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29 luglio 2025

Antropologia agostiniana (2a parte)

A chi leggesse frettolosamente e frammentariamente le opere principali di Sant'Agostino o anche solo il De Civitate Dei l’antropologia agostiniana potrebbe apparire negativa e pessimistica già dalla definizione di uomo come composto di anima e corpo, in cui l’anima, pur essendo la parte superiore è fortemente condizionata e appesantita sulla terra dal corpo, la parte inferiore, corruttibile, gravato pesantemente dal peccato originale, che rende tutto l’uomo «peccatore» e autore del disordine del mondo dopo aver abbandonato la Città di Dio per vivere nella Città terrena «senza Dio». Ad una lettura più attenta, invece, l’antropologia agostiniana risulterebbe sostanzialmente positiva, ottimistica, sublime, ovviamente nel contesto di fede in cui vive e scrive Agostino.

L’uomo salvabile, anima e corpo

Ritratto di Agostino (354-430) di S. Botticelli, 1480.

Benché peccatore, tanto da meritare di essere cacciato dal Paradiso e di trasmettere all’intera umanità il peccato originale, l’uomo per Agostino è ancora salvabile, sia pure non per merito suo, ma perché Dio stesso, facendosi uomo, ha salvato la natura umana nella sua essenza e può renderlo ancora partecipe della gloria eterna. Anche un non credente, leggendo il De Civitate Dei, sarebbe soggiogato dalla convinzione e dall’enfasi con cui Agostino tratta il mistero dell’Incarnazione («Il Verbo fatto carne») e della Salvezza attraverso Gesù Cristo, «vero uomo e vero Dio», che ha reso l’uomo «fratello» e Dio «padre», anche nostro.

L’uomo per Agostino è dunque salvabile, come se Dio non si fosse rassegnato a perdere la sua creatura speciale, creata a sua «immagine e somiglianza», ciò che costituisce una certa affinità tra il Creatore e la creatura umana, benché non si possa ritenere questa «somiglianza» una copia perfetta, altrimenti l’uomo sarebbe come Dio.

Agostino ha dovuto lottare con quanti avevano dell’uomo opinioni diverse e più pessimistiche (da Platone ai Manichei) ed è riuscito a trasmettere ai contemporanei e a noi stessi un’immagine dell’uomo originariamente buono, libero e immortale. La caduta ha rovinato il suo primigenio stato di grazia, ha reso l’uomo «fiacco, fragile e destinato alla morte», ma Dio non l’ha privato di tanti doni e soprattutto della possibilità di salvarsi attraverso la conoscenza, la fede e la grazia divina. Anche il corpo potrà raggiungere la felicità e l’immortalità.

Per Agostino, il corpo, soggetto a corruzione appesantisce l'anima, ma non l’opprime. In alcune opere ne ammira le capacità, la bellezza, il suo tendere costantemente al bello e al vero. Poco importa, sembra dire Agostino, che l’uomo sia fatto di anima e corpo perché è unico, per grazia di Dio. E anche se il corpo prima o poi morirà, l’uomo anima e corpo è destinato a sopravvivere alla morte, che di per sé «non è niente», è solo un passaggio. Del resto, già su questa terra il suo corpo è una meraviglia e Agostino si domanda: «in esso la posizione dei sensi e le altre membra non sono forse così disposte, l'aspetto, l'atteggiamento e la statura di tutto il corpo non sono forse così regolate che esso si rivela organizzato per il servizio dell'anima razionale?». E non è meravigliosa la complessità e l’armonia delle varie parti del corpo umano con il suo «groviglio di vene, nervi e viscere, nascondiglio di funzioni vitali»?

L’uomo, la grazia e l’immortalità

L’uomo, dice Agostino, a differenza di tutti gli altri esseri viventi «privi di ragione e chini verso la terra» ha una forma « che si erge verso il cielo» e fa pensare che egli capisca le cose dell'alto. «La sorprendente facilità di movimento, che è stata assegnata alla lingua e alle mani, appropriata e congiunta al parlare e allo scrivere e a compiere le opere di molte tecniche e servizi, non dimostra forse chiaramente a quale anima, per esserle sottomesso, è stato unito un corpo simile?»

E che meraviglia gli altri sensi, attraverso i quali l’uomo riesce a percepire la bellezza e l’utilità della realtà creata «nella multiforme e varia bellezza del cielo, della terra e del mare, nella grande profusione e meraviglioso splendore della luce stessa nel sole e luna e nelle stelle, nella ombrosità dei boschi, nel colore e odore dei fiori, nella diversità e numero degli uccelli ciarlieri e variopinti, nella diversa vaghezza di tanti e tanto grandi animali, fra i quali destano maggiore ammirazione quelli che hanno il minimo della grossezza, perché ammiriamo di più l'operosità delle formiche e delle api che i corpi immensi delle balene, e nella immensa veduta del mare quando, come di una veste, si ricopre di vari colori e talvolta è verde nelle varie gradazioni, talora color porpora, talora azzurro e lo si ammira anche quando è in tempesta…».

E che dire dell’avvicendarsi del giorno e della notte, della carezzevole tiepidezza delle brezze, della varietà della vegetazione e del bestiame, della ricchezza dei colori e dei sapori! Agostino però va oltre e quando sembra interrogarsi se «tutti questi beni sono sollievi d'infelici e condannati» o piuttosto «premio dei beati» pone un’altra domanda: «che cosa sarà dunque quel bene [il premio dei beati] se già questi [terreni] sono tanti, così considerevoli e grandi? Che cosa darà a coloro che ha predestinato alla vita colui che li ha anche dati a coloro che ha predestinato alla morte? Quali beni farà avere nella vita beata a coloro per i quali in questa vita infelice ha voluto che il suo Figlio unigenito soffrisse tanti mali fino alla morte?»

Agostino non ha dubbi, sarà «una grande, abbagliante, certa scienza di tutte le cose, senza errore e inquietudine, perché lì si berrà la sapienza dalla sua stessa sorgente con somma serenità, senza difficoltà». Anche il corpo avrà la sua ricompensa che consisterà in una «grande perfezione».

Libertà e grazia per l’eternità

Sulla terra, però, l’uomo non ha sempre un compito facile perché deve scegliere, tra il bene e il male, è libero. Infatti, nel Paradiso terrestre, dopo il peccato originale, Dio non gli ha tolto la libertà, gliela ha lasciata perché da uomo libero decidesse a quale Città appartenere, a quella terrena o a quella celeste, con la possibilità di rinunciare o perseguire, sia pure con l’aiuto della grazia divina, il fine per cui è stato creato, ossia la contemplazione di Dio stesso che «ci hai fatti per sé e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Lui».

Agostino, che eredita dalla filosofia greca, specialmente da Platone, molte nozioni e considerazioni generali, a quelle nozioni sovrappone le sue scoperte più geniali e confortanti, frutto di lunghe riflessioni, una conoscenza approfondita delle Sacre Scritture, una grande umiltà e una incrollabile fede: l’uomo non ha solo un’origine divina, ma è l’immagine di Dio, a Lui deve tendere con tutte le sue forze senza lasciarsi deviare da altri amori. Solo in Lui, infatti, l’uomo raggiungerà la felicità eterna.

Forse nessuno meglio di Agostino, nel mondo occidentale, ci ha tramandato un’antropologia così originale, preziosa, ottimistica e incoraggiante, perché sottolinea la tensione fortissima dell’uomo verso la Trascendenza. L’uomo, infatti, secondo Agostino, lo sappia o no, lo voglia o no, è sempre in cammino verso Dio perché è da Lui è stato creato a sua immagine e somiglianza ed è fatto per Lui. (Fine)

Giovanni Longu
Berna 26.07.2025

 

02 settembre 2015

Stravolgimento di sensi (terza parte)


Lo stravolgimento dei significati (originali) di molte parole ed espressioni italiane mi sembra un buon indicatore della trasformazione in atto nella nostra società, non sempre in senso positivo. Ecco di seguito alcuni esempi.
Famiglia
Quando mia nonna o i miei genitori parlavano della famiglia non c’era alcuna possibilità di non cogliere il senso preciso di questo termine. Era infatti evidente di che cosa si stava parlando, anche perché nella realtà italiana di quei tempi la famiglia era cementata dal matrimonio, religioso o civile. Era anche quella che veniva indicata come «la cellula fondamentale della società» e che lo Stato italiano si è impegnato nella Costituzione a riconoscere e tutelare come «società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29, comma 1). Quanto al matrimonio, era evidente ai deputati dell’Assemblea
Costituente che si trattava di un vincolo tra un uomo e una donna.
Nel frattempo il termine «famiglia» è divenuto polisemico, ossia portatore di più significati. Per esigenze statistiche l’Istituto di statistica italiano (Istat) ne ha dato questa definizione: «un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, dimoranti abitualmente nella stessa abitazione», ma «una famiglia può essere costituita anche da una sola persona». Già questa definizione si presta a molteplici interpretazioni in senso sociologico e a svariate forme di famiglia.
Se prima per costituire una famiglia era essenziale il vincolo del «matrimonio» tra un uomo e una donna, oggi per essere considerata famiglia, almeno in senso statistico, è sufficiente la convivenza sotto lo stesso tetto di «persone» legate da «vincoli affettivi» e persino vivere da single. E’ facile capire quanto sia difficile parlare della famiglia, ma anche quanta sia la confusione che sta generando la discussione «a ruota libera» sulle coppie di fatto, sulle famiglie monoparentali, sui matrimoni gay, sulle unioni civili, sulle adozioni, ecc.
A tutto ciò si aggiunge da qualche tempo il tentativo di introdurre anche in Italia la cosiddetta «ideologia del genere», che pur dichiarando di voler combattere la discriminazione sessuale (soprattutto nel confronto degli omosessuali), di fatto intende minimizzare le differenze legate al sesso soprattutto nell’educazione e nei comportamenti. In alcuni Paesi è persino scomparsa la voce «sesso» (sostituita dal termine inglese genere», in inglese gender) nei documenti anagrafici e nell’iscrizione dei figli non si chiede più di indicare il padre e la madre ma il genitore 1 e il genitore 2.
Mi fermo qui perché il tema oltre tutto diventa scottante (ma comunque da riprendere). Mi auguro tuttavia che la prossima discussione parlamentare italiana sulle unioni civili (che vanno sicuramente regolamentate) apporti un po’ di chiarezza sull’intera questione e ridia alle parole come famiglia e matrimonio il loro senso originario e autentico. Spero anche che il prossimo Sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco sappia infondere almeno nei cattolici fiducia incondizionata nell’istituto naturale e sociale della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Migrazione, migranti
Dai tempi biblici è noto il fenomeno della migrazione di singoli individui, gruppi o anche interi popoli. Per millenni è stato ritenuto normale. Oggi molti si meravigliano che esista ancora e lo considerano un fenomeno «anormale», da contenere, da limitare, da respingere. Quanti si rendono conto che per limitarlo basterebbe ristabilire nei Paesi da cui si fugge condizioni di pace dove c’è la guerra e opportunità di sviluppo dove c’è miseria? L’Occidente impiega risorse immense per bloccare gli arrivi dei «migranti» (adopero questo termine ormai di uso comune anche se a mio parere improprio), ben poco per accoglierli «dignitosamente», quasi niente per risolvere alla radice (guerra, corruzione e sottosviluppo) il fenomeno.

Migranti, stazione Tiburtina (Roma)
Non sono trascorsi molti decenni da quando i rappresentanti governativi italiani visitavano le comunità degli italiani emigrati all’estero dicendo loro che rappresentavano per l’Italia una «risorsa» (in senso generale e non solo per le rimesse finanziarie). Chi dice più che i nuovi migranti che giungono quotidianamente in Italia (e nel resto d’Europa) sono una risorsa? Sono visti per lo più come un problema, un’emergenza, addirittura un dramma. Eppure anch’essi cercano solo un po’ di felicità, come disse papa Francesco, e un rifugio, hanno anch’essi tanta voglia di lavorare e di guadagnarsi da vivere onestamente.
Ci si scandalizza che giungano così numerosi, senza nemmeno chiedersi perché fuggano come dei disperati dai loro Paesi. Gli europei sembrano aver perso la memoria di quando partivano in massa in cerca di fortuna. Solo dall’Italia, in un solo anno all’inizio del secolo scorso, lasciarono il Paese 870.000 persone. Non sempre erano accolti e trattati bene. La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera (giusto per ricordare un Paese confinante) potrebbe fornire innumerevoli esempi di discriminazioni, maltrattamenti, marginalizzazioni.
Gli immigrati hanno saputo resistere, molti si sono fatti strada, sono divenuti cittadini di questo Paese e sono fieri della loro riuscita e del contributo che hanno dato al benessere del loro Paese d’origine e di questo Paese di accoglienza. Per l’Europa che si sente impreparata all’emergenza migranti basterebbe recuperare un po’ di memoria e non fare loro quel che ingiustamente è stato fatto spesso ai migranti europei. Anche di questi nuovi migranti si dovrà dire: sono (stati) una risorsa importante per la vecchia Europa un po’ in affanno.

Patria
Termine desueto, non solo perché i concetti di padre e madre sembrano affievolirsi, ma perché sembra venir meno il sentimento della relazione filiale tra cittadini e Stato. Chi sente ancora lo Stato come «padre» o come «madre»? Basta seguire un paio di trasmissioni alle televisioni italiane per rendersi conto della totale assenza non dico dell’amor patrio o di un minimo di orgoglio nazionale, ma anche solo del rispetto delle istituzioni, per non parlare del dovere della solidarietà sancito dalla Costituzione.
Lo Stato, osservato attraverso le sue istituzioni, è visto quasi esclusivamente come un intransigente esattore, spendaccione, incapace di estirpare la malavita, la corruzione e l’evasione fiscale, un giustiziere ingiusto perché debole coi forti e forte coi deboli. Il governo, incapace di risolvere i problemi reali dei cittadini, dei disoccupati, dei poveri, dei pensionati, dei giovani senza futuro, fa di tutto per scaricare le proprie responsabilità sull’Europa, sulle corporazioni, sulle sue stesse istituzioni, pubblica amministrazione in testa, o su alcune istituzioni dello Stato, come la riforma del Senato (inutile secondo me per come è stata impostata, senza tener conto delle particolarità territoriali). Roma «mafia capitale» non è purtroppo un brutto esempio isolato, ma un indicatore attendibile del livello di degrado presente in molte realtà istituzionali italiane.
Un tempo ci si rivolgeva allo Stato con rispetto e fiducia, oggi l’uno e l’altra sembrano scomparsi. Se prima gli si chiedeva forse troppo e gli si dava troppo poco, oggi lo Stato è soprattutto oggetto di critiche. Lo Stato, e qui intendo in particolare l’Italia, sta diventando sempre più «patrigno» o «matrigna».
Un po’ tutti ci dimentichiamo facilmente che «lo Stato siamo noi», come affermava Piero Calamandrei, che allo Stato si deve poter chiedere, ma si deve anche dare: diritti e doveri sono inscindibili. Già Aristotele, nel IV secolo avanti Cristo, osservava che i «cittadini» all’origine dovevano sapere in egual misura «comandare» e «obbedire». E l’osservazione più moderna di Rousseau (1712-1778), che vedeva nel popolo sia «il sovrano» che l’insieme dei «soggetti», è facile ritrovarla in diversi passaggi della Costituzione italiana. Purtroppo questa visione è in gran parte scomparsa, almeno nei convincimenti personali e collettivi, come anche l’amor patrio, riesumato di tanto in tanto in occasione di qualche rievocazione storica.

Scuola
Un tempo si diceva: a scuola si va per imparare. Lo diceva anche Don Lorenzo Milani nella famosa Lettera a una professoressa. Non c’era bisogno di aggiungere altro. Oggi invece persino il parlamento italiano è costretto a precisare in una legge approvata il 9 luglio scorso sulla «riforma della scuola» che essa è finalizzata alla «buona scuola», lasciando intendere, ben a ragione, che non lo sia.
Don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana
Peccato poi che in questa legge (per altro strana perché composta di un unico articolo e di ben 212 commi/paragrafi) non venga mai indicato in che cosa consista la «buona scuola», ma si esaurisca nella regolamentazione di aspetti gestionali (attorno alla figura cardine del «dirigente scolastico», una specie di plenipotenziario) senza toccare i fondamenti della scuola. Se si tratterà anche di una «buona riforma» lo si vedrà tra qualche anno ai test «PISA», sul numero dei laureati, sulla classifica internazionale degli atenei italiani, sul numero e sulla qualità dei brevetti, in una parola sulla competitività del sistema formativo italiano. Per il momento il dubbio è forte, perché non s’intravede affatto la riforma sostenibile degli obiettivi, dei metodi, della preparazione dei docenti della scuola di ogni ordine e grado. (Fine. I precedenti articoli sono stati pubblicati il 22.7.2015 e 5.8.2015).

Giovanni Longu
Berna, 2.9.2015