19 agosto 2025

Incontro Trump - Putin: nuovamente alle caselle di partenze!

Non voglio aggiungere un ennesimo commento all'incontro di avantieri tra i capi delle due superpotenze Stati Uniti e Russia né tentare di indovinare eventuali decisioni prese ieri all'incontro fra Trump e una delegazione europea, ma desidero contribuire al dibattito che si è aperto sul futuro dell’Ucraina con un paio di considerazioni, un auspicio e un rincrescimento. La prima considerazione è che l’incontro Trump-Putin favorisce senz'altro la fine di una guerra che, secondo loro, non avrebbe dovuto nemmeno iniziare. La seconda è che, a mio parere, bisogna ripensare profondamente l’attuazione del «diritto internazionale» per evitare il ripetersi anche in altre parti del mondo di quel che sta accadendo in Europa. Infine un auspicio: che l’Ucraina orientale diventi regione modello di autogoverno e di collaborazione transfrontaliera. Ritenendo le due considerazioni inseparabili, comincio dalla seconda, probabilmente la più problematica.

Premesse

Trump e Putin in Alasca ad Anchorage (15.8.2025)
Da più parti si sperava che l’incontro Trump-Putin producesse se non la fine del conflitto russo-ucraino con una «pace giusta» almeno un cessate il fuoco o l’inizio di una tregua, quali condizioni per avviare vere e proprie trattative di pace. Comprendo la delusione di molti cronisti, ma probabilmente sottovalutavano che tra gli ostacoli da superare ce ne fosse uno di gran lunga superiore agli altri, ossia il nazionalismo di tipo ottocentesco di cui sono vittime non solo la Russia e l’Ucraina, ma anche gran parte dei Paesi occidentali, Stati Uniti in primis, schierati a sostegno dell’Ucraina.

La pace definitiva e duratura è ancora lontana perché da una parte il nazionalismo russo ha dimostrato di essere resistente alle sanzioni imposte alla Russia da un Occidente a volte spavaldo e sicuro di sé, altre volte pauroso di essere invaso e deciso a riarmarsi, ma comunque troppo focalizzato sulla guerra e, dall'altra, il nazionalismo ucraino è sostenuto finanziariamente, militarmente e politicamente da parte di alcuni Paesi occidentali, capaci di fornire all'Ucraina ogni tipo di sostegno, sebbene incapaci di proporre serie alternative a una guerra disastrosa per tutti i belligeranti, diretti e indiretti (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2024/02/russia-ucraina-due-anni-abominevoli.html).

Se la via che porta alla pace è ancora lunga non dipende però solo da Putin e da Trump, ma anche da Zelensky, da alcuni leader dei Paesi europei e dalle opinioni pubbliche degli stessi Paesi, che sfruttando l’antinomia aggressore-aggredito s’immaginano una «pace giusta» solo eliminando l’aggressore (considerato il male assoluto), senza mai tentare di precisare almeno gli elementi principali che caratterizzerebbero secondo loro tale pace. Eppure uno sforzo di verità sulle condizioni delle regioni orientali dell’Ucraina dall'anno dell’indipendenza (1991) al 2014 sarebbe utile per comprendere i molteplici interessi stranieri (non solo della Russia) su di esse, il sentimento di frustrazione e di disagio dei russofoni del Donbass, la secessione e la guerra civile, il progressivo deterioramento dei rapporti tra l’Ucraina e la Russia alimentato anche da consistenti stimoli esterni e da un crescente sentimento nazionalistico, l’intervento della Russia nel 2014 e nel 2022 e le condizioni attuali per una pace possibile.

1. Il «diritto internazionale» va ripensato integralmente

In un precedente articolo di alcuni anni fa avevo cercato di evidenziare che non basta riferirsi al capoverso 4 dell’articolo 2 dello Statuto delle Nazioni Unite (ONU) per ricavarne una nozione di «sovranità» accettabile se non da tutti almeno dalla maggioranza degli Stati membri dell’ONU (https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2022/11/pace-subito-tra-russia-e-ucraina.html). È vero, infatti, che quel capoverso afferma chiaramente che «i Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite», ma lo Statuto dell’ONU va letto e applicato integralmente, anche nelle parti quasi mai citate, da cui è facile dedurre, per esempio, quali siano e debbano essere le priorità dell’ONU.

La parte citata, infatti, non può costituire la base né unica né essenziale del «diritto internazionale» e l’«integrità territoriale» non può essere considerata il principale valore compatibile con i fini delle Nazioni Unite, che restano «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» (Preambolo, lettera a) e «mantenere la pace…, sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale» (art. 1, cpv. 1 e 2). Al primo posto va visto dunque il bene comune delle persone e dei popoli, non la tranquillità degli Stati.

Del resto, anche l’ONU per il suo Statuto s’ispira al «diritto naturale» e in diversi articoli chiede ai suoi Membri di rispettare e sviluppare i «diritti fondamentali dell’uomo», quali la dignità e il valore della persona umana, l’«eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grande e piccole» (Preambolo), «il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione» (art. 1, cpv. 3; art. 13, cpv. 2 lettera b, art. 55 lettera c), il diritto all’«autotutela individuale o collettiva» (art. 51), il principio secondo cui gli interessi degli abitanti dei territori sono preminenti (art. 55), l’obbligo degli Stati a «sviluppare l’autogoverno delle popolazioni, di prendere in debita considerazione le aspirazioni politiche e di assisterle nel progressivo sviluppo delle loro libere istituzioni politiche, in armonia con le circostanze particolari di ogni territorio e delle sue popolazioni, e del loro diverso grado di sviluppo» (art. 73 lettera b).

A questo punto appare evidente e urgente che l’ONU debba ripensare integralmente il cosiddetto «diritto internazionale» o almeno ne fornisca un’interpretazione autentica. La Costituzione italiana offre in questo campo un buon esempio perché fa capire fin dal primo articolo cosa debba intendersi per Stato «democratico» e «sovrano», quando afferma che l’Italia è una Repubblica «democratica», il cui vero sovrano è il «popolo» (demos), perché «la sovranità appartiene al popolo», che la esercita, ovviamente, non in modo arbitrario, ma conformemente alla Costituzione. Senza una convergenza internazionale sul principio che la sovranità appartiene primariamente al Popolo e  non allo Stato non credo che sia possibile trovare un’intesa tra Russia e Ucraina sulla questione del Donbass.

2. Ripartire dagli accordi di Minsk

Tornando al caso specifico, ritengo lecito interrogarsi se almeno nell'opinione pubblica internazionale i diritti delle persone (quelle dei territori contesi) siano ritenuti dai vari Governi prioritari rispetto agli interessi degli Stati e se sia lecito, almeno moralmente, sacrificare i primi per affermare i secondi, specialmente quando questi sono viziati dal pregiudizio nazionalistico. Nessuno dovrebbe ignorare che la guerra è sempre una «inutile strage» perché produce innumerevoli morti e distruzioni e crea odio per diverse generazioni. E ognuno dovrebbe interrogarsi se sia lecito chiedere ancora ai cittadini di uno Stato di «morire per la patria», anche quando è sentita piuttosto come matrigna e quando è possibile risolvere pacificamente le controversie internazionali.

Tra Russi e Ucraini le controversie non riguardavano gli Stati ma le persone dell’Ucraina orientale. Esistevano da tempo, ma non si è voluto risolverle pacificamente, lasciando che il malessere prendesse il sopravvento e spingesse alcune popolazioni a proclamarsi indipendenti e sovrane. Gli Accordi di Minsk erano un tentativo per risolvere le controversie maggiori, ma non vennero mai rispettati, rendendo i problemi sempre più complessi e di difficile soluzione.

Evidentemente una guerra d’invasione è una palese violazione del diritto internazionale e non può avere giustificazioni; ma si può ben comprendere che quando una popolazione si sente privata di diritti fondamentali e si rende conto che non può avvalersi di principi validi per tutti, il senso di discriminazione e di frustrazione può diventare intollerabile. Purtroppo lo Statuto ONU non prevede sanzioni e nemmeno possibilità di sanzioni per chi viola i diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli all'interno dello Stato Membro, ma per questo esistono gli accordi internazionali. Gli Accordi di Minsk tendevano a garantire i diritti fondamentali della minoranza russofona nel Donbass e per dare loro forza erano stati previsti anche Stati garanti della loro applicazione (fra cui Francia e Germania), che non sono stati però all'altezza del loro compito e per questo andrebbero denunciati nell'opinione pubblica internazionale.

Purtroppo non è possibile riavvolgere il filo della storia, ma gli Accordi di Minsk del 2014 e 2015 (https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2022/11/pace-subito-tra-russia-e-ucraina.html) possono ancora costituire un buon punto di partenza (come in un ideale Monopoli) per la ricerca di una soluzione durevole e condivisa dei problemi umani e istituzionali dell’Ucraina orientale. Alcuni punti potrebbero essere addirittura validi anche oggi, per esempio, la creazione di una «zona di sicurezza» sotto la sorveglianza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) o di altro organismo internazionale, libere elezioni nel Donbass, una profonda riforma costituzionale in Ucraina con la decentralizzazione dei poteri, uno statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk, il diritto all’autodeterminazione linguistica, ecc.

E’ giusto che dopo il trattato di pace l’Ucraina pretenda garanzie di sicurezza per i suoi confini, ma è altrettanto giusto che le stesse garanzie siano offerte alla Russia, impedendo, per esempio, una ulteriore estensione della NATO. A tutte le parti coinvolte in questo conflitto bisognerebbe anche dire con forza e convinzione che è un errore, anzi una deriva pericolosa investire ancora in armi sempre più sofisticate e micidiali, perché sottraggono risorse allo sviluppo, alle buone relazioni tra le persone e tra i popoli, alla protezione del pianeta, al miglioramento delle condizioni di vita anche nei Paesi più prosperi e fanno aumentare l’insicurezza, l’odio, le rivalità, le divisioni, la ripresa della «guerra fredda», magari con altri protagonisti (la Cina non sta certo a guardare).

3. Un auspicio e un rincrescimento

Sono convinto che, grazie soprattutto alla stanchezza che la guerra ha provocato in tutti i Paesi direttamente o indirettamente coinvolti, la pace tra Russia e Ucraina si avvicini e comporterà specialmente in Ucraina un nuovo assetto territoriale. Sarà inevitabile. Spero, tuttavia, che si tratti di una situazione provvisoria, perché le regioni oggi contese potrebbero diventare un simbolo non solo di rinascita economica (perché ricche di materie prime, d’industrie e di terreni fertili), ma anche di pacificazione sostanziale tra popolazioni prima ostili eppure fraterne, di tolleranza, di collaborazione, tra persone e popoli, capaci di affrontare e superare insieme le difficoltà.

Leader europei alla Casa Bianca (18.8.2025)
Auspico davvero che l’intesa nel Donbass si realizzi presto, in una qualunque forma, e dia l’esempio di una collaborazione transfrontaliera possibile e utile, anche per far capire al mondo intero che la guerra è un arnese anacronistico da abolire, mentre è sempre possibile risolvere i problemi attraverso il dialogo, la conoscenza reciproca, la messa in comune delle risorse.

Se questo è il mio auspicio per le regioni del Donbass, il mio rincrescimento è che non vedo all'orizzonte nessun Adenauer, Schuman o De Gasperi in grado di prospettare e preparare un mondo, un continente, senza guerre, coeso e prospero. Dove sono i seguaci dei fondatori dell’Unione Europea? Mi rattrista la pochezza di tanti minuscoli governanti che pensano solo alla guerra camuffata da difesa armata, come se il nemico fosse lì pronto ad aggredirli come «Annibale alle porte» (Hannibal ante portas). Per salvarsi da un’ombra trovano e spendono miliardi, mentre non trovano nemmeno centesimi per salvare la pace e il pianeta sofferente. Non hanno idee! Che tristezza!

Giovanni Longu
Berna 19.8.2025

12 agosto 2025

Teilhard de Chardin: genio incompreso?

Alla maggioranza dei lettori il nome Pierre Teilhard de Chardin risulta probabilmente sconosciuto. Eppure dopo la sua morte (1955) era conosciutissimo specialmente negli ambienti universitari, intellettuali e religiosi. A settant'anni dalla sua morte, in questo e nel prossimo articolo desidero riprendere alcuni temi di natura filosofico-religiosa da lui sollevati sull'universo, sull'origine della noosfera, sul sacro, sulla religione e sul senso della vita. Alcune sue tesi suscitarono vivaci discussioni e non poche contestazioni perché sembravano mettere in discussione verità religiose che si ritenevano acquisite per sempre come la creazione, il peccato originale, la Trascendenza, la Redenzione attraverso Gesù Cristo, la vita eterna. Per diverso tempo gli fu proibito di pubblicare le sue opere (salvo gli scritti scientifici). Eppure, le sue riflessioni avevano, credo, un solido fondamento, da una parte nel lavoro di attento osservatore e meticoloso ricercatore (paleontologo) che svolgeva con passione e dedizione, dall'altra nell'appartenenza all'Ordine della Compagnia di Gesù, in cui aveva fatto tesoro dell’invito del fondatore Ignazio di Loyola (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2025/07/ignazio-di-loyola-un-santo-moderno.html) di «cercare Dio in ogni cosa». Che le sue ricerche e le sue interpretazioni non fossero banali lo dimostra il gran numero di studiosi e ammiratori che ha avuto, tra cui l’allora giovane teologo Joseph Ratzinger, divenuto poi papa Benedetto XVI.

Pensatore geniale o provocatore?

Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955)
Non è possibile ripercorrere qui la movimentata biografia di Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), scienziato gesuita, ma non si può fare a meno di ricordare alcune caratteristiche fondamentali della sua personalità, due in particolare, quelle di essere al contempo un grande ricercatore soprattutto come paleontologo (che lo portò a viaggiare molto in Cina, negli Stati Uniti e in Africa) e un grande speculatore, desideroso di trovare il senso profondo («divino») dell’universo e della vita (attraverso numerosi studi sul fenomeno umano, sull'energia umana, sull'evoluzione, sul femminismo, sulla noosfera, sulla fede, ecc.).

Le due caratteristiche, tuttavia, possono essere a loro volta sintetizzate in quella che Teilhard stesso ha chiamato «la passione dell’Assoluto», una tendenza innata che si è manifestata in lui sia durante gli studi umanistici prima di diventare prete gesuita (in Francia, Jersey, Egitto e in Inghilterra) che in quelli specialistici in scienze naturali, geologia e paleontologia e, successivamente, durante le innumerevoli ricerche scientifiche compiute in Cina, nel Sudafrica, in Francia e negli Stati Uniti. In realtà quella passione ha accompagnato l’intera vita intellettuale e religiosa di Teilhard de Chardin.

Poiché le prime opere di Teilhard suscitavano incomprensioni e perplessità, ne scrisse una (Mon univers, 1918) in cui cercò di precisare almeno in parte alcune espressioni utilizzate (passione dell’Assoluto, tendenza fondamentale, cuore della materia, piega irreformabile dello spirito, ecc.), ma l’esito non corrispose alle intenzioni, anche perché la «passione dell’Assoluto» lo porterà ancora a trattare temi scottanti riguardanti l’universo, l’evoluzione, il fenomeno umano la religione, i rapporti tra fede e ragione, contestando talvolta implicitamente posizioni troppo rigide della Chiesa, ma non la Chiesa stessa, di cui Teilhard aveva grande rispetto e stima in quanto «senza la Chiesa il Cristo stesso svanisce o si frantuma o si annulla».

In ogni caso Teilhard non voleva essere un contestatore, pur essendo convinto che un sacerdote deve vivere nel mondo e per il mondo, come Cristo, che è, secondo lui, non solo l’Alfa, principio della storia, ma anche l’Omega, il suo termine. Il suo desiderio era quello di partecipare alla Rivelazione per far capire che l’universo si compie nel Cristo e che Cristo si coglie nell'universo spinto al massimo delle sue possibilità. Lo disse espressamente: «vorrei essere l’apostolo, l’evangelista del Cristo dell’universo», per rivelare che l’Universo è un mezzo divinizzato, divinizzante, da noi divinizzabile.

In questo articolo mi soffermerò soprattutto sulla «passione dell’Assoluto» di Teilhard de Chardin, rinviando al prossimo alcuni temi particolari sui quali si è anche molto discusso. Desidero tuttavia sottolineare subito che in nessuna delle opere del grande ricercatore e filosofo-teologo si scorge un intento polemico nei confronti della teologia tradizionale e della Chiesa, mentre è facile rilevare sempre e ovunque il suo enorme desiderio di conoscere e il sentimento profondo di vivere la sua vita religiosa e sacerdotale nel mondo intensamente, come Cristo redentore e centro dell’universo.

La «passione dell’Assoluto»

Nell'osservazione attenta del mondo e dell’uomo, a Teilhard in quanto ricercatore e scienziato non potevano sfuggire la loro complessità, frammentarietà e variabilità (dinamismo), ma, in quanto credente-sacerdote-religioso, riteneva che l’universo avesse un «senso» non solo in quanto «creato da Dio», ma anche e soprattutto in quanto realtà dinamica, in continua evoluzione, orientata verso una sintesi armonica di complessità e coscienza, ch'egli chiamava «Punto Omega». In realtà questo non poteva essere che Dio stesso, il Logos cristiano, Gesù Cristo, il quale, secondo l’evangelista Giovanni, è «Dio da Dio», «Luce da Luce», «Dio vero da Dio vero», attraverso il quale «tutte le cose sono state create» (Gv. 1), dunque un Dio trascendente, creatore e redentore, Alfa e Omega, principio e fine di tutte le cose.

In questa grandiosa visione del mondo, Teilhard de Chardin tende a valorizzare ogni cosa, anche un «pezzo di ferro», perché tutto è riferibile all'Assoluto e tutto tende a Lui (evoluzione). L’Assoluto spiega tutto, è l’atmosfera, l’ambiente divino (milieu divin) in cui solo è possibile credere, agire, pensare. Volendo dare una sintesi del personaggio, della sua filosofia e della sua teologia, si potrebbe dire che tutta la sua vita non è stata altro che ricerca dell’Assoluto, presente nell'universo e nella storia e che Teilhard de Chardin indica come il «Cristo cosmico», figura religiosa storica, ma anche «centro organico dell’universo».

Teilhard de Chardin può aver espresso concetti e visioni in discontinuità col passato, forse anche ambigui e perciò criticabili, ma gli si deve riconoscere la passione per la ricerca dell’Assoluto, il suo fondamentale ottimismo, il suo «amore della terra» e dell’Universo «umanizzato», ma anche una smisurata fiducia nell'uomo che dispone di una enorme «energia umana», una originale visione della bellezza e del femminino e altro ancora. Non fu certamente un provocatore, forse è stato solo un genio (parzialmente) incompreso. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 12.8.2025

31 luglio 2025

Ignazio di Loyola, un santo moderno

Dopo aver trattato negli ultimi due articoli dell’antropologia di Sant'Agostino ispirandomi alla Città di Dio, l’opera più completa della sua maturità, oggi desidero presentare un altro gigante della fede, che continua ad avere seguaci in tutto il mondo: Sant'Ignazio di Loyola, di cui oggi 31 luglio ricorre la memoria liturgica. Tra i due non esiste alcun legame storico diretto (anche se non sarebbe difficile trovare qualche analogia), ma entrambi possono essere considerati artefici di primissimo piano nella costruzione del pensiero moderno occidentale impregnato di valori cristiani. Basterebbe pensare all’influenza che hanno ancora nel mondo moderno alcune opere di Sant’Agostino e gli «Esercizi spirituali» di Sant’Ignazio. Del resto, i due ordini religiosi che s’ispirano ai carismi dei due Santi, l’Ordine di Sant'Agostino (o Agostiniani) e la Compagnia di Gesù (o Gesuiti) sono ancora vitali, impegnati, utili alla Chiesa e al mondo. Basti ricordare che l’attuale papa Leone XIV è un agostiniano e il suo predecessore Francesco era un gesuita. In quest’articolo tratterò tuttavia  solo della Compagnia di Gesù, di cui il 27 settembre ricorre il 485° di fondazione, per evidenziarne soprattutto la singolarità del nome e la sua costante influenza anche nel mondo d’oggi.

Ignazio di Loyola e l’esperienza religiosa

Ritratto di Sant'Ignazio di Loyola (1491-1556), di P. P. Rubens
Di solito quando si parla dei Gesuiti al passato si pensa a una dimensione più appariscente che interiore, con l’aggiunta spesso di una buona dose di esagerazione. Si pensa, per esempio, al ruolo ch'essi avrebbero avuto nell'evangelizzazione, nell'arte di convertire gli infedeli e gli eretici, nella formazione dei quadri dirigenti, nell'educazione dei giovani, nella diffusione del pensiero cattolico, ecc. talvolta esagerandone la portata e, soprattutto, dimenticando da quali principi erano mossi e con quale spirito agivano.

Spesso si dimentica che il fondatore dei Gesuiti, Iñigo Lopez de Loyola (1491-1556) non ha voluto un manipolo di combattenti, ben addestrati (intellettualmente), obbedienti e coraggiosi, per contrastare il paganesimo e l’eresia, ma un gruppo di amici tra loro e innamorati di Gesù Cristo. Infatti, pur essendo di origine cavalleresca, Ignazio di Loyola, non volle costituire una compagnia di cavalieri alle sue dipendenze che portasse il suo nome (come si usava allora), sia pure a fini religiosi, ma seguì una sorta di illuminazione celeste e, visto che non avevano un capo se non Gesù Cristo che volevano servire, propose al gruppo di chiamarsi «Compagnia di Gesù», anche se oggi i suoi membri sono forse più noti come «Gesuiti».

A mio parere si è fantasticato molto, anche tra i suoi primi biografi, su come Ignazio e i suoi primi compagni siano giunti a quel nome, lasciandosi magari suggestionare dalla mentalità dell’epoca che considerava gli Ordini religiosi come milizie scelte della Chiesa al comando del Papa. Persino Francesco d’Assisi era cantato in un carme francescano «capitano di uomini apostolici che guerreggiano contro le guarnigioni del mondo, della carne, di Satana». E anche lo stesso Ignazio di Loyola, almeno in certi momenti, ha considerato la Compagnia di Gesù una truppa scelta della Chiesa a disposizione del Papa, provvidenzialmente suscitata da Dio a difesa della fede cattolica contro i Protestanti del Nord Europa e per evangelizzare «tutte le terre degli infedeli».

In realtà, Ignazio di Loyola ha sempre pensato soprattutto a un «gruppo di amici, compagni», uniti nella fede e nell'amore di Cristo, che desideravano imitare fino in fondo e servire in modo esclusivo, pur lasciando decidere al Papa «dove», se in Palestina o altrove, ma sempre pronti a recarsi in qualunque parte del mondo fosse necessario per il bene della Chiesa e degli uomini. Per questo dovevano essere particolarmente preparati e ben disposti («obbedienza»).

Ignazio stesso si era voluto preparare, dapprima alla meglio (in alcune città spagnole) e poi scrupolosamente a Parigi, dove divenne dottore in teologia. In realtà l’ambizione di Ignazio e dei suoi compagni era quella di rassomigliare il più possibile a Cristo, nella povertà estrema, nella sofferenza e persino andando in prigione a causa della verità. Per questo maturavano l’idea di volersi chiamare come gruppo nient’altro che la «Compagnia di Gesù».

Il papa Paolo III approva la Compagnia di Gesù (1540) 

Quando chiesero al Papa Paolo III il riconoscimento ufficiale del gruppo nella forma di un nuovo Ordine religioso, la Curia sollevò non poche obiezioni (forse anche a causa del nome prescelto) finché il Papa il 27 settembre 1540 ne decise l’approvazione con la bolla «Regimini Militantis Ecclesiae» (Al governo della Chiesa militante), ma ne limitò anche il numero di membri a sessanta (un numero presto superato, facendo abrogare la limitazione).

La Compagnia di Gesù

Ignazio scriverà nella «Formula» dell’istituzione: «Chiunque voglia militare per Dio sotto il vessillo della Croce in questa Compagnia, che vogliamo insignita del nome di Gesù e voglia mettersi al servizio del Signore e del Romano Pontefice, suo vicario in terra,… tenga sempre presente che la intera Compagnia e i singoli suoi membri combattono al servizio di Gesù…».

Esula dall'ambito di questo articolo ricordare anche solo per sommi capi l’intera biografia di Ignazio di Loyola e soprattutto la storia dei Gesuiti, ma a prescindere da qualsiasi giudizio storico si dia su di essa, non si può non ricordare che la Compagnia di Gesù è nata attorno a un Capo, Gesù Cristo, «vero e sommo Capitano», «un re così generoso e così umano», ma anche un Capo esigente perché non chiede una semplice collaborazione esterna nella conquista del Regno, ma esige la donazione completa di tutta la persona, della mente e del cuore, di tutte le proprie forze, come Cristo che si è dato totalmente al servizio del Padre. Ignazio considerava il servizio apostolico richiesto alla Compagnia un impegno gravoso perché «dobbiamo essere occupati per la maggior parte del giorno e perfino della notte ad aiutare quelli che soffrono nel corpo e nell'animo».

Ignazio di Loyola alla ricerca della volontà di Dio!
Per questo il fondatore della Compagnia si è sempre preoccupato della consistenza interiore dei suoi seguaci ai quali additava costantemente come fine la sequela di Cristo nella Chiesa, nella fede, nell'amore e nelle opere (l’apostolato nelle più svariate forme). Per questo ogni gesuita e ogni seguace doveva «cercare Dio in ogni cosa», sviluppare il «discernimento dei diversi spiriti», ossia la capacità di riconoscere la volontà di Dio attraverso riflessioni, sentimenti ed emozioni, dedicarsi periodicamente agli «esercizi spirituali» (esame di coscienza, meditazione, preghiera vocale e mentale, ecc.), non dimenticando, però, che «non è il sapere molto che sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e gustare le cose internamente».

Se la Compagnia di Gesù sia sempre stata fedele alla sua «Formula», se abbia sempre cercato di «militare sotto il vessillo della Croce» e se abbia sempre cercato la «maggior gloria di Dio» spetta agli studiosi deciderlo. La storia ha comunque già assegnato alla Compagnia di Gesù un posto di rilievo nella Chiesa, nella cultura e nel mondo moderno. Del resto, la pratica degli Esercizi spirituali secondo il metodo ignaziano è sempre molto diffusa anche tra i laici, soprattutto tra coloro che cercano di «disporre l'anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell'organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell'anima».

Giovanni Longu
31 luglio 2025

29 luglio 2025

Antropologia agostiniana (2a parte)

A chi leggesse frettolosamente e frammentariamente le opere principali di Sant'Agostino o anche solo il De Civitate Dei l’antropologia agostiniana potrebbe apparire negativa e pessimistica già dalla definizione di uomo come composto di anima e corpo, in cui l’anima, pur essendo la parte superiore è fortemente condizionata e appesantita sulla terra dal corpo, la parte inferiore, corruttibile, gravato pesantemente dal peccato originale, che rende tutto l’uomo «peccatore» e autore del disordine del mondo dopo aver abbandonato la Città di Dio per vivere nella Città terrena «senza Dio». Ad una lettura più attenta, invece, l’antropologia agostiniana risulterebbe sostanzialmente positiva, ottimistica, sublime, ovviamente nel contesto di fede in cui vive e scrive Agostino.

L’uomo salvabile, anima e corpo

Ritratto di Agostino (354-430) di S. Botticelli, 1480.

Benché peccatore, tanto da meritare di essere cacciato dal Paradiso e di trasmettere all’intera umanità il peccato originale, l’uomo per Agostino è ancora salvabile, sia pure non per merito suo, ma perché Dio stesso, facendosi uomo, ha salvato la natura umana nella sua essenza e può renderlo ancora partecipe della gloria eterna. Anche un non credente, leggendo il De Civitate Dei, sarebbe soggiogato dalla convinzione e dall’enfasi con cui Agostino tratta il mistero dell’Incarnazione («Il Verbo fatto carne») e della Salvezza attraverso Gesù Cristo, «vero uomo e vero Dio», che ha reso l’uomo «fratello» e Dio «padre», anche nostro.

L’uomo per Agostino è dunque salvabile, come se Dio non si fosse rassegnato a perdere la sua creatura speciale, creata a sua «immagine e somiglianza», ciò che costituisce una certa affinità tra il Creatore e la creatura umana, benché non si possa ritenere questa «somiglianza» una copia perfetta, altrimenti l’uomo sarebbe come Dio.

Agostino ha dovuto lottare con quanti avevano dell’uomo opinioni diverse e più pessimistiche (da Platone ai Manichei) ed è riuscito a trasmettere ai contemporanei e a noi stessi un’immagine dell’uomo originariamente buono, libero e immortale. La caduta ha rovinato il suo primigenio stato di grazia, ha reso l’uomo «fiacco, fragile e destinato alla morte», ma Dio non l’ha privato di tanti doni e soprattutto della possibilità di salvarsi attraverso la conoscenza, la fede e la grazia divina. Anche il corpo potrà raggiungere la felicità e l’immortalità.

Per Agostino, il corpo, soggetto a corruzione appesantisce l'anima, ma non l’opprime. In alcune opere ne ammira le capacità, la bellezza, il suo tendere costantemente al bello e al vero. Poco importa, sembra dire Agostino, che l’uomo sia fatto di anima e corpo perché è unico, per grazia di Dio. E anche se il corpo prima o poi morirà, l’uomo anima e corpo è destinato a sopravvivere alla morte, che di per sé «non è niente», è solo un passaggio. Del resto, già su questa terra il suo corpo è una meraviglia e Agostino si domanda: «in esso la posizione dei sensi e le altre membra non sono forse così disposte, l'aspetto, l'atteggiamento e la statura di tutto il corpo non sono forse così regolate che esso si rivela organizzato per il servizio dell'anima razionale?». E non è meravigliosa la complessità e l’armonia delle varie parti del corpo umano con il suo «groviglio di vene, nervi e viscere, nascondiglio di funzioni vitali»?

L’uomo, la grazia e l’immortalità

L’uomo, dice Agostino, a differenza di tutti gli altri esseri viventi «privi di ragione e chini verso la terra» ha una forma « che si erge verso il cielo» e fa pensare che egli capisca le cose dell'alto. «La sorprendente facilità di movimento, che è stata assegnata alla lingua e alle mani, appropriata e congiunta al parlare e allo scrivere e a compiere le opere di molte tecniche e servizi, non dimostra forse chiaramente a quale anima, per esserle sottomesso, è stato unito un corpo simile?»

E che meraviglia gli altri sensi, attraverso i quali l’uomo riesce a percepire la bellezza e l’utilità della realtà creata «nella multiforme e varia bellezza del cielo, della terra e del mare, nella grande profusione e meraviglioso splendore della luce stessa nel sole e luna e nelle stelle, nella ombrosità dei boschi, nel colore e odore dei fiori, nella diversità e numero degli uccelli ciarlieri e variopinti, nella diversa vaghezza di tanti e tanto grandi animali, fra i quali destano maggiore ammirazione quelli che hanno il minimo della grossezza, perché ammiriamo di più l'operosità delle formiche e delle api che i corpi immensi delle balene, e nella immensa veduta del mare quando, come di una veste, si ricopre di vari colori e talvolta è verde nelle varie gradazioni, talora color porpora, talora azzurro e lo si ammira anche quando è in tempesta…».

E che dire dell’avvicendarsi del giorno e della notte, della carezzevole tiepidezza delle brezze, della varietà della vegetazione e del bestiame, della ricchezza dei colori e dei sapori! Agostino però va oltre e quando sembra interrogarsi se «tutti questi beni sono sollievi d'infelici e condannati» o piuttosto «premio dei beati» pone un’altra domanda: «che cosa sarà dunque quel bene [il premio dei beati] se già questi [terreni] sono tanti, così considerevoli e grandi? Che cosa darà a coloro che ha predestinato alla vita colui che li ha anche dati a coloro che ha predestinato alla morte? Quali beni farà avere nella vita beata a coloro per i quali in questa vita infelice ha voluto che il suo Figlio unigenito soffrisse tanti mali fino alla morte?»

Agostino non ha dubbi, sarà «una grande, abbagliante, certa scienza di tutte le cose, senza errore e inquietudine, perché lì si berrà la sapienza dalla sua stessa sorgente con somma serenità, senza difficoltà». Anche il corpo avrà la sua ricompensa che consisterà in una «grande perfezione».

Libertà e grazia per l’eternità

Sulla terra, però, l’uomo non ha sempre un compito facile perché deve scegliere, tra il bene e il male, è libero. Infatti, nel Paradiso terrestre, dopo il peccato originale, Dio non gli ha tolto la libertà, gliela ha lasciata perché da uomo libero decidesse a quale Città appartenere, a quella terrena o a quella celeste, con la possibilità di rinunciare o perseguire, sia pure con l’aiuto della grazia divina, il fine per cui è stato creato, ossia la contemplazione di Dio stesso che «ci hai fatti per sé e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Lui».

Agostino, che eredita dalla filosofia greca, specialmente da Platone, molte nozioni e considerazioni generali, a quelle nozioni sovrappone le sue scoperte più geniali e confortanti, frutto di lunghe riflessioni, una conoscenza approfondita delle Sacre Scritture, una grande umiltà e una incrollabile fede: l’uomo non ha solo un’origine divina, ma è l’immagine di Dio, a Lui deve tendere con tutte le sue forze senza lasciarsi deviare da altri amori. Solo in Lui, infatti, l’uomo raggiungerà la felicità eterna.

Forse nessuno meglio di Agostino, nel mondo occidentale, ci ha tramandato un’antropologia così originale, preziosa, ottimistica e incoraggiante, perché sottolinea la tensione fortissima dell’uomo verso la Trascendenza. L’uomo, infatti, secondo Agostino, lo sappia o no, lo voglia o no, è sempre in cammino verso Dio perché è da Lui è stato creato a sua immagine e somiglianza ed è fatto per Lui. (Fine)

Giovanni Longu
Berna 26.07.2025

 

22 luglio 2025

Antropologia agostiniana (1a parte)

Estate significa per molti, giustamente, tempo di riposo, di svago, di estraneazione dalle occupazioni e preoccupazioni quotidiane. Proprio per questo l’estate è un periodo in cui è forse più facile per chiunque ritagliarsi momenti di riflessione su se stessi e sul mondo. Ne abbiamo bisogno perché il senso della vita non ci viene imposto nascendo ma dobbiamo costruirlo e perfezionarlo giorno per giorno. E abbiamo bisogno di una seria riflessione sul mondo perché alcune situazioni (guerre, eccidi, violazioni dei diritti umani fondamentali…) non possono lasciarci indifferenti, interpellano le nostre coscienze e non possiamo abdicare alle nostre responsabilità riesumando il pensiero manicheo del Bene e del Male come forze superiori e insuperabili. Per aiutare tale riflessione ritengo utile proporre ai lettori alcune considerazioni dopo aver letto un’opera geniale anche se poco conosciuta di Sant'Agostino, il De Civitate Dei, la Città di Dio. Con esse desidero anche rendere omaggio a papa Leone XIV che appartiene all'Ordine di Sant'Agostino e ne interpreta egregiamente il pensiero, l’anelito alla pace, alla verità, alla giustizia, a Dio.

Premesse

Sant’Agostino di Ippona (354-430)
Purtroppo media poco critici, considerazioni politiche di bassa lega, interventi troppo «prudenti» di governanti, genericismi di intellettuali poco motivati e indifferenza crescente per tutto ciò che è apparentemente lontano ci stanno spingendo a un’eccessiva e superficiale considerazione del mondo, come se fosse effettivamente governato dal Bene e dal Male. Fra l’altro, un’interpretazione molto rischiosa perché spinge a dividere il mondo in Paesi buoni e Paesi cattivi, contrapponendo Paesi democratici a Paesi autoritari e magari Occidente a Oriente, Stati Uniti a Russia, Israele a Palestina, ecc. come se il bene e il male non possano trovarsi, sia pure in misura diversa, nell'uno e nell'altro campo. Sta di fatto, però, che la contrapposizione manichea oggi si sta nuovamente diffondendo, in svariate forme e ha già contagiato parti significative della politica, dei media, degli intellettuali e dell’opinione pubblica.

Che il mondo d’oggi (come del resto quello di ieri) sia piuttosto complicato non ha bisogno di dimostrazione, ma la teoria manichea già combattuta e vinta da Sant'Agostino nella Città di Dio dovrebbe essere combattuta anche ora per dimostrare che sia il male che il bene presenti nel mondo sono opera dell’uomo, libero per natura ed evidentemente capace di opere buone e opere cattive. Come aiuto alla riflessione propongo alcune considerazioni che traggono spunto da un’attenta lettura dall'opera geniale anche se poco conosciuta di Sant'Agostino, il De Civitate Dei, la Città di Dio.

Sant'Agostino (354-430), uno dei più importanti Padri della Chiesa latina, pensatore acuto e profondo è anche autore di altre opere molto note (Confessioni, Ritrattazioni…), ma il De Civitate Dei è a detta di molti studiosi l’opera più completa e più rappresentativa della sua esperienza umana, religiosa, filosofica e teologica.

Da quest’opera, piuttosto lunga e di non facile lettura, trarrò solo alcuni spunti, prescindendo dal momento storico in cui è stata scritta ( tra il 413 e il 426) e dallo scopo iniziale (difendere il Cristianesimo dalle accuse di aver provocato con l’abbandono dei vecchi culti la caduta dell’Impero Romano alla morte di Teodosio nel 395), dalle considerazioni specificamente teologiche (peccato originale, grazia, inferno, paradiso, ecc.) e anche dalle considerazioni dell’Autore su quell'evento sbalorditivo mai successo prima, il saccheggio di Roma da parte dei barbari, i Goti di Alarico nel 410.

Papa Leone XIV, grande interprete di Sant'Agostino
Pur prescindendo da questi aspetti, l’opera è importante perché Agostino, allora vescovo di Ippona (oggi Annaba in Algeria), in quest’opera non si limita a demolire il fondamento etico, filosofico, religioso e politico del mondo pagano, ma fornisce ai contemporanei e persino a noi moderni una chiave interpretativa del mondo e della storia, da leggersi come la lotta secolare fra due Città, molto potenti, la Città celeste e la Città terrena.

L'idea fondamentale che pervade da un capo all'altro il De Civitate Dei è la presenza di Dio nella storia, il quale guida e regge meravigliosamente gli avvenimenti umani fino alla consumazione dei secoli senza togliere la libertà, anzi proprio attraverso la libertà degli uomini. Non so quanto sia fondamentale questa idea, ma trovo convincente che forse basterebbe questa considerazione per ammettere che il «disordine» del mondo potrebbe dipendere proprio dalla negazione della presenza di Dio nella storia e dal conseguente disorientamento della libertà dell’uomo.

Libertà e responsabilità

Certamente non è possibile interpretare il mondo di oggi, nemmeno quella parte sconvolta dalle guerre, dall'odio tra popoli diversi, dalle violazioni dei diritti fondamentali delle persone, dai soprusi nell'indifferenza pilatesca dei grandi poteri politici, solo utilizzando le categorie-guida di Agostino, ma non è nemmeno possibile capire gli eventi che ci preoccupano e ci turbano senza richiamare i concetti agostiniani e cristiani di coscienza, colpa, libertà, responsabilità, verità, giustizia, bontà, ricerca di sé e della felicità, ricerca di Dio.

Per gran parte dell’umanità, soprattutto in Occidente, Dio e uomo sono oggi inesorabilmente separati; non lo erano per Agostino, che riusciva a individuare l’uomo nelle sue profondità esistenziali come essere da Dio, di Dio e per Dio. D’altra parte, l’uomo non può conoscere Dio se non ritornando nel fondo di sé stesso, nella sua coscienza, perché Dio, diceva Agostino nelle Confessioni, è «intimior intimo meo» (più interiore della mia intimità). (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 19.07.2025

09 luglio 2025

1935: Aggressione italiana dell’Etiopia

90 anni fa l’Italia fascista aggrediva l’Etiopia per mania di grandezza imperiale e per trovare una destinazione sicura all'emigrazione. Non credo che questo anniversario sarà ricordato dai grandi media, specialmente in Italia. Per fortuna il tempo cancella molte ferite, ma non mi sembra privo d’interesse sia come fatto storico, legato fra l’altro alla politica migratoria del tempo, e sia come spunto di riflessione sull'attualità e soprattutto sui rischi che anche la nostra società può correre se non si percepisce il nazionalismo come una minaccia e non si riesce a produrre i necessari anticorpi per liberarcene. E’ vero che quell'aggressione è imputabile a una politica scellerata del fascismo, ma non si può ignorare che a renderla accettabile anche da moltissimi immigrati, furono un diffuso nazionalismo, carenze democratiche e indifferenza sociale. Purtroppo il nazionalismo è nuovamente in crescita in Europa e anche in Italia e si fa poco per denunciarne la pericolosità. La corsa al riarmo, la bassa considerazione degli immigrati e dei diritti umani e lo scarso impegno per «lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità» (Paolo VI nell'enciclica Populorum progressio del 1967) non promettono nulla di buono. Dovremmo reagire tutti.

I fatti in breve

Va premesso che l’Italia fino allo scoppio della prima guerra mondiale aveva scelto come sfogo ai rischi della disoccupazione e della sovrappopolazione la via dell’emigrazione regolare, mentre il regime fascista, anche per aggirare le restrizioni di molti Paesi all'immigrazione in seguito alla crisi economica dei primi anni Trenta, privilegiò «il mito delle colonie di popolamento».

L’invasione dell’Etiopia rientrava in questa politica, senza rendersi conto dei rischi. Le operazioni militari si svolsero  fra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936, a partire dalle colonie italiane d’Eritrea e Somalia. Mussolini era convinto che la potenza di una nazione dipendesse dal suo impero coloniale, pur sapendo che i territori più vantaggiosi erano già occupati. Volle ugualmente la conquista di un Paese arretrato e male armato come era allora l’Etiopia, convinto «che ormai gli fosse tutto possibile usando la forza» e una rapida vittoria fosse alla sua portata. La campagna d’Etiopia fu un’interminabile strage con centinaia di migliaia di morti militari e civili, attuata con bombardamenti massicci, l'impiego di armi chimiche e la repressione contro la popolazione etiope.

Dopo qualche momento di esitazione, a causa degli accordi di mutua convenienza sanciti dai Patti Lateranensi (1929) e della posizione del clero italiano, che appoggiava in gran parte la guerra, il papa Pio XI intervenne decisamente il 28 agosto 1935 dichiarando che «una guerra condotta unicamente per conquistare era una guerra ingiusta: qualcosa di indicibilmente triste ed orrenda”. Mussolini non lo ascoltò, ma non altrettanto fecero altre potenze che investirono del caso la Società delle Nazioni (SdN), antesignana dell’ONU. E questa decise severe sanzioni contro l’Italia, a cui aderì anche la neutrale Svizzera.

Le reazioni tra gli emigrati

Manifesto in vista della votazione del 16.5.1920
 sull'adesione svizzera alla Società delle Nazioni
(Biblioteca nazionale svizzera, Berna).
Le sanzioni non furono senza conseguenze non solo in Italia (dove suscitarono soprattutto una ventata di nazionalismo e di patriottismo che portò al successo della campagna per il dono delle fedi nuziali destinata a procurare oro alla nazione), ma in tutto il mondo italofono. In particolare negli Stati Uniti contribuirono ad accrescere la popolarità del Duce e ad animare l’orgoglio nazionale, soprattutto tra gli italo-americani, che nel 1935 raccolsero mezzo milione di dollari per sostenere l'invasione italiana dell'Etiopia.

In Svizzera non ci fu una reazione omogenea perché, come si è visto negli articoli precedenti, l’antifascismo aveva cominciato a far presa su gruppi organizzati già dagli anni Venti e sul solido gruppo socialista di Zurigo che faceva riferimento al «Cooperativo». Per questo l’aggressione dell’Italia all'Etiopia tra gli immigrati italiani non è stata particolarmente seguita, anche per il tiepido atteggiamento governativo svizzero.

Al riguardo desidero ricordare che la reazione della Confederazione alle decisioni della Società delle Nazioni è stata alquanto singolare. Infatti, pur aderendo in quanto Stato membro, alle sanzioni della SdN, decise di non applicarle rigidamente nei confronti dell’Italia, ritenuta un «Paese amico». Al consigliere federale Giuseppe Motta, capo della politica estera, più della fedeltà al Patto della SdN interessava la difesa della neutralità della Svizzera e soprattutto degli interessi economici in Italia (si pensi al problema degli approvvigionamenti). Di fatto, la Svizzera finì per adottare le sanzioni contro l’Italia solo in misura molto blanda, quasi simbolica. Non solo, nel dicembre del 1936 la Svizzera, su proposta di Motta al Consiglio federale, fu il primo Paese neutrale a riconoscere ufficialmente l’Impero italiano in Africa e a considerarne i suoi abitanti nel contesto del Trattato di domicilio e consolare tra Svizzera e Italia del 1868.

In conclusione

Oggi rievoco quella tragica aggressione, in cui i soldati italiani del Ventennio si macchiarono di atroci delitti, non solo come un fatto storico che ha influito sull'emigrazione italiana nel mondo, ma anche per denunciare che il fascismo aveva talmente contagiato il mondo degli emigrati italiani organizzati da far pensare che bastasse una vittoria militare, per altro immeritata data l’evidente differenza della preparazione degli eserciti contrapposti, per far dimenticare le umiliazioni subite nel Paese d’immigrazione. Purtroppo molti non si rendevano conto che solo una buona integrazione e uno sforzo di solidarietà collettiva li avrebbe parificati agli autoctoni.

Ricordare l’aggressione italiana dell’Etiopia, che all'epoca suscitò tra gli emigrati grandi entusiasmi un po’ ovunque, vuol essere anche un richiamo alle responsabilità individuali per evitare che il nazionalismo, anche in forme apparentemente innocue, possa produrre in futuro danni enormi e un invito a diffidare di forme ambigue e pericolose di deterrenza, perché la corsa al riarmo di oggi non promette nulla di buono e non mi sembra saggio invocare la pace preparando la guerra.

Giovanni Longu
Berna 9 luglio 2025


02 luglio 2025

1925-31: Politica immigratoria federale la legge del 1931

Facendo seguito all'articolo precedente, per completezza d’informazione mi sembra opportuno fornire ulteriori informazioni sulla legge federale che ha richiesto la modifica costituzionale approvata nel 1925 e che è stata alla base di gran parte della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Poiché questa storia è stata vissuta male da molti italiani e sono ancora tanti coloro che la considerano una storia di sfruttamento e persino di violazione aggravata di fondamentali diritti dell’uomo, ritengo utile fornire ai lettori non prevenuti alcuni elementi oggettivi di giudizio sulla legge federale del 26 marzo 1931 concernente la dimora e il domicilio degli stranieri (LDDS), la legge organica che ha integrato e sostituito gran parte delle ordinanze concernenti gli stranieri emanate durante e subito dopo la prima guerra mondiale. Entrata in vigore il 1° gennaio 1934, è rimasta valida fino all'entrata in vigore della nuova legge sugli stranieri (1° gennaio 2008).

Il contesto

Anzitutto merita ricordare il contesto, ossia il primo dopoguerra, in cui gli svizzeri, pur non avendo partecipato alle operazioni militari hanno conosciuto insieme agli orrori della guerra il prezzo della libertà e dell’indipendenza. Successivamente, anch'essi subirono la difficile crisi del 1929-32, che colpì duramente l’industria d’esportazione, con conseguente aumento della disoccupazione (mentre ha tenuto l’economia interna, favorita dalla crescita dei consumi e dell'edilizia abitativa). Gli anni successivi fino al 1936 furono caratterizzati da una persistente stagnazione e un ulteriore aumento della disoccupazione, con decine di migliaia di disoccupati, che rischiava di aggravare le tensioni sociali ancora esistenti dopo lo sciopero generale del 1918 e la crisi del 1920-23.

Da queste esperienze trassero alcune conclusioni fondamentali:
1. Poiché la sovranità appartiene al popolo e ai Cantoni svizzeri, che insieme costituiscono la Confederazione, a questa spetta principalmente la lotta contro i pericoli di «inforestierimento» dovuti alla presenza di un numero eccessivo di stranieri.
2. Pertanto dev'essere di competenza della Confederazione e non dei Cantoni o dell’economia il controllo degli stranieri (permessi d’ingresso, permessi di dimora e di domicilio, naturalizzazione, integrazione (allora «assimilazione»).
3. Alla Confederazione spetta inoltre il compito di salvaguardare l’ordine pubblico, garantire la sicurezza dello Stato e rafforzare l’unità e l’identità nazionali.

Che la Confederazione abbia scelto la Polizia federale degli stranieri come strumento politico-burocratico per la gestione della politica immigratoria federale non dovrebbe meravigliare perché anche la Svizzera, come in generale tutti i Paesi industrializzati, almeno inizialmente ha visto l’ingresso e la dimora degli stranieri come un problema di ordine pubblico e comunque da tenere sotto controllo. Tanto più che all'epoca era molto diffusa la propaganda fascista a cui si sarebbe aggiunta poco dopo anche la propaganda nazista.

Non dovrebbe nemmeno meravigliare che la legge sia rimasta in vigore tanto a lungo, fino al 1° gennaio 2008, nonostante alcuni tentativi di abrogarla, falliti grazie all'ampio sostegno popolare, all'infondatezza delle accuse di xenofobia nei confronti delle autorità e all'efficacia della legge nel mantenere la pace sociale e la pace del lavoro. Nel frattempo, tuttavia, vennero introdotte diverse modifiche, richieste non solo ad esigenze interne (innovazione tecnologica nell'industria, cambio di mentalità sugli stranieri), ma anche ad esigenze degli immigrati, sempre più stanziali (domiciliati), nonché a pressioni internazionali (negoziati bilaterali).

Pregiudizi ingiustificati

Ciò che invece meraviglia è che qualche pseudo storico o sedicente esperto di migrazioni continui a parlare di una politica di sfruttamento con cui centinaia di migliaia di lavoratori soprattutto italiani siano stati alla mercé di datori di lavoro spietati, di organi dello Stato svizzero vessatori (Polizia degli stranieri), degli svizzeri come se tutti fossero razzisti e nonostante votassero contro le iniziative xenofobe, di rappresentanti diplomatici e consolari italiani più interessati alla loro tranquillità che al benessere dei connazionali, di attivisti politici e sindacali (specialmente svizzeri) solidali a parole e indifferenti in pratica.

Purtroppo questi detrattori seriali della politica immigratoria svizzera non s’interrogano mai sulla legittimità e costituzionalità di quella legge, altrimenti scoprirebbero che fu non solo legittima e costituzionale, ma anche democratica perché approvata all'unanimità dai rappresentanti del popolo e dei Cantoni. A molti di essi sfugge anche la considerazione che senza un rigido controllo degli ingressi e dei permessi di soggiorno degli stranieri, attratti dalla florida economia, il loro aumento illimitato avrebbe potuto pregiudicare la composizione etnica, linguistica, culturale, economica e persino politica della Svizzera, sarebbe stato difficile o forse impossibile conservare l’integrità nazionale e territoriale della Confederazione, rafforzare la fragile identità nazionale, promuovere il benessere generale e la sicurezza economica della popolazione, conformemente al senso e allo spirito della costituzione federale.

Purtroppo è stato invece sempre carente, a parere dello scrivente, il contributo al miglioramento della legge e della situazione degli immigrati da parte dell’immigrazione italiana organizzata, perché questa ha quasi sempre privilegiato la contestazione e quasi mai la proposta ragionevole e sostenibile, non ha scelto sempre gli strumenti più adeguati e non ha sempre sostenuto convintamente la via maestra dell’integrazione, non ha visto a lungo di buon occhio la tendenza alla naturalizzazione della seconda e poi della terza generazione. Ma non è questo l’ambito giusto per trattare questi temi.

Limiti della legge del 1931

Anche la legge sugli stranieri del 1931 può essere ovviamente criticata e a mio parere alcuni punti lo meritano perché avrebbe potuto essere opportunamente modificata, almeno dal momento in cui la politica svizzera si è resa conto che l’immigrazione stava diventando strutturale. Il legislatore avrebbe potuto (e forse dovuto) mitigare la rigidità dei permessi di soggiorno, intervenire contro gli abusi del permesso stagionale che creavano troppi «falsi stagionali», introdurre misure di sostegno all'integrazione senza aspettare le iniziative anti-stranieri di Schwarzenbach, facilitare la naturalizzazione della seconda generazione, superare la rigidità di una legge che era stata concepita e approvata per consentire alla Confederazione di lottare contro il pericolo dell’inforestierimento (Überfremdung), soprattutto quando la percentuale degli stranieri ha cominciato a decrescere (8,7% nel 1930).

La Svizzera si presentava ed era vista allora soprattutto
come meta «temporanea» (e precaria) di lavoro e di vita! 
L’articolo 4, per fare qualche esempio, avrebbe potuto essere eliminato o almeno riscritto dando per scontato che «l’autorità decide liberamente, nei limiti delle disposizioni di legge e dei trattati con l’estero, circa la concessione del permesso di dimora o di domicilio» e che non è obbligata al rinnovo dei permessi, qualora vengano meno le condizioni per le quali furono rilasciati. Perché insistere sul sentimento di precarietà già vissuto drammaticamente da molti immigrati?

Anche l’articolo 10 avrebbe potuto essere lasciato cadere o scritto diversamente senza elencare la nutrita casistica per cui gli stranieri indesiderati potevano essere espulsi (criminalità, malattia, indigenza (!), abuso dell’ospitalità svizzera con ripetute infrazioni gravi dell’ordine pubblico, ecc.).

L’articolo 16, giustificato nella sostanza, avrebbe potuto essere migliorato nella forma, anche per non ingenerare equivoci, inevitabili quando si dice genericamente che «nelle loro decisioni, le autorità competenti a concedere i permessi terranno conto degli interessi morali, economici del paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera». Bastava forse dire che le nuove ammissioni dovranno avvenire tenendo presente la situazione del mercato del lavoro.

Tuttavia, il principale limite di questa legge è stato forse di mirare essenzialmente a «proteggere» gli interessi svizzeri (e i valori svizzeri contro il pericolo di un’invasione incontrollata di migranti eterogenei), trascurando, anche nell'interesse svizzero, il principio dell’integrazione degli stranieri, soprattutto di quelli residenti stabilmente. Purtroppo, solo lentamente, dopo il 1970, la politica è intervenuta a mitigare le difficili condizioni di vita degli stranieri e ad avviare lentamente l’integrazione, cominciando dalle seconde generazioni. Meglio tardi che mai?

Giovanni Longu
Berna 02.07.2025 

25 giugno 2025

1925: Basi della politica immigratoria federale

Alla fine della prima guerra mondiale la Confederazione sapeva che doveva darsi una normativa chiara e solida riguardo agli stranieri che dagli ultimi decenni dell’Ottocento giungevano in massa per sopperire alla carenza di manodopera svizzera per un’economia con ampie prospettive di sviluppo. L’Esposizione nazionale di Berna del 1914 aveva messo in luce non solo i risultati conseguiti dall’industria svizzera e riverberati nel benessere diffuso su vasta scala (la Belle Epoque), ma anche le grandi potenzialità delle nuove scoperte, dell’innovazione tecnologica e dell’organizzazione del lavoro. La guerra, però, aveva insegnato agli svizzeri che il progresso illimitato non era garantito e che l’abbondante forza lavoro straniera presente in Svizzera avrebbe potuto creare seri problemi, perché non poteva essere naturalizzata «per forza» né rinviata al Paese di provenienza, a causa degli accordi bilaterali con gli Stati fornitori, qualora non fosse stata più necessaria. L’incertezza del futuro animò a lungo il dibattito pubblico sugli stranieri, fin quando, nel 1925, giusto cento anni fa, il Popolo fu chiamato a decidere.

Le incertezze del dopoguerra

La prima guerra mondiale, pur avendo risparmiato in gran parte la Svizzera, ne aveva minato lo slancio ottimistico che aveva caratterizzato il primo decennio del secolo e che si era manifestato nella grande Esposizione nazionale di Berna nel 1914, in piena Belle Epoque. Per coloro che non vedevano più davanti a sé un futuro roseo per l’economia (e di conseguenza per la prosperità sociale) fu facile individuare nella sovrabbondante manodopera straniera l’ostacolo a cui occorreva trovare urgentemente un rimedio per non correre il rischio di dipendere dall’estero (pericolo di inforestierimento) e dover assistere migliaia di persone in più (pericolo di un’assistenza insopportabile) in caso di disoccupazione estesa.

Il dibattito era in corso dall'inizio del secolo, ma le soluzioni proposte si rivelarono inefficaci, compresa la nuova legge sulla cittadinanza del 1903 voluta per facilitare l’acquisizione della cittadinanza svizzera a chi nasceva in Svizzera da genitori stranieri già residenti in questo Paese (introducendo una sorta di Ius soli). In tal modo si pensava di poter stabilizzare la popolazione straniera residente, ma nessun Cantone se ne avvalse. D’altra parte, la Confederazione non aveva alcuna competenza sulla gestione ordinaria degli stranieri in quanto la Costituzione l’attribuiva ai Cantoni.

A questa difficoltà interna si aggiungeva per la Confederazione quella esterna di aver sottoscritto, specialmente con i Paesi vicini, per esempio con l’Italia, trattati importanti di libera circolazione delle persone in entrambi gli Stati, ai quali non intendeva rinunciare. Come avrebbe potuto la Svizzera rinviare in quei Paesi la manodopera eccedente le necessità dell’economia? Inoltre, come poteva impedire l’ingresso alle persone che volevano entrare in Svizzera?

Rimedi provvisori

Per alcuni decenni il Consiglio federale rimediò a questa lacuna costituzionale con soluzioni provvisorie, prolungando alcune misure eccezionali introdotte in tempo di guerra (come facevano generalmente tutti gli Stati belligeranti) per impedire l’ingresso indiscriminato in Svizzera a disertori, renitenti anarchici, socialisti, bolscevichi, disoccupati e persino delinquenti comuni provenienti da tutta l’Europa in seguito al crollo degli imperi russo, austro-ungarico e tedesco. Fu persino reintrodotto il «visto» sui passaporti, ma, soprattutto, avvalendosi dei poteri straordinari ricevuti durante la guerra, il Consiglio federale istituì nel 1917 l’Ufficio centrale di polizia degli stranieri (la cosiddetta Polizia degli stranieri), destinata a diventare praticamente lo strumento politico-burocratico contro l’«inforestierimento».

Si sa che grazie alle misure adottate dalla Confederazione alcuni risultati erano stati raggiunti, per esempio, la quota degli stranieri sulla popolazione residente totale era scesa dal 14,7% di prima della guerra al 10,4% del 1920, sebbene il Consiglio federale ritenesse che il 10,4 % di stranieri costituisse pur sempre «una proporzione anormale per l'equilibrio della nostra popolazione».

Nessuno, tuttavia, era soddisfatto della situazione normativa riguardante gli stranieri perché non era costituzionalmente fondata, si prestava a grandi difformità cantonali.

Necessità di una riforma costituzionale

L’insoddisfazione per le misure eccezionali adottate dal governo era molto diffusa, anche perché la regolamentazione degli stranieri differiva da Cantone a Cantone, e da più parti si reclamava un disciplinamento legislativo federale uniforme della materia. Nel corso di un dibattito parlamentare del 1923 «sui provvedimenti da prendersi per favorire l'assimilazione degli stranieri in Svizzera e specialmente sulla revisione della legislazione concernente la naturalizzazione» fu chiesto ancora una volta al Consiglio federale di presentare al Parlamento una regolamentazione federale organica delle questioni relative al problema degli stranieri, specialmente quelle del soggiorno e della naturalizzazione.

Nel 1924, nella sua risposta il Governo non fece che ribadire che un intervento regolatore della Confederazione in materia di stranieri sarebbe stato possibile solo se ne avesse avuto la competenza costituzionale. Si trattava quindi di adottare in Parlamento la modifica costituzionale necessaria e sottoporla, come ogni modifica della Costituzione federale, al voto popolare. Il 25 ottobre 1925 fu sottoposto al voto popolare il «decreto federale concernente la dimora e il domicilio degli stranieri» già adottato dall'Assemblea federale il 19 giugno 1925, il quale, col nuovo articolo 69 ter, attribuiva in sostanza alla Confederazione «il diritto di far leggi sull'entrata, l'uscita, la dimora e il domicilio degli stranieri».

Ampio consenso popolare

La riforma costituzionale fu ampiamente approvata dal Popolo (col 62,2% di sì) e dai Cantoni (solo tre Cantoni - Friburgo, Ticino e Vallese – e un Semicantone – Appenzello Interno votarono contro) per cui la Confederazione poteva ora elaborare quella che sarà per decenni la legge più importante relativa agli stranieri e consentirà di adottare tutte le misure che riguarderanno la stabilizzazione, l’integrazione e la naturalizzazione degli stranieri. 

Sui risultati ottenuti con le leggi, le ordinanze, le misure di accompagnamento e l’impegno profuso dalla Confederazione, dai Cantoni e da altre istituzioni pubbliche e private in questa complessa materia le opinioni sono divergenti, ma dovrebbe essere innegabile che tutto si è svolto sulla base di un ampio consenso popolare, nella legalità e nel rispetto della Costituzione federale democratica.

Purtroppo, invece, alcune opinioni, che tali dovrebbero restare, si trasformano in certe narrazioni di pseudo-storici dell'immigrazione italiana in Svizzera in giudizi severi in base a categorie non attuali al tempo di quei provvedimenti, ignorando totalmente non solo il contesto, ma anche la base giuridica democratica e costituzionale. Tanto è vero che di fronte alle restrizioni introdotte con la legge del 1931 (di cui si tratterà prossimamente) nemmeno l'Italia è intervenuta a difesa del Trattato del 1868, ma riconobbe tacitamente la legittimità dei nuovi provvedimenti restrittivi introdotti unilateralmente dalla Svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 25.06.2025

18 giugno 2025

1925: Origine e sviluppo delle colonie libere italiane (2a parte)

Le Colonie Libere Italiane (CLI), fondate da esuli antifascisti avevano a cuore soprattutto le sorti dell’Italia, che pensavano di poter restituire alla democrazia una volta caduto il regime fascista. Non essendo una creazione degli immigrati per motivi di lavoro, almeno inizialmente le CLI non ebbero un interesse particolare per le tipiche problematiche immigratorie. Esso maturò solo dopo la creazione della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera (FCLIS) nel 1943 e dopo la fine della guerra, quando apparve chiaro che l’immigrazione italiana era destinata a durare e aveva bisogno di sostegno (politico), di istruzione (per l’infanzia e per gli adulti), di cultura (ritrovi, giornali, biblioteche, conferenze), di formazione professionale e anche di un forte senso di appartenenza a un gruppo sociale consistente e talvolta persino determinante nell'economia e nella società svizzere.

Pretese eccessive e miopi

Come detto nell'articolo precedente, l’impegno politico sociale e culturale delle CLI per il miglioramento delle condizioni generali degli immigrati (italiani) in Svizzera e soprattutto per una maggiore presa di coscienza dei loro diritti è incontestabile e complessivamente virtuoso, ma in una retrospettiva seria e obiettiva non si può negare che il loro contributo sia stato meno incisivo di quanto alcuni ritengono. Di seguito vengono rievocati alcuni errori clamorosi delle CLI allo scopo di fornire qualche elemento in più per comprendere (meglio) la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera ed evidenziare che su di essa hanno probabilmente influito negativamente anche l’atteggiamento talvolta intransigente e miope e alcune pretese eccessive (si pensi per esempio all'abolizione dello statuto stagionale o alla soluzione del problema dei «falsi stagionali») della FCLIS (ma non solo di essa).

Finita la guerra, la FCLIS, rivendicò subito per sé «la rappresentanza unitaria di tutti gli italiani dimoranti in Svizzera e rimasti fedeli alle grandi tradizioni di libertà e di umanità». Si trattava non solo di una rappresentanza morale (ispirata ai principi della libertà, della solidarietà e della difesa dei lavoratori), ma anche politica (caratterizzata da un forte spirito antifascista e, da quando il PCI guidò l’opposizione, anche antigovernativo), che sollevò però forti dubbi e contrasti persino all'interno della FCLIS, ma soprattutto presso altre organizzazioni di immigrati e persino in alcuni ambienti svizzeri.

Errori clamorosi

Un primo errore è stato commesso proprio nell'ambito dell’associazionismo. Infatti i successi conseguiti dopo il 1943 con un’ampia adesione di immigrati alle prime CLI ha fatto credere ad alcuni dirigenti che la neocostituita FCLIS fosse la vera e unica rappresentante di tutti gli italiani residenti in Svizzera. In effetti, il Terzo Convegno delle Colonie Libere della Svizzera, tenutosi a Berna nel marzo 1945, approvò all'unanimità la seguente risoluzione: «La Federazione delle C.L.I. della Svizzera […] rivendica anzitutto alle Colonie libere e alla loro Federazione […] il merito di aver preso un'iniziativa valsa a trarre l'emigrazione italiana in Svizzera dallo stato di disorientamento e di inerzia seguito agli avvenimenti del luglio e settembre del 1943 [e] riconferma per questa iniziativa e per l’autorità morale e politica che le Colonie Libere hanno saputo acquistarsi, la sua qualità di unica rappresentante dell’emigrazione italiana nella Svizzera».

Si trattò di una decisione che peserà moltissimo, negativamente, sull’evoluzione della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Infatti, invece di unire i vari enti ormai epurati dal fascismo, le CLI fomentarono spesso la disunione soprattutto nei confronti delle Missioni cattoliche italiane (MCI) e associazioni aderenti, che consideravano antagoniste, sebbene rappresentassero importanti centri d’incontro, gestissero numerose scuole e svolgessero altre importanti opere sociali.

Un secondo errore clamoroso è stato l’opposizione della FCLIS alle rappresentanze diplomatiche e consolari, come quando pretendeva l’epurazione perentoria dei (presunti) fascisti dalle organizzazioni e istituzioni ex-fasciste o che in qualche misura erano state compromesse col regime (Consolati, Società Dante Alighieri, Case d’Italia, Istituti di cultura, scuole, gruppi sportivi, ecc.). Quanto bastava per avere contro, oltre alle MCI, numerose istituzioni e creare molta diffidenza anche tra le rappresentanze diplomatiche e consolari italiane e nei sindacati svizzeri.

Si legge ad esempio nel verbale di una riunione del 1973 della «Commissione federale consultiva per il problema degli stranieri» che il Consigliere nazionale e presidente del sindacato FLMO Wüthrich si rammaricava che le Colonie Libere Italiane (CLI) fossero ancora così tanto ascoltate.

Si temeva, infatti, che alla base di queste operazioni non ci fosse solo il desiderio di far valere le ragioni dell’antifascismo o di apportare miglioramenti alle condizioni degli immigrati, ma anche l’obiettivo di gestire il malcontento e «iniziare alla pratica della libertà le collettività italiane uscenti da una specie di medioevo spirituale». Questo atteggiamento creò qualche timore anche in alcuni ambienti svizzeri, per i quali sembrava che l’obiettivo vero fosse quello di creare disordine e far penetrare in Svizzera l’ideologia comunista attraverso la propaganda sovversiva.

Nei confronti delle autorità italiane alcune rivendicazioni dovevano apparire palesemente eccessive, come quando su alcune questioni le CLI preferivano investire direttamente Roma, attraverso i partiti di riferimento (PCI e PSI) o i sindacati di riferimento (CGIL e UIL), senza rendersi conto che scavalcando le autorità diplomatiche e consolari finivano per indebolirle agli occhi degli svizzeri e potevano creare screzi importanti nei tradizionali buoni rapporti italo-svizzeri, come nel caso di vistose intromissioni in questioni di politica interna svizzera da parte di certi ministri, sottosegretari e ambasciatori.

Grave è stato anche l’errore, nell'ambito di rivendicazioni lavorative, di fare esplicitamente più affidamento sui sindacati e patronati italiani che sui sindacati svizzeri, che non gradivano per nulla di essere messi in competizione e talvolta opposizione con le organizzazioni sindacali italiane. In questo contesto, una conseguenza negativa, di cui poco si sa e meno si parla, fu il diverso atteggiamento dei principali sindacati svizzeri nei confronti delle varie istituzioni di formazione professionale italiane, che non riuscirono mai a concepire programmi formativi comuni e ancor meno a gestire in comune strutture, finanziamenti, retribuzioni, formazione del personale, ecc.

Un terzo errore, gravissimo, perché divise profondamente la collettività immigrata, fu proprio quello di aver diviso, sebbene per lo più involontariamente e in contraddizione col desiderio diffuso di unità (che portò nel 1970 alla fondazione del Comitato Nazionale d’Intesa CNI), le associazioni degli immigrati, riproducendo anche in un ambiente tradizionalmente apolitico la lotta tra i partiti che si accese nel dopoguerra in Italia. Le CLI non fecero abbastanza per risolvere le divergenze, anzi si schierarono prevalentemente da una parte, lasciando che i sospetti di filocomunismo gravassero sull'insieme della collettività italiana immigrata.

In altri ambiti, e specialmente in quelli della cultura, della scuola, del tempo libero, del dibattito pubblico, della formazione politica, della fedeltà all'antifascismo, ecc. le CLI sono state indubbiamente molto più efficienti, per cui resta difficile se non impossibile stilare un bilancio obiettivo complessivo, tanto più che alcune CLI sono ancora in piena attività. Semmai starà al lettore fare la sintesi che ritiene più giusta.

Giovanni Longu
Berna, 18.06.2025