23 gennaio 2013

Quando la Svizzera chiamò i lavoratori italiani (Prima parte)


Il tema dell’immigrazione in Svizzera è sempre di attualità perché il fenomeno è tutt’altro che esaurito, anche in provenienza dall’Italia, e per i suoi risvolti molto complessi nell’economia, nella vita sociale e nella politica di questo Paese. Basti pensare alle problematiche riguardanti l’invecchiamento degli immigrati di prima generazione, l’integrazione ed eventuale naturalizzazione delle seconde e terze generazioni, i flussi di migliaia di frontalieri in alcune regioni di confine, le nuove immigrazioni, la libera circolazione delle persone in seguito agli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea, ecc.
Data questa complessità e le numerose implicazioni del fenomeno migratorio, è facile capire come attorno ad esso esistano e spesso si scontrino opinioni e visioni diverse. Non è una novità introdotta nella discussione politica svizzera dalla comparsa della Lega dei ticinesi o dell’Unione democratica di centro. I conflitti ideologici sull'immigrazione ci sono sempre stati, addirittura prima ancora che cominciasse le sue battaglie antistranieri l’Azione nazionale di J. Schwarzenbach negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. E’ in quegli anni, tuttavia, che il tema dell’immigrazione divenne uno dei punti più caldi della discussione politica.

Svizzera, Paese d’immigrazione
Al centro della discussione, oltre a tutta una serie di problemi legati alla presenza di centinaia di migliaia di stranieri, per lo più italiani, c’era la questione se la Svizzera dovesse considerarsi un Paese d’immigrazione oppure no. Per molto tempo la risposta è stata a grande maggioranza negativa, fino a quando ci si rese definitivamente conto che la Svizzera era diventata a tutti gli effetti un Paese d’immigrazione perché l’economia e il benessere sociale senza l’apporto della manodopera estera non sarebbero progrediti.
Questa presa di coscienza non provocò nell'immediato alcun cambiamento nella politica svizzera d’immigrazione e tanto meno una liberalizzazione degli ingressi di stranieri per motivi di lavoro, ma diede l’avvio a un ripensamento generale dell’intera politica degli stranieri, con un particolare riguardo ai problemi familiari degli immigrati e alle esigenze d’integrazione soprattutto delle seconde generazioni.
Il processo di cambiamento fu lento ma irreversibile. Gli effetti cominciarono a farsi sentire solo dalla seconda metà degli anni ’70, quando la politica d’integrazione delle seconde generazioni introdusse anche nella considerazione degli immigrati di prima generazione un cambio di mentalità importante, che indusse fra l’altro un numero crescente di stranieri ad acquisire la nazionalità svizzera e a stabilirsi definitivamente in questo Paese.
Può essere interessante ripercorrere alcune tappe importanti della situazione migratoria del secondo dopoguerra, che coinvolse soprattutto centinaia di migliaia di italiani.

Tra le due guerre mondiali
Occorre tuttavia ricordare anzitutto che con lo scoppio della prima guerra mondiale e la chiusura delle frontiere con la Svizzera, Paese neutrale, l’immigrazione non o poco controllata dall’Italia (in virtù di un accordo risalente al 1868) cessò praticamente in forma definitiva. Infatti, dalla fine della guerra, con la riapertura delle frontiere, l’immigrazione fu sottoposta a stretto controllo ad opera della Polizia degli stranieri, istituita nel 1917. Uno dei motivi dei rigidi controlli alla frontiera era quello di evitare che tentassero di entrare in Svizzera insieme alle persone con le carte in regola anche disertori, anarchici, bolscevichi e persino delinquenti comuni. In realtà si voleva anche esercitare un controllo sugli immigrati regolari per evitare che il loro numero crescesse a dismisura, com'era avvenuto alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, provocando la paura dell’«inforestierimento» (Überfremdung).
Nonostante che nel frattempo la situazione si fosse in gran parte normalizzata e la proporzione di stranieri sulla popolazione totale si fosse notevolmente ridotta (dal 14,7 del 1914 all’8,7% del 1930), tanto da consentire l’abolizione del visto d’ingresso per gran parte dei cittadini europei (1929), il sistema dei controlli della Polizia degli stranieri non si attenuò.

La legge federale sugli stranieri
Nel 1931 venne addirittura approvata la Legge federale concernente la dimora e il domicilio degli stranieri (LDDS), che aveva come obiettivo principale la lotta all’«inforestierimento».
Il raggiungimento di questo obiettivo condizionava non solo le modalità d’ingresso in Svizzera degli stranieri, ma anche le ragioni del loro ingresso. Da questo momento, infatti, l’autorizzazione del soggiorno fu vincolata all’ottenimento di un permesso di lavoro e alla capacità di accoglienza del Paese. Non bastava quindi un permesso di lavoro, ma anche l’autorizzazione della Polizia degli stranieri, che divenne in tal modo l’organo esecutivo delle disposizioni federali in materia di soggiorno degli stranieri.
Ricordando gli obiettivi della LDDS negli anni Sessanta, il Consiglio federale ammise che quella legge «era destinata ad adempiere una duplice funzione: da un lato impedire ad individui «indesiderabili» di entrare e rimanere in Svizzera, dall’altro permettere alle autorità federali di esercitare un influsso regolatore sul mercato del lavoro e prevenire l’inforestierimento».
Questo potere della Confederazione, esercitato fino ad allora prevalentemente dai Cantoni, è stato considerato a giusta ragione dallo storico Mauro Cerutti una «novità fondamentale del secondo dopoguerra» perché prevedeva per la prima volta «l’intervento diretto dello Stato svizzero per sollecitare, poi regolare e infine limitare l'afflusso di lavoratori italiani». Il fatto che qui si parli di «italiani» è dovuto al fatto che in quel periodo «gli immigrati» erano nella stragrande maggioranza italiani.

Condizioni per l’ingresso e il soggiorno
Quando in certe pubblicazioni e discussioni di oggi si lascia intendere che nel secondo dopoguerra le porte dell’immigrazione si siano aperte a un flusso praticamente ininterrotto di stranieri «venuti qui per cercare lavoro», come se la Svizzera avesse adottato improvvisamente un atteggiamento più accogliente o addirittura benevolo nei confronti di popolazioni ridotte dalla guerra quasi alla fame, si ignorano le norme molto restrittive che le autorità federali applicavano proprio in quel periodo per «regolare» gli ingressi per motivi di lavoro e si ignorano i fatti.
Si ignora anche che quella legge, sebbene più volte ritoccata, ma rimasta fondamentalmente invariata fino al 2007, ha costituito la base giuridica non solo per la lotta contro l’«inforestierimento», ma anche per l’intera politica svizzera nei confronti degli stranieri fino all'entrata in vigore degli accordi bilaterali con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone (2002) e della nuova legge sugli stranieri (2008).
La legge del 1931 non aboliva i trattati internazionali, ma inevitabilmente li limitava. Questi continuavano a regolare il reclutamento e le condizioni iniziali di lavoro, mentre la legge definiva lo statuto del lavoratore immigrato e disciplinava le condizioni del suo soggiorno in Svizzera. Lo spirito degli accordi bilaterali dell’Ottocento e dell’attuale legge sugli stranieri era completamente diverso. Se i primi erano il frutto di una concezione liberale dello Stato, aperto all’ingresso e al domicilio degli stranieri col solo vincolo del rispetto delle leggi e del principio della reciprocità, la nuova legge rispondeva a nuove esigenze di tipo nazionalistico e protezionistico. Queste esigenze sottolineavano inequivocabilmente il primato dell’interesse nazionale su tutti gli altri interessi.

Immigrati a richiesta e precari
In base alle nuova legge, l’ingresso e il soggiorno in Svizzera degli stranieri potevano essere concessi unicamente se risultava un interesse esplicito al loro arrivo e al loro soggiorno. La legge era esplicita (art. 16): «Nelle loro decisioni, le autorità competenti a concedere i permessi terranno conto degli interessi morali, economici del paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera». In altre parole, le nuove ammissioni potevano avvenire unicamente in funzione della situazione del mercato del lavoro, del clima sociale, della situazione degli alloggi, della politica di limitazione del numero di stranieri.
Inoltre, venivano introdotte per la prima volta nella legge due caratteristiche determinanti per la successiva politica federale degli stranieri, la discrezionalità dei permessi e la precarietà. L’art. 4 precisava che «l’autorità decide liberamente, nei limiti delle disposizioni di legge e dei trattati con l’estero, circa la concessione del permesso di dimora o di domicilio, e la tolleranza». Pertanto si stabiliva anche che l’autorità non era obbligata al rinnovo dei permessi, qualora fossero venute meno le condizioni per le quali erano stati rilasciati. L’art. 10 indicava inoltre tutta una serie di casi per cui gli stranieri indesiderati potevano essere espulsi (criminalità, malattia, indigenza, abuso dell’ospitalità con ripetute infrazioni dell’ordine pubblico, ecc.).

Diversità di permessi in funzione dell’economia
Per evitare che un’eccessiva precarietà potesse nuocere all'economia, la legge prevedeva inoltre una diversità di permessi, varianti da quello stagionale di breve durata (denominato Permesso A) a quello di durata indeterminata (Permesso C o di domicilio). Soprattutto il permesso stagionale permetteva di regolare il flusso d’entrata in funzione del mercato del lavoro, che poteva subire forti variazioni nel tempo e nello spazio.
La nuova legge rafforzava pertanto i dispositivi di controllo dei migranti sia al momento dell’ammissione che dopo. Anzitutto ogni autorizzazione doveva essere preceduta dall’approvazione della polizia federale degli stranieri (art. 18 cpv. 3) e poi ogni Cantone doveva disporre di una polizia degli stranieri a cui doveva essere comunicata ogni decisione riguardante qualsiasi permesso di soggiorno, di domicilio o di tolleranza come pure di espulsione (cfr. art. 15, cpv. 2).
Non bisogna perdere di vista che gli stranieri maggiormente interessati dalla nuova legge erano gli italiani. (Continua sul prossimo numero)
Giovanni Longu
Berna, 23.1.2013

16 gennaio 2013

La Svizzera isola felice?


Per l’insieme degli Stati dell’Unione europea (UE) il 2012 si è concluso con una leggera ventata di ottimismo, ma molti Paesi dovranno ancora attendere prima di uscire definitivamente dal tunnel della crisi. Per questi, Italia compresa, il periodo dell’austerità non è affatto finito.
La Svizzera è certamente uno dei Paesi europei che ha meno sofferto della crisi e i principali indicatori lo dimostrano. Eppure anche per essa, secondo molti osservatori, il 2012 è stato un anno difficile. Ma non per ragioni interne, bensì per le conseguenze della crisi internazionale.

L’inquietante panorama europeo
Il maggiore quotidiano svizzero in lingua italiana, il Corriere del Ticino, a fine anno ha sintetizzato la retrospettiva 2012 in un articolo intitolato: «Quella piccola isola elvetica fra i marosi della crisi europea». E’ interessante riportare alcuni passaggi, che esprimono bene un sentimento assai diffuso nell'opinione pubblica: «La Svizzera si è trovata alle prese con un’Europa che appare vieppiù insofferente e ostile nei suoi confronti, sotto il peso di un indebitamento mostruoso e alla disperata ricerca di ogni possibile fonte di introito fiscale. Nonché di capri espiatori verso cui dirottare l’attenzione e allentare almeno un po’ la pressione sui governi, costretti ad una politica di risanamento, non solo impopolare, ma semplicemente devastante per larghe fasce dei loro cittadini. Un vero dramma, all'origine del quale non si trova sicuramente il segreto bancario elvetico».
«Eppure – proseguiva l’articolo – nel mezzo di questo inquietante panorama europeo, proprio quel piccolo Paese tanto preso di mira (e troppo poco a esempio) si presenta ancora una volta come un’isola di stabilità. Con un indebitamento contenuto, un’industria performante, un sistema politico ben lungi dall'essere perfetto ma comunque in grado di assicurare continuità ad un modello meno ambizioso di altri, ma sicuramente più democratico e che ha dato nel tempo prove tangibili della sua solidità. Una realtà cui non pochi (sicuramente più di quanti sembrano a prima vista) guardano anche dai Paesi vicini con rispetto e interesse. Chiedendosi se forse non sia il caso di trarre ispirazione dalla sue modeste ma collaudate istituzioni per riconfigurare un progetto europeo ben più ambizioso nelle intenzioni ma anche assai più incerto nel suo divenire…».

Rapporti tesi con i Paesi vicini
Quanto sia diffusa l’opinione di una Svizzera benestante sotto attacco di un’Europa in grave difficoltà lo dimostrano da una parte i rapporti non certo ottimi con i Paesi vicini e dall'altra le numerose prese di posizione di autorevoli commentatori e personalità politiche sulla necessità di non indebolire «la posizione della Svizzera nella guerra economica in atto».
Sono noti in proposito i dissapori con la Francia, dopo che il presidente François Hollande ha dichiarato di non voler trattare su qualunque progetto di accordo fiscale che rassomigli a un’amnistia fiscale e ha deciso di adottare misure severe nei confronti dei cosiddetti «esiliati» fiscali in Svizzera.
Nei confronti della Germania, dopo la bocciatura dell’accordo fiscale già sottoscritto da entrambi i governi, la Svizzera ha fatto sapere che non vi potrà essere un altro negoziato sulla stessa materia. La ministra delle finanze svizzera Widmer-Schlumpf, pur essendo disposta a qualche concessione, difende il sistema fiscale elvetico e il segreto bancario che vi sta alla base, mentre sembra escludere lo scambio automatico di informazioni bancarie richiesto dall’UE.
Nei confronti dell’Italia i rapporti in questo momento appaiono meno tesi, visto che il negoziato fiscale prosegue, ma non credo che il presidente della Confederazione possa ripetere le parole del suo predecessore Forrer, quando cento anni fa, alla fine del 1912, dichiarò che le relazioni con l’Italia erano ottime e cordiali. Potrà dire solo che i rapporti sono in progressione e che spera di giungere quanto prima a una conclusione soddisfacente per entrambe le parti di tutti i negoziati aperti.

Una Svizzera «sicura di sé»
Ueli Maurer, Presidente
 della Confederazione 2013
In una serie d’interventi del neopresidente della Confederazione per il 2013 Ueli Maurer mi sembra ben riassunto un atteggiamento che se non fa l’unanimità degli svizzeri raccoglie sicuramente moltissimi consensi.
In un’intervista al Corriere del Ticino del mese scorso, ad esempio, dopo aver ricordato la necessità della coesione nazionale secondo il motto «uno per tutti, tutti per uno», ha detto chiaro e tondo che nei rapporti con l’UE non c’è altro che la via bilaterale («tutto il resto è escluso»), richiamando anche la condizione fondamentale: «da questa via bilaterale la Svizzera deve ricevere come minimo quanto dà. E’ la condizione principale, e tutti gli accordi dovrebbero tenerne conto, tuttavia purtroppo non è sempre il caso».
Per maggiore chiarezza, il neopresidente faceva questo esempio nell'ambito del traffico: «se davvero vogliamo costruire per gli italiani gli accessi ad AlpTransit che ci hanno promesso da anni, allora dobbiamo anche richiedere qualcosa in cambio. La Svizzera deve essere cosciente di quanto vale». E poi, restando nel tema delle comunicazioni, ha insistito ricordando che se la Svizzera ha bisogno dell’UE, anche l’UE ha bisogno della Svizzera, ad esempio, se vuole raggiungere l’Italia attraverso il Ticino, o raggiungere la Germania partendo dall'Italia.
Ueli Maurer ha poi dato un carattere per così dire di ufficialità nazionale alle sue idee nel corso del discorso di Capodanno: «La Svizzera deve presentarsi "sicura di sé, cosciente di essere uno stato forte": essa è un fattore essenziale per la stabilità in Europa, grazie alla sua moneta solida, ai suoi investimenti sul continente, agli impieghi che offre ai cittadini europei e alla sua posizione centrale per i trasporti. La Svizzera - ha aggiunto il neopresidente - ha fatto molto per l'Europa, costruendo per esempio la galleria ferroviaria di base del San Gottardo; l'UE, invece, non ha fatto niente per quanto riguarda le vie d'accesso alle nuove trasversali alpine. Nei negoziati internazionali si tratta sempre di dare e di ricevere, non è il caso di cedere ogni volta di fronte a una forte pressione, "se si cede sempre, ci si dichiara vinti"».

La via bilaterale: «dare e avere»
Non c’è dubbio che in questo momento di grazia per la Svizzera («il miglior posto al mondo per nascere», secondo una classifica internazionale stilata dalla rivista Economist per il 2013) e di grande debolezza strutturale e finanziaria per l’UE alzare i toni non giova né all'una né all'altra parte, per cui la via del dialogo è obbligata. Del resto, recentemente anche l’UE ha mostrato una maggiore disponibilità al dialogo. 
Widmer-Schlumpf e José Manuel Barroso
In un incontro tra il presidente della Commissione dell’Unione europea José Manuel Barroso e la ministra elvetica Widmer-Schlumpf sembra si siamo poste le premesse per i prossimi negoziati partendo dagli accordi bilaterali esistenti. Si dovrebbe giungere (quando non si sa) ad un accordo quadro di tutti gli accordi esistenti e futuri e all'istituzione di un'istanza internazionale di controllo.
Molti svizzeri sono convinti che la Svizzera deve «tener duro» nel difendere i suoi ideali e le sue istituzioni (compreso il segreto bancario, insieme al federalismo, alla neutralità, all'indipendenza e quant'altro). Altri, invece, non si nascondono le difficoltà che un piccolo Paese come la Svizzera, per quanto solido e florido, dovrà affrontare nei confronti di un colosso come l’UE, soprattutto se la moneta unica europea si rafforzerà e gli Stati meno virtuosi riusciranno a mettere in campo misure efficaci per risanare il micidiale debito pubblico.
Purtroppo il futuro dell’UE e degli Stati uniti d’Europa dipenderà da quel «se». Nel corso dell’anno dovremmo saperne di più, osservando la tenuta dell’euro (confrontando le voci più pessimistiche con quelle più ottimistiche), l’andamento dello spread, il controllo delle finanze pubbliche, l’evoluzione dell’occupazione e della disoccupazione e anche le prime mosse del prossimo governo italiano.
A questo punto mi viene spontanea, come si usa dire, una domanda: sarebbe tutto più facile se di questa UE, nel bene e nel male, facesse parte anche la Svizzera, magari con uno statuto speciale per salvaguardare le sue prerogative storiche, culturali e istituzionali essenziali? Ebbene, la mia risposta è senz’altro sì.

Compromessi «utili»
E’ vero che, come scriveva il giornalista Marc-Andre Miserez su Swissinfo.ch qualche mese fa («Svizzera-UE: una vecchia coppia che non vuole sposarsi», in questo momento «l’Europa non è più attraente. Con la crisi del debito, il crollo della moneta unica, i Paesi del sud sull'orlo del fallimento, i piani d’austerità e una disoccupazione alle stelle, l’UE versione 2012 non ha più molti argomenti per sedurre la Svizzera, rimasta un’isola di prosperità relativa in mezzo alla tormenta…».
Eppure Svizzera e UE hanno moltissime cose in comune. Tanto varrebbe metterle davvero in comune per la buona e cattiva sorte, ben sapendo che la sorte, come la felicità, è mutevole. Ma se anche di comunione dei beni e di matrimonio proprio non vogliono nemmeno sentir parlare, è urgente che entrambe le parti trovino nel dialogo quei compromessi che sono spesso più utili di quella rigidezza di principi astratti che non porta alcun beneficio concreto.
Giovanni Longu
Berna 16.1.2013


Ueli Maurer, Presidente della Confederazione 2013


Rapporti bilaterali Svizzera-UE

02 gennaio 2013

La Svizzera e gli Stati uniti d’Europa


Si è appena chiuso un anno che ha messo a dura prova la capacità di resistenza di molte economie nazionali europee. La crisi finanziaria, la speculazione internazionale, la debolezza dell’euro, la fragilità di alcuni governi e il commissariamento di altri, la crescita della disoccupazione e dell’indigenza hanno messo in evidenza non solo la fragilità dei vari sistemi nazionali, ma anche la debolezza strutturale dell’Unione Europea (UE).
I Paesi maggiormente colpiti dalla crisi (Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia, Italia, ma anche Francia) hanno messo in luce come l’UE, lungi dall’essere una vera «unione», altro non sia che un’aggregazione di Stati disuguali e disuniti con una vistosa distanza tra gli Stati del Nord e quelli del Sud. Basta leggere i risultati dei principali indicatori socioeconomici dei vari Paesi per il 2012: prodotto interno lordo, debito pubblico, disoccupazione (con particolare attenzione alla disoccupazione giovanile), livello d’imposizione fiscale, reddito disponibile delle famiglie, ecc.
Un quotidiano ticinese, nelle pagine economiche delle scorse settimane conteneva titoli di questo tenore: Francia: record di disoccupati, sono oltre tre milioni; nel terzo trimestre calo del potere d’acquisto delle famiglie. Italia: per le imprese il futuro è nero; disoccupazione ai massimi storici; ripresa dell’economia solo nella seconda metà del 2013; molti italiani, spesso laureati, scelgono la Svizzera come patria di adozione. Grecia: istituti greci in sofferenza; fa capolino l’ottimismo. Germania: «Il PIL tedesco salirà anche il prossimo anno» (assicurazione del ministro tedesco delle finanze Schäuble); acquisti di Natale: giro d’affari record. Unione europea: alle banche aiuti per 1.616 miliardi di euro di aiuti pubblici (principali beneficiari: banche di Gran Bretagna, Irlanda e Germania); crescita dei movimenti populisti in tutta l’Europa, ecc.

Svizzera meglio della zona euro
Quanto basta per tenere alla larga da un’eventuale adesione la Svizzera, che al confronto, anche nell'anno appena trascorso presentava una pagella con le principali voci tutte in attivo: PIL in crescita, soprattutto al confronto col resto d’Europa; «L’economia interna continua a crescere e non risente della crisi europea»; buona tenuta dei consumi; eccedenza nella bilancia dei pagamenti; nel 2012 borsa svizzera positiva con un guadagno di quasi il 20%, ecc. Nei rapporti con l’Unione europea, la maggioranza del popolo, del parlamento e del governo preferisce di gran lunga la via maestra degli accordi bilaterali. Un’eventuale proposta di adesione, secondo tutti i sondaggi, sarebbe in questo momento nettamente respinta.
In occasione del ventennale del rifiuto del popolo svizzero di aderire allo Spazio Economico Europeo (SEE), nessuno svizzero, credo, ha mostrato segni di rimpianto. Molti, soprattutto le destre, hanno anzi festeggiato quel rifiuto, che non ha portato alcuno di quegli svantaggi che i fautori dell’adesione prevedevano se non si fosse entrati nello SEE, anzi ha contribuito a risparmiare alla Svizzera gran parte dei disagi che hanno subito molti Paesi dell’UE.

Quale futuro per l’Europa?
Soprattutto la situazione italiana, estremamente ingarbugliata e difficile da interpretare sia prima che durante il governo Monti, ha messo in luce non solo le numerose criticità tipiche italiane, dal sistema istituzionale al degrado dei partiti, dal dissesto idrogeologico al disservizio della pubblica amministrazione, dalla diffusione dell’illegalità all’assenza d’innovazione, ecc., ma anche il complicato rapporto tra lo Stato nazionale e l’UE. Mai come nell’anno appena trascorso si è sentito parlare di imposizione, commissariamento, diktat da parte dei «poteri forti» e dei burocrati europei. E mai come nel 2012 si è parlato dell’euro come di una moneta malata e a rischio di scomparire come moneta unica dell’UE. I rischi di uscita dalla zona euro sono stati prospettati sia per i Paesi deboli sia per quelli forti.
Ora che si comincia a intravedere la luce all’uscita del mitico tunnel, persino in Grecia, molti intellettuali e politici s’interrogano sul futuro dell’UE, visto che non è stata in grado di superare la crisi economica e finanziaria se non a costi sociali elevatissimi. E’ unanime tuttavia la consapevolezza che l’Unione europea deve rafforzarsi dotandosi di nuovi strumenti più efficaci ma allo stesso tempo più democratici.

Verso gli «Stati uniti d’Europa»
Viviane Reding
Non credo che esistano soluzioni facili, soprattutto a breve termine, neppure dotando di poteri speciali la Banca centrale europea (BCE). Ritengo invece che l’unica vera soluzione, da raggiungere inevitabilmente a tappe, si avrà solo quando l’Unione si trasformerà in «Stati uniti d’Europa». Ritengo altresì, anche alla luce delle ultime crisi e di quelle ancora possibili a causa del forte indebitamento di alcuni Paesi e allo squilibrio di molte economie nazionali, che la strada verso lo Stato federale debba essere intrapresa senza indugi.
In una recente intervista, Viviane Reding, vicepresidente della Commissione europea ha detto che «il progetto “Stati Uniti d’Europa” è l’unico antidoto a questa crisi». E a proposito di questo progetto ritiene che «per un’Europa federale sono possibili più modelli: un’“Europa alla svizzera”, una “Bundesrepublik Europa” oppure gli “Stati Uniti d’Europa”. Dopo matura riflessione ritengo quest’ultimo modello il più condivisibile, ma anche quello che definisce in modo più appropriato la struttura definitiva cui l’Unione europea aspira».
Concordo pienamente sul modello degli «Stati uniti d’Europa», ma non conosco la differenza rispetto a quello di un’«Europa alla svizzera», che è sempre stato considerato un riferimento fondamentale da tutti i principali movimenti federalisti europei. Di più, la Svizzera stessa si è riconosciuta almeno da un secolo a questa parte, possibile modello del futuro Stato federale europeo.

I pionieri
L’idea degli Stati uniti d’Europa è ultracentenaria, risalente addirittura al XV e XVI secolo. Allora quell'idea era pura teoria. Fu solo dopo la Rivoluzione francese che cominciò a calarsi nella realtà di un’Europa lacerata da contrasti e da guerre e che invece avrebbe potuto vivere in pace e prosperare se i vari Stati si fossero uniti sotto forma di Stati uniti d’Europa.
Giuseppe Mazzini è stato uno dei primi pensatori che maggiormente affrontò la questione del futuro dell’Europa da un punto di vista politico. Per il bene dell’Europa riteneva che una volta sbarazzatasi dei regimi autoritari la soluzione migliore consistesse in una federazione di Stati. Per promuoverla, nel 1834 fondò a Berna la Giovine Europa insieme a 5 polacchi, 5 tedeschi ed altri 6 italiani. L’idea piaceva, ma i tempi non erano maturi per trasformarla in realtà.
Un altro grande visionario degli Stati uniti d’Europa fu Victor Hugo (che usò l’espressione in un celebre discorso del 1849 a Parigi), che s’ispirava agli unici due modelli esistenti, gli Stati Uniti d’America e la Svizzera, in cui Stati originariamente sovrani erano passati a uno Stato dapprima confederale e poi federale e garantivano ai propri cittadini una salda democrazia.
Dal discorso di Victor Hugo del 1849, l’idea degli «Stati uniti d’Europa» ha fatto innumerevoli proseliti, tra cui vanno annoverati sicuramente i preparatori e i realizzatori dell’Unione europea, quali, per citarne solo alcuni, Altiero Spinelli, Winston Churcill, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Robert Schuman.
Il ruolo della Svizzera
In questo movimento di pensiero, si dimentica spesso non solo che uno dei principali modelli ispiratori è sempre stato il federalismo solidale della Svizzera, ma anche che proprio in questo Paese si sono svolte importanti manifestazioni miranti a diffondere e rafforzare il progetto degli Stati uniti d’Europa.
Emilio Bossi (1870-1920)
Fin dagli inizi del Novecento cominciò a diffondersi l’idea di una sorta di Confederazione Europea, sul modello della Svizzera. Già il libero pensatore Emilio Bossi, nel 1906, riteneva che i comuni ideali di libertà e le sue istituzioni democratiche fanno della Svizzera un «primo nucleo di federazione di popoli d’indole e lingua e razza diversa» e «primo passo verso i futuri Stati uniti d’Europa».
Nel 1919, in occasione della discussione parlamentare sull'adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni, nata per volontà delle grandi potenze all'indomani della prima guerra mondiale per evitare in futuro altri conflitti così distruttivi, il ticinese Achille Borella fu uno dei principali sostenitori dell’adesione. Riteneva incompatibile «con la dignità di una nazione, quale la Svizzera, la strana pretesa di volersi creare spettatrice indifferente d'ogni lotta giusta od ingiusta, che, per avventura, sorgesse fra le altre nazioni», tanto più che fin da prima della guerra «si era sempre parlato, specie da noi, degli Stati Uniti d’Europa…».
A Borella diede man forte Otto de Dardel sostenendo a sua volta il dovere della Svizzera di partecipare, insieme a tutte le nazioni democratiche, allo sforzo di avvicinamento «che prelude alla costituzione di questi Stati uniti d’Europa dei quali noi siamo stati l’embrione e la cellula organica».
In Svizzera si continuerà a parlare di Stati uniti d’Europa. Nel 1929, a Ginevra, Aristide Briand a nome del governo francese tenne un discorso in cui auspicava tra gli Stati europei «una sorta di legame federale… senza intaccare la sovranità delle nazioni che entrassero a far parte dell’associazione». Ginevra, Lugano e Zurigo divennero centri importanti del movimento federalista europeo.
Churcill dopo il celebre discorso di Zurigo nel 1946
Cento anni dopo l’auspicio di Victor Hugo, toccò in sorte a uno dei vincitori della seconda guerra mondiale, Winston Churcill, rilanciare l’appello a costituire quanto prima gli Stati uniti d’Europa in un celebre discorso tenuto a Zurigo il 19 settembre 1946: «Tra i vincitori c’è una babele di voci confuse. Tra i vinti il cupo silenzio della disperazione. A ciò sono approdati gli europei divisi in tanti Stati nazionali… e tuttavia esiste un rimedio che se fosse adottato spontaneamente da una grande maggioranza di popoli in numerosi paesi potrebbe, come per miracolo, trasformare interamente la situazione e rendere tutta l’Europa, o almeno la maggior parte di essa, libera e felice come la Svizzera dei nostri giorni… Noi dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa…».

Per un’adesione della Svizzera
Con la Svizzera, il progetto di Stati uniti
d'Europa avanzerebbe notevolmente
Il progetto di Stati uniti d’Europa fatica ad avanzare. Darebbe sicuramente un forte impulso alla sua realizzazione l’adesione convinta e solidale della Svizzera, tanto più che la Confederazione potrebbe benissimo proporsi come modello ampiamente realizzato e assolutamente adottabile a livello europeo. Certamente ne beneficerebbe essa stessa e sicuramente l’Europa che non riesce per troppi veti incrociati e compromessi a superare gli ostacoli, che forse domani saranno ancora maggiori di quelli attuali.
Giovanni Longu
Berna 2.1.2013
  


19 dicembre 2012

Italianità del Ticino e della Svizzera: 10. Osservazioni e suggerimenti conclusivi


L’italianità in Svizzera è non solo un valore costituzionalmente riconosciuto e irrinunciabile, ma anche una realtà diffusa su tutto il territorio nazionale. Eppure è sotto gli occhi di tutti che non sia sufficientemente valorizzata in tutti i suoi aspetti, alcuni dei quali, come l’italiano, addirittura in profonda crisi. Analizzarne le cause e il contesto generale mi è sembrato una condizione prioritaria per poter individuare rimedi e giustificare rivendicazioni adeguate.

Negli articoli precedenti ho cercato di mettere in luce il contesto storico ed evolutivo delle problematiche che ruotano intorno ad alcune espressioni tornate di grande attualità in questi ultimi anni come «italianità», «italofonia», «Svizzera italiana», «rappresentanza italofona» e simili. Ne è risultato che a parte l’espressione «Svizzera italiana», rimasta pressoché immutata nel tempo a causa del suo riferimento a un territorio ben definito, la portata delle altre espressioni ha subito un’evoluzione notevole. Altra costatazione è che la principale spinta a questa evoluzione soprattutto sul piano nazionale è dovuta all'immigrazione italiana.

Chiarezza di concetti e di linguaggio
Tener conto anche nel linguaggio di queste costatazioni è a mio modo di vedere una condizione pregiudiziale per affrontare seriamente qualsiasi discorso e qualsiasi rivendicazione importante riguardante l’italianità della Svizzera.
Negli articoli precedenti ho tentato di apportare alcuni elementi di chiarezza, richiamando ad esempio il contesto storico e la delimitazione geografica del concetto di «Svizzera italiana», ho cercato anche di individuare gli ambiti non coincidenti di validità delle espressioni «lingua nazionale» e «lingua ufficiale» come pure la non equivalenza dei termini «italofonia» e «italianità».
Solo a queste condizioni ritengo possibile superare «vecchi pregiudizi e incomprensioni … tra svizzeri e italiani e soprattutto tra ticinesi e italiani» e raggiungere tra tutti i protagonisti e simpatizzanti dell’italianità un’ampia convergenza di idee, di intenzioni e di azioni per migliorare la situazione e vincere qualche battaglia circa la visibilità e rappresentanza di una delle tre principali culture svizzere.
Anzitutto a livello di linguaggio occorre a mio avviso molta più attenzione di quanta ne sia stata prestata finora, soprattutto quando si rivendicano diritti e non si vuole correre il rischio di essere incompresi o addirittura mal compresi. Mi offrono lo spunto per le osservazione seguenti alcuni resoconti di eventi recenti che hanno avuto un’ampia copertura mediatica.
A scanso di equivoci desidero premettere che provo grande stima per quanti si prodigano in favore dell’italianità e contribuiscono con prese di posizione, manifestazioni, petizioni o rivendicazioni a far crescere nell’opinione pubblica la consapevolezza che la salvaguardia dell’italofonia e dell’italianità è nell’interesse di tutti. Ciò premesso, il mio auspicio è che tanti sforzi non siano privati dei risultati sperati a causa di una vaghezza di linguaggio penalizzante o di obiettivi poco chiari e verosimilmente irraggiungibili.

Tavola rotonda all’USI
Manuele Bertoli
Nel corso di una tavola rotonda tenutasi all’Università della Svizzera italiana (USI) l’8 settembre scorso, il consigliere di Stato Manuele Bertoli ha ricordato molto opportunamente che «l’italiano non è la particolarità di una regione, ma una parte costitutiva del DNA della Svizzera federale» (cito da un resoconto dell’evento). Non altrettanto chiare mi sembrano invece le conclusioni a cui è giunto, per cui l’italiano dovrebbe diventare «davvero la terza lingua ufficiale e la Svizzera italiana non sia penalizzata nella Berna federale». Poiché non credo che s’intenda mettere in dubbio che per la Confederazione l’italiano sia una lingua ufficiale, tanto varrebbe precisare quel che si contesta e quel che si vorrebbe.
Non mi pare meglio definito e realizzabile l’obiettivo suggerito dal prof. Stefano Prandi, ossia l’«elvetizzazione» e l’«internazionalizzazione» dell’italiano, «ovvero la necessità di sottolinearne la dimensione di lingua nazionale e ufficiale…». Resta infatti da vedere come andrebbe fatta questa elvetizzazione e con quali strumenti. Inoltre andrebbe chiarita una volta per tutte la portata dell’espressione «lingua ufficiale», alla luce della Costituzione federale e della legge sulle lingue, soprattutto per non generare aspettative illusorie.

Giornate di Basilea sull’italiano
Sulle problematiche dell’italiano in Svizzera sono state organizzate anche due giornate di studio a Basilea dal 16 al 17 novembre 2012. Ne è risultata una petizione assai generica al Consiglio federale perché prenda «le misure necessarie» per combattere il «lento ma progressivo deprezzamento dell’italiano in Svizzera» in «netta violazione della Costituzione della Confederazione Svizzera ai sensi degli art. 4, 18 e 70 e della nuova Legge federale sulla lingue nazionali». Nulla vien detto, purtroppo, circa le misure concrete che il Consiglio federale dovrebbe prendere e in virtù di quali leggi.
Poiché si è parlato anche dei corsi di lingua e cultura finanziati finora in massima parte dallo Stato italiano (ma non si sa fino a quando), mi sarei aspettato qualche indicazione concreta su quel che dovrebbero fare i Cantoni (e i Comuni) svizzeri per integrarli nell’offerta ordinaria della scolarità obbligatoria, visto che per costituzione e per legge spetta soprattutto ai Cantoni promuovere il plurilinguismo nella scuola. Perché non si cerca di risolvere in via definitiva questo problema fondamentale per l’italofoni e l’italianità?

Forum per l’italiano in Svizzera
Alla fine di novembre è stato costituito a Zurigo il «Forum per l’italiano in Svizzera» su iniziativa del Consiglio di Stato ticinese. Giustamente i media hanno sottolineato l’importanza dell’evento, che ha coinvolto praticamente la quasi totalità dei protagonisti dell’italofonia e ha suscitato grandi speranze. Anche in questo caso ritengo tuttavia fondamentale che per ottenere i risultati sperati si metta in campo una strategia basata sulla chiarezza e sulla concretezza.
Regioni linguistiche della Svizzera (2000)
Leggendo alcuni articoli di stampa e i documenti presentati al Forum ho avuto purtroppo tutt’altra impressione già a partire dall'obiettivo del Forum: «Nel 2020 la Svizzera non dovrà più essere una nazione di fatto bilingue (d/f)». Non è infatti chiaro cosa s’intenda qui per «nazione» (termine sconosciuto alla Costituzione federale). Se s’intende la Svizzera come Paese, l’espressione suona fuorviante perché la Svizzera è sicuramente «plurilingue» e non bilingue, a prescindere dalla diffusione e dall’impiego delle varie lingue. Se invece s’intende la Confederazione come organizzazione politica della Svizzera, quell’espressione sembra alludere al fatto che effettivamente l’amministrazione federale è piuttosto bilingue che trilingue. In questo caso, tuttavia, l’obiettivo del trilinguismo perfetto appare utopistico perché in contrasto con la tendenza alla semplificazione (anche linguistica), all’efficienza e alla sostenibilità dei costi.
Tanto varrebbe, a mio parere, individuare alcuni obiettivi meglio precisati e più realistici, ad esempio nei campi della rappresentanza degli italofoni (e non solo degli «svizzero italiani») nell'amministrazione federale, del promovimento del plurilinguismo (come, dove, con quali mezzi?), dell’offerta dell’italiano nelle scuole obbligatorie e post-obbligatorie, della strategia da adottare per far maturare nella politica e nell'opinione pubblica l’idea della ragionevolezza e dell’opportunità di un italofono in Consiglio federale, ecc.

Intergruppo parlamentare «Italianità»
So che in questa strategia un compito importante è stato assegnato all’intergruppo parlamentare «Italianità», che ha già raccolto molte adesioni. Credo che stia operando bene «per dare visibilità alla Svizzera di cultura italiana, promuovendo attività a favore di questa componente essenziale del Paese». Mi chiedo se, proprio in vista di questi obiettivi, non sarebbe opportuno assegnare una copresidenza o vicepresidenza a un parlamentare non proveniente dalla Svizzera italiana e addirittura aprirsi a gruppi, istituzioni, personalità della società civile, con un’operazione analoga, per fare un esempio storico, a quella compiuta negli anni Settanta del secolo scorso dalla Commissione federale consultiva degli stranieri.

In conclusione
Non credo che esistano ricette risolutive dei problemi che pone lo stato di salute dell’italiano e dell’italianità in Svizzera. Per questo occorre muoversi in varie direzioni, raccogliendo e coordinando tutte le forze disponibili, rivendicando tutto ciò che è rivendicabile in base alla Costituzione, alle leggi e al principio di opportunità, valorizzando ovunque sia possibile la lingua e la cultura italiana e contribuendo ciascuno secondo le proprie capacità a far crescere nell'opinione pubblica la consapevolezza che l’italianità in questo Paese è un bene prezioso e irrinunciabile. (Fine. Il primo articolo di questa serie è apparso il 3.10.2012. Gli altri sono apparsi a ritmo settimanale).
Giovanni Longu
Berna 19.12.2012

12 dicembre 2012

Italianità del Ticino e della Svizzera: 9. I consiglieri federali e l’italianità


Chi conosce anche solo sommariamente la storia e l’organizzazione della Confederazione sa bene che il governo (Consiglio federale) è stato voluto dai costituenti in una posizione nettamente più debole di quella riconosciuta al Parlamento (Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati), quale organo supremo di rappresentanza della volontà del popolo e dei Cantoni svizzeri. Per di più,  il Consiglio federale, titolare del potere esecutivo, è un organo collegiale senza nemmeno un presidente con poteri superiori a quelli degli altri membri del Collegio.
Alla luce di questa impostazione fondamentale, si può ben capire perché il Consiglio federale, nemmeno all’interno dell’amministrazione federale goda di poteri sovrani e tutto sia regolato da leggi, ordinanze e istruzioni varie, che limitano fortemente la discrezionalità dei singoli consiglieri federali a capo dei vari Dipartimenti. Non voglio dire che essi o gli alti dirigenti dell’amministrazione non abbiano poteri decisionali importanti o il potere d’influire sulla nomina dei principali collaboratori, sulla politica del personale in genere, sulla scelta dei progetti e sull’assegnazione delle risorse, ma sicuramente non bisogna esagerarne la portata.

Legittimità della rivendicazione italofona
In questa ottica, l’elezione di un consigliere federale dovrebbe essere depurata da aspettative esagerate. Invece, da sempre attorno ad ogni elezione ruotano molteplici interessi di parte, quali l’appartenenza a questo o quel partito, a questo o quel Cantone, a questo o quell'orientamento (persino religioso, in altri tempi), a questa o quella regione linguistica. Spesso a prevalere non sono gli interessi generali più importanti, ossia quelli indicati nella Costituzione federale, specialmente il criterio dell’appartenenza linguistica e culturale.
Da questo punto di vista trovo legittima la rivendicazione degli italofoni di una rappresentanza italofona in Consiglio federale e la delusione ogniqualvolta viene negata. E’ forse impossibile individuare quali siano le vere ragioni di ogni esclusione, ma una ragione potrebbe essere che non esistono a tutt'oggi regole precise per garantire tale rappresentanza. Sta di fatto che finora, ossia fino a qualche settimana fa, dopo le innumerevoli discussioni che si sono svolte nell'arco di 165 anni, il problema della rappresentanza italofona nel Consiglio federale non è stato ancora risolto.
Eppure basterebbe ripensare alla storia delle elezioni dei consiglieri federali italofoni per capire che esistono ragioni sufficienti per assicurare anche all'italianità visibilità e rappresentanza costanti in Consiglio federale. E’ illuminante soprattutto l’elezione del primo consigliere federale italofono Stefano Franscini.

Perché Franscini?
Anzitutto va ricordato che la prima discussione sul numero dei consiglieri federali si è avuta in seno alla Dieta (l’assemblea dei rappresentanti dei Cantoni) prima della stesura definitiva della prima Costituzione federale (1848). Nella proposta iniziale si parlava di cinque membri, ma la maggioranza dei rappresentanti cantonali decise di aumentarne il numero a sette (e tale è rimasto fino ad oggi). Questo numero, a quanto sembra, fu scelto per motivi di efficienza nei compiti da svolgere e per dare qualche possibilità in più di esprimere un consigliere federale anche ai piccoli Cantoni.
Inoltre è bene ricordare che la Costituzione appena approvata all’art. 109 dichiarava che «le tre lingue principali della Svizzera, la tedesca, la francese e l’italiana sono lingue nazionali della Confederazione», sancendo così la natura plurilingue e pertanto anche pluriculturale della Svizzera e l’uguaglianza delle stesse lingue e relative culture. Di qui la conseguenza, ovvia, di inserire nel primo Consiglio federale almeno un rappresentante di ciascuna componente linguistica e culturale, dunque anche il ticinese Stefano Franscini (1848-1857).
Una prima considerazione su questa elezione è che essa, in quel momento storico, dovette apparire del tutto normale (anche se avvenuta solo al terzo turno di scrutinio con un solo voto oltre il minimo richiesto), perché sarebbe apparsa una sorta d’ingiuria sacrificare in nome della maggioranza tedescofona e francofona la rappresentanza italofona e una violazione palese del plurilinguismo sancito nella Costituzione.
Una seconda considerazione, conseguente alla precedente, mi porta a ritenere del tutto secondario, agli occhi dei parlamentari di allora, il fatto che Franscini fosse «ticinese», rispetto alla sua caratteristica principale di «italofono». Era infatti esclusa una scelta diversa in quanto allora la quasi totalità degli italofoni si concentrava nel Ticino. Certamente non si volle riconoscere (né allora né mai anche in seguito) una sorta di privilegio al Cantone Ticino e, del resto, nemmeno questo, riteneva di avere diritti particolari di rappresentanza. Tanto è vero che alla scadenza del mandato, i ticinesi non rielessero Franscini nel Consiglio nazionale, pur sapendo che questa era la condizione per mantenere il seggio in Consiglio federale. Poté continuare l’opera iniziata a Berna solo grazie all’elezione come deputato del Cantone di Sciaffusa.

Italofoni per interessi nazionali
1° Consiglio federale (1848)
Franscini è stato l’apripista dei consiglieri federali italofoni, ma ha avuto un solo immediato successore, Giovan Battista Pioda (1857-1863). Questi venne eletto certamente per le sue qualità personali, ma anche, probabilmente, per continuare una rappresentanza italofona ritenuta indispensabile in uno Stato che intendeva consolidare la sua fragile identità e coesione nazionale e non da ultimo perché sembrava la personalità più adatta per assicurare buoni rapporti con il vicino Stato nascente italiano. Tanto è vero che una volta lasciato il Consiglio federale, Pioda fu nominato rappresentante della Svizzera presso il Regno d’Italia, incarico che mantenne fino alla sua morte nel 1882.
Indubbiamente a monte sia dell’elezione di Franscini che di Pioda ci stavano interessi nazionali che sopravanzavano di gran lunga qualsiasi interesse particolare: l’interesse a dare del Consiglio federale un’immagine adeguata del Paese reale, che non poteva prescindere né dalla sua composizione interna plurietnica, plurilinguistica e pluriculturale né dalla necessità di coltivare buoni rapporti con i grandi Paesi confinanti, dei quali si condivideva in buona parte la lingua e la cultura.

Discontinuità dopo Pioda
Purtroppo a Pioda non seguì nessun altro italofono fino al 1911, quando venne eletto Giuseppe Motta (1911-1940). Difficile spiegare come mai, per così tanto tempo, la maggioranza parlamentare, in rappresentanza della maggioranza del popolo svizzero, non ritenne indispensabile la rappresentanza italofona. Invano a più riprese tra il 1870 e il 1874, nel 1892, 1899 e 1909 si discusse nelle Camere federali circa la necessità o l’opportunità di aprire la porta del Consiglio federale a un italofono, eventualmente ampliando il numero dei consiglieri federali.
E’ interessante osservare che in tutta la storia dei dibattiti parlamentari in cui si trattò della questione della rappresentanza italofona, soprattutto in occasione di proposte di revisione della composizione del Consiglio federale (praticamente dal 1913 ad oggi), non mi è mai capitato di trovare un solo intervento da cui si possa ricavare che la lingua e la cultura italiane in questo Paese per importanza o dignità siano ritenute secondarie.
Evidentemente le ragioni dell’esclusione per periodi più o meno lunghi di un italofono dal Consiglio federale risiedono altrove e andrebbero ricercate e ben spiegate. Sono infatti convinto che, prese una per una, non basterebbero a vanificare il principio secondo cui un organo, per quanto collegiale ma alquanto rappresentativo, non possa o peggio non debba rappresentare anche un’area linguistica e soprattutto culturale che è riconosciuta di pari valore e dignità dalla stessa Costituzione.

Prepararsi è bene, ma come?
Per assicurare una tale rappresentanza, non bisognerebbe tuttavia aspettare l’eccezionalità dei tempi come nel caso di Franscini e Motta e persino di Nello Celio (1966-1973) e Flavio Cotti (1986-1999), ma bisognerebbe disporre anche delle persone giuste al momento giusto. Una condizione questa, più facile a dirsi che a verificarsi, come dimostrano le numerose candidature non andate a buon fine dalle dimissioni di Cotti a oggi.
Consiglio federale 2012
Non so quanto sia possibile in un sistema politico complesso come quello svizzero pianificare o preparare le successioni, ma ritengo, da semplice osservatore, indispensabile che nel campo degli italofoni si chiariscano e definiscano le priorità, verificando anche la coerenza e la significatività del linguaggio. E’ facile infatti, leggendo interventi parlamentari od opinioni sui giornali, riscontrare numerose confusioni (giusto per citare due esempi, tra italofonia e italianità, rappresentante italofono e rappresentante ticinese), quanto basta per far sospettare chi magari al plurilinguismo o alla uguaglianza di valore tra le lingue nazionali e le culture ha già rinunciato.
Una maggiore precisione andrebbe forse inserita anche all’articolo 175 della Costituzione federale, se si vuole davvero assicurare la rappresentanza delle tre principali lingue e culture di questo Paese, a prescindere dal numero dei membri del Consiglio federale.
Giovanni Longu
Berna, 12.12.2012

28 novembre 2012

Italianità del Ticino e della Svizzera: 8. La questione linguistica


La lingua italiana, al momento della costituzione dello Stato federale nel 1848, era ben poca cosa nel panorama linguistico svizzero, non solo nei confronti della lingua dominante, il tedesco, ma anche di quella francese, parlata in tutti i Cantoni della Svizzera occidentale. L’italiano era concentrato nel sud della Svizzera, prevalentemente in un solo Cantone, il Ticino. Nel resto della Svizzera solo pochi intellettuali ed ecclesiastici conoscevano l’italiano appreso nei viaggi nelle grandi città d’arte e di cultura italiane.
Lo stato di esigua minoranza su scala nazionale ha pesato molto sull'integrazione del Ticino nella Confederazione e sul peso dell’italiano a livello federale. Basti pensare che solo nel 1917 il Consiglio federale istituisce un segretariato di lingua italiana in seno alla Cancelleria federale e dall'anno seguente cominciano ad apparire in italiano estratti del Foglio federale, ossia il bollettino d’informazione ufficiale della Confederazione. 
Fino ad allora, dal 1848, solo le leggi federali venivano tradotte e raccolte nella Collezione sistematica, oggi Raccolta ufficiale delle leggi federali. Fu in seguito all'insistenza dei deputati ticinesi che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, l’offerta di pubblicazioni in italiano cominciò ad ampliarsi, fino alla fine degli anni ’80, quando il Consiglio federale, soprattutto per iniziativa del consigliere federale Flavio Cotti, decise di rendere l’italiano il più possibile equivalente alle altre due lingue ufficiali tedesco e francese.

Per difendere l’italiano, aguzzare l’ingegno
Michele Fazioli
Oggi, nell’ambito pubblico federale, resta ancora molto da fare, ma molto è stato fatto, sotto il profilo linguistico. Altro discorso è quello della rappresentanza degli italofoni soprattutto ai piani alti delle gerarchie dell’amministrazione federale. Se una decina di anni fa il deputato Fulvio Pelli definiva la situazione «quasi drammatica», negli anni seguenti altri non hanno esitato a togliere il «quasi». Guai, però, sembrava ammonire nel 2005 il noto giornalista Michele Fazioli, piangersi addosso nel ricordo di anni (ad es. il 1991) in cui il presidente della Confederazione era Flavio Cotti, il direttore della SSR Antonio Riva, il vicecancelliere Achille Casanova, il delegato per le celebrazioni del 700° della Svizzera Marco Solari, presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa Cornelio Sommaruga. Avrebbe potuto ricordare anche altri prestigiosi rappresentanti italofoni a capo di importanti uffici federali, ma avrebbe solo contribuito ad alimentare la desolazione. Voleva invece ammonire che «una lingua non la si difende per decreto ma mediante la dolce prepotenza della sua immaginosa affermazione». Per difendere l’italiano bisognava, secondo lui, «aguzzare l’ingegno, portare gli uomini migliori oltre Gottardo, fabbricare cose, progetti, idee e non farci provincialmente male tra noi».
La situazione sommariamente delineata nel settore pubblico è un po’ lo specchio della situazione nel settore privato. Negli articoli precedenti si è visto quanto il Ticino stesso, unico Cantone italofono, ha dovuto lottare per salvaguardare la propria identità linguistica e culturale, anche quando, dopo l’elezione in Consiglio federale di Giuseppe Motta (dicembre 1911) tutta la stampa locale pensava che quell’evento segnasse la definitiva «riconciliazione tra il Ticino e la patria svizzera». In realtà, secondo lo storico Silvano Gilardoni, «placatasi l’esaltazione e smorzatasi l’ebbrezza di retorico e magniloquente patriottismo, la situazione del Ticino tornò ad essere quella di prima».
Il disagio era anzi destinato a crescere, almeno fino alle Rivendicazioni ticinesi degli anni ‘20. Basterebbe leggere quel che scriveva nel 1912 la Tessiner Zeitung, il giornale degli svizzeri tedeschi in Ticino, di fronte all’accusa di rifiutare di assimilarsi rivolta dai ticinesi ai confederati che si stabilivano nel loro Cantone. Il giornale respingeva l’accusa e asseriva che, come i ticinesi hanno il diritto di difendere la propria razza e la propria lingua «contro la maggioranza del popolo svizzero», così gli svizzeri tedeschi rivendicano lo stesso diritto nei confronti della maggioranza linguistica del Ticino. Evidentemente la realtà era ben diversa dalla teoria dell’uguaglianza delle lingue nazionali proclamata dalla Costituzione.

Il principio di territorialità: è da rivedere!
A parere di molti osservatori, il principio della territorialità che condiziona qualsiasi politica linguistica in questo Paese, è purtroppo difficilmente superabile, perché inevitabilmente senza di esso le lingue minoritarie si sentirebbero minacciate. E, si badi bene, non si tratta di un principio teorico, ma molto concreto. Poche settimane fa si poteva leggere su alcuni media la risposta che molti svizzeri tedeschi davano ai romandi che si lamentano dell’uso esagerato dello Schwyzerdütsch: «i romandi dovrebbero imparare lo svizzero-tedesco». C’è qualche Comune svizzero che sottopone gli aspiranti alla naturalizzazione a un test di comprensione del dialetto locale. E pochi giorni fa, durante la sessione giovanile del Parlamento, sembra che al momento della valutazione delle proposte per la comunicazione presentate da ciascun gruppo nella sede della Swisscom, i giovani svizzero tedeschi non abbiano votato la proposta dei ticinesi perché non l’avevano capita e non si erano muniti delle cuffiette per la traduzione simultanea (!).
Esempi, che confermano quanto il plurilinguismo sia contrastato dal principio di territorialità, che di fatto tende a escludere o a minimizzare, persino nella pratica scolastica abituale, tutte le lingue (o le lingue più deboli) diverse da quella del territorio. Molti osservatori sono convinti che l’applicazione (troppo rigida) di questo principio sia da riesaminare. Non c’è dubbio che di questo principio si è avvalso il Ticino per frenare la «tedeschizzazione» di alcune aree del Cantone, ma non c’è dubbio alcuno che su scala nazionale ha nuociuto e continuerà a nuocere, se non interverranno dei correttivi, alla salvaguardia dell’italiano nella Svizzera tedesca e nella Svizzera francese.

Evoluzione dell’italiano in Svizzera
Qualche accenno all’evoluzione dell’italiano su scala nazionale può essere illuminante per capirne la sua importanza. Rispetto alla situazione iniziale al momento della costituzione dello Stato federale (1848), l’italiano non ha subito grandi variazioni fino al 1880, ossia fino a quando ai ticinesi si sono aggiunti gli immigrati italiani. Da allora (1880: 5,7% sulla popolazione residente) l’italiano come lingua principale è progredita incessantemente (salvo una leggera flessione nel 1888: 5,3%) fino al 1910 (8,1%). Nel periodo tra le due guerre la percentuale di italofoni è diminuita a causa delle partenze e dei minori arrivi di italiani (1920: 6,2%, 1930: 6,0%, 1941: 5,2%). Nel secondo dopoguerra ha ripreso la crescita, incessante, fino al picco registrato nel 1970 (11,9%), per poi ridimensionarsi gradualmente fino al livello del 2000 (6,5%).
L’evoluzione altalenante dell’italiano in Svizzera rispecchia non solo i vari periodi dell’immigrazione italiana, ma anche la sua diffusione. Tanto è vero che il picco raggiunto agli inizi degli anni ’70 corrisponde al punto massimo raggiunto dalla collettività italiana e anche alla sua massima diffusione sul territorio. Praticamente in tutti i Cantoni, dal dopoguerra in poi, si costituirono comunità in cui la lingua usata abitualmente era l’italiano. Per almeno un trentennio, fino al censimento del 2000, in quasi tutte le grandi città la seconda lingua parlata era l’italiano, tanto nella Svizzera tedesca che nella Svizzera francese. Dagli anni Sessanta in moltissimi Comuni svizzeri vengono ancora organizzati corsi di lingua e cultura italiane per migliaia di allievi della scuola obbligatoria, finanziati dallo Stato italiano. Nelle
città, la scuola secondaria superiore ha inserito molto spesso l’italiano nei corsi di maturità ed è senz'altro preoccupante che questa offerta si stia sempre più riducendo. Le università, fino a pochi anni fa, potevano contare su un cospicuo numero di allievi italofoni. In breve, l’italiano era non solo una lingua parlata o almeno ben conosciuta da circa un milione di persone, ma costituiva una sorta di «lingua franca» per molti lavoratori non italiani e, soprattutto, si alimentava sui banchi di scuola di ogni ordine e grado, grazie soprattutto al sostegno del governo italiano.

Attenzione: l’italianità non coincide con l’italofonia
A ben guardare, la diffusione massiccia dell’italiano negli anni ’70 e ’80, non era però dovuta solo alla presenza di lavoratori italiani in tutte le attività economiche, ma anche alla diffusione su vasta scala di attività legate all’italianità in senso largo (comprendente, oltre alla lingua, riferimenti specifici all’arte, al cinema, alla moda, alla gastronomia, allo sport, al senso della famiglia, al bel canto, a un sistema di valori e comportamenti tipici di una lunga tradizione italiana). Per oltre un ventennio, l’italianità ha sicuramente contribuito a diffondere l’italiano, ma una maggior conoscenza dell’italiano ha sicuramente contribuito alla diffusione e al consolidamento dell’italianità in tutta la Svizzera. Si è cioè verificato un fenomeno che meriterebbe grande attenzione: mentre l’italofonia, per le ragioni ben note, è sicuramente in crisi (rispetto ai tempi di massima diffusione), l’italianità non lo è affatto, perché è divenuta una componete fondamentale dell’esistenza di questo Paese.
Achille Casanova
Del resto, già nel decennio passato, alcuni osservatori della fase calante dell’italiano facevano notare la non coincidenza tra italofonia e italianità. Giusto per citarne uno, mi piace ricordare il vicecancelliere Achille Casanova, che pur denunciando il «rischio di estinzione» dell’italiano, nel 2005 ricordava: «se la condizione dell’italiano in Svizzera è insoddisfacente, non significa che l’italianità stia altrettanto male. Al contrario. Io credo che in Svizzera l’italianità sia più che mai in voga. E non penso soltanto al cinema, alle canzoni, all’opera o al teatro, bensì anche alla moda italiana, ai prodotti italiani, che riscuotono grande successo da noi, e, non da ultimo, alla cucina italiana».
Giovanni Longu
Berna, 28.11.2012

21 novembre 2012

Italianità del Ticino e della Svizzera: 7. Contributo italiano all'italianità della Svizzera


L’italianità della Svizzera trova la sua piena legittimazione nel diritto federale fin dalla prima Costituzione del 1848. All'articolo primo, il Ticino figura tra i Cantoni del nuovo Stato federale. Più precisamente, secondo questo articolo, «le popolazioni dei ventidue Cantoni sovrani costituiscono nel loro insieme la Confederazione Svizzera», quindi anche la popolazione di lingua e cultura italiana del Ticino. Più che giustificato, dunque, l’articolo 109, che riconosce l’italiano tra le lingue nazionali della Confederazione.

Dal 1848 l’italianità della Svizzera è stata sempre confermata e meglio precisata sia a livello costituzionale che legislativo e amministrativo. Va da sé che non basta un articolo costituzionale o una serie di leggi e ordinanze per far vivere una lingua e una cultura, ma la base giuridica è essenziale per qualsiasi intervento dello Stato anche in campo linguistico e culturale. Ciò premesso, non è stato facile e non lo è nemmeno adesso realizzare nelle istituzioni e nella vita ordinaria la consapevolezza dell’italianità come uno dei valori nazionali e identitari della Svizzera moderna.

Garanzie e pratica dell’italianità
Per quasi un secolo, nemmeno per il Cantone Ticino è stato facile salvaguardare la propria identità linguistica e culturale italiana, ma la convinzione e la costanza nelle rivendicazioni alla fine sono state premiate. Oggi l’italianità dei ticinesi è assolutamente garantita perché l’articolo primo della Costituzione della Repubblica e Cantone Ticino non lascia dubbi quando afferma: «il Cantone Ticino è una repubblica democratica di cultura e lingua italiane».
Con la stessa convinzione e costanza dovrebbe essere rivendicata una garanzia analoga, certamente non esclusiva, dell’italianità anche fuori del Cantone Ticino e dei Grigioni italiani. Alcuni principi costituzionali e leggi federali garantiscono un minimo di presenza dell’italiano e della cultura italiana nell’amministrazione federale e nei rapporti degli italofoni con gli organi federali. Negli altri ambiti, anche pubblici, a livello cantonale e comunale, le garanzie mancano o sono insufficienti, ad esempio a livello scolastico. La vitalità dell’italiano e dell’italianità non sono generalmente facilitate e molto è lasciato al libero apprezzamento delle istituzioni.
Finora la diffusione e la valorizzazione dell’italianità in tutte le sue forme sono state assicurate fuori dei territori italofoni principalmente dagli immigrati italiani in Svizzera e dai loro discendenti di seconda e successive generazioni, comprese le sempre più numerose persone naturalizzate, ma che hanno conservato legami con la cultura italiana e magari anche la nazionalità. Al di fuori dell’ambito istituzionale, il contributo dei ticinesi all’italianità su scala nazionale è stato piuttosto modesto e proporzionale alla loro consistenza numerica fuori del Cantone, sempre piuttosto modesta.
Italianità in crescita dopo il 1870
Prima del 1870, quando il territorio dell’italianità era limitato essenzialmente al Ticino e alle quattro vallate italofone dei Grigioni con una popolazione complessiva di poco più di 120.000 persone, le rivendicazioni dell’italianità sono state condotte principalmente dai ticinesi, anche perché i «regnicoli» erano ancora pochi e ininfluenti. Dall’inizio dei lavori della galleria ferroviaria del San Gottardo (1872), che ha visto affluire in Svizzera decine di migliaia di lavoratori italiani, grazie ad essi l’italianità nelle sue svariate forme ha cominciato ad espandersi in tutto il Paese. Nel 1900 gli italiani presenti in Svizzera erano oltre 117.000 e superavano addirittura la popolazione complessiva ticinese di nazionalità svizzera, compresi i circa 10.000 ticinesi sparsi nei vari Cantoni (Berna, Grigioni, Zurigo, Friburgo, ecc.).
Da allora, fuori del Ticino, l’italiano e la cultura italiana sono stati supportati soprattutto dai cittadini italiani, compresi quelli con la doppia cittadinanza. Da qualche tempo, però, in concomitanza con l’indebolimento della parte italiana (in seguito ai numerosi rientri, all’invecchiamento demografico, all’integrazione e alle naturalizzazioni, al minor impegno finanziario dello Stato italiano, ecc.), la componente ticinese si dimostra sempre più attiva. In questi ultimi anni è cresciuta soprattutto l’attenzione delle istituzioni pubbliche ticinesi ai problemi dell’insegnamento dell’italiano e alla valorizzazione della cultura italiana. E’ certamente di buon auspicio l’intraprendenza delle autorità cantonali che stanno dimostrando di prendere molto sul serio l’impegno costituzionale del Cantone Ticino di essere «fedele al compito storico di interpretare la cultura italiana nella Confederazione elvetica» (dal Preambolo della Cost. TI del 1997). Ma forse non basta. La salvaguardia dell’italianità deve passare soprattutto attraverso una maggiore sensibilizzazione e un maggiore coinvolgimento del mezzo milione e più di italiani presenti nella Confederazione.
Bisogna assolutamente evitare che il patrimonio linguistico e culturale accumulato dagli italiani in centocinquant'anni di presenza in Svizzera s’impoverisca eccessivamente, senza nemmeno tentare di salvarlo e consegnarlo alle prossime generazioni. Alcuni dati e fatti potrebbero aiutare a farsi un’idea del contributo italiano all'accumulo di questa ricchezza entrata a far parte di diritto, grazie anche al sostegno dei ticinesi, del patrimonio culturale e ideale della Svizzera.

Italiani i protagonisti principali
Tutto è iniziato, ufficialmente, con l’accordo del 1868 tra la Svizzera e il Regno d’Italia, che in pratica sanciva la libera circolazione degli italiani e degli svizzeri nei due Stati firmatari, ma è praticamente solo a partire dai grandi lavori ferroviari della seconda metà dell’Ottocento che gli italiani arrivano in massa nella Confederazione. Se la prima immigrazione si fermava soprattutto nel Ticino e nei Grigioni, dal 1872 si stabilisce soprattutto oltre Gottardo.
Monumento di V. Vela  in ricordo ricordo delle
 vittime della Galleria del San Gottardo
Come già ricordato, nel 1900 gli italiani residenti stabilmente (esclusi quindi gli stagionali) nella Confederazione sono già oltre 117.000. Dieci anni più tardi, nel 1910, superano la soglia delle 200.000 persone, sempre senza contare gli stagionali. Il loro numero diminuisce col rientro in Italia di molti immigrati richiamati alle armi per la guerra e riprenderà solo lentamente a conclusione del conflitto. Sotto il fascismo l’emigrazione è controllata e frenata. Ciononostante, nel 1930 circa 100.000 italiani risultano domiciliati stabilmente in Svizzera.
La loro crescita, impressionante, ricomincia subito dopo la guerra. L’immigrazione italiana è facilitata e sollecitata, forse per la prima volta nella storia contemporanea, dalle autorità svizzere dietro richiesta degli ambienti imprenditoriali e col consenso delle organizzazioni sindacali. Già nel 1946 sono messi a disposizione degli italiani decine di migliaia di permessi di lavoro e di soggiorno. Nel 1947 i permessi sono portati a oltre 126.000, un numero considerevole che l’Italia non riesce a utilizzare completamente: solo 105.112 furono effettivamente i permessi rilasciati a causa della lenta e farraginosa burocrazia italiana del dopoguerra.
Nel 1960 la collettività italiana residente stabilmente in Svizzera è di 346.223 persone, nel 1970 raggiunge quota 583.850 prima di toccare il massimo storico tre anni più tardi, nel 1973, con 584.299 persone (fonte italiana). Da quel momento i flussi immigratori dall’Italia si attenuano sempre più e il saldo tra arrivi e partenze diviene sempre più negativo.

Non solo braccia, ma anche cervello e cuore
Pierre Aubert
Un riflesso della presenza italiana è l’espansione della lingua italiana, inizialmente concentrata al Ticino e alle vallate italofone dei Grigioni, poi sempre più diffusa in tutta la Svizzera. Se nel 1941 interessava il 5,2% della popolazione residente, nel 1950 la sua proporzione sale al 5,9%, nel 1960 al 9,5% e raggiunge il massimo storico nel 1970 sfiorando il 12% (esattamente: 11,9%).
L’aspetto linguistico, che sarà esaminato separatamente, è un buon rilevatore non solo della presenza degli italofoni (in massima parte italiani), ma anche della diffusione della cultura italiana. E’ difficile quantificare quanto di questa cultura sia entrato a far parte del patrimonio culturale svizzero e del vissuto svizzero, ma dev’essere stato tanto e non mi pare esagerato affermare che ha contribuito a trasformare la società svizzera in molti aspetti fondamentali (comportamenti, filosofia di vita, fede religiosa fino a capovolgere le proporzioni tra protestanti e cattolici, nutrizione, modi di vestire, ecc.). «La Svizzera non sarebbe quella che è senza il contributo degli italiani» diceva nel 1978 il consigliere federale degli esteri svizzero Pierre Aubert. L’affermazione può essere sottoscritta, credo, ancora oggi.
Allievi di elettronica in una scuola per stranieri (CISAP)
Gli immigrati italiani, chiamati soprattutto come «manodopera», ossia per i lavori manuali, insieme alle braccia portavano con sé anche cuore e cervello. Hanno saputo organizzare la loro vita in una miriade di associazioni, scuole, giornali, radio locali, servizi sociali, chiese, negozi, ristoranti. Hanno saputo reagire, insieme a molti svizzeri, alle odiose campagne xenofobe, si sono inseriti, lentamente ma decisamente, nelle organizzazioni sindacali locali e persino nei partiti politici, hanno dato soprattutto un forte incremento all’economia del Paese col loro lavoro e con un’efficiente imprenditoria.
Vorrei ricordare, giusto per dare un’idea, di questo vasto e ricco contributo, che al censimento federale della popolazione del 2000 risultavano in Svizzera tra i cittadini italiani: 22.500 dirigenti nel solo settore terziario, oltre 600 giornalisti e redattori, 100 traduttori, 1200 artisti dei vari settori, oltre 1600 insegnanti di cui 276 professori o assistenti universitari, circa 4000 tra medici, assistenti e personale sanitario, ecc. ecc.
Oggi, italiani e ticinesi sono presenti praticamente in ogni attività pubblica e privata e ad ogni livello. Manca solo un italofono nel massimo organo esecutivo dello Stato ed è una grossa ferita per l’italianità di questo Paese, da sanare il più presto possibile. (Continua).
Giovanni Longu
Berna, 21.11.2012