02 aprile 2014

Progetto emigrazione italiana


L’11 settembre 2013, il senatore eletto nella circoscrizione Estero Aldo Di Biagio (Gruppo per l’Italia) aveva presentato un disegno di legge contenente «Disposizioni per la promozione della conoscenza dell'emigrazione italiana nel quadro delle migrazioni contemporanee». Lo scorso 21 marzo è stato assegnato per l’esame preliminare alla Commissione «Istruzione pubblica, beni culturali», ma il testo sarà anche sottoposto ai pareri delle commissioni «Affari costituzionali», «Affari esteri», «Bilancio» e «Questioni regionali».
Il fatto che il disegno di legge sia già stato assegnato a una Commissione fa ben sperare sull’intero iter parlamentare. Se infatti verrà discusso, eventualmente migliorato e approvato in quella sede, ci sono molte probabilità che sarà portato in discussione al Senato e poi alla Camera dei deputati e trasformato in legge.

Portata del fenomeno migratorio
Sen. Aldo Di Biagio
Che cosa chiede con la sua iniziativa il senatore Di Biagio? Chiede, a mio parere, una cosa ovvia, ma che evidentemente tanto ovvia non è. Chiede che lo Stato provveda a promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado la conoscenza della storia dell’emigrazione italiana, evidentemente ora trascurata o lacunosa, eppure così importante per i cittadini di oggi e di domani.
Presentando il disegno di legge, Di Biagio ha tenuto a ricordare anzitutto la portata del fenomeno migratorio: «L'emigrazione italiana, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e fino ai nostri giorni, è stata indiscutibilmente il fattore di più profondo cambiamento della società italiana e l'esperienza di più intensa e diffusa internazionalizzazione che gli italiani abbiano conosciuto (…) si calcola che siano almeno venticinque milioni gli italiani espatriati nelle più diverse aree del mondo a seguito della prima e della seconda ondata emigratoria, e tra i cinquantacinque e i sessanta milioni le persone di origine italiana che vivono attualmente nel globo. I cittadini italiani che risiedono all'estero e si sono iscritti all'Anagrafe italiani residenti all’estero (AIRE) sono circa 4,3 milioni. Una cifra non lontana da quella degli stranieri che si sono insediati in Italia…».
Basterebbe questo riferimento per suscitare nell’opinione pubblica e specialmente nel mondo della scuola una gran voglia di approfondire la conoscenza dell’emigrazione italiana, che ha interessato praticamente l’intera storia italiana, dall’Unità ad oggi. Il rischio che la formazione delle nuove generazioni sia sotto questo aspetto gravemente lacunosa andrebbe preso sul serio, se non si vuole indebolire ulteriormente la già fragile memoria collettiva, soprattutto in un momento così delicato come quello attuale.

Conservare la memoria storica
Di Biagio vede soprattutto nelle giovani generazioni l’anello debole della trasmissione di questa memoria storica. Esse, infatti, «non trovando adeguati riferimenti nei canali di informazione e di comunicazione da loro abitualmente usati, sono portate a rimuovere completamente questo patrimonio storico, umano ed etico, recidendo in tal modo il filo di continuità della loro stessa memoria familiare».
La pertinenza e forse l’urgenza delle misure proposte deriva secondo Di Biagio anche dalla delicatezza del processo di transizione che la società italiana sta attraversando ormai da qualche decennio: «L'Italia, come è ormai noto, da Paese di storica emigrazione si sta trasformando in luogo di approdo e di insediamento di milioni di stranieri che arrivano nel nostro territorio sulla base di motivazioni analoghe a quelle che nel corso del tempo hanno indotto tanti nostri connazionali a partire e che tuttora, come si è visto, non sono ancora sopite».

Progetto di ricerca sull’emigrazione italiana
Concretamente, il senatore Di Biagio propone che il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca si faccia carico di un «progetto nazionale di ricerca e di approfondimento» sull’emigrazione italiana da inserire nella programmazione scolastica ordinaria. Lo stesso Ministero dovrebbe prendere le opportune iniziative per far conoscere il progetto e sensibilizzare e formare i docenti ai fini dell'acquisizione delle conoscenze e delle competenze necessarie.
Spetterebbe poi ancora al Ministero provvedere con opportune linee guida a motivare le varie scuole ed istituti ad adottare il progetto nazionale, adattandolo ai diversi gradi d’istruzione, tenendo conto anche delle specificità territoriali. Infine, lo stesso Ministero dovrebbe intervenire con modalità appropriate per la verifica, ogni due anni, dei risultati raggiunti.
Per incoraggiare l’attuazione del «programma nazionale», Di Biagio popone un Premio nazionale «Migranti come noi», «da assegnare annualmente a classi e a istituti scolastici che si sono particolarmente distinti per l'originalità e per il rigore della ricerca, nonché per l'efficacia del percorso formativo sulle tematiche delle migrazioni».
Mentre mi auguro che il disegno di legge di Di Biagio diventi presto legge dello Stato, vorrei evidenziare un aspetto che in questo tipo di discussione giuridica rischia di non essere sottolineato abbastanza: l’aspetto emotivo (e formativo) che accompagna la conoscenza. Chiunque si trovi ad affrontare, per qualsiasi ragione, la storia dell’emigrazione italiana finisce infatti per sentirsi coinvolto non solo intellettualmente, ma anche emotivamente.

Una storia straordinaria e importante
Va da sé che la semplice conoscenza di un fenomeno così vasto e profondo della storia italiana come l’emigrazione arricchisce lo spirito e aggiunge peso al bagaglio culturale di chiunque si cimenta in questa ricerca. Ma è un fatto facilmente documentabile: man mano che questo tipo di conoscenza cresce, aumenta anche il coinvolgimento emotivo del ricercatore. Ogni italiano alle prese con la storia dell’emigrazione finisce di fatto per compiere anche una ricerca se non della propria storia personale almeno della storia del proprio comune o della propria regione, ossia del tessuto sociale in cui affondano le proprie radici. L’emigrazione ha infatti segnato profondamente ogni regione italiana tanto del Mezzogiorno quanto del Centro e del Nord.
Lo studio dell’emigrazione italiana è una ricerca coinvolgente perché sono moltissimi, ancora oggi, gli italiani interessati direttamente dalla problematica emigratoria per via di familiari, amici, compagni di scuola, vicini di casa con un vissuto da emigrati o persino tuttora emigrati. Senza contare che è ormai sotto gli occhi di tutti la condizione degli immigrati in Italia, per molti versi simile a quella vissuta dagli emigrati italiani.
Oltre che utile, lo studio dell’emigrazione italiana è stimolante e persino appassionante, soprattutto se visto dalla prospettiva degli interessati, appunto gli emigrati. Per essere efficace, tuttavia, un simile studio dovrebbe uscire dalla vaghezza dei luoghi comuni sull’emigrazione (la tristezza della partenza, la nostalgia, la sofferenza, la discriminazione degli emigrati, il sogno del rientro, ecc.) e concentrarsi sull’evoluzione dell’emigrazione italiana in un solo Paese, per esempio gli Stati Uniti o la Francia o la Germania o un’altra nazione.

L’emigrazione italiana in Svizzera
Personalmente trovo molto interessante l’emigrazione italiana in Svizzera, tra l’altro una delle più antiche, perché i primi migranti nei due sensi, tra l’Italia e la Svizzera, precedettero la stessa costituzione della moderna Confederazione e dell’Unità d’Italia. Allora si trattava di passaggi di frontiera «ordinari», per esigenze od opportunità di lavoro, senza complicazioni burocratiche. In seguito, già nel 1868, il fenomeno venne regolamentato perché stava assumendo una forte consistenza con implicazioni «straordinarie» nella vita sociale e politica soprattutto della Svizzera, ma anche dell’Italia.
Per quasi 150 anni la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera si è svolta con un andamento altalenante tra grandi afflussi di nuovi immigrati e forti rientri, periodi di relativa tranquillità e periodi di tensioni alle stelle, gravi episodi di xenofobia e attestati di pubblica benemerenza, forme di autodifesa e forti spinte all’integrazione.
Parallelamente alle vicende degli emigrati/immigrati si è svolta una storia di relazioni ufficiali tra i due Stati non sempre coincidenti con gli interessi dei primi. Basti pensare che l’unica rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi si verificò nel 1902 a causa dell’arroganza del rappresentante d’Italia in Svizzera, tale Silvestrelli. Altre volte le tensioni furono provocate da interventi inappropriati di ministri, sottosegretari, ambasciatori della Repubblica. A parte il primo Trattato di amicizia tra l’Italia e la Svizzera del 1868, nessun altro accordo sull'emigrazione è stato firmato con la piena soddisfazione di entrambe le parti. Nemmeno quello sui frontalieri del 1974, di cui si parla tanto attualmente.
Eppure la collettività italiana in Svizzera è andata costantemente crescendo per numero e qualità, per attestarsi in questi ultimi anni attorno al mezzo milione e più di persone, generalmente ben integrate, ben formate e portatrici di nuove caratteristiche e valori.

Storia di drammi e di successi
Andare a conoscere, in profondità, la storia di questa collettività è un’impresa interessante ed emozionante, soprattutto quando si cerca di scoprire la forza d’animo di generazioni d’immigrati capaci di ogni sopportazione sul lavoro e nella società, perché sentivano più forte che mai il dovere di provvedere ai bisogni delle loro famiglie. O quando si cerca di capire le varie forme di solidarietà che gli emigrati si sono inventate per sostenersi reciprocamente nelle difficoltà o nella lotta per i loro diritti. O quando ci s’interroga sulle ragioni profonde del successo di una popolazione un tempo sfruttata, disprezzata e marginalizzata e oggi considerata parte integrante della società svizzera.
Ci sono poi aspetti di questa storia dell’emigrazione italiana in Svizzera che meriterebbero di essere assolutamente conosciuti nelle scuole e nell’opinione pubblica. Penso alle varie forme di associazionismo che si sono sviluppate soprattutto nel secolo scorso, agli impulsi dati al superamento delle difficoltà tipiche della prima generazione d’immigrati, alla promozione diretta e indiretta dei prodotti italiani, alle modalità di diffusione di uno stile di vita «italiano», della lingua, dell’arte e della cultura italiane, ecc.
Ben venga, dunque, una legge che approfondisca le singole tematiche dell’emigrazione italiana e le sappia valorizzare nelle scuole e nell’opinione pubblica. Una tale conoscenza sarà anche utile per rendere più agevole il compito che hanno ora gli italiani di accogliere e integrare i tanti immigrati che guardano all’Italia come alla loro futura patria di adozione.
Giovanni Longu
Berna, 02.04.2014



26 marzo 2014

Sardegna e Veneto, due casi di un malessere diffuso


1. Sardegna, 27° Cantone svizzero


L’esasperazione di molti sardi, che si sentono trascurati dallo Stato italiano, deve aver spinto un professionista cagliaritano a lanciare una specie di supplica via Web nientemeno che agli svizzeri: venite a salvarci perché non ne possiamo più delle promesse fatteci dai vari Silvio, Giorgio, Romano, Mario, Enrico, Matteo, ecc.
La Sardegna sta morendo, gridano in tanti. E chi meglio degli svizzeri potrebbe guarirla e ricondurla agli antichi splendori della mitica Ichnusa o Sandalion, come la chiamavano i greci? Ancora oggi questi nomi evocano l’idea di un’isola felice e prospera (Ichnusa = l’isola del grande verde) perché una qualche divinità l’aveva fatta emergere come una perla dal mare e vi aveva lasciato la sua impronta indelebile (Sandalion = orma di piede, impronta).

Partenariato, non svendita!
I sardi, purtroppo, hanno smesso di sognare da tempo, ma non rinunciano alla dignità di appartenere a un popolo fiero, nuragico, coraggioso, a condizione, tuttavia, che lo Stato, un qualche Stato dia loro fiducia e le risorse necessarie per ripartire. Ecco perché la Svizzera non va vista come un possibile acquirente (come alcuni hanno erroneamente interpretato, perché i sardi mai svenderebbero la loro terra e prova ne sia che neppure i potenti Romani riuscirono a conquistarla interamente), ma come un partner a cui cedere quel tanto di sovranità necessario, come del resto hanno fatto tutti i Cantoni svizzeri, in cambio di protezione, investimenti, rilancio economico.
I sardi, o almeno molti sardi, sono convinti che lo scambio sarebbe nell'interesse di entrambe le parti: la Svizzera supererebbe definitivamente la sindrome d’accerchiamento per non aver sbocchi sul mare e la Sardegna diventerebbe il 27° Cantone svizzero, il «Cantone marittimo», guadagnando in un colpo solo benessere e prestigio, perché in Svizzera i Cantoni sono nello stesso tempo Stati (repubbliche) e Cantoni (a sovranità limitata).

Perché la Svizzera?
Ma perché i sardi hanno pensato proprio alla Svizzera? Anzitutto perché la Svizzera ricca ed efficiente costituisce per molti europei una forte attrazione, nonostante recentemente abbia detto no all'immigrazione di massa. Basterebbe seguire le cifre sugli arrivi di questi ultimi anni, soprattutto dal Kosovo, dal Portogallo, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, ecc. o il numero crescente di naturalizzazioni di cittadini italiani, tedeschi, kosovari, serbi, francesi, portoghesi, ecc. Ma non si tratta solo di un’attrazione dovuta alla forza economica e organizzativa di un Paese efficiente e rispettoso delle autonomie.
La vera ragione probabilmente risiede in una memoria recente e antica di ottimi rapporti tra la Sardegna e la Svizzera. Molti sicuramente sanno che i numerosi immigrati dalla Sardegna negli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso erano ritenuti ottimi lavoratori e molti di essi si sono integrati in questo Paese, pur continuando spesso a frequentare i Circoli sardi ancora in attività perché bene organizzati e accoglienti. Molti probabilmente non sanno invece che i legami tra la Sardegna e la Svizzera sono molto antichi.

Carouge, città «sarda»
Essi risalgano almeno a 260 anni fa, quando il Trattato di Torino (1754), ponendo fine ai frequenti conflitti tra la Repubblica di Ginevra e la Savoia, assegnò al Regno di Sardegna di Carlo Emanuele III il borgo di Carouge, vicino a Ginevra. Quel piccolo villaggio si sviluppò rapidamente, diventando dapprima «zona franca» (1781) poi «città reale» (1786). Importanti architetti piemontesi l’arricchirono di palazzi in stile neoclassico, piazze e giardini, per fare concorrenza a Ginevra. Non arrivò a tanto perché nel 1792 le truppe francesi l’occuparono interrompendo brutalmente lo sviluppo di Carouge e decretando il suo distacco definitivo dal regno di Sardegna.
Carouge conserva comunque ancora oggi il suo carattere di «città italiana» con un fascino meridionale, un’impronta indelebile di quel periodo «sardo», che i suoi abitanti non dimenticano. Nel 2001, in occasione della grande festa annuale di Carouge, «La Vogue», la Sardegna fu l’invitata d’onore. Molti manifesti portavano la scritta «Carouge accoglie la Sardegna».
Quel che è accaduto nel 2001 a Carouge potrà ancora succedere in altre parti della Svizzera perché la Sardegna gode nell'opinione pubblica di questo Paese di un grande fascino e sarà sempre bene accolta come ospite d’onore. Appartiene invece alla categoria dei sogni irrealizzabili poter leggere un giorno, per esempio a Berna, la scritta «La Svizzera accoglie la Sardegna» (quale suo 27° Cantone).

2. Il Veneto verso l'indipendenza?

La Sardegna non è l’unica regione italiana a manifestare una gran voglia di distacco dal centralismo romano. Una voglia di scollamento, di ribellione e addirittura di indipendenza serpeggia ormai in diverse regioni del Nord Italia, segno evidente di un malessere che si sta estendendo sempre più, alimentato soprattutto da un partito denominato, per chi l’avesse dimenticato, «Lega Nord per l’indipendenza della Padania».
Dopo il racconto fantapolitico messo in onda qualche mese fa dalla televisione della Svizzera italiana sulla «cessione della Lombardia alla Svizzera», nelle scorse settimane è stata la volta di un’altra regione del Nord, il Veneto. Dopo essere stato per quasi un secolo una delle regioni italiane a più alto tasso di emigrati, da diversi decenni era considerato uno dei principali motori dell’economia italiana con un reddito pro-capite nettamente superiore a quello medio italiano e vicino a quello delle regioni più avanzate d’Europa.
Oggi il Veneto incontra grosse difficoltà, cresce poco, vede il tessuto industriale indebolirsi sempre più, con numerose imprese che chiudono o spostano la produzione all’estero e la disoccupazione in aumento. Purtroppo cresce anche, nuovamente, l’emigrazione. Nell’opinione pubblica, ben orchestrata da gruppi imprenditoriali e dalla Lega, crescono il malcontento, l’opposizione all’euro e il sentimento di ribellione nei confronti di Roma e di Bruxelles accusate d’incapacità a gestire la crisi di questi anni e d’impoverire il Veneto che, su 70 miliardi di euro d’imposta versati, 20 non li vede più tornare sul territorio.

Un grido di guerra
A differenza del quesito posto per il sondaggio sulla Sardegna, con cui si chiedeva in sostanza un’opinione (nella versione lanciata dal quotidiano online Libero.it: «Secondo voi l'Italia dovrebbe vendere la Sardegna alla Svizzera?»), la domanda posta ai veneti chiedeva un’espressione di volontà: «Vuoi tu che il Veneto diventi una Repubblica federale indipendente e sovrana?».
La differenza è notevole. Tanto è vero che, mentre l’appello rivolto ai sardi per esprimere il loro dissenso da Roma è sfociato in una sorta di «supplica» inesaudibile alla Svizzera, i veneti sono stati chiamati al voto, per il momento solo telematico (virtuale) senza alcun effetto legale, con l’intenzione di inviare a Roma e a Bruxelles un avvertimento preciso e come tale, penso, è stato almeno in parte recepito.
Anche i toni della propaganda dei due sondaggi erano differenti, pacato il primo, appassionato il secondo. I veneti si sono mossi, in massa, a quanto sembra, sotto la spinta di un grido di guerra: «Liberiamo il Veneto!» (titolo de La Padania, organo ufficiale della Lega Nord, del 2-3 marzo scorso). Il termine guerra non è una forzatura. E’ lo stesso Matteo Salvini, europarlamentare e segretario federale della Lega Nord che dichiarava qualche settimana fa: «La guerra è iniziata. L’elmetto indossato… Il Nord vuole tornare a correre». E, come titolava ancora La Padania appena citata, «la Lega avverte Roma e Bruxelles: pronti a riprenderci la libertà».
L’esito della votazione, com’è noto, è stato sorprendente anche per l’alto numero dei votanti, quasi 2,4 milioni. Più che un sondaggio per saggiare gli umori della gente, si è rivelato un referendum, anzi un plebiscito contro Roma (ladrona e sprecona) e per l’indipendenza del Veneto. Un’indipendenza, che verosimilmente non avrà mai, ma non per questo le questioni sollevate dai sardi, dai lombardi, dai veneti e da altri italiani possono essere archiviate come velleitarie e irricevibili.

Roma e Bruxelles riflettano!
La «supplica» dei sardi ha fatto sorridere molti (svizzeri e italiani), come quando a manifestare una qualche voglia di adesione alla Svizzera era stata la Lombardia, e la rivendicazione dei veneti farà storcere il naso a più di un burocrate a Roma e a Bruxelles, ma non c’è dubbio che sollevano non pochi interrogativi sulla geopolitica nazionale e internazionale, che meriterebbero molta più attenzione sia dal parlamento e dal governo italiani e sia dagli organismi comunitari di Bruxelles.

L’Italia è un Paese troppo grande per essere centralistico e le Regioni sono troppo deboli per sottrarsi al centralismo romano (con buona pace dei veneti). Se non si troverà quanto prima una soluzione ragionevole alla relazione centro-periferia, ponendo mano seriamente alla riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione, l’esasperazione di tante Regioni e di troppi cittadini non faranno che aumentare.
Anche l’Europa, nei prossimi anni, dovrà cercare di superare gli egoismi nazionali e l’eccesso di burocrazia per estendere l’idea di una patria comune e il rispetto delle autonomie dei popoli e delle regioni. Non so se la Svizzera, col suo sistema di Cantoni e Regioni ormai consolidato possa rappresentare un modello imitabile, ma sicuramente meriterebbe di essere studiato. Dopo tutto qui non ci sono Cantoni che aspirano all’indipendenza da Berna o Cantoni che vorrebbero abbandonare il franco per adottare un’altra moneta.
Giovanni Longu
Berna, 26.03.2014


19 marzo 2014

Dopo il 9 febbraio: la Svizzera ha di che preoccuparsi?


La votazione del 9 febbraio 2014 sulla limitazione dell’immigrazione di massa ha spaccato la Svizzera in due, nel senso che la maggioranza che ha approvato l’iniziativa promossa dalla destra populista (50,3% dei votanti) ha vinto con meno di 20.000 voti di scarto. Dalle analisi del dopo voto è risultata tuttavia un’altra maggioranza ben più consistente, quella degli incerti e preoccupati sulle conseguenze della scelta fatta.
La decisione di gestire autonomamente l’immigrazione (reintroducendo i «contingenti» per i dimoranti stranieri) e rinegoziare l’accordo di libera circolazione con l’Unione Europea (UE) dando la priorità sul mercato del lavoro ai lavoratori residenti in Svizzera (principio della "preferenza nazionale") non è affatto piaciuta all’UE, che ritiene non negoziabile la libera circolazione dei cittadini europei.

Difficoltà con l’UE
Negli ambienti economici e nei principali partiti svizzeri cresce la preoccupazione non solo per le eventuali misure di ritorsione da parte dell’Europa, ma anche per le difficoltà concrete di fissare e gestire i «contingenti» (in quali settori, per quali attività, in quali regioni, ecc.?) e soprattutto per le conseguenze di una limitazione dell’immigrazione in base a criteri non consoni a uno Stato liberale. Oltretutto, gli stessi ambienti e il governo federale sono concordi nell'affermare che proprio gli accordi bilaterali con l’UE e la libera circolazione hanno contribuito finora in misura considerevole al benessere della Svizzera.
Proprio per questi timori, alcuni osservatori si sono chiesti se non fosse il caso di ripetere la votazione. Altri hanno riaperto, soprattutto nella stampa romanda, una vecchia discussione sulla sostenibilità di una forma di democrazia diretta in cui il popolo può prendere delle decisioni anche contro i propri interessi. Perché dunque non interpellare nuovamente lo stesso elettorato per chiedere se riconferma la propria volontà alla luce delle prevedibili conseguenze (negative) della decisione già presa?
Mi pare però che quest’ultima possibilità non sia andata oltre la semplice discussione giornalistica, tanto è vero che lo stesso governo ha escluso un ritorno alle urne in tempi brevi e si è messo subito al lavoro per cercare di tenere aperta la via bilaterale con l’UE per nuovi negoziati e contemporaneamente preparare la legislazione applicativa del nuovo articolo costituzionale approvato dai Cantoni e dal popolo svizzero.
Non è escluso tuttavia che proprio la nuova legge in preparazione, contro la quale verosimilmente verrà chiesto un referendum, possa provocare un nuovo ricorso al voto popolare e solo in quel momento si saprà qual è davvero la volontà della Svizzera non solo riguardo all'immigrazione (ponendo così fine definitivamente a una storia di votazioni in materia che dura da oltre quarant'anni!) ma anche riguardo alla sua collocazione in Europa.
Mauro Dell'Ambrogio
Nel frattempo mi sembra fondamentale che la politica ma anche i media facciano opera di corretta e completa informazione. Ho trovato ad esempio molto pertinente un recente intervento di Mauro Dell’Ambrogio, Segretario di Stato alla formazione e alla ricerca, secondo cui  «il voto del 9 febbraio mina ora le basi degli accordi bilaterali e riporta l’incertezza di vent'anni fa [ossia al 1992, quando il popolo respinse l’adesione allo Spazio Economico Europeo (SEE) e seguirono tempi difficili per la Svizzera]. Cosa ci aspetta, se gli accordi bilaterali fossero disdetti, o anche solo congelato il loro adeguamento? Come saranno fissati e gestiti i contingenti per la manodopera estera, e con quali conseguenze per quali settori economici?». Sono evidentemente interrogativi non di poco conto, ma utili e necessari per la formazione dell’opinione pubblica.

Necessità di un consigliere federale italofono
In questa analisi a mio parere molto giudiziosa, Dell’Ambrogio non risparmia alcune critiche proprio al suo Ticino, che ha contribuito in misura determinante all'esito della votazione del 9 febbraio. «Anziché aspettarsi trattamenti di favore per avere fatto pendere la bilancia in favore del SI, il Ticino dovrebbe preoccuparsi del proprio sviluppo. I posti di lavoro, prima di distribuirli, bisogna crearli. Porre il freno ai posti malpagati per soli frontalieri è cosa ben diversa che creare posti meglio pagati. Il settore dove più facilmente il Ticino li creava, la finanza, è già tanto se li conserva, dopo che già è sparito il gettito fiscale».
Alle considerazioni e agli interrogativi sollevati da Dell’Ambrogio, che condivido, mi permetto aggiungerne un altro, forse non del tutto irrilevante: il Cantone Ticino, che ha contribuito in misura determinante all'esito del voto del 9 febbraio 2014, avrebbe votato alla stessa maniera se a Berna ci fosse stato un Consigliere federale italofono? Mi permetto di dubitarne. Un italofono in Consiglio federale avrebbe infatti contribuito a rafforzare, come hanno sempre fatto tutti i consiglieri federali italofoni, due elementi fondamentali della coesione e del prestigio svizzeri, ossia il legame confederale tra Berna e il Ticino e il legame d'amicizia e di collaborazione con l’Italia.
E’ innegabile infatti che in questi ultimi anni il Ticino si senta spesso trascurato da Berna, ad esempio sulla problematica dei frontalieri, e che le relazioni italo-svizzere non siano all'altezza della tradizione.
Perché la Svizzera resti un Paese coeso e veda maggiormente il proprio destino in Europa e con l’Europa, credo che siano importanti e urgenti sia la soluzione del problema della rappresentanza italofona in seno al Consiglio federale e sia la ripresa di eccellenti relazioni bilaterali con l’Italia.

Giovanni Longu Berna, 19.03.2014

Renzi tra annunci e incertezze


Matteo Renzi, per essere credibile, è costretto a passare dagli annunci in puro stile pubblicitario ai fatti. Finora ha elogiato il «fare» solo a parole, d’ora in poi deve fare davvero, traducendo gli enunciati in misure di governo, rispondenti alle esigenze del Paese e dell’Europa.
Matteo Renzi
Non c’è dubbio che le frasi ad effetto di Renzi nell'ultima fase del governo Letta e subito dopo la sua presa del potere abbiano suscitato grandi aspettative in tutte le fasce dell’opinione pubblica. E’ auspicabile, per il bene degli italiani, che le speranze nel nuovo governo non vadano deluse, ma non c’è dubbio che il rischio è grosso.
Intanto Renzi deve in qualche modo farsi perdonare lo sgarbo fatto al Paese di prendere il potere senza un reale consenso popolare, nonostante gli spergiuri che sarebbe andato a Palazzo Chigi (sede del governo) solo in seguito a una legittimazione del voto popolare (quello vero, non quello delle primarie di un partito). C’è invece andato aggirando l’ostacolo grazie all'avallo del Presidente Giorgio Napolitano, convinto che, insieme, avrebbero rimesso in moto la macchina dello Stato e messo a tacere le voci, per altro poco credibili, di quanti denunciavano i soliti giochi di palazzo.

Fare e convincere
Renzi deve dunque fare e convincere. E poiché ha sfidato l’opinione pubblica affermando: «più soldi in busta paga da maggio o sono un buffone», c’è da sperare che mantenga le promesse, non tanto per evitare la brutta figura, ma perché diversamente il Paese affonderebbe davvero nella palude. Se riuscirà a trovare le risorse necessarie nessuno potrà chiamarlo buffone, furbo illusionista, venditore di fumo, e tutti (o quasi, perché gli scontenti ci saranno sempre) gli saranno grati.
La speranza però non è una certezza e resta ancora da vedere dove il governo troverà i soldi promessi agli italiani. Questo è il vero banco di prova di Renzi. Personalmente sono fiducioso perché in Italia è possibile molto ricupero dai tagli alla spesa pubblica improduttiva e perché tutto si può dire dell’Italia, tranne che sia un Paese povero: la ricchezza privata degli italiani (oltre 8640 miliardi di euro) è più di quattro volte il debito pubblico (attualmente 2089 miliardi).
In questo rapporto, l’Italia sta meglio della Germania e della Francia. Perché Renzi non pensa (anzi, perché l’ha escluso?) a introdurre, come esiste in molti altri Paesi, una piccola imposta sulla ricchezza? Esiste persino in Svizzera e non si può dire che gli svizzeri navighino in cattive acque. Potrebbe apparire un’imposta inizialmente odiosa, ma colpendo soprattutto i patrimoni più consistenti, tutti finirebbero per farsene una ragione, compresi le banche, le imprese e i grandi capitalisti. Tanto più che questo gettito supplementare d’imposta potrebbe consentire allo Stato di abbassare realmente le imposte per tutti. Non è un paradosso non utilizzare a fin di bene (comune) l’enorme ricchezza disponibile posseduta dagli italiani?

Quali riforme costituzionali?
Un altro banco di prova del governo Renzi sono certamente le riforme costituzionali, annunciate a razzo, ma ad alto rischio di non raggiungere gli obiettivi. Ecco alcune domande le cui risposte mi appaiono particolarmente incerte.
Le prime questioni riguardano la legge elettorale, che dovrebbe avere la priorità assoluta per consentire di andare a votare, se necessario, anche tra pochi mesi. Ebbene, questa legge, che ha già superato lo scoglio della Camera dei deputati non senza difficoltà, ma che è già stata battezzata da alcuni (oppositori) come un «nuovo porcellum» o addirittura una legge «peggiore della precedente», riuscirà a superare anche gli ostacoli che già s’intravvedono al Senato? E ancora, si è proprio sicuri che anche questa legge sia priva di elementi d’incostituzionalità come la precedente? E ancora: di fronte a tanti ostacoli e obiezioni, non poteva Renzi pretendere se non le quote rosa almeno le preferenze? Infine, è proprio certo che Renzi voglia davvero una legge elettorale in tempi stretti?
Senato: da eliminare o da modificare?
Tra le riforme invocate a gran voce da Renzi figura l'abolizione del Senato. Sono molto scettico che vi riesca, soprattutto perché ne mancano le motivazioni. Basterebbe pensare che il bicameralismo è una caratteristica della maggior parte degli Stati e il monocameralismo è presente quasi esclusivamente nei piccoli Stati. Inoltre è un’istituzione fondamentale in tutti gli Stati federali e l’Italia, pur non essendo tale, ha aspetti di federalismo che meriterebbero di essere realizzati. Non basterebbe modificarne la composizione (riducendone drasticamente il numero dei membri) e la funzione? E poi, è pensabile che il Senato voglia davvero autoeliminarsi?
Su altre riforme ambiziose che vorrebbe fare Renzi (riforma della pubblica amministrazione, del mondo del lavoro, della Parte II, titolo V della Costituzione, ecc.) tralascio per ragioni di spazio, ma sarei curioso di sapere perché della serie non fa parte la modifica del Titolo II della Parte II, riguardante il Presidente della Repubblica. Eppure, a mio modo di vedere, proprio questa riforma introdurrebbe nel sistema Italia un elemento di chiarezza (quali sono i reali poteri del Capo dello Stato e quali quelli del Capo del Governo?) e forse di cambiamento strutturale decisivo per il futuro della Repubblica.
Giovanni Longu
Berna, 19.03.2014


05 marzo 2014

Renzi, scuola e lavoro


Del programma di Renzi presentato alle Camere per la fiducia si è detto di tutto e di più, ma sostenitori e oppositori sono stati una volta tanto unanimi nel ritenere che il nuovo (anche se non di zecca) governo va giudicato sui fatti. Sono anch’io della stessa opinione: la validità di un programma si misura solo sui risultati, da raggiungere in tempi ragionevoli.

In condizioni normali sarebbe paradossale e ingiusto attendersi in poche settimane o pochi mesi ciò che non è stato raggiunto in decenni. Dal governo Renzi, tuttavia, ci si attende molto e presto perché la situazione italiana è oggettivamente grave. Quasi tutti gli indicatori economici sono ancora negativi.

Non c’è tempo da perdere
Nel discorso programmatico alle Camere, prudentemente Renzi si è dato un tempo medio, né troppo breve né troppo lungo, per realizzare le riforme strutturali annunciate: legge elettorale, riduzione delle tasse, taglio del costo del lavoro, taglio delle spese, riforma della burocrazia, riforma dello Stato (Titolo V), ecc. Non c’è però tempo da perdere. Le attese sono tante, forse troppe.
Credo tuttavia che sia doveroso concedere a Renzi e al suo governo la fiducia necessaria, augurandogli di non fare troppi errori, soprattutto agli inizi. Alcuni errori li ha già fatti, ma non gravi, ad esempio nella scelta della compagine governativa, nella «rimodulazione» della Tasi, ossia la tassa sui servizi comunali, ecc. 
I primi cento giorni saranno fondamentali per la sua credibilità. Se entro questo tempo riuscirà a portare in porto almeno alcune riforme importanti, la navigazione del suo governo continuerà tranquilla, diversamente rischierà ogni giorno di naufragare. I mari della politica, si è visto proprio al passaggio da Letta a Renzi, sono infidi.

Renzi ce la farà?
Come ho detto, al nuovo governo bisogna dare fiducia, sia pure condizionata ai risultati che porterà. Ma è legittima la domanda se davvero Renzi riuscirà a realizzare, sia pure in tempi medi, tutto quello che ha promesso. Magari, verrebbe da esclamare, ma il dubbio oltre che legittimo è fondato. Esso non nasce da un ragionamento semplice ma efficace: perché dovrebbe riuscire Renzi dove tutti gli altri hanno fallito? Esso nasce dalla considerazione che alcune riforme annunciate sono estremamente impegnative non solo per il governo, ma anche per il parlamento e per l’intera società. Mi riferisco in particolare alle riforme della scuola e del mondo del lavoro.
In questi campi, gli interventi necessari mi sembrano di una tale portata, in termini non solo finanziari ma anche culturali, che un governo nato male (perché non è frutto di un chiaro risultato elettorale, ma di un intrigo di palazzo) e fragile (perché si regge su un’intesa tutt’altro che solida) difficilmente può farsene carico senza il sostegno di una larga maggioranza parlamentare e di un vasto sostegno sociale. Al governo Renzi manca sia l’uno che l’altro.

Il problema scuola
Forse per questo il programma del governo Renzi è apparso a molti osservatori ambizioso nelle apparenze ma alquanto incerto nella sua realizzabilità. Non resta che attendere i risultati dei primi cento giorni, il periodo in cui di solito i capi di governo cercano di realizzare il massimo del loro programma.
Essendo ancora agli inizi, sarebbe ingiusto somministrare già ora voti di approvazione o disapprovazione. Qualche osservazione dev’essere però consentita.
Mi si è aperto il cuore quando ho sentito Renzi, parlando a braccio al Senato, che annunciava il punto di partenza della sua rivoluzione: la scuola. Finalmente, mi sono detto, un primo ministro che si rende conto che alla radice dei peggiori mali d’Italia c’è la crisi profonda in cui versa il sistema scolastico italiano ormai da decenni.
Mi sono segnato alcune frasi: «di fronte alla crisi economica non si può non partire dalle scuole»; «è dalla scuola che riparte un Paese e nasce la sua credibilità». Finalmente, mi sono detto, un leader che capisce la centralità della scuola, ossia della formazione e della cultura, nel processo di sviluppo di un popolo e di un Paese. E già immaginavo il rilancio della scuola italiana e la gioia di poter scrivere presto che gli allievi italiani a tutti i livelli della formazione, da quella elementare a quella universitaria, nelle classifiche internazionali non occupano più posizioni medio-basse, ma si avvicinano a quelle d’eccellenza.

Quale riforma scolastica intende Renzi?
Ho continuato ad ascoltare con interesse il neopresidente del Consiglio Renzi, ma pochi istanti dopo mi sono reso conto di aver preso un abbaglio, perché avevo interpretato male il suo messaggio. Il mio entusiasmo si è azzerato di colpo. Renzi infatti non parlava della scuola e della cultura come motori di sviluppo, ma di edifici scolastici, di muri e di aule scolastiche.
Da ex sindaco e responsabile dell’edilizia scolastica, stava annunciando nel concreto il suo programma: «Domani chiederò per lettera a tutti gli ottomila sindaci e ai presidenti delle province superstiti una lettera per chiedere il punto della situazione sull'edilizia scolastica, seguendo una suggestione di Renzo Piano, che ha parlato di rammendare i nostri territori, le nostre periferie». In effetti Renzi aveva in testa un piano per l’edilizia scolastica da miliardi di euro.
Gli investimenti del governo per adeguare agli standard moderni le vecchie scuole e crearne delle nuove (magari belle e anche con laboratori e palestre) saranno indubbiamente utili, ma non vorrei che il governo Renzi si limitasse al «rammendo» suggerito da Piano o alla costruzione di involucri e contenitori. Mi piacerebbe che pensasse seriamente anche ai contenuti e agli obiettivi, all’insegnamento, alla preparazione degli insegnanti, alla qualificazione degli istituti, alle attività di ricerca, all’internazionalizzazione delle università, ai poli di eccellenza, alla formazione continua, ecc.

Riforma del lavoro in un'economia post industriale
Un altro grande piano di riforme previsto da Renzi è quello riguardante il mondo del lavoro. Anche al riguardo vedo il rischio del «rammendo». Non c’è dubbio che i primi interventi del governo devono essere indirizzati a rimettere in moto il sistema produttivo (riducendo il cuneo fiscale) e ad abbassare il catastrofico tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma il governo italiano deve andare oltre. Chiusa in tempi brevi la fase emergenziale, deve avviare un serio e moderno piano occupazionale tenendo presente che il modello a cui ispirarsi non può più essere quello di un’economia manifatturiera, ma quello di un’economia post industriale ad alto valore aggiunto.
In un mondo globalizzato, se l’Italia vuole competere con la Germania, la Francia o la Gran Bretagna, tanto per citare alcuni Paesi comparabili, deve sapere che i nuovi posti di lavoro si otterranno non creando nuove fabbriche, ma nel settore delle nuove tecnologie e sviluppando il terziario. Il flusso degli occupati dal secondario al terziario è una dinamica irreversibile in Europa e anche l’Italia deve seguirla, se vuole restare nel plotone che avanza e non in quello della sussistenza.

Lavoro e formazione
Non vorrei che un governo del «fare», come vuol essere quello di Renzi, si riducesse a fare il muratore, l’assistente sociale o il collocatore, ma impiegasse risorse finanziarie e mentali soprattutto a rimettere in sesto la macchina dello Stato, creando efficienza e senso di responsabilità, eliminando gli sprechi, che sono tantissimi in tutti i settori, introducendo nel pubblico come nel privato criteri di efficienza, produttività e meritocrazia, investendo nella ricerca e nell’innovazione.
Un governo progressista non è solo quello che mira a garantire a tutti un minimo salariale, ma soprattutto quello che mette in condizione tutti i salariati di raggiungere livelli salariali elevati e proporzionali alle loro capacità e responsabilità. Se i salari non sono agganciati a questi elementi e alla produttività tutti gli equilibri sociali prima o poi saltano.
E’ evidente a questo punto quanto la formazione sia fondamentale non solo per una preparazione professionale moderna e orientata al futuro, ma anche per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili, senza complessi d’inferiorità o di subalternità in Europa.
Giovanni Longu
Berna, 5.3.2014


26 febbraio 2014

Democrazia diretta, un esempio per l’Europa? E per l'Italia?


All’indomani delle votazioni federali del 9 febbraio 2014 le prime reazioni dei media svizzeri sono state anzitutto di sorpresa. E’ vero che molti osservatori facevano notare alla vigilia del voto che il rigetto dell’iniziativa popolare promossa dalla destra nazionalista non era affatto scontato, tuttavia la maggioranza di essi lo dava più che probabile. Superata la sorpresa iniziale, i commentatori si sono sbizzarriti sulle conseguenze negative del voto, soprattutto nei rapporti Svizzera-UE. Nessuno, tuttavia, ha osato mettere in dubbio la democrazia diretta svizzera. Da ogni parte, anche quella dei convinti sostenitori della libera circolazione, è stata riconosciuta non solo la piena legittimità del voto, ma anche la necessità di rispettarlo.

Né populismo né «suicidio collettivo»
Gli svizzeri, direi all'unanimità e a cominciare dalle autorità politiche, hanno dato un’ennesima prova di rispetto delle decisioni prese democraticamente, pur non condividendole nel merito. Al contrario, quasi tutta la stampa estera e anche alcuni tecnocrati dell’UE hanno accusato la Svizzera di populismo, di xenofobia e perfino di razzismo, preconizzando immani sciagure e ritorsioni da parte dell’UE. Un ministro francese ha addirittura qualificato il voto svizzero come un «suicidio collettivo», pronosticando per la Svizzera rappresaglie e il suo impoverimento.
Non so quale sia l’analisi giusta del voto del 9 febbraio scorso, ma credo che una decisione popolare vada comunque rispettata, tanto più se presa da un popolo che in fatto di democrazia non ha davvero nulla da invidiare almeno in Europa. In fondo, anche le critiche piovute dai vertici europei non fanno che confermare la bontà del metodo seguito in questo Paese.

Un esempio per l’Europa?
Il sospetto che la decisione presa dagli svizzeri faccia paura ai tecnocrati europei non è del tutto infondato. In effetti la democrazia diretta svizzera potrebbe essere contagiosa. In un primo tempo potrebbe addirittura incoraggiare gli euroscettici nelle prossime elezioni europee di maggio. In un secondo tempo potrebbe spingere altri popoli a rivendicare maggiori diritti popolari, compreso quello di recarsi alle urne quando siano in gioco interessi vitali del Paese.
Un maggior coinvolgimento del popolo sovrano nelle grandi decisioni dell’UE e dei singoli Stati potrebbe apparire inizialmente come un affronto nei confronti dei tecnocrati, ma alla lunga i benefici risulterebbero evidenti: maggior rispetto della volontà popolare, maggiore responsabilizzazione dei cittadini, minore supponenza e arroganza dei governanti, in una parola maggiore democrazia.

E per l’Italia?
Certamente un po’ più di democrazia servirebbe anche all’Italia. In questi ultimi anni i giochi di Palazzo non hanno certo portato bene al Paese. Non appena l’ultimo governo Berlusconi ha dato prova di non essere più in grado di reggere, la soluzione più democratica doveva essere il ricorso immediato alle urne, persino con una legge elettorale inadeguata e parzialmente incostituzionale.
E. Letta, G. Napolitano, M. Renzi
In alternativa, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrebbe potuto inviare un Messaggio alle Camere, com’è nei suoi poteri, per sollecitare l’approvazione di una nuova legge. Perché non l’ha fatto e ha preferito insediare direttamente dapprima Monti (con metodi apparsi quantomeno discutibili), poi Letta e ora Renzi? Quanto bisogna ancora aspettare prima che un governo sia il risultato di una consultazione popolare, forse non indispensabile ma certamente più democratica del metodo utilizzato in questi ultimi casi?
L’Italia sarà pure, secondo la Costituzione, una repubblica parlamentare, ma nella realtà appare sempre più come una repubblica presidenziale, in cui il Parlamento rischia di contare meno del Quirinale e addirittura di una segreteria di partito. E’ parlamentare e democratica l’ultima crisi di governo? In una democrazia come quella svizzera certamente non lo sarebbe e questa è forse una delle maggiori differenze tra la Svizzera e l’Italia. Più che una democrazia diretta quella italiana sembra una democrazia distorta. Non per nulla, nei confronti internazionali incentrati sull’indice di democrazia degli Stati, l’Italia è ultima tra i grandi Paesi occidentali.

Riavvicinare la politica alla gente
Nei media si parla spesso di distacco della gente dalla politica, ma forse si dovrebbe parlare di distacco della politica dalla gente. Da alcuni anni ormai la classe politica italiana non sembra più in grado di rappresentare le idee e le preoccupazioni dei cittadini e soprattutto si dimostra incapace anche solo di attenuare i disagi della crisi. Tutti dovrebbero trarne le conseguenze, dal Capo dello Stato ai singoli deputati.
Matteo Renzi
L’ultima speranza è ora rappresentata dal tentativo Renzi. Ce la farà? Non ce la farà? A parte gli auguri di rito per il bene del Paese, l’incertezza è giustificata dalla genericità del suo programma, dalla sua ambizione velleitaria di cambiare «radicalmente» il Paese, dalla eterogenea e debole maggioranza di cui dispone in Parlamento, soprattutto al Senato, ma anche dalle fibrillazioni in seno al suo stesso partito (PD), non da ultimo per il metodo con cui il Presidente del Consiglio dimissionario, Enrico Letta, è stato defenestrato, non certo un bell’esempio di democrazia, nemmeno per un conterraneo di Machiavelli per cui «il fine giustifica i mezzi».
Tanto varrebbe tornare quanto prima alle urne. Ad ogni buon conto, per il bene dell'Italia, tanti auguri al governo Renzi.

Giovanni Longu
Berna, 26.02.2014

Voto svizzero e Accordi bilaterali


In Svizzera le reazioni negative all'esito della votazione del 9 febbraio 2014, che ha approvato la limitazione dell’immigrazione di massa, lentamente si stemperano. Nessuno crede più che si sia trattato di una disfatta per la Svizzera e che non ci siano vie d’uscita. Persino in Europa nessuno fa più la voce grossa, anzi si levano voci autorevoli, a cominciare dalla Merkel, che lasciano intravedere possibili soluzioni. Certo, anche i vincitori della votazione si rendono conto che i rapporti con l’Unione Europea (UE) non saranno più gli stessi, ma si dimostrano nonostante tutto ottimisti.
I più ottimisti sono ovviamente i vincitori della consultazione popolare, l’Unione democratica di centro (UDC) e la Lega dei Ticinesi. Entrambe le organizzazioni si rendono conto che i prossimi negoziati con l’Europa e con l’Italia saranno tutt’altro che facili, ma sanno di potersi battere col sostegno del voto popolare, risicato a livello nazionale, molto ampio in Ticino.

Svizzeri decisi e ottimisti
L’UDC, per bocca soprattutto dello storico tribuno Christopf Blocher, pur ritenendo che la partita con l’UE sarà difficile, ritiene persino che alla fine la Svizzera potrebbe ritrovarsi più forte come accadde nel 1992, quando venne respinto l’accordo sullo Spazio economico europeo. Con la votazione del 9 febbraio, ritiene Blocher, la Svizzera si è riappropriata della propria sovranità, sottraendosi a quel «rapporto di tipo coloniale con l’UE», che subiva da tempo anche per la debolezza della classe politica svizzera al riguardo. Bruxelles deve ora prenderne atto e riprendere i negoziati.
E’ opinione diffusa che tra la Svizzera e l’Europa, appena saranno archiviate le reazioni a caldo (e soprattutto dopo le elezioni europee di maggio), riprenderà il dialogo perché tanti sono gli interessi comuni: oltre alla libera circolazione, la ricerca, il programma di scambi universitari Erasmus, il mercato dell’energia, il sistema dei trasporti transalpini, ecc. D’altra parte nessuno dà per scontato che la via degli accordi bilaterali sia esaurita.

Difficoltà con l’Italia
Anche con l’Italia, il dialogo dovrebbe riprendere quanto prima, ma non sarà facile trovare nuovi accordi accettabili da entrambe le parti, almeno in tempi brevi, come forse s’illudevano il ministro Saccomanni e lo stesso capo del governo Enrico Letta pochi mesi fa.
La speranza di un accordo con Berna «entro maggio», appare irrealistico. A meno che il nuovo governo italiano non imprima alla trattativa una forte accelerazione e si riesca a concludere almeno l’accordo sulla fiscalità entro maggio, quando è prevista la visita di Stato in Svizzera del presidente Giorgio Napolitano.
L’accordo sulla fiscalità, in effetti, sembra essere ormai a portata di mano, perché la Svizzera è disposta ad abbandonare il modello Rubik e ad accettare lo scambio automatico delle informazioni. Restano tuttavia numerosi dettagli, alcuni non di poco conto, che devono essere ancora regolati. La Svizzera chiede, ad esempio, di essere cancellata dalle «liste nere» italiane, dove figurano i Paesi ritenuti «canaglia» in ambito fiscale (i cosiddetti «paradisi fiscali») e la garanzia di poter partecipare al mercato finanziario italiano. Inoltre, non è ancora ben chiaro se il trattamento fiscale delle persone e delle imprese italiane con conti in Svizzera sarà o meno discriminatorio rispetto a persone e imprese con capitali nei Paesi dell’UE.

Il problema dei frontalieri
Le difficoltà maggiori nella trattativa con l’Italia non riguardano tanto il negoziato sulla fiscalità, quanto gli altri accordi in discussione, soprattutto quello sui frontalieri. La Lega dei Ticinesi, forte del consenso ottenuto in Ticino dal fronte dei sì all'iniziativa sulle limitazioni dell’immigrazione di massa (quasi il 70%), insiste perché si metta mano in tempi brevi alla trattativa, per chiudere definitivamente il contenzioso.
E’ probabile che questa volta l’attivismo dei ticinesi la spunti sul presunto immobilismo di Berna, che probabilmente ha sottovalutato la questione dei frontalieri. Oltretutto oggi la classe politica ticinese è compatta nel chiedere a Berna d’intervenire su Roma e di disdire l’accordo sui frontalieri del 1974 (anche se proprio ieri il Consiglio federale, per bocca della ministra delle finanze Widmer-Schlumpf, ha fatto sapere che intende migliorarlo ma non disdirlo). Si è parlato persino di bloccare i ristorni fiscali dei frontalieri all’Italia (ma il Consiglio federale si è detto contrario), di aumentare le imposte dei frontalieri, di intervenire subito sugli autonomi italiani, i cosiddetti «padroncini», di controllare meglio i flussi dei frontalieri, almeno fino a quando la crisi occupazionale italiana non si affievolirà, ecc.
A questo punto è difficile prevedere la conclusione dei vari negoziati, ma una cosa è certa: gli scambi tra l’Italia e la Svizzera (specialmente il Ticino) non cesseranno mai, anzi sono destinati a crescere. Basti pensare all’interscambio tra i due Paesi, ai trasporti, ai rapporti culturali, all’Expo 2015 di Milano, alla forte presenza italiana in Svizzera. Tanto varrebbe che il dialogo riprendesse immediatamente perché la soluzione dei problemi appare indispensabile e urgente.

Giovanni Longu
Berna, 26.02.2014

19 febbraio 2014

Nello Celio e l’immigrazione italiana (seconda parte)


L’Accordo di emigrazione
tra la Svizzera e l’Italia del 1964 comportava indubbi miglioramenti delle condizioni di lavoro e di vita degli italiani immigrati in Svizzera. Si trattava, tuttavia non di un cedimento alle richieste italiane, come interpretava la destra xenofoba, ma di rimedi ragionevoli a una situazione divenuta intollerabile. Erano anche rimedi vantaggiosi non solo per i diretti interessati, ma anche per la Svizzera nell’ottica di una politica estera aperta all’Europa e nella prospettiva molto realistica di un fabbisogno duraturo di manodopera estera.

La buona politica contro la xenofobia
Il dibattito al Consiglio nazionale della primavera del 1965 sulla ratifica dell’Accordo italo-svizzero era stato preceduto da una campagna antistranieri molto aggressiva. Nel periodo natalizio del 1964 la città di Zurigo, roccaforte della destra xenofoba, era stata inondata da opuscoli rossi e verdi, ingiuriosi nei confronti soprattutto degli italiani. I più scalmanati pretendevano che «l’infiltrazione straniera» venisse fermata in ogni modo perché «la loro invasione appare nociva e pericolosa come quella delle cavallette», «significa tradimento all'avvenire dei nostri figli e all'eredità spirituale tramandataci dai nostri padri».
Mentre al Consiglio degli Stati la discussione si era svolta in maniera spedita e oggettiva, tanto è vero che si concluse con l’approvazione dell’Accordo all’unanimità, al Consiglio nazionale durò a lungo, con sedute anche notturne, e con una vivacità di toni piuttosto inusuale.
Ben 64 deputati chiesero di intervenire. Più che di un sereno dibattito sui pro e contro la ratifica dell’Accordo si trattò soprattutto di vere e proprie arringhe pro o contro la politica del governo in materia di immigrati. Pesava enormemente l’aria antistranieri e antitaliana che si respirava fuori dell’aula. Alla fine l’Accordo fu approvato a larga maggioranza con 117 voti a favore e 26 contrari.

Curare l’amicizia con l’Italia
A guidare la maggioranza c’erano due deputati destinati in seguito a posti di grande responsabilità nel Consiglio federale, Kurt Furgler e Nello Celio. Di questa maggioranza faceva parte anche un altro deputato ticinese, Enrico Franzoni, del Partito popolare democratico. In un suo appassionato intervento fece valere, contro la valutazione negativa di una miope xenofobia, le buone ragioni di un’immediata ratifica: perché conformi «alle nostre tradizioni in politica estera, alla nostra dignità, ai rapporti di amicizia e di buon vicinato che abbiamo sempre avuto con l'Italia». Inoltre, ricordò che i miglioramenti previsti dall’accordo a favore dei «lavoratori che noi abbiamo voluto avere e che hanno collaborato in misura notevole allo sviluppo dell'economia svizzera» erano del tutto conformi «alla nostra concezione giuridica e morale della persona e della famiglia».
Franzoni aggiunse anche una considerazione che conserva tutta la sua attualità ancor oggi: «Ricordiamo infine che in quest'Europa, che sotto una forma o l'altra tende all'unificazione, abbiamo bisogno di amici, e Dio solo sa quanti amici e quanta simpatia abbiamo perso in questi ultimi anni in Europa». Un concetto evocato anche da altri e soprattutto dal consigliere federale Hans Schaffner che invitava ad aver cura della tradizionale amicizia con l’Italia, tenendo conto che «anche nella nuova Europa avremo bisogno di amici!».

Celio e la politica migratoria
La sede del CISAP di Berna nel 1972
Quando l’anno seguente (1966) Celio venne eletto al Consiglio federale, anche se non gli toccò un dipartimento direttamente coinvolto con la politica migratoria, partecipò ugualmente all’elaborazione di una nuova politica migratoria. Si trattava non solo di arginare il movimento antistranieri dell’Azione Nazionale di James Schwarzenbach, ma anche di adottare misure idonee per favorire l’«assimilazione» (non si parlava ancora di «integrazione») e l’eventuale naturalizzazione degli stranieri.
Celio era infatti convinto non solo che si dovesse contrastare con fermezza i movimenti xenofobi che minavano i veri valori della Svizzera, ma che occorressero anche nuove proposte e nuove visioni. A distanza di quasi mezzo secolo, i recenti dibattiti in materia di politica migratoria, d’integrazione e di naturalizzazione rivelano quanto Nello Celio fosse non solo un uomo del suo tempo ma anche un precursore.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (novembre 1969) dichiarò, con la franchezza che caratterizzava tutti i suoi interventi: «Io combatto con tutti i mezzi leciti l’iniziativa di Schwarzenbach che non si difende né sul piano umano, né tecnico, né politico. E’ un grosso errore. Moralmente è anche un insulto agli svizzeri. Operazioni di questa natura sono assolutamente inconcepibili. La Svizzera ha sempre avuto un’alta percentuale di stranieri e non per questo ha mutato il suo carattere. I naturalizzati del passato sono oggi perfetti cittadini elvetici… Io non avrei la più piccola esitazione ad inserire la seconda generazione di immigrati nella compagine svizzera. Certo una politica di assimilazione più vasta dev’essere fatta».

IL punto di partenza e le conseguenze
Il ragionamento era tutto sommato semplice, ma non banale. Il punto di partenza, per Celio, era la convinzione che l’immigrazione, sia pure regolamentata, fosse una condizione permanente per la Svizzera, perché «la nostra economia per sopravvivere (…) dovrà sempre far ricorso a quelle braccia di cui non dispone».
Il Presidente Celio mentre s'informa sulle
attività del CISAP a favore degli immigrati.
Gliele illustra Piera Caponio, segretaria del
Centro, nel corso di un'intervista (4.5.1972)
Una tale costatazione, però, imponeva l’accettazione inevitabile anche delle conseguenze che ne derivavano: «Se vogliamo rimanere quel che siamo, molto deve cambiare da noi, e particolarmente dobbiamo renderci conto che gran numero di stranieri deve essere inserito, dopo un termine di attesa, nella società per facilitarne l'assimilazione». Di qui il tema tanto caro a Celio dell’integrazione, dell’informazione e della formazione degli immigrati.
Non si trattava per lui di un impegno generico o di un dovere formale imposto dalla carica che ricopriva in seno al Consiglio federale, ma di una profonda convinzione, che nasceva dall’idea stessa dello Stato e del bene comune. Pur essendo un uomo dell’economia, riconoscerà molti anni dopo il politico socialista Helmut Hubacher, Celio «dava la precedenza al bene comune e sapeva indicare la rotta con autorità e chiarezza». Per il bene comune della Svizzera, secondo Celio, anche una buona politica nei confronti degli stranieri era importante.

L’amore per il Paese e l’amore per il prossimo
E una buona politica doveva cominciare dal rispetto, anzi dall’amore per il prossimo, come sottolineò già da semplice deputato a conclusione del suo intervento al Consiglio nazionale nella primavera del 1965: «Guardiamoci dal trattare questo problema [dell’immigrazione] alla luce di un falso patriottismo, di un egoismo sordo che guarda solo ai facili consensi della piazza. L'amore per il paese, per le sue particolarità peculiari, per il suo volto, non deve farci dimenticare l'amore per il prossimo, e neppure ignorare che anche l'economia, il benessere, il lavoro sono un elemento di conservazione di taluni ideali che solo una vita socialmente progredita può garantire».
Il Presidente Celio in visita al CISAP (1972)
Celio ricordò questo concetto anche da neopresidente della Confederazione nel corso dell’allocuzione di Capodanno del 1972: «Evitiamo di pensare unicamente a noi stessi; volgiamo la mente anche alle altre genti sparse nel mondo, dalla cui sorte dipende anche il nostro avvenire. Auguriamoci di poter realizzare sulla terra, con l'aiuto dell'Onnipotente, la pace e la giustizia, suprema aspirazione dell’umanità; anche qui ciascuno di noi è chiamato a dare il suo contributo».

Una visita «non protocollare»
Quanto Celio fosse attento ai problemi dei lavoratori immigrati e fosse sincero nelle sue esternazioni al riguardo lo testimoniò anche una sua visita a un centro di formazione professionale per emigrati, il CISAP di Berna, il 3 novembre 1972. Per l’istituzione, per il personaggio, per la circostanza (l’inaugurazione di un moderno laboratorio linguistico elettronico), per il messaggio lanciato, quel giorno segnò una data storica non solo per il CISAP, ma anche per l’immigrazione italiana in Svizzera. E’ probabile che sia rimasto memorabile anche per Nello Celio.
Anzitutto merita ricordare il saluto di benvenuto dell’Ambasciatore d’Italia Adalberto Figarolo di Gropello, che ringraziò l’illustre ospite perché «molti problemi dell’emigrazione sono stati risolti grazie al suo personale intervento».
Dopo aver visitato i vari reparti del centro sotto la guida del direttore Giorgio Cenni ed aver inaugurato il laboratorio linguistico, il presidente Celio manifestò tutta la sua ammirazione per quanto aveva appena visto. «Devo dire che qui si vedono cose meravigliose e vorrei rendere a tutti coloro che partecipano e che contribuiscono a queste iniziativa l'omaggio del Consiglio Federale. Si vedono cose meravigliose perché si vede innanzitutto della gente che dopo le ore di lavoro si dedica ancora allo studio, alla pratica, all'apprendimento di un mestiere, perché in ognuno di noi, o almeno in molti di noi è sempre viva la volontà di salire nella vita, di essere qualcosa di più di quanto non si è stati, e soprattutto di guardare ad un avvenire migliore...».
Celio prova il nuovo laboratorio linguistico del CISAP
Nel suo breve discorso spontaneo ma non di circostanza, il presidente Celio sottolineò anche il carattere particolare della sua visita, ossia di essere venuto «non per assolvere un compito protocollare, ma per dimostrare innanzitutto la simpatia del governo di questo Paese per il CISAP e per tutte le iniziative che tendono a integrare e ad elevare la sorte dei lavoratori di qualsiasi genere, a qualsiasi nazione appartengano». E ancora: «sono venuto qui per dimostrare che il governo svizzero vuole seguire con la più viva attenzione la vita degli stranieri che operano nel nostro Paese, perché se è vero che noi diamo lavoro, se è vero che noi diamo possibilità di guadagno, è altrettanto vero che questa gente contribuisce a rafforzare la nostra economia e ci consente di produrre, e dà di più di quanto noi diamo, cosicché, per saldo, come si dice in contabilità, sono ancora questi operai, questi lavoratori stranieri che sono in credito nei confronti del Paese».
Anche per queste testimonianze e per la sua coerenza Nello Celio, a cent’anni dalla nascita, merita di essere ricordato.
Giovanni Longu
Berna, 19.02.2014

12 febbraio 2014

Nello Celio e l’immigrazione italiana (prima parte)


Cento anni fa, esattamente il 12 febbraio, nasceva a Quinto, in Ticino, Nello Celio, destinato a una brillante carriera come economista e uomo politico. Padre di due figli, Francesco e Cristina, avvocato e notaio, cattolico liberale. Ha ricoperto importanti incarichi politici dapprima in Ticino, poi nella Confederazione come consigliere nazionale (1963-1966) e consigliere federale (1963-1973). Diresse i dipartimenti militare (1967-1968) e finanze (1968-1973) e nel 1972 fu presidente della Confederazione. Alla fine del 1973 lasciò l’attività politica per ritirarsi a vita privata, non disdegnando tuttavia di occupare importanti incarichi nell'economia e nella finanza (dopo aver rinunciato alla pensione come ex consigliere federale). Morì a Berna il 29 dicembre 1995.
Nello Celio (1914-1995)

Il giudizio storico su Nello Celio è forse ancora controverso come lo è stato quando era in vita, ma non c’è dubbio ch'egli sia stato un importante personaggio della vita pubblica ticinese e nazionale, con una visione del Ticino e della Svizzera che superava i confini nazionali. Un aspetto della sua personalità di cui si è sempre parlato e scritto poco è la sua attenzione particolare all'Italia e agli italiani, specialmente quelli immigrati in Svizzera.

Celio e l’Italia
Celio conosceva e amava l’Italia, tanto che vi trascorreva spesso le vacanze, soprattutto in Versilia, dove, a Marina di Pietrasanta, possedeva una «casetta». Aveva una grande stima di alcuni uomini politici italiani che conosceva personalmente come Carlo Donat-Cattin (dal 1969 al 1972 ministro del lavoro), «persona di un’intelligenza straordinaria e spassosissima», Emilio Colombo (presidente del Consiglio dei ministri dal 1970 al 1972), Alberto Bemporad (all’epoca sottosegretario agli affari esteri), «una cara persona» e numerosi altri. Tra i funzionari dell’Ambasciata italiana di Berna conosceva in particolare il ministro Tullio Migneco, siciliano, «mio buon amico», allora capo dell’Ufficio emigrazione. Ma aveva grande stima degli italiani in generale e in particolare, come si vedrà, dei lavoratori immigrati in Svizzera. Non lo nascondeva: «siamo in debito con l’Italia».
Dell’Italia conosceva non solo la politica, ma anche molte tradizioni, culinarie comprese. Ad esempio, apprezzava molto il caffè all'italiana, che riusciva ad ottenere anche in casa da ciascuna delle tre macchinette Faema, Olympia e Mirella, che possedeva. Per ottenere un buon caffè sconsigliava di comprare caffè già macinato, perché destinato a perdere presto l’aroma. Secondo lui il caffè andrebbe sempre macinato al momento. La sua preferenza andava a una miscela particolare di caffè africano e caffè portoricano. Avrebbe voluto miscelare e tostare egli stesso il suo caffè «all'italiana», ma non era ancora riuscito a trovare lo strumento apposito.

Celio e l’Accordo di emigrazione del 1964
Nello Celio amava certamente l’Italia e gli italiani, ma forse la sua maggiore comprensione e stima era rivolta ai lavoratori italiani venuti a lavorare in Svizzera, che sentiva poco compresi e ingiustamente colpevolizzati. A quanti sostenevano la scarsa integrazione degli immigrati nella Svizzera tedesca rispondeva che integrarsi era tutt'altro che facile, soprattutto a causa della lingua. Di per sé, «gli italiani sono rapidamente assimilabili», ma quando ci si mette di mezzo il tedesco («boia di una lingua!»), le difficoltà sono inevitabili. Celio aveva conosciuto queste difficoltà in famiglia e nel corso di un’intervista a ruota libera del 4 maggio 1972 confessò: «per mio figlio è stato una tragedia il tedesco, per mia figlia no».
Di fronte alle ingiustificate preoccupazioni nei confronti degli immigrati italiani, Celio aveva espresso chiaramente il suo pensiero una prima volta in occasione del lungo dibattito al Consiglio nazionale, nel 1965, sulla ratifica dell’Accordo di emigrazione tra la Svizzera e l’Italia del 1964. Credo che le sue considerazioni meritino di essere ricordate, anche per l’attualità che hanno conservato, nonostante sia trascorso da allora quasi mezzo secolo e sebbene gli attacchi xenofobi di oggi non siano più rivolti solo agli italiani.
E’ noto che quell'Accordo fu molto contestato in Svizzera soprattutto dalla destra nazionalista. Celio fu tra i principali oppositori di quella destra che aveva organizzato un’ondata di contrasti e di polemiche a scopo puramente strumentale e ricattatorio. Alla domanda se fosse giustificata tanta violenta reazione, Celio rispondeva molto garbatamente ma fermamente: «Non è certamente lecito sottovalutare quanto accade nel paese in questo momento, ma ancor meno lecito è assecondare le più deteriori manifestazioni contro i lavoratori italiani, il cui unico torto è quello d'essere nella corrente migratoria verso una economia che li ha reclamati a gran voce …».

Richiamo alla responsabilità e al buon senso
Da parte di Celio, la difesa degli immigrati italiani non era dovuta a semplice simpatia personale e tantomeno si trattava di una difesa d’ufficio legata alla «vicinanza» geografica e culturale del Ticino con l’Italia o a considerazioni di tipo umanitario, ma era il risultato di una visione politica (una chiara proiezione della Svizzera nel più vasto contesto dell’integrazione europea) e di convinzioni profonde fondate sulla realtà.
Italiani durante lo scavo della galleria del San Gottarrdo
Nel suo intervento al Consiglio nazionale Celio invitava a un piccolo sforzo di memoria e di comprensione: «In collaborazione con l'eccellente operaio svizzero, l'emigrazione italiana ha da noi impresso il marchio alle più grandi opere, dalle gallerie ferroviarie agli impianti idrici, e le grandi costruzioni del genio civile non avrebbero visto la luce se umili e meno umili lavoratori di quella nazione che nei tempi illuminò il mondo con la sua civiltà, non vi avessero posto mano. Il padronato svizzero non può misconoscere di avere, grazie alla mano d'opera italiana, risolto il problema della espansione ed i lavoratori del nostro paese, dopo aver fino a ieri predicato la solidarietà internazionale, non avranno dimenticato il contributo dell'estero all'incremento del prodotto sociale di cui essi stessi hanno beneficiato in larga misura».
La Grande-Dixence, la diga più alta del mondo
Pertanto, proseguiva Celio, «di fronte a questo fattivo, innegabile, insostituibile grande apporto [degli italiani], impallidiscono singoli episodi, certo non edificanti, ma comuni a tutti gli esseri umani, e che acquistano d'un tratto particolare riprovevole rilievo solo perché sono imputabili a stranieri».
Per contestualizzare ulteriormente l’intervento di Celio è bene ricordare che dalla fine degli anni Cinquanta la paura dell’«invasione» degli stranieri (allora soprattutto italiani) non faceva che aumentare, anche tra i sindacati, tanto che il Consiglio federale si vide costretto a intervenire introducendo misure di contenimento (i famosi «contingenti») all'ingresso di nuovi immigrati. L’applicazione immediata di tali misure aveva creato non pochi problemi alle frontiere di Chiasso e Briga, e un problema politico in Italia, perché molti lavoratori italiani, sprovvisti dell’autorizzazione della polizia degli stranieri, vennero respinti alla frontiera. Tant’è, soprattutto la destra nazionalista e xenofoba riteneva tali misure insufficienti e il 15 dicembre 1964, ossia pochi mesi dopo la firma dell’Accordo italo-svizzero, aveva lanciato un’iniziativa popolare «contro l’inforestierimento».

Applicare le misure con «umanità»
In questo contesto, l’intervento dell’on. Celio proseguiva con queste parole: «Sono nettamente favorevole alla politica del Consiglio federale che vuole arginare il flusso degli operai stranieri: mi sia concesso di dire però che se eccesso vi fu lo è stato nella domanda, non nella offerta di servigi, e se errore vi fu, lo è stato da parte dei lati economici nell'aver seguito il fenomeno con occhio contemplatore, senza avvertire tempestivamente l'esito finale, che doveva tradursi in drastiche misure. E se errore politico è stato commesso, non è quello di oggi, ma quello di non aver creato le condizioni per assicurare alla nostra economia quegli elementi del settentrione italiano che, per mentalità e costume di vita, meglio si addicevano ad una assimilazione».
Riferendosi in particolare ai frontalieri e agli operai edili Celio non aveva dubbi: «Che i frontalieri non creino problemi congiunturali, non è da dimostrare, e sappiamo quanto siano necessari ai nostri cantoni di frontiera. Che gli operai dei cantieri discosti non domandano infrastruttura è anche pacifico. Infine, che sia rispondente al nostro interesse, nell'ambito delle nostre relazioni mondiali, considerare la presenza da noi di complessi che al disopra delle frontiere creano legami economici con altri paesi, pure mi sembra indiscutibile. Il Consiglio federale deve essere sorretto nei suoi sforzi con dignità, senza tracotanti dichiarazioni e senza imposizioni arbitrarie circa il numero, imposizioni che tengono conto del rumore che sale dalla piazza, ma assai meno della complessità della nostra economia e della nostra industria. Ma il Consiglio federale deve anche adoperarsi perché le misure siano applicate con umanità. Non faccio rimproveri a nessuno, perché so quanto sia difficile, ma è lecito dire che certe scene alla frontiera, la divisione delle famiglie, quando proprio l'accordo le vuole unire, hanno risvegliato in noi sentimenti di amarezza».

«Discutiamo da pari a pari»
Celio invitava quindi a evitare polemiche inutili e dannose, nell’interesse di tutti, e a ricondurre la discussione entro i termini di un accordo che deve regolare un «fatto economico» concernente due parti che vanno considerate «sullo stesso livello».
Così argomentava: «Io considero il lavoro straniero in Svizzera come un fatto economico, una compenetrazione di economie, l'una ricca di braccia, l'altra di attrezzature e di capacità produttiva. Non facciamo, per la dignità stessa dei lavoratori, del lavoro italiano in Svizzera, un fatto di carità, o di assistenza internazionale. Mettiamo le due parti sullo stesso livello, e discutiamo da pari a pari, senza speculazioni sullo stato di necessità dei contraenti».
Il vero problema di cui discutere, serenamente, non era tanto se l'accordo con l'Italia incidesse sul numero degli stranieri in Svizzera, ma come incideva, ossia estendendo la possibilità di riunire le famiglie. «Le famiglie, le scuole per i figli, gli alloggi: ecco il punto cruciale e controverso», ma anche ineludibile. Celio alludeva evidentemente a una politica d’integrazione ancora di là da venire, ma fondamentale, almeno nella misura in cui si riteneva indispensabile anche in futuro la manodopera estera. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 12. 02. 2014