25 giugno 2014

Svizzera: stranieri e immigrazione in primo piano


Sicuramente molti svizzeri, ma soprattutto molti stranieri si saranno domandati più d’una volta perché in Svizzera il tema dello straniero, dell’immigrato, è sempre d’attualità. La risposta non può essere semplice, come dimostra proprio il fatto che si tratta di un tema ricorrente fin dalla costituzione della moderna Confederazione (1848). Inoltre, il tema è talmente vario, con connotazioni diverse, che non può avere di per sé un’unica risposta definitiva.

Immigrazione: una costante fin dal 1848
Chi conosce, anche sommariamente, la storia di questo Paese sa bene quanto sia cambiata nel tempo la politica migratoria svizzera, in funzione non solo delle esigenze dell’economia, ma anche della società. Negli ultimi decenni dell’Ottocento e agli inizi del Novecento la Svizzera aveva bisogno di un certo tipo di manodopera, per la realizzazione delle grandi infrastrutture ferroviarie. Ne aveva talmente bisogno che le frontiere con i Paesi vicini erano aperte e chiunque poteva facilmente passarla in cerca di lavoro. Nonostante la proporzione degli stranieri avesse raggiunto livelli molto elevati per quei tempi (fino al 15,5%), fino allo scoppio della prima guerra mondiale non venne mai presa in considerazione la possibilità di chiudere le frontiere e lasciar passare solo contingenti limitati di stranieri.
Tra la prima e la seconda guerra mondiale l’immigrazione si ridusse spontaneamente a causa delle guerre e delle crisi e ciononostante la Svizzera cominciò a introdurre limitazioni varie agli ingressi e al soggiorno degli stranieri. Dopo la seconda guerra mondiale, grazie all’eccezionale sviluppo dell’economia svizzera, i flussi migratori s’intensificarono fino a suscitare le note reazioni dei movimenti xenofobi degli anni ’60 e ’70, che portarono a numerose votazioni, che si conclusero tuttavia sempre senza grossi danni.

L’iniziativa Ecopop
In realtà anche dopo l’uscita di scena dei vari Schwarzenbach, Oehen e compagni le votazioni concernenti gli stranieri non sono mai terminate. L’ultima, per il momento, potrebbe aver luogo ancora quest’anno e verterà sull’iniziativa popolare denominata «Stop alla sovrappopolazione – sì alla conservazione delle basi naturali della vita», meglio conosciuta come iniziativa Ecopop.
Secondo questa iniziativa, il numero di residenti in Svizzera dovrebbe essere «compatibile con la conservazione a lungo termine delle basi naturali della vita». Per raggiungere questo obiettivo, «in Svizzera la popolazione residente permanente non può crescere in seguito a immigrazione di oltre lo 0,2 per cento annuo [ossia circa 16.000 persone] nell’arco di tre anni». L'iniziativa chiede in pratica una nuova politica d’immigrazione basata su tetti massimi, su un’adeguata «pianificazione familiare volontaria» e altre misure a carico della Confederazione.
Il Consiglio federale ha proposto di respingerla e altrettanto hanno fatto di recente le Camere federali. Molto probabilmente sarà spazzata via dal Popolo e dai Cantoni, ma guai a prenderla sottogamba, perché anche un’alta percentuale di voti favorevoli rappresenterebbe una ulteriore difficoltà alla politica federale in questa delicata materia, soprattutto dopo il voto del 9 febbraio scorso sulla limitazione dell’immigrazione.
Autoaffermazione della Svizzera
Ma, tornando alla domanda iniziale, perché il tema dell’immigrazione è così presente nella politica interna ed estera svizzera? Credo che tutta la storia della moderna Confederazione confermi quanto più volte affermato in questa rubrica, ossia l’assoluta necessità per gli svizzeri di rafforzare la propria identità e coesione «nazionale» e nell’essere riconosciuti liberi e indipendenti soprattutto dai Paesi confinanti. Si tratta, insomma, di una sorta di autoaffermazione, che mal si concilia, ad esempio, col principio della «libera circolazione» delle persone, non appena questa rischia di essere o anche solo di apparire incontrollabile e ingestibile. Per questo, approvando l’iniziativa popolare del 9 febbraio scorso, ha voluto fissare nella Costituzione in modo chiaro e netto che « la Svizzera gestisce autonomamente l’immigrazione degli stranieri» (art. 121a, cpv. 2).
La Svizzera cerca di avere buoni rapporti con tutti, soprattutto con i Paesi vicini, ma rifiuta qualsiasi forma di adesione a patti troppo stretti e vincolanti, riduttivi della propria sovranità, come potrebbe essere l’adesione all’Unione Europea. Per questo ha istituzionalizzato la «democrazia diretta» attribuendo al Popolo la piena sovranità statale. Ha scelto la neutralità nei confronti degli Stati belligeranti, ma anche di dotarsi di un esercito ben equipaggiato e credibile per potersi difendere da qualsiasi aggressore.
Con questo spirito sorveglia attentamente le proprie frontiere, non perché si aspetti da un momento all'altro eserciti aggressori, ma perché attraverso di esse passano o tentano di passare, oltre alle merci e alle persone in regola con le leggi, anche trafficanti, gruppi di clandestini, passatori e delinquenti vari insieme a droghe, merci contraffatte, valuta di dubbia provenienza, merci di contrabbando, ecc. Recentemente l’Ufficio federale di polizia ha messo in guardia anche contro i tentativi della criminalità organizzata italiana di insediarsi anche in Svizzera.

Rispetto della Costituzione e del Popolo
Gli svizzeri sembrano consapevoli anche del pericolo non tanto della «sovrappopolazione», quanto piuttosto di un’immigrazione incontrollata e per questo sembrano più che mai decisi a volere un controllo più attento anche sugli stranieri. Si rendono conto sicuramente anche delle difficoltà che potrebbe procurare all’economia svizzera il voto del 9 febbraio scorso «contro l’immigrazione di massa», ma hanno fiducia che il Consiglio federale sia in grado di gestire una nuova forma controllata d’immigrazione in funzione dei bisogni, reintroducendo i «contingenti» anche per i frontalieri e per tutte le categorie di immigrati a partire da un soggiorno in Svizzera di 4 mesi.
Qualche giorno fa, prima di presentare alla stampa il progetto di attuazione della norma costituzionale voluta da Popolo e Cantoni e forse per prevenire qualche domanda magari ovvia ma prematura sulle reazioni dell’Unione Europea (UE), la consigliera federale Simonetta Sommaruga ha affermato senza mezzi termini che oggi quello che fa stato è la Costituzione. Con questa affermazione voleva probabilmente affermare che in questo momento al Consiglio federale non interessa nemmeno tanto la reazione di Bruxelles, quanto il rispetto della volontà popolare. Starà poi al governo il compito di rinegoziare gli accordi con l’UE e a seconda del risultato eventualmente riconsultare il Popolo sovrano. E il popolo svizzero attende consapevole e fiducioso.

Immigrazione e integrazione
La politica immigratoria svizzera non è tuttavia solo controllo, limitazione, contingentamento. Essa mira anche, nei confronti dei residenti stabili, all’integrazione e alla naturalizzazione. Il concetto di integrazione è ormai ben radicato nella legislazione e nella politica, ma si fa molto anche nella pratica. L’integrazione è un punto qualificante della politica migratoria svizzera e d’ora in poi anche della procedura di naturalizzazione ordinaria.
Nei giorni scorsi infatti il Parlamento ha adottato una nuova legge sulla cittadinanza. Da ora in poi sarà se non più facile certamente più chiara la procedura per la naturalizzazione. Occorreranno il possesso del permesso di domicilio e 10 anni di soggiorno in Svizzera per poter chiedere il passaporto elvetico. Un periodo, secondo il governo, generalmente sufficiente a garantire un buon livello d’integrazione, che è la condizione principale per ottenere la cittadinanza svizzera.
Altre condizioni sono una certa integrazione «vissuta», dimostrata ad esempio da una certa familiarità con i modi di vita svizzeri, ma soprattutto dalla capacità di comunicare con gli altri (conoscenza di almeno una lingua nazionale), oltre che, naturalmente dal rispetto delle leggi e dei valori della Costituzione federale. Naturalmente, come finora, l’acquisizione della cittadinanza comporterà anche un certo costo, tanto per ricordare ai futuri candidati: «pas d’argent, pas de Suisse».

Giovanni Longu
Berna, 25.06.2014

18 giugno 2014

1914-2014 : un secolo di emergenza lavoro in Italia


Da cent’anni, almeno, l’Italia vive periodi di forte emergenza lavoro. Oggi se ne parla come se la disoccupazione fosse una novità conseguente alla crisi finanziaria del 2008 e a quella economica e sociale successiva. Purtroppo la disoccupazione oltre quel tasso fisiologico (in genere poche unità percentuali), che è presente in tutte le società evolute, non abbandona l’Italia da almeno un secolo, anche se in certi periodi, per scelta politica (si pensi al fascismo) o per scelta «forzata», una parte della disoccupazione ha trovato sfogo nell’emigrazione.

Disoccupazione e malcontento
Sotto questo punto di vista,  il flusso migratorio verso la Svizzera, dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino a una trentina di anni fa, è sempre stato un buon indicatore della situazione occupazionale e sociale italiana. E’ così possibile conoscere attraverso i flussi migratori verso la Svizzera il livello di disoccupazione e di disagio sociale in Italia.
Cento anni fa, ossia poco prima che la forza lavoro venisse assorbita dalle forze armate bisognose di «carne da cannone» per la grande guerra, in Italia, specialmente nel Mezzogiorno, la disoccupazione era spaventosa, forse più di quella attuale, ma accompagnata come quella attuale da un grave malcontento per il degrado della politica.
Su un quotidiano dell’epoca (gennaio 1914) si poteva leggere che «la disoccupazione laggiù [nel Barese] è salita in modo impressionante. […] A Cerignola [località in provincia di Foggia] si sciopera. A San Severo [altra località del Foggiano] si tumulta. A Milano alle tavole di beneficenza si presentarono diecimila poveri: Milano, la capitale morale d'Italia, non ha di che sfamare diecimila bocche! La disoccupazione è ora diffusa per tutte le Provincie. Ricordiamo. A Suzzara [provincia di Mantova] dal 25 al 50 per cento. A Ravenna dall'80 all’82. A Reggio da 50 a 80. A Pavia dal 15 al 25. A Milano da 8 a 15. A Piacenza, poi, su 7000 organizzati, 3000 non hanno da lavorare. A San Severo e Foggia da 30 a 60 l'anno passato, a 60 e 70. A Bologna il 58. A Ferrara il 70: A Forlì il 60. A Rovigo il 50. E questa dolorosa statistica non è stata smentita in nessuna intervista di giornali ufficiosi […]».

La valvola dell’emigrazione
Andrebbe aggiunto che la disoccupazione e il disagio sociale conseguente sarebbero stati ben maggiori se una parte dei disoccupati non fosse emigrata: nel decennio 1905-1914 emigrarono (anche se molti poi ritornarono) non meno di 6.500.000 italiani, dei quali quasi 800.000 verso la Svizzera.

Sono passati cent’anni e la situazione occupazionale non è molto migliorata. Anzi, non lo è affatto, sebbene oggi non si tumulta più (persino i forconi delle manifestazioni del dicembre scorso sono stati messi via) e quasi non si sciopera nemmeno più, a parte le manifestazioni di protesta delle categorie di lavoratori che si sentono particolarmente minacciate. E anche oggi, di fronte alla mancanza di lavoro e alla mancanza di prospettive occupazionali almeno nel breve termine, molti italiani hanno ripreso la via dell’emigrazione.
Già, l’emigrazione! E’ sempre stata considerata una valvola di scarico delle tensioni sociali prodotte spesso proprio dalla disoccupazione e dalla povertà. Così era agli inizi del secolo scorso, così era persino nel periodo del «boom economico» (tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’70) e così è, almeno in parte, anche in questi ultimi anni di crisi, pur facendo tutte le differenze del caso.
Se nel 1913 lasciarono l’Italia in 872.500 e negli anni ’50 e ’60 partivano ogni anno 200-300 mila italiani, lo scorso anno ad emigrare sono stati meno di 100.000 italiani. Si tratta comunque di una bella cifra, significativa, fra l’altro, perché da alcuni decenni gli italiani non emigravano più, ma accoglievano immigrati. Ma la cifra è significativa soprattutto di un disagio sociale che nelle attuali proporzioni era sconosciuto anche agli italiani più longevi.

Emergenza lavoro nel dopoguerra
Quando il 2 giugno si è celebrata la Festa della Repubblica, ridando fra l’altro rilievo alle sfilate e ai ricevimenti ufficiali, sia pure con maggiore moderazione rispetto agli anni pre-crisi, si è ricordato soprattutto il passaggio dalla monarchia alla repubblica col referendum del 2 giugno 1946. Si è invece sorvolato sulla difficile situazione di allora, messa a nudo fra l’altro anche dal voto degli italiani, che rivelò un’Italia spaccata in due, monarchica a sud e repubblicana a nord e con prospettive di sviluppo assai diverse.
Alcide De Gasperi (1881-1954)
Se ne rese invece ben conto l’allora presidente dei ministri Alcide De Gasperi, che mentre era ancora incerto l’esito del referendum, in un breve intervento alla radio ricordò che non si era votato solo per la scelta tra monarchia e repubblica, ma anche per l’elezione dell’Assemblea Costituente (556 deputati). Ebbene, dopo aver tranquillizzato la popolazione perché «la legalità dei risultati è garantita senza interferenza alcuna» (la paura di ingerenze esterne era grande!) grazie soprattutto alla «volontaria collaborazione» tra tutte le forze democratiche di maggioranza e minoranza, De Gasperi richiamò i due principali problemi del momento: dapprima l’insediamento della Costituente e poi «quelli più gravi del lavoro».
La Costituente si mise subito all’opera in un grande clima di collaborazione. Il risultato, la Costituzione repubblicana, è ancora oggi, a detta di molti, un capolavoro. Vale la pena ricordare che si apre con una sintesi di straordinaria saggezza politica e un richiamo molto impegnativo per i cittadini e per lo Stato: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro». Purtroppo l’elemento più delicato dell’Italia repubblicana è ancora oggi proprio il suo fondamento, il lavoro, sempre fragile, spesso insicuro, precario, talvolta completamente assente.
Il governo De Gasperi, è vero, aveva avviato subito la ricostruzione del Paese, creando numerosi posti di lavoro e richiamando dall’estero ingenti investimenti, indispensabili per la ripresa. Ma il lavoro restava per molti, soprattutto meridionali, un’utopia. Esso era concentrato soprattutto al nord, mentre al sud cresceva la disoccupazione e la povertà.

Promesse non mantenute
Tutti i governi del dopoguerra, soprattutto nei periodi elettorali, promettevano la rinascita del Sud. Nel 1948, in campagna elettorale, i democristiani avevano fatto affiggere in tutto il Mezzogiorno un grande manifesto a colori con la scritta: «Faremo del Mezzogiorno la California d’Italia». Qualche anno più tardi Giorgio Amendola (PCI) rimprovererà al Governo di aver promesso «che avrebbe risolto la questione meridionale con massicci investimenti pubblici (…). Il fondamento sicuro di questa politica avrebbe dovuto essere il piano Marshall che, secondo i propagandisti democristiani, avrebbe fatto del Mezzogiorno la California d’Italia. Ma la realtà, ora che gli aiuti E.R.P. sono cessati, fornisce un quadro sconsolante (…) L’Italia meridionale ha ottenuto solo le briciole di questa torta e ha pagato a un prezzo estremamente caro i pochi vantaggi conseguiti».
Può sembrare un paradosso, eppure si verificò in Italia questa sorta di contraddizione: prima ancora che finisse la ricostruzione e si avviasse dall’inizio degli anni ’50 un lungo periodo di espansione economica, aveva ripreso a crescere, come all’inizio del secolo, il flusso migratorio verso l’estero.
Per evitare le tensioni sociali l’emigrazione venne addirittura favorita, persino con accordi ritenuti in seguito scandalosi, come quello col Belgio (1946), con cui si garantivano minatori in cambio di carbone. Lo stesso De Gasperi andava dicendo: «imparate una lingua e andate all’estero». Già nel 1946 lasciarono l’Italia non meno di 110.000 italiani, di cui quasi 49.000 raggiunsero la Svizzera. Nel 1947 gli emigranti italiani erano già più del doppio: ben 254.000, di cui oltre 100.000 diretti in Svizzera. Il flusso migratorio continuerà, praticamente inarrestabile, per circa un trentennio, segno evidente che l’emergenza lavoro in Italia non era stata ancora superata.

Disoccupazione allarmante
Dalla metà degli anni ’70 in Italia si registra una ripresa economica, gli italiani non emigrano più in massa, altri stranieri cominciano ad arrivare, anzi a sbarcare, e le opportunità di lavoro aumentano. La disoccupazione è sotto controllo, nonostante tenda a salire fino al 2000, quando si avvia a una forte discesa fino al 2007. Con l’avvento della crisi finanziaria prima e della crisi economica generale dopo, il tasso di disoccupazione balza in pochi anni da poco sopra il 6% a oltre al doppio. Il lavoro ridiviene un’emergenza, che genera malcontento contro la politica (com’era già avvenuto un secolo fa), disagio sociale, rischio accresciuto di povertà. e ripresa dell’emigrazione.
Le cifre sulla disoccupazione italiana sono allarmanti: secondo statistiche ufficiali nel primo trimestre di quest’anno il tasso generale di disoccupazione ha superato il 13%, quello giovanile (dai 15 ai 24 anni) addirittura il 46%. Si tratta complessivamente di 3,5 milioni di italiani, concentrati soprattutto nel Mezzogiorno, dove i valori percentuali sono nettamente superiori: 21,7 la media e 60,9 la disoccupazione giovanile.
Nonostante la drammaticità della situazione che queste cifre rappresentano, ho la sensazione che la situazione sia sottovalutata, oppure le statistiche non dicono la verità. Sta di fatto che anche il dinamico governo di Matteo Renzi non sembra considerare il livello della disoccupazione allarmante e tale da richiedere una sorta di stato di emergenza occupazionale. Se tale venisse percepito si dovrebbe investire il massimo delle risorse disponibili nella prospettiva di una maggiore occupazione, senza aspettare la conclusione delle promesse riforme strutturali, interventi salvifici dell’Unione Europea o una improbabile ripresa del settore manifatturiero. Ritengo anzi un’illusione pensare ancora di poter creare nuovi posti di lavoro nella manifattura.
Probabilmente mancano le idee, una in particolare che dovrebbe fare da filo conduttore: oggi il lavoro è garantito principalmente dall’înnovazione. A sua volta non ci può essere innovazione se non si investe massicciamente nella formazione, nella ricerca e nelle nuove tecnologie. Tanto vale puntare decisamente verso altre mete, cominciando da una vera riforma della scuola e dell’università, investendo massicciamente nella ricerca e nello sviluppo, defiscalizzando tutti gli investimenti privati negli stessi campi e incentivando le assunzioni. Così hanno fatto e fanno grandi e piccoli competitori dell’Italia. Perché non seguirne l’esempio?

Giovanni Longu
Berna, 18.06.2014

11 giugno 2014

1914: 5.2 Naturalizzazioni in primo piano (seconda parte)


Nel novembre 1912, la «Commissione dei nove» aveva inoltrato al Consiglio federale una «petizione riguardante misure contro l’inforestierimento della Svizzera», proponendo fra l’altro una revisione della legge del 1903 sulla cittadinanza. Chiedeva in sostanza che nell’ambito della revisione si prevedessero nuove disposizioni per l’introduzione dello «jus soli» nella concessione della cittadinanza svizzera a chi nasceva in Svizzera.

Buon senso e opportunità
Alla base della proposta dei nove c’era una considerazione dettata dal buon senso oltre che dall’opportunità: chi nasce e cresce in Svizzera è di fatto già «assimilato» o potrebbero esserlo facilmente se solo gli si concedesse la naturalizzazione fin dalla nascita. In tal modo il numero di stranieri diminuirebbe e aumenterebbe quello dei cittadini.
Le proposte della Commissione dei nove furono generalmente benaccolte negli ambienti politici e sulla stampa. Anche il Dipartimento politico, incaricato del rapporto del Consiglio federale da presentare alle Camere federali, lo prese in seria considerazione. Il clima generale sembrava favorevole, nel senso che da più parti si chiedeva una soluzione urgente all'aumento degli stranieri, eventualmente agevolando le naturalizzazioni.
In Ticino, dove il problema dei «forestieri» era particolarmente acuto, il quotidiano Gazzetta Ticinese chiedeva una «soluzione radicale» sull'esempio di quanto avevano fatto i Paesi vicini, in particolare la Germania: «Mentre in Isvizzera si scrivono degli articoli di giornale, si costituiscono dei comitali parlamentari od extra-parlamentari o delle commissioni speciali per esaminare la scottante quistione della naturalizzazione dei forestieri, ed intanto il tempo passa e la piaga sociale svizzera che mina insensibilmente la nostra esistenza nazionale indipendente da ogni e qualsiasi corrente esotica la sproporzione cioè fra gli attinenti ed i forestieri minaccia dì divenire cancrenosa, negli Stati che ci circondano la cosa è già risolta in modo radicale, o sta per esserlo. E che anche da noi urgano provvedimenti energici, non fa più l'ombra del dubbio».

Dibattito aperto tra assimilazione e naturalizzazione
Nell’estate del 1914 il dibattito era particolarmente vivace nella stampa romanda, ma anche in alcuni quotidiani e periodici della Svizzera tedesca e della Svizzera italiana.
Molti articoli erano ancora dedicati al «problema degli stranieri», ma sempre più numerosi erano quelli che affrontavano specificamente il tema della «naturalizzazione degli stranieri». Nei primi si evidenziavano soprattutto i pericoli dell’aumento degli stranieri, sia in campo economico che in campo sociale. Nei secondi si discutevano le varie proposte per ridurre il numero degli stranieri ed evitare i rischi di «inforestierimento».
Una delle proposte più discusse e viste favorevolmente era quella di intensificare gli sforzi per «assimilare» il maggior numero possibile di stranieri e soprattutto «la parte più stabile e più sana della popolazione straniera». Questa attività doveva essere tuttavia svolta parallelamente a quella di facilitare la naturalizzazione, adottando «in parte» il principio dello «jus soli» ad esempio nel caso di stranieri nati in Svizzera, sia pure a determinate condizioni.
Sempre più spesso si parlava anche della necessità di introdurre nei confronti dei giovani nati e cresciuti in Svizzera e quindi «assimilati» una vera e propria «naturalizzazione obbligatoria». Non tutti gli osservatori, tuttavia, erano d’accordo sull’obbligatorietà e nemmeno sull’introduzione dello «jus soli».

Dubbi e timori
Gazzetta Ticinese, per esempio, riteneva tale misura inadeguata, anche se fosse adottata solo per gli stranieri nati nella Svizzera, «i quali, giunti all'età maggiore, non avrebbero neppure il diritto di opzione, fra le due patrie (quella d'origine e quella di domicilio) ma sarebbero dichiarati svizzeri senz'altro». Francamente, continuava il quotidiano, «questo sistema di fabbricare gli svizzeri ci sembra un rimedio peggiore del male. Non già che intendiamo opporci alla più larga applicazione delle leggi sulla naturalizzazione, e neppure alle eventuali nuove leggi che presentassero facilitazioni maggiori. Ma noi non vediamo nell'atto officiale della naturalizzazione, se non il battesimo del catecumeno, la ricognizione cioè della completa assimilazione del nuovo cittadino».
Era tuttavia unanime l’opinione che si dovesse intervenire con misure risolute « imperocché la questione si pone coi criteri della gravità e della urgenza per effetto delle intense correnti emigratorie e immigratorie».
Alle difficoltà di natura non solo giuridica, Gazzetta Ticinese faceva anche notare qualche difficoltà di ordine amministrativo e pratico all’introduzione della naturalizzazione «obbligatoria» o «d’ufficio» a causa del diverso grado di competenza e di interesse in materia dei Comuni, dei Cantoni e della Confederazione. I Comuni, ad esempio, nel concedere o rifiutare la naturalizzazione «non sono guidati da considerazione di alta politica nazionale, ma più spesso da considerazioni fiscali, e ciò è naturale, inquantoché i Comuni cercano nelle loro naturalizzazioni di evitare di far entrare nei ranghi dei loro cittadini degli individui che un giorno potrebbero cadere a carico dell’assistenza comunale».
L’osservazione non era senza fondamento. Un giornale satirico aveva pubblicato nella primavera del 1914 una vignetta in cui era raffigurata la signora «Helvetia» intenta a selezionare i richiedenti la naturalizzazione non certo in maniera imparziale: preferiva gli stranieri ben dotati economicamente e lasciava andare a mani vuote i propri cittadini bisognosi.
Il numero di naturalizzazioni è stato per un secolo piuttosto basso, salvo in
alcuni anni, ad es. nel 1917-18, nel 1953 e nel 1978, per circostanze particolari 
Ai primi di luglio 1914 il rapporto del Dipartimento politico era terminato. Il Consiglio federale, dopo discussione approfondita, lo approvò con poche modifiche per essere inviato al Parlamento. La stampa nazionale ne diede ampia informazione, mettendo ancora in evidenza non solo i diversi aspetti del problema degli stranieri, ma anche la necessità di misure per ridurne il numero, aumentando contemporaneamente il numero delle naturalizzazioni, ritenute fino ad allora troppo poche. Bisognava passare da una media di 3700 a 10.500 naturalizzazioni l’anno, introducendo eventualmente la «naturalizzazione forzata» per gli stranieri nati in Svizzera, purché in possesso di determinati requisiti.

Inforestierimento e naturalizzazione
Per capire l’approccio del problema della naturalizzazione cento anni fa, basta ricordare che il rapporto del 30 maggio 1914 del Consiglio federale non riguardava espressamente il problema delle naturalizzazioni, ma le «misure da prendere contro l’inforestierimento», anzi «contro l’invasione della Svizzera da parte degli stranieri».
Emerge chiaramente che non era tanto prevalente l’interesse dei giovani stranieri alla naturalizzazione, quanto l’interesse dello Stato e dell’opinione pubblica a ridurre il numero degli stranieri e il rischio dell'inforestierimento. Questo spiega, forse, perché il tema della cittadinanza è ancora oggi (più precisamente la settimana scorsa) molto contrastato e non si ha il coraggio di dare una soluzione al problema di tanti giovani «stranieri» per passaporto, ma «svizzeri» per nascita, formazione e integrazione.
Lo scoppio della prima guerra mondiale interruppe momentaneamente la discussione parlamentare sugli stranieri e sulla naturalizzazione, ma il tema dell’«inforestierimento» non venne mai abbandonato e gli furono dedicati studi universitari, discussioni di giuristi, conferenze, giornate di studio.

La discussione continua
Come accennato, la discussione è ancora in corso. Se dura da cent’anni può proseguire per qualche tempo ancora, purché ci si renda conto della necessità e dell’urgenza di trovare una soluzione giusta. Lo meritano i numerosi stranieri naturalizzabili, integrati o integrabili, ma anche la Svizzera come Paese proiettato in un sistema d’integrazione europea ormai irrinunciabile e consapevole della propria storia e del proprio futuro.
Trovo pienamente condivisibile l’osservazione di un politico luganese che, durante un dibattito pubblico a Lugano, invitava a riflettere che «la crescita della nostra Patria, lo sviluppo della nostra Nazione, il costante miglioramento del nostro tenore di vita, il benessere, il progresso e la prosperità, ha potuto aver luogo non solo, ma anche grazie al contributo di stranieri diventati successivamente nostri concittadini».

Giovanni Longu
Berna, 11.6.2014

04 giugno 2014

1914: 5.1 Naturalizzazioni in primo piano (prima parte)



Il tema della naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda e terza generazione, che ha attraversato la vita politica della Svizzera fin dalla nascita della moderna Confederazione (1848), ha conosciuto uno dei momenti più intensi del dibattito politico nel 1914. Purtroppo non ha ancora trovato una soluzione soddisfacente, tant’è che se ne discute ancora oggi, sebbene non goda più dell’interesse e della passione che incontrava un secolo fa.

Attualità del problema
Il fatto che la discussione duri ininterrottamente da oltre cent’anni sta ad indicare la complessità della materia e la difficoltà a individuare una soluzione soddisfacente, ma forse anche la mancanza di coraggio e della volontà politica di considerare cittadini svizzeri giovani nati e cresciuti in questo Paese, pienamente integrati. Che sia giunta la volta buona? E’ auspicabile, ma senza farsi troppe illusioni. Anche la recente discussione in Parlamento, non ancora terminata, sulla revisione della legge federale sulla cittadinanza induce alla prudenza, perché della naturalizzazione «automatica» o a semplice richiesta non se n’è ancora sentito parlare.
L’argomento non può essere tuttavia considerato chiuso perché è sempre pendente l’iniziativa parlamentare della consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra del 2008, con cui si chiede che gli stranieri di terza generazione possano ottenere la cittadinanza svizzera su richiesta dei genitori o dei diretti interessati. E’ probabile che se ne riparli già quest’autunno, ma la prudenza è d’obbligo circa l’esito finale.
Nel frattempo, può essere interessante conoscere in che termini si poneva il problema cent’anni fa, per cogliere analogie e differenze rispetto al dibattito odierno.

1914: troppi stranieri e in forte crescita
Il problema delle naturalizzazioni, ossia l’acquisizione della nazionalità svizzera da parte di stranieri residenti e soprattutto dei giovani nati e cresciuti in Svizzera, era di grande attualità politica fin dall’inizio del secolo scorso. A sollecitare il dibattito erano alcune cifre riguardanti il numero degli stranieri e la loro proporzione sulla popolazione totale, ma soprattutto il ritmo della loro crescita.
Va detto per inciso che negli ultimi decenni dell’Ottocento e all’inizio del Novecento la Svizzera stava diventando un Paese economicamente sviluppato e con un diffuso benessere anche grazie alle migliaia di «ospiti» stranieri. Ciò che colpiva maggiormente l’opinione pubblica e i conoscitori delle statistiche era tuttavia la loro presenza sempre più vistosa, per molti sgradita o, come scriveva un attento osservatore zurighese, Carl Alfred Schmid, «inquietante in alto grado» tanto che «il benessere e la sicurezza della Svizzera appaiono seriamente minacciati da siffatto grandioso accumularsi di stranieri».

Effettivamente, in pochi decenni il loro numero era passato da 114.983 (1860) a 383.424 (1900). Anche la loro proporzione sulla popolazione era vistosamente aumentata come non si riscontrava in nessun altro Paese europeo. Dal 4,6% del 1860 si era passati all’11,6% nel 1900. Nel decennio successivo la popolazione straniera era ulteriormente cresciuta (1910: 565.296 / 15,1%). In alcuni Cantoni e nelle principali città gli stranieri raggiungevano proporzioni che sfioravano o addirittura superavano il 30% con punte oltre il 40%. Al confronto gli stranieri presenti in Italia rappresentavano appena lo 0,9%, in Germania l’1,3%, in Francia il 2,7%. Per molti svizzeri, ma anche per il Consiglio federale, la situazione cominciava ad apparire allarmante.
Gli stranieri aumentavano non solo per i continui arrivi soprattutto dai Paesi vicini, ma anche per l’incremento naturale. In confronto alle donne svizzere, quelle straniere mettevano al mondo molti più figli. Dai dati del censimento del 1910 risultava che oltre il 40% degli stranieri era nato in Svizzera. Si parlava sempre più apertamente del «problema degli stranieri» e dell’«inforestierimento», per lo più in associazione a una sorta di avvertimento di pericolo incombente.

Come ridurre la percentuale di stranieri
Per ridurre la proporzione di stranieri, nei Cantoni maggiormente interessati s’invocò già negli ultimi anni dell’Ottocento un intervento della Confederazione, anche se allora la Costituzione federale non le concedeva molte possibilità. Certamente non quella, invocata da molti, di limitare gli arrivi. La Svizzera era legata da trattati internazionali con molti Paesi, che garantivano una sorta di libera circolazione delle persone. Fra l’altro vi si sarebbe opposta l’intera economia in forte espansione e bisognosa di manodopera estera. L’unica strada percorribile sembrava quella di facilitare l’acquisto della cittadinanza svizzera da parte degli stranieri «assimilati» o nati in Svizzera.
Il ragionamento era semplice: visto che gli stranieri sono tanti e in alcuni Cantoni rischiano di sopraffare la popolazione indigena, piuttosto che avere 100.000 stranieri che curano esclusivamente i propri interessi, è preferibile avere 100.000 compatrioti che si occupino anche della cosa pubblica. Tanto più che, secondo alcuni, qualora fosse scoppiata una guerra, così tanti stranieri avrebbero potuto rappresentare un pericolo. Solo i tedeschi residenti in Svizzera abili alle armi avrebbero potuto costituire ben 50 battaglioni (da 1000 soldati ciascuno), gli italiani 35, i francesi 16, gli austriaci 7. In caso di conflitto questi stranieri avrebbero dovuto lasciare la Svizzera mettendo in ginocchio l’economia.
Il Cantone di Zurigo, uno dei più interessati a trovare una soluzione, deplorava che a causa della mancanza dei diritti politici degli stranieri le istituzioni dovessero privarsi del loro efficace sostegno e auspicava che gli stranieri venissero accolti come cittadini elvetici, «affinché non condividano solo i diritti, ma anche gli interessi dei cittadini svizzeri». Si eviterebbe, fra l’altro, che gli stranieri, esonerati dall’obbligo militare e spesso anche dalla tassa sostitutiva, costituissero una forte concorrenza sul lavoro nei confronti dei cittadini svizzeri soggetti al servizio.
La maggioranza dei Cantoni, però, non vedeva di buon occhio un intervento diretto della Confederazione in materia, per cui, nel 1900, il suo primo tentativo di snellimento della procedura di naturalizzazione per meglio integrare gli stranieri fu bocciato in Parlamento. Poiché tuttavia anche il Consiglio federale riteneva che fosse un’anomalia che nel Paese ci fosse una notevole percentuale di stranieri, che a parte i doveri fiscali non avessero gli stessi diritti e doveri degli indigeni e avessero magari qualche vantaggio in più, l’anno seguente ripropose in Parlamento una proposta di revisione della legge sulla cittadinanza.

Nessun Cantone per lo «jus soli»
Il Consiglio federale, non ritenendo possibile secondo il diritto costituzionale vigente la concessione generalizzata e automatica della cittadinanza svizzera in base alla nascita sul suolo svizzero, propose di ancorare nella nuova legge in revisione la possibilità che ciò avvenisse in base al diritto cantonale, introducendo in tal modo una sorta di jus soli, inizialmente solo a livello cantonale. Sarebbe spettato ai singoli Cantoni decidere in materia di naturalizzazione.
Jakob Vogelsanger 
Fu durante la discussione per la revisione della legge sulla cittadinanza, nel 1902, che il primo consigliere nazionale socialdemocratico, Jakob Vogelsanger, propose una sorta di naturalizzazione «jus soli» per tutti i figli nati in Svizzera di stranieri domiciliati. La proposta fu respinta a favore della nuova legge sulla cittadinanza (1903), che lasciava ai Cantoni la possibilità di naturalizzare d’ufficio i bambini stranieri nati in Svizzera, introducendo come proposto dal governo federale lo «jus soli» a livello cantonale. Negli anni seguenti, tuttavia, nessun Cantone fece uso di questa possibilità e questo la dice lunga sulle tensioni allora esistenti tra Confederazione e Cantoni.
In realtà tale misura probabilmente non interessava né ai Cantoni né agli stranieri. I Cantoni volevano avere le mani libere per naturalizzare quanti e chi volevano secondo la convenienza; gli stranieri non premevano affatto per diventare svizzeri. Non ne sentivano il bisogno i tedeschi, ma nemmeno gli italiani, sia pure per motivi diversi. Degli italiani aveva detto nel 1900 C.A. Schmid che «si guardano bene di diventar svizzeri, se continuano ad essere considerati italiani».
Proprio al riguardo scriveva il Corriere del Ticino nel gennaio del 1912: «La quistione dei forestieri si acuisce ogni giorno di più. Il 15% della popolazione della Svizzera non è nazionale. Una percentuale simile si ha solo nelle giovani Repubbliche americane. Ma la piccola Svizzera ostacola un po’ l’assimilazione delle persone che vengono per stabilirvisi. Le enormi comodità che queste hanno di recarsi in Patria, di vivere la vita politica quotidiana del loro Paese, di raggrupparsi per tenere accesa la sacra fiamma nazionale, impediscono che in molto maggior numero siano coloro che domandino la nazionalità svizzera, pur apprezzando (ed alle volte sfruttando) le nostre istituzioni repubblicane e generose (…). Il fatto che così pochi italiani chiedono al Ticino d’essere incorporati, non manca di gravità. Se poi si esaminano le singole naturalizzazioni, si deve giungere a conclusioni tutt’altro che favorevoli per noi».

Necessità di approfondimenti
Il Consiglio federale, di fronte alla situazione e alle pressanti richieste di alcuni Cantoni, cominciò attorno al 1910 a prendere molto sul serio le questioni dell'inforestierimento e della naturalizzazione agevolata, ma prima di proporre qualsiasi misura voleva un approfondimento della complessa materia, comprese le implicazioni internazionali.
Erano già al lavoro fin dal 1908 gruppi di studio in alcuni Cantoni maggiormente interessati alla problematica, Ginevra, Basilea e Zurigo, ma nel 1912 venne costituita un’apposita commissione di esperti (tre per ognuno di questi Cantoni, per cui si parlò da qual momento anche di «Commissione dei nove»), incaricata di fare proposte concrete.
Parallelamente, fino allo scoppio della prima guerra mondiale, anche la stampa quotidiana seguiva con molta attenzione quanto veniva detto e pubblicato al riguardo, dimostrando quanto il problema degli stranieri in generale fosse diventato d’interesse pubblico. (Segue)
Giovanni Longu
Berna 4 giugno 2014

28 maggio 2014

Visita di Stato di Napolitano in Svizzera


Molti italiani residenti in Svizzera aspettavano da tempo questo viaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Si sperava, fra l’altro, che la sua visita segnasse la conclusione degli accordi sulla fiscalità tra l’Italia e la Svizzera. Un’altra attesa, per molti connazionali non meno importante, era il rilancio dell’italianità in un ambiente «italiano» sempre più disorientato da quel che si legge e si vede dell’Italia.

Il pres. Napolitano accolto a Berna dal
pres. della Confederazione D. Burkhalter
La visita in Svizzera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 20 e 21 maggio 2014, era molto attesa perché è nell’ordine delle cose che i rappresentanti di Stati vicini, legati da vincoli indissolubili non solo geografici ma anche storici, culturali, linguistici, economici e sociali, periodicamente s’incontrino, per testimoniare lo stato delle buone relazioni o per appianare divergenze e comunque rafforzare gli interessi comuni.
I rapporti italo-svizzeri hanno radici profonde e hanno prodotto frutti numerosi e di valore, testimoniati fra l’altro da una comunità italiana che in Svizzera è ancora la più numerosa tra quelle straniere. Intense sono le relazioni a tutti i livelli e in tutti i campi, dall’agricoltura alla cultura. L'Italia è il terzo partner commerciale della Svizzera in ordine di importanza dopo la Germania e gli Stati Uniti, e la sua bilancia commerciale presenta regolarmente un'eccedenza. La collaborazione tra l’Italia e la Svizzera è intensa, oltre che nel commercio, negli scambi culturali, artistici, universitari, nella ricerca.

Frase contestata
La visita di Napolitano doveva rappresentare una conferma dello stato delle relazioni bilaterali, per segnalarne il buono stato generale, ma anche per suggellare lo spirito con cui vanno affrontate tra due Paesi amici eventuali difficoltà o contrasti, ossia il dialogo e il rispetto reciproco. Sotto questo aspetto la visita di Napolitano non è stata perfetta, a causa di una svista, una frase del suo discorso ufficiale, sincera (gliene si deve dare atto!) ma forse inopportuna, che i suoi collaboratori o forse l’ambasciatore d’Italia a Berna avrebbero potuto chiedere di omettere.
La frase, riportata da tutti i media svizzeri con evidente disappunto, era riferita all'accettazione da parte del popolo svizzero dell'iniziativa del 9 febbraio scorso contro l'immigrazione di massa. Ha detto Napolitano: «Siamo troppo amici per nascondervi lo sconcerto provato nell'apprendere un risultato del referendum che si pone in controtendenza rispetto alla consolidata politica europea della Confederazione».
Perché «sconcerto»? devono essersi chiesti in molti. Un’espressione ritenuta da taluni un’ingerenza nella politica svizzera, da altri una svista o magari una sottovalutazione della considerazione che la maggioranza degli svizzeri ha della «democrazia diretta». Forse, più semplicemente, Napolitano intendeva sottolineare la necessità o quantomeno l’auspicio di una maggiore collaborazione della Svizzera alla costruzione di una nuova Europa. Purtroppo i media hanno tralasciato forse la parte più bella del discorso di Napolitano sulle «caratteristiche fortemente ancorate nella storia della Svizzera», quali l’accoglienza, la multiculturalità, l’esempio straordinario di equilibrio tra federalismo e democrazia diretta, ecc.
Con altrettanta franchezza il presidente della Confederazione Didier Burkhalter ha ricordato all’illustre ospite e alla sua delegazione che l’Italia iscrive ancora la Svizzera nelle sue «liste nere» dei paradisi fiscali. Una cosa che forse tra amici non si fa. Ha anche ricordato che il negoziato tra Roma e Berna dura ormai da troppo tempo e occorre trovare rapidamente «soluzioni costruttive e soddisfacenti per ambo le parti».

Un negoziato lungo e difficile
E’ soprattutto nel contesto di questo complesso negoziato che è possibile cogliere il senso della visita del presidente Napolitano. Vale la pena ricordarlo per sommi capi.
E’ dal 2009 che i rapporti italo-svizzeri cominciano a deteriorarsi, ossia da quando il governo italiano decise di far rientrare in Italia i capitali italiani depositati illegalmente all’estero, soprattutto in Svizzera. In piena crisi finanziaria, l’allora ministro delle finanze Giulio Tremonti pensò che un grande aiuto sarebbe potuto giungere facilitando, con apposite agevolazioni fiscali (una specie di condono), il rientro di quei capitali.
Mentre erano in corso questi rientri, che frutteranno comunque meno del previsto, non si attenuavano le accuse di Tremonti alla Svizzera, considerata un «paradiso fiscale» e una sorta di «caverna di Alì Babà», che custodiva ingenti capitali (secondo alcune stime 300-500 miliardi di euro), «frutto di ruberie e violazioni della legge». Il suo obiettivo dichiarato era l’abolizione del segreto bancario svizzero, sebbene la Svizzera cominciasse già a pensare alla sua prossima fine (avvenuta, come noto, solo di recente). In breve, tanto disse e tanto fece, che le relazioni italo-svizzere finirono per incrinarsi.

La Svizzera mal sopportava le accuse gratuite di Tremonti in aggiunta a presunte violazioni degli accordi bilaterali da parte dell’Italia a danno soprattutto delle imprese ticinesi sottoposte a difficoltà di ogni genere ogniqualvolta cercavano di operare ad di là del confine. La stampa svizzera parlava di «giochi sporchi», «accanimento contro la Svizzera», un atteggiamento «aggressivo» e «indecente» da parte di un Paese considerato tradizionalmente «amico». Le autorità svizzere avviarono inutilmente colloqui con il governo italiano per far comprendere che la Svizzera non era affatto un «paradiso fiscale».
La strada del dialogo appariva tuttavia necessaria per sbloccare la situazione che, a giudizio di molti parlamentari italiani, sembrava aver toccato il punto di tensione massima delle relazioni italo-svizzere dal dopoguerra.
Il 1° giugno 2011 l’allora presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey, in visita ufficiale a Roma, manifestò al capo del governo Silvio Berlusconi la sua «incomprensione» non solo dei ritardi, ma anche del fatto che «nonostante le intense e buone relazioni, le controversie fiscali continuino ad aumentare». Dichiarò anche che «la presenza della Svizzera sulle liste nere italiane non è accettabile e pregiudica gli scambi economici e gli investimenti reciproci tra i nostri due Paesi».
Berlusconi e Calmy-Rey s’impegnarono personalmente a far ripartire il dialogo, ma i negoziati non fecero passi avanti sia per le difficoltà opposte da Tremonti e sia per la caduta del governo (novembre 2011). Il nuovo governo di Mario Monti fece capire da subito che senza un’intesa globale con l’Unione Europea in materia fiscale era pressoché inutile una trattativa bilaterale con la Svizzera.

La ripresa del dialogo
Nel 2012, poiché la situazione non accennava a sbloccarsi, il Cantone Ticino cercò di forzare i tempi con un’azione clamorosa, quella di bloccare una parte dei ristorni all’Italia delle imposte pagate alla fonte in Svizzera dai frontalieri. Tale riversamento di parte delle imposte era previsto nell’Accordo sui frontalieri del 1974. Per il 2010 si trattava di circa 28 milioni di franchi.
Forse con l’intento di favorire una decisa ripresa del dialogo, la Svizzera pensò bene di invitare il Presidente Giorgio Napolitano a una visita di Stato in Svizzera. Anche in passato alcune visite al massimo livello erano servite a sanare ferite e a rimettere in carreggiata le tradizionali ottime relazioni bilaterali. Data la situazione, però, su consiglio del capo del governo Mario Monti, Napolitano declinò l’invito fino a quando non si fosse risolta la questione dei ristorni congelati dal Ticino. E’ probabile, tuttavia, che il rifiuto di Napolitano e il malcelato disappunto delle autorità federali abbia indotto Monti a riprendere il dialogo.
Di fronte a questa apertura, il Consiglio federale si dichiarò pronto a riprendere il negoziato e il Cantone Ticino a rilasciare i ristorni bloccati. Poiché tuttavia il governo Monti non durò a lungo, la ripresa del negoziato con la Svizzera toccò al suo successore Enrico Letta (dal 28 aprile 2013) che riaprì il dialogo e riuscì a portarlo in una fase avanzata. Tanto è vero che a gennaio il ministro delle finanze del suo governo, Fabrizio Saccomanni, incontrando a Berna la sua omologa Eveline Widmer-Schlumpf, sperava di concludere un buon accordo con la Svizzera entro maggio e farlo firmare eventualmente dal Presidente Napolitano, che nel frattempo aveva dato il suo benestare ad una visita di Stato in maggio 2014. Letta non poté vedere la conclusione del negoziato perché anch’egli durò poco, sostituito dall’attuale governo di Matteo Renzi. Toccherà a lui, forse, siglare l’accordo finale ormai in dirittura d’arrivo, o almeno così sembra.

Valutazione complessiva della visita di Napolitano
La visita del Presidente Napolitano s’inserisce in questo contesto oggettivamente complicato e un po’ contradditorio perché il negoziato fiscale è una specie di spina nel fianco dei rapporti italo-svizzeri complessivamente buoni. E’ un po’ una delusione che Napolitano non abbia potuto siglare alcun accordo, ma non è detto che proprio questa visita, soprattutto la parte dei colloqui ufficiali rimasta nascosta, possa incidere sulla definitiva accelerazione e conclusione del negoziato. Va anche aggiunto che la strada appare ormai senza gravi ostacoli perché la Svizzera ha sgomberato il terreno dal segreto bancario e ha accettato il principio dello scambio automatico delle informazioni.
Del resto anche Eveline Widmer-Schlumpf , che ha partecipato ai colloqui ufficiali, si è detta soddisfatta dei progressi realizzati in ambito fiscale, che lasciano intravedere una prossima soluzione, anche riguardo alla regolarizzazione del passato per gli averi detenuti in banche svizzere da residenti italiani.
In questa prospettiva storica la visita del Presidente Napolitano potrà essere valutata solo alla luce degli esiti di questa trattativa in corso. Anche in passato ci furono momenti di tensione tra i due Paesi che vennero prontamente superati proprio grazie a visite di Stato. Nel 1962, ad esempio, toccò al Presidente Giovanni Gronchi porre fine al malcontento suscitato nel novembre 1961 dalle esternazioni accusatorie nei confronti della Svizzera del ministro italiano Sullo. Nel 1981 toccò al Presidente Sandro Pertini, nel corso di una celebre visita a Berna, far dimenticare i pesanti giudizi espressi dall’ambasciatore di allora sulla politica svizzera e ristabilire il clima di amicizia e di collaborazione tra l’Italia e la Svizzera.
Le successive visite di Stato in Svizzera di presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (1996) e Carlo Azeglio Ciampi (2003) non erano destinate a sanare ferite procurate dall’una o dall’altra parte, ma a rafforzare i vincoli d’amicizia e di collaborazione. Quella di Giorgio Napolitano doveva avere l’una e l’altra funzione. E’ troppo presto per affermare se le abbia soddisfatte, ma si può forse già dire che, almeno in termini di simpatia suscita e di eco sui media, quest’ultima visita è rimasta assai lontana almeno da quelle di Pertini e Ciampi.
Giovanni Longu
28. 05.2014



21 maggio 2014

1914: 4. «La questione degli stranieri»


A Berna, prima delle sessioni parlamentari, tradizionalmente i vertici dei partiti di governo incontrano nella residenza bernese Von Wattenwyl una delegazione del Consiglio federale. Nell’incontro di venerdì scorso, 16 maggio 2014, prima della sessione estiva delle Camere federali, i due principali temi affrontati sono stati la nuova politica migratoria svizzera e gli sviluppi della politica finanziaria internazionale.

Sul primo tema, assai delicato soprattutto per le implicazioni di politica estera sui rapporti tra la Svizzera e l’Unione Europea, la ministra della giustizia Simonetta Sommaruga ha confermato che il Dipartimento di giustizia e polizia sta preparando il disegno di legge per l’attuazione delle nuove disposizioni costituzionali
sull'immigrazione accettate dal popolo svizzero lo scorso 9 febbraio nella votazione sull'iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC) contro l'immigrazione di massa.

Tema immigrazione ancora attuale
Non è pertanto sorprendente che tra gli oggetti all'ordine del giorno nell'ultimo colloquio Von Wattenwyl figuri il tema dell’immigrazione, tanto più che l’attuazione pratica della nuova norma costituzionale (art. 121a) non è certo di facile applicazione. Infatti essa impone soprattutto la limitazione del numero dei permessi di dimora rilasciati a stranieri mediante la determinazione di «tetti massimi annuali e contingenti annuali», fissati obbligatoriamente «in funzione degli interessi globali dell'economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri».
Chi pensasse, tuttavia, che in Svizzera «la questione degli stranieri» sia stata sollevata per primi dagli irriducibili nazionalisti dell’UDC, da sempre contrari all'immigrazione di massa, sbaglia di grosso. Non c’è dubbio che essi sono sempre in prima fila per ricordare agli svizzeri benpensanti e distratti che, secondo loro, ci sono in giro troppi delinquenti stranieri, che gli islamici crescono a dismisura, che la libera circolazione degli immigrati europei danneggia il mercato del lavoro svizzero, limita la sovranità nazionale e mina alla radice l’identità stessa della Svizzera; ma «la questione degli stranieri» non è una loro invenzione.
Si dice spesso che l’UDC sia la continuazione storica o per lo meno ideologica dell’«Azione Nazionale» (AN) di Schwarzenbach (anni ’60 e ’70), perché anch'essa mirava a ridurre drasticamente il numero degli stranieri e stroncare definitivamente l’immigrazione di massa, per cui si dovrebbe piuttosto ad essa l’invenzione della «questione degli stranieri». Ma non è stata nemmeno l’AN a sollevare per prima il problema, anche se è dovuto soprattutto ad essa e alle iniziative xenofobe da essa promosse che il popolo svizzero è stato investito in toto della questione e anche di recente, come detto, è stato chiamato a pronunciarsi grosso modo sullo stesso oggetto.

«Inforestierimento» da oltre 100 anni nell'agenda politica svizzera
«La questione degli stranieri» è nell’agenda politica svizzera da oltre un secolo, con toni differenti, ma con contenuti essenzialmente identici. Se ne cominciò a parlare già negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando in Svizzera il numero degli stranieri non faceva che aumentare, passando da 211.035 nel 1880 (7,5% della popolazione residente totale) a 383.424 nel 1900 (11,6%). Ma già allora gli stranieri erano indispensabili e si poteva fare ben poco anche solo per ridurne il numero e la crescita.
Il tema fu ripreso e approfondito a partire dal 1900, ma è solo dal 1914, esattamente cent’anni fa, che rappresenta uno dei capitoli principali della politica federale interna ed estera. Per dare l’idea del fenomeno migratorio all’inizio del secolo scorso bastano poche cifre significative, oltre a quelle menzionate. La maggioranza degli stranieri era costituita da tedeschi, seguiti dagli italiani. Insieme, tedeschi e italiani rappresentavano un elemento determinante in diversi rami economici.
Dai dati del censimento delle aziende del 1905 risulta, ad esempio, che su 616.228 addetti all’industria gli stranieri erano 151.493 ossia il 24,6% (mentre nel 1888 erano appena il 12%). Secondo i dati del censimento della popolazione del 1910, in alcuni rami economici la percentuale di stranieri era altissima. Per esempio, su 1000 addetti, gli stranieri occupati nella costruzione delle ferrovie erano 899, nelle attività teatrali e musicali 770, nei lavori di muratura 582, nella lavorazione della pietra e del marmo 547, nell’attività edilizia 519, nei servizi personali (parrucchieri) 482, ecc.

Non solo manovali
Gli stranieri, anche allora, non erano solo manovali e operai senza qualifica adoperati nelle imprese di produzione o nei servizi domestici, ma anche imprenditori, artigiani, lavoratori qualificati e persino medici, giornalisti, professori universitari. Erano stranieri il 27% dei professori d’università (soprattutto a Friburgo, Basilea e Zurigo), il 20% dei medici, il 27% dei giornalisti, moltissimi capi d’azienda, direttori di banche, ingegneri, tecnici, ecc.
A preoccupare molti svizzeri non era tuttavia solo il numero elevato degli stranieri, ma anche e forse soprattutto il loro ritmo di crescita. Per descrivere il fenomeno, il capo dell’assistenza sociale di Zurigo, C. A. Schmid, nel 1900, parlò di una vera e propria «invasione» di stranieri soprattutto nelle grandi città di Zurigo, Basilea e Ginevra, ma anche a Lugano. Trovò anche un neologismo, «Überfremdung», tradotto poi in italiano «inforestierimento», un termine mai definito chiaramente ma spesso usato e abusato soprattutto per indicare un presunto eccesso di stranieri e d’influenza straniera.
Con questa parola sembrava riassumersi l’essenza del «problema degli stranieri». Si riteneva infatti che la forte presenza straniera potesse compromettere la stabilità e l’identità socioculturale del Paese, introducendo nel contesto svizzero elementi estranei e inassimilabili. Già all'inizio del secolo si cominciò a parlare della necessità di ridimensionare la percentuale degli stranieri sulla popolazione residente, eventualmente naturalizzando automaticamente i discendenti di immigrati nati in Svizzera.

Prima della guerra
Nel primo semestre del 1914 la «questione degli stranieri» era ampiamente dibattuta su tutti i principali giornali nazionali. Era ricorrente la considerazione che lasciar aumentare il numero degli stranieri avrebbe rappresentato per la Svizzera un serio pericolo. C’era invece molta incertezza sulle misure da prendere per limitarlo: controllare meglio gli ingressi, espellere i più pericolosi, aumentare il numero delle naturalizzazioni. Di fronte alla difficoltà di carattere giuridico e internazionale (a causa dei numerosi accordi bilaterali) per adottare le prime, la propensione prevalente era quella volta a intensificare maggiormente l’«assimilazione» e naturalizzare d’autorità gli stranieri nati in Svizzera da genitori anch'essi nati in Svizzera.
Dal 1913/14 il tema dell’«inforestierimento» (Überfremdung) entrò a far parte del linguaggio politico anche nelle aule parlamentari. Furono soprattutto deputati e senatori svizzero-tedeschi ad evocare pericoli derivanti dal «crescente inforestierimento», mentre il governo almeno inizialmente tentava di sdrammatizzare.
Nel gennaio 1914, durante una lunga discussione al Consiglio nazionale su una richiesta di ampliamento della linea ferroviaria lungo il lago di Brienz, uno dei sostenitori intervenne lamentando la grave situazione demografica della regione di montagna a rischio di spopolamento perché i giovani preferiscono emigrare piuttosto che restare senza lavoro, mentre si deve costatare «il fenomeno rattristante e inquietante dell'inforestierimento della nostra Svizzera già più volte evocato in questa sala».
Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel 1914, quando la situazione sembrava ulteriormente peggiorata (il numero degli stranieri era salito a 600.000 e rappresentavano ormai il 15,5% della popolazione residente, addirittura il 17,3% considerando anche i circa 90.000 stagionali), anche il governo cominciò a preoccuparsi.
Nella metà del 1914 lo stesso presidente della Confederazione Hoffmann prese molto sul serio la questione e cominciò a preparare un rapporto «poderoso, di oltre 100 pagine a stampa, redatto con moltissima cura», come annotava un cronista.

Dopo la guerra
Si scrissero rapporti, costituirono commissioni e il Consiglio federale cominciò a studiare «misure contro l’inforestierimento». Nel frattempo i Cantoni di Zurigo, Basilea e Ginevra lanciarono un’iniziativa volta all’introduzione dello «jus soli», per cui chi nascesse in territorio svizzero sarebbe stato automaticamente cittadino svizzero. Il Consiglio federale si disse d’accordo con il progetto, ma lo scoppio della guerra ne impedì tuttavia la discussione nelle Camere federali.
Quando a guerra terminata, la discussione fu ripresa, il Consiglio federale aveva cambiato opinione, come su molte altre cose nei riguardi dell’immigrazione. Già le prime misure adottate subito dopo la guerra stavano a denotare un cambiamento radicale nella politica degli stranieri. Con l’istituzione della Polizia degli stranieri, l’introduzione di rigide misure di controllo alle frontiere e altra burocrazia era chiaro che l’epoca della politica migratoria liberale era definitivamente tramontata. A risentirne furono soprattutto gli italiani.

Giovanni Longu
Berna, 21.05.2014

14 maggio 2014

1914: 3. La Svizzera e la coesione nazionale


Per capire la Svizzera (e gli svizzeri) bisognerebbe capire le sue origini, i suoi miti di fondazione (Guglielmo Tell e il giuramento del Grütli), le sue tradizioni, la sua storia, ma anche la sua geografia (
un paese alpino senza sbocco al mare), il senso delle sue montagne e delle sue vallate, le immagini che di essa hanno tramandato i suoi celebri scrittori e artisti.
Una delle personalità che è riuscita meglio di molte altre a capire l’essenza di questo Paese e a darne un’immagine plastica mi sembra il grande scrittore, drammaturgo e pittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990). Poche settimane prima della sua morte, in occasione del conferimento del premio Gottlieb Duttweiler allo scrittore e uomo politico ceco Václav Havel, Dürrenmatt tenne un discorso rimasto celebre soprattutto, credo, per l’immagine usata a proposito della Svizzera e degli svizzeri.

Svizzera come una prigione?
Friedrich Dürrenmatt
Egli paragonò la Svizzera a una prigione, costruita dagli stessi svizzeri, dove «si sono rifugiati perché soltanto lì si sentono al riparo da eventuali aggressioni, perché fuori di essa tutti si scagliano gli uni contro gli altri». Nello stesso discorso sostenne anche che «gli svizzeri si sentono liberi, più liberi di tutti gli altri, liberi, da prigionieri, nella prigione della loro neutralità».
Di seguito, Dürrenmatt precisava poi il senso delle sue affermazioni, spiegando che il problema è la neutralità svizzera: «La neutralità è motivo di discussione, di sofferenza, ha una connotazione ambivalente: rende liberi perché sicuri di non essere aggrediti e coinvolti nei conflitti del resto del mondo ma, allo stesso tempo, rende prigionieri perché limita la libertà di agire, la possibilità di scendere in campo attivamente. Il problema di questa prigione è dimostrare che essa deve essere vissuta come un baluardo della libertà».
Si può condividere o meno questa immagine di Dürrenmatt, ma non c’è dubbio che una delle chiavi interpretative dell’intera storia svizzera, dal (presunto) giuramento del Grütli al difficile rapporto della Svizzera di oggi con l’Unione Europea, è la concezione della neutralità di un popolo fiero, libero, circondato da grandi potenze spesso in guerra fra loro, protetto solo parzialmente da montagne e senza sbocchi sul mare. Che la geografia di questo Paese abbia creato problemi ai suoi abitanti è innegabile. Ma forse ha ragione Dürrenmatt quando considera l’attaccamento irrinunciabile degli svizzeri alla propria neutralità anche un limite alle possibilità di un intervento diretto e positivo della Svizzera in tante situazioni difficili, soprattutto a livello europeo.

Nascita e scopo della Confederazione
Non si può tuttavia negare, da un punto di vista strettamente storico, che l’attività esterna della Svizzera è sempre stata condizionata dal grado di coesione dei suoi cittadini, da quella che comunemente si chiama «identità nazionale». Basta ricordare com'è nata la moderna Confederazione nel 1848. Solo un anno prima la vecchia Confederazione aveva rischiato di scomparire in seguito alle lotte tra Cantoni cattolici e Cantoni protestanti, sull'orlo della guerra civile. Oltre alla spaccatura confessionale, un’altra linea di demarcazione era costituita dalla frontiera linguistica che spesso opponeva Cantoni tedeschi e Cantoni francesi. Per non parlare delle altre numerose differenze, che rendevano i 22 Cantoni disomogenei e spesso in contrasto.
Per parecchi decenni è sempre stato prioritario rafforzare la coesione nazionale. Del resto è con questa finalità che nel 1848 i 22 Cantoni svizzeri decisero di adottare una nuova Costituzione per fondare la moderna Confederazione, ossia «allo scopo di rassodare la lega dei Confederati, di mantenere ed accrescere l’Unità, la Forza e l’Ordine della Nazione Svizzera» (Preambolo della Costituzione federale del 1848, modificato nell'ultima revisione in «rinnovare l’alleanza confederale e consolidarne la coesione interna, al fine di rafforzare la libertà e la democrazia, l'indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo»).
Da allora, coerentemente, le autorità federali hanno fatto di tutto per evitare che le differenze linguistiche, confessionali, culturali, ma anche economiche potessero degenerare in lotta politica e conflitti sociali. Inoltre, allo scopo di salvaguardare la pacifica convivenza democratica e sostenere lo sviluppo del Paese hanno provveduto fin dall'inizio a creare strutture federali centrali efficienti, a consolidare il diritto federale, unificante ma al tempo stesso rispettoso delle autonomie locali, a fissare eque rappresentanze linguistiche e regionali negli organismi elettivi federali, a favorire l’iniziativa privata in tutti i campi dell’economia, della ricerca e della cultura, a garantire la libera circolazione e la libertà d’insediamento in qualsiasi parte della Confederazione di tutti i cittadini svizzeri, a creare un sistema di perequazione finanziaria sostenibile, ecc.

L’esposizione nazionale del 1914…
Anche l’esposizione nazionale del 1914 doveva contribuire al raggiungimento di tale obiettivo. Essa cadeva in un momento molto particolare, dopo un lungo periodo di crescita economica, tecnologica e culturale che la Svizzera doveva consolidare, e alla vigilia del primo grande conflitto mondiale che stava per divampare alle sue frontiere e che avrebbe potuto coinvolgerla, almeno indirettamente.
Nello spirito dei tempi, tra patriottismo e nazionalismo, quale mezzo più efficace per esaltare i valori di un popolo di una esposizione che proponesse ai milioni di visitatori i progressi compiuti dalla scienza e dalla tecnica nell'industria, nel commercio, nelle comunicazioni, ma anche nella cultura e nella qualità della vita di un’intera nazione rivolta decisamente al futuro? Nelle intenzioni degli organizzatori era un’occasione che avrebbe senz'altro favorito l’identità e persino un certo orgoglio nazionale.
Allo stesso tempo, tuttavia, dato il particolare momento storico, l’esposizione al grande pubblico nazionale e internazionale delle ultime conquiste tecnologiche e dell’alto livello di benessere raggiunto dal popolo svizzero doveva proporre alle altre Nazioni l’immagine di un Paese unito, moderno, efficiente, bene organizzato, economicamente solido e proiettato verso il futuro.
Qualcosa di simile era già avvenuto nell'esposizione del 1883 a Zurigo (un anno dopo l’inaugurazione del tunnel ferroviario più lungo del mondo) e in quella del 1896 di Ginevra (esaltazione dei macchinari e dell’elettricità). Quella del 1914 doveva rappresentare una sorta di somma dei progressi compiuti dalla Svizzera in tutti i campi, degna di meritare considerazione e rispetto da parte del mondo intero. L’identità nazionale doveva risultarne rafforzata all'interno come all'esterno.

…«manifestazione possente dell’attività nazionale»
E’ significativo in proposito il discorso d’inaugurazione dell’esposizione che il 15 maggio 1914 tenne il Presidente della Confederazione Arthur Hoffmann.
Arthur Hoffmann
Dopo aver ricordato che «questo giorno di festa è il coronamento di lunghi anni di intenso lavoro, e di ammirevole laboriosità» passò ai ringraziamenti: «Grazie, a tutto il popolo svizzero. Grandi e piccoli, poveri e ricchi, possenti e deboli, dal direttore al manovale, dall'artista al più modesto artigiano, dal grande industriale al semplice contadino, ciascuno ha contribuito all'opera immensa e merita oggi la nostra riconoscenza e la nostra ammirazione incondizionata. Noi possiamo dire con fierezza che questa esposizione è una manifestazione possente dell'attività nazionale. Essa è altresì un programma per l'avvenire. Non ignoriamo le difficoltà e le barriere colle quali si urta il nostro sviluppo economico».
Estendendo l’orizzonte anche fuori della Svizzera, Hoffmann, non nascose la sua soddisfazione di costatare che la Svizzera ha dovuto e saputo superare numerosi ostacoli: «Ovunque noi volgiamo gli sguardi, troviamo ostacoli insuperabili, ovunque troviamo l'aspro combattimento contro la concorrenza straniera. Felicitiamoci, tuttavia, che malgrado gli ostacoli, e a dispetto della svantaggiosa situazione del nostro Paese privo di sbocchi al mare e povero di materia prime, noi siamo riusciti a condurlo a uno dei primi posti nel commercio delle nazioni. Difendere questa conquista e aumentarla, deve essere l'obbiettivo delle forze riunite tra popolo e autorità svizzere».
Probabilmente Hoffmann era sinceramente convinto che da questa esposizione l’identità e la coesione nazionale sarebbero uscite rafforzate e avrebbero costituito una garanzia per la solidità dell’immagine della Svizzera nel panorama internazionale. Questo era almeno il suo auspicio. Non poteva certo rendersi conto che le difficoltà erano tutt'altro che superate definitivamente. In effetti si verificarono ben presto dissidi interni, ad esempio tra romandi e svizzeri tedeschi, già durante la guerra e anche in seguito. Tuttavia, il sentimento di appartenenza ad una nazione unita e forte, decisa a difendere con ogni mezzo la sua sovranità e integrità andò sempre più rafforzandosi nella coscienza svizzera fino ai nostri giorni.

Aprirsi all’Europa
Per questo ritengo che, almeno nel complesso, l’obiettivo primordiale della Confederazione della coesione e dell’identità nazionali, ribadito a più riprese nella storia della Svizzera e anche in occasione dell’esposizione del 1914, è stato ampiamente raggiunto. Pertanto, probabilmente è venuto il momento di andare oltre, di abbandonare certe posizioni troppo difensive (tipo: «la Svizzera non è una colonia europea», «contro l’adesione strisciante all’UE», ecc.), di superare l’ostacolo di cui parlava Dürrenmatt e aprirsi maggiormente alle moderne problematiche dell’integrazione europea, della libera circolazione non solo dei beni e dei servizi ma anche delle idee e delle persone, dell’«Europa senza frontiere» e simili.

Giovanni Longu
Berna, 14.5.2014

07 maggio 2014

1914 – 2. La politica immigratoria svizzera a una svolta


La Prima guerra mondiale segna una svolta fondamentale nella politica immigratoria svizzera. Con la chiusura delle frontiere allo scoppio della guerra, la Svizzera ha modo di ripensare la sua politica nei confronti degli stranieri, fino ad allora incentrata su un modello di libera circolazione delle persone, in base ad accordi bilaterali soprattutto con gli Stati confinanti. Dalla fine della guerra, le frontiere non saranno più totalmente aperte, nemmeno per gli immigrati provenienti dai cosiddetti Paesi «amici», Italia compresa.

Prima del 1914
Sono convinto che per capire questo Paese, e soprattutto la sua politica nei confronti degli stranieri, sia indispensabile dedicare qualche momento di attenzione a quel che è avvenuto anche in Svizzera, pur non essendo direttamente coinvolta nel conflitto, immediatamente prima, durante e dopo la prima guerra mondiale.
Anzitutto è opportuno ricordare che se la guerra non scoppiò per caso (l’assassinio a Sarajevo, il 28 giugno 1914, dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, fu solo un pretesto) o del tutto inaspettata, gran parte degli Stati coinvolti fin dall'inizio non erano preparati a un conflitto che sarebbe durato anni. Soprattutto la Svizzera si trovò del tutto impreparata, non già alla guerra ma alle sue possibili conseguenze come Paese circondato da Paesi belligeranti.
La Svizzera, pur essendo sempre stata prudente o addirittura diffidente del comportamento degli Stati confinanti, confidava in una sorta di protezione del suo statuto di Paese neutrale senza nemici. Si sentiva come un’isola (più o meno felice e comunque, di diritto, inviolabile) e ne approfittava per consolidare il suo sviluppo nel campo delle infrastrutture del traffico (completamento della rete ferroviaria e ampliamento di quello stradale), nella produzione agricola e industriale, nelle relazioni commerciali con l’estero, nel turismo interno e internazionale, negli sport invernali, nell'edilizia pubblica e privata, nelle arti e nella cultura in generale. Era il periodo fiorente della Belle Epoque.

Progresso e disagio sociale
La Svizzera cominciava ad essere rinomata non solo come piccola potenza industriale e polo d’attrazione turistica, ma in generale per il suo livello di benessere, anche se non concerneva ancora tutti. Da oltre un decennio aveva dimenticato di essere stato un Paese di emigrazione, ma si rendeva ben conto di essere diventato ormai un Paese d’immigrazione. Quasi il 15 per cento dei suoi abitanti erano infatti stranieri (oltre mezzo milione), soprattutto germanici e italiani.
Emigranti italiani alla stazione di Briga
Anche i numerosi italiani (oltre 200 mila) avevano, forse, dimenticato le violenze subite soprattutto a Berna (1893) e a Zurigo (1896) e molti ormai avevano adottato di fatto la Svizzera come seconda patria. Altri, invece, dovranno più tardi lasciarla per andare a combattere per la prima. Per evitare l’arruolamento forzato, molti emigrati chiesero e ottennero la naturalizzazione.
Alla vigilia della guerra, il lavoro in Svizzera abbondava, ma la settimana lavorativa era ancora lunga (sebbene fosse stata da poco ridotta da 65 e 59 ore, 10 al giorno), i salari in molte fabbriche rimanevano bassi e gli operai e i loro sindacati ricorrevano spesso a scioperi di protesta per cercare di aumentarli. Dall'inizio del secolo i rapporti sociali erano tesi e a farne le spese erano soprattutto gli stranieri, ritenuti ormai troppi, invasivi, indisposti all'integrazione, pericolosi sotto molti punti di vista.

Il «problema degli stranieri»
Ovunque si cominciava a discutere del «problema degli stranieri», soprattutto dopo che a Zurigo si era sintetizzata la questione in un unico termine «Überfremdung», poi tradotto in italiano come «inforestierimento», col quale si tendeva dapprima a designare un fenomeno sociologico di non facile interpretazione, poi sempre più a considerare gli stranieri un pericolo e addirittura la causa della precarietà del lavoro, dello sfruttamento salariale, della penuria di alloggi e di molto altro ancora.
Con lo scoppio della guerra il problema degli stranieri passò in second’ordine e divenne prioritario, ovviamente, come far fronte alla guerra, la preparazione dell’esercito, l’allestimento di una forza aerea (ancora inesistente), l’approvvigionamento del Paese, ecc. Per la Svizzera era chiaro, sebbene non avesse da temere (quasi) niente perché nessuno Stato le era nemico, sarebbe intervenuta contro chiunque avesse violato il suo territorio. Per questo doveva essere pronta.
Il problema della Überfremdung non verrà tuttavia abbandonato e sarà ripreso subito dopo la guerra. 
Giovanni Longu
Berna, 7 maggior 2014