21 maggio 2014

1914: 4. «La questione degli stranieri»


A Berna, prima delle sessioni parlamentari, tradizionalmente i vertici dei partiti di governo incontrano nella residenza bernese Von Wattenwyl una delegazione del Consiglio federale. Nell’incontro di venerdì scorso, 16 maggio 2014, prima della sessione estiva delle Camere federali, i due principali temi affrontati sono stati la nuova politica migratoria svizzera e gli sviluppi della politica finanziaria internazionale.

Sul primo tema, assai delicato soprattutto per le implicazioni di politica estera sui rapporti tra la Svizzera e l’Unione Europea, la ministra della giustizia Simonetta Sommaruga ha confermato che il Dipartimento di giustizia e polizia sta preparando il disegno di legge per l’attuazione delle nuove disposizioni costituzionali
sull'immigrazione accettate dal popolo svizzero lo scorso 9 febbraio nella votazione sull'iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC) contro l'immigrazione di massa.

Tema immigrazione ancora attuale
Non è pertanto sorprendente che tra gli oggetti all'ordine del giorno nell'ultimo colloquio Von Wattenwyl figuri il tema dell’immigrazione, tanto più che l’attuazione pratica della nuova norma costituzionale (art. 121a) non è certo di facile applicazione. Infatti essa impone soprattutto la limitazione del numero dei permessi di dimora rilasciati a stranieri mediante la determinazione di «tetti massimi annuali e contingenti annuali», fissati obbligatoriamente «in funzione degli interessi globali dell'economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri».
Chi pensasse, tuttavia, che in Svizzera «la questione degli stranieri» sia stata sollevata per primi dagli irriducibili nazionalisti dell’UDC, da sempre contrari all'immigrazione di massa, sbaglia di grosso. Non c’è dubbio che essi sono sempre in prima fila per ricordare agli svizzeri benpensanti e distratti che, secondo loro, ci sono in giro troppi delinquenti stranieri, che gli islamici crescono a dismisura, che la libera circolazione degli immigrati europei danneggia il mercato del lavoro svizzero, limita la sovranità nazionale e mina alla radice l’identità stessa della Svizzera; ma «la questione degli stranieri» non è una loro invenzione.
Si dice spesso che l’UDC sia la continuazione storica o per lo meno ideologica dell’«Azione Nazionale» (AN) di Schwarzenbach (anni ’60 e ’70), perché anch'essa mirava a ridurre drasticamente il numero degli stranieri e stroncare definitivamente l’immigrazione di massa, per cui si dovrebbe piuttosto ad essa l’invenzione della «questione degli stranieri». Ma non è stata nemmeno l’AN a sollevare per prima il problema, anche se è dovuto soprattutto ad essa e alle iniziative xenofobe da essa promosse che il popolo svizzero è stato investito in toto della questione e anche di recente, come detto, è stato chiamato a pronunciarsi grosso modo sullo stesso oggetto.

«Inforestierimento» da oltre 100 anni nell'agenda politica svizzera
«La questione degli stranieri» è nell’agenda politica svizzera da oltre un secolo, con toni differenti, ma con contenuti essenzialmente identici. Se ne cominciò a parlare già negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando in Svizzera il numero degli stranieri non faceva che aumentare, passando da 211.035 nel 1880 (7,5% della popolazione residente totale) a 383.424 nel 1900 (11,6%). Ma già allora gli stranieri erano indispensabili e si poteva fare ben poco anche solo per ridurne il numero e la crescita.
Il tema fu ripreso e approfondito a partire dal 1900, ma è solo dal 1914, esattamente cent’anni fa, che rappresenta uno dei capitoli principali della politica federale interna ed estera. Per dare l’idea del fenomeno migratorio all’inizio del secolo scorso bastano poche cifre significative, oltre a quelle menzionate. La maggioranza degli stranieri era costituita da tedeschi, seguiti dagli italiani. Insieme, tedeschi e italiani rappresentavano un elemento determinante in diversi rami economici.
Dai dati del censimento delle aziende del 1905 risulta, ad esempio, che su 616.228 addetti all’industria gli stranieri erano 151.493 ossia il 24,6% (mentre nel 1888 erano appena il 12%). Secondo i dati del censimento della popolazione del 1910, in alcuni rami economici la percentuale di stranieri era altissima. Per esempio, su 1000 addetti, gli stranieri occupati nella costruzione delle ferrovie erano 899, nelle attività teatrali e musicali 770, nei lavori di muratura 582, nella lavorazione della pietra e del marmo 547, nell’attività edilizia 519, nei servizi personali (parrucchieri) 482, ecc.

Non solo manovali
Gli stranieri, anche allora, non erano solo manovali e operai senza qualifica adoperati nelle imprese di produzione o nei servizi domestici, ma anche imprenditori, artigiani, lavoratori qualificati e persino medici, giornalisti, professori universitari. Erano stranieri il 27% dei professori d’università (soprattutto a Friburgo, Basilea e Zurigo), il 20% dei medici, il 27% dei giornalisti, moltissimi capi d’azienda, direttori di banche, ingegneri, tecnici, ecc.
A preoccupare molti svizzeri non era tuttavia solo il numero elevato degli stranieri, ma anche e forse soprattutto il loro ritmo di crescita. Per descrivere il fenomeno, il capo dell’assistenza sociale di Zurigo, C. A. Schmid, nel 1900, parlò di una vera e propria «invasione» di stranieri soprattutto nelle grandi città di Zurigo, Basilea e Ginevra, ma anche a Lugano. Trovò anche un neologismo, «Überfremdung», tradotto poi in italiano «inforestierimento», un termine mai definito chiaramente ma spesso usato e abusato soprattutto per indicare un presunto eccesso di stranieri e d’influenza straniera.
Con questa parola sembrava riassumersi l’essenza del «problema degli stranieri». Si riteneva infatti che la forte presenza straniera potesse compromettere la stabilità e l’identità socioculturale del Paese, introducendo nel contesto svizzero elementi estranei e inassimilabili. Già all'inizio del secolo si cominciò a parlare della necessità di ridimensionare la percentuale degli stranieri sulla popolazione residente, eventualmente naturalizzando automaticamente i discendenti di immigrati nati in Svizzera.

Prima della guerra
Nel primo semestre del 1914 la «questione degli stranieri» era ampiamente dibattuta su tutti i principali giornali nazionali. Era ricorrente la considerazione che lasciar aumentare il numero degli stranieri avrebbe rappresentato per la Svizzera un serio pericolo. C’era invece molta incertezza sulle misure da prendere per limitarlo: controllare meglio gli ingressi, espellere i più pericolosi, aumentare il numero delle naturalizzazioni. Di fronte alla difficoltà di carattere giuridico e internazionale (a causa dei numerosi accordi bilaterali) per adottare le prime, la propensione prevalente era quella volta a intensificare maggiormente l’«assimilazione» e naturalizzare d’autorità gli stranieri nati in Svizzera da genitori anch'essi nati in Svizzera.
Dal 1913/14 il tema dell’«inforestierimento» (Überfremdung) entrò a far parte del linguaggio politico anche nelle aule parlamentari. Furono soprattutto deputati e senatori svizzero-tedeschi ad evocare pericoli derivanti dal «crescente inforestierimento», mentre il governo almeno inizialmente tentava di sdrammatizzare.
Nel gennaio 1914, durante una lunga discussione al Consiglio nazionale su una richiesta di ampliamento della linea ferroviaria lungo il lago di Brienz, uno dei sostenitori intervenne lamentando la grave situazione demografica della regione di montagna a rischio di spopolamento perché i giovani preferiscono emigrare piuttosto che restare senza lavoro, mentre si deve costatare «il fenomeno rattristante e inquietante dell'inforestierimento della nostra Svizzera già più volte evocato in questa sala».
Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel 1914, quando la situazione sembrava ulteriormente peggiorata (il numero degli stranieri era salito a 600.000 e rappresentavano ormai il 15,5% della popolazione residente, addirittura il 17,3% considerando anche i circa 90.000 stagionali), anche il governo cominciò a preoccuparsi.
Nella metà del 1914 lo stesso presidente della Confederazione Hoffmann prese molto sul serio la questione e cominciò a preparare un rapporto «poderoso, di oltre 100 pagine a stampa, redatto con moltissima cura», come annotava un cronista.

Dopo la guerra
Si scrissero rapporti, costituirono commissioni e il Consiglio federale cominciò a studiare «misure contro l’inforestierimento». Nel frattempo i Cantoni di Zurigo, Basilea e Ginevra lanciarono un’iniziativa volta all’introduzione dello «jus soli», per cui chi nascesse in territorio svizzero sarebbe stato automaticamente cittadino svizzero. Il Consiglio federale si disse d’accordo con il progetto, ma lo scoppio della guerra ne impedì tuttavia la discussione nelle Camere federali.
Quando a guerra terminata, la discussione fu ripresa, il Consiglio federale aveva cambiato opinione, come su molte altre cose nei riguardi dell’immigrazione. Già le prime misure adottate subito dopo la guerra stavano a denotare un cambiamento radicale nella politica degli stranieri. Con l’istituzione della Polizia degli stranieri, l’introduzione di rigide misure di controllo alle frontiere e altra burocrazia era chiaro che l’epoca della politica migratoria liberale era definitivamente tramontata. A risentirne furono soprattutto gli italiani.

Giovanni Longu
Berna, 21.05.2014

14 maggio 2014

1914: 3. La Svizzera e la coesione nazionale


Per capire la Svizzera (e gli svizzeri) bisognerebbe capire le sue origini, i suoi miti di fondazione (Guglielmo Tell e il giuramento del Grütli), le sue tradizioni, la sua storia, ma anche la sua geografia (
un paese alpino senza sbocco al mare), il senso delle sue montagne e delle sue vallate, le immagini che di essa hanno tramandato i suoi celebri scrittori e artisti.
Una delle personalità che è riuscita meglio di molte altre a capire l’essenza di questo Paese e a darne un’immagine plastica mi sembra il grande scrittore, drammaturgo e pittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990). Poche settimane prima della sua morte, in occasione del conferimento del premio Gottlieb Duttweiler allo scrittore e uomo politico ceco Václav Havel, Dürrenmatt tenne un discorso rimasto celebre soprattutto, credo, per l’immagine usata a proposito della Svizzera e degli svizzeri.

Svizzera come una prigione?
Friedrich Dürrenmatt
Egli paragonò la Svizzera a una prigione, costruita dagli stessi svizzeri, dove «si sono rifugiati perché soltanto lì si sentono al riparo da eventuali aggressioni, perché fuori di essa tutti si scagliano gli uni contro gli altri». Nello stesso discorso sostenne anche che «gli svizzeri si sentono liberi, più liberi di tutti gli altri, liberi, da prigionieri, nella prigione della loro neutralità».
Di seguito, Dürrenmatt precisava poi il senso delle sue affermazioni, spiegando che il problema è la neutralità svizzera: «La neutralità è motivo di discussione, di sofferenza, ha una connotazione ambivalente: rende liberi perché sicuri di non essere aggrediti e coinvolti nei conflitti del resto del mondo ma, allo stesso tempo, rende prigionieri perché limita la libertà di agire, la possibilità di scendere in campo attivamente. Il problema di questa prigione è dimostrare che essa deve essere vissuta come un baluardo della libertà».
Si può condividere o meno questa immagine di Dürrenmatt, ma non c’è dubbio che una delle chiavi interpretative dell’intera storia svizzera, dal (presunto) giuramento del Grütli al difficile rapporto della Svizzera di oggi con l’Unione Europea, è la concezione della neutralità di un popolo fiero, libero, circondato da grandi potenze spesso in guerra fra loro, protetto solo parzialmente da montagne e senza sbocchi sul mare. Che la geografia di questo Paese abbia creato problemi ai suoi abitanti è innegabile. Ma forse ha ragione Dürrenmatt quando considera l’attaccamento irrinunciabile degli svizzeri alla propria neutralità anche un limite alle possibilità di un intervento diretto e positivo della Svizzera in tante situazioni difficili, soprattutto a livello europeo.

Nascita e scopo della Confederazione
Non si può tuttavia negare, da un punto di vista strettamente storico, che l’attività esterna della Svizzera è sempre stata condizionata dal grado di coesione dei suoi cittadini, da quella che comunemente si chiama «identità nazionale». Basta ricordare com'è nata la moderna Confederazione nel 1848. Solo un anno prima la vecchia Confederazione aveva rischiato di scomparire in seguito alle lotte tra Cantoni cattolici e Cantoni protestanti, sull'orlo della guerra civile. Oltre alla spaccatura confessionale, un’altra linea di demarcazione era costituita dalla frontiera linguistica che spesso opponeva Cantoni tedeschi e Cantoni francesi. Per non parlare delle altre numerose differenze, che rendevano i 22 Cantoni disomogenei e spesso in contrasto.
Per parecchi decenni è sempre stato prioritario rafforzare la coesione nazionale. Del resto è con questa finalità che nel 1848 i 22 Cantoni svizzeri decisero di adottare una nuova Costituzione per fondare la moderna Confederazione, ossia «allo scopo di rassodare la lega dei Confederati, di mantenere ed accrescere l’Unità, la Forza e l’Ordine della Nazione Svizzera» (Preambolo della Costituzione federale del 1848, modificato nell'ultima revisione in «rinnovare l’alleanza confederale e consolidarne la coesione interna, al fine di rafforzare la libertà e la democrazia, l'indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo»).
Da allora, coerentemente, le autorità federali hanno fatto di tutto per evitare che le differenze linguistiche, confessionali, culturali, ma anche economiche potessero degenerare in lotta politica e conflitti sociali. Inoltre, allo scopo di salvaguardare la pacifica convivenza democratica e sostenere lo sviluppo del Paese hanno provveduto fin dall'inizio a creare strutture federali centrali efficienti, a consolidare il diritto federale, unificante ma al tempo stesso rispettoso delle autonomie locali, a fissare eque rappresentanze linguistiche e regionali negli organismi elettivi federali, a favorire l’iniziativa privata in tutti i campi dell’economia, della ricerca e della cultura, a garantire la libera circolazione e la libertà d’insediamento in qualsiasi parte della Confederazione di tutti i cittadini svizzeri, a creare un sistema di perequazione finanziaria sostenibile, ecc.

L’esposizione nazionale del 1914…
Anche l’esposizione nazionale del 1914 doveva contribuire al raggiungimento di tale obiettivo. Essa cadeva in un momento molto particolare, dopo un lungo periodo di crescita economica, tecnologica e culturale che la Svizzera doveva consolidare, e alla vigilia del primo grande conflitto mondiale che stava per divampare alle sue frontiere e che avrebbe potuto coinvolgerla, almeno indirettamente.
Nello spirito dei tempi, tra patriottismo e nazionalismo, quale mezzo più efficace per esaltare i valori di un popolo di una esposizione che proponesse ai milioni di visitatori i progressi compiuti dalla scienza e dalla tecnica nell'industria, nel commercio, nelle comunicazioni, ma anche nella cultura e nella qualità della vita di un’intera nazione rivolta decisamente al futuro? Nelle intenzioni degli organizzatori era un’occasione che avrebbe senz'altro favorito l’identità e persino un certo orgoglio nazionale.
Allo stesso tempo, tuttavia, dato il particolare momento storico, l’esposizione al grande pubblico nazionale e internazionale delle ultime conquiste tecnologiche e dell’alto livello di benessere raggiunto dal popolo svizzero doveva proporre alle altre Nazioni l’immagine di un Paese unito, moderno, efficiente, bene organizzato, economicamente solido e proiettato verso il futuro.
Qualcosa di simile era già avvenuto nell'esposizione del 1883 a Zurigo (un anno dopo l’inaugurazione del tunnel ferroviario più lungo del mondo) e in quella del 1896 di Ginevra (esaltazione dei macchinari e dell’elettricità). Quella del 1914 doveva rappresentare una sorta di somma dei progressi compiuti dalla Svizzera in tutti i campi, degna di meritare considerazione e rispetto da parte del mondo intero. L’identità nazionale doveva risultarne rafforzata all'interno come all'esterno.

…«manifestazione possente dell’attività nazionale»
E’ significativo in proposito il discorso d’inaugurazione dell’esposizione che il 15 maggio 1914 tenne il Presidente della Confederazione Arthur Hoffmann.
Arthur Hoffmann
Dopo aver ricordato che «questo giorno di festa è il coronamento di lunghi anni di intenso lavoro, e di ammirevole laboriosità» passò ai ringraziamenti: «Grazie, a tutto il popolo svizzero. Grandi e piccoli, poveri e ricchi, possenti e deboli, dal direttore al manovale, dall'artista al più modesto artigiano, dal grande industriale al semplice contadino, ciascuno ha contribuito all'opera immensa e merita oggi la nostra riconoscenza e la nostra ammirazione incondizionata. Noi possiamo dire con fierezza che questa esposizione è una manifestazione possente dell'attività nazionale. Essa è altresì un programma per l'avvenire. Non ignoriamo le difficoltà e le barriere colle quali si urta il nostro sviluppo economico».
Estendendo l’orizzonte anche fuori della Svizzera, Hoffmann, non nascose la sua soddisfazione di costatare che la Svizzera ha dovuto e saputo superare numerosi ostacoli: «Ovunque noi volgiamo gli sguardi, troviamo ostacoli insuperabili, ovunque troviamo l'aspro combattimento contro la concorrenza straniera. Felicitiamoci, tuttavia, che malgrado gli ostacoli, e a dispetto della svantaggiosa situazione del nostro Paese privo di sbocchi al mare e povero di materia prime, noi siamo riusciti a condurlo a uno dei primi posti nel commercio delle nazioni. Difendere questa conquista e aumentarla, deve essere l'obbiettivo delle forze riunite tra popolo e autorità svizzere».
Probabilmente Hoffmann era sinceramente convinto che da questa esposizione l’identità e la coesione nazionale sarebbero uscite rafforzate e avrebbero costituito una garanzia per la solidità dell’immagine della Svizzera nel panorama internazionale. Questo era almeno il suo auspicio. Non poteva certo rendersi conto che le difficoltà erano tutt'altro che superate definitivamente. In effetti si verificarono ben presto dissidi interni, ad esempio tra romandi e svizzeri tedeschi, già durante la guerra e anche in seguito. Tuttavia, il sentimento di appartenenza ad una nazione unita e forte, decisa a difendere con ogni mezzo la sua sovranità e integrità andò sempre più rafforzandosi nella coscienza svizzera fino ai nostri giorni.

Aprirsi all’Europa
Per questo ritengo che, almeno nel complesso, l’obiettivo primordiale della Confederazione della coesione e dell’identità nazionali, ribadito a più riprese nella storia della Svizzera e anche in occasione dell’esposizione del 1914, è stato ampiamente raggiunto. Pertanto, probabilmente è venuto il momento di andare oltre, di abbandonare certe posizioni troppo difensive (tipo: «la Svizzera non è una colonia europea», «contro l’adesione strisciante all’UE», ecc.), di superare l’ostacolo di cui parlava Dürrenmatt e aprirsi maggiormente alle moderne problematiche dell’integrazione europea, della libera circolazione non solo dei beni e dei servizi ma anche delle idee e delle persone, dell’«Europa senza frontiere» e simili.

Giovanni Longu
Berna, 14.5.2014

07 maggio 2014

1914 – 2. La politica immigratoria svizzera a una svolta


La Prima guerra mondiale segna una svolta fondamentale nella politica immigratoria svizzera. Con la chiusura delle frontiere allo scoppio della guerra, la Svizzera ha modo di ripensare la sua politica nei confronti degli stranieri, fino ad allora incentrata su un modello di libera circolazione delle persone, in base ad accordi bilaterali soprattutto con gli Stati confinanti. Dalla fine della guerra, le frontiere non saranno più totalmente aperte, nemmeno per gli immigrati provenienti dai cosiddetti Paesi «amici», Italia compresa.

Prima del 1914
Sono convinto che per capire questo Paese, e soprattutto la sua politica nei confronti degli stranieri, sia indispensabile dedicare qualche momento di attenzione a quel che è avvenuto anche in Svizzera, pur non essendo direttamente coinvolta nel conflitto, immediatamente prima, durante e dopo la prima guerra mondiale.
Anzitutto è opportuno ricordare che se la guerra non scoppiò per caso (l’assassinio a Sarajevo, il 28 giugno 1914, dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, fu solo un pretesto) o del tutto inaspettata, gran parte degli Stati coinvolti fin dall'inizio non erano preparati a un conflitto che sarebbe durato anni. Soprattutto la Svizzera si trovò del tutto impreparata, non già alla guerra ma alle sue possibili conseguenze come Paese circondato da Paesi belligeranti.
La Svizzera, pur essendo sempre stata prudente o addirittura diffidente del comportamento degli Stati confinanti, confidava in una sorta di protezione del suo statuto di Paese neutrale senza nemici. Si sentiva come un’isola (più o meno felice e comunque, di diritto, inviolabile) e ne approfittava per consolidare il suo sviluppo nel campo delle infrastrutture del traffico (completamento della rete ferroviaria e ampliamento di quello stradale), nella produzione agricola e industriale, nelle relazioni commerciali con l’estero, nel turismo interno e internazionale, negli sport invernali, nell'edilizia pubblica e privata, nelle arti e nella cultura in generale. Era il periodo fiorente della Belle Epoque.

Progresso e disagio sociale
La Svizzera cominciava ad essere rinomata non solo come piccola potenza industriale e polo d’attrazione turistica, ma in generale per il suo livello di benessere, anche se non concerneva ancora tutti. Da oltre un decennio aveva dimenticato di essere stato un Paese di emigrazione, ma si rendeva ben conto di essere diventato ormai un Paese d’immigrazione. Quasi il 15 per cento dei suoi abitanti erano infatti stranieri (oltre mezzo milione), soprattutto germanici e italiani.
Emigranti italiani alla stazione di Briga
Anche i numerosi italiani (oltre 200 mila) avevano, forse, dimenticato le violenze subite soprattutto a Berna (1893) e a Zurigo (1896) e molti ormai avevano adottato di fatto la Svizzera come seconda patria. Altri, invece, dovranno più tardi lasciarla per andare a combattere per la prima. Per evitare l’arruolamento forzato, molti emigrati chiesero e ottennero la naturalizzazione.
Alla vigilia della guerra, il lavoro in Svizzera abbondava, ma la settimana lavorativa era ancora lunga (sebbene fosse stata da poco ridotta da 65 e 59 ore, 10 al giorno), i salari in molte fabbriche rimanevano bassi e gli operai e i loro sindacati ricorrevano spesso a scioperi di protesta per cercare di aumentarli. Dall'inizio del secolo i rapporti sociali erano tesi e a farne le spese erano soprattutto gli stranieri, ritenuti ormai troppi, invasivi, indisposti all'integrazione, pericolosi sotto molti punti di vista.

Il «problema degli stranieri»
Ovunque si cominciava a discutere del «problema degli stranieri», soprattutto dopo che a Zurigo si era sintetizzata la questione in un unico termine «Überfremdung», poi tradotto in italiano come «inforestierimento», col quale si tendeva dapprima a designare un fenomeno sociologico di non facile interpretazione, poi sempre più a considerare gli stranieri un pericolo e addirittura la causa della precarietà del lavoro, dello sfruttamento salariale, della penuria di alloggi e di molto altro ancora.
Con lo scoppio della guerra il problema degli stranieri passò in second’ordine e divenne prioritario, ovviamente, come far fronte alla guerra, la preparazione dell’esercito, l’allestimento di una forza aerea (ancora inesistente), l’approvvigionamento del Paese, ecc. Per la Svizzera era chiaro, sebbene non avesse da temere (quasi) niente perché nessuno Stato le era nemico, sarebbe intervenuta contro chiunque avesse violato il suo territorio. Per questo doveva essere pronta.
Il problema della Überfremdung non verrà tuttavia abbandonato e sarà ripreso subito dopo la guerra. 
Giovanni Longu
Berna, 7 maggior 2014



1914 – 1. L’esposizione nazionale di Berna


Quest’anno ricorre il centenario dell’inizio della Grande Guerra. Sarà ricordato in mille modi in tutto il mondo per le enormi conseguenze che il conflitto ha provocato, soprattutto in Europa. In questa rubrica lo si evoca solo marginalmente per focalizzare l’attenzione, in una breve serie di articoli, sulla situazione della Svizzera in quel periodo, sui rapporti italo-svizzeri di allora soprattutto in relazione all’immigrazione italiana in Svizzera e sulle condizioni degli stranieri e particolarmente degli immigrati italiani negli ultimi decenni prima della guerra.

La «Belle Epoque»
In questo primo articolo desidero ricordare un evento emblematico del 1914, che segnò la fine di un’epoca, la «Belle Epoque», terminata bruscamente con una guerra che insanguinò non solo l’Europa lasciando sul terreno milioni di morti, distruzioni e, purtroppo le premesse per altre disgrazie all’Europa e all’umanità.
Tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della prima guerra mondiale l’Europa conobbe un periodo, purtroppo breve, la cosiddetta «Belle Epoque», in cui le invenzioni e le realizzazioni tecniche dell’Ottocento cominciavano a produrre nella vita quotidiana benefici mai conosciuti prima su così vasta scala. Ovunque dominava l’ottimismo, a tal punto che le classi politiche di allora e la stessa opinione pubblica non si accorgevano dei segnali di pericolo che pure si manifestavano soprattutto nelle relazioni tra le grandi potenze e all’interno di alcune di esse. Basti pensare alle tensioni tra la Francia e la Germania per il dominio sull’Alsazia e la Lorena, alle ambizioni della Russia o ai contrasti tra l’Austria-Ungheria e la Serbia.
Anche in Svizzera la modernità produceva i suoi frutti. La popolazione cresceva, la speranza di vita aumentava, il tasso di mortalità diminuiva (anche se era ancora alto il tasso di mortalità infantile), molte malattie venivano debellate (grazie ai progressi della medicina, soprattutto dopo la scoperta del vaccino), aumentava quella che allora si chiamava «igiene sociale», le città s’ingrandivano e si abbellivano (nuovi piani urbanistici con nuove e più ampie strade, nuovi edifici, illuminazione elettrica, tram, ecc.), le comunicazioni erano notevolmente migliorate per ferrovia, su strada e sui laghi, il tenore di vita soprattutto nelle città si elevava, si diffondevano i beni di consumo, il turismo nelle città e in montagna era praticato da un numero sempre crescente di persone, i luoghi di divertimento si moltiplicavano (teatri, cinematografi, campi sportivi, piscine), l’informazione era facilitata (giornali, radio), ecc.

L’esposizione di Berna
Per rendere evidente il successo economico della Svizzera, nel 1914 venne organizzata a Berna (nella zona Länggasse/Neufeld/Viererfeld) la terza esposizione nazionale dopo quella di Zurigo (1883) e Ginevra (1896), che ebbero un grande successo. La successiva avrà luogo nuovamente a Zurigo nel 1939.
Area dell'esposizione nazionale di Berna del 1914
L’inaugurazione dell’esposizione di Berna ebbe luogo il 15 maggio con un lungo corteo che portò invitati e cittadini dalla stazione principale alla zona dell’esposizione. In questa manifestazione la Svizzera mise in mostra soprattutto il suo sviluppo in campo turistico (protezione della natura e ramo alberghiero) e alimentare (non solo cioccolato, ma latte condensato, minestre concentrate e ristorazione in generale). Anche questa esposizione riscosse grande successo, nonostante lo scoppio della grande guerra, ed è un peccato che non abbia lasciato tracce nei luoghi dove fu allestita, anche se si conservano ovviamente fotografie, disegni e articoli di stampa.
La Svizzera celebrava i suoi successi nell’economia, nei trasporti, nella ricerca. Tutte le principali branche dell’economia erano rappresentate. Vi era rappresentata anche la nascente aviazione svizzera, il ramo civile e quello militare appena istituito con scarsi mezzi e pochi piloti. Si voleva mostrare alla Svizzera e al mondo il quadro grandioso ed unitario, le fonti di benessere e le realizzazioni dell’attività del popolo svizzero.

Italia-Svizzera 1:0
Padiglione della Maggi
A pochi giorni dall’inaugurazione, il 17 maggio, ci fu anche un’amichevole di calcio allo stadio Neufeld, nell’area dell’Expo, tra la Svizzera e l’Italia. Vinse l’Italia 1:0. Non aveva mai vinto fino ad allora. Le tre precedenti amichevoli tra il 1911 e il 1914 erano infatti terminate con due pareggi e una vittoria della Svizzera per 3:0 (il 21.5.1911).
Nonostante fosse scoppiata nel frattempo la guerra, lo spettacolo continuò secondo il programma. Dicono le cronache che l’esposizione fu un grande successo sia per l’alto numero degli espositori (circa 8000) e sia, soprattutto, il numero di visitatori (3,2 milioni di entrate a pagamento). Aggiungono anche, però, che per la Svizzera furono praticamente gli ultimi giorni sereni del Paese prima della mobilitazione generale. Infatti il 1° agosto cominciava la mobilitazione dei 220.000 uomini e un lungo periodo di restrizioni e di sacrifici anche per la ricca Svizzera.
Nata per celebrare una sorta di «miracolo economico» della Svizzera, l’esposizione nazionale di Berna si trasformò alla fine in un’occasione per tenere maggiormente uniti i confederati rafforzando la coscienza nazionale.
Giovanni Longu
Berna, 7 maggior 2014
         

06 maggio 2014

Riforma del Senato italiano e la Svizzera


Seguo con interesse e stupore la discussione nei media italiani sulla riforma del Senato. Mi colpisce soprattutto la confusione. Solo poche settimane fa sembrava che da parte del governo lo si volesse abolire, poi il tiro è stato corretto dicendo che non sarà abolito ma solo svuotato degli attuali poteri. Si parla di una «riforma radicale» del Senato, ma senza dire come sarà e a che cosa dovrebbe servire. Senza poteri, ha osservato più d’uno, tanto varrebbe abolirlo del tutto. Meglio no, hanno risposto in tanti, ma senza precisarne la nuova natura, la sua composizione, i reali poteri. In molti s’interrogano se davvero, almeno in questa legislatura, si arriverà mai a una riforma «radicale» del Senato.


Discussione confusa
Parte della confusione sembra nascere dalla premessa indimostrabile, secondo cui il «bicameralismo perfetto» (Senato e Camera con gli stessi poteri) nuoce alla governabilità e alla legislatura (nell'accezione di fare le leggi). Politici (Enrico Letta e Matteo Renzi compresi) ed esimi costituzionalisti (uno per tutti Michele Ainis) pensano che esista solo in Italia, una vera iattura da cui occorre liberarsi al più presto, ignorando che il «bicameralismo perfetto» esiste, ad esempio, in un Paese vicinissimo all’Italia, la Svizzera, dove nessuno pensa di abolirlo. Se in Italia non funziona, prima di abolirlo bisognerebbe chiedersi almeno perché e cercare eventuali rimedi per correggerne le disfunzioni.
Gran parte della confusione deriva invece, a mio parere, dal metodo utilizzato: si discute più sulla forma del futuro Senato che sui contenuti. Si sono creati fronti contrapposti tra chi vorrebbe ancora un organismo elettivo e chi, invece, solo un’assemblea di designati in rappresentanza degli enti territoriali, con una forte componente di nominati dal Capo dello Stato. Ma del sistema di elezione o dei criteri di designazione nessuno è in grado di fornire indicazioni precise. Anche sul numero dei membri c’è discordia, per non parlare della loro rappresentanza e responsabilità, del loro finanziamento, ecc.
Dei contenuti del nuovo Senato finora si parla solo in termini molto generici e per lo più in forma negativa. Una delle affermazioni più frequenti è quella che definisce la futura assemblea come «Senato delle autonomie». In realtà queste «autonomie» non sono ancora ben definite , tant’è che nella discussione si parla indifferentemente di Regioni (comprese le Regioni a statuto speciale?), Macroregioni, Province (le stesse che si vorrebbe abolire e in via di smantellamento?), Grandi Città, Città metropolitane, Comuni.

Poteri o consigli?
Dei poteri del futuro Senato si dice, in negativo, ch'esso non avrà più gli stessi poteri della Camera dei deputati, che non avrà più né il potere legislativo, né il potere di controllo (voto di fiducia) sul Governo e non dovrà più approvare il bilancio dello Stato. Nessuno è in grado di spiegare quali poteri autoritativi potrebbe ancora avere soprattutto nel caso che fosse composto di membri non eletti ma designati. Il nuovo Senato sarà ancora una componente del Parlamento (Parte II Titolo I della Costituzione) o una sorta di assemblea consultiva per dispensare pareri e consigli?
Il colmo di questa strana discussione sui poteri o non poteri del nuovo Senato è che proprio tra i sostenitori di un Senato per così dire «leggero» e sostanzialmente depotenziato ci sono parecchi parlamentari che fanno affidamento proprio sui senatori per correggere presunte anomalie del decreto lavoro approvato alla Camera, della legge elettorale e naturalmente per la riforma del Senato.
Mi sembra un buon segnale, perché diversamente verrebbe da pensare che, un domani, con una sola Camera, si potrebbe arrivare facilmente a una sorta di dittatura della maggioranza, costituita dal partito uscito vincitore dalle elezioni. Una tale maggioranza condizionerebbe non solo l’attività legislativa, ma anche l’esecutivo, l’elezione del Presidente della Repubblica e la stessa composizione della Corte costituzionale. In altre parole non esisterebbero contrappesi allo strapotere del partito di maggioranza, soprattutto se dovesse sottostare al principio del pensiero unico.

Perché non un’assemblea costituente?
Probabilmente le disfunzioni del «bicameralismo perfetto» si potrebbero risolvere diversificando (non depotenziando) le funzioni delle due Camere, riducendo drasticamente il numero dei componenti, modificando i regolamenti interni. Inutile perdere tempo a litigare sulla forma di elezione o nomina dei senatori. Se dovranno rappresentare le istituzioni (o entità) territoriali, è bene che siano esse stesse a scegliere la forma di elezione, purché di elezione mirata si tratti. In Svizzera, ad esempio, i rappresentanti dei Cantoni (Senatori) sono eletti su base cantonale, generalmente col sistema maggioritario, lo stesso giorno in cui viene eletto il Consiglio nazionale (corrispondente alla Camera dei deputati), eletto generalmente col sistema proporzionale.
Roma, Palazzo Madama, sede del Senato
Di fronte a tali incertezze e confusioni, mi viene un dubbio, concernente sia il metodo di discussione e sia la sostanza, ossia che le vere riforme non si vogliano nemmeno avviare in questa legislatura, da questa strana maggioranza e da questo strano governo (dal punto di vista della legittimazione popolare). Tanto varrebbe eleggere un’apposita assemblea costituente, che proponga entro un anno la riforma dell’architettura dello Stato e, in particolare, l’organizzazione territoriale (in senso federalistico basato sulla sussidiarietà e sulla solidarietà), l’organizzazione del potere legislativo (bicameralismo funzionale), l’organizzazione dell’esecutivo (tipo sistema presidenzialista o cancellierato) e l’organizzazione della magistratura.
Diversamente si corre il rischio di perdere tempo, di approvare mezze riforme in gran parte inutili e rinviare ulteriormente le vere riforme utili all’Italia.

Giovanni Longu
Berna, 6.5.2014

30 aprile 2014

F35, Gripen e «credibilità» della Svizzera


Parafrasando Machiavelli si potrebbe dire che se gli uomini fossero tutti buoni…non si farebbero le guerre e non ci sarebbe quindi bisogno né di eserciti né di aerei da combattimento. Purtroppo non tutti gli uomini sono buoni e non tutti hanno la buona consuetudine di rispettare gli altri, ne convengono anche i pacifisti.
Sta di fatto che, tranne pochissime eccezioni, tutti gli Stati del mondo prevedono nei loro bilanci una voce di spesa rilevante destinata al proprio esercito e agli armamenti.
Non per nulla, anche in tempi di crisi, il commercio delle armi è sempre fiorente, tanto da suscitare qualche legittimo sospetto. Se ne è fatto portavoce qualche settimana fa Papa Francesco, il quale, parlando della guerra fratricida in Siria, ha affermato che «rimane sempre il dubbio se sia una guerra per qualcosa o una guerra del commercio illegale per vendere armi».
Negli Stati democratici, tuttavia, le spese militari sono sempre più oggetto di contestazioni, soprattutto quando la crisi crea grandi difficoltà economiche ed esistenziali a molti cittadini. Perché spendere in costosissimi armamenti, si chiedono in tanti, quando con quei soldi si potrebbe alleviare la sofferenza di milioni di persone? Tant’è che nessuno Stato vi rinuncia, anche se talvolta qualcuno è costretto dalle circostanze a ridimensionare la spesa.

Italia e Svizzera a confronto
Due degli Stati in cui attualmente si discute di spese militari e in particolare dell’acquisto di costosissimi aviogetti sono l’Italia e la Svizzera. L’approccio è però alquanto diverso. In Italia, ancora alle prese con una profonda crisi economica e sociale, il problema si pone essenzialmente in termini di opportunità e di risparmio. In Svizzera, invece, l’aspetto finanziario è tutto sommato secondario rispetto a un aspetto più politico e ideologico.
Anzitutto va ricordato che l’Italia, essendo inserita in un sistema di alleanze ben diverso da quello della Svizzera, non è confrontata con la necessità di provvedere da sola alla propria sopravvivenza nell'eventualità di un’aggressione. Il sistema NATO (Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord), di cui fa parte l’Italia, prevede infatti una «difesa collettiva». E’ vero che ogni membro deve contribuire proporzionalmente alle spese complessive dell’alleanza, ma è evidente che sono possibili deroghe, ritardi, forme di compensazione ecc.
F/A-18 in volo sulle Alpi
Il caso della Svizzera è diverso. Non volendo far parte di alcuna alleanza militare in virtù del suo statuto di Paese neutrale (fin dal Congresso di Vienna del 1815), ha sempre dovuto provvedere da sé alla salvaguardia della propria sovranità nazionale, senza delegarla ad altri.
Una prima conseguenza di questa diversità fondamentale tra i due Paesi riguarda le spese da sostenere, proporzionalmente inferiori per l’Italia e superiori per la Svizzera. Basti ricordare la flessibilità dimostrata da vari governi italiani circa l’acquisto dei cacciabombardieri F-35, di cui si discute da anni. Il loro numero, previsto inizialmente in 131, è stato ridotto a 90 dal governo di Mario Monti e non è escluso che l’attuale governo di Matteo Renzi apporti altri tagli.
Oltretutto molti obiettano a Renzi che l’acquisto di costosissimi bombardieri mal si concilia col principio costituzionale secondo cui «l’Italia ripudia la guerra» (Costituzione, art. 11). Nelle motivazioni del Governo ovviamente non ci sono solo considerazioni di ordine finanziario o ideologico, ma anche di politica internazionale (vincoli NATO).
In Svizzera, invece, alla base delle decisioni di grandi spese militari ci sono solitamente motivazioni di principio (credibilità della difesa nazionale) e secondariamente considerazioni di ordine finanziario. Prima ancora di chiedersi quanto costano gli aviogetti prescelti, politici e cittadini si domandano se sono quelli più adatti al ruolo che dovranno svolgere come elemento strategico di una difesa credibile.
Un’altra differenza, di non poco conto, tra i due Paesi nell’affrontare le grandi spese militari è che in Italia le decisioni dipendono essenzialmente dal governo e dalla sua maggioranza in Parlamento. In Svizzera, invece, anche riguardo agli investimenti per la difesa nazionale l’ultima parola spetta al popolo, come avverrà anche fra meno di un mese.

Gripen al vaglio popolare
Il 18 maggio 2014 il popolo svizzero è infatti chiamato a decidere sul referendum promosso contro  la legge istitutiva del «Fondo Gripen», ossia un fondo per l’acquisto di 22 moderni aerei da combattimento svedesi Gripen. Questi dovrebbero servire per sostituirei 54 aviogetti F-5 Tiger, ormai obsoleti e prossimi ad essere abbandonati (2016), e per integrare la flotta dei 32 F/A-18, che dovrebbero essere messi fuori servizio verso il 2030.
Prototipo di cacciabombardiere Gripen 
Il ricorso al voto popolare sta ad indicare che la spesa prevista per avere i costosissimi velivoli è contestata da una parte della popolazione, sebbene il loro acquisto sia stato deciso democraticamente dal Governo e dal Parlamento. Ma la consultazione popolare sta ad indicare soprattutto un elemento della democrazia elvetica ben più importante dell’oggetto specifico su cui si voterà. La difesa in questo Paese è sentita come un problema «nazionale» per cui è giusto che sia il Popolo sovrano a dire l’ultima parola non tanto sul sistema specifico di protezione da adottare, quanto sulla sua validità e credibilità.
Nei dibattiti sulle spese militari, anche in Svizzera si è sempre discusso sulla loro opportunità. Ricordo, ad esempio, una discussione al Consiglio nazionale alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, in cui il capo del Dipartimento militare federale Rudolf Gnägi sosteneva che il bilancio del suo dipartimento non poteva essere ulteriormente ridotto (come chiedevano alcuni) se non si voleva rinunciare alla «credibilità» dell’esercito: «o si mantiene un esercito degno di questo nome oppure è meglio abbandonare tutto!».
Dai banchi degli oppositori si levò la voce del socialista autonomo Werner Carobbio che disse: non sarebbe poi tanto male, visto che un esercito moderno costa caro e per la Svizzera è in fin dei conti inutile. Oggi, riteneva, non vi è alcun rischio di una aggressione armata e, se dovesse verificarsi, la Svizzera non sarebbe comunque in grado di opporsi alle grandi potenze.
Quella volta il Parlamento non fu dello stesso avviso e forse non lo sarà nemmeno il popolo svizzero fra meno di un mese, soprattutto dopo l’avvertimento del ministro della difesa Ueli Maurer secondo cui stavolta non si tratta del semplice acquisto di un aereo da combattimento ma di molto di più: «Il voto del 18 maggio è cruciale per l’indipendenza e la sicurezza del nostro Paese».

Credibilità ed efficacia
Sul tema della «credibilità» delle forze armate svizzere e specialmente dell’aviazione si può discutere ma non si può negare ch’esso sia ritenuto fondamentale. Esso è stato al centro delle scelte della politica militare svizzera fin dagli inizi della moderna Confederazione. L'esistenza di un esercito svizzero efficiente e quindi la necessità delle spese per il suo mantenimento sono da sempre incontestate dalla massa della popolazione e dai grandi partiti che determinano la politica elvetica.
Quando all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia (1981) qualche politico italiano aveva auspicato l’annessione del Cantone Ticino, il generale svizzero Guillaume-Henri Dufour aveva rassicurato i politici svizzeri e la popolazione perché «l’esercito è pronto!» («Die Armee ist da!») e poteva disporre di 100.000 uomini (compresi i riservisti) più 50.000 uomini della milizia territoriale (Landwehr). Tutti ben equipaggiati, istruiti e ben armati, che avrebbero impedito a chiunque di violare impunemente la frontiera svizzera. La Svizzera non è mai stata attaccata.

Origini e sviluppo dell'aviazione militare svizzera
Alla vigilia della prima guerra mondiale, mentre tutti i Paesi confinanti avevano già almeno un embrione di aviazione militare, la Svizzera ne era totalmente priva perché la Confederazione non aveva i soldi nemmeno per addestrare i piloti. Per sopperire a questa mancanza, nel 1914 venne promossa una colletta nazionale privata che apportò circa 1,7 milioni di franchi. Con questa somma ebbe inizio, per volontà popolare, il primo nucleo dell’aviazione militare svizzera, che quest’anno celebra il suo primo centenario. Venne organizzata la prima centrale di addestramento (nove piloti in tutto) in un’area vicino a Berna (Beundenfeld ) e vennero acquistati o presi in affitto i primi otto velivoli.
Tra le due guerre mondiali l’aviazione militare svizzera si sviluppò notevolmente colmando la distanza che la separava da quelle dei Paesi vicini. Durante la guerra intervenne solo poche volte, ma lasciò intendere di essere credibile ed efficace. Molti aerei erano tenuti pronti ad intervenire in enormi cavarne ricavate nelle montagne, dove furono anche allestite molte piste.

Svizzera: né agnello né superlupo
La Svizzera, in quanto Paese neutrale, ha sempre sperato di non essere attaccata, ma ha sempre ritenuto di doversi difendere efficacemente se attaccata.. Molti anziani ricordano ancora la paura di un attacco tedesco (la cosiddetta «operazione Tannenbaum») durante la seconda guerra mondiale e la volontà della piccola Svizzera di resistere a tutti i costi.
Max Frisch ricordando quegli anni, ha scritto: «La nostra volontà di difesa si fondava sulla speranza che la semplice esibizione della nostra volontà di difesa dissuadesse il nemico».
Un altro scrittore svizzero, Friedrich Dürrenmatt, ha riassunto questo atteggiamento con una immagine presa dal mondo animale: «La Svizzera è un superlupo che, nel momento in cui afferma di essere neutrale, dichiara di essere un superagnello. In altre parole: la Svizzera è un superlupo che proclama di nutrire intenzioni aggressive nei confronti degli altri superlupi. Il successo è sorprendente: nemmeno il superlupo Hitler divorò il superlupo Svizzera travestito da agnello».
Non credo che la Svizzera sia un superlupo, come non sono sicuramente superlupi gli altri Paesi dell’Unione Europea. Pertanto, fuori metafora, non sarebbe il caso di credere piuttosto in una Unione europea meno aggressiva e più solidale? Trasformando le spese militari, almeno quelle più consistenti, in spese sociali e di progresso, insieme si potrebbe andare molto lontano ed essere ancor più credibili.

Giovanni Longu
Berna, 30.04.2014

16 aprile 2014

Democrazia e istituzioni


In Svizzera si discute ancora della votazione del 9 febbraio scorso, quando la maggioranza del popolo svizzero (ovviamente di quella parte che si è recata a votare), si è pronunciata per una limitazione dell’immigrazione di massa.

Ne discutono non solo gli svizzeri, ma anche gli stranieri. Persino il presidente della Repubblica federale di Germania Joachim Gauck ne ha parlato in un’intervista alla televisione svizzera qualche giorno prima della sua visita ufficiale nella Confederazione (1° aprile 2014). Il suo accenno a quella votazione non è passato inosservato perché, nonostante il tono molto pacato, Gauck non ha nascosto la sua delusione per l’esito di quella votazione. Più in generale, egli ha fatto notare i rischi che la «democrazia diretta» può correre, quando si pretende di far decidere il popolo con un sì o un no su questioni molto complesse e con implicazioni di ampia portata.

Opinioni a confronto
L’intervento del presidente Gauck non voleva essere sicuramente una critica specifica della democrazia svizzera, ma l’espressione di un’opinione (del resto molto diffusa anche in Svizzera), secondo cui la democrazia diretta «comporta dei pericoli, quando si tratta di decidere su temi complessi con implicazioni internazionali». Già i latini ritenevano saggio non disputare sulle opinioni come sui gusti («de gustibus non disputatur»), eppure quell'opinione è apparsa ad alcuni come una vera e propria critica e una scortesia nei confronti di una delle democrazie più vecchie del mondo.
Opportunamente, con lo stesso tono pacato, il ministro degli esteri svizzero Didier Burkhalter ha voluto ricordare, probabilmente non solo all'illustre ospite, che per gli svizzeri la democrazia diretta è come il sangue nel corpo: «Toglierci anche solo un pezzo di democrazia diretta significherebbe togliere il sangue a questo Paese». Non credo, tuttavia, che lo stesso Burkhalter intendesse negare che con la democrazia diretta talvolta si corrono grossi rischi e che può capitare che certe decisioni, come quella sull'immigrazione, possono suscitare perplessità e reazioni anche poco comprensibili (dal punto di vista svizzero) come l’interruzione della collaborazione europea in materia di formazione e di ricerca.
La discussione è evidentemente aperta e la contrapposizione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa non può certo essere decisa con una scelta perentoria e definitiva. Se infatti la democrazia diretta ha i suoi inconvenienti, non ne ha certamente meno quella rappresentativa. Basterebbe riflettere sui modi con cui i partiti scelgono o, più spesso, nominano i candidati eleggibili, sull’influenza dei media e dell’economia per promuovere o scardinare certe candidature, sulla reale possibilità di scelta consapevole degli elettori, sul vincolo di rappresentanza e di mandato che gli eletti ricevono, sul genere di controllo che gli elettori possono o, più spesso, non possono esercitare nei confronti dei propri rappresentanti, ecc. ecc.

Democrazia diretta o rappresentativa?
Non faciliterebbe la scelta giusta tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa nemmeno la distinzione tra decisione popolare e decisione impopolare. Non sempre, infatti, una decisione presa a maggioranza dei cittadini, è «giusta», nel senso di utile ed efficace, mentre una decisione presa a maggioranza dei rappresentanti dei cittadini elettori, anche quand’è impopolare è di per sé «ingiusta», nel senso di contraria agli interessi del popolo. Ovunque, si sa, sono impopolari, ma spesso utili e giustificate, le decisioni che impongono il pagamento di nuove tasse o di quelle dovute, ad esempio nel caso di una evasione fiscale generalizzata, pena pesanti sanzioni anche nel caso della piccola evasione.
Essendo estremamente difficile definire a priori (cioè prima di poterne verificare gli effetti) ciò che è giusto e ingiusto nella legislazione, la soluzione sta probabilmente in un sano pragmatismo e nella capacità di ciascun popolo di darsi istituzioni sufficientemente credibili ed efficienti, in grado di soddisfare al meglio la fiducia e le attese dei cittadini.

Funzionamento delle istituzioni e democrazia
La questione se sia preferibile la democrazia diretta o quella rappresentativa è certamente legata anche al giudizio che i cittadini danno sulle proprie istituzioni, ma resta ugualmente aperta con qualunque tipo di giudizio. La democrazia diretta non dipende tanto dal funzionamento (buono, mediocre, scarso) delle istituzioni quanto piuttosto da ragioni storiche, istituzionali, ecc. Anche la democrazia rappresentativa non dipende dal buono o cattivo funzionamento delle istituzioni, ma non c’è dubbio che il cattivo funzionamento delle istituzioni rappresenta sempre un pregiudizio grave della democrazia. Basterebbe pensare alla corruzione, all’evasione, alla malavita organizzata, ecc.

In conclusione, piuttosto che disquisire sulle varie forme di democrazia, tanto varrebbe adoperarsi maggiormente per il buon funzionamento delle istituzioni esistenti, per il loro ammodernamento, per renderle più chiaramente al servizio dei cittadini e non viceversa.
Se poi si volessero mettere a confronto, ad esempio, la democrazia diretta svizzera e quella rappresentativa italiana, ciascuno è in grado di valutare gli aspetti positivi e negativi dell’una e dell’altra, prendendo come termine di riferimento il benessere derivante ai singoli e alla società, ma anche il grado di soddisfazione dei cittadini nelle istituzioni che li rappresentano.
Giovanni Longu
Berna, 16.04.2014


Frontiere semiaperte e contenzioso italo-svizzero


Non c’è dubbio, negli ultimi decenni le maglie delle frontiere della Svizzera si sono allentate per lasciar passare nei due sensi milioni di persone tra turisti, commercianti, migranti e persino delinquenti. Sono divenute masse le persone che quotidianamente vengono in Svizzera dalla Germania, dall’Italia e dalla Francia per motivi di lavoro e magari la sera riprendono la via del ritorno. I frontalieri tedeschi sono ormai 57.000, quelli francesi circa 150.000, quelli italiani oltre 65.000. Questi ultimi costituiscono addirittura circa un terzo della forza lavoro complessiva del Ticino.
Da alcuni anni, tuttavia, una parte considerevole del popolo svizzero sente questo continuo passaggio della frontiera, spesso senza alcun controllo, come un’esagerazione e persino una minaccia alla stabilità economica, sociale e politica della Svizzera. Ritiene che le maglie della frontiera debbano essere più serrate per poter controllare meglio non solo i passaggi di persone indesiderate e trafficanti di ogni specie, ma anche i flussi migratori (di cui per altro la Svizzera non potrà fare a meno).

Frontiera come cerniera
Lcernere, «separare, vagliare»). Anche la libera circolazione della manodopera straniera europea subirà dei limiti in funzione di interessi nazionali e locali.
a reazione si è concretizzata, come si sa, nell'iniziativa popolare dell’Unione democratica di centro (a guida carismatica Blocher) contro l’immigrazione di massa, che è stata accolta dalla maggioranza degli elettori svizzeri il 9 febbraio scorso. Quel che comporterà questa decisione ancora nessuno lo sa con certezza, ma sicuramente la frontiera riacquisterà la sua antica funzione di cerniera (dal latino
E’ la fine di un’epoca? Non credo, ma dovrebbe far riflettere la reazione in molte parti del mondo, Europa compresa, all’utopia dell’abbattimento delle frontiere in nome di una solidarietà umana e sociale proclamata nei trattati ma assai poco praticata. In molti casi la frontiera ridiventa simbolo di sovranità e di autodifesa nei confronti dei vari centralismi tecnocratici e burocratici, spesso insensibili alle esigenze regionali e locali.
Tradizionalmente la frontiera è stata anche un luogo di scambio, nel senso che nelle regioni di confine avveniva la maggior parte degli scambi e sovente anche del contrabbando. Si pensi al confine meridionale della Svizzera con l’Italia. Lungo questa frontiera si sono sviluppati i primi scambi commerciali ed è nata e cresciuta la prima emigrazione transfrontaliera tra i due Paesi. In seguito il mercato degli scambi e la destinazione dei migranti si sono notevolmente estesi, ma attraverso gli stessi valichi continuano a transitare merci, migranti, contrabbandieri, turisti e soprattutto decine di migliaia di frontalieri.

Contenzioso attorno alla frontiera italo-svizzera
Oggi la frontiera italo-svizzera è diventata una zona calda, molto più sorvegliata che in altre epoche. Su questa frontiera si è sviluppato da alcuni anni un contenzioso tra l’Italia e la Svizzera che non accenna a risolversi.
Non si tratta ben’inteso di semplici rettifiche territoriali in seguito al ritiro di qualche ghiacciaio o alla correzione di qualche flusso d’acqua, né dello stato delle strade e delle ferrovie in prossimità del confine e neppure di qualche forma d’inquinamento ambientale. Si tratta dell’annosa questione della tassazione dei frontalieri, del rientro in Italia dei capitali esportati clandestinamente dall’epoca del boom economico ad oggi, delle liste nere e di altro ancora.
Il Ticino, la regione confinante con l’Italia, si sente fortemente penalizzata da questa situazione e non fa che inviare segnali a Berna perché intervenga su Roma, accusata di violare gli accordi sulla doppia imposizione con la Svizzera, minacciando se il caso di disdire tali accordi o almeno quello sui frontalieri del 1974.
Molti politici, giuristi, economisti s’interrogano se non sia da adottare nuovamente la misura per altro controversa presa (inutilmente) nel 2011, ossia il blocco dei ristorni fiscali dei frontalieri all'Italia. Allora il presidente del Consiglio Mario Monti aveva dichiarato di voler riprendere i negoziati con la Svizzera, ma non ne ebbe il tempo per la caduta del suo governo. Anche il suo successore Enrico Letta fece molte promesse, ma non ebbe il tempo di vedere la fine del negoziato ancora in corso. Oggi tocca a Matteo Renzi prendere una decisione, ma in Ticino come a Berna nessuno mi sembra pronto a scommettere che la prenderà, almeno in tempi brevi.
Non resta che attendere, finché la pazienza dei ticinesi non si esaurirà. Possiamo tuttavia stare tutti tranquilli che la frontiera meridionale della Svizzera continuerà a restare (semi)aperta e persino consolarci che dal mese di luglio sarà addirittura possibile portare con sé dall'Italia, legalmente, più carne (1 chilo) e più vino (5 litri) per persona. Ormai, soprattutto sul versante italiano, il controllo si è decisamente spostato sul denaro (franchi o euro) in entrata o in uscita dall'
Italia.
Giovanni Longu
Berna, 16.04.2014


09 aprile 2014

Italia: riforme sì, ma quali e come?


In Italia, la discussione sulle riforme, di per sé molto complessa, si fa sempre più accesa e nessuno è in grado di prevederne il risultato finale. A furia di parlarne, spesso disordinatamente e sotto la minaccia «o si cambia o si muore», senza domandarsi mai se le singole proposte siano ragionevoli e non vi siano alternative valide, c’è il rischio che il tentativo del governo Renzi faccia la stessa fine di altri del passato. Tanto più che le forze in campo sono molte e i vari attori non hanno unanimità di vedute né una vera legittimazione popolare per agire con scienza e coscienza. Inoltre non va dimenticato che l’Italia è un Paese demograficamente vecchio e quindi «per natura» piuttosto conservatore.

Italia, Paese conservatore
Che l’Italia sia tra i Paesi più vecchi al mondo lo conferma l’Istituto nazionale di statistica (Istat), secondo cui l’indice di vecchiaia (ossia il rapporto tra anziani e giovani) è di 148,6 anziani ogni 100 giovani. In Europa solo la Germania ce l’ha più elevato (155,8). Anche la speranza di vita in Italia è tra le più alte del mondo: 79,4 anni per gli uomini e 84,4 anni per le donne.
Che sia un Paese conservatore lo dimostra ormai da molti anni la stabilità del panorama politico nazionale, sostanzialmente bloccato perché lo zoccolo duro dei principali partiti è molto solido e non consente un vero bipolarismo con ampie maggioranze. In questa situazione, con maggioranze spesso raffazzonate, nessun governo è riuscito finora a realizzare importanti (ossia efficaci) riforme strutturali, soprattutto di rango costituzionale.
Vi riuscirà il governo Renzi?
Mi sembra ragionevole dubitarne, sia per la strana maggioranza parlamentare che lo sostiene e sia perché non ha una vera e propria legittimazione popolare, non essendo il risultato diretto di elezioni politiche, ma di decisioni del partito di maggioranza. Inoltre, nemmeno il Parlamento è pienamente legittimato ad apportare all’impianto dello Stato riforme strutturali importanti sia per la mancanza, anche nei suoi confronti, di una chiara legittimazione popolare e sia perché non ha ricevuto dall’elettorato un mandato preciso per modificare la costituzione in questo o quel punto.
E’ vero che anche l’attuale Parlamento è giuridicamente legittimato a svolgere tutte le sue funzioni, come ha affermato la Corte costituzionale, ma nell’opinione pubblica resta qualche dubbio in quanto la stessa Corte ha dichiarato incostituzionali e quindi illegittimi alcuni aspetti della legge elettorale in base alla quale sono stati eletti, anzi nominati (!), quasi tutti gli attuali parlamentari. Andrebbe infatti ricordato che, eccettuati quelli eletti nella Circoscrizione Estero, non si tratta propriamente di eletti (ossia scelti; eleggere vuol dire scegliere!) ma di «nominati», in quanto gli elettori non hanno avuto la possibilità di scegliere i candidati preferiti, ma solo la lista in cui erano già indicati gli eleggibili.
Già per queste ragioni mi sembra fondato il dubbio che l’attuale governo possa attuare le riforme presentate dal suo instancabile capo in tutte le tribune come se fossero davvero a portata di mano e realizzabili in tempi certi e prestabiliti. Qualche osservatore ha visto in questa insistenza una sorta di ansia di Matteo Renzi per ricevere a posteriori, ossia visti i risultati, la legittimazione che non ha avuto all’inizio del mandato.
Sia ben chiaro, sono anch’io convinto che l’Italia abbia bisogno di riforme strutturali importanti e quanto prima si realizzano meglio è per gli italiani. Siccome però mi sembra azzardato pensare che in pochi mesi il governo riesca ad ottenere ciò che spera da un Parlamento molto frazionato (e per di più minacciato proprio dalle riforme, se attuate, di essere decimato alle prossime elezioni), tanto varrebbe dedicarsi con lo stesso entusiasmo e la stessa energia che ha dimostrato finora ai problemi più urgenti degli italiani.

Le priorità degli italiani
Stando a numerosi sondaggi, agli italiani di quel che stanno discutendo in questi tempi il governo e il parlamento interessa relativamente poco. Non li appassiona né la legge elettorale né la riforma o l’abolizione delle province e men che meno quella del Senato o il riordino del Titolo V della Costituzione. Agli italiani interessa che lo Stato funzioni bene (senza i privilegi della casta e l’eccessiva burocrazia) e intervenga efficacemente e presto nei settori vitali dell’occupazione (riconducendo la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ai valori della media europea), del reddito minimo garantito (busta paga più sostanziosa o assegno di disoccupazione o inoccupazione), della pressione fiscale, della legalità, della giustizia sociale.
A questo punto è facile l’obiezione: per rendere possibili e immediati questi interventi dello Stato sono indispensabili prima le riforme strutturali del Paese, richieste fra l’altro con (eccessiva) insistenza dall’Europa che conta. Ma si tratta di un’obiezione da respingere, almeno in questi termini, perché intanto il governo dovrebbe intervenire subito utilizzando i molti strumenti che ha già ora a disposizione e poi perché le riforme di cui tanto si discute non hanno la stessa urgenza degli altri interventi menzionati, per cui potrebbero essere lasciate alla libera discussione del Parlamento. Oltretutto la fretta è sempre una cattiva consigliera.

E la riforma elettorale?
Delle grandi riforme riguardanti il funzionamento dello Stato, a mio parere, di urgente ce n’è solo una: l’approvazione di una buona legge elettorale. Purtroppo quella (provvisoria) approvata dalla Camera dei deputati non mi pare soddisfacente perché anche in questa versione gli elettori non hanno ancora la possibilità di scegliere tra persone ma solo tra liste. L’impostazione della legge contiene inoltre il rischio di un eccessivo accentramento dei poteri in un unico partito e un’unica persona. Sarebbe grave se per garantire la governabilità si sacrificasse proprio la democrazia.
E’ sintomatico che il disegno di legge non sia il frutto di uno studio pluridisciplinare ma il risultato di un accordo tra due capipartito, Renzi e Berlusconi, ossia due avversari politici, l’un contro l’altro armati (parafrasando Alessandro Manzoni) per la presa del potere, da esercitare possibilmente senza tanti ostacoli.
Non mi ha sorpreso, invece, che sia stata concepita una legge elettorale valida solo per la Camera dei deputati. Nel disegno complessivo di riforma dello Stato proposto dal governo, infatti, il Senato, se mai continuasse ad esistere, non sarebbe più «elettivo» (secondo le affermazioni martellanti di Matteo Renzi).
A questo punto però il discorso si complica e qualche sospetto avanza. Il governo, o Renzi che è la stessa cosa, sembrerebbe agganciare la legge elettorale alla riforma del Senato, a tal punto da escludere nuove elezioni fin quando non sarà approvata in via definitiva la riforma costituzionale del Senato nei termini da lui fissati (un punto fermo è appunto la sua non elezione). Ossia, non prima della fine della legislatura, salvo che la riforma venga bocciata, perché allora, ha ripetuto il Premier in più occasioni, «si va tutti a casa». Ma c’è da crederci?

Riforma del Senato
Sta di fatto che la riforma (in un primo tempo si parlava addirittura di abolizione) del Senato appare anche a Renzi più difficile del previsto, viste le perplessità all’interno del suo stesso partito, da parte del presidente del Senato Pietro Grasso, di insigni costituzionalisti e di numerose altre personalità.
Alla base dei contrasti c’è a mio parere soprattutto una mancanza di chiarezza di pensiero e d’informazione. Se infatti l’obiettivo, su cui più o meno tutti i protagonisti concordano, è chiaro, ossia il superamento del «bicameralismo perfetto», le divergenze aumentano su tutto il resto. Accenno solo ad alcune.
Anzitutto non è chiara l’attribuzione principale del nuovo Senato. Chi sa esattamente cosa significa «Camera delle autonomie»? Non ho sentito finora alcuna risposta soddisfacente, perché in Italia i livelli di «autonomia» sono molteplici e di portata assai differente. Basti pensare anche solo alle differenze esistenti tra Comuni, Province (posto che non si riesca ad eliminarle) e Regioni, Regioni ordinarie e Regioni a Statuto speciale, ecc.). Come verrebbero rappresentate le varie autonomie? Né sono chiare le competenze che avrebbe questo organismo, soprattutto se venisse privato totalmente della potestà legislativa o del potere di controllo sull'operato dell’esecutivo (ad esempio nel campo della gestione finanziaria).

Mancanza di chiarezza e semplicità
Seguendo alcuni dibattiti televisivi mi sono reso conto di quanto poco possano interessare le discussioni tra «addetti ai lavori», i quali non sembrano avere le idee chiare nemmeno loro. Secondo qualcuno, ad esempio, il bicameralismo perfetto (due Camere con gli stessi poteri) sembrerebbe la causa di tutti i mali d’Italia, senza essere nemmeno sfiorato dal dubbio che i mali o almeno molti di essi possono dipendere anche dal cattivo funzionamento delle istituzioni.
Ho sentito persino il costituzionalista Michele Ainis (ma potrei citare anche altre personalità) affermare che il bicameralismo perfetto esiste praticamente solo in Italia, ignorando che esiste, per esempio, anche in Svizzera. Lo stesso Ainis mi ha inoltre sorpreso quando, in una trasmissione televisiva, parlando del suo modello di riferimento per il nuovo Senato, ossia il Bundesrat tedesco, ha aggiunto «notoriamente non eletto», senza specificare come viene costituito. Eppure non occorre essere costituzionalisti per sapere che negli Stati federali i componenti della cosiddetta «Camera alta» (spesso chiamato Senato) non sono eletti a suffragio universale ma solo dagli elettori dello Stato di cui diventano rappresentanti. Sono comunque pur sempre eletti per quella funzione.
Tornando alla legge elettorale, se la si volesse rendere applicabile in tempi brevi, basterebbe integrarla con un articolo che preveda l’elezione dei membri del Senato con modalità differenti in base agli ordinamenti delle varie entità autonome. Perché, invece, si insiste sul suo aggancio alla riforma del Senato? E perché, per riformare il Senato non si comincia a precisare quali sono le sue competenze e come deve espletarle? E in generale, per risparmiare costi ed accrescere efficienza, perché non si dimezza il numero dei parlamentari e le loro indennità, cominciando con l’eliminazione dei senatori a vita nominati? E quando si comincia a responsabilizzare, anche finanziariamente, gli enti autonomi, cominciando dalla Regioni?
Evidentemente chiarezza, semplicità, responsabilità… non sono tipiche virtù italiche.

Giovanni Longu
Berna, 9.4.2014

02 aprile 2014

Progetto emigrazione italiana


L’11 settembre 2013, il senatore eletto nella circoscrizione Estero Aldo Di Biagio (Gruppo per l’Italia) aveva presentato un disegno di legge contenente «Disposizioni per la promozione della conoscenza dell'emigrazione italiana nel quadro delle migrazioni contemporanee». Lo scorso 21 marzo è stato assegnato per l’esame preliminare alla Commissione «Istruzione pubblica, beni culturali», ma il testo sarà anche sottoposto ai pareri delle commissioni «Affari costituzionali», «Affari esteri», «Bilancio» e «Questioni regionali».
Il fatto che il disegno di legge sia già stato assegnato a una Commissione fa ben sperare sull’intero iter parlamentare. Se infatti verrà discusso, eventualmente migliorato e approvato in quella sede, ci sono molte probabilità che sarà portato in discussione al Senato e poi alla Camera dei deputati e trasformato in legge.

Portata del fenomeno migratorio
Sen. Aldo Di Biagio
Che cosa chiede con la sua iniziativa il senatore Di Biagio? Chiede, a mio parere, una cosa ovvia, ma che evidentemente tanto ovvia non è. Chiede che lo Stato provveda a promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado la conoscenza della storia dell’emigrazione italiana, evidentemente ora trascurata o lacunosa, eppure così importante per i cittadini di oggi e di domani.
Presentando il disegno di legge, Di Biagio ha tenuto a ricordare anzitutto la portata del fenomeno migratorio: «L'emigrazione italiana, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e fino ai nostri giorni, è stata indiscutibilmente il fattore di più profondo cambiamento della società italiana e l'esperienza di più intensa e diffusa internazionalizzazione che gli italiani abbiano conosciuto (…) si calcola che siano almeno venticinque milioni gli italiani espatriati nelle più diverse aree del mondo a seguito della prima e della seconda ondata emigratoria, e tra i cinquantacinque e i sessanta milioni le persone di origine italiana che vivono attualmente nel globo. I cittadini italiani che risiedono all'estero e si sono iscritti all'Anagrafe italiani residenti all’estero (AIRE) sono circa 4,3 milioni. Una cifra non lontana da quella degli stranieri che si sono insediati in Italia…».
Basterebbe questo riferimento per suscitare nell’opinione pubblica e specialmente nel mondo della scuola una gran voglia di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana, che ha interessato praticamente l’intera storia italiana, dall’Unità ad oggi. Il rischio che la formazione delle nuove generazioni sia sotto questo aspetto gravemente lacunosa andrebbe preso sul serio, se non si vuole indebolire ulteriormente la già fragile memoria collettiva, soprattutto in un momento così delicato come quello attuale.

Conservare la memoria storica
Di Biagio vede soprattutto nelle giovani generazioni l’anello debole della trasmissione di questa memoria storica. Esse, infatti, «non trovando adeguati riferimenti nei canali di informazione e di comunicazione da loro abitualmente usati, sono portate a rimuovere completamente questo patrimonio storico, umano ed etico, recidendo in tal modo il filo di continuità della loro stessa memoria familiare».
La pertinenza e forse l’urgenza delle misure proposte deriva secondo Di Biagio anche dalla delicatezza del processo di transizione che la società italiana sta attraversando ormai da qualche decennio: «L'Italia, come è ormai noto, da Paese di storica emigrazione si sta trasformando in luogo di approdo e di insediamento di milioni di stranieri che arrivano nel nostro territorio sulla base di motivazioni analoghe a quelle che nel corso del tempo hanno indotto tanti nostri connazionali a partire e che tuttora, come si è visto, non sono ancora sopite».

Progetto di ricerca sull’emigrazione italiana
Concretamente, il senatore Di Biagio propone che il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca si faccia carico di un «progetto nazionale di ricerca e di approfondimento» sull’emigrazione italiana da inserire nella programmazione scolastica ordinaria. Lo stesso Ministero dovrebbe prendere le opportune iniziative per far conoscere il progetto e sensibilizzare e formare i docenti ai fini dell'acquisizione delle conoscenze e delle competenze necessarie.
Spetterebbe poi ancora al Ministero provvedere con opportune linee guida a motivare le varie scuole ed istituti ad adottare il progetto nazionale, adattandolo ai diversi gradi d’istruzione, tenendo conto anche delle specificità territoriali. Infine, lo stesso Ministero dovrebbe intervenire con modalità appropriate per la verifica, ogni due anni, dei risultati raggiunti.
Per incoraggiare l’attuazione del «programma nazionale», Di Biagio popone un Premio nazionale «Migranti come noi», «da assegnare annualmente a classi e a istituti scolastici che si sono particolarmente distinti per l'originalità e per il rigore della ricerca, nonché per l'efficacia del percorso formativo sulle tematiche delle migrazioni».
Mentre mi auguro che il disegno di legge di Di Biagio diventi presto legge dello Stato, vorrei evidenziare un aspetto che in questo tipo di discussione giuridica rischia di non essere sottolineato abbastanza: l’aspetto emotivo (e formativo) che accompagna la conoscenza. Chiunque si trovi ad affrontare, per qualsiasi ragione, la storia dell’emigrazione italiana finisce infatti per sentirsi coinvolto non solo intellettualmente, ma anche emotivamente.

Una storia straordinaria e importante
Va da sé che la semplice conoscenza di un fenomeno così vasto e profondo della storia italiana come l’emigrazione arricchisce lo spirito e aggiunge peso al bagaglio culturale di chiunque si cimenta in questa ricerca. Ma è un fatto facilmente documentabile: man mano che questo tipo di conoscenza cresce, aumenta anche il coinvolgimento emotivo del ricercatore. Ogni italiano alle prese con la storia dell’emigrazione finisce di fatto per compiere anche una ricerca se non della propria storia personale almeno della storia del proprio comune o della propria regione, ossia del tessuto sociale in cui affondano le proprie radici. L’emigrazione ha infatti segnato profondamente ogni regione italiana tanto del Mezzogiorno quanto del Centro e del Nord.
Lo studio dell’emigrazione italiana è una ricerca coinvolgente perché sono moltissimi, ancora oggi, gli italiani interessati direttamente dalla problematica emigratoria per via di familiari, amici, compagni di scuola, vicini di casa con un vissuto da emigrati o persino tuttora emigrati. Senza contare che è ormai sotto gli occhi di tutti la condizione degli immigrati in Italia, per molti versi simile a quella vissuta dagli emigrati italiani.
Oltre che utile, lo studio dell’emigrazione italiana è stimolante e persino appassionante, soprattutto se visto dalla prospettiva degli interessati, appunto gli emigrati. Per essere efficace, tuttavia, un simile studio dovrebbe uscire dalla vaghezza dei luoghi comuni sull’emigrazione (la tristezza della partenza, la nostalgia, la sofferenza, la discriminazione degli emigrati, il sogno del rientro, ecc.) e concentrarsi sull’evoluzione dell’emigrazione italiana in un solo Paese, per esempio gli Stati Uniti o la Francia o la Germania o un’altra nazione.

L’emigrazione italiana in Svizzera
Personalmente trovo molto interessante l’emigrazione italiana in Svizzera, tra l’altro una delle più antiche, perché i primi migranti nei due sensi, tra l’Italia e la Svizzera, precedettero la stessa costituzione della moderna Confederazione e dell’Unità d’Italia. Allora si trattava di passaggi di frontiera «ordinari», per esigenze od opportunità di lavoro, senza complicazioni burocratiche. In seguito, già nel 1868, il fenomeno venne regolamentato perché stava assumendo una forte consistenza con implicazioni «straordinarie» nella vita sociale e politica soprattutto della Svizzera, ma anche dell’Italia.
Per quasi 150 anni la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera si è svolta con un andamento altalenante tra grandi afflussi di nuovi immigrati e forti rientri, periodi di relativa tranquillità e periodi di tensioni alle stelle, gravi episodi di xenofobia e attestati di pubblica benemerenza, forme di autodifesa e forti spinte all’integrazione.
Parallelamente alle vicende degli emigrati/immigrati si è svolta una storia di relazioni ufficiali tra i due Stati non sempre coincidenti con gli interessi dei primi. Basti pensare che l’unica rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi si verificò nel 1902 a causa dell’arroganza del rappresentante d’Italia in Svizzera, tale Silvestrelli. Altre volte le tensioni furono provocate da interventi inappropriati di ministri, sottosegretari, ambasciatori della Repubblica. A parte il primo Trattato di amicizia tra l’Italia e la Svizzera del 1868, nessun altro accordo sull'emigrazione è stato firmato con la piena soddisfazione di entrambe le parti. Nemmeno quello sui frontalieri del 1974, di cui si parla tanto attualmente.
Eppure la collettività italiana in Svizzera è andata costantemente crescendo per numero e qualità, per attestarsi in questi ultimi anni attorno al mezzo milione e più di persone, generalmente ben integrate, ben formate e portatrici di nuove caratteristiche e valori.

Storia di drammi e di successi
Andare a conoscere, in profondità, la storia di questa collettività è un’impresa interessante ed emozionante, soprattutto quando si cerca di scoprire la forza d’animo di generazioni d’immigrati capaci di ogni sopportazione sul lavoro e nella società, perché sentivano più forte che mai il dovere di provvedere ai bisogni delle loro famiglie. O quando si cerca di capire le varie forme di solidarietà che gli emigrati si sono inventate per sostenersi reciprocamente nelle difficoltà o nella lotta per i loro diritti. O quando ci s’interroga sulle ragioni profonde del successo di una popolazione un tempo sfruttata, disprezzata e marginalizzata e oggi considerata parte integrante della società svizzera.
Ci sono poi aspetti di questa storia dell’emigrazione italiana in Svizzera che meriterebbero di essere assolutamente conosciuti nelle scuole e nell’opinione pubblica. Penso alle varie forme di associazionismo che si sono sviluppate soprattutto nel secolo scorso, agli impulsi dati al superamento delle difficoltà tipiche della prima generazione d’immigrati, alla promozione diretta e indiretta dei prodotti italiani, alle modalità di diffusione di uno stile di vita «italiano», della lingua, dell’arte e della cultura italiane, ecc.
Ben venga, dunque, una legge che approfondisca le singole tematiche dell’emigrazione italiana e le sappia valorizzare nelle scuole e nell’opinione pubblica. Una tale conoscenza sarà anche utile per rendere più agevole il compito che hanno ora gli italiani di accogliere e integrare i tanti immigrati che guardano all’Italia come alla loro futura patria di adozione.
Giovanni Longu
Berna, 02.04.2014