24 luglio 2013

La festa nazionale svizzera e il problema degli stranieri


Il
Primo agosto la Svizzera celebra la Festa nazionale, che ricorda «la nascita della Svizzera» nel 1291. Ogni Stato ha una o addirittura più feste nazionali e ognuna ricorda qualche evento del passato d’importanza fondamentale per la storia del Paese. A differenza di tutti gli Stati moderni, tuttavia, la Svizzera intende ricordare un evento molto lontano nel tempo e per di più tutt'altro che certo.
Ritengo perciò interessante conoscere quando, come e perché si è giunti a stabilire la data del 1° agosto per celebrare la Festa nazionale, a tutt'oggi unico giorno festivo federale, ossia valido in tutta la Confederazione.
Va infatti ricordato che i giorni festivi civili hanno validità cantonale e sono quindi i singoli Cantoni a deciderli.
Credo che, a parte gli storici e qualche studioso, gran parte degli svizzeri ritenga del tutto ovvio che la Festa nazionale venga celebrata il 1° agosto in ricordo del lontano 1° agosto 1291. Secondo la tradizione, infatti, proprio quel giorno o comunque all’inizio di agosto, i rappresentanti delle tre comunità di Uri, Svitto e Untervaldo avrebbero stipulato con giuramento («Nel nome del Signore, così sia») il Patto del Grütli, dando così inizio alla Confederazione.

Realtà storica e miti di fondazione
Secondo la storiografia moderna, la Confederazione si è formata in un lungo processo attraverso i secoli, mentre la presunta «nascita» nel 1291 appartiene piuttosto ai «miti di fondazione», anche se è innegabile che attorno al 1300 ci furono i primi tentativi di alcune popolazioni della Svizzera centrale di sottrarsi all’oppressione degli Asburgo, come dimostrano alcuni documenti dell’epoca (ma scoperti solo nel XVIII secolo).
Per secoli la data del 1° agosto non venne presa in considerazione non solo per una Festa nazionale (anche perché ancora non esisteva una «nazione») ma neppure come richiamo del presunto «Patto federale» stipulato dai primi confederati sul praticello di Grütli. Tutti i racconti sull'origine della Confederazione risalenti al XV e XVI secolo oggi sono considerati dagli storici «miti di fondazione».
Patto federale del 1291
In effetti nemmeno le cronache più antiche sono d’accordo né sul giorno (inizio di agosto, primo di agosto, 8 novembre) né sull'anno (1291 o 1307?) in cui si può affermare sia nata la Confederazione.
Nel 1895, quando venne inaugurata ad Altdorf, capitale del Cantone di Uri, la celebre statua dedicata a Guglielmo Tell, nel piedistallo fu inciso l’anno 1307 e non 1291. Si tratta di una delle tante testimonianze delle discordanze che ancora esistevano sul reale inizio della Confederazione, sebbene fin dal 1891 il Consiglio federale avesse dichiarato ufficialmente il 1291 l’«anno di fondazione» della Confederazione.

La Festa federale del 1891, civile e religiosa
La prima grande manifestazione a carattere nazionale si ebbe nel 1891 con la Festa federale del 600°. Nel 1889, pur ammettendo che fino ad allora non era mai stata celebrata una tale commemorazione, il Consiglio federale indirizzò all'Assemblea federale un messaggio ricordando che l’imminente ricorrenza del 600° anniversario della fondazione della Confederazione (1° agosto 1291) dovesse venir degnamente celebrato.
La festa si svolse a Svitto, capitale simbolo di uno dei tre Cantoni cosiddetti «primitivi», nell’arco di tre giorni. La parte principale fu concentrata nella giornata di sabato 1° agosto, iniziata alle ore 5 del mattino con una salve d’artiglieria, esibizioni di tutti i corpi di musica riuniti e il canto in coro del «salmo elvetico» (divenuto poi l’inno nazionale svizzero). Proseguì con la riunione di tutte le delegazioni ufficiali federali, cantonali ecc. nel palazzo del governo, da cui in corteo si trasferirono nella chiesa di S. Martino «pel servizio divino», con «breve predica».
Dopo la cerimonia religiosa seguì quella civile ufficiale con i «discorsi officiali dei rappresentanti delle autorità federali e dei Cantoni primitivi». Finita la parte per così dire istituzionale, il resto della giornata fu occupato da musica, canti popolari e giochi, una prima «colazione alla forchetta» a mezzogiorno e più tardi, alle 17.00, un banchetto. Alle 19.00, secondo programma, ci fu per un quarto d’ora il «suono a festa di tutte le campane», e poi fino a tardi «fuochi d’allegria sulle alture».
Il giorno seguente, domenica, la giornata iniziò con una «messa solenne e predica» e proseguì, nel pomeriggio, con la festa al Grütli, in cui furono ascoltati altri discorsi ufficiali di rappresentanti federali e cantonali e venne eseguita la cantata della festa (testo preso dal «Guglielmo Tell» di Schiller e musica del direttore Arnold) «col concorso di 600 membri di società svizzere di canto artistico». «Sul far della notte – diceva il programma – illuminazione sui monti ed alla spiaggia. Notte veneziana».

Da celebrazione occasionale a festa nazionale
Si sa che la Festa ebbe un grande successo e l’idea di ricordare la «nascita della Svizzera» il 1° agosto cominciò a farsi strada. I miti di fondazione con i racconti di Guglielmo Tell, il giuramento dei primi confederati sul praticello del Grütli, la lotta per la libertà dall'oppressione degli Asburgo avevano fatto presa nell'animo popolare.
Fu così che a seguito di una iniziativa del Cantone di Berna che ebbe l’adesione dapprima della grande maggioranza dei Cantoni e poi di tutti, il Consiglio federale decise nel 1899 di inviare una circolare a tutti i Cantoni ( in francese: «à tous les Etats confédérés») per invitarli a dare le istruzioni necessarie affinché non solo il 1° agosto di quell’anno, ma d’ora in poi ogni anno, le campane di tutti i Comuni venissero suonate dalle 20.30 alle 20.45.
Anche in quella richiesta, tuttavia, la Confederazione si limitava a invitare i Cantoni a far suonare a festa le campane la sera del 1° agosto per un quarto d’ora «per celebrare l’anniversario della fondazione della Confederazione (l° agosto del 1291)». Con questa circolare il Consiglio federale e dunque la Confederazione sembra porre fine anche alla discussione sulla storicità o meno della data del 1° agosto 1291: quella data andava considerata ormai ufficialmente (anche se non storicamente) la data di nascita della Confederazione.
Il 1° agosto era considerato soprattutto una giornata di preghiera e di ringraziamento e la festa si concentrava in quel quarto d’ora di scampanio e nei fuochi della sera, mentre l’intera giornata era considerata lavorativa. In questa forma venne ripetuta per quasi un secolo, anche se acquistò col tempo anche altre espressioni, da quella più seria del discorso ufficiale del presidente della Confederazione in carica, a quelle più propriamente festose dei raduni attorno ai falò e, soprattutto nelle grandi città, dei fuochi d’artificio spettacolari.
Doveva passare quasi un secolo prima che il 1° agosto venisse riconosciuto come giorno non lavorativo, la prima volta nel 1991 per i festeggiamenti del Settecentesimo della Confederazione e dal 1993 come Festa nazionale a tutti gli effetti. Per introdurre il giorno festivo, ossia parificato alla domenica, si è dovuta modificare la Costituzione federale a seguito di una iniziativa popolare depositata nel 1990, che diceva: «il 1° agosto è Festa nazionale in tutta la Confederazione». La richiesta fu approvata il 26.09.1993. E’ interessante notare che la partecipazione fu piuttosto bassa: 39,88%. Su 1.781.407 di voti, i sì furono tuttavia l’83,8%, i no il 16,2%. Con l’entrata in vigore il 1° luglio 1994, da quell'anno anche la Svizzera ha la sua Festa nazionale riconosciuta pienamente come giorno festivo.

Perché una festa nazionale?
Come appena visto, è solo sul finire dell’Ottocento che la Confederazione comincia a pensare seriamente a una celebrazione nazionale. Non si può dimenticare che in quell'epoca i vari Stati europei si stavano organizzando e rafforzando unitariamente attorno a una identità nazionale che spesso non era ancora ben radicata nella coscienza popolare. Anche la Svizzera, nonostante fosse diventata Stato federale da cinquant'anni con la Costituzione federale del 1848, sentiva la necessità di consolidare la propria coesione interna e una coscienza unitaria nazionale.
Una spinta al rafforzamento dell’identità nazionale fu offerta indirettamente anche dalla particolare situazione che si stava creando sul finire del XIX secolo in Svizzera, un Paese d’emigrazione fino al 1888, che quasi all'improvviso si accorse di essere divenuto Paese d’immigrazione sotto la spinta dell’industrializzazione. Ben presto, tuttavia, la popolazione straniera, in forte crescita (383.424 persone nel 1900, pari all’11,6% della popolazione residente) fu avvertita come un pericolo per l’«identità nazionale» che si stava lentamente costituendo.
Fu proprio in quel periodo che si cominciò a parlare di «problema degli stranieri» e soprattutto del pericolo della «Überfremdung» («inforestierimento»), un neologismo che finì per indicare la paura che la forte presenza straniera potesse compromettere la stabilità del Paese introducendo nel contesto socioculturale svizzero elementi estranei e inassimilabili.
La Festa nazionale sembrò nel 1899 e poi sempre più successivamente un’occasione utile non solo per ricordare le origini della Confederazione, ma anche per sottolinearne i valori fondanti (libertà, solidarietà, federalismo, ecc.) e rafforzare in tutti quella coesione nazionale che sembrava continuamente in pericolo.

Giovanni Longu
24 luglio 2013

10 luglio 2013

Giovani disoccupati e formazione


Il Presidente del Consiglio dei ministri italiano Enrico Letta considera il problema dei giovani disoccupati uno dei più gravi dell’Italia di oggi. In prima persona si sente impegnato a trovare soluzioni adatte e compatibili con le risorse disponibili. E per non essere accusato di individuare sia il male che la cura, ma di non somministrare la medicina giusta, l’ultima settimana di giugno il governo ha approvato un «pacchetto occupazione» con una dotazione finanziaria di tutto rispetto, 1,5 miliardi di euro.
Nel presentare in conferenza stampa il provvedimento, il presidente Letta si è detto molto fiducioso perché, garantendo agevolazioni ai datori di lavoro disposti ad assumere giovani disoccupati, «le decisioni prese andranno ad aiutare l’assunzione in 18 mesi di 200 mila giovani» (su un numero di inoccupati che solo nella fascia d’età dai 15 ai 24 anni è di oltre 640 mila!).
Le reazioni, anche in seno alla maggioranza governativa, sono state tuttavia alquanto tiepide, perché le misure adottate appaiono del tutto insufficienti a risolvere un problema che appare gravissimo e diffuso, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. Non è infatti nemmeno immaginabile che in quest’area d’Italia i datori di lavoro riescano ad assorbile decine di migliaia di disoccupati, sia pure con grandi agevolazioni, se il lavoro disponibile scarseggia, se le imprese non investono, se la sfiducia dei giovani cresce e l’emigrazione riprende la sua vecchia tradizione.
Sulla situazione generale del Mezzogiorno sono state fatte e si continuano a fare approfondite analisi, ma il passaggio dalla diagnosi alla cura tarda a compiersi. Verrebbe quasi da pensare che forse si tratta ormai di un malato incurabile. In realtà non è così, perché le potenzialità del Mezzogiorno sono enormi. Basterebbe pensare ai settore del turismo, dell’agricoltura, delle infrastrutture, in cui sarebbe possibile e auspicabile investire con l’aspettativa di grandi benefici.

Un piano per il Sud
Per individuare la cura o meglio le cure giuste per il Sud andrebbe intanto stabilito quale punto di partenza che l’Italia non è un Paese omogeneo, sotto molti punti di vista, ma particolarmente sotto l’aspetto economico e sociale. La disoccupazione giovanile ne è un esempio evidente: essa è concentrata soprattutto nel Mezzogiorno con punte che sfiorano o superano addirittura il 50%, ossia su due giovani solo uno lavora.
Fatta questa premessa e tenendo conto che le risorse finanziarie disponibili in un periodo di crisi sono sempre limitate, occorrerebbe limitare anche il campo d’intervento. Ad esempio, invece di parlare di un «piano Italia per l’occupazione giovanile» perché non adottare immediatamente un «piano per l’occupazione nel Mezzogiorno»?
Credo tuttavia, che soprattutto nel Mezzogiorno, sia necessario anzitutto un cambio di mentalità. Nell’attuale dibattito sulla disoccupazione giovanile mi pare di capire che tutte le attese sono riposte nell’intervento dello Stato per creare occupazione in funzione dei giovani disoccupati. Illusione! Raramente o forse mai mi è capitato di sentire interventi che capovolgano l’impostazione e postulino un diverso atteggiamento dei giovani in funzione delle esigenze delle imprese che potrebbero creare occupazione. Eppure credo che sia inevitabile che debbano essere i giovani che devono adeguarsi alle imprese e non le imprese ai giovani disoccupati. Non va infatti dimenticato che anche le imprese devono ormai lottare per stare sul mercato e adeguarsi continuamente alle esigenze della globalizzazione.
Chiunque obietterà che in ogni caso il rimedio alla disoccupazione giovanile anche solo nel Mezzogiorno comporterà tempi medio-lunghi. Mi sembra evidente, e non potrà essere diversamente, visto che i posti di lavoro non si creano dall’oggi al domani, ma presuppongono l’analisi di un contesto piuttosto complesso, l’individuazione di attività produttive e redditizie compatibili col territorio, lo snellimento della burocrazia, l’adeguatezza delle infrastrutture necessarie, la garanzia del rispetto della legalità.

Adeguare la formazione
Dati i tempi lunghi, mi parrebbe sensato che si affrontasse immediatamente anche un altro aspetto del problema, che pur non essendo direttamente all'origine della disoccupazione giovanile non è privo di una stretta relazione.
Probabilmente nel Mezzogiorno d’Italia è ancora prevalente un concetto di istruzione e di cultura legato a una certa ideologia di tipo dualistico che usava distinguere la teoria dalla pratica, i lavori intellettuali dai lavori pratici, i camici bianchi dalle tute blu e via dicendo. Implicitamente, anche ricchezza e povertà rientravano nella distinzione, per cui per decenni dal dopoguerra si diceva ai figli «dovete assolutamente studiare», senza aggiungere per fare cosa, e si relegava alla raccolta dei detti antichi la raccomandazione «impara l’arte e mettila da parte».
Il risultato è sotto gli occhi di tutti e ad essere messo in discussione è anche proprio il sistema scolastico esistente al Sud. Quando in altri articoli ho richiamato i mediocri risultati degli alunni italiani nel confronto internazionale secondo l’indagine «Pisa», mi riferivo alla media nazionale. Disaggregando i dati per aree geografiche e regioni appare evidente un forte distacco tra Nord e Sud.

«Pisa» insegna
L’ultima indagine Pisa di cui sono disponibili i dati (2009) pone l’Italia significativamente al di sotto della media dei Paesi dell’OCSE sia per i risultati in «lettura», sia per quelli in «matematica e scienze». Ai primi posti figurano Paesi come Corea, Finlandia, Svizzera, Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, ecc.
Per capire meglio la portata di questa indagine va ricordato che la «lettura», considerata in senso ampio anche di comprensione e analisi di testi scritti, è ritenuta «la competenza chiave per eccellenza, fondamentale anche per altre competenze chiave, in quanto costituisce la base sia per conseguire gli obiettivi di apprendimento in tutte le aree disciplinari sia per acquisire informazioni in modo funzionale alla piena partecipazione dell’individuo alla vita adulta» (dal Rapporto nazionale PISA 2009).
Ebbene, osservando i dati da vicino, appare ad esempio che nella valutazione delle competenze in «lettura» dei quindicenni italiani le regioni Lombardia, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino (provincia di Trento), Veneto ed Emilia Romagna si avvicinano ai primi della classifica internazionale e superano addirittura le medie di Paesi come Svizzera, Stati Uniti, Germania, Francia, Svezia, Gran Bretagna. I dati delle regioni Calabria, Campania, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Abruzzo, Lazio, Puglia sono al di sotto della media italiana e dell’OCSE e si avvicinano a quelli dei Paesi di fondo classifica. Per i risultati in «matematica e scienze» la situazione è analoga.
Quando si vuole analizzare seriamente il problema della disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno d’Italia credo indispensabile anche un’attenta analisi delle prestazioni del sistema scolastico. Per assorbire la disoccupazione è infatti assolutamente necessario che sul territorio esistano imprese competitive col nord dell’Italia e del resto del mondo. Ma perché vi si possano insediare è necessario che trovino sul posto (oltre alle condizioni generali adatte) anche il personale competente di cui abbisognano.

Formazione e flessibilità
In Italia, purtroppo, quando si parla di scuola, formazione, università, laurea, cultura si resta quasi sempre sul generico e sull'astratto, dimenticando spesso che nel mondo globalizzato in cui viviamo, anche questi valori vanno associati con esigenze ormai irrinunciabili come competitività, eccellenza, produttività, formazione continua, mobilità, intraprendenza, sviluppo, ricerca. Termini purtroppo assenti normalmente dal dibattito politico e mediatico, ancora dominato dall’idea (o mito?) del lavoro inteso come «posto fisso», possibilmente a vita, e talvolta come strumento per acquisire ricchezza e potere.
A furia di insistere che la Costituzione ha messo al primo posto il «diritto al lavoro», molti hanno finito per credere che possono davvero rivendicare un posto di lavoro, anche senza cercarlo. Eppure l’articolo primo della Costituzione può essere letto anche come dovere di ogni cittadino di provvedere al proprio futuro e allo sviluppo del Paese col proprio lavoro da conquistare, se necessario, con spirito d’iniziativa, disponibilità, flessibilità, ma anche con la preparazione adeguata che esigono le condizioni nazionali e internazionali.
E’ evidente che sull’articolo 1 della Costituzione si fonda anche l’obbligo dello Stato a favorire tutte le condizioni per creare posti di lavoro, ma guai aspettarsi che lo Stato diventi un datore di lavoro per risolvere i problemi dei disoccupati. Lo Stato ha solo il compito di favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, dando stimoli all’economia generale e incentivi ai veri datori di lavoro, le imprese. Ma sono le imprese e la società civile che devono muoversi per prime.
Giovanni Longu
Berna 10.07.2013

26 giugno 2013

Kyenge e il principio di realtà


In Italia il dibattito sulla cittadinanza degli stranieri di seconda generazione continua, purtroppo anche con toni ed espressioni esacerbati e incivili. La legittimità di manifestare liberamente le proprie idee è fuori discussione; ma un confronto civile e democratico non dovrebbe oltrepassare mai i limiti che impone il rispetto delle persone. Per un sano principio di realtà, bisognerebbe tuttavia anche evitare di insistere su temi troppo controversi, per di più senza usare l’accortezza di circoscriverli, definirli e spiegarli. Diversamente le interpretazioni possono trasformarsi facilmente in semplici rifiuti con o senza argomentazioni e in contrapposizioni inconciliabili.

Quanta confusione!
Cecile Kyenge, ministra dell'integrazione
Proprio sulla vaghezza (vera o presunta) della proposta della ministra dell'integrazione Kyenge e sul suo facile fraintendimento (talvolta in malafede?) si fondano, a mio parere, alcune affermazioni di esponenti della Lega Nord, secondo cui lo «jus soli» potrebbe diventare «una potente calamita per l’immigrazione di ogni sorta e indurre molti a credere di poter venire qui da noi per avere una cittadinanza facile». Oppure: «La vera integrazione degli stranieri residenti nel nostro Paese non si ottiene attribuendo la cittadinanza a tutti, svilendola e svendendola, ma a conclusione di un percorso che impone la regolarizzazione, l’accettazione delle nostre regole e leggi, la conoscenza della nostra realtà civile, sociale e culturale, a partire dalla lingua. Va poi tenuto conto della capacità del nostro territorio di accogliere nuovi arrivi».
Senza dire che alcuni esponenti leghisti ne approfittano per introdurre nella discussione elementi che dovrebbero starne fuori, come i motivi economici di cui parla il governatore del Piemonte Roberto Cota (secondo cui «lo jus soli è sbagliato anche per motivi economici, visto che la crisi è molto forte e dobbiamo tutelare la nostra gente») o motivi di ordine pubblico (troppi stranieri).

Priorità all’informazione
Già da queste citazioni tratte da «La Padania» (organo della Lega Nord) si capisce subito quanta confusione regna attorno al tema che si vorrebbe discutere senza conoscerne nemmeno i termini essenziali. Ma anche nell'altro campo favorevole allo «jus soli» la chiarezza difetta, come quando si parla (Piero Fassino, sindaco di Torino) di «cittadinanza civica» (che significa?). Tanto varrebbe suggerire alla ministra dell’integrazione Kyenge di non insistere tanto sulla necessità d’introdurre in Italia lo «jus soli» per garantire la cittadinanza italiana agli stranieri di seconda generazione, quanto piuttosto sulla necessità di porre mano decisamente a una vera politica d’informazione e d’integrazione.
Andrebbe anzitutto precisato che il tema della cittadinanza in discussione non riguarda genericamente gli immigrati stranieri, ma i loro figli nati in Italia. Si deve dire anche chiaramente che la cittadinanza per uno straniero entra in linea di conto solo in collegamento con l’integrazione e non a prescindere da questa. Non avrebbe senso oggi in Italia parlare di cittadinanza concessa agli stranieri senza un minimo di garanzie e anche senza che essa venga esplicitamente richiesta dagli interessati o dai loro genitori. La nascita in Italia potrebbe essere «una» condizione non «la» condizione per l’ottenimento facilitato della cittadinanza.
La ministra Kyenge mi potrebbe obiettare che non intende legare automaticamente la cittadinanza alla nascita in Italia, ma subordinarla anche ad altre condizioni, quali l’integrazione, il rispetto delle leggi, la conoscenza della lingua, ecc. Ma allora, obietterei a mia volta, non sarebbe molto più semplice eliminare dalla discussione l’espressione «jus soli» (che per altro non è univoca, visti i diversi usi che se ne fanno anche solo nei Paesi europei) e concentrarsi maggiormente sulle condizioni richieste per facilitare l’acquisizione della cittadinanza agli stranieri di seconda generazione, escludendo ogni automatismo?
Nella sostanza non cambierebbe nulla, perché lo scopo resta quello di riconoscere «cittadini italiani» gli stranieri nati in Italia da persone straniere immigrate, residenti stabilmente (da un certo numero di anni) e ben integrate nella società italiana. I vantaggi di un cambio di prospettiva e di discorso sarebbero invece numerosi e ne beneficerebbe il clima sociale.

Politica d’integrazione efficace
In questo approccio è tuttavia anche evidente che l’intervento principale dello Stato richiesto in questa prospettiva non è tanto la modifica della legge sulla cittadinanza, ma una legge e strumenti giuridici vincolanti per sviluppare in tutta Italia e non solo in alcune regioni una vera politica d’integrazione degli stranieri.
Non so se la ministra Kyenge dia per scontata l’integrazione degli stranieri di seconda generazione, come sostengono i suoi oppositori, ma ritengo quanto meno giudizioso non dare nulla per scontato su questo terreno. Ho già avuto occasione di ricordare in questa rubrica che Stati di lunga esperienza di politica immigratoria come la Svizzera, da tempo si sono dotati di leggi, ordinanze, linee guida e strumenti vari per realizzare una politica capillare d’integrazione degli stranieri. E poiché la riuscita di una politica si misura solo dai risultati che produce, questo Paese con una percentuale molto alta di stranieri si è dotato anche di un sistema di monitoraggio di 67 «indicatori dell’integrazione della popolazione con passato migratorio».
A questo punto mi verrebbe da chiedere alla ministra dell’integrazione: Signora ministra Kyenge, perché non (ri)comincia la sua crociata dai dati concreti e verificati sugli stranieri e da una politica su scala nazionale che favorisca il riconoscimento pieno della dignità di ogni immigrato, la lotta a ogni forma di discriminazione sociale ed economica, la piena integrazione soprattutto dei giovani della seconda generazione? Vedrà che anche la conquista della cittadinanza facilitata agli stranieri integrati sarà una logica conseguenza.

Giovanni Longu
Berna, 26.06.2013

Letta apre al dialogo italo-svizzero: «è il momento giusto!»


Dopo mesi e anni perduti in attesa di tempi migliori, sembra giunto «il momento giusto» per la ripresa del dialogo italo-svizzero sulla questione fiscale e non solo. Lo ha detto pochi giorni fa il presidente del Consiglio dei ministri italiano Enrico Letta e c’è da augurarsi che alle parole seguano i fatti. Oltre tutto, è specialmente nell’interesse dell’Italia che il dialogo riprenda.

Ottimismo e preoccupazione di Letta
Il Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta
Il presidente Enrico Letta ha fatto tale dichiarazione nel corso di un suo intervento alla stampa estera al rientro dal G8, tenutosi nell'Irlanda del Nord, in cui si era parlato della lotta all'evasione e ai «paradisi fiscali» e della necessità di estendere il sistema degli scambi di informazione. Il clima generale del vertice gli era sembrato «molto positivo» per la soluzione delle vertenze tra Stati in materia fiscale.
E’ probabile che dopo il G8 Letta si sia convinto che fosse giunto il «momento giusto» per riprendere la trattativa con la Svizzera. «Sono convinto che con le autorità svizzere ci possano essere intese positive», ha affermato, non solo nel «recupero di risorse», ma anche nell'attuazione di un «sistema di relazioni che consenta di combattere efficacemente i fenomeni dell’evasione e dell’elusione».
Nell'incontro con la stampa, tuttavia, Letta non nascondeva una certa preoccupazione per la situazione delle relazioni tra la Svizzera e gli Stati Uniti, in quanto, proprio mentre al G8 si discuteva di paradisi fiscali, la Svizzera rifiutava un disegno di legge che, secondo il Consiglio federale, avrebbe consentito alle banche elvetiche operanti negli USA di risolvere importanti controversie col fisco americano. Di altro avviso era invece la maggioranza del Consiglio nazionale, che ha bocciato sul nascere quel disegno di legge.
Quanto accaduto a Berna merita una breve spiegazione. Sembra che il fisco americano stia indagando su diverse banche svizzere operanti negli USA sospettate di aver aiutato cittadini americani ad evadere il fisco. Per chiudere la vertenza, le banche indagate dovrebbero fornire alle autorità fiscali americane informazioni su nomi e impiegati di banca e di terzi nonché su conti, flussi bancari, trasferimenti e quant’altro dei presunti evasori fiscali.
Una trasmissione di dati di questo genere e al di fuori di una procedura giudiziaria normale non è però consentita dal diritto svizzero. La settimana scorsa il Parlamento elvetico ha perciò rifiutato un disegno di legge governativo per consentire eccezionalmente la trasmissione delle informazioni richieste dal fisco americano in via del tutto eccezionale, ossia sospendendo per un anno l’applicazione del diritto svizzero.

Un segnale per l’Europa
Non so quanto Letta fosse veramente «preoccupato dalla situazione delle relazioni tra Svizzera e Usa», per altro ritenute «buone» dal ministro dell’economia Johann Schneider-Amman e dal ministro degli Esteri Didier Burkhalter e sicuramente non minacciate dalle controversie tra il fisco americano e alcune banche private elvetiche operanti in America. Ritengo più probabile che il presidente Letta fosse in realtà più preoccupato delle relazioni tra l’Italia e la Svizzera, anche per il ritardo accumulato nel portare a buon fine le diverse trattative e per l’incertezza degli esiti.
Come ho avuto modo di riferire in altre occasioni, la Svizzera sembra ben disposta alla trattativa (anche sullo scambio automatico dei dati), ma non a qualunque costo e senza contropartite. Letta deve averlo capito anche dal comportamento del Parlamento svizzero nella discussione di una legge, quella che i media hanno chiamato «Lex USA», che sembrava più un diktat americano che il risultato di una trattativa.
Molti osservatori hanno interpretato il rifiuto della maggioranza parlamentare come un segnale molto preciso al governo federale di non illudersi di poter concedere e ad altri Paesi, soprattutto europei, di ottenere quanto non è ammesso dal diritto svizzero vigente. Se la Svizzera avesse «ceduto» agli USA, è molto probabile che altri Paesi europei, particolarmente quelli maggiormente indebitati, avrebbero seguito l’esempio degli Stati Uniti. «Coi tempi durissimi che corrono, ha commentato recentemente Moreno Bernasconi sul "Corriere del Ticino", Paesi europei indebitati fino al collo (o chiamati a pagare i debiti altrui) non avrebbero nulla da perdere ad estrarre la colt e a fare lo sceriffo».
Se anche Letta l’ha capito questo mi pare un ottimo punto di partenza per una trattativa che dev'essere finalizzata non solo a sanare il passato (e al recupero delle risorse illegalmente sottratte al fisco italiano), ma soprattutto a rilanciare le relazioni italo-svizzere in tutti i campi, scommettendo sui vantaggi reciproci, sulla vicinanza (non solo geografica) e amicizia e non da ultimo sulla presenza qualificata in Svizzera di oltre mezzo milione di cittadini italiani.

Giovanni Longu
Berna, 26.06.2013

19 giugno 2013

Svizzera-Italia: due storie intrecciate


La storia della Svizzera si è intrecciata sovente con quella italiana, specialmente con quella del Piemonte e della Lombardia. Si pensi agli intensi rapporti tra il Ducato di Savoia e la Svizzera occidentale, Ginevra in particolare, e tra i Cantoni della Svizzera interna, soprattutto Uri e Lucerna, ma anche Zurigo e Berna, con la Lombardia.

Alcune date segnano momenti decisivi di questo intreccio. Una di esse risale a cinquecento anni fa, esattamente al 6 giugno 1513, quando i mercenari svizzeri sconfissero nella Battaglia di Novara l’esercito francese e restituirono il Ducato di Milano agli Sforza, che l’avevano perso tredici anni prima. Le conseguenze di quella vittoria non interessarono solo la Lombardia, ma anche la Svizzera, allora in fase di espansione (la Vecchia Confederazione contava solo otto Cantoni). Quella data e quel periodo meritano un rapido ricordo.

Svizzeri: emigranti e...
Anzitutto va ricordato che nei secoli XV-XVIII, nonostante l’ampliamento della vecchia Alleanza dei Cantoni primitivi con l’adesione di nuovi Cantoni e l’espansione territoriale nei domini asburgici (Argovia, Turgovia) o tramite alleanze (Abbazia di San Gallo, Vallese e altri territori), le condizioni di vita degli abitanti delle campagne e delle città erano oltremodo difficili. Molti svizzeri erano costretti ad emigrare in cerca di fortuna nei Paesi vicini, soprattutto in Francia e in Italia.
Il fenomeno migratorio ha accompagnato la storia svizzera praticamente fino alla fine dell’Ottocento. Emigravano non solo figli di famiglie numerose, giovani contadini delle regioni di montagna o artigiani senza imprese proprie (muratori, capimastri, tagliapietre, stuccatori, spazzacamini, spaccalegna, pasticcieri), facchini e uomini di fatica, donne di servizio, ma anche commercianti, albergatori, imprenditori, artisti, osti ecc.

... mercenari
Svizzeri vincitori a Sempach (1386)
Per secoli, tuttavia, il maggior numero di «migranti» svizzeri era costituito dai soldati mercenari reclutati in Svizzera e messi a disposizione dei vari potentati dell’epoca. In oltre quattro secoli combatterono all’estero non meno di due milioni di svizzeri. Soprattutto nei secoli XV e XVI l’Italia era percorsa da nord a sud e da ovest ad est da decine di migliaia di soldati svizzeri.
Almeno inizialmente, il mercenariato fu una forma di emigrazione per sfuggire alle condizioni di povertà in cui versavano soprattutto alcuni Cantoni, ma in seguito divenne anche fonte di arricchimento personale per gli agenti dell’arruolamento e di cospicue entrate per le casse cantonali e comunali.
La fama di abili combattenti dimostrata con le lotte per l’indipendenza dei primi Cantoni svizzeri dagli Asburgo (in particolare nelle battaglie di Morgarten, Sempach, Nafels e Morat) e in particolare con le guerre di Borgogna (1474-1477) tra la Confederazione degli otto Cantoni e il duca borgognone Carlo il Temerario, aveva fatto delle milizie svizzere una sorta di truppe d’élite molto richieste dalle varie potenze europee, soprattutto dalla Francia, dal Regno di Napoli, dallo Stato pontificio e in genere da chi era disposto a pagarle bene.

Svizzeri spesso determinanti
La disponibilità di truppe svizzere dipendeva dal tipo di accordo che i singoli Stati concludevano con i Cantoni di provenienza dei soldati e dall'entità del «soldo» (da versare ai soldati) e delle «pensioni» (una specie di tassa spettante ai Cantoni per l’autorizzazione di reclutare truppe mercenarie) che erano disposti a versare. Soprattutto in Francia e in Italia, in certi periodi, erano presenti complessivamente fin oltre 300.000 soldati svizzeri.
Per quanto riguarda l’Italia, i soldati svizzeri contribuirono a rimodellare in varie occasioni il complicato panorama politico sia che fossero alle dipendenze del re di Francia e sia che combattessero con questo o quello Stato contro i francesi o altri nemici continentali. L’intervento degli svizzeri fu decisivo in parecchie occasioni, ad esempio quando Carlo VII di Francia decise di sostenere i diritti degli Angioini sul Regno di Napoli (battaglia di Fornovo, 1495), ma anche quando si schierarono a fianco del Duca di Milano Massimiliano Maria Sforza, figlio di Ludovico il Moro, per la riconquista del Ducato dal dominio dei francesi, che se n’erano impossessati nel 1500.

Le guerre d’Italia
Fu proprio durante le cosiddette «guerre d’Italia» (tra il 1494 e il 1559), combattute per l’egemonia in Italia e in particolare per la conquista del Ducato di Milano, che si registrò la più grave crisi del sistema mercenario svizzero. Il gran numero di milizie straniere alle dipendenze di diversi sovrani non poteva escludere qualche problema «interno». Una parte dei mercenari era infatti schierata col re di Francia, mentre un’altra parte combatteva a fianco del Duca di Milano (1512-13) contro i francesi.
Mercenari svizzeri
Si cominciò allora a discutere, tra i Cantoni confederati, se non fosse il caso di eliminare il servizio mercenario e si tentò persino di vietarlo. Inutilmente, perché gli interessi in gioco erano molti e rilevanti. Di fatto il mercenariato svizzero (essenzialmente un servizi di fanteria) perse consistenza e importanza quando in battaglia il peso della fanteria fu pian piano soppiantato dall'avvento sempre più determinante dell’artiglieria.
Tornando alla riconquista del Ducato di Milano, è bene ricordare che le varie potenze italiane di allora non vedevano di buon occhio la penetrazione e l’egemonia francese. Nemmeno gli svizzeri si sentivano rassicurati dalla presenza francese anche al confine meridionale. La Svizzera, soprattutto il Cantone di Uri, ma anche quelli di Zurigo e di Berna, avevano interessi comuni (soprattutto commerciali) con la Lombardia e i buoni rapporti con Milano erano ritenuti vitali.
Occorre anche ricordare che grazie alla potenza militare del Cantone di Uri, l’antica Confederazione era in parte riuscita ad assicurarsi facilmente (a giudicare dalla soddisfazione della popolazione locale) il dominio sui principali passaggi alpini conquistando la Val Leventina lungo la via del San Gottardo fin dai primi decenni del Quattrocento. Dopo alterne vicende, la Leventina divenne pienamente «svizzera» insieme alla Val di Blenio e a Bellinzona nel 1503.

La battaglia di Novara
Nel 1506 Papa Giulio II scelse come sue 
guardie  del corpo 150 mercenari svizzeri,
ritenuti in quel tempo fedeli e invincibili.
In questo contesto, agli inizi del XVI secolo, si creò in Italia un vasto fronte antifrancese, di cui faceva parte anche lo Stato pontificio retto allora dal grande papa-guerriero Giulio II. A spingere questo fronte verso una guerra contro la Francia c’era un influente vescovo svizzero, il vallesano Matteo Schiner (o Schinner). Da una vittoria contro la Francia egli si aspettava non solo un indebolimento dell’egemonia francese in Italia, ma anche un rafforzamento della potenza militare e territoriale dei Cantoni confederati a livello europeo.
Quando scoppiò effettivamente la guerra contro la Francia per la riconquista del Ducato di Milano, in un primo tempo sembrò che i francesi potessero vincere senza troppe difficoltà, soprattutto dopo la battaglia di Ravenna (11 aprile 1512), favorevole ai francesi. Senonché, a causa delle forti perdite subite e alla morte del comandante dell'Armata reale francese in Italia generale Gastone de Foix, non seppero approfittarne. Ne approfittarono invece gli svizzeri che vinsero a Pavia (14 giugno 1512) e occuparono il Ducato attribuendone il governo a Massimiliano Maria Sforza, figlio di Ludovico il Moro, e assicurando una sorta di protettorato sul Ducato. Forti della vittoria conseguita, occuparono in seguito anche Domodossola, Locarno, Lugano, Mendrisio e i Grigioni.
L’anno seguente, i francesi sembravano più decisi che mai a riprendersi il Ducato e con un esercito di circa 16.000 soldati il 6 giugno 1513 affrontarono nella storica battaglia di Novara (combattuta in realtà nelle sue vicinanze) circa 10.000 mercenari confederati (tra i quali molti bernesi) al comando del vescovo di Sion Matteo Schiner. A Novara, i soldati svizzeri inflissero una pesante sconfitta all’esercito di Luigi XII, inseguito e ricacciato oltre le Alpi. Secondo alcuni storici quella di Novara fu «l’ultima vittoria della fanteria svizzera». La battaglia fu in realtà una vera carneficina perché quel giorno perirono circa 6.000 francesi e 1.500 svizzeri.

Il primo orso «bernese» nel bottino di guerra
Il bottino della Battaglia di Novara fu ingente e significativo per la Svizzera. Quale compenso «personale», il potente Schiner ricevette il marchesato di Vigevano e la designazione a vescovo di Novara. Agli svizzeri fu riconosciuto il possesso definitivo delle terre della Leventina, della Val di Blenio e di Bellinzona (già annesse tra il 1480 e il 1503) e il dominio sulla Val d’Ossola, Val Maggia, Locarnese, Luganese, Mendrisiotto e altre terre.
Venne da Novara il primo orso "bernese"
Nel bottino di guerra sottratto ai francesi c’era anche un orso, che venne portato come trofeo a Berna e sistemato in pompa magna nella Fossa degli orsi che allora si trovava all'incirca nell'attuale Bärenplatz, di fronte al Palazzo federale. E’ da quella data, col primo orso portato dall'Italia, che comincia la storia documentata della presenza degli orsi a Berna.

L’italianità nella Confederazione
Il Ducato di Milano non restò a lungo nelle mani degli Sforza perché nel 1515 i francesi tornarono a riprenderselo dopo una delle più cruenti battaglie dell’epoca, la Battaglia di Marignano (13-14 settembre 1515), nella quale persero la vita circa 6.000 soldati francesi e 10.000 svizzeri. La partecipazione degli svizzeri, autorizzata dalla Dieta dei Cantoni, era indispensabile per salvaguardare i propri interessi a sud di Bellinzona. Essi vennero salvaguardati nonostante la sconfitta e l’inevitabile egemonia francese.
Le terre «italiane» a sud del Gottardo dovranno tuttavia aspettare diversi secoli prima di essere considerate un Cantone svizzero a pieno titolo, introducendo di fatto e di diritto l’italianità nella nuova Confederazione.

Giovanni Longu
Berna 19.06.2013

12 giugno 2013

Fuga dei cervelli e formazione in Italia


Tra le varie criticità riguardanti l’Italia di oggi che il governo italiano dovrebbe tenere maggiormente in considerazione, c’è sicuramente lo stato del sistema formativo. Non è possibile qui analizzare nei dettagli la situazione, ma basteranno pochi dati per rendersi conto della sua gravità.

Dati allarmanti
Per la scuola obbligatoria è sufficiente ricordare i risultati abbastanza mediocri ottenuti dagli scolari quindicenni italiani nelle indagini internazionali (in particolare in quella più nota organizzata dall’OCSE e conosciuta sotto il nome di «Pisa»). Gli allievi italiani occupano una posizione di media classifica su una settantina di Paesi partecipanti.
La situazione della formazione postobbligatoria non è più rallegrante. In ambito europeo, l’Italia ha una percentuale di giovani (18-24 anni) senza formazione postobbligatoria del 35,5% (media europea: 30,0%) e una percentuale di adulti (25-64 anni) con formazione superiore di appena il 14,9% (media europea: 26,8%).
Va inoltre osservato che, secondo l’ufficio statistico europeo Eurostat, l’Italia è ultima in Europa per numero relativo di laureati. Tra i 27 paesi Ue, nel 2012 solo il 21,7% di chi ha cominciato l’università ha completato il percorso di studi e si è laureato entro i 34 anni: ce l’ha fatta il 26,3 % delle donne e solo il 17,2% degli uomini. Il tasso di abbandono è pertanto altissimo.
Per quanto riguarda il livello della formazione universitaria, l’Italia si piazza decisamente male nelle principali classifiche internazionali delle 500 più importanti università: nessuna università italiana figura nelle prime cento posizioni (la piccola Svizzera è presente con ben quattro) e solo quattro università rientrano tra la centesima e duecentesima posizione (Pisa, Roma-La Sapienza, Milano e Padova); altre cinque si collocano nelle successive cento posizioni.
I dati appena menzionati sono sicuramente parziali e frammentari, ma sufficienti a consentire al lettore di farsi una propria idea della situazione, che contrasta non solo col rango ancora occupato dall'Italia come potenza economica (anche se da qualche decennio in netto calo) ma anche con le potenzialità dei suoi abitanti. Dovrebbe suonare come un campanello d’allarme non solo la percentuale altissima di giovani disoccupati (anche tra i laureati e diplomati) soprattutto nel Mezzogiorno, ma anche il numero crescente di persone qualificate che lasciano l’Italia per svolgere le loro ricerche o conseguire specializzazioni all'estero, finendo spesso per restarci.

Rimedi necessari e urgenti
Qualcuno potrebbe pensare che le partenze possono essere compensate da nuovi arrivi, gli immigrati, ma sarebbe un’illusione. La «fuga dei cervelli» senza ritorno rappresenta un impoverimento durevole per l’Italia che potrebbe portare in pochi decenni al declino. Fino a quando il saldo tra partenze e arrivi non sarà almeno pari, quantitativamente e qualitativamente, non è vero che i giovani italiani potranno guardare al futuro con ottimismo. Basterebbe questa considerazione per ritenere che il sistema formativo dev'essere affrontato con grande serietà e urgenza.
Dovrebbe inoltre far riflettere questa ulteriore costatazione: mentre in Europa i giovani (da 0 a 19 anni) sono proporzionalmente più numerosi (2011: 19,5%) delle persone anziane di 65 anni e più (14,6%), in Italia si assiste da anni al fenomeno inverso di una percentuale di anziani (20,3%) più elevata di quella dei giovani (18,9%).
Quest’ultima osservazione dovrebbe rappresentare un ulteriore motivo per rendere inderogabile da parte delle istituzioni e in particolare della politica l’adozione di tutte le misure indispensabili per un’inversione di tendenza, cominciando da una seria riforma dell’intero sistema formativo italiano. La disoccupazione giovanile e la fuga dei cervelli sono due sintomi di una malattia grave, molto contagiosa, che non può essere sottovalutata.
L’Italia in questo momento ha sicuramente molti problemi urgenti da risolvere e poche risorse da investire; ma guai se questi problemi e le scarse risorse diventano alibi per non metter mano finalmente a una scuola che formi, a un sistema universitario efficiente e di eccellenza, a poli di ricerca e d’innovazione capaci non solo di trattenere i talenti nostrani ma anche di attirarne altri dall'estero. Il futuro dell’Italia passa necessariamente per la scuola, la formazione, la ricerca, l’innovazione.

Momento favorevole per le riforme
Mi auguro che il governo dia seguito alle affermazioni del Presidente Letta nel suo discorso per la fiducia, soprattutto quando afferma che bisogna investire sui giovani perché «solo i giovani possono ricostruire questo Paese», mentre « rinunciare a investire su di loro è un suicidio economico. Ed è la certezza di decrescita, la più infelice».
I più pessimisti diranno che discorsi del genere ne hanno sentiti più di una volta e che la situazione ha continuato a peggiorare. Difficile negare l’evidenza. Eppure in questo momento ragioni oggettive suggeriscono un minimo di ottimismo. La situazione politica, che vede uniti in uno sforzo comune i due maggiori partiti italiani sono un’occasione imperdibile per attuare anche una seria riforma del sistema formativo italiano, soprattutto nel suo grado più elevato, l’università e la ricerca.
Solo pochi anni fa fu adottata tra molti contrasti la cosiddetta «riforma Gelmini», dalla ministra dell’epoca. Che fine ha fatto? Non so se era fatta bene o male, so solo che in Italia è sempre enormemente difficile approvare e realizzare qualunque riforma, senza nemmeno rendersi conto che mentre il mondo va avanti l’Italia marcia sul posto, ossia arretra. E so anche che per qualunque Paese voglia sopravvivere, una delle condizioni essenziali è che il suo sistema educativo funzioni e le formazioni proposte siano appetibili. E senza investimenti adeguati nella scuola, nella ricerca e nell'innovazione non c’è futuro non solo per i giovani ma anche per il Paese.

Parole d’ordine: efficienza, eccellenza…
Per tornare alla riforma Gelmini, ma senza entrare nel merito, mi domando per esempio quale sarebbe stato il risultato se invece della feroce opposizione di un Bersani e di un Di Pietro, che bocciarono a priori sul nascere il disegno di legge del governo, le minoranze di allora avessero contribuito a rimodellare il progetto e la maggioranza berlusconiana si fosse resa disponibile ad accogliere anche contributi esterni. Forse oggi parleremmo meno di «fuga di cervelli», di disoccupazione giovanile, di formazione da riformare, e più di meritocrazia, di eccellenza, di ricerca avanzata, d’innovazione, d’importazione di cervelli e anche di capitali.
Certo con i «forse» e con i «se» si costruiscono al massimo dei sogni, ma è utile ragionare anche sulle ipotesi, soprattutto se il contesto cambia. Ciò che rende l’attuale governo notevolmente diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto è che, sul tema della riforma del sistema formativo e degli investimenti a favore dei giovani, la concentrazione di forze politiche favorevoli è enorme. Sarebbe a mio modo di vedere una catastrofe se, insieme a molti altri punti qualificanti del governo Letta, il tema della scuola, della ricerca, dell’innovazione non trovasse l’attenzione che merita e le risorse indispensabili.
In un Paese che invecchia velocemente e non può permettersi «generazioni perdute» l’intervento in queste materie è ormai determinante non solo per frenare l’emorragia dell’emigrazione giovanile particolarmente qualificata, ma anche per creare occupazione. E’ tuttavia fondamentale che a guidare progetti e interventi siano soprattutto alcune parole chiave quali efficienza, eccellenza, meritocrazia, sviluppo, tenendo conto dei mercati, non solo di quello interno ma anche di quello internazionale.

Giovanni Longu
Berna 12.06.2013

06 giugno 2013

Carla Zuppetti e l’opera incompiuta



Mercoledì scorso 5 giugno 2013, nel corso di una commovente cerimonia religiosa nella chiesa della Missione Cattolica Italiana di Berna, una folta rappresentanza delle istituzioni italiane in Svizzera e numerosi rappresentanti svizzeri hanno reso l’estremo saluto a Carla Zuppetti, deceduta inaspettatamente il 1° giugno 2013. Da meno di un anno era Ambasciatrice d'Italia in Svizzera e nel Liechtenstein.


La conoscevo appena, ma dal primo incontro avuto con lei all'inizio del suo mandato, mi era sembrata buona conoscitrice dei problemi bilaterali Italia-Svizzera, consapevole delle difficoltà e ciononostante ottimista e determinata.
Sono convinto che se la morte non l’avesse stroncata improvvisamente, avrebbe avviato a soluzione almeno alcuni dei problemi più seri delle relazioni italo-svizzere. Non le è riuscito e toccherà al suo successore, speriamo presto, continuare il lavoro da lei appena cominciato e ricercare le soluzioni più idonee non solo alle questioni riguardanti la fiscalità e il frontalierato, ma anche a quelle concernenti la politica linguistica e culturale degli italiani residenti in Svizzera, l’ammodernamento dei servizi consolari, i rapporti della collettività italiana con gli organismi di rappresentanza, ecc.
Sincere condoglianze alla famiglia Zuppetti (gl)

05 giugno 2013

Frontalieri italiani nuovamente alla ribalta


Su queste colonne ho manifestato più volte la mia difficoltà a comprendere il ritardo da parte italiana nella ripresa del negoziato con la Svizzera per trovare finalmente soluzioni soddisfacenti sia sul tema dell’evasione fiscale del passato (modello Rubik) e sia sul tema dei frontalieri. Per provocare almeno la volontà di una ripresa, nel 2011 i ticinesi avevano bloccato una parte dei ristorni dell’imposta alla fonte prelevata ai frontalieri. Ora sono nuovamente tentati di fare altrettanto, visto che finora nulla di significativo è avvenuto nel frattempo.
Sembrerebbe che l’Italia, che pure non si muove in acque tranquille, almeno economicamente, non abbia alcun interesse né ai soldi svizzeri che potrebbe incassare accettando, magari con opportuni ritocchi, il modello Rubik, né a ripristinare i buoni rapporti col Ticino ridiscutendo lo stato dei rapporti bilaterali soprattutto in materia di frontalierato.

Accuse ticinesi
Leggendo la stampa ticinese, si resta alquanto impressionati dalle accuse (evidentemente tutte da provare e documentare) che vengono mosse all'Italia. Ne cito solo alcune giusto per rendere l’idea: L’Italia continua a considerare la Svizzera un paradiso fiscale e pertanto continua a inserirla nelle cosiddette black list, che comportano notevoli difficoltà alle imprese svizzere; la reciprocità nell'applicazione degli accordi bilaterali non aziende ticinesi sono discriminate nei concorsi pubblici; nel Ticino, invece, arrivano quotidianamente «lavoratori distaccati» e «padroncini» sfruttando i vantaggi degli accordi con l’Unione Europea e sconvolgendo il mercato del lavoro locale; i ristorni all'Italia non vanno a finire direttamente nelle casse dei Comuni di frontiera; l’Italia non dà alcuna garanzia sulla realizzazione della ferrovia Mendrisio-Varese/Malpensa nella tratta fra Stabio (Ticino) e Arcisate (Varese), nonostante i reciproci accordi internazionali di terminare l’opera nei tempi previsti (2014); ecc. ecc.
esiste o è tutta a favore dell’Italia; di fatto le
Di fronte a queste e ad altre simili accuse non si tratta di dare ragione all'una o all'altra parte, ma di riavviare urgentemente il dialogo per trovare le soluzioni appropriate e giuste. Da parte sua il Consiglio di Stato (governo) ticinese prenderà posizione ufficiale solo in settembre, dopo aver esaminato nel dettaglio la situazione. E da parte italiana, quando arriverà una presa di posizione? Si attendono forse nuovamente le dure reazioni del Ticino?
Al riguardo alcune dichiarazioni di membri autorevoli del governo ticinese non lasciano dubbi: dopo l’accurato esame della situazione durante l’estate, il Consiglio di Stato (governo) ticinese intende intervenire con decisione presso il Consiglio federale perché intervenga con fermezza sul governo italiano. Secondo Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), «Noi abbiamo più frontalieri di tutta la Svizzera tedesca, ma Berna non se ne accorge, lo dimentica. (…) Noi l’ascia di guerra non l’abbiamo messa via e sottolineo che questa non è una tematica partitica, qui non c’è destra o sinistra, ma tra Svizzera e Italia vi sono due sistemi economici diversi, per certi versi incompatibili. A fronte di un sistema liberale ticinese e svizzero, dall'altra parte ce n’è uno corporativo e medievale (…)».

Attenzione alle conseguenze
In questo clima di attesa e di diffidenza, è emerso purtroppo che quella che sembrava una ghiotta opportunità per il futuro delle aziende ticinesi, l’Expo 2015 di Milano, rischia di diventare un evento fieristico e basta. Solo il 13% delle imprese ticinesi pensa di parteciparvi, molte sono ancora incerte. Se questa sorta di boicottaggio avvenisse sarebbe un brutto segnale non solo per i rapporti tra la Lombardia e il Ticino, ma anche fra l’Italia e la Svizzera.
Non va infatti dimenticato che proprio la Svizzera è stata il primo Paese invitato ufficialmente a partecipare all'Expo 2015 e il suo padiglione figurerà accanto a quello italiano. Nelle intenzioni degli organizzatori si pensava al rafforzamento delle relazioni bilaterali italo-svizzere e al coinvolgimento del Ticino per un’azione promozionale per le imprese ticinesi e svizzere nel settore dell’alimentazione con ricadute importanti sul lungo periodo.
Come mai le imprese ticinesi, contro il loro stesso interesse, sembrano mostrare scarso interesse all’Expo? Da un recente studio sembrerebbe la conseguenza oltre che di una scarsa informazione, anche di insufficienti garanzie e troppa burocrazia. Ma a pesare sull'incertezza di molte aziende a partecipare è difficile non vedere anche il clima generale che si respira negli ambienti imprenditoriali ticinesi di fronte agli ostacoli che incontrano ogniqualvolta cercano di penetrare nel mercato italiano.
Per questo e per mille altre ragioni, è auspicabile che i rapporti bilaterali si rafforzino e si sviluppino in un clima di reciproco rispetto, non dimenticando mai, da una parte e dall'altra, che in Svizzera vivono e lavorano più di mezzo milione di italiani, che hanno tutto l’interesse a guardare con serenità e affetto a entrambe le patrie.

Giovanni Longu
Berna, 5 giugno 2013

Svizzera: esempio di democrazia diretta


In Italia, con l’avvento di Grillo e del Movimento 5 Stelle, si è avviata un’interessante discussione sulla democrazia diretta, per poi disperderla sulla controversia circa la validità e l’utilità della «rete». In pratica, si è cercato inizialmente di far coincidere la prima con l’espressione sempre più ampia attraverso la rete informatica per poi affermare che la comunicazione in rete non è facilmente intelligibile, anzi è contraddittoria, molto volatile e manipolabile. Alcuni personaggi sono stati in brevissimo tempo esaltati ed esecrati dalla stessa rete. Evidentemente la democrazia diretta è ben altra cosa, anche se la rete è sicuramente un potente mezzo d’informazione e di formazione dell’opinione pubblica soprattutto giovanile.

L’ultima parola al popolo
Un esempio di democrazia diretta è rappresentato dalla Svizzera che proprio fra pochi giorni, il 9 giugno, chiamerà nuovamente alle urne i propri cittadini per votare su una serie di questioni d’importanza nazionale, cantonale e comunale. Gli svizzeri lo fanno talmente sovente che all'estero, anche in Italia, molti stentano a capirne il perché. Eppure la risposta è semplice: gli svizzeri amano la democrazia diretta, ossia la partecipazione del popolo come ultima istanza alla presa di decisioni importanti per il Paese, a prescindere dal tasso di partecipazione effettiva. Recarsi tre-quattro volte l’anno a votare su questioni federali, cantonali e comunali, anche se non sempre di primaria importanza per il Paese, per gli svizzeri è un diritto sacrosanto, costituzionale e inalienabile, al quale nemmeno coloro che non lo esercitano sono disposti a rinunciare.
Data la frequenza, per taluni eccessiva, delle votazioni (in aggiunta alle elezioni), la partecipazione è spesso al di sotto del 50 per cento degli aventi diritto di voto. Al riguardo va tuttavia osservato che quando si tratta di decisioni importanti e molto controverse la partecipazione solitamente aumenta. Quando invece l’esito della votazione (sotto l’influsso dei sondaggi) appare scontato, generalmente la partecipazione scende. Altre volte, nel caso di modifiche costituzionali, anche una bassa partecipazione è compensata dalla doppia maggioranza del popolo e dei Cantoni richiesta per questo tipo di oggetti.

Astensionismo e fiducia nelle istituzioni
Il fenomeno dell’astensionismo, a differenza di quel che rappresenta in Italia, pur essendo denunciato da più parti, non appare preoccupante, a mio modo di vedere soprattutto per due ragioni. Anzitutto perché nei casi in cui è in votazione ritenuto «molto importante» dall’opinione pubblica, l’elettorato si mobilita e partecipa più numeroso. Inoltre perché i cittadini svizzeri sono consapevoli di essere generalmente ben governati e di vivere in un sistema politico e istituzionale generale equilibrato e stabile. La fiducia nelle istituzioni in Svizzera è sempre molto alta, soprattutto se confrontata alla situazione italiana.
E’ interessante osservare che nella storia della democrazia diretta svizzera, tra i temi in votazione più «importanti» e «controversi» ci sono sempre stati quelli riguardanti l’immigrazione e l’asilo. L’ormai famosa votazione popolare del 1970 sul ridimensionamento del fenomeno migratorio auspicato da Schwarzenbach (quando i migranti erano soprattutto italiani!) sfiorò col 74,7% il record di partecipazione (79,7%) registrato nel 1947 nella votazione sull'introduzione dell’assicurazione vecchiaia e superstiti, e mai più superato in seguito.

Richiedenti l’asilo e governo del popolo
Dal 1970 in poi, quasi tutte le votazioni riguardanti temi dell’immigrazione e dell’asilo hanno segnato tassi di partecipazione relativamente alti, ma tendenzialmente in diminuzione. Ciò non significa che questi temi non abbiano più presa nell'opinione pubblica. Con un po’ di pazienza se ne potrà avere una conferma (o una smentita) il prossimo 9 giugno quando i cittadini svizzeri voteranno su un ulteriore inasprimento della legge sull'asilo (introduzione di misure più severe per il riconoscimento del diritto d’asilo in Svizzera), dopo quello già approvato in votazione popolare nel 2006. Come allora, anche stavolta i pronostici sono per una netta approvazione dei provvedimenti, sostenuti dal Consiglio federale e dal Parlamento. In fondo, non si vuole affatto limitare il diritto d’asilo, ma si vogliono contrastare gli abusi.
Un altro tema in votazione il 9 giugno, eminentemente politico, riguarda l’iniziativa dell’Unione democratica di centro (in realtà di destra) denominata «Elezione del Consiglio federale da parte del Popolo». Si tratta di un tema vecchio quasi quanto la Confederazione, più volte discusso e sottoposto a votazione popolare, ma sempre bocciato. In genere, quando si tratta di modifiche istituzionali profonde, gli svizzeri sono piuttosto diffidenti e cauti, preferiscono il certo all’incerto. Lo dimostreranno con ogni probabilità anche prossimamente.

Giovanni Longu
Berna, 5 giugno 2013

29 maggio 2013

Italia-Svizzera: integrazione e cittadinanza (terza parte)


L'integrazione è misurabile?

Nel precedente articolo «Per una politica d’integrazione efficace» del 22.5.2013 ho accennato a un sistema di «indicatori dell'integrazione della popolazione con passato migratorio», elaborato dall’Ufficio federale di statistica (UST). Mi pare opportuno tornare sull'argomento nel tentativo di aggiungere qualche elemento di concretezza in più all'attuale discussione (in Italia particolarmente viva ma anche fortemente ideologica) sulla cittadinanza e sull'integrazione dei giovani stranieri. 
Da quanto si apprende dai media, ad esempio, per i fautori della cittadinanza automatica «jus soli» sembra data per scontata l’integrazione dei figli di stranieri nati in Italia. Ma questa presunzione è suffragata da costatazioni documentate? E’stato fatto uno studio approfondito sul grado d’integrazione degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia e dei loro figli?

L'esempio della Svizzera
Poiché i problemi sia della cittadinanza e sia dell’integrazione degli stranieri sono stati discussi e vissuti in Svizzera prima che in Italia, può essere quantomeno interessante accennare al sistema di verifica e di misurazione dell’integrazione applicato in Svizzera seguendo una serie di indicatori specifici. Evidentemente l’integrazione è considerata misurabile.
Prima di parlare di tali indicatori, è bene precisare che in Svizzera, da oltre un secolo Paese d’immigrazione, oggi si parla praticamente solo di «integrazione» e non più, come avveniva fino pochi decenni fa, di «assimilazione» degli stranieri residenti stabilmente. Non si tratta solo di un cambiamento terminologico, ma di un vero e proprio cambiamento di mentalità, sancito ormai dalla Legge federale del 2005 sugli stranieri (LStr) e dall’Ordinanza del 2007 sull’integrazione degli stranieri (OintS).

Obiettivi e strumenti d’integrazione
L’integrazione non è più concepita come un processo unidirezionale dello straniero che deve assorbire i valori e persino i comportamenti tipici della società ospite, giungendo nei casi estremi ma non rari fino alla perdita totale della propria cultura d’origine e all’assunzione della cultura del gruppo d’inserimento. Oggi l’integrazione è vista come un processo dinamico bidirezionale che, se esige dagli stranieri la volontà di integrarsi nella società, presuppone da parte della popolazione svizzera un atteggiamento di apertura nei confronti degli stranieri. Se è vero che gli stranieri devono familiarizzarsi con la realtà sociale e con le condizioni di vita in Svizzera e a questo fine devono imparare una lingua nazionale, entrambe le parti hanno il dovere «del rispetto reciproco e della tolleranza» (cfr. LStr. articolo 4).
Anche gli obiettivi dell’integrazione sono diversi rispetto alla vecchia concezione. A beneficiare del processo integrativo non è più solo la società ospite, ma sono anche gli stessi stranieri, che raggiungono così il pieno riconoscimento della loro «possibilità di partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società», ossia la garanzia delle «pari opportunità di partecipazione alla società svizzera» (cfr. LStr. articolo 4, capoverso 2 e OintS articolo 2, capoverso 1).

Compito dello Stato
Ma qual è il compito dello Stato e in genere delle istituzioni in materia d’integrazione? L’ordinanza sopraccitata è precisa. «L’integrazione è un compito trasversale svolto dalle autorità federali, cantonali e comunali assieme alle organizzazioni non governative, comprese le parti sociali e le associazioni degli stranieri». (OintS, art. 2, capoverso 2). Tale compito viene svolto soprattutto favorendo l’integrazione degli stranieri «in primo luogo mediante le strutture ordinarie quali segnatamente la scuola, la formazione professionale, il mondo del lavoro e le strutture della sicurezza sociale e della sanità pubblica», tenendo conto delle «esigenze speciali di donne, bambini e giovani» e adottando eventualmente, ma «solo a titolo di sostegno complementare», «misure specifiche per stranieri» (OintS, art. 2, capoverso 3).
Qualcuno potrebbe obiettare che fin qui si tratta solo di principi, di indicazioni più o meno vincolanti, forse di buone intenzioni. Ma il sistema d’integrazione svizzero funziona per davvero? La risposta a questa domanda fondamentale non può essere un semplice sì o no, ma dev'essere necessariamente articolata, sul presupposto che gli obiettivi dell’integrazione siano verificabili. Ebbene, grazie al sistema di 67 «indicatori dell'integrazione della popolazione con passato migratorio», elaborato dall'UST su mandato del Consiglio federale è possibile rispondere al quesito in modo puntuale e mirato.

Indicatori dell’integrazione
Gli indicatori sono stati infatti elaborati tenendo conto di molteplici variabili iniziali (nazionalità, luogo di nascita, età, formazione, ecc.), degli obiettivi che la politica federale si propone di raggiungere mediante il processo integrativo e della condizione reale della popolazione con un passato migratorio (ossia immigrati di prima generazione, sia stranieri che svizzeri, e loro discendenti diretti o seconda generazione). Questi indicatori concernono i vari ambiti dell'integrazione: l'aiuto sociale e la povertà, la criminalità, la sicurezza, il razzismo e la discriminazione, la cultura, la religione e i media, l'educazione e la formazione, la famiglia e la demografia, la lingua, l'abitazione, il mercato del lavoro, la politica, la salute e lo sport.
Si tratta, ben’inteso di elementi che non rivestono tutti la stessa importanza, ma sono sicuramente utili per descrivere la situazione e stabilire il grado d’integrazione di singole categorie di persone, specialmente i giovani di seconda generazione, anche se le generalizzazioni sono sempre problematiche. Si pensi, ad esempio, alle conoscenze linguistiche. Esse rappresentano un fattore essenziale per una buona riuscita del processo d'integrazione nella società, nella formazione, nel mercato del lavoro, nella carriera professionale, ecc. Un altro indicatore, la partecipazione al mercato del lavoro, rappresenta anch’esso «una condizione essenziale – secondo l’UST - per l'integrazione nella società poiché permette di soddisfare autonomamente i bisogni primari e di partecipare ad altri ambiti della vita».

Concretezza e affidabilità
In concreto, per determinare il «grado d’integrazione» si mettono a confronto le differenze (e le similitudini) tra le situazioni dei vari sottogruppi che compongono la società, in particolare tra la popolazione senza passato migratorio (ossia svizzeri e stranieri di terza generazione) e i due sottogruppi costituiti dalle persone con passato migratorio di prima generazione e da quelle di seconda generazione.
Data la concretezza e l’affidabilità dei risultati ottenuti con metodo statistico dall'UST, questi indicatori costituiscono una base solida non solo per rispondere a domande generali sull'integrazione degli stranieri, ma anche per la definizione delle politiche d’integrazione da parte delle autorità competenti, per lavori di ricerca scientifica e per azioni mirate nel campo dell'integrazione.
Giusto per fare qualche esempio e senza entrare nei dettagli, desidero accennare ad alcuni risultati raggiunti dall'UST osservando la popolazione «con passato migratorio».

Alcuni esempi
Nel campo della formazione di grado universitario, in base ai dati più recenti risulta che gli stranieri della seconda generazione occupano una posizione nettamente inferiore (16,9%) sia rispetto a quella degli svizzeri nati in Svizzera (26,6%) o all'estero (28,8%) e sia rispetto agli stranieri nati all'estero (31,3%). Questi ultimi esprimono la tendenza più recente della politica svizzera d’immigrazione a preferire immigrati altamente qualificati.
Anche rispetto alle lingue parlate le differenze tra i gruppi di popolazione sono rilevanti. Nel 2010, l'uso di 2 o 3 lingue nazionali era da due a tre volte maggiore presso la popolazione con passato migratorio di seconda generazione (28,7%) rispetto a quello della popolazione senza passato migratorio (12,0%). Il 70,0% della popolazione con passato migratorio di prima generazione ricorre invece a una sola lingua nazionale come lingua principale.
Anche riguardo alle condizioni di vita materiale e alla povertà sono state osservate differenze significative tra le persone nate in Svizzera e quelle nate all'estero. Le persone nate all'estero dispongono generalmente di redditi inferiori alle persone nate in Svizzera. La difficoltà ad arrivare a fine mese è molto più elevata anche per gli stranieri nati in Svizzera che per gli svizzeri. Inoltre, per le persone nate all'estero è più alto il rischio di povertà.
Nel settore della «partecipazione al mercato del lavoro», malgrado una partecipazione pressoché analoga per le persone con e senza passato migratorio, l'UST ha costatato differenze significative per quanto concerne ad esempio il livello gerarchico: per la popolazione senza passato migratorio si contava il 35,5% di salariati con funzione dirigenziale, per la popolazione con passato migratorio il 30,5%.

In conclusione, gli esempi citati lasciano facilmente intendere che qualsiasi politica finalizzata all'integrazione non può prescindere dall'osservazione precisa della situazione e dalla messa in campo di strumenti e risorse adeguate a eliminare le differenze e garantire effettivamente anche agli stranieri pari opportunità di accesso e di partecipazione nei vari ambiti della società (fine).

Giovanni Longu
Berna, 29.05.2013