massa». Per dare piena attuazione a questo voto, il governo federale dovrebbe rinegoziare con l’Unione europea (UE) l’

Soluzioni possibili
Il Consiglio federale non può sottrarsi al nuovo obbligo costituzionale creatosi il 9 febbraio scorso, ma non credo che si arriverà a un «braccio di ferro» con l’UE. Se ci dovesse essere, a soccombere sarebbe senz'altro la Svizzera. Una clausola (non per nulla chiamata «clausola ghigliottina»!) del primo gruppo di Accordi bilaterali con l’UE (1999) prevede infatti che se ne salta uno (ad esempio quello sulla libera circolazione delle persone) decadono anche tutti gli altri (ostacoli tecnici al commercio, agricoltura, trasporti terrestri, trasporto aereo, ricerca, ecc.). La Svizzera, che ha raggiunto l’attuale livello di benessere proprio grazie a questi Accordi, sa bene che senza di essi il futuro si presenterebbe alquanto incerto e difficile, perché non avrebbe più il libero accesso al grande mercato europeo.
D’altra parte, ritengo che nemmeno l’UE abbia interesse a rompere le buone relazioni con la Svizzera, alla luce dei molteplici interessi comuni nei campi dell’energia e dei trasporti, degli scambi commerciali, della ricerca scientifica, della formazione, ecc.
Credo che sarà proprio osservando realisticamente la situazione che la Svizzera e l’UE finiranno per trovare un’intesa compatibile con le esigenze dell’una e dell’altra. La Svizzera continuerà ad aver bisogno di manodopera estera e sarà l’economia a regolare i flussi migratori e non la politica e l’amministrazione attraverso complicati meccanismi di contingentamento.
Anche l’UE finirà per rendersi conto che «la libera circolazione non è un dogma», per riprendere un’espressione dell’ambasciatore Roberto Balzaretti (capo della missione svizzera presso l’Unione europea), né un «diritto incondizionato», come sostiene David Cameron (primo ministro del Regno Unito), ma un principio che va applicato con una certa flessibilità. E’ sulla sua applicazione, non sul principio in sé, che andrà trovata un’intesa tra l’UE e la Svizzera. La libera circolazione dovrà essere garantita, entro limiti sostenibili di salvaguardia, garantiti non solo alla Svizzera ma anche agli altri Paesi dell’UE.

Superare la sindrome di Asterix
Inoltre, non si dovrebbe dimenticare che il processo di avvicinamento della Svizzera all’UE (destinato a concludersi verosimilmente con l’adesione) deve continuare, non interrompersi. Sempre più svizzeri hanno già superato la «sindrome di Asterix», ritengono convintamente che la Svizzera sia circondata non da (potenziali) nemici, ma da amici. Il sentimento di accerchiamento, comprensibile cent’anni fa (quando il Paese si sentì costretto a circondarsi da migliaia di opere di difesa, in parte ancora visibili e impressionanti per numero e struttura) e forse persino settant’anni fa, non è più giustificato oggi. Guai interrompere questo processo, che, sia pure lentamente, avanza. Anzi, esso dev’essere favorito, perché se un giorno, spero presto, ci saranno davvero gli Stati Uniti d’Europa, questi ci saranno solo se anche la Svizzera ne farà parte.
Il 2015 sarà sotto questo aspetto un anno molto importante, perché sarà rinnovata l’Assemblea federale. E’ auspicabile che la competizione elettorale non si trasformi in uno scontro pro o contro l’UE, ma sproni al dialogo e alla ricerca di soluzioni condivise da entrambe le parti interessate. Buon Anno, Svizzera. Buon Anno Europa.
Giovanni Longu
Berna, 31.12. 2014

17 dicembre 2014

Operazione verità tra Svizzera e Italia


Con l’approvazione definitiva della legge sull’emersione e il rientro dei capitali detenuti all’estero, che prevede la collaborazione volontaria (voluntary disclosure) in materia fiscale, sarà possibile fin dai prossimi mesi realizzare tra l’Italia e la Svizzera una grande operazione verità.

 La nuova legge, infatti, da una parte consente ai cittadini italiani residenti in Italia che hanno depositato illecitamente denaro all'estero di autodenunciarsi (entro il 30 settembre 2015) e rimettersi in regola con il fisco italiano, pagando ovviamente le somme dovute (interessi) più le sanzioni, sia pure ridotte; dall'altra la legge prevede espressamente con lo Stato estero, nel caso specifico la Svizzera, un accordo che regoli la collaborazione trasparente tra il fisco italiano e le banche svizzere.
L’emersione dei capitali trasferiti illecitamente all'estero era già stata tentata anni addietro con i vari «scudi» fiscali del ministro Tremonti, che non avevano però prodotto gli effetti sperati, nonostante fosse stato garantito l’anonimato dei proprietari dei capitali emersi. Ora, si spera, se l’accordo tra i due Paesi sarà presto concluso, dovrebbe emergere dal grigiore della clandestinità l’intero ammontare dei capitali finora nascosti al fisco italiano. Nemmeno la Svizzera, infatti, avrà interesse e possibilità di nascondere il maltolto. Lo scambio automatico delle informazioni bancarie sarà infatti la regola dal 2017, al più tardi dal 2018.
Finalmente! verrebbe da dire, perché francamente di questi tentativi falliti e del continuo rinvio di un accordo tra l’Italia e la Svizzera non se ne poteva più. Era dall'ultimo governo Berlusconi che si facevano annunci vani. Nel frattempo sono passati i governi Monti e Letta e persino il governo Renzi inizialmente sembrava tentennare. A fine febbraio (!) aveva infatti assicurato che dove erano falliti Berlusconi e Letta sarebbe riuscito lui («Entro un mese , aveva detto, vediamo quanto prendiamo e da dove». Intanto i mesi trascorrevano senza che l’accordo venisse anche solo abbozzato.
Mentre i ministri responsabili, Padoan per l’Italia e Widmer-Schlumpf per la Svizzera, si rimpallavano le responsabilità del ritardo, montava la tensione soprattutto nel Ticino, dove quasi all’unanimità s’invocava da Berna la denuncia dell’accordo con l’Italia sui frontalieri e misure di ritorsione per l’inserimento della Svizzera nelle liste nere italiane. Si è tentato persino di forzare la situazione bloccando i ristorni all’Italia delle imposte dei frontalieri del 2013.
Purtroppo, nel frattempo c’è stata anche la votazione del 9 febbraio scorso «contro l’immigrazione di massa» e il voto favorevole del Ticino è stato determinante per la vittoria del »sì». Appare difficile escludere che l’atteggiamento dei ticinesi non sia stato fortemente influenzato dall’esasperazione con cui vivono da anni le tensioni con l’Italia!
Finalmente, però, qualcosa sta cambiando nelle relazioni italo-svizzere. Il ministro Padoan e la consigliera federale Widmer-Schlumpf si mostrano entrambi più fiduciosi in una rapida soluzione delle vertenze. Con l’avvicinarsi dell’Expo 2015 di Milano si ha l’impressione che tutta l’Italia si stia avvicinando alla Svizzera e viceversa. Anche la polemica sui frontalieri ha perso vigore, grazie soprattutto all'ottimismo manifestato da Widmer-Schlumpf, secondo cui  «alla fine arriveremo ad un buon risultato anche per il Ticino».
Nell'attesa l’ottimismo mi sembra d’obbligo, per tutti. In fondo la vertenza fiscale, per quanto importante e spinosa, non rappresenta che una minima parte delle molteplici relazioni tra i due Paesi. Basti pensare che l’Italia è il terzo partner commerciale della Svizzera, sono frequenti e intense le relazioni culturali (anche per la difesa della lingua italiana), artistiche, scientifiche, senza dimenticare che nella Confederazione vive oltre mezzo milione di cittadini italiani, in parte con la doppia nazionalità. Sicuramente le cose che accomunano l’Italia e la Svizzera superano abbondantemente ciò che divide. Anche per questo l’ottimismo non è di maniera.
Ad ogni buon conto, Italia e Svizzera, i migliori auguri per la conclusione di un buon accordo, che componga le divergenze, rafforzi l’intesa reciproca e rilanci la collaborazione (anche sul piano europeo) che ha prodotto finora enormi benefici ad entrambi i Paesi. Buon Anno!

Giovanni Longu
Berna, 17.12.2014

10 dicembre 2014

Discussione sull’Europa all’UNITRE di Soletta



Non potevo immaginare, un anno e mezzo fa, quanto interesse avrebbe suscitato il corso che avrei tenuto nell'anno accademico 2014/2015 all'Università delle Tre Età (UNITRE) di Soletta. I temi annunciati nel programma, riassunti sotto il titolo «le istituzioni europee e la Svizzera», sono sicuramente di grande attualità, ma non di facile trattazione e comprensione. Non mi attendevo pertanto molti interessati. 

E’ stata perciò una grande sorpresa venire a sapere, agli inizi di novembre, poco prima dell’inizio del corso, che gli iscritti erano 43. Ne fui naturalmente lusingato e dovetti ricredermi sull'idea che essendo il tema Unione europea (UE) e Svizzera piuttosto complicato e trattato spesso in maniera alquanto contraddittoria non potesse suscitare grande interesse.
Parlando con alcuni iscritti, mi sono reso conto che sono proprio la complessità dei temi del corso (dal «sogno europeo» ai rapporti attuali tra l’Unione europea e la Svizzera) e la confusione con cui vengono spesso trattati dai media a generare una forte domanda di conoscenze e di chiarezza.
Tanto interesse rende evidentemente il compito del docente piuttosto difficile perché deve presentare nel modo più semplice possibile temi oggettivamente complicati e fornire elementi conoscitivi sufficienti per dare a tutti i partecipanti la possibilità di farsi un’idea precisa sui vari temi: l’origine e lo sviluppo del «sogno europeo», le istituzioni dell’UE (Consiglio europeo, Parlamento, Commissione, ecc.), il futuro prevedibile dell’Europa, i rapporti passati e attuali tra la Svizzera e l’UE.
Si tratterà anche di fornire elementi di valutazione sul crescente euroscetticismo, sulle difficoltà dell’UE di trasformarsi in una unione non solo economica ma anche politica, sulle ragioni (vere o presunte tali) della non adesione della Svizzera all’UE, ecc.
Partecipanti al corso organizzato dall’UNITRE di Soletta
Il compito del docente sarà facilitato se l’interesse dei partecipanti al corso resterà vivo per tutto il periodo. Personalmente non ho motivo di dubitarne sia perché i temi sono di per sé molto stimolanti e sia perché gli allievi dei corsi dell’UNITRE sono generalmente molto curiosi, costanti e ricettivi.
Del resto è la stessa cronaca quotidiana che stimola a interrogarci sull’UE. Qualche settimana fa su un quotidiano ticinese si poteva leggere un articolo in cui si definiva l’Unione europea: «il Club di Bruxelles,…un club che con il passare degli anni è andato crescendo, per vastità e numero di Stati membri, ma che oggi si trova a distanza di anni luce da quell’obiettivo di integrazione politica ed economica sognato dai padri fondatori dell’Europa unita». E’ proprio così?
E Papa Francesco, il 25 novembre, parlando a Strasburgo al Parlamento europeo invitava gli eurodeputati ad «abbandonare l’
idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede» perché, secondo lui, «è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili». L’auspicio del Papa è una possibilità reale o pura utopia?
Il corso dell’UNITRE di Soletta sulle istituzioni europee e la Svizzera tratterà anche questi ultimi interrogativi, in aggiunta ovviamente a quelli che presenteranno i partecipanti e a quelli che continuerà a presentare, quasi quotidianamente, la cronaca.

Giovanni Longu
Berna, 10.12.2014

03 dicembre 2014

Ricordando Carlo Liberto


Carlo Liberto (a destra) mentre riceve dal presidente
 dell’ASIS G. Longu  il «Premio ASIS alla carriera» nel 2002

Dieci anni fa, il 3 dicembre 2004, moriva a Berna all’età di novant’anni Carlo Liberto, poeta e scrittore, lasciando un grande vuoto che non è stato più colmato. Chi ha conosciuto da vicino l’ex funzionario dell’Ambasciata d’Italia in Svizzera, decano e medaglia d’oro della Società Dante Alighieri di Berna, membro attivo dell’ASIS (Associazione degli scrittori di lingua italiana in Svizzera), conserva ancora in maniera indelebile il ricordo di un uomo gentile, colto, aperto al mondo, ottimista, di uno scrittore e poeta versatile, raffinato, ironico, di un pittore capace, amante dei colori vivaci e tenui, delle luci e delle ombre, delle sfumature.
Lo conobbi circa quarant’anni fa quando, funzionario dell'Ambasciata, intratteneva i giornalisti della cosiddetta stampa d'emigrazione sui problemi della collettività italiana, allora ben più numerosa di adesso (compresi gli stagionali) e con problemi ben più gravi di quelli attuali. Lo frequentai anche in seguito, soprattutto in occasione di conferenze organizzate dalla Dante Alighieri di Berna dei tempi migliori e soprattutto negli incontri dell’ASIS, allora ancora molto attiva.
Dell’uomo Liberto mi colpiva soprattutto la sua visione della vita, serena ma non rassegnata, caratterizzata da tanta saggezza, bonarietà e distacco intelligente e consapevole dagli eventi quotidiani. Condividevo il suo senso profondo della famiglia e dell’amicizia. Un giorno, quando da pensionato costatava che il numero degli amici andava riducendosi di continuo, mi confidò che gli rincresceva un po’ «essere passato ormai tra la specie dei dimenticati», ma non più di quel tanto, perché i veri amici sono quelli, pochissimi, che restano, e che comunque gli restava sempre la famiglia. 
In altra occasione, giugno 2000, non avendolo notato tra i partecipanti all'abituale ricevimento dell'Ambasciata per la festa della Repubblica, gli scrissi chiedendogli se l'assenza fosse dovuta a motivi di salute. Mi rispose, molto schiettamente: «sì, al ricevimento dell'Ambasciatore non c'ero, semplicemente perché, per la prima volta in tanti anni, non sono stato invitato. La colpa è un po' mia per non avergli fatto "la doverosa visita". All'inizio della sua missione, passavo un periodo poco tranquillo, poi avvicinandosi la festa del 2 giugno non volevo aver l'aria di sollecitare l'invito, Poco male». Liberto era fatto così.
Facile immaginare la sofferenza di Carlo quando dovette arrendersi al destino che esigeva il ricovero della moglie in un istituto. Eppure anche dopo, almeno a mia conoscenza, non si è mai lasciato andare, non ha mai dato segno di sconforto o di abbandono. E’ stato un uomo con forti sentimenti, ma anche con un profondo senso della misura, in tutto, anche nell'ultimo periodo della sua vita, quando, suo malgrado, dovette essere ricoverato a sua volta. Era consapevole che «la vecchiaia è una malattia che avanza celermente, inesorabilmente, senza alcuna speranza in un futuro migliore».
E’ possibile che la solitudine gli sia passata vicino, in questa fase «autunnale» (com'egli la chiamava) della sua vita, ma non credo che l’abbia angustiato particolarmente. Sa molto di autobiografico un aforisma ch’egli pubblicò in una piccola ma preziosa raccolta intitolata «Le frecce morbide»: «La solitudine, per quanto profondamente dolorosa,  si può anche accettare, purché il cervello e le gambe funzionino ancora. E poi c’è sempre un interlocutore divino».
Dell’artista, soprattutto dello scrittore di aforismi, apprezzavo e continuo ad apprezzare la sottile ironia disseminata nei fortunati volumetti, piccoli nel formato ma molto succulenti nei contenuti, Minimassime (1984), Vantaggio alla battuta (1990) e Le frecce morbide (1994). Liberto è stato anche un valido poeta, che ha dato alla luce numerose poesie in parte raggruppate nella raccolta Equinozio d'autunno (1996).
Considero Carlo Liberto una delle figure che ha maggiormente caratterizzato il panorama culturale della collettività italiana di Berna (anche se aveva numerosi estimatori anche nel resto della Svizzera, particolarmente in Ticino) degli ultimi decenni del secolo scorso. Per questo ritengo che meriti un ricordo a dieci anni dalla scomparsa.

Giovanni Longu
Berna, 3.12.2014

26 novembre 2014

Bambini italiani clandestini: il contesto


La settimana scorsa, il 20 novembre, è stato celebrato il 25° anniversario dell’approvazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’infanzia. I media hanno dato il giusto rilievo a questa ricorrenza e hanno riproposto all'opinione pubblica i drammi di milioni di bambini privati di diritti fondamentali. Ben 230 milioni di bambini non risultano nemmeno registrati ufficialmente, molti di più soffrono la fame, sono privati del diritto alla salute, all'istruzione, alla protezione, a un’infanzia serena e a un futuro dignitoso.
In questo periodo, in vista della prossima votazione federale sull'iniziativa popolare Ecopop («Stop alla sovrappopolazione – sì alla conservazione delle basi naturali della vita»), sono state organizzate in diverse città svizzere manifestazioni per sensibilizzare la popolazione sui rischi di un’accettazione di questa ennesima iniziativa antistranieri.

Stagionali e baracche
In questo sforzo di sensibilizzazione, il sindacato Unia ha organizzato a Berna anche un’esposizione e un convegno sul tema «Baracche, xenofobia e bambini clandestini» per ricordare «le disumane condizioni di vita degli stagionali e dei loro figli, costretti talvolta alla clandestinità». Per l’occasione è stata anche allestita una baracca sul modello di allora e una interessante raccolta di testimonianze fotografiche sulla vita degli stagionali.
In questa nostra vita frenetica, che sembra fatta apposta per impedirci di riflettere (la riflessione ha bisogno di tempo!) e di ricordare (persino un passato non tanto lontano), le ricorrenze e le rievocazioni sono talvolta benedette. Ci aiutano a osservare il mondo oltre i confini ristretti del nostro Paese e dei nostri interessi e ci aiutano a ricordare da dove veniamo, quali sono le nostre origini.
L’esposizione di Berna, in particolare, mi suggerisce alcune considerazioni sul periodo delle baracche, della xenofobia e dei bambini clandestini, a cui peraltro ho già accennato di recente in altri articoli (cfr. L’ECO del 5.11. e 19.11.2014), e su cui in questi ultimi anni è stato scritto molto, spesso tuttavia in maniera ideologica e poco critica. Spesso in questi scritti manca il necessario riferimento al contesto.

La paura dell’inforestierimento
In Svizzera, gli Anni Sessanta e Settanta, a cui si riferiscono soprattutto (anche se abbracciano in realtà un periodo più lungo) i fenomeni degli stagionali, delle baracche e dei bambini clandestini) furono molto difficili non solo per gli immigrati italiani, ma anche per la politica immigratoria svizzera, per non parlare della politica emigratoria italiana. Le difficoltà per giungere a un compromesso accettabile nella trattativa italo-svizzera sull’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera riflettevano un contesto ben più ampio, sociale e politico, che lasciava ben pochi margini di manovra.
Per rendersi conto del fenomeno degli stagionali bisognerebbe ricordare almeno mezzo secolo di dibattiti e di decisioni che portarono a impegnare il governo federale a prendere tutte le misure necessarie per evitare la Überfremdung, l’«inforestierimento», ossia una presenza di stranieri percepita nell’opinione pubblica come eccessiva. All’indomani della pubblicazione dei dati del censimento del 1910 si ebbe in Svizzera una sorta di choc, quando si venne a sapere che nel Paese erano presenti e in forte crescita 552 mila stranieri, quasi il 15 per cento della popolazione totale.
Da allora il popolo svizzero non ha smesso di preoccuparsi e il governo centrale, che si basa sul consenso popolare, non può non tenerne conto nelle sue decisioni, soprattutto quando sono avvalorate da un voto, dalla Costituzione federale e dalle leggi federali. Di fatto, dal 1910 la percentuale di stranieri in Svizzera non ha fatto che diminuire fino al 1941 (5,2%).
Quando nel dopoguerra, per le note esigenze dell’economia l’afflusso di manodopera straniera doveva essere in qualche modo liberalizzato, la politica ha dovuto affrontare due imperativi apparentemente inconciliabili: quello di soddisfare l’economia (che solitamente detta l’agenda politica) e quello di impedire l’inforestierimento, contro cui erano già in azione agguerriti movimenti xenofobi. Scelse un compromesso: favorire l’afflusso di manodopera temporanea (stagionale) e rendere sempre più difficile la residenza stabile e soprattutto il domicilio degli stranieri.

Una scelta obbligata?
Oggi è facile contestare tale scelta, anche perché non ha affatto impedito la crescita della popolazione straniera (1950: 6,1%, 1960: 10,8%, 1970: 17,2%, 1980: 14,8%, 1990: 18,1%, 2000: 20, 9%) e non ha frenato le spinte xenofobe di ampi settori della società. Allora tuttavia sembrava una scelta obbligata. Certamente il governo federale avrebbe potuto fare di più per migliorare le condizioni di vita degli stagionali, obbligando ad esempio le imprese a garantire ai propri dipendenti abitazioni decenti, ma anche al riguardo non si possono ignorare le difficoltà oggettive sia per creare un tale obbligo, sia per controllarne il rispetto e sia soprattutto per realizzare nuovi alloggi in un tempo relativamente breve.
D’altra parte, non bisogna nemmeno dimenticare che gli alloggi, anche se ce ne fossero stati a disposizione, avrebbero avuto un costo che gran parte degli stagionali non avrebbe potuto sostenere, per di più per tutto l’anno. Va anche detto che a fronte di baracche o altri tipi di alloggio indecenti (o, com’ebbe a denunciare in parlamento un deputato comunista nel 1963, «gli abituri fangosi, le stalle e le baracche umide e sconnesse che sono il loro tetto»), le baracche del dopoguerra di norma dovevano essere sicure e attrezzate in modo adeguato. Alcuni regolamenti cantonali prevedevano che i dormitori dovessero essere costituiti di stanze ben tramezzate e isolate comprendenti in regola generale 4 o al massimo 6 letti; per ogni inquilino ogni stanza doveva raggiungere almeno 15 metri cubi; dovevano essere inoltre dotati di toelette, lavabi e docce, ecc. Alcuni baraccamenti in montagna (ad es. durante le costruzioni di dighe) avevano ancora requisiti aggiuntivi, quali il riscaldamento, la mensa, l’infermeria, la biblioteca, sala da giochi, ecc.
Ciò di cui gli stagionali si rammaricavano maggiormente non era sicuramente l’infrastruttura. Poiché tra di essi vi erano persone sposate (ma non è dato sapere in che proporzione nei vari periodi), non c’è dubbio che per esse la mancanza più sentita era la famiglia e nove mesi di lontananza dovevano essere un sacrificio non indifferente. Ancora oggi ci si chiede se questo sacrificio non fosse un’imposizione esagerata e disumana. Credo che non esista una risposta assoluta e non si può neppure rispondere che in fondo alla base di quella situazione c’era un contratto (in senso largo), accettato da entrambe le parti, anche dallo stagionale sposato. Una delle condizioni del contratto era che lo stagionale non poteva farsi raggiungere dalla famiglia. Credo tuttavia che dalla Svizzera si sarebbe potuto ottenere di più se nella trattativa per l’Accordo del 1964 l’Italia avesse insistito maggiormente sul punto dei ricongiungimenti familiari perché questa era la tendenza che si stava affermando ovunque in Europa.

Ricongiungimenti familiari: e i bambini?
Probabilmente i tempi della politica, italiana e svizzera, non erano ancora maturi e numerosi stagionali, ritenendo di non poterli rispettare, hanno preferito farsi ugualmente raggiungere dalla famiglia, nonostante i divieti. Quando il resto della famiglia era costituito dalla moglie o dal marito poco male, all’epoca era abbastanza facile trovare un lavoro almeno stagionale anche per la nuova o il nuovo arrivato. I guai nascevano quando insieme venivano dall’Italia (per limitare il campo ai soli italiani) pure i figli o quando la moglie stagionale metteva al mondo un bambino.
I problemi, va detto subito, non riguardavano solo e forse non tanto il rischio di espulsione dalla Svizzera per aver infranto un divieto. Uno dei problemi di più difficile soluzione riguardava l’abitazione dove alloggiare la famiglia, visto che gran parte degli stagionali alloggiava in baracche, in camere singole o in mansarde in affitto. Le abitazioni disponibili erano rare e costose. C’era poi il problema della cura del bambino o dei bambini durante il giorno, visto che padre e madre avevano entrambi solo un permesso di lavoro stagionale, non di residenza (anche senza dover lavorare). Si sarebbe potuto lasciarli soli? Affidarli eventualmente ad altri, ma a chi? Tenerli nascosti, come hanno fatto in tanti?
La problematica dei bambini cosiddetti «clandestini» o «nascosti» o «proibiti» o altro ancora è nota e non si dirà forse mai abbastanza che sono stati vittime innocenti, anche se i colpevoli non emergono mai chiaramente. A prescindere dai singoli casi, che andrebbero conosciuti approfonditamente, in generale mi pare innegabile la complicità fra tutti i responsabili dell’emigrazione, dell’immigrazione e dei genitori interessati. Ognuno avrà avuto sicuramente delle attenuanti, ma non c’è dubbio che nessuna di queste entità ha messo chiaramente e decisamente al primo posto l’interesse del bambino, della sua crescita, della sua formazione, della sua felicità in una condizione «normale».

Una pagina triste di una storia positiva
Non si saprà mai quanti siano stati questi bambini «clandestini» tra gli anni Sessanta e Ottanta, anche se è verosimile che in una trentina d’anni siano stati diverse migliaia (poco plausibili, invece, le cifre di 10-30 mila riferite a un solo anno). Indipendentemente dal loro numero, il fenomeno dei bambini «clandestini» va ritenuto comunque una pagina triste della lunga storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, da non dimenticare.
Condivido pertanto l’appello dello scrittore svizzero Franz Hohler quando scrive in una poesia intitolata «Feindesland» (Paese nemico): Daran sollten wir uns erinnern / dass die Geschichte unseres glücklichen Landes / voll ist von Geschichten unglücklicher Kinder. (dovremmo ricordarci / che la storia del nostro Paese felice / è piena di storie di bambini infelici).
Fortunatamente, tuttavia, la storia di questi bambini è anche piena di esempi di solidarietà di vicini di casa e di amici, persino di funzionari di polizia, di datori di lavoro comprensivi oltre che interessati e soprattutto di esempi degli stessi bambini che hanno saputo superare nel tempo i traumi infantili subiti. Anche questi esempi di solidarietà e di riuscita meritano di essere ricordati nella variegata e complessivamente positiva storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 26.11.2014

19 novembre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 8. Associazioni, ricongiungimenti familiari e bambini clandestini


L’Accordo tra la Svizzera e l’Italia del 1964 doveva risolvere numerosi problemi lasciati aperti dal precedente accordo del 1948 o venutisi a creare nel frattempo. Si trattava in particolare di migliorare le modalità del reclutamento, eliminare o mitigare le numerose limitazioni (per cambiare professione, posto di lavoro, Cantone, ecc.) a cui erano sottoposti i lavoratori immigrati, agevolare la trasformazione dei permessi stagionali in permessi annuali, favorire la stabilizzazione dei residenti e i ricongiungimenti familiari.

I risultati raggiunti dopo la lunga trattativa sono stati tutto sommato modesti, soprattutto rispetto alle richieste italiane e alle attese degli immigrati. Eppure sia l’Italia che la Svizzera hanno ritenuto «difendibile» l’Accordo raggiunto, forse senza rendersi conto che molti problemi rimanevano aperti (cfr. L’ECO del 5.11.2014).

Associazioni italiane impotenti e inascoltate
Se ne resero invece subito conto le organizzazioni degli emigrati italiani che, pur riconoscendo alcuni miglioramenti ritenevano necessarie ulteriori rivendicazioni, soprattutto in campo assicurativo, formativo, abitativo e familiare. Tanto è vero che chiesero ben presto la revisione dell’Accordo. Invano, sia per l’intransigenza della Svizzera (sotto la pressione dei movimenti xenofobi), sia per la persistente debolezza negoziale dell’Italia e sia anche per lo scarso peso politico dell’associazionismo italiano, allora rappresentato principalmente dalla Federazione delle colonie libere italiane in Svizzera (FCLIS) e dalle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (ACLI).
FCLIS, la più importante associazione
italiana in Svizzera del dopoguerra
Contrariamente a quanto talvolta è stato detto e scritto, le associazioni italiane hanno avuto nel difficile negoziato un ruolo del tutto marginale. Benché manifestassero esigenze sentite da molti immigrati, esse non furono coinvolte nemmeno indirettamente nelle trattative perché considerate sia da parte svizzera sia da parte italiana non sufficientemente rappresentative e anche perché la principale di esse, la FCLIS, era ritenuta negli ambienti svizzeri (ma anche italiani) troppo legata alla sinistra politica (PCI) e sindacale (CGIL) italiana.
In quei tempi (ormai in piena guerra fredda simboleggiata dal muro di Berlino, costruito nel 1961), l’appartenenza e persino la vicinanza al PCI (ossia al più importante partito comunista fuori dall’Unione Sovietica) rappresentavano in Svizzera un pericolo e un ostacolo al dialogo. Per questo, com’è noto, in quegli anni numerosi attivisti italiani (ma anche svizzeri e di altre nazionalità) erano schedati perché sospettati di propaganda «illecita».
Purtroppo l’associazionismo moderato e impegnato nei processi integrativi e formativi non era molto diffuso e non aveva ancora avuto modo di esprimersi compiutamente. Solo sul finire degli anni Sessanta diventerà urgente tra le diverse associazioni l’esigenza di organizzarsi meglio, di coordinarsi maggiormente, di trovare nuove forme di rappresentanza, di avviare tentativi di collaborazione con i sindacati svizzeri, con gli organismi scolastici ufficiali, con nuove istituzioni delle Città e dei grandi Comuni svizzeri tese a favorire il contatto tra svizzeri e stranieri, ecc.

Rallentamento voluto del processo integrativo
Da diversi documenti anche ufficiali prodotti nella prima metà degli anni Sessanta risultava chiara e irreversibile la tendenza alla stabilizzazione della manodopera estera. Il Consiglio federale avrebbe dovuto tenerne conto, ma evidentemente non si sentiva pronto o non aveva la forza sufficiente per dare un nuovo corso alla politica d’immigrazione.
L’esito della trattativa con l’Italia ne è una dimostrazione. Di fronte alla richiesta italiana di ridurre da dieci a cinque anni il periodo di attesa per l’ottenimento del permesso di domicilio a quanti erano già a beneficio di un permesso di dimora annuale, la Svizzera oppose un netto rifiuto. Riteneva che accogliere la richiesta italiana, avrebbe significato una specie di capitolazione su una questione di «importanza capitale», che avrebbe avuto «conseguenze molto gravi di carattere demografico, politico e sociale».
Si temeva che analoghe richieste sarebbero state avanzate prima o poi dagli altri principali Paesi fornitori di manodopera (Germania, Francia, Austria, Spagna, ecc.) e che la popolazione residente straniera sarebbe cresciuta a dismisura. Era evidente la paura dell'inforestierimento, che impegnava anche legalmente il governo federale a impedirlo, limitando non tanto l’immigrazione (che poteva sempre contare sugli stagionali e sui frontalieri) quanto l’aumento della quota di stranieri stabilmente residenti (annuali e domiciliati).
Sta di fatto che
il processo d’integrazione (o assimilazione, come si diceva allora) fu molto ritardato, nell'illusione che l’immigrazione potesse continuare ad essere governata con i sistemi dei permessi, dei contingenti, della precarietà assoluta dei «Gastarbeiter». Una risposta positiva alla richiesta italiana avrebbe potuto anticipare di quasi un decennio quel processo integrativo che comincerà solo negli anni Settanta tra molti contrasti (si pensi alle numerose iniziative xenofobe degli anni Settanta e Ottanta e alla difficile convivenza tra stranieri e svizzeri). Agli italiani in particolare avrebbero potuto essere risparmiati innumerevoli difficoltà, discriminazioni, umiliazioni risultanti dall’odio xenofobo, ma anche da una politica poco coraggiosa e lungimirante.

Ostacoli ai ricongiungimenti familiari, compromesso insufficiente
Con lo stesso atteggiamento di paura e di difesa ad oltranza della situazione, la Svizzera si dimostrò poco aperta nella ricerca di soluzioni praticabili e umane al problema dei ricongiungimenti familiari. Apparve ben presto chiaro che il compromesso raggiunto nell'Accordo con l’Italia di una riduzione dei tempi d’attesa per i titolari di un permesso annuale da tre anni a 18 mesi (e in certi casi meno) era insufficiente.
Non credo che, alla luce delle condizioni generali di allora, la Svizzera avrebbe potuto accogliere in pieno la richiesta iniziale italiana di eliminare le restrizioni e i termini di attesa allora in vigore (tre anni dopo l’ottenimento del permesso di dimora annuale). Mancavano, ad esempio, le abitazioni «adeguate» che avrebbero dovuto accogliere le famiglie ricongiunte, mancava soprattutto la disponibilità della popolazione indigena ad accogliere una crescita pressoché incontrollata di altri stranieri.
Tuttavia, il Consiglio federale - è convinzione molto diffusa tra gli studiosi di quel periodo - avrebbe potuto essere più accondiscendente nei confronti della richiesta italiana. Del resto erano note le critiche che gli venivano mosse sul tema dei ricongiungimenti familiari da vari ambienti della politica e della società. Esse nascevano non solo da considerazioni di ordine umano, morale e cristiano, ma anche da preoccupazioni di carattere sociale. Erano noti i problemi, i rischi e i disagi che comportava una prolungata separazione forzata delle persone sposate e magari con figli, si parlava apertamente di «vedove bianche» e di figli extramatrimoniali in aumento, di famiglie ufficiali e famiglie di fatto, di figli affidati a nonni e parenti e di figli parcheggiati in collegi e istituti sorti allo scopo in Italia lungo la fascia di confine con la Svizzera, ecc.
Eppure il Consiglio federale non venne incontro alla richiesta italiana sui ricongiungimenti familiari, sebbene si rendesse conto dell’insostenibilità alla lunga di una politica antifamiliare, che pretendeva una sorta di celibato forzato da tutti gli stagionali e da una parte abbondante di annuali. Avrebbe potuto accondiscendere almeno all’unità familiare dei coniugi entrambi stagionali o titolari di un permesso annuale, anche se da meno di 18 mesi, pur pretendendo quali condizioni indispensabili, per le famiglie con bambini, la disponibilità di alloggi adeguati, l’assistenza costante dei figli in età prescolastica e la scolarizzazione di quelli in età scolastica.

Figli «clandestini»
Si sa che molti italiani non si rassegnarono a questa separazione forzata della famiglia né a soluzioni provvisorie come l’affidamento dei figli a parenti o il loro ricovero in istituti. Dalla fine degli anni Sessanta in poi molti preferirono quella che uno studioso ha chiamato «la soluzione più istintiva, che è quella di portare comunque i bambini in Svizzera e mantenerli in maniera clandestina» (Calvaruso), sfidando i divieti della burocrazia svizzera e forse senza rendersi sufficientemente conto dei rischi e dei pericoli che correvano essi stessi e soprattutto i loro figli.
Manifestazione in favore dei
ricongiungimenti familiari
Di questi bambini «clandestini» si è detto e scritto molto, anche di recente, azzardando talvolta sul loro numero cifre poco probabili (da poche centinaia a parecchie decine di migliaia), ma soprattutto soffermandosi sulle loro condizioni di vita di vera e propria segregazione perché tenuti «nell’ombra» (come scrisse nel 1971 la «Tribune de Lausanne» nella prima inchiesta giornalistica su questi bambini nascosti).
La storia di questi bambini (che abbraccia alcuni decenni), considerata in senso generale, è triste perché getta una luce oscura sulla storia dell’immigrazione italiana (ma non solo italiana) degli anni Settanta e Ottanta. E’ stato detto e ripetuto che la politica migratoria svizzera e italiana è stata la principale responsabile di questo fenomeno, ma non va dimenticata nemmeno la responsabilità degli stessi genitori italiani, vittime a loro volta ma coscienti di molta ignoranza, di pregiudizi, di scelte sbagliate, di priorità sconvolte (si pensi all’assillo del risparmio, del gruzzolo, della casa in Italia, ecc.). Essi sapevano che non potevano trattenere illegalmente i loro figli in Svizzera non avendo (ancora) i titoli per tenerli in condizioni normali, forse sapevano anche che non stavano facendo il loro bene. O forse credettero, in buona fede, di non avere altre alternative. Purtroppo a «pagare» furono soprattutto bambini innocenti.
Nessuno, credo, è risalito nella catena delle responsabilità all’Accordo italo-svizzero del 1964. Eppure nelle mancate risposte o nelle soluzioni a metà di quell’Accordo è possibile trovare molte spiegazioni di quel che è avvenuto nei decenni seguenti. Anche per questo l’Accordo del 1964 è fondamentale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera del dopoguerra.
(Il primo articolo di questa serie è apparso il 24 settembre 2014).

Giovanni Longu
Berna, 19.11.2014 

12 novembre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 7. Conseguenze politiche in Italia e in Svizzera


L’Accordo tra la Svizzera e l’Italia del 1964, nonostante tutte le critiche che gli si possono muovere per i suoi limiti e carenze, ha avuto certamente anche alcuni meriti non di poco conto. Mi riferisco in particolare alla tematizzazione dei problemi migratori per la prima volta su scala nazionale in entrambi i Paesi e alla spinta data in Svizzera al cambiamento della politica migratoria, caratterizzato dall'abbandono graduale del principio della rotazione della manodopera estera e dall'avvio di politiche di stabilizzazione e integrazione dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie.

Italia: emigrazione problema nazionale


Attorno all'Accordo si sviluppò per la prima volta in Italia un ampio dibattito, non solo nelle aule parlamentari ma anche nell'opinione pubblica, sulle reali condizioni dell’emigrazione italiana in Svizzera e sul livello di tutela che la riguardava. Sebbene il risultato faticosamente raggiunto fosse considerato dagli ambienti politici e sindacali italiani in generale soddisfacente, benché non corrispondesse alle «rivendicazioni» italiane iniziali, il Partito comunista italiano (PCI) era riuscito a insinuare il dubbio che l’Accordo non comportasse che miglioramenti «limitati» alle condizioni dei lavoratori italiani e contenesse persino «clausole che avrebbero potuto trasformarlo in una trappola». Come esempio veniva citata la clausola relativa alla possibilità del ricongiungimento familiare dopo 18 mesi, «sempreché disponga di un alloggio adeguato per ospitarla». Chi avrebbe deciso se un alloggio era adeguato o no, soprattutto in un contesto di grande penuria di abitazioni?
Già da alcuni anni raggiungevano ormai il grande pubblico molte notizie riguardanti lo spopolamento giovanile di intere regioni del Mezzogiorno dovuto all'emigrazione, le attività svolte dagli emigrati in Svizzera (e negli altri Paesi di destinazione), le loro reali condizioni di vita e di lavoro. Alcuni episodi in particolare riuscivano a intercettare l’attenzione anche dei meno interessati, come quando vennero espulsi dalla Svizzera alcuni attivisti politici e ad alcuni parlamentari comunisti fu vietato l’ingresso per timore che svolgessero propaganda politica illegale.
Ma fu proprio durante il negoziato e subito dopo che in Italia si cominciò a prendere coscienza che l’emigrazione soprattutto dal Mezzogiorno era divenuta un problema nazionale a cui occorreva porre rimedio. A livello politico si faceva sempre più duro lo scontro tra l’opposizione comunista che chiedeva la piena occupazione in patria e i partiti di governo che si rendevano conto dell’impossibilità di fare a meno dell’emigrazione (e delle rimesse degli emigrati). Il governo si sentiva impegnato a migliorare quantomeno le condizioni spesso miserevoli degli emigrati, ma si rendeva anche conto che spesso, come nel negoziato con la Svizzera, si trovava in una posizione svantaggiosa.

Reazioni nei confronti della Svizzera
L’eco dei dibattiti parlamentare sull'emigrazione non faceva che confermare negli italiani le informazioni sempre più frequenti di parenti o conoscenti emigrati e della stampa quotidiana e periodica, che riferivano in termini per lo più negativi delle reali condizioni di vita degli emigrati in Svizzera. Si parlava apertamente di discriminazioni, di sfruttamento, di condizioni abitative indecenti nelle baracche, persino di maltrattamenti, ma anche del disagio di molti emigrati per lo stato di abbandono da parte delle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane. Ai racconti di singoli emigrati o di loro associazioni si aggiungevano sempre più spesso notizie sulla diffusione di movimenti antistranieri, sulle misure sempre più restrittive del governo, sull’ostilità crescente della popolazione indigena, ecc.
Migranti italiani in attesa della visita
medica alla frontiera svizzera
Un episodio (febbraio 1965) che finì sui principali rotocalchi della Penisola e riferito anche dalla televisione fu l’interdizione a proseguire il loro viaggio in Svizzera per molti lavoratori italiani, sprovvisti della necessaria autorizzazione della polizia degli stranieri da poco richiesta oltre ai normali documenti personali. Vennero pubblicati servizi fotografici commoventi di emigranti disperati, mamme e bambini infreddoliti, senza alcuna assistenza alle stazioni di Chiasso e Domodossola.
In molti gridarono allo scandalo, tutti cominciavano a rendersi conto della dura realtà dell’emigrazione, fin quando lo stesso anno, nell’agosto 1965, la tragedia di Mattmark in cui morirono 88 lavoratori fra cui 56 emigrati italiani, sepolti dalla caduta di un ghiacciaio, non lasciò più alcuno indifferente. Da allora si moltiplicarono le iniziative politiche, sindacali, delle organizzazioni degli stessi emigrati nel tentativo di apportare qualche miglioramento effettivo alle condizioni di lavoro e di vita (sociale, familiare, abitativa, formativa, culturale, ecc.) degli immigrati in Svizzera. Ma la situazione era destinata, purtroppo, a migliorare solo lentamente.

Svizzera: fine della politica di rotazione
In seguito a molte critiche e suggerimenti che giungevano da svariati ambienti (economici, sindacali, culturali), nella prima metà degli anni Sessanta le autorità federali svizzere avviarono una lunga riflessione sulla politica migratoria praticata fino a quel momento, incentrata sul cosiddetto «principio di rotazione». Non si trattava di un principio codificato, ma di una pratica ormai consolidata da decenni, secondo cui l’immigrazione in Svizzera era e doveva essere preferibilmente temporanea (possibilmente stagionale): per evitare la stabilizzazione di un numero eccessivo di stranieri (per paura dell’«inforestierimento»), per rispondere meglio alle fluttuazioni della congiuntura economica (come massa di manovra) e perché meno costosa (meno abitazioni, meno servizi alle famiglie, meno oneri di formazione per i figli, ecc.).
Questa politica cominciò ad andare in crisi nella prima metà degli anni Sessanta, come risultava dalla tendenza crescente degli immigrati a restare in Svizzera sempre più a lungo e addirittura alla loro stabilizzazione come residenti annuali e come domiciliati. In soli cinque anni, tra il 1960 e il 1965 gli stranieri residenti stabilmente erano passati da 584.739 a 837.100 (+252.361) e gli italiani da 346.223 a 454.657 (+108.434). La trasformazione dell’emigrazione è ancor più evidente osservando il rapporto stagionali-residenti. Se nel 1960 tale rapporto era di 24 a 76 (per gli italiani: 37 a 63), nel 1970 diventerà di 16 a 84 (per gli italiani: 17 a 83).

Avvio di una nuova politica immigratoria
La tendenza, che appariva irreversibile, richiedeva un cambiamento nella politica immigratoria e comunque l’abbandono del principio della rotazione. Uno dei segnali più attesi di questo cambiamento doveva consistere nell'allentamento significativo delle restrizioni al ricongiungimento familiare.
Di fronte a molteplici pressioni interne ed esterne, il Consiglio federale aveva già introdotto nel dicembre del 1960 alcune agevolazioni per alcune categorie di immigrati: per esempio, i dirigenti e gli specialisti altamente qualificati potevano farsi raggiungere subito dalla famiglia, mentre per i lavoratori qualificati era richiesto un periodo di attesa inferiore a tre anni e almeno tre anni per tutti gli altri.
Nel corso del difficile negoziato per l’Accordo del 1964 l’Italia cercò di eliminare per tutti il periodo di attesa, ma dovette accettare il compromesso di una sua riduzione a 18 mesi. Era comunque un primo passo importante, anche se insufficiente, verso una nuova politica immigratoria, che si sarebbe affermata più chiaramente negli anni Settanta e Ottanta, ma che già verso la metà degli anni Sessanta si delineava in maniera irreversibile.

La seconda generazione e il cambiamento
Per avere un’idea delle esigenze di cambiamento nella politica verso gli stranieri basti ancora osservare che nel 1970 i giovani della seconda generazione avevano già raggiunto una proporzione molto consistente. Limitatamente agli italiani (che comunque costituivano allora la parte largamente maggioritaria della popolazione straniera in Svizzera), al censimento del 1970 risultava che su 583.850 italiani residenti oltre 180.000 (quasi un terzo) avevano un’età inferiore a 20 anni e nella stragrande maggioranza (oltre 150.000) erano ancora in età scolastica o prescolastica.
Alcuni studi recenti sull'immigrazione soprattutto di quella italiana sottolineano a ragione la mancanza di coraggio e di lungimiranza del Consiglio federale in questo campo, ma non bisogna dimenticare la complessità istituzionale, politica e culturale di questo Paese (che rallenta il processo legislativo) e il particolare rapporto tra politica ed economia, caratterizzato generalmente da una subordinazione della politica all'economia, come è emerso chiaramente nel negoziato con l’Italia e anche nell'abbandono del principio della rotazione della manodopera estera.
La seconda generazione per l’economia rappresentava allora soprattutto un costo, non una risorsa. Il principio della rotazione, invece, cominciava ad essere un problema. A decretarne la fine fu pertanto soprattutto la convenienza economica. In base agli standard dell’economia proiettata allo sviluppo, non era più conveniente ricorrere continuamente a nuovo personale, magari lasciando a casa un personale già formato e più integrato nella cultura dell’azienda. Inoltre occorreva stare attenti alla concorrenza tedesca che a partire dagli anni Sessanta reclutava lavoratori italiani, offrendo loro in certi campi migliori condizioni.

Nel prossimo articolo si parlerà del ruolo delle associazioni italiane nel processo di cambiamento e della problematica relativa ai ricongiungimenti familiari in seguito all'Accordo italo-svizzero del 1964. (Continua)

Giovanni Longu
Berna, 12.11.2014