10 giugno 2015

Marignano e la storia svizzera: 1515-2015


Il 2015 è un anno di grandi anniversari per la Svizzera. Quelli maggiormente ricordati sono, in ordine cronologico: la vittoria di Morgarten (1315), che determinò l’affrancamento dei Cantoni primitivi dalla sudditanza asburgica; la conquista dell’Argovia (1415), una chiara testimonianza dello spirito di conquista dei primi Cantoni; la disfatta di Marignano (1515), che segnò la fine dei sogni di conquista degli «Svizzeri»; il Congresso di Vienna (1815), che garantì l’indipendenza e l’integrità territoriale della Svizzera, ma le impose la neutralità perpetua; l’accerchiamento della Svizzera durante la prima guerra mondiale, dopo l’entrata in guerra dell’Italia (1915); la fine della seconda guerra mondiale (1945), che ha posto la Svizzera di fronte all’esigenza di nuove aperture e collaborazioni internazionali, ecc.

Lungo processo identitario svizzero
Ho citato solo alcuni eventi che hanno segnato la storia svizzera o qualche aspetto rilevante della politica federale. A ben vedere, sono collegati da un sottile ma decisivo filo rosso: l’avvio e lo sviluppo di quel processo identitario svizzero sui cui risultati talvolta ci s’interroga perplessi. Per alcuni, infatti, restano ancora poco chiari i suoi contenuti soprattutto alla luce di un processo analogo di dimensione europea, ma anche nel quadro delle politiche sociali interne alla stessa Svizzera.
Battaglia di Marignano: dettaglio di un dipinto attribuito al
Maestro de la Ratière (da Wikipedia)
Probabilmente in questa ricerca di chiarezza si commette l’errore di pretendere di poter determinare, ossia fissare nel tempo e nello spazio, una caratteristica che per sua natura non è statica ma dinamica, in continua evoluzione. L’identità di un popolo, infatti, non può essere definita una volta per sempre, ma ne segue l’evoluzione storica, economica e culturale secondo dinamiche interne ed esterne, spesso, come nel caso svizzero, particolarmente complesse.
In questo processo di formazione dell’identità svizzera, la disfatta di Marignano del 1515 ha segnato sicuramente una tappa fondamentale. Per capirne l’importanza è opportuno ricordare che l’intero processo, per altro non ancora finito, abbraccia un arco di tempo molto lungo di almeno sette secoli. Se il suo inizio si colloca, come da tradizione, nel 1291 (col mitico Patto del Grütli), la battaglia di Marignano interviene nella prima fase storica, quando la «Confederazione dei tredici Cantoni» (costituita dai tre Cantoni primitivi Uri, Svitto e Untervaldo, dai cinque nuovi Cantoni aggregatisi fino al 1481, e poi ancora da altri cinque aggiuntisi fino al 1513) era ancora in forte espansione.

Gli «Svizzeri» e il Ducato di Milano
Sebbene la vecchia Confederazione non costituisse un vero e proprio Stato unitario in senso moderno, ma piuttosto un complicato sistema di alleanze di Stati indipendenti, essa riusciva a gestire in comune una serie di territori sottomessi (alcuni dei quali si trovavano in territorio «italiano» e già appartenuti al Ducato di Milano) e persino un esercito comune, oltre alle numerose milizie «mercenarie» che dipendevano direttamente dai vari Cantoni.
Per capire l’importanza della sconfitta di Marignano occorre anche ricordare che da decenni l’esercito «svizzero» era ritenuto uno dei più potenti dell’epoca, quasi sempre vittorioso negli scontri con altri eserciti comparabili, e pertanto oltremodo temibile. Secondo uno studioso dell’epoca, lo storico e uomo politico fiorentino Niccolò Machiavelli (1469-1527), gli «Svizzeri» erano tuttavia temibili non tanto in quanto «invincibili», bensì in quanto capaci, se l’avessero voluto, di conquistare e aggiungere nuove terre a un proprio Stato, che intanto non avevano.
Machiavelli alludeva all’anomalia degli «Svizzeri» che, per quanto disponessero di un potente esercito, non pensavano, almeno in quel momento, a costituire uno Stato unitario (pur senza rinunciare a estendere i domini dei singoli Cantoni), ma si limitavano a mettere il proprio esercito a disposizione di chi era disposto a pagare di più. Si trattava pur sempre di un esercito «mercenario», perché, sempre secondo Machiavelli, «Li Svizzeri non si moveranno se non hanno danari»).
In quel momento l’esercito «svizzero» (meglio sarebbe chiamarlo «esercito dei Cantoni») era assoldato da Massimiliano Sforza (1493-1530) duca di Milano, non per scelta di costui, ma perché furono gli Svizzeri, nel 1512, a scacciare da Milano gli occupanti francesi e metterlo a capo del Ducato, garantendogli «protezione» e, naturalmente, garantendo anche i territori «svizzeri» conquistati o acquistati o comunque ottenuti nell’attuale Cantone Ticino e appartenuti al Ducato di Milano.

La disfatta di Marignano
Senonché, i francesi al comando del re Francesco I, sentendosi per così dire spodestati, tre anni più tardi, nel 1515, tornarono in forze nei pressi di Milano, più precisamente a Marignano (oggi Melegnano) a una quindicina di chilometri a sud est di Milano, dove ad attenderli c’era l’esercito «svizzero» forte di 20.000 uomini (un numero piuttosto consistente per quell’epoca). Lo scontro, tra il 13 e 14 settembre 1515, fu inevitabile e durissimo. In venti ore di combattimenti, l’esercito svizzero fu sopraffatto, non solo per la superiorità numerica di quello francese (forte di 30.000 francesi più 9000 mercenari lanzichenecchi e 12.000 veneziani), ma anche perché i francesi e loro alleati disponevano della cavalleria e di una moderna artiglieria, che gli svizzeri non avevano.
Battaglia di Marignano: dipinto di Ferdinand Hodler (da 
Nei combattimenti caddero sul campo non meno di 10.000 soldati svizzeri e 6000 francesi. Si parlò di una «battaglia dei giganti», ma si trattò di un eccidio senza precedenti che indignò tra gli altri uno dei partecipanti, il cappellano degli svizzeri Ulrich Zwingli (che sarà uno dei grandi protagonisti della Riforma protestante), talmente sconvolto da quella carneficina che invitò gli svizzeri a dire basta alle guerre fratricide.
Sulla battaglia di Marignano è stata allestita una mostra (che resterà aperta fino al 28 giugno!) presso il Museo nazionale di Zurigo: «1515 Marignano». Essa ha diversi pregi, ma soprattutto quello di aver saputo ambientare quell’evento militare nel contesto delle politiche territoriali delle potenze europee dell’epoca, fortemente interessate al dominio del ricco Ducato di Milano.

Cause e conseguenze
Sulle cause della sconfitta di Marignano si è discusso molto, ma apparve da subito evidente che l’armamento militare degli svizzeri (essenzialmente «picche» ed armi da taglio) era ormai inadeguato rispetto alle nuove tecniche di combattimento di fanteria e cavalleria sostenute dall’artiglieria. Recentemente, anche il Consigliere federale Johannn Scheider-Amman vi ha visto una sorta di punizione «per mancata innovazione».
Oggi tuttavia si sottolineano anche altre cause, ad esempio la divisione intervenuta tra i Cantoni in merito a una proposta di tregua avanzata da Francesco I prima della battaglia finale. Essa prevedeva una consistente indennità in denaro in cambio della restituzione di alcuni territori conquistati dagli «Svizzeri» dopo il 1503 (con l’esclusione dunque dei territori conquistati prima, ossia Leventina, Blenio, Riviera e Bellinzona). Alcuni Cantoni (ad esempio Berna, Soletta, Zurigo) erano favorevoli, altri (tra cui Svitto e Uri) contrari. Evidentemente non esisteva unanimità tra i Cantoni nemmeno nelle questioni più serie di politica estera.
Anche sul dopo Marignano si è discusso e si continua a discutere, soprattutto in merito al presunto inizio della neutralità svizzera come conseguenza diretta della disfatta militare. Pur non condividendo tale affermazione, non c’è dubbio che quella disavventura abbia indotto molti intellettuali e uomini politici della vecchia Confederazione a ripensare radicalmente la politica di espansione praticata fino a quel momento dai Cantoni e a chiederne la fine.
Credo che sia questa rinuncia, per quanto forzata, la principale conseguenza positiva di quella sconfitta, anche perché di fatto procurò alla Svizzera una sorta di «pace perpetua», che le garantì nessun altro spargimento di sangue importante e condizioni favorevoli di sviluppo per diversi secoli. Inoltre, quasi tutti i Cantoni capirono che il servizio mercenario (mettersi a disposizione di chiunque fosse disposto a pagarli meglio di altri) ormai non rendeva più (anche perché le grandi potenze stavano sviluppando un tipo di esercito diverso, sempre più sostenuto dall’artiglieria, mentre gli svizzeri rimanevano fermi alla centralità della fanteria).

Il «protettorato» francese
Tanto valeva mettersi al servizio di un solo signore, che in quel momento non poteva essere che il vincitore di Marignano Francesco I. Per far accettare più facilmente questa prospettiva, il re di Francia offrì agli svizzeri sconfitti condizioni di pace piuttosto benevole. Infatti non dovevano pagare danni di guerra, anzi venivano indennizzati; non dovevano cedere alcun territorio (salvo qualcuno di recente conquista), ma fu loro garantito di potersi tenere gran parte dei territori conquistati o acquistati a sud del Gottardo. Non tutti Cantoni erano propensi a questo nuovo orientamento della politica federale, ma tutti finirono per accettare quella sorta di «protettorato» francese, che sarebbe durato fino al 1792. Era lo scotto da pagare in cambio della pace.
Si può discutere, in senso accademico, se non esistessero alternative. In effetti, secondo il pensiero di Machiavelli, l’unica alternativa valida sarebbe stata la costituzione di uno Stato unitario in grado di sottomettere a un’unica volontà le voci discordanti di tanti Cantoni. Ma i tempi evidentemente non erano ancora maturi per un passo del genere. Solo nel 1848 i Cantoni decideranno di rinunciare almeno in parte alla propria sovranità e darsi una costituzione unitaria nel quadro di una Confederazione.
Giovanni Longu
Berna 10.06.2015

03 giugno 2015

L’UNITRE di Soletta nel cuore dell’UE (seconda parte)


Dopo l’esplorazione dei punti più celebri della città di Bruxelles nella mattinata del secondo giorno del viaggio turistico-culturale organizzato dall’UNITRE di Soletta, il pomeriggio è stato dedicato alla visita di due località storiche con significati e importanza diversi: Marcinelle e Waterloo.

Marcinelle e l’emigrazione italiana
Marcinelle, una cittadina sconosciuta fino all’8 agosto 1956, da quella data ha acquistato suo malgrado
Marcinelle, le due torri di accesso alla miniera (foto gl)
una notorietà straordinaria. Quel giorno, in un terribile incendio scoppiato in una miniera di carbone perirono 262 minatori di cui 136 italiani. Era la più grave disgrazia toccata all'emigrazione italiana in Europa. La notizia si sparse come un baleno nel mondo intero.
La miniera rimase ancora in attività una decina d’anni, poi venne definitivamente chiusa e abbandonata. Solo la memoria di quel tragico evento rimaneva viva e ogni anno si commemoravano i morti. Fu così che negli anni 2000 il sito fu riconvertito in area museale dominata dalle due torri dei pozzi di accesso alla miniera, in uno dei quali si verificò la tragedia. Il sito oggi fa parte del Patrimonio mondiale dell’UNESCO come straordinario esempio di archeologia industriale.
Alcuni anni fa la data dell’8 agosto è stata dichiarata in Italia «Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo» sia per ricordare quel tragico evento e sia per stimolare una riflessione sull'emigrazione più o meno forzata di milioni di italiani, molti dei quali morti sul lavoro.
Distante una settantina di chilometri da Bruxelles, è sembrato opportuno visitare questo luogo della memoria, resa ancora viva e drammatica dall'infrastruttura rimasta com'era allora e da una ricca documentazione, anche in italiano (sotto forma di suoni, filmati e riproduzioni di giornali, fotografie), di quanto accaduto.

Waterloo nel bicentenario della sconfitta di Napoleone
Sulla via del ritorno a Bruxelles, con una piccola deviazione, il gruppo si è portato nei luoghi della famosa battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815, in cui Napoleone Bonaparte fu definitivamente sconfitto da una coalizione dei principali Paesi europei al comando del duca di Wellington. Lo scontro tra l’esercito francese e quello degli alleati durò soltanto 8 ore ma fu, secondo alcune fonti, uno dei più sanguinosi del XIX secolo con oltre 47.000 tra morti e feriti.
Waterloo, la collina con la statua del leone (foto gl)
A ricordo della battaglia, nel 1820 venne eretta la statua di un leone in cima a una collina artificiale, ai piedi della quale sorge un grande edificio a forma cilindrica. Al suo interno si trova un enorme dipinto circolare raffigurante alcune scene della battaglia, lungo tutta la parete di 110 metri per un’altezza di 12 metri.
Il «panorama» della battaglia di Waterloo è uno dei pochi superstiti di questo genere di dipinti circolari in auge nell’Ottocento. Ne esistono ancora una ventina, tre dei quali in Svizzera: il Panorama di Thun (38 x 7,5 metri), che è il più antico del mondo, il Panorama Burbaki di Lucerna (112 x 10) e quello della battaglia di Morat (esposto in occasione dell’Esposizione nazionale del 2002 e ancora in cerca di una destinazione definitiva).
La visita a Waterloo non fu dettata solo dalla curiosità legata al nome o dalla coincidenza con le imminenti celebrazioni del bicentenario della battaglia (si parla di ricostruzioni storiche con oltre 6.000 figuranti, 300 cavalieri e 100 cannoni), ma soprattutto dalle ripercussioni che l’evento ebbe sulla storia europea (Restaurazione) e sulla storia svizzera. Non va infatti dimenticato che il Congresso di Vienna, avviato lo stesso anno, sganciò definitivamente la Svizzera dall’influenza francese, riconobbe la sovranità della Confederazione dei 22 Cantoni e impose la neutralità perpetua di questo Paese.

Brugge …
Municipio di Brugge (foto gl)
Il terzo giorno del viaggio è stato dedicato alla visita di due città storiche della regione fiamminga del Belgio: Brugge (Bruges, in francese) e Gent (Gand in francese). Purtroppo il tempo piovigginoso e il cielo coperto hanno impedito di godere appieno le bellezze di questi due gioielli urbanistici delle Fiandre. La bravura della guida e la curiosità dei partecipanti hanno comunque consentito di ripercorrere la storia di queste città divenute importanti per la manifattura (grazie alle potenti corporazioni) e i commerci fin dal Medioevo, soprattutto dopo l’anno 1000, quando in Europa cominciarono a nascere e a svilupparsi i grandi Comuni, che spesso si autoproclamavano «liberi», cioè indipendenti.
Brugge, chiamata anche la «Venezia del Nord» per i numerosi canali che l’attraversano, ma forse anche per gli antichi splendori di quando era «Repubblica libera» marinara con un porto commerciale molto attivo (il mare nel frattempo si è ritirato), è sicuramente una delle più belle città medievali del Belgio e forse d’Europa. Il suo centro storico è dal 2000 patrimonio mondiale dell’UNESCO. Simbolo della città è la prestigiosa piazza del Burg, dove si affacciano grandi palazzi di origine medievale, il più importante dei quali è il Municipio, in stile gotico, il più antico palazzo pubblico del Belgio.
«Madonna di Bruges»,
di Michelangelo (foto gl)
Un altro complesso di edifici originale di Brugge è il celebre Beghinaggio, risalente alla prima metà del XIII secolo, ma ampliato successivamente. Una trentina di casette affacciate a un ampio cortile, che fino agli inizi del secolo scorso ospitavano le «beghine», donne aderenti ad associazioni religiose non riconosciute dalla Chiesa cattolica, che conducendo una vita di tipo monastico ma senza i tipici voti religiosi.
La popolazione di Brugge, come del resto quella del Belgio, è rimasta tradizionalmente cattolica, per cui le chiese sono numerose e generalmente molto belle. Una in particolare, quella di Nostra Signora, merita di essere qui ricordata non solo perché un bell’esempio gotico ma anche perché in una cappella laterale è conservata la celebre statua marmorea della «Madonna col Bambino» (nota come la «Madonna di Bruges») di Michelangelo, inconfondibile per i lineamenti della Madonna che richiamano facilmente quelli della più nota Pietà conservata in San Pietro a Roma.

… e Gent
Gent, Castello dei conti di Fiandra (foto gl)
Gent è un’altra città storica con un centro ben conservato, che ricorda gli splendori di una città ricca (per secoli rivale di Brugge) e molto popolosa (nel XIV sec. aveva più abitanti di Londra e di tante altre città europee). A partire dall’anno 1000 ebbe un continuo sviluppo urbanistico (corrispondente alla crescente importanza commerciale) attorno al castello dei Conti di Fiandra (fatto costruire nel 1180) fino al XVIII. Espressioni rilevanti di questo sviluppo sono la Torre campanaria (dell’inizio del XIV secolo), simbolo del potere comunale, e la stupenda cattedrale gotica di San Bavone (la parte più antica risale al XIV secolo).
La cattedrale di San Bavone è uno dei massimi esempi di architettura gotica nella variante del cosiddetto stile gotico brabantino (il Brabante è una regione centrale del Belgio). Al suo interno, in una cappella laterale, è conservato il famoso dipinto «L’Agnello Mistico» di Van Eyck (1432), che tuttavia non è stato possibile visitare perché in restauro.

Lussemburgo
Il quarto giorno è dedicato al ritorno in Svizzera, con lunga pausa come da programma a Lussemburgo, città a vocazione europea, che ha dato i natali a uno dei padri fondatori dell’Unione europea, Robert Schuman, e sede di alcune importanti istituzioni dell’UE. Fin dal 1952 è la sede della prima comunità europea, la CECA. Attualmente ospita inoltre la Corte di giustizia dell’Unione europea, la Corte dei conti europea, il Segretariato generale del Parlamento europeo e la Banca europea degli investimenti.
Per motivi di tempo non è stato possibile visitare alcuna di tali istituzioni, ma non si è potuto rinunciare a una breve visita nel centro storico della città, interessante e originale. La città di Lussemburgo è infatti situata su uno sperone roccioso alla confluenza di due fiumi, separata dalla parte bassa da impressionanti strapiombi. La parte più antica che conserva ancora le fortificazioni del XVII secolo è dal 1994 Patrimonio mondiale dell’Unesco. Spiccano per le loro caratteristiche architettoniche il Palazzo granducale e la Camera dei deputati, la cattedrale tardogotica di San Nicola, la Piazza Guillaume dominata dalla statua equestre di Guglielmo II, re dei Paesi Bassi e Granduca di Lussemburgo, e dove si affaccia il Comune in stile neoclassico.
Lussemburgo, foto-ricordo davanti alla statua della granduchessa Charlotte
Interessante l’esperienza vissuta, sia pure per pochi minuti, nella cattedrale dove si stava celebrando la messa. Infatti una parte delle letture è avvenuta in lussemburghese, la predica del celebrante è stata tenuta in francese e il resto della cerimonia in tedesco. Almeno per il plurilinguismo, per non parlare della fiorente attività finanziaria, Lussemburgo rassomiglia molto alla Svizzera. A differenza, invece, del Belgio, dove chi parla fiammingo non parla francese e viceversa, per libera (!) scelta.
Forse stanco dei 1700 chilometri percorsi e delle lunghe camminate, ma certamente arricchito da tante esperienze e nuove conoscenze (da approfondire) il gruppo ha fatto ritorno a casa in serata, pensando magari già dall’indomani ad organizzare i ricchi album fotografici e fissare attraverso le immagini ricordi indelebili di una gita turistico-culturale eccezionale.
Giovanni Longu
Berna, 3.6.2015

27 maggio 2015

L’UNITRE di Soletta nel cuore dell’UE (prima parte)


Al termine di un corso sulle istituzioni dell’Unione europea, che ha suscitato tanto interesse tra gli allievi, quale miglior conclusione di un viaggio nel cuore dell’UE? Così è stato. Dal 14 al 17 maggio scorso (con partenza alle 07.00 in punto da Zuchwil), un folto gruppo di allievi dell’UNITRE di Soletta e di amici della Famiglia Trentina è andato per così dire in «gita scolastica» nei luoghi dove maggiormente pulsa la vita delle istituzioni europee.
Gli unici inconvenienti sono stati l’impossibilità di visitare l’interno dei palazzi, perché in quei giorni festivi o di «ponte» i funzionari europei non lavoravano, e il tempo poco propizio per le foto ricordo. In compenso si è potuto vedere molto più di quanto previsto inizialmente, grazie anche alla costante disponibilità di un moderno autobus per tutti gli spostamenti e alle conoscenze di guide esperte per la scelta degli itinerari.

Strasburgo: Parlamento europeo (foto gl)
Strasburgo, capitale politica dell’UE
La prima tappa, e non poteva essere altrimenti, è stata Strasburgo, la «capitale politica d’Europa», sede principale del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa. Prima di giungervi, attraversando l’Alsazia, è stato giustamente ricordato che proprio lungo l’asse ideale che collega Basilea ad Anversa (Belgio) si è decisa gran parte della storia moderna dell’Europa occidentale. Purtroppo, fino al 1945, è stata una storia molto insanguinata con milioni di morti e prova ne sono i numerosi cimiteri di guerra disseminati nella regione.
Strasburgo ha svolto un ruolo importante in tutte le vicende storiche europee dalla fine del XVIII secolo in poi. Già il nome è emblematico degli «scambi» non sempre pacifici tra la Germania e la Francia, ma dal dopoguerra è divenuta simbolo di riconciliazione e della nuova Europa unita. Pur essendo stata assegnata definitivamente alla Francia dai trattati di pace, Strasburgo è stata scelta nel 1949 quale sede del Consiglio d’Europa e dal 1952 sede del Parlamento europeo (o meglio dell’Assemblea della prima istituzione europea, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio CECA, creata a Parigi nel 1951 tra i sei Paesi fondatori: Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi).
Strasburgo, Consiglio d'Europa (foto gl)
Il nostro giro a Strasburgo è iniziato, giustamente, con la visita esterna della sede del Parlamento europeo, un edificio prestigioso non solo per la funzione che svolge, ma anche per il bell'esempio di architettura contemporanea, in acciaio e vetro. Il palazzo, inaugurato nel 1999 è dedicato a Louise Weiss, parlamentare francese, grande sostenitrice dell’unità europea, che nel 1979, in quanto decana, pronunciò il discorso d’apertura della prima sessione del Parlamento europeo eletto a suffragio universale diretto.
Nelle vicinanze sorgono anche due altri palazzi importantissimi per l’affermazione e lo sviluppo dei diritti umani in Europa. Il primo è il palazzo delConsiglio d’Europa o Palazzo d’Europa, inaugurato nel 1977, dopo quasi cinque anni dalla posa della prima pietra (1972) da parte del consigliere federale dell’epoca Pierre Graber. Fino al 1999 fu anche la sede provvisoria del Parlamento europeo. Il secondo è il Palazzo dei diritti dell’uomo, inaugurato nel 1995, dove ha sede la Corte europea dei diritti dell’uomo.


Strasburgo, Cattedrale (foto gl)
Strasburgo e Metz, città storiche
Lasciato il «quartiere europeo», il gruppo si è spostato nel centro storico di Strasburgo, una meraviglia, non per niente considerato dal 1988 patrimonio mondiale dell’Unesco. La cattedrale di Notre-Dame, costruita fra il 1176 e il 1439, in stile gotico, è un gioiello di architettura sia all’esterno (facciata e portali riccamente ornati) che all’interno (pilastri, pulpito, organo monumentale, vetrate, orologio astronomico). Da lontano è riconoscibile la slanciatissima torre di 142 metri, fino al 1874 l’edificio più alto del mondo.
Nel centro storico sono molto ben conservati antichi edifici quali la celebre farmacia del Cervo, la casa Kommerzell, l’antica dogana, la casa dei conciatori di pelli nella Piccola Francia, ecc., che si aprono su piazze stupende (piazza del mercato, piazza Gutenberg). Per la pausa pranzo, certamente molti ne hanno approfittato per assaporare qualche tipica specialità alsaziana come la «tarte flambée» o «Flammenküche».
Nonostante la destinazione finale (Bruxelles) del primo giorno fosse ancora lontana, una sosta a Metz è apparsa irrinunciabile, sia per ricordare l’importanza storica della città, oggetto come Strasburgo delle controversie secolari tra la Germania e la Francia fino al 1945, e sia per visitare il centro storico o almeno la bellissima cattedrale gotica di Santo Stefano.

Bruxelles e l’Europa
Giunti in serata a Bruxelles, una volta sistemati i bagagli in albergo e cenato tutti insieme, a gruppi non si è perso tempo per andare a scoprire la famosa Grand-Place in centro città. Nonostante un’insistente pioggerella, lo spettacolo è stato di quelli che colpiscono a prima vista. Infatti quella che è considerata una delle più belle piazze del mondo (dal 1998 patrimonio mondiale dell’Unesco) è apparsa subito in tutta la sua magnificenza grazie a un sistema d’illuminazione dinamica a colori che si avvale di oltre 1.600 proiettori a LED.
Bruxelles: Foto di gruppo davanti all’Atomium (foto gl)
La mattinata del secondo giorno è stata dedicata a una visita guidata della città, con soste nei punti turisticamente più celebri. La prima è stata quella davanti al celebre Atomium, costruito per l’Esposizione universale di Bruxelles del 1958. Destinato a durare solo sei mesi, è invece divenuto l'attrazione turistica più popolare della città e simbolo della città e del Belgio.
La gigantesca costruzione, alta 102 metri e costituita da 9 sfere (ciascuna del diametro di 18 metri) collegate tra loro, rappresenta i 9 atomi di un cristallo di ferro. Essa è, fra l’altro, emblematica di un’epoca in cui si stavano gettando le fondamenta della costruzione ben più ardita dell’Unione europea (UE), ossia di un sistema atto a tenere uniti e collaboranti gli Stati europei del dopoguerra. Erano già stati costituiti il Consiglio d’Europa e la CECA, e nel 1957 erano stati firmati i Trattati di Roma, che davano inizio alla Comunità economica europea (CEE) e alla Comunità europea dell’energia atomica (Euratom).
Bruxelles, sede della Commissione europea (foto gl)
Da allora ad oggi l’idea europea si è notevolmente sviluppata e anche il numero degli Stati membri dell’UE è aumentato da sei a 28. Bruxelles ha per così dire accompagnato questo sviluppo divenendone in certo senso il cuore pulsante. Com’è noto, infatti, ospita il Consiglio, la Commissione, la seconda sede del Parlamento e molti altri organismi UE. Purtroppo non è stato possibile sostare davanti ai rispettivi palazzi, ma è stato sicuramente utile misurare per così dire l’ampiezza del «quartiere europeo» e osservare sia pure in movimento alcuni edifici, specialmente quello Schuman della Commissione.

Bruxelles e la Grand-Place
Bruxelles, Grand-Place:
Municipio illuminato (foto DP)
A Bruxelles, ovviamente, le cose interessanti da vedere sono moltissime per cui è stata necessaria una scelta, sperando tuttavia di cogliere alcuni aspetti tipici della città. In questo giro alquanto rapido non poteva sfuggire la grandiosità e la bellezza di alcuni parchi pubblici come il Parco del Cinquantenario (sistemato nel 1880 per commemorare il 50° anniversario dell’indipendenza del Belgio), dominato dall'Arco di trionfo, realizzato nel 1905, il susseguirsi di quartieri nuovi che si aggiungono a quelli più vecchi, di piazze e palazzi pubblici, di musei e di semplici facciate evocanti precise tendenze artistiche (ad es. Art Deco), ecc.
Tra i numerosi monumenti architettonici di rilievo non si possono non menzionare il Palazzo reale del XIX secolo, dove però i sovrani non risiedono, il mastodontico Palazzo di Giustizia e la Cattedrale dei santi Michele e Gudula, in stile gotico. A Bruxelles ci sono innumerevoli fontane, ma la più celebre di esse è indubbiamente quella raffigurante un bambino che fa la pipì, il Manneken Pis, una statuetta alta solo 60 cm, assurta a simbolo dell’indipendenza di spirito dei bruxellesi).
Ma a Bruxelles c’è soprattutto la Grand-Place, che di giorno appare in tutta la sua raffinata bellezza. Già esistente nel Medioevo, quando nella vita politica, civile ed economica dominavano le corporazioni, ha conservato quest’origine attraverso i palazzi che la circondano, appartenenti alle corporazioni. La Grand-Place, in passato soprattutto centro di commerci e talvolta teatro di avvenimenti storici, di roghi di eretici e di decapitazioni di nobili, oggi, specialmente d’estate, è una sorta di museo all’aperto, scenario di concerti, rappresentazioni teatrali, eventi particolari.
Più volte distrutta e ricostruita, come rendono testimonianza i diversi stili presenti nei vari palazzi, dal gotico al rinascimentale e al barocco. Su tutti i palazzi domina il Municipio con la Torre alta 96 metri, la cui costruzione originaria risale agli inizi del XIV secolo, e la Maison du Roi, un edificio in stile neogotico. Non solo i bruxellesi amano questa piazza, la «loro» Grand-Place, ma anche i turisti che apprezzano questa specie di salotto all'aperto. (Fine della prima parte)
Giovanni Longu
Berna, 6.5.2015


13 maggio 2015

1914/15 : neutralità svizzera e italiana


Settant’anni fa nel mondo occidentale si tirava un sospiro di sollievo: la guerra era finita. In Italia si festeggiava non solo la fine della guerra, ma anche la Liberazione dal nazi-fascismo. Le sfilate e le espressioni incontenibili di gioia rappresentavano per gli italiani la fine di un incubo e la riconquista della libertà. Anche cent’anni fa, a maggio, regnava in Italia una grande euforia, ma per una ragione inversa: si stava per entrare in guerra. Quella guerra che avrebbe causato all'Italia oltre un milione di morti tra militari e civili in cambio di territori che probabilmente avrebbe potuto ottenere in altra maniera.

Benedetto XV. Invano chiese ai capi di Stato
la fine della guerra e "una pace giusta e duratura"
Invano il papa Benedetto XV, eletto nel settembre 1914 quando da pochi mesi era divampata in Europa la grande guerra, aveva esortato i capi di Stato e di governo a far cessare le ostilità che avevano già provocato centinaia di migliaia di vittime, invitandoli a risolvere le controversie internazionali attraverso il dialogo e il negoziato. Tutti fecero orecchie di mercante. Anche l’Italia, che allo scoppio della guerra (luglio 1914) aveva dichiarato la propria neutralità.

La neutralità italiana
L’Italia, pur essendo alleata della Germania e dell’Austria (Triplice Alleanza) non era tenuta a intervenire a fianco dell’una o dell’altra potenza nel caso di una guerra di aggressione, per cui, secondo la stragrande maggioranza degli italiani, faceva bene a restare neutrale. Ma si trattava evidentemente di una maggioranza fragile. Bastarono infatti pochi mesi per farle cambiare opinione e, per dirla con Bruno Vespa nel suo ultimo libro Italiani voltagabbana, l’Italia che poteva restare neutrale «riuscì ugualmente a voltare gabbana» (già allora!).
Nei mesi di luglio e agosto 1914 era divampata in Italia la discussione se fosse più utile restare neutrali o, interpretando Machiavelli, approfittare dell’occasione per «fare il colpo» e strappare all’Austria le terre che l’Italia rivendicava per completare l’unità. In realtà l’Italia non era pronta al colpaccio perché dissestata finanziariamente a causa della guerra di Libia (1911-1912) e impreparata militarmente. I sostenitori della neutralità, tra cui molti cattolici, avevano anche altre buone ragioni per non entrare in guerra. Qualcuno avvertiva: «Guai se domani si potesse dire che l’Italia non tiene la propria parola, ma la tradisce; i primi a disprezzarci sarebbero quelli stessi che ora ci premono con le più dolci lusinghe e nessuno vorrebbe più trattare seriamente con noi». Ciò nonostante, la fila dei sostenitori dell’intervento italiano andava ingrossandosi sempre più nella prospettiva di ottenere grandi conquiste territoriali e morali.
Ufficialmente l’Italia si professava rispettosa della Triplice Alleanza, anche quando era evidente che per avere Trento e Trieste più alcune città dell’Istria il nemico da battere era uno Stato della Triplice, l’Austria. Del resto erano noti anche i sondaggi dell’Italia nel campo degli avversari, la Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia). Un cronista dell’epoca descrisse la preparazione alla guerra dell’Italia come una sorta di vendetta «freddamente calcolata» per punire l’Austria della lunga occupazione di territori italiani.
A dare man forte ai fautori dell’entrata in guerra ci pensò fra gli altri Benito Mussolini, già socialista rivoluzionario e sostenitore della neutralità dell’Italia. Convertitosi alla causa dell’entrata in guerra, andava predicando che persistere nella neutralità assoluta sarebbe stato un errore e una colpa dei socialisti. La maggioranza del partito socialista in cui militava però non lo seguì e decise di espellerlo dal partito e dal suo giornale Avanti che allora dirigeva.

La neutralità svizzera
Imperterrito e indifferente alle accuse di essere un voltagabbana (del resto non unico in quel periodo), anzi di «traditore», fondò a Milano un altro giornale, Popolo d’Italia, che divenne un giornale di propaganda per l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria. Quanto Mussolini fosse abile nella propaganda lo dimostra il fatto che riuscì a mobilitare anche numerosi italiani residenti in Svizzera. Ad Ascona, per esempio, fin dal dicembre 1914 fu costituito un «Fascio autonomo d’azione rivoluzionaria» con lo scopo di svolgere un’attiva propaganda per l’intervento italiano.
Mussolini, che dalla Svizzera era stato espulso nel 1903 come sovversivo, doveva essersela legata al dito perché nella sua propaganda non esitò ad accusare la Svizzera di fare la neutrale ma strizzando l’occhio alla Germania e all'Austria. Era una sorta di luogo comune ritenere che la Svizzera fosse un Paese «tedesco» e dunque schierato dalla parte della Germania. In realtà, se è vero che una buona parte dell’opinione pubblica svizzero-tedesca aveva simpatie per la Germania, la Confederazione affermava in continuazione che intendeva restare assolutamente neutrale e pronta a difendere la sua sovranità contro «chiunque» avesse tentato di violare i suoi confini. Chi conosce il paesaggio svizzero sa quante migliaia di opere militari di difesa sono disseminate lungo tutta la frontiera e nei punti strategici per opporre in caso di aggressione una valida difesa. Molte di esse sono sorte in quel periodo.
Sta di fatto che, tra l’Italia e la Svizzera, quel sentimento di vigile diffidenza che ha caratterizzato le relazioni bilaterali fino ad allora, ossia dalle velate rivendicazioni sul Ticino fino alla paura che gli eserciti degli Imperi centrali potessero utilizzare il corridoio svizzero per giungere fino a Milano, ha spinto l’Italia a fortificare per parecchie decine di chilometri la frontiera con la Svizzera e la Svizzera a fare altrettanto.

Festeggiare la pace e ripudiare la guerra
Per fortuna tutte queste fortificazioni (a cui hanno lavorato decine di migliaia di persone e che sono costate ingenti somme di denaro pubblico), munite di armamenti leggeri e pesanti, non sono state mai utilizzate. Meriterebbero una festa proprio per questo. Invece di celebrare le vittorie, costate milioni di morti, bisognerebbe festeggiare la pace raggiunta e salvaguardata senza guerre. La storia insegna ormai abbondantemente che le guerre non risolvono i problemi dell’umanità ma rischiano di aggravarli. Quel che è scritto nella Costituzione italiana all'articolo 11 dei Principi Fondamentali credo che dovrebbe valere non solo per gli Stati, ma anche per i cittadini, ossia il «ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…».
Giovanni Longu
Berna, 13.05.2015


06 maggio 2015

Profughi di oggi come gli italiani di ieri?


In alcuni commenti sui continui sbarchi lungo le coste italiane, i «profughi» (preferisco chiamarli così e non «migranti») africani e asiatici sono stati paragonati ai «migranti» italiani del secolo scorso, in quanto anch’essi erano persone in fuga, se non dalla guerra da una condizione per loro insostenibile, erano alla ricerca di un avvenire migliore e spesso dovevano affrontare viaggi rischiosi. Il paragone, da certuni molto criticato, non è fuori luogo, pur essendoci sostanziali differenze da tener presenti in questo tipo di confronti.

Premesse essenziali
Anzitutto, quando si paragonano i profughi di oggi con i migranti italiani di ieri, ci si deve rendere conto che si sta cercando di mettere a confronto due realtà distanti fra loro oltre un secolo. Inoltre, sebbene esistano alcune analogie tra questi due fenomeni, non trovo appropriato che si confrontino «profughi» con «migranti».

Il naufragio della speranza, di Caspar David Friedrich
Quelli di oggi non sono propriamente «migranti» nel significato comune del termine che fa pensare generalmente a persone che, facendo uso della loro libertà di espatrio, si trasferiscono in un altro Paese alla ricerca di un lavoro e sperano di poter fare ritorno in patria in condizioni migliori. Quelli che sbarcano oggi sulle coste meridionali italiane (ma anche maltesi, greche, spagnole, ecc.), talvolta clandestinamente, sono nella stragrande maggioranza, «profughi» che fuggono da una realtà disperata perché funestata da guerre e carestie o in cui rischiano la vita per una persecuzione in atto e sono quindi in condizione di chiedere l’asilo ed essere accolti come «rifugiati».
I migranti italiani di oltre un secolo fa non erano profughi o rifugiati, perché non fuggivano né da un Paese in guerra né da un Paese dove rischiavano la vita a seguito di persecuzioni. In genere non erano nemmeno costretti a partire dalla miseria perché allora, come osservava nel 1901 il senatore Achille Visocchi, in Italia il lavoro non mancava, in particolare quello agricolo, ma erano spinti «dalla speranza e dalla voglia di guadagnare molto…».
Molti cercarono fortuna altrove anche perché il disagio sociale e la disperazione dovuti al malgoverno piemontese era divenuto insopportabile. In generale, tuttavia, i migranti italiani dell’Ottocento e inizio Novecento partivano verso le Americhe o verso alcuni Paesi europei, per motivi di lavoro, talvolta addirittura a richiesta, come nel caso dell’immigrazione italiana in Svizzera per la costruzione delle grandi trasversali transalpine. Inoltre, emigravano quasi tutti avvalendosi del diritto di espatrio che veniva loro riconosciuto dalle leggi dell’epoca, raramente in clandestinità.
Le differenze tra profughi di oggi e migranti italiani di ieri sono quindi notevoli e si commetterebbe un errore storico grossolano non tenerne conto. Eppure alcune analogie, come si vedrà, non possono sfuggire.

Analogie tra profughi di oggi e migranti italiani in partenza per le Americhe
Anzitutto, profughi e migranti hanno in comune la speranza di migliorare le condizioni di vita proprie e delle loro famiglie. Per entrambi è stata ed è questa la molla che li ha spinti e li spinge a partire, a sopportare viaggi disumani, a rischiare di non trovare la felicità inseguita. La speranza di trovar lavoro e far fortuna in fretta era talmente forte che i migranti italiani diretti nelle Americhe non venivano fermati nemmeno dalla prospettiva di un viaggio lungo e penoso e dall’incognita rappresentata dal Paese di destinazione, di cui molto spesso non sapevano nulla.
Per molti partenti, sosteneva nel 1888 il senatore Paolo Mantegazza, «l'America è ancora un mito, è un paese in cui si va per fare fortuna in breve tempo. I nostri emigranti non distinguono il Nord dal Sud, né New York da S. Paulo». Qualcosa di simile si potrebbe dire facilmente anche riguardo ai profughi di oggi. Ma le analogie non finiscono qui.
Anche il numero delle partenze è analogo. Oggi si parla di milioni di persone che dal Nord Africa, dall’Africa subsahariana e dall’Asia sono pronti a partire verso i Paesi europei, almeno inizialmente, per proseguire in seguito verso altri continenti. Ma quanti ricordano i milioni di italiani espatriati negli ultimi decenni dell’Ottocento e gli inizi del Novecento fino alla prima guerra mondiale? Ebbene si tratta di oltre 14 milioni. Anche allora una parte dei migranti si fermava in Europa, ma la maggior parte partiva per mete oltreoceano, soprattutto Argentina, Brasile e Stati Uniti.

Trafficanti di ieri e di oggi
Oggi da parte del governo italiano e della Commissione dell’Unione europea si dichiara la lotta agli scafisti, ai «trafficanti di disperati», ai «moderni schiavisti» (e si spera che abbia successo), ma forse molti non sanno che anche sulla prima ondata migratoria degli italiani verso le Americhe c’era chi lucrava sulla povera gente. Erano i cosiddetti «agenti di emigrazione», che reclutavano operai e contadini per conto di imprese e compagnie di navigazione, facendo balenare loro una volta giunti a destinazione facili fortune e ricchezze straordinarie. Ignoranti com’erano, molti si lasciavano illudere, racimolavano il denaro necessario e acquistavano i biglietti di viaggio.
Contro questi avidi faccendieri senza scrupoli che sfruttavano l’ingenuità e l’ignoranza di tanti contadini soprattutto meridionali si scagliò nel 1887 il vescovo di Piacenza oggi beato Giovanni Battista Scalabrini, definendoli «speculatori che fanno vere razzie di schiavi bianchi per spingerli, ciechi strumenti di ingorde brame, lontano dalla terra natale col miraggio di facili e lauti guadagni». Secondo Scalabrini essi non solo lucravano sul numero dei migranti che riuscivano a imbarcare, ma si rendevano in qualche modo responsabili anche del loro triste destino, non informandoli sufficientemente né sulla reale destinazione (condizioni climatiche e quant’altro) né sull’attività che avrebbero svolto. Infatti «l’agente può, nella miglior buona fede, mandare alla rovina tanta gente, non essendo egli obbligato ad avere cognizioni su questo punto, come vi sono obbligati per esempio gli agenti Svizzeri».
Monsignor Scalabrini  non era l’unico a contestare questi intermediari «inutili e dannosi», perché sfruttavano non solo i poveri migranti ma anche chi li richiedeva. Anche il governo ne era a conoscenza e dovette intervenire più volte presso i prefetti invitandoli ad essere più vigilanti. Gli agenti vennero poi aboliti definitivamente nel 1901.

Condizioni di viaggio disumane ieri come oggi
Anche le condizioni di viaggio di allora e di oggi presentano somiglianze impressionanti. Ricordava nel 1888 al Senato, nel corso della discussione della legge sull’emigrazione, il senatore Augusto Pierantoni: « ... Nella stazione di Genova tante volte vidi adunate in carovana emigrante le nostre classi operaie ed agricole giacere sul nudo sasso, dormendo sotto i portici, sotto gli alberi nella piazza ove sorge la statua di Cristoforo Colombo, aspettando l'agente di emigrazione e l'ora dell'imbarco. Quel triste spettacolo mi premeva il cuore…».
E un altro senatore, Pietro Manfrin Di Castione, riferiva qualche dettaglio delle condizioni di viaggio dei migranti che s’imbarcavano a Genova diretti alle Americhe:«La via crucis dell'esodo comincia dall'Italia (...). Chi in questi giorni si trova a Genova ed ha veduto anche per semplice curiosità l'imbarco di tante migliaia di individui, ed ha osservato il modo e le condizioni con cui sono lasciati partire, non ha potuto fare a meno di fremere di sdegno. I vapori partono carichi di carne umana, misurata a metri cubi (...). Tutti vogliono guadagnare sul povero emigrante, anche il Municipio di Genova….».
Purtroppo anche i rischi dei viaggi di oggi su barconi sgangherati non sono molto diversi da quelli che correvano i migranti italiani diretti in America. Anche allora per questo trasporto di carne umana venivano usati piroscafi vecchi, spesso già in disarmo, che potevano ospitare al massimo 700 persone, ma ne imbarcavano anche più di 1000. Erano chiamati «vascelli della morte» perché non davano alcuna garanzia di arrivare a destinazione. Di fatto i naufragi erano frequenti anche allora con centinaia, talvolta migliaia di morti, molti dei quali migranti italiani: 576 nel 1891, 549 nel 1898, 550 nel 1906, ecc.
Come si vede da questi cenni, esistono molteplici analogie tra i fuggitivi di oggi e i migranti italiani di ieri, anche se tra una realtà e l’altra è intercorso più di un secolo. Ricordare il passato, per lo più rimosso dalla memoria collettiva italiana, dovrebbe aiutare chiunque osserva il fenomeno degli sbarchi e dei profughi spesso abbandonati a sé stessi a indignarsi per come talvolta vengono trattate queste persone, per le soluzioni insoddisfacenti che sono state adottate a livello italiano ed europeo nei loro confronti, per i tentativi ignobili di scaricare su di essi la rabbia dei cittadini italiani più diseredati, come se fossero loro la causa del disagio sociale, della povertà e della disoccupazione che si sta espandendo oggi in Italia.
Gianni Morandi

Per una politica immigratoria lungimorante e sostenibile
Ha fatto bene Gianni Morandi a ricordare su Facebook le umiliazioni, le angherie, i soprusi e le violenze che hanno dovuto sopportare centinaia di migliaia di italiani, nel secolo scorso, andando a cercar fortuna e un futuro migliore per i propri figli in America, Germania, Canada...
Il ricordo del passato dovrebbe anche aiutare, secondo me, non solo a non fare agli altri quel che è stato fatto a tanti nostri connazionali, ma anche a considerare l’accoglienza dei profughi di oggi come una sorta di azione riparatrice dell’Europa opulenta, un tempo colonizzatrice di molti Paesi da cui fuggono oggi milioni di profughi, perché se in quei Paesi ci sono guerre, povertà, corruzione, sottosviluppo, non si può onestamente sostenere che l’Occidente sia totalmente esente da responsabilità dirette o indirette.
Resto tuttavia convinto che la miglior soluzione al problema di profughi, in generale, non sia «valutare l’uso della forza», come veniva proposto da più parti alla vigilia del vertice europeo di aprile sulla questione dei profughi, ma sia una politica di aiuto ampia e coordinata dei Paesi più industrializzati per lo sviluppo serio e durevole dei Paesi da dove si fugge, congiunta ad una moderna politica immigratoria lungimirante e sostenibile.
Giovanni Longu
Berna, 6.5.2015


29 aprile 2015

Svizzera: naturalizzazione agevolata per la terza generazione


Questa dovrebbe essere, finalmente, la volta buona. L’11 marzo scorso il Consiglio nazionale (CN) ha infatti approvato a stragrande maggioranza (122 sì, 58 no e 4 astensioni) un progetto di legge sulla naturalizzazione agevolata della terza generazione di stranieri, elaborato dalla Commissione delle istituzioni politiche (CIP-N) su una iniziativa parlamentare della consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra, in cui si affermava perentoriamente che «la Svizzera deve riconoscere i propri figli».

L’on. Ada Marra con Giovanni Longu
L’approvazione del CN, una delle due camere dell’Assemblea federale, non ha avuto un grande rilievo nei media e probabilmente non ha entusiasmato nemmeno Ada Marra, che attende ormai dal 2008 una decisione definitiva sulla sua iniziativa e dovrà ancora aspettare, non si sa quanto, il risultato finale. Il progetto dev’essere infatti ancora esaminato e approvato dal Consiglio degli Stati e spetterà poi al popolo svizzero dire l’ultima parola.
Chi conosce anche solo sommariamente l’iter legislativo svizzero sa bene che si tratta di un procedimento piuttosto lungo e laborioso. Nel caso specifico, poi, sette, otto o più anni rappresentano una durata accettabile, se si pensa che il tema della naturalizzazione agevolata per i figli e nipoti di immigrati (ossia giovani stranieri nati e cresciuti in Svizzera) è iniziata oltre un secolo fa.

Argomentazioni secolari
Nella motivazione della sua iniziativa, Ada Marra sosteneva che «la Svizzera deve riconoscere i propri figli e smettere di chiamare "straniere" persone che non lo sono. Infatti, le persone nate in Svizzera da genitori nati in Svizzera da genitori che hanno soggiornato per oltre vent'anni in Svizzera non sono più straniere: la maggior parte di loro conosce solo vagamente la lingua degli avi e non superebbe mai un esame linguistico teso a determinare se sono integrate nel Paese di cui hanno la cittadinanza. Le persone della terza generazione hanno (…) le radici in Svizzera, indipendentemente dalla realtà in cui vivono e dal loro livello socioeconomico. Sono il prodotto della realtà elvetica».
A ben vedere, le argomentazioni della Marra non sono né rivoluzionarie né del tutto originali. Qualcosa di simile si trova infatti già nelle motivazioni di una analoga iniziativa del 1912 con cui si chiedeva l’introduzione nella Costituzione federale del principio dello «jus soli», ossia il diritto alla cittadinanza svizzera per chi nasceva in Svizzera. Allora la questione era stata sollevata da una commissione di esperti in relazione al pericolo dell’«inforestierimento della Svizzera», ritenendo che un buon antidoto sarebbe stato proprio la naturalizzazione automatica di chi nasceva in Svizzera.
Alla base dell’iniziativa c’era un pensiero assai semplice: molti «stranieri» in Svizzera fin dalla nascita sono di fatto già «assimilati» o potrebbero esserlo facilmente, basterebbe concedere loro la naturalizzazione fin dalla nascita. Inoltre si riteneva, ragionevolmente, che riducendo con la naturalizzazione automatica il numero degli stranieri anche il problema dell’inforestierimento si sarebbe per così dire sgonfiato da solo. L’iniziativa, benaccolta negli ambienti politici, non fu portata avanti a causa della prima guerra mondiale, che impose altre priorità. Purtroppo anche dopo la guerra non venne più ripresa fino agli anni ’90 del secolo scorso e all’elaborazione di un progetto di legge respinto in votazione popolare nel 2004.
Osservo marginalmente che se le motivazioni a favore dell’iniziativa Marra non sono di per sé nuove, non lo sono nemmeno le argomentazioni contro la stessa iniziativa. Quando il consigliere nazionale dell’Unione democratica di centro (che in realtà è di destra) Hans Fehr obietta che non si deve compromettere la nazionalità elvetica (cha ha qualcosa di unico al mondo e fornisce molte libertà e diritti) e che a suo avviso il progetto mira soltanto a far calare massicciamente il tasso di stranieri in Svizzera, non dice nulla di nuovo rispetto alle obiezioni che venivano mosse all’iniziativa del 1912.

Verso una decisione storica
Occorre tuttavia sottolineare anche l’attualità e ragionevolezza dell’iniziativa di Ada Marra e della successiva proposta della CIP-N in quanto sono state recepite a mio avviso in misura più che sufficiente due istanze provenienti dal mondo politico e dall'opinione pubblica. La prima riguarda il meccanismo della naturalizzazione, che non dev'essere né automatico né troppo facile o troppo difficile, ma equo, rispondente a precise condizioni valide in tutta la Svizzera. La seconda istanza è quella di un’opinione pubblica ormai stanca degli atteggiamenti marcatamente xenofobi e sempre più orientata a considerare svizzeri a tutti gli effetti coloro che si sentono effettivamente tali fino ad apparire quasi ridicolo considerarli ancora «stranieri». Lo ha ribadito al CN a nome della CIP-N il socialista Andy Tschümperlin: «I nipotini degli immigrati non sono più stranieri. Non parlano più, o male, la lingua dei loro nonni e i legami con il paese di origine sono simbolici».
In base al progetto di legge approvato dal CN l'ottenimento della nazionalità elvetica dovrà avvenire secondo una procedura uniforme a livello nazionale e non in maniera automatica ma a richiesta, in quanto l’interessato o i suoi genitori dovrebbe o dovrebbero farne esplicita richiesta. In questa maniera è stato rimosso l’ostacolo principale che impedì l’approvazione dell’analogo progetto di legge nella votazione popolare del 2004.
Il progetto ora approvato sottolinea anche in maniera inequivocabile che la naturalizzazione agevolata presuppone nei candidati di essere bene integrati e che anche i loro genitori e persino i loro nonni abbiano (avuto) legami stretti con la Svizzera.
Allo stato attuale dell’iter parlamentare e della percezione del problema nell’opinione pubblica, tutto lascia ben sperare. Solo dopo l’approvazione definitiva si potrà comunque parlare di una decisione «storica» e l’aggettivo non dovrà sembrare esagerato se solo si pensa al tempo trascorso dalle prime discussioni oltre un secolo fa.
Giovanni Longu
Berna, 29.04.2015

UE in confusione tra profughi e migranti


I problemi della «migrazione» stanno diventando acuti non solo per l’Europa ma per il mondo intero. Sono milioni le persone in movimento, spesso in condizioni disumane, «alla ricerca - per citare Papa Francesco – della felicità» o comunque «di una vita migliore». Se finora questi spostamenti di masse avvenivano nella quasi totale indifferenza delle popolazioni non direttamente coinvolte, oggi, di fronte a episodi drammatici sempre più frequenti come i numerosi naufragi nel Mediterraneo, l’opinione pubblica mondiale è più consapevole dell’entità e della gravità del fenomeno. Le istituzioni sono prese di mira perché ritenute responsabili non tanto delle cause delle migrazioni, quanto piuttosto della cattiva o comunque insufficiente gestione del fenomeno.

UE in confusione
Per non parlare dell’inerzia delle Nazioni Unite, mi soffermo solo sulla pochezza degli interventi decisi la settimana scorsa dall’Unione europea (UE). Di fronte all'ennesimo dramma che si è appena consumato nel Mediterraneo tra la Libia e l’Italia, il governo italiano ha fatto bene a chiedere la convocazione urgente del Consiglio UE, ma non ha fatto nulla per provocare una seria discussione su una politica migratoria europea comune.
Considero questa mancanza grave perché l’Italia, più di qualsiasi altro Paese europeo, dovrebbe sapere che se la migrazione non è ben gestita può creare seri problemi politici e sociali non solo nei Paesi di partenza ma anche in quelli di transito e soprattutto di arrivo. Il fatto è che non avendo l’Italia alcuna linea guida in materia d’immigrazione non può nemmeno chiederla all’UE. E’ emblematica al riguardo la confusione terminologica tra migranti, clandestini, richiedenti l’asilo, profughi, rifugiati e altro ancora. Essa denota che non ci si rende conto che l’approccio nei confronti dei «migranti» non può essere lo stesso che si deve avere con i «profughi» e i «richiedenti l’asilo», per non parlare dei clandestini o infiltrati terroristi. Di fatto non esiste né in Italia né nell’UE una politica immigratoria comune.

«Triton» rinforzato, ma problemi di fondo irrisolti
L’ennesima conferma giunge dalla riunione straordinaria del Consiglio UE. Poco meno di due anni fa l’Italia e l’UE avevano varato la missione «Mare Nostrum» per fronteggiare l’emergenza umanitaria nel Mediterraneo (fino alle coste del Nord Africa) dove i naufragi di profughi erano frequenti. Nel novembre 2014 la missione Mare Nostrum è stata sostituita con l’operazione Triton, meno costosa e limitata al controllo delle acque territoriali italiane fino a 30 miglia nautiche dalla costa. Nella riunione del 23 aprile scorso, invece di affrontare l’esigenza di nuovo approccio globale al fenomeno, il Consiglio UE si è impegnato soltanto a rinforzare Triton (triplicandone il finanziamento) senza cambiarne sostanzialmente la missione, ossia pattugliare le coste italiane per impedire l’ingresso illegale nelle acque territoriali dell’UE.
In questo modo non si risolvono certo i problemi che stanno all'origine del fenomeno, anzi non si fa che aumentare la confusione e alimentare la disputa politica tra chi vorrebbe usare le maniere forti (respingimenti, affondamento dei barconi con l’impiego di droni, blocco navale sulle coste africane o addirittura con l’invasione della Libia) e chi non vuole sottrarsi agli obblighi del soccorso in mare (anche oltre le 30 miglia dalla costa), dell’accoglienza e della solidarietà (pur dichiarando guerra ai trafficanti e ai nuovi schiavisti). All'interno dell’UE non c’è nemmeno la condivisione di un metodo per l’accoglienza e la ripartizione dei «rifugiati» tra tutti i Paesi membri.
La problematica della «migrazione» in senso proprio è rimasta totalmente assente perché il quadro generale di riferimento resta una UE che intende difendere i suoi confini (e i suoi interessi) da chiunque cerchi di penetrarvi illegalmente, ovviamente fatte salve le convenzioni internazionali sui doveri di soccorso a naufraghi e richiedenti l’asilo. Resta aperto, a mio avviso, il problema degli sbarchi di tutti gli altri: se non hanno diritto all'asilo (e in proposito l’UE ha chiesto all'Italia che la registrazione dei rifugiati avvenga in modo adeguato secondo le regole UE!) vanno accolti o espulsi? Altrimenti detto, dopo l’eventuale soccorso in mare, l’identificazione e l’accoglienza negli appositi centri, dovranno essere trattenuti in vista dell’espulsione o «convertiti» in immigrati regolari (anche se non hanno un lavoro e mezzi di sostentamento) con la libertà di muoversi dove vogliono?

Mancanza di una visione comune europea
Per dare risposte concrete a queste o a simili domande è forse indispensabile attuare politiche diverse ma complementari: almeno una fondata sulla solidarietà nei confronti dei «profughi» costretti a fuggire (a causa di guerre, persecuzioni, pericoli gravi imminenti) e una fondata su considerazioni di tipo essenzialmente economico nei confronti dei «migranti». Per essere efficaci, andrebbero condivise da tutti i 28 Paesi dell’UE e armonizzate in una visione strategica comune che coinvolga anche i Paesi da cui provengono i profughi/migranti.
Purtroppo questa visione comune manca, per cui risultano insufficienti non solo la solidarietà praticata, ma anche l’atteggiamento dimostrato nei confronti dei profughi e soprattutto la presa a carico, almeno in parte, dei problemi dei Paesi da cui si continua a fuggire. Eppure appare evidente che per impedire che si fugga non occorre creare sbarramenti, ma attuare una politica d’investimenti massicci sul posto. Almeno a medio e a lungo termine ne beneficerebbe sicuramente anche l’Unione europea. O si preferisce continuare a rincorrere l’emergenza profughi, l’emergenza migranti, l’emergenza…?

Giovanni Longu
Berna, 29.04.2015

22 aprile 2015

Sbarchi di profughi: né clandestini né migranti


Nota: Questo articolo è stato scritto prima che si conoscesse l'ennesima tragedia dei profughi in fuga verso l'Italia. Penso che ponga un problema non solo di carattere terminologico ma anche politico, che l’ultimo tragico evento non fa che aggravare. E’ pertanto auspicabile che la politica internazionale trovi presto la necessaria convergenza e determinazione per adottare soluzioni coordinate ed efficaci al grave problema di questi esodi, informando l’opinione pubblica con un linguaggio consono e coerente (22.05.2015)

Le notizie di salvataggi in mare e sbarchi sulle coste italiane, all’ordine del giorno già da alcune settimane, saranno sempre più frequenti durante la stagione estiva. Se lo scorso anno sono sbarcate 170.000 persone, per quest’anno se ne prevedono almeno il doppio. Aumenta purtroppo anche il numero delle vittime dei frequenti naufragi. Si parla già di emergenza profughi. I centri di accoglienza sono al collasso. L’«operazione Triton» (controllo delle frontiere dell’Unione europea nel mar Mediterraneo) è ritenuta del tutto inadeguata sia per i controlli che per i salvataggi in mare.
I continui sbarchi di masse in fuga dalle guerre e dalla miseria interpellano non solo la classe politica italiana, dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, ma anche le nostre coscienze. Cosa fare per gestire con senso di umanità il fenomeno? Cosa bisognerebbe intraprendere per evitare che tanta gente sia costretta ad abbandonare le loro terre? Come vanno considerate le persone che arrivano da noi? Che cosa si può e si deve fare per venire incontro ai loro bisogni? La solidarietà è solo una virtù cristiana o anche un dovere civico?

Opinione pubblica disorientata
L’opinione pubblica è disorientata. Non riesce ad avere risposte soddisfacenti a queste o a simili domande. A parte l’aggiornamento pressoché quotidiano del numero degli arrivi, degli sbarchi e dei morti, con qualche elogio sporadico alla professionalità dei soccorritori e alla generosità dei volontari, i media non offrono spunti di discussione alla ricerca di soluzioni sostenibili. Sembrano appiattiti sulla registrazione delle reciproche accuse tra i partiti e delle critiche al governo Renzi per una presunta arrendevolezza nei confronti dell’Unione europea, accusata persino dai vescovi italiani di «lavarsene le mani». Nessuna informazione giunge all’opinione pubblica su eventuali piani per gestire meglio il fenomeno o addirittura per risolverlo alla radice.
Eppure l’opinione pubblica dovrebbe almeno sapere se in questo campo sono in corso per lo meno discussioni ad alto livello (diplomazia internazionale, Unione europea) per predisporre interventi radicali efficaci (politici, militari, finanziari o di altro genere) o si pensa soltanto a rafforzare i controlli alle frontiere per impedire (o ritardare?) l’assalto alla fortezza Europa. Ogni tanto si sente parlare di interventi militari (ad esempio in Libia) per impedire le partenze dei barconi, di organizzare nei Paesi nordafricani centri di accoglienza e di esame delle richieste di asilo, di predisporre massicci piani d’investimenti nei principali Paesi colpiti dalla povertà, da cui si cerca di fuggire. Non si sente mai parlare di un comune piano d’integrazione in Europa per poche centinaia di migliaia di persone che credono nell'Europa come nei secoli passati gli europei hanno creduto nell'America. Forse ci sono ancora europei che credono che la fortezza Europa sia imprendibile?
Non intendo certo incolpare i media se l’opinione pubblica è disorientata. In effetti i media hanno il compito d’informare sui fatti e sulle idee e se queste mancano non se le possono certo inventare immaginando di leggere nei cervelli di Renzi, della Mogherini, di Juncker o di altri responsabili politici italiani ed europei. Eppure anche i media sono responsabili della maniera con cui vengono presentati i fatti e la loro interpretazione.

Bando alle confusioni
Voglio dire che in questo campo, delicato e drammatico, le parole contano più che mai e non mi sembra che quelle utilizzate più di frequente siano sempre chiare, comprensibili e veritiere. Soprattutto nei confronti delle persone che sbarcano dai gommoni o dalle navi che le hanno soccorse in mare, indicarle in un modo o in un altro non è indifferente. Non si può continuare a chiamarle a piacimento migranti, clandestini, richiedenti l’asilo, profughi e quant'altro. Questi termini non sono equivalenti e le persone a cui vengono attribuiti non sono raggruppabili in un’unica categoria.
Aggiungo che dall'uso delle parole dipende molto l’impatto sociale che il fenomeno sta generando in Italia (per limitare l’attenzione al Paese maggiormente coinvolto). Se, di fronte ai racconti pressoché quotidiani degli sbarchi, ma anche purtroppo dei naufragi, e soprattutto delle difficoltà oggettive di accogliere «dignitosamente» (come vorrebbero le regole internazionali) tutti coloro che riescono ad approdare sul suolo italiano l’opinione pubblica è frastornata, lo si deve anche al tipo di narrazione che ne fanno i media e i leader politici tra due estremi: da una parte il facile buonismo di alcuni, anche tra le alte cariche dello Stato, e dall'altra l’ingiustificata paura di quanti si sentono minacciati dall'eccessiva presenza di stranieri, soprattutto all'estrema destra politica.
Gli uni, che considerano gli sbarcati dei «migranti» da soccorrere, accogliere e sistemare, peccano di ingenuità e forse anche di falsità perché sembrano minimizzare il fenomeno e negare l’incapacità dell’Italia (ancora in crisi) di risolverlo, soprattutto quando si tratta di dare ai «migranti» un alloggio dignitoso e garantire una sistemazione definitiva, ossia un lavoro, che al momento è insufficiente anche per gli italiani.


Gli altri, che rappresentano gli sbarcati come «clandestini» e «invasori», peccano di becera xenofobia e di smemoratezza perché sono solo capaci di agitare spauracchi inverosimili (infiltrazione di terroristi islamici, invasione in massa di clandestini, aumento della microcriminalità, ecc.) e vedono nei «respingimenti» l’unica soluzione possibile. Al confronto di certi politici italiani nemmeno Schwarzenbach, in Svizzera, era così radicale nei confronti dell’immigrazione di massa (italiana, per chi l’avesse scordato).
Il problema del linguaggio è molto serio e spesso sottovalutato, ma è proprio sull'uso sconsiderato delle parole che sorgono in Italia le prime incomprensioni e le contrapposizioni politiche. In certi ambienti, penso in particolare alla Lega Nord, si privilegia il termine «clandestini», che è invece rifiutato nettamente da tutta l’area di centrosinistra. In questa si parla ormai quasi esclusivamente di «migranti», più raramente di «richiedenti l’asilo» e di «profughi».

Profughi: né migranti né clandestini
Per rendere il dibattito costruttivo e comprensibile all'opinione pubblica, bisognerebbe fare un tentativo di convergenza nell'uso di termini appropriati ma non divisivi. Non mi sento di dire qual è l’espressione più adeguata per indicare le masse che approdano sul litorale italiano, ma la mia preferenza va al termine «profughi». Sebbene in senso proprio «profugo» indichi specialmente chi è in qualche modo «costretto a lasciare il proprio Paese in seguito a guerre, persecuzioni politiche, calamità naturali, ecc.», in un senso più generale rende bene il senso della fuga (profugo deriva dal latino profugum e dal verbo profugĕre, «cercare scampo») da una situazione pericolosa o comunque precaria (ad esempio in seguito a carestia, fame, mancanza di lavoro).
«Profugo» non è un termine divisivo ed è conosciuto e accettato da tutti anche nel suo significato più generale, che può ben comprendere tanto i migranti quanto i richiedenti l’asilo, i rifugiati e persino i clandestini.
Trovo meno adeguato il termine «migranti», anche se è quello che ha finito per imporsi, forse in ossequio all'uso che ne fa l’ONU (quando parla dei «migranti internazionali»), perché l’«emigrazione» in Italia evoca la condizione di chi era sì costretto ad espatriare «per motivi di lavoro», ma emigrava perché c’era un Paese d’immigrazione disposto ad accoglierlo e a regolarizzarlo (o addirittura lo richiedeva, come ad esempio la Svizzera nel dopoguerra). Allo statuto di «migrante» erano generalmente collegati un regolare permesso di lavoro e di soggiorno, una retribuzione corrispondente, ma anche la garanzia di poter ritornare liberamente al Paese d’origine.
Del resto la condizione di «migrante» riguarda ancora oggi decine di migliaia di italiani, che francamente hanno ben poco in comune con i profughi che stanno giungendo in Italia soprattutto dall'Africa e dall'Asia. Anche per i «migranti» italiani si tratta di cercare opportunità di lavoro altrove, ma per essi questo avviene in condizioni completamente diverse, specialmente di libera scelta e ampie garanzie.
In quest’ottica ho trovato fuorviante l’intervento della presidente della Camera Laura Boldrini di un mese fa nel corso della presentazione di un suo libro. Mentre criticava l’atteggiamento di chi continua a «considerare la migrazione una minaccia» (con evidente riferimento al leader della Lega Matteo Salvini, pur senza nominarlo) sbagliava a mio avviso nel confondere i «migranti» (che vanno dove c’è la domanda, come ammetteva la stessa Boldrini, contraddicendosi) con i profughi («che non vengono da noi per motivi economici ma scappano dalle guerre»).
Ritengo invece che il termine «clandestini», preferito da Salvini, sia completamente inadeguato perché nei profughi che sbarcano a Lampedusa o in Sicilia non si può ravvisare l’intenzione della clandestinità e sicuramente non riguarda la maggioranza di essi. Oltretutto la clandestinità viene a cadere già al momento dello sbarco con la prima identificazione. Quanto alle espressioni «richiedenti l’asilo» e «rifugiati», ritengo che debbano essere riservate alle persone che possono avvalersi del diritto all'asilo e ottenere lo statuto di rifugiato, non ad altre.

Manca la soluzione!
A questo punto non vorrei apparire come uno che riduce un problema enorme a una semplice disputa terminologica. So infatti benissimo che la soluzione va cercata principalmente al problema non alla disputa, ma sono convinto che a seconda della scelta delle parole si può capire meglio il da fare e svelare le ipocrisie. I «profughi» infatti hanno soprattutto bisogno di soccorso, accoglienza, solidarietà, prima sistemazione. La problematica dei «migranti» è invece molto più complessa perché ha bisogno soprattutto di una politica immigratoria seria e coerente di cui non c’è alcun indizio né in Italia né nell’Unione europea. Anche per questo, continuare a parlare di «migranti» da soccorrere mi sembra un’ipocrisia.

Giovanni Longu
Berna, 22.4.2015 (scritto il 18.4.2015)

20 aprile 2015

Ancora morti nel "Mare nostrum"


Il Mediterraneo, che dal tempo dei romani chiamiamo «Mare nostrum», nei giorni scorsi ha interrotto violentemente la fuga di centinaia di profughi alla ricerca di una vita migliore. Erano, come ha detto domenica scorsa Papa Francesco, «uomini e donne come noi, fratelli nostri, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre, che cercavano una vita migliore, cercavano la felicità».
Non hanno fatto in tempo a goderne nemmeno un poco perché il «Mare nostrum» li ha inghiottiti brutalmente per aggiungerli alle migliaia di profughi già periti in questi ultimi anni. Non solo il mare, ma anche i morti dovremmo considerare «nostri» e piangerli con qualche senso di colpa.
Sono morti perché il barcone sovraccarico che li trasportava si è rovesciato, ma si trovavano su quel mezzo inadatto anche per la cattiveria umana, per la nostra insensibilità e l’irresponsabilità delle istituzioni competenti. Il nostro sentimento d’impotenza rischia di diventare un alibi miserevole se non siamo capaci d’indignarci e reclamare a gran voce dalle autorità responsabili soluzioni efficaci e sostenibili a lungo termine.

Per non dimenticare i morti di ieri e di oggi Piera Caponio ha scritto questa delicata poesia intitolata Vanno…,  «dedicata a tutti coloro che hanno sognato una vita diversa, in un mondo diverso, con persone diverse. Ma hanno perso».

Vanno

Vanno,
inseguono un fragile sogno,
guidati da un lieve spiraglio.

Ombre furtive nel buio
li scrutano senza parlare,
mani rapaci si accostano,
carpiscono senza pietà.

L’ora che incalza li inghiotte,
procedono a passi guardinghi
sospinti da altri che vanno.
Audaci viandanti del nulla.

Son soli nel cuor della notte,
son soli col cuore che batte,
ma breve sarà la paura,
la luce è già là all’orizzonte…..

Si portano dentro una fiamma,
una fiamma che brucia e riscalda,
che guizza leggera e tenace
incontro al destino che avanza.

Poi d’improvviso uno schianto,
un bagliore scatena l’inferno,
le grida trafiggono il cielo
ma l’eco si perde nel nulla.

Son tonfi di corpi avvinghiati,
la fiamma pian piano si spegne,
il gigante pietoso li accoglie,
li copre con l’umido velo
e assorto riprende a cantare
l’ennesima sua ninna nanna.

                               Piera Caponio