09 settembre 2015

Mattmark 1965 non fu solo una tragedia


Il 30 agosto scorso è stata ricordata nel corso di una cerimonia solenne la tragedia di Mattmark del 1965, che costò la vita a 88 lavoratori addetti alla costruzione di una diga nell’Alto Vallese. Essendo stata la più grave disgrazia avvenuta sul lavoro nella Svizzera moderna, che ha coinvolto ben 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 austriaci, 2 tedeschi e 1 apolide, e trattandosi del cinquantenario della sciagura, la copertura mediatica è stata notevole, sia in Svizzera che in Italia.

Non è stata solo una tragedia
Ho già rievocato più volte, anche di recente (il 19.8.2015), l’evento tragico di Mattmark ma desidero tornare sull’argomento perché leggendo molti articoli e vedendo diversi filmati ho avuto l’impressione che il principale messaggio fornito dai media all’opinione pubblica sia stato quello negativo della tragedia e delle responsabilità non chiarite e non punite. Ritengo questa visione parziale e unilaterale perché trascura alcuni elementi di verità che meriterebbero di essere messi in evidenza, se non altro per affermare che Mattmark non è stata solo una tragedia.
Senza voler essere più manzoniano del Manzoni che vedeva nelle vicende umane l’intervento della Provvidenza divina, per cui anche dal male può nascere il bene, non c’è dubbio che dal male della tragedia di Mattmark è derivato anche tanto bene. Basti pensare ai notevoli progressi nella normativa e nella pratica riguardanti la sicurezza del lavoro. Anche i rapporti italo-svizzeri sono andati via via migliorando. Ma a beneficiarne è stato soprattutto il clima generale dei rapporti tra popolazione locale e stranieri.
Purtroppo a questi elementi positivi generati dalla tragedia di Mattmark la stampa e i filmati visti hanno dedicato pochissima attenzione, molta invece agli aspetti negativi. A che serve, mi sono chiesto, insistere, per altro senza chiarire, sugli aspetti più problematici delle cause del cedimento del ghiacciaio e insinuare dubbi che non potranno mai essere dissipati circa le responsabilità dei dirigenti del cantiere e sull’obiettività dei giudici che hanno mandato assolti tutti gli imputati?

Pregiudizi
Il cantiere di Mattmark nel 1965 prima della tragedia.
Mi rendo conto che altri, avendo consultato magari qualche documento in più di quelli che ho letto io, possano sentirsi assai vicini alla «verità», ma anch’essi dovrebbero arrendersi di fronte all’impossibilità di ribaltare la «verità processuale» senza un nuovo processo, che non si farà mai. Del resto, in base alle testimonianze rese da sopravvissuti ed esperti durante il processo, i giudici hanno ritenuto «in scienza e coscienza» di non avere prove sufficienti per condannare gli imputati e quindi di doverli assolvere dall’accusa di «omicidio colposo». Questa è la «verità giudiziaria» emersa nei processi e tale rimane. E che non si sia trattato di una «sentenza politica» (come insinua qualcuno) lo dimostra il fatto che non risultano agli atti interferenze dirette di alcun genere del potere politico, né di quello federale né di quello cantonale.
So benissimo che la verità giudiziaria non è «la verità», ma so anche che al di fuori del processo non esiste altro strumento, nemmeno un accurato lavoro di ricerca o un «parere» (che tale rimane) di un luminare del Politecnico federale, per stabilire la «colpevolezza» di un comportamento e quindi la sua condanna. Pretenderla a tutti i costi mi sembra un pregiudizio a danno della stessa verità che si vorrebbe ricercare.
E’ certamente legittimo continuare a nutrire dubbi, ma bisognerebbe avere il coraggio di chiamarli tali, senza dar loro il valore di «prove». Del resto, anche le affermazioni presenti in molti articoli secondo cui i responsabili del cantiere conoscevano il pericolo testimoniano unicamente che era noto a tutti che dal ghiacciaio si staccavano frequentemente dei blocchi di ghiaccio e si producevano slavine e quindi bisognava stare particolarmente attenti. Secondo molte testimonianze, una fra le tante quella del sopravvissuto Ilario Bagnariol, tutti sapevano ma nessuno ci faceva caso, anche perché fino al momento della disgrazia si era continuato a lavorare e a far brillare mine, giorno e notte.

Errore fatale, ma non colpa
Si è parlato dell’incoscienza dei dirigenti del cantiere nel piazzare le baracche sotto il ghiacciaio, ma è facile dirlo solo dopo che l’evento tragico le ha distrutte. Al momento della scelta era stato ritenuto, anche dagli esperti locali, il punto più idoneo e più sicuro. La verità è che nessuno, anche tra i glaciologi più convinti del rischio di valanghe e persino di uno smottamento del ghiacciaio, era in grado di stabilire la sua effettiva pericolosità in quel punto, l’entità della massa di ghiaccio a rischio di precipitare e soprattutto quando l’evento si sarebbe potuto o dovuto produrre.

Il cantiere di Mattmark, che si trovava su un pianoro ritenuto sicuro,
prossimità della diga, fu travolto dal crollo del ghiacciaio il 30 agosto 1965.
Forse sperando che l’evento mai si sarebbe prodotto (visto che l’instabilità del ghiacciaio era nota da secoli ma non era mai capitato che lasciasse cadere a valle milioni di metri cubi di ghiaccio e di detriti), le baracche furono piazzate in prossimità della diga in costruzione e ai  piedi del ghiacciaio (non certo per calcolo economico come qualcuno continua a sospettare) e i lavori continuavano senza troppi allarmismi sia tra i dirigenti del cantiere che tra i lavoratori. Fu un errore fatale, non una colpa (almeno fino a prova certa del contrario). E’ semplicistico affermare che si sia trattato di una «catastrofe annunciata». Ritengo invece che sia umano anche accettare la fatalità e persino l’errore, almeno quello senza colpa.
Non capisco pertanto perché si vorrebbero a tutti i costi dei colpevoli, anche quando la giustizia ha scagionato tutti gli imputati. Forse perché la stampa italiana di allora, quella comunista in particolare, è stata delusa da quella assoluzione? Oppure per confermare la tesi, sostenuta soprattutto dalla sinistra, secondo cui gli immigrati italiani in Svizzera negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso erano vittime della xenofobia diffusa oltre che di un governo italiano incapace di offrire loro un’occupazione e troppo arrendevole nei confronti del governo elvetico senza nemmeno osare di protestare per lo sfruttamento a cui erano sottoposti i concittadini emigrati? Non so.

Omissioni
Resta il fatto che se si volesse davvero riscrivere la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera l’uso delle fonti dovrebbe essere obiettivo e diversificato. Leggendo resoconti e interviste su Mattmark mi è sembrato invece che si siano privilegiate solo alcune fonti, si sia voluta ascoltare una sola campana dando per scontato che l’altra era stonata. In effetti hanno trovato poco spazio le testimonianze di quanti ritenevano il cantiere se non proprio sicuro certamente non in procinto di essere travolto, di chi riteneva le condizioni abitative e di lavoro normali e persino ottime (tenuto conto della provvisorietà delle abitazioni, dei turni di lavoro, dell’altitudine in cui era situato il cantiere e delle condizioni meteorologiche), di chi non si sentiva affatto né discriminato né sfruttato.
Invece si parla ripetutamente (suscitando il sospetto della fonte unica o quasi) di «turni di lavoro massacranti in un ambiente assai ostile», di «orari di lavoro fuori controllo, fino a 16 ore al giorno spesso anche di domenica, con temperature che raggiungevano i 35 gradi sotto lo zero (…), vivendo in condizioni igieniche dentro baracche sovraffollate, a volte senza riscaldamento e senza bagni, con le condutture dell’acqua congelate», di «condizioni difficili in cui la comunità italiana era costretta a vivere, senza luce, senza acqua potabile, senza il minimo rispetto delle più elementari misure d’igiene», «chi lavorava a Mattmark era costretto a dormire in baracche, senza wc e senza acqua calda» e altre affermazioni simili.
In quasi tutti gli articoli consultati si è omesso di ricordare, per esempio, che i dormitori principali, in cui era alloggiata la maggior parte dei 700 e più lavoratori, erano situati a chilometri di distanza dal luogo del disastro e non erano casupole squallide ma prefabbricati a regola d’arte con tutti i confort del caso (acqua calda e fredda, elettricità, riscaldamento, ecc. ).
Si è omesso anche di dire che tra i lavoratori del cantiere regnava una grande armonia e solidarietà, a prescindere dalla nazionalità, come spesso accade nei cantieri ad alto rischio. Quanto alle condizioni di lavoro, indubbiamente dure, non compare quasi mai l’indicazione precisa degli orari di lavoro e di riposo, eppure si sa che i turni erano nel 1965 due, inframmezzati da pause. Si sa anche che molti italiani facevano volontariamente lo straordinario «per guadagnare di più e mandare i soldi al paese per costruirsi una casa». Circa l’affermazione sul «diverso trattamento economico riservato ai nostri connazionali», non andrebbe dimenticato che in Svizzera, soprattutto in quell’epoca, il salario era commisurato non solo al lavoro svolto ma anche alla qualifica professionale, al livello di responsabilità, all’anzianità, ecc. A parità di condizioni, specialmente dopo l’Accordo italo-svizzero del 1964, i casi di discriminazione salariale erano abbastanza rari.

Mattmark all’origine di una grande svolta
Ciò che mi ha colpito maggiormente nella lettura soprattutto di alcuni articoli in lingua italiana (quelli in lingua tedesca e francese li ho trovati molto più obiettivi e precisi) è la scarsa attenzione ai risvolti positivi della tragedia di Mattmark. Penso in particolare all’insinuazione del dubbio nella coscienza di molti svizzeri su quanto di negativo la destra nazionalista andava dicendo da qualche anno soprattutto nei confronti degli italiani. La straordinaria copertura mediatica della tragedia aveva portato nelle case degli svizzeri non solo la notizia terrificante delle 88 vittime, ma anche l’informazione che quei lavoratori, in maggioranza italiani, non si trovavano in Svizzera per sfruttarne l’economia e il sistema sociale, ma per costruire condizioni di benessere per il Vallese e per la Svizzera intera. Molti ne hanno sicuramente tenuto conto al momento della votazione sulla prima iniziativa antistranieri di Schwarzenbach nel 1970, respingendola.

La diga di Mattmark oggi (foto gl)
Non c’è dubbio che dopo la tragedia di Mattmark anche l’attenzione delle autorità nei confronti degli immigrati è mutata. A livello federale il governo cominciò a dotarsi di un’importante commissione consultiva sul problema degli stranieri. Vennero migliorate le condizioni per i ricongiungimenti familiari soprattutto dei lavoratori italiani (anche per evitare il fenomeno dei bambini clandestini). Anche i sindacati guardarono con più attenzione alle problematiche dei lavoratori stranieri e già nel 1966 avviarono una stretta collaborazione nel settore della formazione professionale con la neonata associazione CISAP per la gestione del Centro di formazione professionale di Berna.
Manca lo spazio per dilungarsi sulle altre conseguenze positive dell’immane tragedia di Mattmark, ma credo che gli elementi forniti siano sufficienti per far capire che non solo a livello federale stava per attuarsi una svolta nella politica immigratoria incentrata sempre più sull’integrazione degli stranieri, ma anche all’interno della collettività italiana immigrata si stava decidendo una nuova strategia nei confronti sia delle autorità italiane che delle autorità e del popolo svizzero: stava maturando l’idea che chi era intenzionato a restare in questo Paese doveva scegliere la strada dell’integrazione e non dell’estraneità.

Giovanni Longu
Berna, 9.9.2915



02 settembre 2015

Stravolgimento di sensi (terza parte)


Lo stravolgimento dei significati (originali) di molte parole ed espressioni italiane mi sembra un buon indicatore della trasformazione in atto nella nostra società, non sempre in senso positivo. Ecco di seguito alcuni esempi.
Famiglia
Quando mia nonna o i miei genitori parlavano della famiglia non c’era alcuna possibilità di non cogliere il senso preciso di questo termine. Era infatti evidente di che cosa si stava parlando, anche perché nella realtà italiana di quei tempi la famiglia era cementata dal matrimonio, religioso o civile. Era anche quella che veniva indicata come «la cellula fondamentale della società» e che lo Stato italiano si è impegnato nella Costituzione a riconoscere e tutelare come «società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29, comma 1). Quanto al matrimonio, era evidente ai deputati dell’Assemblea
Costituente che si trattava di un vincolo tra un uomo e una donna.
Nel frattempo il termine «famiglia» è divenuto polisemico, ossia portatore di più significati. Per esigenze statistiche l’Istituto di statistica italiano (Istat) ne ha dato questa definizione: «un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, dimoranti abitualmente nella stessa abitazione», ma «una famiglia può essere costituita anche da una sola persona». Già questa definizione si presta a molteplici interpretazioni in senso sociologico e a svariate forme di famiglia.
Se prima per costituire una famiglia era essenziale il vincolo del «matrimonio» tra un uomo e una donna, oggi per essere considerata famiglia, almeno in senso statistico, è sufficiente la convivenza sotto lo stesso tetto di «persone» legate da «vincoli affettivi» e persino vivere da single. E’ facile capire quanto sia difficile parlare della famiglia, ma anche quanta sia la confusione che sta generando la discussione «a ruota libera» sulle coppie di fatto, sulle famiglie monoparentali, sui matrimoni gay, sulle unioni civili, sulle adozioni, ecc.
A tutto ciò si aggiunge da qualche tempo il tentativo di introdurre anche in Italia la cosiddetta «ideologia del genere», che pur dichiarando di voler combattere la discriminazione sessuale (soprattutto nel confronto degli omosessuali), di fatto intende minimizzare le differenze legate al sesso soprattutto nell’educazione e nei comportamenti. In alcuni Paesi è persino scomparsa la voce «sesso» (sostituita dal termine inglese genere», in inglese gender) nei documenti anagrafici e nell’iscrizione dei figli non si chiede più di indicare il padre e la madre ma il genitore 1 e il genitore 2.
Mi fermo qui perché il tema oltre tutto diventa scottante (ma comunque da riprendere). Mi auguro tuttavia che la prossima discussione parlamentare italiana sulle unioni civili (che vanno sicuramente regolamentate) apporti un po’ di chiarezza sull’intera questione e ridia alle parole come famiglia e matrimonio il loro senso originario e autentico. Spero anche che il prossimo Sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco sappia infondere almeno nei cattolici fiducia incondizionata nell’istituto naturale e sociale della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Migrazione, migranti
Dai tempi biblici è noto il fenomeno della migrazione di singoli individui, gruppi o anche interi popoli. Per millenni è stato ritenuto normale. Oggi molti si meravigliano che esista ancora e lo considerano un fenomeno «anormale», da contenere, da limitare, da respingere. Quanti si rendono conto che per limitarlo basterebbe ristabilire nei Paesi da cui si fugge condizioni di pace dove c’è la guerra e opportunità di sviluppo dove c’è miseria? L’Occidente impiega risorse immense per bloccare gli arrivi dei «migranti» (adopero questo termine ormai di uso comune anche se a mio parere improprio), ben poco per accoglierli «dignitosamente», quasi niente per risolvere alla radice (guerra, corruzione e sottosviluppo) il fenomeno.

Migranti, stazione Tiburtina (Roma)
Non sono trascorsi molti decenni da quando i rappresentanti governativi italiani visitavano le comunità degli italiani emigrati all’estero dicendo loro che rappresentavano per l’Italia una «risorsa» (in senso generale e non solo per le rimesse finanziarie). Chi dice più che i nuovi migranti che giungono quotidianamente in Italia (e nel resto d’Europa) sono una risorsa? Sono visti per lo più come un problema, un’emergenza, addirittura un dramma. Eppure anch’essi cercano solo un po’ di felicità, come disse papa Francesco, e un rifugio, hanno anch’essi tanta voglia di lavorare e di guadagnarsi da vivere onestamente.
Ci si scandalizza che giungano così numerosi, senza nemmeno chiedersi perché fuggano come dei disperati dai loro Paesi. Gli europei sembrano aver perso la memoria di quando partivano in massa in cerca di fortuna. Solo dall’Italia, in un solo anno all’inizio del secolo scorso, lasciarono il Paese 870.000 persone. Non sempre erano accolti e trattati bene. La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera (giusto per ricordare un Paese confinante) potrebbe fornire innumerevoli esempi di discriminazioni, maltrattamenti, marginalizzazioni.
Gli immigrati hanno saputo resistere, molti si sono fatti strada, sono divenuti cittadini di questo Paese e sono fieri della loro riuscita e del contributo che hanno dato al benessere del loro Paese d’origine e di questo Paese di accoglienza. Per l’Europa che si sente impreparata all’emergenza migranti basterebbe recuperare un po’ di memoria e non fare loro quel che ingiustamente è stato fatto spesso ai migranti europei. Anche di questi nuovi migranti si dovrà dire: sono (stati) una risorsa importante per la vecchia Europa un po’ in affanno.

Patria
Termine desueto, non solo perché i concetti di padre e madre sembrano affievolirsi, ma perché sembra venir meno il sentimento della relazione filiale tra cittadini e Stato. Chi sente ancora lo Stato come «padre» o come «madre»? Basta seguire un paio di trasmissioni alle televisioni italiane per rendersi conto della totale assenza non dico dell’amor patrio o di un minimo di orgoglio nazionale, ma anche solo del rispetto delle istituzioni, per non parlare del dovere della solidarietà sancito dalla Costituzione.
Lo Stato, osservato attraverso le sue istituzioni, è visto quasi esclusivamente come un intransigente esattore, spendaccione, incapace di estirpare la malavita, la corruzione e l’evasione fiscale, un giustiziere ingiusto perché debole coi forti e forte coi deboli. Il governo, incapace di risolvere i problemi reali dei cittadini, dei disoccupati, dei poveri, dei pensionati, dei giovani senza futuro, fa di tutto per scaricare le proprie responsabilità sull’Europa, sulle corporazioni, sulle sue stesse istituzioni, pubblica amministrazione in testa, o su alcune istituzioni dello Stato, come la riforma del Senato (inutile secondo me per come è stata impostata, senza tener conto delle particolarità territoriali). Roma «mafia capitale» non è purtroppo un brutto esempio isolato, ma un indicatore attendibile del livello di degrado presente in molte realtà istituzionali italiane.
Un tempo ci si rivolgeva allo Stato con rispetto e fiducia, oggi l’uno e l’altra sembrano scomparsi. Se prima gli si chiedeva forse troppo e gli si dava troppo poco, oggi lo Stato è soprattutto oggetto di critiche. Lo Stato, e qui intendo in particolare l’Italia, sta diventando sempre più «patrigno» o «matrigna».
Un po’ tutti ci dimentichiamo facilmente che «lo Stato siamo noi», come affermava Piero Calamandrei, che allo Stato si deve poter chiedere, ma si deve anche dare: diritti e doveri sono inscindibili. Già Aristotele, nel IV secolo avanti Cristo, osservava che i «cittadini» all’origine dovevano sapere in egual misura «comandare» e «obbedire». E l’osservazione più moderna di Rousseau (1712-1778), che vedeva nel popolo sia «il sovrano» che l’insieme dei «soggetti», è facile ritrovarla in diversi passaggi della Costituzione italiana. Purtroppo questa visione è in gran parte scomparsa, almeno nei convincimenti personali e collettivi, come anche l’amor patrio, riesumato di tanto in tanto in occasione di qualche rievocazione storica.

Scuola
Un tempo si diceva: a scuola si va per imparare. Lo diceva anche Don Lorenzo Milani nella famosa Lettera a una professoressa. Non c’era bisogno di aggiungere altro. Oggi invece persino il parlamento italiano è costretto a precisare in una legge approvata il 9 luglio scorso sulla «riforma della scuola» che essa è finalizzata alla «buona scuola», lasciando intendere, ben a ragione, che non lo sia.
Don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana
Peccato poi che in questa legge (per altro strana perché composta di un unico articolo e di ben 212 commi/paragrafi) non venga mai indicato in che cosa consista la «buona scuola», ma si esaurisca nella regolamentazione di aspetti gestionali (attorno alla figura cardine del «dirigente scolastico», una specie di plenipotenziario) senza toccare i fondamenti della scuola. Se si tratterà anche di una «buona riforma» lo si vedrà tra qualche anno ai test «PISA», sul numero dei laureati, sulla classifica internazionale degli atenei italiani, sul numero e sulla qualità dei brevetti, in una parola sulla competitività del sistema formativo italiano. Per il momento il dubbio è forte, perché non s’intravede affatto la riforma sostenibile degli obiettivi, dei metodi, della preparazione dei docenti della scuola di ogni ordine e grado. (Fine. I precedenti articoli sono stati pubblicati il 22.7.2015 e 5.8.2015).

Giovanni Longu
Berna, 2.9.2015

19 agosto 2015

1965-2015: l’insegnamento di Mattmark


Nel cinquantesimo anniversario della tragedia di Mattmark si stanno svolgendo numerose manifestazioni non solo nel Vallese e prossimamente nei luoghi della catastrofe, ma anche in diverse parti d’Italia, a testimonianza della gravità di quella disgrazia del 1965 e del ricordo che si deve alle vittime. Del resto è ancora nella memoria di molti (sopravvissuti, soccorritori, giornalisti) ciò che avvenne alle 17.30 del 30 agosto di cinquant’anni fa in prossimità della diga idroelettrica in fase di completamento a Mattmark, nell’alta valle di Saas, in Vallese: lo stacco improvviso di una parte imponente del ghiacciaio Allalin sovrastante spazzò via in pochi minuti un intero cantiere operativo (macchinari, magazzini, officine, dormitorio, mensa, ecc.), uccidendo 88 lavoratori, 56 dei quali italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 austriaci, 2 tedeschi e un apolide.
Tragedia senza precedenti
Lapide a ricordo della tragedia del 30 agosto 1965 (foto gl)
L’eco della disgrazia superò in poche ore non solo i confini del Vallese, ma anche quelli svizzeri. La copertura mediatica fu straordinaria. Si trattava della più grave disgrazia sul lavoro avvenuta in Svizzera. Nemmeno ai tempi delle costruzioni delle ferrovie erano morti in una volta così tanti lavoratori. Inevitabilmente cominciarono subito anche le polemiche sulla sicurezza di quel cantiere e del lavoro in generale. Soprattutto da parte italiana fu sollevata la questione delle responsabilità e sulla stampa, specialmente in quella di sinistra, vennero lanciate precise accuse ai responsabili del cantiere, ma anche agli organi di vigilanza.
Non intendo riprendere la polemica se il cantiere era sistemato in luogo sicuro, se il ghiacciaio era sufficientemente monitorato, se i responsabili del cantiere erano più preoccupati di terminare i lavori in tempo per non dover pagare penali o della sicurezza dei lavoratori, se… se… ecc. Ne accenno soltanto perché mi capita di leggere qua e là ricostruzioni alquanto imprecise (ad esempio sulla localizzazione e la funzione di quel cantiere, sui lavori che vi si svolgevano, ecc.) che non aiutano certo a far luce su alcuni aspetti che non sono stati mai completamente chiariti.

La verità e il contesto migratorio
 Purtroppo «la verità» completa su quanto accaduto non si saprà mai (nemmeno quando saranno noti tutti gli atti del processo, in parte ancora coperti dal segreto) a causa dei molteplici fattori che possono avervi influito e del peso di ciascuno di essi. Quanto poi alle responsabilità personali dirette, credo che i risultati delle perizie e soprattutto le sentenze dei tribunali abbiano scagionato ampiamente (anche se forse non completamente) i responsabili del cantiere e dei lavori. Se poi ci siano state delle sottovalutazioni dei pericoli, errori di calcolo, omissioni, considerazioni di ordine più economico che umano (sicurezza dei lavoratori) nella collocazione del cantiere (non certo piazzato «ad occhio») e nei dispositivi di sicurezza, nel monitoraggio del ghiacciaio, nell’uso degli esplosivi, ecc. è materia opinabile, ma non prova di colpevolezza.


Gran parte della roccia che si vede in questa foto era ricoperta
di ghiaccio fino al giorno della tragedia del 1965 (foto gl)
Personalmente prendo atto dell’esito dei processi e delle conclusioni di molti studi, secondo cui quanto avvenuto era, almeno nella maniera improvvisa in cui è avvenuto, pressoché imprevedibile. Del resto, fino al momento della disgrazia, secondo le testimonianze di sopravvissuti, i lavori procedevano regolarmente e persino il brillamento delle mine (forse una concausa del distacco del ghiacciaio) avveniva senza preoccuparsi di possibili conseguenze sulla tenuta del ghiacciaio (comunque monitorato). Il fatto che di tanto in tanto precipitasse a valle qualche blocco di ghiaccio era ritenuto normale dalla maggioranza degli operatori di bulldozer e caterpillar, che altrimenti si sarebbero astenuti.
Preferisco tentare di individuare di quella tragedia l’impatto avuto nell’evoluzione dell’immigrazione italiana in Svizzera, che in quegli anni si trovava a una svolta.

L’immigrazione italiana del dopoguerra

Occorre anzitutto ricordare che dal dopoguerra la Svizzera si trovava in pieno boom economico e richiedeva molti lavoratori anche dall’estero, per diverse ragioni soprattutto italiani (altro che immigrazione clandestina, come ancora qualche sprovveduto scrive!). Gli italiani erano presenti in gran parte delle attività economiche, stagionali e non, ma soprattutto nelle grandi costruzioni infrastrutturali, soprattutto quelle idroelettriche d’alta montagna.
Il sopravvissuto Ilario Bagnariol (a s.) mentre
indica il luogo esatto dove si trovava il cantiere
distrutto dal crollo del ghiacciaio (foto gl)
Quando si rievoca la catastrofe di Mattmark si tende a dimenticare che fino al 1965 gli italiani avevano già partecipato alla costruzione di diverse decine di altre grandi dighe, comprese quelle più alte del mondo (Grande Dixence e Mauvoisin, rispettivamente di 285 e 250 metri, nel Vallese). Gli italiani erano non solo ancora presenti in gran numero in questo tipo di costruzioni, ma erano ritenuti in certa misura anche indispensabili. Ne è prova il fatto che nonostante le misure restrittive sull’ingresso degli stranieri, il governo dovette proseguire nella pratica liberale di concedere alle imprese che ne facevano richiesta tutti i permessi d'ingresso dei lavoratori stranieri di cui avevano bisogno.
Nel mese di agosto 1964 risultavano registrati in Svizzera 1.064.000 stranieri, compresi stagionali e frontalieri, ossia il 18% della popolazione residente. La popolazione straniera era dominata dagli italiani (oltre il 60%), dopo aver toccato tra il 1961 e il 1962 oltre il 70%.
Occorre però anche ricordare che la presenza massiccia di così tanti italiani da tempo suscitava nella popolazione sentimenti di paura di essere invasi e sommersi dagli stranieri (inforestierimento). Pochi svizzeri probabilmente sapevano che essi svolgevano generalmente lavori sgraditi agli autoctoni perché pesanti, pericolosi, stagionali. In verità, lo sapevano anche pochi politici italiani, persino tra quelli che gridarono allo scandalo dopo i processi di Mattmark. Per i primi governi del dopoguerra era certamente più importante sapere che l’emigrazione italiana aveva trovato nuovi sbocchi che occuparsi delle reali condizioni di vita e di lavoro degli espatriati.

I movimenti xenofobi
In Italia, il problema migratorio divenne tema di dibattito politico solo quando la Svizzera decise, negli anni ’50 e ’60, di non lasciare spazio alla propaganda comunista tra gli immigrati e di espellere gli attivisti più in vista. In concreto, tuttavia, si faceva ben poco per rasserenare il clima di reciproca ostilità che si stava creando tra svizzeri e stranieri (italiani). Anche in Svizzera si faceva ben poco, ma a riscaldare gli animi avrebbero provveduto ben presto, soprattutto dopo l’approvazione dell’Accordo fra la Svizzera e l’Italia relativo all’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera del 1964, i movimenti xenofobi. Questi erano convinti, in generale, che gli stranieri erano troppi e che le concessioni fatte all’Italia erano eccessive. Occorreva, secondo loro, bloccare l’incremento e il pericolo di «inforestierimento».
 Con questi obiettivi, proprio in risposta all’Accordo del 1964, il Partito democratico svizzero del Cantone di Zurigo il 15 dicembre 1964 aveva lanciato la prima iniziativa popolare xenofoba del dopoguerra «contro l’inforestierimento», che verrà depositata con 59.164 firme valide il 30 giugno 1965. L’iniziativa non sarà sottoposta al voto popolare perché ritirata dal comitato d'iniziativa nel 1968 dopo un dibattito in Parlamento in cui il Consiglio federale aveva dato assicurazioni in merito alla politica restrittiva richiesta. Ne verranno però lanciate altre, una in particolare, quella nota come «iniziativa Schwarzenbach» che rischiò nel 1970 di essere accolta dall’elettorato svizzero. L’inforestierimento e la xenofobia dominarono il dibattito politico per oltre un decennio, ma nessuna delle iniziative anti-stranieri ebbe il sopravvento. Perché?

L’insegnamento di Mattmark
La diga di Mattmark, "in terra", misura alla base 370 m,
è alta 120 m ed è lunga, al coronamento, ben 780 m.
Con il suo volume di 10.500.000 metri cubi è la più
voluminosa della Svizzera (foto gl)
La catastrofe di Mattmark fu certamente una delle disgrazie più gravi di tutta la storia dell’emigrazione italiana, la più tragica avvenuta in Svizzera e come tale merita di essere sempre ricordata. Credo tuttavia ch’essa meriti di essere ricordata anche perché, forse, ha prodotto nell’animo di molti svizzeri l’antidoto più efficace contro la xenofobia.
 Mentre in Italia la tragedia aveva innescato un fiume di inutili polemiche antisvizzere, in Svizzera aveva suscitato un’enorme ondata di commozione, solidarietà e rispetto nei confronti dei lavoratori stranieri, specialmente italiani, che rischiavano quotidianamente la vita per il benessere di questo Paese. Se prima, a condizionare l’idea di molti svizzeri sugli stranieri era principalmente il loro numero ritenuto eccessivo, dopo la tragedia di Mattmark s’impose in primo piano l’umanità spesso tragica di questi lavoratori che con la loro dedizione arricchivano la Svizzera, avendo tutto sommato poco in cambio.
Molti svizzeri faranno tesoro della celebre frase di Max Frisch: «Abbiamo chiamato braccia… e vennero uomini». Gli immigrati cominciavano ad essere visti non più soltanto come macchine umane, come «forza lavoro», numeri, ma come persone, con radici culturali e sociali, con sentimenti e aspirazioni ad una vita familiare e sociale «normale».
A questa svolta contribuì anche il Consiglio federale, che non mancò di esprimere non solo le condoglianze alle famiglie delle vittime e tutta la solidarietà del popolo svizzero, ma anche la riconoscenza a tutti i lavoratori stranieri impegnati in una «feconda attività nel nostro Paese». Il consigliere federale Friedrich Wahlen, facendosi in qualche modo portavoce di un sentimento ormai molto diffuso, ebbe a dire: «tutto il popolo svizzero prova per voi grande stima e viva riconoscenza».
Le buone intenzioni diventeranno con gli anni realtà: la politica immigratoria del governo terrà sempre più conto delle esigenze degli immigrati, le condizioni di sicurezza dei cantieri saranno rafforzate, le iniziative xenofobe saranno respinte, l’integrazione dei giovani di seconda generazione diventerà dagli anni ’70 pratica corrente, gli italiani saranno visti sempre più con simpatia, l’italianità sarà sempre più considerata elemento essenziale della coesione nazionale. Mattmark rappresenta una pietra miliare di questo processo virtuoso.
Giovanni Longu
Berna, 19.08.2015


 

05 agosto 2015

Stravolgimento di sensi (seconda parte)


Tra le tante parole ed espressioni che negli ultimi tempi sono usate con un significato diverso e almeno in parte stravolto rispetto a quello originario, le tre seguenti mi appaiono particolarmente interessanti.

Competenza
In senso giuridico la competenza di una persona è il suo potere decisionale. In questo senso si parla di «autorità competente». Per il senso comune, tuttavia, la competenza è legata soprattutto alle conoscenze e alle capacità umane, organizzative e gestionali di una persona ritenuta «competente» (che sa, che conosce l’ambito in cui opera). Perciò si ritiene comunemente che una persona, per esempio ai vertici di una azienda pubblica o privata, debba avere non solo il potere, ma anche le capacità richieste dalla funzione che esercita.
Nella pubblica amministrazione, invece, la scelta di un dirigente spesso non avviene in base alle sue capacità, ma a convenienze ed equilibri politici e persino all'appartenenza a cerchie ristrette dell’autorità di nomina, secondo logiche compensative risalenti al Medioevo.
Ho sempre ritenuto deleteria la scelta dei dirigenti pubblici in base al colore politico piuttosto che alle loro capacità personali. In queste condizioni risulta infatti assai difficile esigere efficienza e responsabilità. Ritengo che, soprattutto nel pubblico, capacità e responsabilità personali siano caratteristiche imprescindibili. L’efficienza di uno Stato si misura più sulla qualità della sua amministrazione o burocrazia che sulla qualità della sua classe politica.

Democrazia
Tutti i dizionari importanti ricordano l’origine di questo termine, dal greco, col significato di «governo del popolo». Oggi, purtroppo, nemmeno in Svizzera dove vige ancora un residuo di «democrazia diretta» (perché il popolo più volte l’anno è chiamato a scegliere e a decidere) il termine è usato in maniera convinta. C’è sì molta fiducia nelle istituzioni – fatto raro ormai in numerosi Paesi occidentali – ma molti cittadini ritengono che la voce del popolo non sempre arriva chiara e forte nelle stanze del potere.
E in Italia? Lo stato della democrazia è sicuramente peggiore perché oltre alla mancanza di ascolto delle voci (spesso lamentose) del popolo manca quasi completamente la fiducia nelle istituzioni. Del resto, se l’esempio viene dall’alto, non si vede come si possa avere fiducia in un Parlamento dove deputati e senatori, dimentichi degli elettori che li hanno eletti, passano con estrema facilità da un gruppo (partito) all'altro e votano non senza vincolo di mandato (come vorrebbe la Costituzione), ma secondo la disciplina imposta dal partito.
Lo Stato, che dovrebbe essere l’espressione della democrazia, è visto sempre più dai cittadini come un’organizzazione a sé stante, spesso oppressiva ma soprattutto distante dagli interessi del popolo. Quale fiducia possono avere nello Stato i giovani senza lavoro, i disoccupati, le persone povere o a rischio di povertà, i piccoli imprenditori, i meridionali che si sentono sempre più abbandonati, ecc.? Se questa è democrazia…!

Unione europea
Quando nel 1957, con i Trattati di Roma, si decise la costituzione della Comunità economica europea (CEE), cominciò a diffondersi l’idea che il sogno bimillenario di un’Europa unita poteva diventare realtà. Poco più di un secolo prima, Victor Hugo, ispirandosi agli unici due modelli allora esistenti, gli Stati Uniti d’America e la Svizzera, aveva preconizzato per l’Europa che Stati originariamente sovrani e spesso in guerra tra loro si sarebbero confederati e avrebbero garantito ai propri cittadini una salda democrazia: «Giorno verrà in cui voi tutte, Nazioni del Continente, senza perdere le vostre qualità peculiari e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in una unità superiore e costituente la fraternità europea…».
Dopo quindici anni di esperienze positive, nel 1973 la CEE dei sei Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) cominciò ad accogliere nuove adesioni (Danimarca, Irlanda e Gran Bretagna). Bastò tuttavia la crisi petrolifera del 1973 per mettere in evidenza la fragilità politica dell’istituzione comunitaria. Ciononostante, la CEE continuò ad ampliarsi fino a comprendere gli attuali 28 Stati membri, divenendo via via un mercato sempre più vasto con regole sempre più vincolanti.
Nel 1992, per dare un forte segnale del cambiamento che intendeva attuare successivamente, col Trattato di Maastricht la CEE decise di cambiare nome e di chiamarsi Unione europea (UE). Prima e dopo Maastricht la CEE/UE adeguò in una prospettiva unitaria i suoi principali organismi. Insomma sembrava che finalmente la politica orientata al bene comune dei cittadini avesse preso il sopravvento sul mercato e sugli interessi nazionali. Illusione!
La crisi greca ha messo in luce non solo la situazione deprecabile della Grecia, ma anche la profonda crisi dell’UE, che vede allontanarsi, verrebbe giusto da dire «alle calende greche» (!), la realizzazione del sogno di molte generazioni di una «unione» europea, rispettosa dei diritti dei cittadini e protesa al loro sviluppo in tutti i sensi. Gli egoismi nazionali sembrano prevalere e impedire quella cessione di sovranità (non necessariamente intera) indispensabile per costituire un vero Stato federale, gli Stati uniti d’Europa. In questa situazione l’euroscetticismo dilagante dovrebbe far riflettere. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 5.8.2015

22 luglio 2015

Stravolgimento di sensi (prima parte)


Di molte parole esistono un senso o significato proprio e uno o più sensi o significati figurati. Nel tempo, molte parole cambiano il significato proprio e finiscono per affermarsi sensi figurati o cambiano la «qualità» di ciò che era inteso originariamente. Per esempio il termine «benessere», da «stare bene, sentirsi bene» nell'anima e nel corpo è diventato ormai sinonimo di «possedere»: l’oggetto del benessere non è più (soprattutto) una condizione psicologica ma il possesso di ricchezze materiali. Specialmente nel linguaggio politico e in quello comune attinente alla politica è facile incontrare termini utilizzati ormai in un senso (completamente) diverso da quello originale. Di seguito indicherò a titolo di esempio alcune parole o espressioni utilizzate, ormai, con significati diversi da quelli originari

Austerità
Un tempo l’aggettivo «austero» veniva usato per caratterizzare una persona sobria, misurata, rigorosa, integra, onesta, affidabile, talvolta persino severa, inflessibile, intransigente (al contrario della persona smoderata, sregolata, intemperante, corrotta). Lo si usava anche per designare una politica di bilancio di uno Stato «restrittiva» o «di rigore», fatta di tagli alle spese pubbliche (senza pregiudicare i servizi) per contenere o ridurre il deficit.
L’austerità era una virtù. Ora non sembra più tale (almeno a livello pubblico) e, nell’Unione europea, sono molti i governanti che non vedono l’ora di uscire dal regime dell’austerità per imboccare finalmente la via della crescita. Come se in uno Stato (come in una famiglia) ci potesse essere crescita, nuovi acquisti, nuovi investimenti… con i conti non in regola e un debito fuori controllo. Pochi sembrano rendersi conto che uno Stato (come una persona) per rimettersi in forze deve prendere qualche medicina. Anche il premier Alexis Tsipras per far ripartire la Grecia e non lasciarla sprofondare nei debiti ha dovuto bere «l’amaro calice dell’austerità» (Il Sole 24 ore).

Corruzione ed evasione
Un tempo, sentirsi dare del «corrotto» era semplicemente infamante e bastava per mettersi da parte. Oggi, se tutti i corrotti e corruttori si mettessero da parte, in circolazione resterebbero in pochi. Quanto poi agli evasori, da quando si è sparsa la voce che la pressione fiscale in Italia è eccessiva, si continui pure a considerare peccato l’evasione, ma non c’è nessuno, credo, che sia disposto a considerarsi peccatore. Questo spiega perché da decenni si continui a parlare di lotta alla corruzione e all’evasione, ma senza risultati apprezzabili.
Recentemente il premier italiano Matteo Renzi ha affermato che «corruzione ed evasione in Italia valgono 160 miliardi». Mi domando: e allora cosa aspetta a estirpare o almeno a cercare di estirpare questi due tumori maligni galoppanti? Come fa a chiedere all’Europa di allentare il rigore quando non è nemmeno in grado di recuperare in Italia un po’ di miliardi dalla dilagante corruzione ed evasione? Forse gli manca il necessario consenso. Vorrei però sbagliarmi, perché lo stesso Renzi ha dichiarato recentemente che la lotta all’evasione sarà fatta (a cominciare da quando non è dato sapere!) «con una procedura innovativa, con lo scambio di banche dati e l’information technology». Staremo a vedere.

Ripresa
Il termine significa propriamente «nuovo inizio» dopo una qualunque interruzione (del lavoro, dell’insegnamento, ecc.), ma anche «accelerazione» (in un veicolo) o semplicemente «miglioramento» di attività mai (completamente) interrotta. Con quest’ultimo significato si sente dire sempre più spesso e con toni talvolta trionfalistici da esponenti del governo che in Italia è finalmente iniziata la «ripresa», attribuendosene il merito.
Intanto andrebbe aggiunto, correttamente, che la «ripresa» non c’è solo in Italia, ma in quasi tutti gli Stati europei e che in Italia è anzi ancora particolarmente debole. Più che di merito si dovrebbe parlare forse di un demerito del governo se la ripresa arriva solo ora (mentre in altri Stati è già in atto da tempo), se riguarda solo poche attività economiche, se non riesce ad assorbire entro limiti fisiologici l’enorme disoccupazione generale e specialmente giovanile e se non è ancora sufficiente per ristabilire nel Paese un clima di fiducia nel futuro.
Sarebbe inoltre auspicabile che il governo italiano chiarisse meglio il senso esatto di questa «ripresa»: ri-presa di che cosa; da che punto; grazie a che cosa; è sostenibile, a costo zero o fa aumentare ulteriormente il debito pubblico? Non ho mai capito perché in particolare i vertici dello Stato (Giorgio Napolitano è stato un esempio!) sembrino aver paura di dire (tutta) la verità, non ammettano sbagli, non sappiano indicare (e proporre alla discussione pubblica) obiettivi veramente raggiungibili e metodi praticabili da sottoporre a verifica entro un tempo determinato, dimentichino sistematicamente di essere al servizio dei cittadini. Per essere credibile, un governo serio dovrebbe sempre fornire dati veritieri sulla sue prestazioni, mettendoli a confronto con dati precedenti e soprattutto con gli indicatori internazionali o almeno europei. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 22.07.2015

14 luglio 2015

150 anni fa la conquista del Cervino


150 anni fa, il 14 luglio 1865, la vetta della più celebre montagna alpina, il Cervino, venne raggiunta per la prima volta da una squadra internazionale di alpinisti: quattro inglesi, un francese e due svizzeri. Perché non vi era nessun italiano? La risposta a questa domanda e la storia di questa conquista è stata più volte raccontata in queste settimane di rievocazioni. Una storia, per chi ama l’alpinismo e in genere la montagna, al tempo stesso gloriosa e tragica con risvolti politici.

Tentativi infruttuosi fino al 1865
Il Cervino visto da Zermatt (foto gl)
Il Cervino (in italiano) o Matterhorn (in tedesco) è una delle montagne più alte (4478 m s.l.m.) delle Alpi. E’ stata anche una delle ultime cime sopra i 4 mila metri ad essere conquistata. Fino al 1865 tutti i tentativi erano falliti, da qualunque versante fosse partita l’impresa. Per oltre mezzo secolo tutti gli alpinisti che tentarono l’impresa (soprattutto britannici, svizzeri, francesi e italiani) dovettero arrendersi senza nemmeno raggiungere quota 4000 m. Solo nel 1863, partendo dal versante italiano, un gruppo di alpinisti, di cui faceva parte anche il valdostano Jean-Antoine Carrel, sotto la guida del britannico Edwar Whymper, riuscì a raggiungere la quota di 4.050 m. Quanto bastava per far ritenere ad entrambi la conquista della montagna forse più bella dell’arco alpino ormai a portata di mano.
Per la conquista del Cervino, tuttavia, dal 1861, l’anno dell’Unità d’Italia, al naturale orgoglio di ogni scalatore nel raggiungere le vette ancora inesplorate, si aggiunse una motivazione politica. Essendo rimasta una delle poche cime non ancora raggiunte e trovandosi sul confine italo-svizzero, il giovane Regno d’Italia non nascondeva le ambizioni di conquistarla per primo, partendo proprio dalla parete sud che guarda Breuil-Cervinia (Italia), che in quel momento sembrava la parete meno difficile, soprattutto rispetto alla parete nord che guarda Zermatt (Svizzera). Le altre due pareti non venivano ancora prese in considerazione, né la parete est che guarda il ghiacciaio del Gorner (Svizzera), né la parete ovest rivolta verso la Dent d'Hérens (frontiera italo-svizzera).

La conquista
I due alpinisti Whymper e Carrel, pur essendo legati da reciproca stima, dopo il tentativo del 1863, studiarono separatamente il percorso ottimale per raggiungere la vetta. La separazione dei due alpinisti fu dovuta, tuttavia, più che a una comprensibile competizione tra loro al fatto che Carrel venne incaricato nel 1864 dal potente ministro italiano della finanze Quintino Sella, appassionato di alpinismo, di preparare una scalata a cui avrebbe preso parte lui stesso, desideroso di piantare per primo in vetta al Cervino il tricolore dell’Italia unita. Il ministro, in pieno spirito postrisorgimentale riteneva che si dovesse contrastare la supremazia britannica nelle «nostre Alpi».
Il Cervino visto dal Gornergrat (foto gl)
In effetti, nel giugno-luglio 1865 il valdostano Carrel era quasi pronto per l’ascesa insieme al ministro italiano quando a sua insaputa il concorrente Whymper, sospettando le mosse dell’avversario, organizzò in tutta fretta (!) una spedizione lungo la cresta della montagna tra la parete est e la parete nord (cresta dell’Hörnli) sul versante svizzero, ch’egli riteneva più facile da scalare. Facevano parte della spedizione, oltre a Whymper, la guida francese Michel Croz, le guide svizzere Taugwalder padre e figlio, e i britannici Lord Francis Douglas, Douglas Robert Hadow e Charles Hudson. Partiti da Zermatt il mattino presto del 13 luglio, il giorno seguente alle ore 13.40 Whymper e compagni raggiunsero per primi la vetta del Cervino. Il mito della sua invincibilità era stato sconfitto.

La tragedia

Lapide ricordo delle due guide Taugwalder
nel cimitero di Zermatt (foto gl)
Le insidie della montagna e forse anche la sottovalutazione dei rischi non lasciarono molto tempo ai conquistatori per godere il primato raggiunto. Infatti, durante la discesa, in cordata, in seguito alla scivolata di uno dei sette e alla rottura della corda a cui erano legati, ben quattro di essi precipitarono a valle per centinaia di metri. Il corpo di uno di essi non fu mai ritrovato. Solo in tre si salvarono, lo stesso Whymper e le due guide di Zermatt Taugwalder. Giunti a valle, non ci furono particolari celebrazioni, anche perché Whymper, descrivendo la tragedia, affermò subito di non avere alcuna responsabilità nell'accaduto, lasciando invece aperta la via del dubbio sul comportamento delle due guide svizzere, poi scagionate dalle indagini ufficiali.
Purtroppo quelle quattro non furono né le prime né le ultime vittime legate alla scalata del Cervino. La montagna incantata, dalle forme quasi perfette, che sprigionano curiosità e un’attrazione incredibile, è stata purtroppo fatale in questi ultimi 150 anni a circa 500 escursionisti, spesso impreparati. La bellezza del Cervino è godibile anche di lontano, per esempio da Zermatt, dal Gornergrat o da Breuil-Cervinia.

Giovanni Longu
Berna, 14 luglio 2015

07 luglio 2015

La bella gioventù svizzera


In genere, l’espressione «la bella gioventù» fa pensare a un’epoca passata, che il tempo ha provveduto a ripulire dagli aspetti negativi, per esaltare la spensieratezza, la gioia di vivere, le prime amicizie di un’infanzia e una giovinezza vissute senza (grandi) problemi. Spesso, ma non sempre, questa espressione fa riferimento a una precisa classe sociale, la borghesia, che voleva e poteva assicurare alle nuove generazioni uno sviluppo felice e senza difficoltà almeno materiali. La bella gioventù aveva un (facile) accesso non solo ai divertimenti e all’esercizio di molti sport, ma anche alla formazione, alla cultura in generale e al mondo del lavoro.

Amarezza e sfiducia
Oggi la stessa espressione è utilizzata spesso con un filo di amarezza per esprimere il disagio e la sfiducia che nutrono moltissimi giovani in alcune società europee rispetto al loro futuro e al futuro dei loro Paesi. I protagonisti del film spagnolo di Jaime Rosales, Hermosa juventud, presentato l’anno scorso al festival di Cannes, sono tipici rappresentanti di una gioventù senza illusioni e sfiduciata: una giovane coppia di ventenni, innamorati e desiderosi di farsi strada, devono lottare per sopravvivere. Il Manifesto commentava: «La bella gioventù affonda nell’Europa precaria».
Il solo dato sulla disoccupazione giovanile (attorno al 40%) in alcuni Paesi europei, Italia compresa, dà l’idea dell’atteggiamento che possono avere i giovani oggi nei confronti del loro futuro lavorativo, reddituale e pensionistico, ma anche della politica e delle istituzioni in generale.

La Svizzera fa eccezione

In questo panorama che comprende parecchi Stati europei, la Svizzera sembra fare eccezione: i segnali positivi provenienti dal mondo giovanile prevalgono nettamente sugli aspetti negativi. I giovani residenti in Svizzera sono generalmente ottimisti e valutano positivamente le istituzioni. Forse perché vivono in un contesto economicamente più favorevole, essi si mostrano, contrariamente ai giovani di altri Paesi europei, molto positivi rispetto al proprio futuro professionale.
E’ quanto emerge da un’inchiesta condotta recentemente su scala nazionale tra i giovani diciassettenni. Pur osservando divergenze inevitabili in un Paese plurilingue e multiculturale, è impressionante la convergenza di opinioni su alcune questioni fondamentali e rispetto alle sfide politiche della Svizzera.
«Attaccati alla Svizzera a prescindere dalla loro nazionalità - si legge in un comunicato della Commissione federale per l’infanzia e la gioventù, che ha commissionato l’inchiesta - i giovani diciassettenni dimostrano di avere molta fiducia nelle istituzioni (scuola, Consiglio federale, polizia) e il 91 per cento è fiducioso di ottenere la formazione professionale scelta».
In Svizzera, inoltre, non si osserva alcuna rottura generazionale tra giovani e adulti: le opinioni dei giovani non divergono significativamente da quelle del resto della popolazione, salvo su qualche punto. Per esempio, se il mondo degli adulti ritiene la disoccupazione il maggior problema della Svizzera (pur avendo un tasso di disoccupati bassissimo), tra i diciassettenni solo i ticinesi la pensano allo stesso modo, mentre per un quinto dei giovani il maggior problema è l’immigrazione.

Fiducia nelle istituzioni
La fiducia nella capacità della scuola di offrire una formazione solida e un futuro professionale degno di questo nome non è solo un importante riconoscimento da parte dei diretti interessati della validità dell’istituzione scolastica svizzera, ma anche un forte segnale di ottimismo di una generazione di giovani che può guardare con fiducia al proprio futuro, ma anche al futuro di questo Paese confrontato con alcuni temi scottanti quali i rapporti con l’Unione europea (UE) e l’immigrazione.
Anche su questi ultimi temi la convergenza dei giovani che hanno partecipato all’inchiesta è impressionante: ben il 77 per cento dei diciassettenni è contro l’adesione all’UE, sebbene il 66 per cento consideri la libera circolazione delle persone un bene per la Svizzera. Quanto agli immigrati, circa il 60 per cento dei giovani interpellati ritiene che gli immigrati costituiscano una risorsa per l’economia e un arricchimento per la società.

Investire maggiormente nella formazione
Da un’altra inchiesta sui giovani quindicenni risulta ancora un aspetto positivo della gioventù svizzera: essa è complessivamente più serena di dieci anni fa e ha sempre meno a che fare con la giustizia. Il consumo di alcool, tabacco e cannabis si è più che dimezzato, i furti sono calati notevolmente, come pure le aggressioni e altri reati.
Sarebbe interessante, a questo punto, poter confrontare i dati svizzeri con quelli di altri Paesi, per esempio dell’Italia, ma sarebbe comunque ancor più confortante sapere che ovunque in Europa si comincia a investire maggiormente, anzi prioritariamente, sui giovani e sulla formazione.

Giovanni Longu
Berna, 7.7.2015

24 giugno 2015

Immigrati o profughi? La confusione continua!


La questione dei profughi in fuga dai teatri di guerra e dalle regioni in cui la fame e la miseria uccidono non meno delle guerre rischia di diventare ingestibile, soprattutto in Italia, anche perché le idee al riguardo sono molto confuse e senza prospettive. Lo si vede anche dalla terminologia utilizzata in Italia persino negli interventi ufficiali. Si parla indifferentemente di «migranti», «profughi», «richiedenti l’asilo», «persone che scappano dalla guerra», di «emergenza umanitaria», ecc. e non si parla mai delle fasi successive a quella della prima accoglienza.

Confusione deleteria
Trovo anzitutto deleteria la confusione terminologica. Finché si continua a parlare di migranti ci sarà sempre qualcuno che obietterà che in questo momento in Italia non ce n’è bisogno perché «non c’è lavoro nemmeno per gli italiani», «non si possono privilegiare gli extracomunitari rispetto ai cittadini disoccupati», «uno Stato non può garantire vitto e alloggio gratis a chi riesce a metter piede in Italia, quando ci sono tanti italiani sfrattati, senza alloggio, senza reddito, che vivono in stato di povertà, costretti ad affollare le mense della Caritas» e altre obiezioni simili.
Spesso poi, si sa, dalle parole si passa ai fatti e i «migranti» vengono respinti, isolati, emarginati, trattati come gli appestati di una volta, sfruttati, ma anche assoldati dalla malavita e dal crimine organizzato. Questo in Italia. A livello europeo si va anche oltre. Qualche Stato, come l’Ungheria, pensa di blindare le frontiere con muri alti quattro metri, altri Paesi intensificano i controlli alle frontiere bloccando chi non ha i documenti in regola, sorvegliano giorno e notte valichi un tempo non presidiati, dichiarano chiaro e tondo che «non possono» accogliere altri profughi perché ne hanno fin troppi.
E’ la prova provata che non si tratta di «migranti» nel senso abituale del termine. Tanto più che gli emigrati/immigrati sono quasi sempre «chiamati» e impiegati in attività lavorative per le quali la forza lavoro indigena è insufficiente, mentre i «migranti» che approdano a Lampedusa o sono soccorsi in mare nessuno li ha chiamati, anche se sono in cerca di un’occupazione.

Meglio chiamarli «profughi»
Gli emigrati/immigrati per motivi di lavoro, inoltre, sono assicurati, ogni Stato richiedente cerca di trattenerli, almeno finché c’è il lavoro, garantisce loro gli stessi diritti degli indigeni, e cerca di integrarli nella società in cui vivono. Quali Stati europei, invece, sono disposti a garantire ai «migranti» gli stessi diritti dei propri cittadini, a dare loro la possibilità di accedere liberamente al mercato del lavoro e, soprattutto, a integrarli? Quale Stato europeo ha adottato nei loro confronti una politica d’integrazione?
Papa Francesco tra nomadi e profughi
Ritengo pertanto preferibile non chiamarli più «migranti» nel senso di «emigrati/immigrati», ma di chiamarli «profughi», «richiedenti l’asilo», «bisognosi». Quanti cercano di fuggire dalle guerre, quanti fuggono perché perseguitati e minacciati di morte, ma anche quanti cercano di sfuggire alla miseria, micidiale talvolta non meno della guerra, sono e vanno considerasti «profughi». In quanto tali hanno il sacrosanto diritto di essere accolti e l’Italia e gli altri Paesi europei hanno l’obbligo fondato sul diritto internazionale e sul diritto umanitario di accoglierli.
So che le obiezioni al riguardo sono tante e non di poco conto (non sono tutti bisognosi, non fuggono tutti dalla guerra, non sono tutti perseguitati, molti sono clandestini, ecc.), ma almeno in un primo tempo non si può derogare al dovere dell’accoglienza e della solidarietà umana. I bisognosi (e i profughi sono tutti in linea generale bisognosi) vanno rifocillati, vestiti, curati, sistemati in alloggi decenti, rispettati come persone.

Polemica insensata di Salvini
Almeno in questa prima fase nemmeno Matteo Salvini dovrebbe avere niente da ridire, per cui non capisco la sua polemica col papa Francesco, reo di aver chiesto ai credenti di pregare «per tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio lontano dalla loro terra, che cercano una casa dove poter vivere senza timore, perché siano sempre rispettati nella loro dignità» e di chiedere perdono «per le istituzioni e le persone che chiudono le loro porte a gente che cerca una famiglia , che cerca di essere custodita». Non era forse nel suo diritto farlo? Oltretutto il contesto era chiaro: egli parlava a pochi giorni dalla ricorrenza della «Giornata mondiale del rifugiato» (sabato 20 giugno). Parlava di «rifugiati» e di profughi, di «migrazioni forzate», non di emigrati e immigrati volontari e tantomeno di clandestini.
Il politico Salvini, invece, avrebbe tutto il diritto e persino il dovere di criticare il governo italiano e l’Europa sull'assenza di politiche per il dopo la prima accoglienza; ma nemmeno lui sembra avere idee chiare e proposte condivisibili. Non le ha perché è, a mio parere, come molti altri politici e benpensanti europei, un rappresentante di una vecchia politica conservatrice e miope, che s’illude di poter conservare ancora a lungo i privilegi acquisiti non sempre in modo lecito (si pensi al colonialismo, alle speculazioni finanziarie, all'impiego sconsiderato delle risorse, ecc.) e di abbandonare al loro destino quanti aspirano a un po’ più di benessere e di sicurezza.
Salvini, come del resto molti altri politici italiani ed europei, sembra non accorgersi che il mondo sta cambiando inesorabilmente, che le risorse mondiali si andranno necessariamente ridistribuendo e che sarebbe un disastro culturale e umano se ciò avvenisse senza un minimo di umanità, di solidarietà e di fratellanza.
Giovanni Longu
Berna 24.06.2015


17 giugno 2015

La Svizzera napoleonica e il Congresso di Vienna


Uno dei grandi anniversari ricordati in Svizzera quest’anno è il Congresso di Vienna (1815), che ha ridisegnato la geografia dell’Europa dopo gli sconvolgimenti causati dalla furia di Napoleone. Le conseguenze sono state importanti e durature anche per la Svizzera. La ricorrenza merita pertanto di essere ricordata.

La Svizzera durante il «protettorato» francese
Dopo la disfatta di Marignano del 1515, i Cantoni svizzeri dovettero non solo rinunciare ai sogni di conquista (soprattutto verso sud), ma anche accettare una sorta di «protettorato» francese che sarebbe durato fino al 1792, quando il governo francese decise di licenziare i mercenari svizzeri al suo servizio e rinviarli senza soldo alle loro case.
Fino a quel momento la neutralità svizzera, sebbene imposta, era garantita dalla Francia, anche dopo lo scoppio della rivoluzione francese (1789). Divenne un problema per i Cantoni svizzeri quando nel 1793 le principali Potenze europee cominciarono a coalizzarsi contro la Francia rivoluzionaria. La vecchia Confederazione prese subito la decisione saggia di non schierarsi con nessuna delle Potenze belligeranti e per precauzione fece schierare 1300 soldati lungo il confine basilese, dove il pericolo sembrava maggiore. Invano, come si vedrà più avanti.

Echi della rivoluzione francese in Svizzera
Intanto, i venti della rivoluzione francese, erano giunti anche in Svizzera, ma incontrarono un formidabile ostacolo nel conservatorismo di molti Cantoni che si reggevano su un’applicazione rigida e pesante del principio di autorità ereditato da una mentalità medievale. Il risultato fu un periodo di grande instabilità, durante il quale successe di tutto: proteste contadine, sommosse, divisioni, creazioni di mini-repubbliche, repressioni.
Waterloo, monumento sul luogo della sconfitta
definitiva di Napoleone Bonaparte (foto gl)
Molti svizzeri, avvertendo il fascino delle nuove idee provenienti dalla Francia e sintetizzate nel motto «liberté, égalité, fraternité», credettero di poter approfittare del momento favorevole per svincolarsi da quel sistema di potere, spesso oppressivo, che teneva unita in qualche modo la vecchia Confederazione. Quasi ovunque la restaurazione dei poteri centrali di origine medievale finì per imporsi. Per esempio, le «feste della fratellanza» organizzate nel 1791 nella Svizzera romanda furono represse duramente dai bernesi, che in quel periodo occupavano il Paese di Vaud. Anche altrove ogni tentativo di ribellione finiva per essere represso con la forza.
Per evitare il contagio delle idee illuministe provenienti dalla Francia e diffuse in Svizzera anche da illustri personaggi come Jean-Jacques Rousseau e Albrecht von Haller, si cercò di contrapporvi i valori «svizzeri». Non è perciò un caso che verso la fine del XVIII secolo si (ri)scoprirono e diffusero in tutta la Confederazione i cosiddetti «miti di fondazione», ossia le «storie» di Guglielmo Tell, del Grütli, di Morgarten, ecc. In fondo, si voleva significare che gli svizzeri avevano nella loro tradizione i modelli a cui ispirarsi. Oltretutto, ai miti dell’uguaglianza e della fraternità ben pochi credevano. Il risultato di queste riscoperte fu tuttavia modesto, almeno nell'immediato.
Anche la Francia rivoluzionaria cominciò a preoccuparsi del deteriorarsi della situazione svizzera non tanto perché le stessero a cuore le sorti della vicina Confederazione, quanto perché una Svizzera «neutrale» le era indispensabile per motivi economici, poiché tutt'intorno le Potenze coalizzate avevano costituito un blocco economico. L’unica possibilità di superarlo era quella di approvvigionarsi dei beni mancanti attraverso la Svizzera. Per questo fece in modo, fin dal 1793, che la Svizzera restasse neutrale e, in quest’ottica, lo stesso anno truppe francesi occuparono il Giura.

Occupazione francese della Svizzera
Gli interessi della Francia nei confronti della Svizzera non riguardavano tuttavia solo la rottura dell’accerchiamento economico, ma andavano ben oltre. La Svizzera infatti rappresentava una posizione chiave nel massiccio alpino per le comunicazioni nord-sud e sicuramente anche le altre grandi Potenze continentali avrebbero cercato prima o poi di occuparla. Se fosse stata occupata dall’una o dall’altra Potenza, avrebbe segnato anche la fine della sua indipendenza. Perciò la Svizzera fece di tutto per mantenersi assolutamente neutrale nei confronti di tutti i belligeranti. Questi, almeno inizialmente, mantennero nei suoi confronti un atteggiamento prudente, anche perché la scomparsa di questo Paese neutrale e in qualche modo garante di quel fragile equilibrio che esisteva in quel momento tra le grandi Potenze avrebbe potuto creare uno sconvolgimento generale in Europa.
Monumento ai caduti nel Grauholz, eretto nel 1886:
una colonna spezzata che porta alla base la scritta:
«
Seid einig» (siate uniti), tratta dal Guglielmo Tell
di Schiller (foto gl)
Quel precario equilibrio cominciò tuttavia ben presto a rompersi. Infatti, dopo che Napoleone Bonaparte, l’eroe della rivoluzione francese, aveva occupato l’Italia settentrionale (1796-1797), apparve indispensabile assicurarsi un collegamento diretto tra Parigi e Milano attraverso i passi alpini e quindi attraverso la Svizzera.
L’occasione per un intervento militare francese si presentò nel gennaio 1798, quando il Paese di Vaud decise di sottrarsi alla dominazione bernese e proclamò la «Repubblica Lemanica». Per evitare la prevedibile repressione di Berna, la neocostituita repubblica chiese aiuto alla Francia, costringendo le truppe bernesi a ritirarsi senza combattere nella regione di Morat e di Friburgo. L’occupazione di Losanna (28 gennaio 1798) da parte delle truppe francesi fece subito capire quali erano le vere intenzioni della Francia. Infatti l’avanzata dell’esercito francese fu quasi inarrestabile e senza incontrare significative opposizioni. Quando Berna tentò di fermare i francesi fu sconfitta nella battaglia di Grauholz (5 marzo 1798) e i vincitori occuparono la città. La caduta di Berna segnò anche la sorte della vecchia Confederazione.

Dalla Repubblica Elvetica alla Confederazione Svizzera
Napoleone, che non capiva la situazione svizzera di un piccolo territorio diviso in tanti mini-Stati (Cantoni) per altro molto litigiosi, impose una costituzione che decretava la creazione di uno Stato unitario e indivisibile, sul modello francese: la Repubblica Elvetica (1799).
Il modello francese, però, non piaceva agli svizzeri e tra i convinti sostenitori dello Stato unitario centralizzato e i ferventi federalisti scoppiarono interminabili lotte interne. Non appena l’esercito d’occupazione francese venne ritirato dalla Svizzera (1802) scoppiò una sorta di guerra civile, che indusse Napoleone a rioccupare la Svizzera (1803) e a intervenire nuovamente sulla costituzione. Con il cosiddetto «Atto di Mediazione» vennero ripristinati i Cantoni, che riottennero i loro diritti e la Repubblica Elvetica prese il nome di «Confederazione Svizzera». Ai tredici vecchi Cantoni se ne aggiunsero sei nuovi, tra cui il Ticino (con la denominazione di «Repubblica e Cantone Ticino»).
Tra i primi atti della Confederazione in politica estera uno dei più importanti fu la dichiarazione di neutralità, con evidente soddisfazione della Francia ma grande delusione soprattutto della Germania, che contava molto sul sostegno anche militare della Svizzera. Sembra addirittura che lo stato maggiore dell’esercito tedesco preparasse un’invasione del territorio svizzero. Non si arrivò a tanto, ma la Svizzera dovette, ad esempio, ritirare frettolosamente le truppe che teneva schierate lungo il Reno e lasciar passare le truppe della coalizione attraverso l’Altipiano svizzero fino a Ginevra. Non era occupata ma nemmeno totalmente libera, benché continuasse a proclamarsi neutrale.
Nel frattempo Napoleone era stato sconfitto dagli alleati nella battaglia di Lipsia (ottobre 1813), costretto ad abdicare ed esiliato nell’isola d’Elba. L’anno seguente (ottobre 1814), le grandi Potenze si erano riunite a Vienna allo scopo di ripristinare in Europa la situazione territoriale precedente alle guerre napoleoniche. Senonché, Napoleone, riuscito a fuggire, raggiunse nuovamente la Francia e riorganizzò un forte esercito. Solo nella celebre battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) fu definitivamente sconfitto e inviato in esilio nella lontanissima isola di Sant’Elena.

La neutralità svizzera frutto del Congresso di Vienna
Il Congresso di Vienna poté concludere i lavori e risistemare la geografia dell’Europa, ripristinando in gran parte la situazione preesistente. Allo scopo di evitare in futuro nuove gravi alterazioni dell’equilibrio faticosamente raggiunto tra le grandi Potenze, vennero rafforzati i piccoli Stati tra la Francia e l’Europa centrale, unendo per esempio il Belgio all'Olanda, Genova alla Sardegna. Anche la Svizzera fu rafforzata e ampliata. Le fu infatti concesso di accogliere nella Confederazione Neuchâtel, Ginevra e il Vallese, che ancora non ne facevano parte. Le grandi Potenze si fecero inoltre garanti della neutralità della Svizzera e dell’inviolabilità del suo territorio. In fondo la neutralità della Svizzera faceva comodo a tutti.
Il Congresso di Vienna (in un dipinto dell’epoca) riconobbe
 la sovranità e la neutralità perpetua della Svizzera
Alcuni storici non sarebbero disposti ad ammettere che le grandi Potenze «garantirono» la neutralità e la sovranità svizzera, preferendo una diversa formulazione che si rifà al testo originario francese in cui si diceva che le Potenze «riconoscono» formalmente la neutralità perpetua della Svizzera. Tuttavia, a parte la linguistica, mi pare evidente che è nell'ambito del Congresso di Vienna che la neutralità svizzera è ritenuta opportuna e giustificata sia nell'interesse della Svizzera e sia nell'interesse della politica europea.
Alla luce dei duecento anni trascorsi da allora non c’è dubbio che la neutralità di questo piccolo Paese nel cuore del vecchio continente abbia giovato sia alla Svizzera che all'Europa. Quanto al futuro, la discussione è aperta.
Giovanni Longu
Berna, 17.06.2015