15 maggio 2024

Prima conferenza sulle «radici cristiane» dell’Europa

Attorno al 25 aprile, festa della Repubblica, si è sviluppata quest’anno in Italia una polemica surreale attorno a un episodio televisivo esasperato dalla politica italiana. Uno storico pretendeva di lanciare dal pulpito della televisione pubblica, in un monologo (quindi senza contraddittorio), accuse e richieste di autenticità democratica (una dichiarazione pubblica di «antifascismo») alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, come se non bastasse il fatto che sia stata eletta democraticamente. Non gli è stato concesso, a mio parere giustamente.
L’episodio, di per sé irrilevante, rispetto ai ben più importanti problemi dell’Italia, si presta ad alcune considerazioni che mi sembrano degni di attenzione anche in un contesto più ampio.

Considerazioni

La prima considerazione: l’antifascismo, come sentimento comune del popolo italiano all’indomani della seconda guerra mondiale, ha determinato il carattere della Costituzione italiana, che è detta, in buona ragione, «nata dall'antifascismo». Pertanto, il semplice riconoscimento di questo fatto storico (per es. giurando sulla Costituzione) non richiede di per sé alcun’altra dichiarazione. Negarlo esplicitamente sarebbe invece un fatto grave, ma anche ignorarlo denoterebbe una lacuna conoscitiva importante. L’origine è infatti sempre non solo utile ma necessaria per conoscere le intenzioni e lo spirito dei Costituenti e per capire, oggi, il «senso», l’«anima» di ciò che ne è derivato, appunto la Costituzione.

La seconda considerazione: analogamente, non si può parlare seriamente dell’Europa di oggi, soprattutto alla vigilia delle imminenti elezioni del nuovo Parlamento europeo, senza conoscere almeno per sommi capi le «origini» dell’idea di Europa. Non è possibile capire l’«anima» dell’Europa di ieri e di oggi, il «sogno» di un’Europa unita e indipendente, portatrice di valori e dotata di autorevolezza, la portata della cosiddetta «civiltà europea» che ha improntato l’Occidente (e qualcosa di più). Senza conoscere la storia dell’idea di Europa non è nemmeno possibile rendersi conto degli ostacoli che rallentano oggi l’«integrazione europea», le difficoltà per l’Europa di ritrovare la sua anima e il coraggio di proporre e difendere valori non negoziabili, di sottrarsi alla subalternità nei confronti di poteri estranei, di elaborare e proporre modelli di sviluppo basati sulla condivisione dei valori e del benessere.

La terza considerazione mi sorge spontanea osservando la pochezza della campagna elettorale per le elezioni europee. Capisco che l’Europa non è un tema facile perché implica molte conoscenze non facili da raggiungere, ma ridurla a occasione di scontro personale tra candidati o tra posizioni di pura politica nazionale mi pare scandaloso e irresponsabile. Significa non rendersi conto che dall'evoluzione dell’Europa dipenderà anche il destino delle nazioni, che se l’Europa non cresce e si rafforza non crescono nemmeno le economie e le autonomie nazionali. Non parlare di Europa perché non la si conosce è grave e pericoloso.

Conferenze sulle «radici cristiane» dell’Europa

In una prima conferenza (giovedì 16 maggio a Zuchwil) organizzata dall'UNITRE di Soletta rievocherò a grandi linee le «radici cristiane» dell’Europa (intese non in senso esclusivo o esaustivo, perché l’Europa ha anche altre radici), senza le quali l’Europa non sarebbe quella che è stata ed è, dal primo secolo dopo Cristo ad oggi.

La scelta delle radici «cristiane» non è casuale, ma dettata da ragioni storiche:

1.     è stata la Chiesa a mettere in salvo i principali valori della Romanità (organizzazione, impianto giuridico, convivenza di popoli diversi, gestione della diversità, ecc.);

2.     è stato il monachesimo (ora et labora) a diffondere nel continente europeo non solo il cristianesimo, ma anche il senso di identità e di unità; impossibile dimenticare i contributi di alcuni santi: San Benedetto, San Basilio, Sant'Antonio, Santa Ildegarda di Bingen, ecc.

3.     è stato il papato a rendere operative l’identità e l’unità attraverso la centralità della chiesa di Roma (detta «prima Roma» rispetto alla «seconda Roma»: Costantinopoli e alla «terza Roma»: Mosca), la capacità motivazionale di alcuni Papi (crociate, lotta all'islam più intransigente, tentativi di avvicinamento tra Occidente e Oriente), l’elaborazione della prima «idea di Europa», quella di Enea Silvio Piccolomini (1458), divenuto papa Pio II.

Per contro, sono stati soprattutto i nazionalismi a impedire l’unità, l’identità, lo sviluppo unitario dell’Europa e a operare il progressivo allontanamento tra Occidente e Oriente, di cui si vedono ancora oggi le conseguenze.

La prima conferenza non tratterà tutti i temi enunciati, ma solo una parte, compresi in un arco di tempo piuttosto ampio, dal V al XIX secolo, in cui l’Europa geografica e politica raggiungerà la massima estensione, dall'Atlantico ai monti Urali, in Russia.

In una seconda conferenza (in programmazione, anche questa organizzata dall'UNITRE di Soletta)saranno trattati i temi toccati solo marginalmente nella prima e legati soprattutto al processo di unificazione europea e agli ostacoli che lo rallentano. Saranno anche analizzate le difficoltà delle Chiese di intervenire nella soluzione dei problemi, ma anche i suggerimenti, le proposte e l’ottimismo che sanno infondere per non perdere la speranza in un’Europa che può ritrovare la sua anima e l’unità.

Giovanni Longu
Berna 15.5.2024

 

08 maggio 2024

16. L'Europa della prima metà del Novecento

Tra le cause principali della prima guerra mondiale ci furono secondo molti storici la spinta nazionalistica di alcuni Stati, la mania di grandezza di altri e l’incapacità dei grandi Imperi di gestire la difficile convivenza multietnica. Le conseguenze furono pesanti: il crollo dell’Impero austro-ungarico (da cui nacquero nuovi Stati nazionali indipendenti), il drastico ridimensionamento della Germania, la fine delle tradizionali alleanze (Triplice e Quadruplice) che avevano garantito la pace in Europa per quasi un secolo e la loro sostituzione con altre, destinate a costituire i futuri blocchi, l’ulteriore distacco della Russia dall'Occidente, l’indebolimento generale dell’Europa e il congelamento dell’ideale unitario. Non subì invece nessun contraccolpo il nazionalismo, principale causa della guerra. E le radici cristiane? Non furono eliminate, ma rimasero nascoste, pronte a riemergere.

L’«inutile strage»

Nella prima guerra mondiale, solo nella regione di Verdun (Francia) morirono circa 
 500.000
 soldati. In Europa sono centinaia i sacrari militari della prima guerra mondiale.
Le conseguenze della guerra per l’Europa furono enormi e durature. Oltre ai milioni di morti e feriti (l’«inutile strage» di cui aveva parlato il Papa Benedetto XV) e alle incalcolabili distruzioni, alcune decisioni del Trattato di pace (Versailles 1919) riguardanti in particolare la Germania crearono addirittura le premesse per il successivo conflitto mondiale. Il Reich tedesco fu infatti punito pesantemente, su insistenza della Francia e nonostante i dubbi del presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.

D’altra parte, non si voleva che potesse ripetersi in Europa un nuovo «caso Germania», uno Stato che dall'unificazione (1871) non aveva fatto altro che violare le «regole» del Congresso di Vienna a danno di altri Stati per diventare un impero. Pertanto la Germania doveva essere «punita» esemplarmente, costretta a pagare ingenti riparazioni di guerra e a restituire i territori precedentemente sottratti a Francia (Alsazia e Lorena), Belgio, Cecoslovacchia e Polonia, condizionata militarmente ed economicamente. Nemmeno la Russia, per simili violazioni delle «regole» era stata punita altrettanto severamente (sebbene anch'essa aveva dovuto restituire le terre occupate ingiustamente).

Di fatto, le sanzioni, com'è noto, produssero molti danni non solo alla Germania (perché alimentarono nei tedeschi forti risentimenti che saranno sfruttati dai nazisti per la presa del potere nel 1933), ma all'intera Europa. Da allora, infatti, la paura di una nuova guerra invase il continente e spinse gli Stati vincitori a un riarmo sotto l’egida degli Stati Uniti d’America, che vi contribuirono notevolmente non senza chiedere in contraccambio l’appartenenza alla sua sfera d’influenza, che l’economista Vilfredo Pareto etichettava come «imperialismo».

Capitalismo e comunismo

Sacrario militare di Redipuglia (Friuli Venezia Giulia), con le spoglie di oltre 100.000
soldati italiani. Durante la prima la prima guerra mondiale ne morirono più di 650.000.
.
La conseguenza più grave per l’Europa fu però senz'altro la sua perdita d’identità non tanto perché in una serie di concetti tradizionali (diritto, giustizia, nazionalità, democrazia, libertà) s’insinuarono nuove interpretazioni, ma perché ogni Stato doveva scegliere o sottostare a una sfera d’influenza, quella occidentale a guida statunitense o quella orientale a guida russa (poi, dal 1922, sovietica), che di quei concetti davano interpretazioni diverse, sintetizzate (almeno in parte) nei termini di capitalismo (che Vilfredo Pareto chiamava anche «plutocrazia democratica») e comunismo.

In questa situazione di sfacelo, nemmeno la religione, riuscì a restare illesa. Fu infatti coinvolta in tutti i Paesi belligeranti e il Vaticano fu costretto a limitare i suoi interventi non solo per non urtare la sensibilità di alcuni governi, che si sentivano investiti di una sorta di «missione» salvatrice, soprattutto a Oriente, e non avrebbero comunque ascoltato gli appelli del papa, ma anche per non arrecare un colpo mortale alla speranza che già i predecessori di Benedetto XV avevano nutrito di vedere il ritorno delle Chiese orientali separate. 

La prudenza e una certa cautela s'imponeva per la Chiesa di Roma anche nei confronti degli stessi cattolici, per non aggiungere ulteriori divisioni a quelle createsi in seguito alle polemiche sul modernismo (un movimento che si proponeva di «adattare» la religione cattolica alle conquiste moderne nel campo della cultura e del progresso sociale, ma ostacolato dalle gerarchie e poi condannato dalla Chiesa nel 1907). Inoltre, il nazionalismo aveva contagiato non pochi cattolici e per loro l'appello del papa rischiava di rimanere inascoltato.

«Noi dovremo rivolgere una attenzione specialissima - aveva affermato Benedetto XV nell'enciclica Ad Beatissimi Apostolorum del 1914) - a sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici, quali esse siano, e ad impedire a non fare più uso di quegli appellativi di cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da cattolici». Non va inoltre dimenticato che nei vari Stati molti cattolici, animati  da un sincero sentimento patriottico, erano favorevoli alla guerra. 

Un'ulteriore difficoltà per il Vaticano era rappresentata dal fatto che con alcuni Stati coinvolti nella guerra, Italia compresa, la Santa Sede non aveva rapporti diplomatici ed era quindi impossibile il dialogo. 

La Chiesa e la pace

Benedetto XV, un papa inascoltato!
Quando però la cattiveria della guerra si manifestò in tutta la sua brutalità, nel 1917 il papa Benedetto XV non poté fare a meno di appellarsi alla coscienza dei governanti per fermare quella carneficina e sedersi al tavolo delle trattative per una pace «giusta». Di questa indicava anche alcuni principi, uno dei quali riguardava le «questioni territoriali». Il papa auspicava che «di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura le parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, [...] delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del gran consorzio umano...».

Purtroppo le armi non si fermarono e anche questo appello del papa rimase inascoltato, come quelli che aveva rivolto ai grandi della terra fin dal 1914. Continuava però senza soste l’attività diplomatica della Santa Sede, diretta o indiretta, offrendo mediazioni e suggerimenti concreti per una «pace giusta e durevole», intervenendo per lo scambio dei prigionieri come pure per l’ospedalizzazione in Svizzera di feriti e malati di tutti gli Stati belligeranti.

Benedetto XV non fu ascoltato, in alcuni Stati si affermò il totalitarismo, quasi ovunque fu avviato un riarmo forsennato rendendo quasi inevitabile la seconda guerra mondiale. Eppure i moniti e gli appelli di Benedetto XV alla pace, alla diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, allo spirito di conciliazione, ai benefici per il consorzio umano di una pace duratura… erano ragionevoli, tant'è che non hanno perso d’attualità. Tuttavia, inspiegabilmente si continua nel mondo e anche in Europa a preferire talvolta l’«inutile strage», mentre tutti i problemi si potrebbero risolvere pacificamente. Una spiegazione l'aveva già data proprio Benedetto XV, che fin dal 1914 denunciava il nazionalismo come il più grave ostacolo all'instaurazione di rapporti pacifici tra i popoli.

Giovanni Longu
Berna, 8.5.2024 

01 maggio 2024

15. L’Europa d’inizio Novecento e Benedetto XV

 A cavallo tra Ottocento e Novecento, ultimati i processi di unificazione dell’Italia e della Germania (Prussia), terminata la guerra franco-prussiana con l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania e superata la grande depressione degli anni 1873-1896, si respirava in Europa aria di grande ottimismo, tanto da chiamare quegli anni fino allo scoppio della prima guerra mondiale Belle Époque. Una caratteristica comune di quell'epoca fu, oltre al dinamismo economico e al miglioramento del tenore di vita delle popolazioni, lo sviluppo dei nazionalismi per ragioni interne (coesione e identità nazionale) e internazionali (competitività e supremazia). E la Chiesa? Non stava a guardare!

Paradigma svizzero

L'Europa della Belle Epoque prima della prima guerra mondiale
La Svizzera fu uno dei Paesi che visse in pieno la Belle Époque e la sua fine improvvisa. Per far conoscere ai propri cittadini e al mondo i suoi successi nell'economia, nei trasporti, nella ricerca scientifica, nel turismo (di città e di montagna) e persino nell'aviazione (ancora in formazione), nel 1914 fu organizzata a Berna un’Esposizione nazionale a cui parteciparono circa 8000 espositori. La riuscita dell’esposizione era data per scontata. Dal 15 giugno, giorno dell’inaugurazione, al 15 ottobre, data di chiusura, si attendevano milioni di visitatori anche dall'estero per ammirare i segni del progresso e del benessere svizzero.

L’esposizione restò aperta fino alla fine, ma il clima quasi euforico iniziale durò solo poco più di un mese. A luglio, infatti, quando scoppiò la prima guerra mondiale, anche la Svizzera procedette alla mobilitazione generale di 220.000 uomini e l’ottimismo lasciò il posto alla paura, anche se nessuno poteva ancora presagire i danni materiali e immateriali della guerra.

Quel che successe in Svizzera fu registrato a più forte intensità in tutti gli Stati europei, i quali si erano forse illusi che il periodo di pace sarebbe durato più a lungo, che il benessere raggiunto dalle popolazioni fosse acquisito per sempre e che il progresso non si sarebbe più fermato. Nessuno aveva nutrito seri dubbi, perché i popoli europei erano quasi tutti «ubriachi di patriottismo e di nazionalismo». L’ottimismo della Belle Epoque era stato travolgente.

Nazionalismi corrosivi come tarli

Da tempo, ormai, ogni Stato pensava a sé, al proprio «spazio vitale», alla propria forza (non solo economica ma anche militare), al proprio sviluppo e alla propria grandezza. Nei vertici degli Stati multietnici, nessuno probabilmente si rendeva conto che i nazionalismi erano come tarli insaziabili. Eppure alcuni segnali erano stati piuttosto chiari: la guerra di Crimea (1853-56) provocata dalle ambizioni espansionistiche della Russia, le annessioni prussiane del 1866 (Baviera, Danimarca, ecc.), la guerra franco-prussiana (1870-71) per l’annessione dell’Alsazia e della Lorena alla Germania, il disagio e il nazionalismo delle popolazioni slave del vasto Impero austro-ungarico alla ricerca della propria indipendenza, il riarmo di alcuni Stati, ecc.

Probabilmente nemmeno l’eccidio di Sarajevo (28 giugno 1914), in cui trovarono la morte l'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando e la moglie, fece capire subito la pericolosità dei nazionalismi e solo la successiva dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia fece aprire gli occhi ai popoli europei, alcuni dei quali (per esempio l’Italia) del tutto impreparati all’imminente sciagura.

Benedetto XV: la guerra è un'«inutile» strage

Le Grandi Potenze, invece, avevano approfittato della Belle Époque per riarmarsi nella eventualità di uno scontro, ma sottovalutandone i rischi: gli inglesi avevano messo in mare una flotta potente, i francesi avevano rafforzato l’esercito, i tedeschi si erano preparati a un probabile tentativo di rivincita francese per riavere l’Alsazia e la Lorena, investendo somme ingenti in nuovi armamenti, mezzi corazzati, sottomarini, aerei. L’Impero austro-ungarico sapeva di poter contare sull'alleanza con la Germania, mentre i russi contavano sul proprio esercito permanente di un milione e mezzo di uomini e sulla protezione di Dio, ritenendosi ancora detentori della vera fede ed eredi di Costantinopoli con Mosca «Terza Roma»).

E la Chiesa di Roma?

L’andamento e le conseguenze della guerra si considerano qui noti e nemmeno da riassumere. Merita invece sottolineare che, a fronte di milioni di morti e immani distruzioni, a trionfare furono i nazionalismi, a perderci fu l’Europa, che ne uscì ancor più divisa e indebolita. In quest’ottica, forse, non meriterebbero qualche riflessione in più i nuovi nazionalismi e questo precipitarsi pericolosamente verso un altro riarmo insensato?

E la Chiesa, la religione, il Papa? Purtroppo non furono determinanti né prima né durante la prima guerra mondiale, perché molti cristiani, in Europa, erano stati contagiati dai nazionalismi. L’unica voce potente che si levò per far finire l’«inutile strage» fu quella del papa Benedetto XV (1854-1922), ma non fu ascoltata. Cercò comunque di dare un segnale forte della presenza della Chiesa in Europa e della necessità di una pace giusta che tenesse conto delle «aspirazioni dei popoli». Da allora i Papi sono più attenti, ma purtroppo ancora inascoltati!

Giovanni Longu
Berna 1.5.2024

25 aprile 2024

Perché il 25 aprile è ancora una data divisiva?

Il 25 aprile dovrebbe ricordare una pagina gloriosa e gioiosa della storia italiana, perché in quella data del 1945 l’Italia si liberò dal nazifascismo dopo una guerra di liberazione costata lacrime e sangue. Invece di una festa e di un’occasione speciale per stimolare le forze vive dell’Italia a proseguire l’azione pacificatrice e rigeneratrice della Liberazione, ci sono sempre persone che si servono di tale ricorrenza per continuare a seminare zizzania, insinuare dubbi, rovinare la festa.

Lo «spettro del fascismo»?

Buon 25 aprile 2024!
Quest’anno l’occasione è stata offerta dalla mancata lettura alla televisione pubblica di un monologo commissionato a uno storico che per l’occasione aveva assunto le vesti del censore severo e minaccioso. Trattandosi di uno storico famoso, la mancata lettura ha sollevato in una parte dell’opinione pubblica grande sconcerto e molti «intellettuali» hanno gridato allo scandalo, parlando apertamente di «censura» da parte del servizio pubblico RAI e del governo che ne è l’azionista di maggioranza. Nessuno si è domandato se quel monologo era opportuno o inopportuno e se, in questo momento, in Italia, in Europa e nel mondo c'è più bisogno di tolleranza o intolleranza, pace o guerra.

Ancora non si conosce l’esito dell’indagine interna della RAI, ma un risultato è chiaro: il 25 aprile è ancora una data divisiva. Benché si sappia ormai quasi tutto del fascismo e dell’antifascismo e ognuno abbia il diritto di farsi un’opinione personale sull'uno e sull'altro, l’autore del monologo non letto sostiene che la presidente del Consiglio dovrebbe dichiarare la sua opinione pubblicamente, altrimenti «lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana». Lo spettro del fascismo? Realtà o esagerazione? In Italia? In Europa?

Meglio essere  o dichiararsi «antifascista»?

In punto di logica bisognerebbe concludere, secondo l’autore, che se la presidente del Consiglio dei ministri non si dichiara «antifascista» significa che è «fascista». Strano ragionamento, da parte di uno studioso del fascismo, che sa bene che di «fascisti» ne restano in vita ormai ben pochi, che chi è nato dopo la guerra non ha alcuna «esperienza fascista» da ripudiare, che ha già provveduto la storia a condannare il fascismo. A meno che il significato di «fascista» e «antifascista» corrisponda pressappoco a «antidemocratico» e «democratico»; ma in tal caso perché lo storico-censore non ha chiesto alla presidente del Consiglio se si considera «democratica» o «antidemocratica»?

Non glielo ha chiesto perché la risposta non avrebbe corrisposto alle sue aspettative o molto più semplicemente perché l’attuale presidente del governo italiano non ha usurpato il potere con la forza o con l’inganno, ma l’ha ricevuto tramite il capo dello Stato da un Parlamento eletto democraticamente dal popolo, giurando fedeltà alla Repubblica sulla vigente Costituzione, e quindi non ha bisogno di alcun’altra legittimazione, nemmeno una dichiarazione pubblica di «antifascismo».

A meno che l’esimio storico pensi davvero che gli elettori del partito di maggioranza siano fascisti o filofascisti e lo siano magari anche il capo dello Stato e la maggioranza del Parlamento. Non è sufficiente, per chiunque, la procedura istituzionale esistente come affermazione di antifascismo sostanziale? Del resto ai cittadini italiani interessa unicamente se la presidente del governo italiano rispetta la Costituzione e le leggi, contribuisce con la sua politica a risolvere i problemi della gente più bisognosa e cerca di operare per estendere la prosperità a tutti gli italiani, non cosa pensi di questo e di quello.

Antifascismo e Costituzione

Sarebbe stato molto più dignitoso e utile, a mio parere, se lo storico del fascismo avesse accennato nella
ricorrenza odierna ai valori della Costituzione non ancora pienamente implementati, facendo eventualmente presente che la politica del governo al riguardo è in ritardo o in difetto. Diversamente, un monologo autoreferenziale («mentre vi parlo…»), per di più fatto con tono accusatorio più che suggestivo, agli italiani, credo, interessa ben poco. Tantomeno si entusiasmano alle lezioni ex cathedra sul fascismo e sull'antifascismo, che visibilmente travalicano, a mio parere, i limiti dello storico che, secondo Tacito, dovrebbe lasciarsi guidare dall'obiettività (attenendosi ai fatti) e dall'imparzialità (ossia «sine ira et studio»), non dalla passione e dalla partigianeria.

Peccato che nemmeno la Resistenza, la Liberazione, la Costituzione (in alcune parti stupenda e rassicurante) riescano a creare tra gli italiani un’unità d’intenti e la consapevolezza che la barca va a fondo se non si rema all'unisono. Non credo che si faccia un buon servizio al Paese contrapporre antifascisti dichiarati ad antifascisti non dichiarati, «sinceri democratici» a quelli non sinceri (quali?). Tutti possono dare un contributo, ma occorre generosità, tolleranza e rispetto reciproco, sapendo che nessuno ha il monopolio delle buone idee e non sempre esistono soluzioni facili. 

Giovanni Longu
Berna, 25 aprile 2024

24 aprile 2024

14. L’Europa fino alla prima guerra mondiale

Con la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna (1815) l’Europa si trovò a un bivio: sviluppare le idee dell’Umanesimo-Rinascimento, dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese o ritornare al passato prerivoluzionario (Ancien Régime). Com’è noto (cfr. articolo precedente), le grandi potenze scelsero la restaurazione, cioè il ritorno al passato. L’idea di un’Europa progressista, liberale e desiderosa di entrare nella modernità con la possibilità di un arricchimento generale derivante dalla libera circolazione delle persone, delle idee e delle culture, diverse ma integrabili (greco-latina, bizantina, ebraica ma anche musulmana), fu sacrificata in nome dei sovranismi nazionalisti. Il risultato fu catastrofico perché sfociò nella prima guerra mondiale.

Sviluppo bloccato

San Pietroburgo, l'Ermitage (progettato dall'architetto italo-russo Bartolomeo Rastrelli)
La reazione dei popoli sottomessi da Napoleone (quella dei Cantoni svizzeri fu esemplare) e delle potenze che lo sconfissero definitivamente a Waterloo fece capire che i popoli volevano riprendersi la loro autonomia entro confini garantiti (sovranità territoriale) e svilupparsi come meglio ritenevano, senza interferenze esterne. Uno dei compiti principali del Congresso di Vienna fu proprio quello di indicare e garantire confini certi ad ogni Stato, con l’obbligo di non superarli. Per impedire che uno Stato tentasse di ingrandirsi a spese di altri, Russia, Austria e Prussia istituirono la Santa Alleanza e la Quadruplice Alleanza.

Lo scopo dichiarato della Santa Alleanza era il ripristino del «diritto divino dei re» negli Stati sottomessi da Napoleone e il mantenimento dei valori del Cristianesimo nei loro popoli. Lo scopo evidente era invece quello di evitare le lotte per la supremazia in Europa e limitare il più possibile il liberalismo e il secolarismo, in modo che il richiamo all'ortodossia (Russia), al cattolicesimo (Austria) e al protestantesimo (Prussia) bastasse a rispettare l’ordine costituito e a stroncare sul nascere le tentazioni rivoluzionarie. Evidentemente questi richiami non bastarono, se in tutta la prima metà dell’Ottocento i tentativi rivoluzionari e le richieste di costituzioni liberali furono ovunque numerosi.

La Santa Alleanza riuscì a tranquillizzare l’Europa per diversi decenni, consentendo dapprima all'Italia (1861) e poi alla Germania (1871) l’unificazione, ma non seppe o non volle intervenire nei conflitti d’interesse tra Russi e Austriaci in lotta per spartirsi, dopo il 1880, i resti dell’Impero ottomano. Non si trattava tanto di un segnale di debolezza da parte dell’Alleanza (del resto già evidenziata durante la guerra di Crimea, 1853-56), quanto del disinteresse delle potenze centro-occidentali (Inghilterra, Francia - associata dal 1823 - e Prussia), che pensavano soprattutto a rafforzarsi militarmente e a sviluppare industrie e commerci, acquisendo sempre più la coscienza di superiorità nei confronti del resto del mondo.

Oriente verso Occidente

Le ambizioni della Russia ad espandersi non solo a est e a sud, ma anche a ovest e l’apparente indifferenza delle potenze «occidentali» stavano anche a dimostrare che nei fatti l’Europa si stava dividendo e le due parti si allontanavano sempre più. Ad Occidente erano in crescita alcune potenze con vastissimi possedimenti extraeuropei: Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo. Ad Oriente, invece, la Russia cresceva militarmente e territorialmente, ma non era in grado di tenere il ritmo di sviluppo delle potenze europee perché era un Paese molto arretrato e i suoi possedimenti asiatici non erano comparabili, economicamente e culturalmente, a quelli delle potenze occidentali.

Eppure la Russia, sotto Pietro il Grande e Caterina II, cercava di apparire più europea che asiatica. La nuova capitale era stata edificata ex novo il più vicino possibile al confine occidentale e doveva somigliare alle grandi capitali europee non solo nell'urbanistica e nell'architettura, ma anche nel nome (tedesco: Sankt Petersburg, San Pietroburgo), per non dire che se Mosca era considerata la «Terza Roma», San Pietroburgo era la «nuova Roma». Persino l'esercito era organizzato alla maniera prussiana e i vertici dello Stato ricalcavano titoli risalenti alla romanità: zar (Cesare), Imperator (imperatore). Tra la borghesia russa era molto diffuso il francese, gli scambi commerciali e culturali con l'Occidente erano intensi e molti commercianti, artisti e intellettuali occidentali erano attivi stabilmente in Russia. A sua volta, la cultura illuministica aveva contagiato numerosi intellettuali russi, molti dei quali comunicavano con i colleghi francesi nella loro lingua. 

Timori dell'Occidente

 La Crimea fu oggetto di una sanguinosa guerra (1853-1856) tra la Russia e
l'Impero Ottomano sostenuto da Francia, Inghilterra e Regno di Sardegna. 

La Russia voleva restare talmente agganciata all'Occidente, che lo storico e geografo Vasilij Tatiščev (1686-1750), ai tempi di Pietro il Grande, aveva fissato negli Urali, prolungandosi verso il Mar Caspio, il confine convenzionale tra Europa e Asia. Caterina II affermava che «la Russia è una potenza europea» e che molte delle sue idee politiche erano attinte da testi dell’Illuminismo e dalla cultura classica. La Crimea, da cui erano stati allontanati gli originari tatari, era stata programmata per offrire lo scenario di un giardino ordinato dalla ragione, un paradiso in terra, in cui non solo i “russi” (la stessa imperatrice era una principessa tedesca convertita) ma tutte le popolazioni dovevano poter convivere armoniosamente. 

Eppure l’Occidente considerava la Russia sempre più lontana e... pericolosa! L'Europa aveva paura soprattutto dell'espansionismo russo verso ovest, che si era manifestato già al Congresso di Vienna quando la Russia aveva chiesto il totale controllo della Polonia e gli era stato impedito solo grazie all'opposizione dell'Austria e dell'Inghilterra. Si era poi ripresentato in occasione della guerra di Crimea (1853-56) iniziata dai Russi contro l'Impero Ottomano, ufficialmente per la ripresa di Costantinopoli e dei luoghi santi della Palestina, in realtà per il controllo dei Balcani e l'accesso al Mediterraneo da parte dell'Impero russo, approfittando della decadenza politica e militare dei musulmani. 

Per impedire  che la Russia diventasse una potenza egemone, erano intervenute a sostegno dell'Impero Ottomano la Francia (sostenuta da un corpo di spedizione piemontese) e l'Inghilterra, inviando le loro flotte a difesa di Costantinopoli. L'esito della guerra, agevolato dalla minaccia d'intervento dell'Austria, rimasta neutrale, a fianco degli alleati, impose alla Russia la resa e alcune limitazioni. Lasciò però nel popolo russo la sensazione di aver subito una sorta di abbandono, anzi di «tradimento», da parte di altri Stati cristiani, che avevano preferito per opportunismo allearsi con i loro nemici naturali, i Turchi musulmani, ai danni della «Santa Russia».

Fine dell'unità?

La guerra di Crimea, importante nella storia d'Italia per l'avvicinamento del Piemonte alla Francia in vista delle guerre d'indipendenza, fu anche molto importante per la storia dell'Europa perché, rompendo clamorosamente la Santa Alleanza, aveva reso sempre più improbabile un riavvicinamento tra Oriente e Occidente, a tutto vantaggio dei nazionalismi di una parte e dell'altra. In questo modo si allontanava però sempre più anche l’idea di un’Europa unita. 

Non deve pertanto sorprendere se restarono ammutolite anche (quasi) tutte le voci che in passato la richiamavano in nome di quelle radici cristiane che nel primo millennio erano riuscite a conferirle una certa unità religiosa e culturale all'intera Europa dall'Atlantico agli Urali. Infatti anche le Chiese si erano divise e ancora oggi resta alquanto problematica la loro riunificazione. Tuttavia, i loro richiami all'unità, come si vedrà, riprenderanno presto a farsi sentire.

17 aprile 2024

13. L’Europa nel Settecento e Ottocento

La Rivoluzione francese ha rappresentato l’avvio di grandi cambiamenti che dalla Francia si sono poi estesi, lentamente, all'intera Europa e al mondo. I rivoluzionari miravano soprattutto all'abolizione dei sistemi politici ritenuti oppressivi e alla creazione di nuove società basate sui principi liberali e democratici della cultura umanistico-rinascimentale e illuministica. Il primo obiettivo fu raggiunto quasi ovunque in Europa, dopo il periodo della Restaurazione imposto dalle grandi potenze (Austria, Prussia, Russia, Inghilterra), mentre il secondo obiettivo non può dirsi ancora interamente raggiunto in tutti i Paesi del continente. A rallentare il processo d’integrazione europea sono (stati) soprattutto i nazionalismi (ancora) presenti talvolta in forme subdole specialmente nelle grandi nazioni.

Rivoluzione e Restaurazione

Congresso di Vienna (1815), in un dipinto dell'epoca.
La Rivoluzione francese (1789-1799) aveva messo in luce sia i mali dei regimi monarchici assoluti (Ancien Régime) e dell’organizzazione sociale degli Stati europei basata su vecchi privilegi di origine feudale che la necessità di introdurre nella società i principi di libertà e di democrazia sostenuti da alcuni ambienti filosofici e letterari europei.

Napoleone Bonaparte (1769-1821), imperatore dei francesi, mescolando ambizioni personali e ideali rivoluzionari, aveva cercato di esportare in Europa le nuove idee col sostegno del suo potente esercito, sfidando persino la lontana Russia. Il suo tentativo, com'è noto, naufragò a Waterloo (18.6.1815). Le grandi potenze ripresero il sopravvento e al Congresso di Vienna (1815) imposero in Europa i vecchi regimi (Restaurazione).

Da allora si è assistito in Europa, fino alla seconda guerra mondiale, a una lotta continua tra gli ideali della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità) e le aspirazioni nazionalistiche dei vari Stati europei. Spesso, purtroppo, si trattò non solo di lotte di idee ma anche di lotte fratricide con eserciti sempre più efficienti, potenti e dotati di armi micidiali. Furono milioni gli europei che morirono non tanto per le idee libertarie e democratiche, quanto piuttosto per le ambizioni nazionalistiche.

Europa reazionaria

Il Congresso di Vienna, riunendo per la prima volta tutti gli Stati europei coinvolti dal «disordine» provocato da Napoleone, prese forse una saggia decisione per mettere fine alla guerra e prevenirne possibilmente altre del genere, ma avviò anche un processo di frammentazione e stabilizzazione degli Stati che avrebbe reso estremamente difficile fino ad oggi l’integrazione europea.

Napoleone (1769-1821), di Jacques-Louis David 
Oltre a ridisegnare la carta geopolitica dell’Europa, riducendo i territori di alcuni Stati (specialmente Francia e Polonia), consolidandone altri o ingrandendoli (Russia, Austria, Prussia), il Congresso istituì due nuove alleanze: la Santa Alleanza tra Russia, Austria e Prussia e la Quadruplice Alleanza, costituita dagli Stati precedenti più l’Inghilterra. Esse impegnavano gli Stati aderenti a intervenire con le armi qualora uno di essi avesse avuto difficoltà a reprimere eventuali disordini rivoluzionari e a impedire il contagio di altri Stati.

Nessuna decisione, invece, fu presa per l’abolizione delle monarchie assolute, per l’abolizione della tortura, per il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini attraverso costituzioni liberali e democratiche. Si era ripiombati nell'assolutismo e ogni Stato era libero di adottare al proprio interno gli strumenti (di repressione o di promozione) che riteneva più idonei.

Nazionalismi in azione

Ovviamente non tutti gli Stati usarono arbitrariamente qualsiasi strumento, ma tutti cercarono di rimediare al deficit di «senso dello Stato» o di «patriottismo» con la propaganda, esaltando le virtù della nazione («Primato morale e civile degli Italiani» di Vincenzo Gioberti), costituendo società patriottiche, pubblicando libri atti a commuovere più che a far pensare, diffondendo «miti di fondazione» dell’identità nazionale (Svizzera), ecc.

Fu totalmente assente, in questo periodo sette-ottocentesco, qualunque serio progetto europeistico. Persino l’ecumenismo religioso era inerte. L’ispirazione che aveva cristianizzato tutti i popoli europei si era spenta, l’entusiasmo che aveva animato i flussi dei crociati nella lotta per la liberazione dei luoghi santi o per la difesa dei valori cristiani dal pericolo ottomano era scemato.

Nessuno, forse, si chiedeva allora se ci sarebbe mai stata una ripresa dell’europeismo, se i popoli europei, una volta uniti dalla fede cristiana e dall'esaltazione dell’uomo artefice della propria sorte (faber suae quisque fortunae»), sarebbero stati nuovamente uniti da un profondo senso di appartenenza comune, se il Papato, già promotore di grandi movimenti popolari, avrebbe avuto ancora la forza di mobilitare le masse per promuovere in Europa la concordia e la prosperità comune!

Giovanni Longu
Berna, 17.04.2024

03 aprile 2024

12. Europa divisa in blocchi

Nell'Europa del XVI e XVII secolo, mentre si andava esaurendo la spinta innovativa dell’Umanesimo e del Rinascimento, cominciavano a svilupparsi i particolarismi degli Stati nazionali «sovrani», basati sul diritto delle popolazioni omogenee (specialmente per lingua, religione e cultura) di evolversi autonomamente sul territorio dove abitavano. La Riforma protestante, il nazionalismo, la debolezza del Sacro Romano Impero e della Chiesa favorivano tale tendenza ed escludevano, di fatto, qualsiasi possibilità di unione degli Stati europei. Sembrava tramontare per sempre pure la possibilità, in caso di bisogno, di raggiungere un'unità d’intenti e l’organizzazione necessaria. Inoltre, dopo il «Grande Scisma», Oriente e Occidente evolvevano differentemente e un loro avvicinamento appariva utopistico.

Chiesa in difesa

Europa nel XVI e XVII secolo.
Dopo la vittoria della Cristianità sull'Impero ottomano a Lepanto (1571), la Chiesa di Roma perse il suo ruolo di protagonista nella gestione degli eventi politici europei e nel processo unitario dell’Europa. Lo Scisma d’Oriente (1054), lo Scisma d’Occidente (1378-1418) e la Riforma protestante (1517-1648) avevano limitato radicalmente le possibilità d’intervento del papato nella politica internazionale. Nemmeno le basi cristiane apparivano solide, perché le contestazioni della Chiesa d’Oriente e della Riforma incidevano profondamente non solo sulla dottrina, ma anche sul ruolo del papato e dei vescovi, ormai notevolmente depotenziati nei confronti dell’autorità civile e dell’ordinamento sociale.

Ben diversa si presentava la situazione in Oriente, dove lo zar disponeva di un’autorità incontrastata anche sull'organizzazione ecclesiastica. Dopo la Pace di Augusta (1555), anche i capi di governo occidentali divennero in alcune aree (specialmente nell'Europa settentrionale) determinanti sulla confessione religiosa delle loro popolazioni, ma il loro potere al confronto con quello degli zar di Russia era quasi irrilevante.

Venendo meno il ruolo-guida della Chiesa, in Occidente si affermavano i vari nazionalismi, che portarono alla creazione di grandi Stati (spesso coloniali) o alla formazione di signorie e principati e all'indipendenza di piccoli Stati, come certi Cantoni svizzeri e alcuni Comuni rivieraschi italiani, francesi, spagnoli, germanici. In un’Europa così frammentata, l’idea di un’unione di Stati o di popoli ad ampio raggio sarebbe apparsa utopistica.

Dal canto suo, la Chiesa di Roma pensava a curarsi le ferite e a organizzare le proprie difese contro gli attacchi di riformatori ed eretici, istituendo nel 1542 l’Inquisizione romana, convocando un concilio della Controriforma (Concilio di Trento, svoltosi tra il 1545 e il 1563) e incaricando di difendere la fede cristiana teologi ben preparati e combattivi, soprattutto Domenicani e Gesuiti.

Divario crescente tra Occidente e Oriente

Intanto, mentre nell'Europa occidentale crescevano i particolarismi, in Oriente lo zar poteva decidere persino di far costruire dal nulla una nuova capitale. Inoltre, mentre in Occidente gli Stati erano perennemente in competizione fra loro e alla ricerca di alleanze, compromessi, accordi nel tentativo, spesso vano, di evitare la guerra, ad Oriente l’espansione della Russia in tutte le direzioni era praticamente incontrastata. I tentativi di imporre qualche freno, per esempio da parte dei lituani, dei polacchi o degli ottomani, non avevano effetto.

L’impero russo, sempre più grande e saldamente centralizzato, benché avesse la parte più estesa del suo territorio in Asia, non intendeva perdere l’aggancio all'Europa, essenzialmente per due ragioni: per il fascino e la modernità provenienti in particolare da alcuni Paesi (Italia in primis) e per una sorta di missione religiosa di cui la Russia si sentiva investita.

Lo zar Pietro il Grande e la zarina Caterina II, introducendo l'«europeità» nel loro vasto Impero, attraverso lo splendore rinascimentale della nuova capitale Pietroburgo, in sostituzione di Mosca, intendevano verosimilmente non solo creare una città moderna e bella, ma anche legare l’Impero indissolubilmente all'Occidente, ritenuto simbolo della modernità, in contrapposizione alla Moscovia medievale.

Pietroburgo, inoltre, non doveva essere solo la degna capitale di un grande Impero, ma anche la capitale vivente della Cristianità, riconoscibile già dal nome («città di san Pietro») in continuità ideale con la «prima Roma», capitale dell’Impero Romano, e con la «seconda Roma», madre della Chiesa d’Oriente e sede del patriarcato di Costantinopoli, e antagonista della Roma dei Papi.

Giovanni Longu
Berna, 3.4.2024

27 marzo 2024

11. Divisioni nella Chiesa e in Europa

Con la diffusione del Cristianesimo e della cultura umanistico-rinascimentale in quasi tutte le regioni del continente, dall'Atlantico agli Urali, l’Europa sembrava avviata verso una condizione di grande stabilità e di sviluppo unitario. Due elementi in particolare impedirono questa tendenza: la Riforma protestante e il nazionalismo. Con la prima si ruppe drasticamente non solo l’unità religiosa europea, rappresentata fino ad allora dalla Chiesa di Roma, ma anche una visione unitaria dell’Europa; col secondo elemento si accentuò in maniera pressoché irreversibile (fino ai nostri giorni) la tendenza alla creazione e al rafforzamento degli Stati nazionali. La guerra dei Trent'anni (1618-1648) ne fu una drammatica dimostrazione e la sua conclusione con la Pace di Vestfalia una conferma.

La Riforma protestante

L'Europa frammentata del 1500 ca.

La Riforma protestante (il movimento religioso avviato nel 1517 da Martin Lutero con la pubblicazione di 95 contestazioni di dottrine e pratiche della Chiesa di Roma) non fu la conclusione di dispute teologiche o di una lotta per il controllo del pontificato fra papi e antipapi (come avveniva spesso in passato) e meno ancora la decisione di un monaco agostiniano ribelle (Lutero), ma il risultato di una lunga quanto vana richiesta di rinnovamento nella Chiesa, riguardante sia questioni teologiche che pratiche ritenute in alcuni ambienti religiosi insostenibili e inaccettabili in base alla dottrina e alla morale cristiana.

Le conseguenze della Riforma furono enormi anche al di fuori dell’ambito religioso. Per esempio, essa rappresentò in Europa la rottura di una linea di tendenza che sembrava volta al rafforzamento dell’unità e dello sviluppo comune dei popoli europei, avviato con Carlo Magno e proseguito con i sovrani del Sacro Romano Impero e la conversione al cristianesimo dei popoli slavi. Anche se, probabilmente, più che di una tendenza reale si trattava di un sogno o di un desiderio, abbozzato nel XV secolo dall'umanista italiano Enea Silvio Piccolomini e futuro papa Pio II (1405-1464) nel De Europa del 1458, quell'idea e quel sogno avevano raggiunto un buon livello di realtà attraverso l’adesione di tutti i popoli europei al Cristianesimo, anche se organizzato differentemente in Oriente e in Occidente. La Riforma è stata considerata a lungo come una spaccatura più che nel Cristianesimo nella Cristianità. E siccome per secoli Europa e Cristianità avevano coinciso in larga misura (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2024/03/9-leuropa-umanistica-e-rina.html), la Riforma fu vista da molti come un elemento di rottura forse irrimediabile anche nella fragile Europa.

La Riforma sollevò non pochi problemi anche dal punto di vista «politico», perché le divisioni fra protestanti e cattolici avvenivano non solo fra Stati ma anche all'interno di uno Stato (in Svizzera tra Cantoni cattolici e Cantoni protestanti si sfiorò la guerra civile!). Inoltre, con questa ulteriore divisione (oltre a quelle politiche) l’Europa nel suo insieme finiva per perdere un efficace incentivo all'unità. Infatti, nei secoli, l’unica forza o comunque la principale che era riuscita a compattare tutti o molti Stati per difendere i territori dalla minaccia di avversari temibili (Islam, Impero Ottomano) era stata la religione cristiana. In Europa, per secoli la «civiltà occidentale» è stata la «civiltà cristiana».

Nascita e diffusione dei nazionalismi

Nazionalismi all'opera in una mappa satirica del 1870.
I nazionalismi sono nati dall'enfatizzazione di intellettuali e di governanti delle caratteristiche tipiche dei vari popoli per rafforzare in loro il senso di appartenenza e l’unità nazionale. Raggiungere risultati soddisfacenti in forme statuali non è stato sempre facile e fin dal Cinquecento si scatenarono ovunque lotte per la supremazia, perché molti popoli avevano origini, culture e religioni diverse. La principale conseguenza fu la moltiplicazione degli Stati nazionali con una etnia dominante. La Svizzera fino al 1848 e l’Italia fino al 1861 non facevano eccezione.

La Riforma protestante ha contribuito indirettamente allo sviluppo dei nazionalismi perché l’accentuazione delle specificità dei vari popoli relativizzava l’esigenza dell’unità dei cristiani. Inoltre, benché la Riforma sia avvenuta all'interno della religione cristiana, la separazione da Roma e la negazione del primato religioso del papa, ha finito per rafforzare le capitali dei singoli Stati, soprattutto dopo la Pace di Augusta del 1555, in cui fu stabilito il principio (valido in Germania, ma applicato talvolta anche altrove) del cuius regio eius religio («di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione»), che sanciva l'obbligo per il cittadino di seguire la confessione religiosa del suo sovrano.

In conclusione, per motivi di identità etnico-religioso-culturale, per motivi di dominio e controllo dei propri cittadini (per fini tributari, di reclutamento, ecc.) o altri motivi, il nazionalismo dei singoli Stati finì ben presto per prevalere su ogni altro interesse comune, persino quello della pace. E fu la fine (speriamo provvisoria) dell’idea di un’Europa unita.

Giovanni Longu
Berna 27.3.2024

22 marzo 2024

Elezioni russe: perché ha vinto Vladimir Putin?

Alle recenti elezioni russe ha vinto Vladimir Putin e, forse, non poteva essere altrimenti. Infatti Vladimir non è un nome qualunque, ma il nome di un vincitore divenuto un simbolo (nomen omen, un nome un destino, avrebbero detto i latini), il simbolo della vittoria e della continuità russa. Comunque le si voglia considerare, regolari o falsate, sono un dato di fatto di cui bisogna tener conto, anche in Occidente, perché rispecchiano una tendenza e una continuità più che millenaria. Non si può infatti dimenticare che la nascita della Russia avvenne a Kiev quando il principe Volodymyr, capo di una delle tribù slave che abitavano nella regione, riuscì a costituire un regno chiamato Rus’ di Kiev, confinante a sud con l’Impero bizantino, grazie a una politica e una fede divenute tradizionali in Russia.

La riuscita di Vladimir

Quando sul finire del Novecento alcuni generali cercarono di spodestare l’imperatore di Bisanzio (già Costantinopoli) Basilio II (976-1025), questi chiese rinforzi proprio alla Rus’ di Kiev, che inviò i soccorsi richiesti, pretendendo in cambio la promessa di un’alleanza su base matrimoniale: l’imperatore avrebbe acconsentito al matrimonio di sua sorella Anna Porfirogenita col principe Volodymyr. Nel 988 gli alleati sconfissero i generali ribelli e l’imperatore dovette mantenere le promesse.

Prima del matrimonio, Volodymyr dovette però convertirsi al cristianesimo e farsi battezzare, prendendo il nome slavo-russo di Vladimir. A sua volta, dopo il matrimonio, fece battezzare il suo popolo e da allora Kiev divenne capoluogo di una nuova provincia ecclesiastica (con un metropolita sotto la giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli) e un importante centro di diffusione del cristianesimo tra i popoli slavi, che poteva contare sul sostegno di numerose chiese e monasteri.

Quando Vladimir morì (1015) il suo corpo fu diviso in tante parti per essere distribuite fra le chiese e i monasteri che aveva fondato, ma anche il suo regno andò a pezzi (principati indipendenti). Cercò di raccoglierne l’eredità politica e spirituale dapprima il principato di Vladimir, allora il più esteso (a nord-est della Rus’ di Kiev), con capitale Vladimir (fondata tra il 990 e il 1108), che venne ingrandita e abbellita con chiese, monasteri ed edifici associati (oggi appartenenti al patrimonio mondiale dell’UNESCO). Nel XIII secolo, quando la Rus’ di Kiev fu invasa dai Mongoli, il principato si disgregò in 11 piccoli principati autonomi, uno dei quali era quello di Moscova, la regione attorno a Mosca (originariamente un villaggio di pescatori fondato nel 1147 sulle rive del fiume Moscova).

Da Vladimir a Mosca

Nel XIII-XIV secolo il principato di Moscova si estese fino a comprendere non solo il principato di Vladimir, ma l’intero territorio della Rus’ di Kiev, raccogliendone di fatto l’eredità politica e spirituale. Il suo potere politico era diventato così incontrastato da giungere a patti anche con i Mongoli (i quali riconobbero al principe Ivan I il titolo di Gran Principe di Vladimir nel 1328). Sul terreno religioso, invece, i successi arrivarono più lentamente a causa di difficoltà interne ed esterne alla Chiesa d’Oriente dopo il Grande Scisma del 1054, che aveva sancito la separazione dalla Chiesa di Roma.

Data l’importanza crescente della Russia, nel 1448 la chiesa russa decise di separarsi dal Patriarcato di Costantinopoli. Nel 1453, quando Costantinopoli fu presa dai musulmani Ottomani, per la chiesa russa sembravano aprirsi nuove prospettive. Le ambizioni cominciarono a diventare realtà nel 1547 quando il Granducato di Mosca divenne Regno russo e Ivan IV assunse il titolo di zar. Nel 1589 la sede ecclesiastica di Mosca fu elevata a patriarcato alla pari, di fatto, degli altri quattro patriarcati della Chiesa ortodossa (Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme).

A quel punto Mosca poteva ambire a diventare una grande capitale, corrispondente al prestigio e all'importanza che il Regno stava acquistando nel mondo. Tra le prime costruzioni della nuova capitale, che nelle intenzioni dello zar doveva diventare per prestigio e importanza la «terza Roma», va ricordata la cattedrale di San Basilio sulla Piazza Rossa (1555-1561), con lo stile inconfondibile di molte chiese russe con evidenti influenze dell’architettura bizantina.

Più tardi, con lo zar Pietro il Grande (1672-1725), la capitale fu trasferita in una città nuova di zecca, San Pietroburgo, edificata e abbellita secondo i modelli più accreditati dell’Occidente. Mosca perse prestigio, ma conservò sempre una certa vivacità, diventando un importante centro commerciale e industriale. All'inizio del secolo scorso fu investita dalla rivoluzione russa seguita dalla guerra civile che provocò gravi danni alla città. Nel 1918 la capitale fu nuovamente riportata a Mosca, ma solo dopo la guerra civile (1921) si riprese completamente dallo sfacelo. I moscoviti riebbero la «loro» città, che amavano più di San Pietroburgo, benché meno bella, perché più corrispondente al sentimento «slavo» e alla coscienza religiosa del popolo. Per molti credenti Mosca era rimasta la «città santa», la più vicina alla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse di san Giovanni, tanto da chiamare la cattedrale di San Basilio anche Ierusalim.

L’attualità nella continuità

Vladimir I, alleandosi con l’impero bizantino e convertendosi al cristianesimo, allora le due forze che reggevano il mondo, «riuscì a fondere in un solo popolo tutte le sue tribù e introdusse la Russia intera nella famiglia dei popoli europei. Da quel momento la Russia [Rus’ di Kiev] non era più un paese barbarico» (Bonanate M. 1988). Per essere riconosciuta un grande Paese, la Rus’ di Kiev aveva avuto bisogno di una capitale rappresentativa, una «città santa» in grado di esprimere contemporaneamente il potere terreno e il potere spirituale, come era avvenuto con Kiev, poi con Vladimir e ora con Mosca.

Vladimir Putin, vincitore assoluto delle elezioni 2024
A Vladimir si sono ispirati, chi più chi meno, tutti i suoi successori al vertice della Russia, utilizzando soprattutto due leve: la coesione del popolo russo (impresa tutt'altro che facile, data la varietà delle popolazioni che lo compongono) alimentata anche da un forte sentimento religioso e i rapporti di buon vicinato con i Paesi vicini. Anche Vladimir Putin, nelle ultime elezioni, ha fatto leva soprattutto sulla coesione e il sostegno del popolo russo, non potendo far leva sui rapporti di buon vicinato praticamente con tutti i Paesi occidentali.

Per capire la portata delle recenti elezioni russe bisognerebbe tener presente la tradizione politica russa, che ha sempre considerato il «popolo russo» non come una somma di etnie diverse, ma come un’unica entità, da tenere unita e da difendere a qualunque prezzo, dovunque si trovasse. Come avrebbe reagito chiunque avesse avuto il potere di Vladimir Putin se avesse avuto la convinzione che propri concittadini fossero stati privati di diritti fondamentali?

E siccome in Russia tra potere politico e potere religioso non c’è vera separazione ma piuttosto sovrapposizione, bisognerebbe tener conto anche del fatto che pure per la chiesa russa non esiste separazione tra i russi che stanno in Russia e i russi che ne stanno fuori, dunque, per esempio, tra Russia e Ucraina. «Per questo, nel 2018, quando il patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha riconosciuto l’autonomia alla Chiesa ortodossa nazionale dell’Ucraina, con la nascita del patriarcato di Kiev, Mosca ha rotto qualsiasi relazione con entrambi, catalogando la nuova conformazione ucraina come “scismatica”» (Mattonai P. 2022).

Considerazioni finali

Il patriarca Kirill per una pace russa!
Ci si può rammaricare che la nostalgia della Russia imperiale sia ancora presente sia in Kirill che in Putin e sulla base di questo mito facciano scelte e compiano azioni ispirate a una forma di nazionalismo inaccettabile, ma non va dimenticato che dello stesso mito si sono nutrite generazioni di russi. Non si tratta di giustificare l’annessione della Crimea o l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, ma di spiegarle, ricordando, come ha fatto recentemente la rivista Limes, che «per la Russia il futuro è il passato».

Non ci si dovrebbe dunque meravigliare se Putin abbia stravinto le elezioni presidenziali del 2024 e tantomeno non accettare l’esito elettorale, perché esso corrisponde in larga misura al sentimento nazionale (nazionalistico?) dei russi. L’esito non piace? Putin non piace? Bisogna farsene una ragione, perché questo è il mondo russo, piaccia o non piaccia, e non saranno certamente le sanzioni, le esclusioni o, peggio ancora, una guerra ad oltranza a far cambiare idea e sentimenti a generazioni di russi.

A noi occidentali Putin può non piacere, anzi non piace affatto; ma non per questo dovrebbe non piacere nemmeno ai russi. Nella storia russa ci fu uno zar, Ivan IV, che il popolo aveva soprannominato «Il terribile». A noi potrebbe sembrare che il popolo dovesse odiarlo, ma non lo odiava affatto, anzi gli era devoto perché era «terribile» nei confronti dei «boiardi», i grandi burocrati (oggi diremmo i grandi oligarchi), perché spesso non agivano nell'interesse del popolo.

Non credo che di Putin si possa dire la stessa cosa, ma non dovrebbe essere il suo popolo a deciderlo? E se il popolo lo ha in qualche modo premiato per il suo modo di agire risoluto, perché non prenderne atto? A meno che si preferisca pensare che la stragrande maggioranza del popolo russo sia stata turlupinata dalla propaganda ingannevole di Putin o costretta a votare sotto minacce o, peggio ancora, che i russi siano incapaci d’intendere e di volere!

Domande fondamentali

Papa Francesco, da anni invoca la pace!
Ma, posto pure che il popolo russo abbia sbagliato a votare Putin, non sono forse legittime le domande seguenti?
1. Per rimediare al presunto errore bisogna continuare ad alimentare l’odio, proseguire una guerra micidiale e distruttiva, incoraggiare la produzione di armamenti che dilapidano i risparmi dei popoli coinvolti, sostenere partiti ottocenteschi nazionalisti?
2. Davvero non è possibile trattare su un assetto territoriale rispettoso degli abitanti, sui vantaggi della pace e della collaborazione, sul «rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione» (art. 1 della Statuto ONU)?
3. Ci si rende conto che sul fronte muoiono ogni giorno giovani (e sono già tanti, troppi!) a cui qualcuno ha negato il diritto di vivere, di crescere, di farsi una famiglia?
4. Come si pensa di colmare i vuoti che lasciano i giovani «eroi» morti in guerra (o piuttosto giustiziati senza processo e senza colpa!) nelle loro famiglie e nella società?
5. Non sarebbe enormemente più ragionevole e vantaggioso seguire il disinteressato consiglio del Papa (https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2024/03/papa-francesco-per-un-negoziato-contro.html) di far cessare subito le armi e sedersi attorno a un tavolo per almeno provare a trattare, a dialogare, a cercare utili compromessi per tutte le parti in causa? 

Giovanni Longu
Berna 21.03.2024