15 maggio 2013

Italia-Svizzera: integrazione e cittadinanza (prima parte)


Chiunque abbia o abbia avuto esperienze migratorie si può ben rendere conto dell’importanza e della delicatezza della discussione in atto in Italia sulla cittadinanza degli immigrati, soprattutto di quelli di seconda generazione. Un tema che non può essere risolto con una semplice modifica legislativa, ma va discusso e approfondito sotto molteplici aspetti, senza farne tuttavia un oggetto di scontro ideologico sui diritti fondamentali o sui principi di civiltà. Bisognerebbe affrontarlo con un certo pragmatismo. Occorrerebbe cioè domandarsi se le singole misure proposte siano adeguate, opportune e socialmente sostenibili.

Anzitutto mi pare essenziale un chiarimento terminologico, cominciando dal termine «diritto». E’ vero infatti che ogni essere umano ha fin dalla nascita una serie di diritti «naturali», ma non quello di cittadinanza, se non in una forma generica come capacità ad averne una. Anche la famosa «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino» del 1789 (elaborata durante la Rivoluzione francese) esprime questa distinzione. Considerare dunque come una sorta di diritto naturale il riconoscimento della cittadinanza italiana a chi nasce in Italia è una forzatura senza fondamento.
Nelle società moderne e democratiche la fonte del diritto è essenzialmente la Costituzione e le leggi. Vien da chiedersi, con riferimento all'Italia, perché finora nessuna proposta di legge è giunta alla discussione e approvazione finale. Probabilmente perché nessuna risultava chiara e adeguata alla situazione. Temo che faranno la stessa fine le nuove proposte che, stando a fonti giornalistiche, vorrebbero addirittura introdurre una sorta di «jus soli», ossia il diritto di cittadinanza automatica per chi nasce sul territorio nazionale da genitori rispondenti ad alcuni requisiti.

Politica d’integrazione
Il tema della cittadinanza nei confronti degli stranieri domiciliati in Italia e soprattutto di quelli di seconda generazione, ossia nati in Italia, è tuttavia ineludibile per ragioni politiche e di opportunità. Anzitutto per ragioni politiche, perché nessuno Stato democratico può tollerare a lungo andare una quota eccessiva di stranieri (dotati generalmente di meno diritti dei cittadini). Ma soprattutto per ragioni di opportunità: è di gran lunga preferibile per una società fondata sul consenso e sulla collaborazione poter contare sul contributo della (quasi) totalità dei suoi componenti piuttosto che escluderne una parte, rischiando persino di privarsi di apporti importanti e di alimentare il dissenso.
Per risolvere il problema credo anzitutto ch'esso vada considerato all'interno di una moderna politica migratoria che l’Italia ancora non ha. Purtroppo molti Stati, tra cui la Svizzera e da qualche decennio anche l’Italia, hanno pensato unicamente a regolamentare gli ingressi con le varie leggi sull'immigrazione, introducendo contingenti, controlli e misure di polizia. La Svizzera da alcuni decenni ha imparato con grandi benefici che un’efficace politica migratoria, pur continuando a tenere sotto controllo i flussi (contrastando ad esempio ogni forma di immigrazione clandestina), deve fondarsi soprattutto sull'accoglienza e sull'integrazione degli immigrati.
Per questa ragione ho apprezzato molto nel nuovo governo italiano l’istituzione di un ministero dell’integrazione. A chi ne contesta l’opportunità bisognerebbe rispondere che l’integrazione è importante per gli immigrati, ma soprattutto per l’Italia. In un Paese non possono convivere a lungo pacificamente persone di serie A e di serie B. Tanto vale che siano tutte di serie A, ossia persone che si sentano accettate, rispettate e stimate, sebbene temporaneamente prive dei diritti politici.

Integrazione e cittadinanza
Una buona integrazione è anche una condizione fondamentale per divenire a tutti gli effetti cittadini nella pienezza dei diritti anche politici. In Svizzera si è molto discusso nei decenni passati se la naturalizzazione, ossia l’acquisizione della cittadinanza, sia da considerare più un punto di arrivo che un punto di partenza. Oggi sembra che non sussistano dubbi nel considerare l’integrazione, almeno in una misura essenziale, come la principale condizione per la naturalizzazione.
Cecile Kyenge, ministra per l'integrazione
Lungi da me dare suggerimenti alla ministra per l’integrazione Cecile Kyenge, ma conoscendo entrambe le situazioni, quella svizzera e quella italiana, non ho dubbi nel ritenere preferibile per l’Italia che si elabori dapprima e si implementi poi una condivisa ed efficace politica migratoria incentrata sull'integrazione. Tutto il resto (modificare leggi, cancellare reati, ecc.) sarà più facile.
Puntare invece, come sembrerebbe da certa stampa, sull'introduzione dello «jus soli» per chi nasce sul territorio nazionale mi pare un azzardo destinato a sollevare violente opposizioni (e data la situazione italiana non sarebbe proprio il caso!). Posso aggiungere che in Svizzera si è già tentata questa strada (un caso forse più unico che raro nella storia moderna delle politiche migratorie nazionali) e si è persino giunti ad adottare una legge federale che consentiva ai Cantoni (sovrani in materia di diritti civili) di applicare sul loro territorio il diritto di cittadinanza alla nascita (sia pure a certe condizioni). Ebbene, in forza di quella legge non c’è mai stata a quanto sembra alcuna naturalizzazione, per cui quella legge è stata abrogata.

Cittadinanza facilitata
Ciò che in Italia mi pare auspicabile è la facilitazione dell’acquisizione della cittadinanza italiana per i figli di stranieri già residenti stabilmente da un certo numero di anni e ritenuti in certa misura integrati. Per ottenere la cittadinanza di questi stranieri di seconda generazione potrebbe bastare, ad esempio, una semplice richiesta, visto che tutte le altre condizioni sono già adempiute dai genitori. In questo modo, forse, si potrebbero ritenere soddisfatti sia coloro che ritengono «giusto» che chi nasce in Italia venga considerato cittadino italiano, ma anche coloro che sono decisamente contrari alla concessione «automatica» della cittadinanza a chiunque nasca in Italia. Tanto più che in certi casi la cittadinanza italiana, diversa da quella del padre o della madre, potrebbe non essere desiderata o gradita.
Giovanni Longu
Berna, 15.05.2013

Roma ancora tentenna su Rubik



Per l’Italia il «modello Rubik» sembra davvero un rompicapo… e rischia di provocare danni irreversibili. Il governo Letta è ancora fermo ai blocchi di partenza. Eppure i «Saggi» di Napolitano lo hanno detto molto chiaramente: «Si propone al Governo di valutare l'opportunità di riprendere i negoziati bilaterali con la Svizzera per un accordo di trasparenza ai fini della tassazione dei redditi transfrontalieri di natura finanziaria, alla luce dei recenti sviluppi sul fronte della fiscalità internazionale (in particolare, degli accordi conclusi dagli Stati Uniti con vari paesi europei) sullo scambio di informazioni, nonché delle raccomandazioni del G8 e del G20 su questa materia; in parallelo, il Governo può attivarsi in sede UE affinché l’Unione stessa negozi un tale accordo, in nome di tutti gli Stati membri».

La proposta dei Saggi
La proposta dei «Saggi» mi pare legittima e utile e viene da chiedersi perché Roma ancora tentenna. Forse
per paura che dietro una «sanatoria» si nasconda un vero e proprio «condono tombale» nei confronti degli evasori fiscali che negli scorsi decenni hanno preferito depositare i loro capitali in Svizzera, evadendo il fisco italiano? Oppure perché si aspetta che sia l’Unione Europea a risolvere la vertenza non solo per l’Italia, ma anche per altri Paesi europei che hanno con la Svizzera un problema analogo? E’ probabile che a entrambe le domande si debba rispondere sì, ma è certo che quanto più tempo passa tanto più modesto sarà il risultato in termini monetari per l’Italia.
Semplificando la problematica, si tratta di ridefinire con l’Italia un accordo complessivo in materia fiscale che ha due risvolti: uno riguarda il passato e l’altro riguarda il futuro. Mentre per il futuro è sicuramente corretto che sia l’Unione Europea ad occuparsene per tutti i membri dell’UE, per quanto riguarda il passato mi sembra difficile che l’UE possa entrare nei dettagli di ciascun Paese.
Per il futuro si tratta essenzialmente di concordare a livello europeo uno scambio automatico dei dati fiscali e non sembrano più sussistere grandi opposizioni nemmeno da parte svizzera. Se infatti fino a pochi mesi fa il «segreto bancario» svizzero sembrava non negoziabile, ora la Svizzera non vi si oppone più a patto che la trasparenza riguardi tutti i Paese europei, compresi Austria e Lussemburgo, dove vige ancora una sorta di segreto bancario analogo a quello svizzero.

Rubik riguarda il passato
Per quanto riguarda il passato è evidente che ciascun Paese ha una sua propria vertenza, che andrebbe regolata bilateralmente. Per questo finora hanno regolato il passato Londra e Vienna, mentre Berlino ha tentato di regolarlo a livello governativo giungendo persino a un accordo, poi naufragato a livello parlamentare per l’opposizione dei socialdemocratici (non si sa bene se perché a loro sembrava indecente o semplicemente per far dispetto alla Merkel che ha molte probabilità di essere rieletta alle prossime elezioni tedesche d’autunno. Quanto agli altri due accordi va detto per inciso che Londra e Vienna già incassano fior di milioni dalla Svizzera.
Pur non essendo uno strenuo difensore del modello Rubik, credo che il tergiversare di Roma non giovi all’Italia. Del resto, anche la Germania, che ha meno urgenze di cassa dell’Italia, ha lasciato intendere tramite il suo ministro degli esteri, che con Berna «resta aperta la via di un’intesa fiscale» anche se «in questo momento non è possibile dire se verrà ripreso il piano svizzero Rubik oppure no (…)». Evidentemente il «no» lascia intendere che anche Berlino aspetta di vedere quali saranno gli sviluppi sul fronte dell’Unione europea, che è sicuramente interessata a nuovi accordi fiscali con la Svizzera».
Dal punto di vista svizzero, le idee sembrano chiare e in questi primi mesi dell’anno eminenti personalità, a cominciare dallo stesso Presidente della Confederazione, hanno affermato che la Svizzera non accetterà alcun diktat e tantomeno di «denunciare» persone che, pur avendo esportando capitali non dichiarati al loro Paese, non hanno violato alcuna legge svizzera.

Berna disponibile al negoziato
Riguardo al modello Rubik, ambienti politici e finanziari sembrano disponibili a discuterlo e adattarlo alle situazioni specifiche, non a stravolgerlo o abbandonarlo. Il 25 aprile scorso, in un’intervista al quotidiano svizzero «Le Temps», il presidente dell’Associazione svizzera dei banchieri (ASB) si è detto convinto che lo scambio automatico di informazioni è meno efficace dell’imposta liberatoria alla fonte, ossia il modello Rubik. Ciò che molti non hanno capito è che esso mira a regolarizzare i fondi depositati in passato nelle banche svizzere, non i depositi futuri. Per il futuro la Svizzera è infatti sempre più disponibile a uno scambio automatico di informazioni.
Osservando la lentezza della reazione italiana, francamente non si capisce perché non siano ancora ripresi i negoziati con la Svizzera. Eppure è evidente che man mano che passa il tempo c’è il rischio che dei capitali esportati illecitamente ne restino sempre meno nelle casseforti svizzere e pertanto che sia anche sempre minore il tesoretto che la Svizzera è disposta a restituire agli Stati interessati, tra cui l’Italia.
E’ pertanto auspicabile che i negoziati riprendano quanto prima, anche perché i tempi sembrano favorevoli.
Giovanni Longu
Berna, 15.05.2013

11 maggio 2013

Festa della mamma e riconoscenza sociale


La seconda domenica di maggio è tradizionalmente dedicata alla Festa della mamma. Ben venga almeno una volta l’anno l’occasione di omaggiare non solo le nostre mamme, ma «la mamma» e più in generale «la donna», che da che mondo è mondo incarna l’idea stessa di maternità. Purtroppo anche questa ricorrenza, come quella del 1° maggio dedicata al lavoro, più che un evento da festeggiare dovrebbe essere stimolo alla riflessione sul disagio sociale e sulla crisi delle famiglie.

Mi riferisco specialmente alla situazione italiana, dove le mamme sono le più colpite. Sono le prime ad essere licenziate, le prime a far fronte a una eventuale riduzione del bilancio familiare, le prime a fare rinunce. Spesso, purtroppo, sono anche le prime a rinunciare a ulteriori maternità perché i figli costano troppo!

Mancanza di una vera politica familiare
Anche in Svizzera, dove la situazione è comunque molto migliore di quella italiana, secondo una recente statistica, in una coppia con uno o più figli sotto i 25 anni, l’88% dei padri svolge un’attività professionale a tempo pieno, ma solo il 17% delle madri. Il 61% delle madri svolge un’attività professionale a tempo parziale, mentre la percentuale dei padri si ferma al 7,8%. E’ ancora molto diffusa l’opinione che il lavoro fuori casa delle madri sia solo accessorio e complementare a quello degli uomini e non un diritto.
In questi ultimi anni, i media italiani, troppo attratti dai giochi spesso indecorosi della politica, hanno sottovalutato e trascurato (salvo sbattere in prima pagina casi di femminicidio e infanticidio) il crescente disagio delle famiglie, la piaga della disoccupazione giovanile, i tanti giovani adulti costretti a stare in casa perché senza lavoro, la carenza di adeguate strutture di assistenza e di sostegno (consultori, asili nido, doposcuola, ecc.). La politica familiare sta accumulando gravi ritardi, fatta eccezione per le detrazioni fiscali per i figli a carico.
La famiglia dovrebbe tornare al centro dell’attenzione e dell’azione politica, come in diversi articoli prevede la Costituzione italiana. Ne cito uno per tutti (art. 31): «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità e l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo». C’è ancora molto da fare.

La mamma è come un albero grande
Diceva una vecchia poesia (di Francesco Pastonchi) che mia mamma mi recitava quand’ero bambino: «Una mamma è come un albero grande / che tutti i suoi frutti dà: / per quanti gliene domandi / sempre uno ne troverà. / Ti dà il frutto, il fiore e la foglia, / per te di tutto si spoglia, / anche i rami si toglierà…». Per questo, credo, nessun figlio dovrebbe mai sottrarsi al dovere della riconoscenza, ma nemmeno la società. Mettere al mondo dei figli, accudirli, educarli e farli crescere, è una funzione altamente sociale e una responsabilità enorme, che comporta soprattutto nelle mamme grandi sacrifici e rinunce. Per questo esse meritano anche la solidarietà e la riconoscenza sociale.
Una forma moderna di solidarietà dovrebbe consistere anzitutto in un ripensamento profondo dell’attuale distribuzione del lavoro nella società e nell’ambito familiare, cominciando dalla stessa nozione di «lavoro», riservata abitualmente all’attività professionale fuori casa. Ancora oggi si esita a considerare «lavoro» l’attività che svolgono in casa le mamme. Persino il noto giornalista ticinese di origine italiana Michele Fazioli, in un bel pezzo sul Corriere del Ticino («Piccolo elogio della madre casalinga»), tentenna tra «madre casalinga» e «madre lavoratrice» e scrive: «la madre che non lavora, diciamo la casalinga (…) dovrebbe essere valorizzata, dovrebbe essere riconosciuta come forza produttiva in senso morale ed economico…». A mio parere, bisognerebbe dire senza esitazione alcuna che anche l’attività domestica compiuta prevalentemente dalle donne è «lavoro», sebbene non retribuito. Del resto è quel che fa già da diversi anni l’Ufficio federale di statistica (UST) quando calcola il valore monetario del lavoro casalingo non remunerato, mettendolo in relazione con il valore aggiunto lordo totale della Svizzera.

I «lavori domestici»
Ritengo un errore e un difetto che nell'opinione pubblica non si sia ancora riusciti a rivalutare adeguatamente anche sotto l’aspetto reddituale l’educazione dei figli, l’assistenza ai membri bisognosi di una famiglia, le attività per mandare avanti una casa e una famiglia. Eppure basterebbe pensare al costo di un’attività di assistenza ad un familiare bisognoso, qualora, invece di essere svolta da una persona di famiglia, generalmente una donna, venisse affidata a un o una badante. Lo stesso esempio si potrebbe applicare per analogia a quasi tutte le altre attività svolte dalle donne nell'ambito familiare (pulizie di casa, cura dei bambini, ecc.).
Un altro aspetto concreto della solidarietà, soprattutto tra le coppie, sarebbe una nuova e più equa ripartizione dei lavori domestici. Da una recente statistica risulta che in Svizzera, dove la situazione è per diversi aspetti migliore di quella italiana, ben tre quarti delle donne viventi in famiglie composte da coppie con figli di età inferiore a 15 anni assumono da sole la responsabilità principale per i lavori domestici. E’ vero che oggi si registra un numero crescente di coppie (soprattutto tra i giovani) che assicurano la gestione congiunta della casa, ma quando si raggiungerà un giusto equilibrio?
Ci vorrà sicuramente del tempo perché comporta un cambiamento di mentalità, ma occorre cominciare subito. Altrimenti ad ogni «festa della mamma» ci si ritroverà con gli stessi problemi.
Giovanni Longu
Berna, 11 maggio 2013

08 maggio 2013

Alla culla della Confederazione


Sabato 27 aprile, nonostante un tempo per nulla primaverile, circa 40 allievi dell’Università delle tre età di Soletta hanno partecipato a una escursione culturale attorno al Lago dei Quattro Cantoni. Al termine di un corso finalizzato a conoscere meglio la Svizzera si è ritenuto utile andare a visitare sia pure velocemente i luoghi che hanno visto nascere la Confederazione.

Durante il corso, gli allievi avevano sentito parlare di Guglielmo Tell, dei tre Cantoni primitivi (Waldstätte) Uri, Svitto e Untervaldo, del Patto del Grütli, delle lotte per l’indipendenza dagli Asburgo, delle battaglie di Morgarten e di Sempach, del formarsi della Confederazione. Ma si sa fin dai tempi di Aristotele che l’informazione resta ancor più viva se legata a immagini visive. Per questo è stato organizzato il giro attorno al Lago dei Quattro Cantoni, fra l’altro una delle regioni più belle e più visitate della Svizzera.
Evidentemente non è facile rendersi conto delle condizioni di vita degli uomini e delle donne che abitavano quei posti attorno al 1300, ma già osservando il territorio, costituito da strette vallate, fitti boschi e monti incombenti, si possono capire le difficoltà di comunicazione di allora, la limitatezza degli scambi, l’isolamento di quelle popolazioni abituate da secoli a contare esclusivamente sulle proprie forze e a vivere in pace.

Tra mito e realtà
Altdorf, Monumento a Guglielmo Tell
Gli allievi sapevano anche che alla morte dell’imperatore tedesco Rodolfo d'Asburgo (15 luglio 1291), da cui dipendeva politicamente quella regione, le popolazioni locali tentarono di coalizzarsi per sottrarsi al dominio straniero. Nel corso della gita, quando dalla cittadina di Brunnen si osservò dall'altra parte del lago il famoso «praticello del Grütli», fu per molti una sorpresa sentir dire dalla guida che nel 1291 su quel prato non fu stipulato alcun accordo, pur essendo vero che in quel periodo le popolazione di Uri, Svitto e Untervaldo erano alleate contro chi pretendeva di tenerle sottomesse. La formazione della Confederazione fu in realtà un processo lento e difficile.
Della leggenda di Guglielmo Tell si è avuto modo di parlare soprattutto ad Altdorf, davanti al celebre monumento al mitico eroe nazionale. Nel piedistallo della statua oltre alla dedica a Guglielmo Tell figurano due date: 1307 (in alto) e 1895 (in basso). Mentre quest’ultima ricorda l’anno dell’inaugurazione del monumento, la prima indica la credenza assai diffusa che l’inizio della Confederazione fosse da collocare nel 1307 e non nel 1291. Ma è strano che sul monumento fosse stata incisa quella data, sebbene fin dal 1891 il Consiglio federale avesse dichiarato ufficialmente il 1291 l’«anno di fondazione» della Confederazione.

Morgarten e Sempach
Sono invece fatti storici le battaglie di Morgarten, di cui si è visto un bell'affresco sul municipio di Svitto, e di Sempach, entrambe vinte dai confederati (ai tre Cantoni primitivi si era aggiunta nel frattempo Lucerna) contro gli Asburgo che non si rassegnavano a perdere i territori svizzeri. A ricordo di quest’ultima battaglia (1386), su una collina vicino alla cittadina omonima, fu edificata una chiesetta.
Monumento a Winkelried
Sul luogo della battaglia, appena fuori della chiesetta, fu eretto un monumento in granito in onore di un’altra Arnold von Winkelried. Secondo certi racconti molto posteriori, si sarebbe gettato contro il nemico che stava per sopraffare i confederati, attirando su di sé le lance dei cavalieri asburgici ma aprendo così una breccia che consentì agli svizzeri di dividere e poi sconfiggere gli avversari.
figura mitica della storia svizzera,
Il Winkelried era ritenuto originario di Stans, capitale di Nidvaldo, dove nel 1865 venne eretto in suo onore un monumento e dove esiste anche la presunta casa a lui appartenuta (Winkelriedhaus), oggi sede Museo della cultura e degli usi del Cantone Nidwaldo. La piazzetta centrale di Stans è dominata dalla chiesa parrocchiale dedicata a San Pietro, in stile neorinascimentale, al cui interno si trovano numerosi riferimenti alla storia svizzera, non sempre pacifica. Nel 1481, per comporre i forti disaccordi tra i confederati dei primi otto Cantoni svizzeri ed evitare una probabile guerra civile, proprio a Stans nel corso di un incontro dei vari rappresentanti intervenne autorevolmente San Nicolao della Flüe, originario di Flüeli nel Cantone di Obvaldo. A seguito del suo intervento pacificatore tutti i delegati firmarono un nuovo patto federale, la «Convenzione di Stans», che vietava qualsiasi aggressione fra Cantoni e obbligava ciascuno a intervenire in soccorso di un Cantone aggredito.

Religiosità diffusa
Una caratteristica di questa regione che durante la gita non poteva restare inosservata è sicuramente la diffusa religiosità. Impossibile non rilevare, attraversando in autobus gli abitati o visitando le varie città, gli innumerevoli segni della matrice cristiana di queste località. Ovunque si notano chiese, monasteri, croci, cappelle. E se la Confederazione è nata e si è formata in queste regioni attorno al Lago dei Quattro Cantoni, non deve meravigliare se la Costituzione federale comincia ancora oggi con l’invocazione «In nome di Dio Onnipotente». Anche il primo documento federale (1291) conservato nell'Archivio di Svitto comincia: «Nel nome del Signore, così sia».
Svitto, davanti al Rathaus
Purtroppo a Svitto non è stato possibile visitare l’Archivio dei Patti federali, ma credo sia stato sufficiente sostare nella piazza centrale (Dorfplaz) per respirare quell'aria che sa di antico di fronte al vecchio Municipio (Rathaus) o alla chiesa barocca di San Martino. Le pareti esterne del Municipio sono infatti rivestite di affreschi che raffigurano la Battaglia di Morgarten, il Patto del Grütli e altri momenti fondamentali della storia svizzera. Per non parlare della vecchia torre del XII-XIII secolo (Schtzturm), ma anche della bella chiesa di San Martino del secondo decennio del 700.

Lucerna
Quando si parla della Svizzera centrale inevitabilmente uno dei primi pensieri se non il primo va a Lucerna, la città più popolata e più importante della regione. Anche nella nostra gita ha rappresentato uno dei momenti principali e non bastano certo poche righe per rievocare le impressioni provate nella breve visita del centro storico.
Nel centro storico di Lucerna
Di questa città gli allievi del corso sapevano già molte cose, della sua storia antica preromana e romana e soprattutto moderna, ma anche dei suoi monumenti più celebri, a cominciare dal Ponte della Cappella (Kapellbrücke), in legno, coperto, lungo 204 metri. Ma è tutt’altra cosa calpestare quelle tavole antiche e osservare i dipinti superstiti del XVII secolo risparmiati da un terribile incendio del 1993. Come fa impressione camminare sotto l’enorme tetto del modernissimo Centro della Cultura e dei Congressi (KKL Luzern), a fianco della monumentale porta d’ingresso della stazione ferroviaria. Oppure addentrandosi nel centro storico che racchiude antichi palazzi, torri e fontane, sedi di vecchie corporazioni un tempo potenti e ricche, quando Lucerna dominava la via dei commerci tra Nord e Sud attraverso il San Gottardo.
Anche Lucerna conserva molti segni della sua origine cristiana cattolica. Due chiese in particolare meritano di essere qui ricordate, la Chiesa dei Gesuiti, che fu la prima chiesa svizzera in stile barocco e la Chiesa di San Leodegario (nota come Hofkirche). Durante la Riforma, Lucerna rimase cattolica. Nel 1845 guidò una lega di sette Cantoni cattolici e conservatori (Sonderbund), che volevano separarsi dai Cantoni protestanti radicali e liberali. L’intervento del generale Dufour, che sconfisse la lega cattolica, evitò la guerra civile e creò la premessa per scongiurarla per sempre. Nel 1848 fu infatti costituita la moderna Confederazione, che garantiva l’autonomia dei Cantoni. Lucerna, concorrente di Berna per divenirne capitale federale, non fu scelta per questa funzione, ma divenne ciononostante una delle città svizzere più conosciute a livello internazionale e una delle principali mete turistiche.
Giovanni Longu

01 maggio 2013

Primo Maggio delle Donne



Il Primo maggio è tradizionalmente la «festa del lavoro», ma forse mai come oggi, in molte parti del mondo, ci sono così poche buone ragioni per festeggiare. Infatti il lavoro scarseggia e il numero dei senza lavoro, soprattutto nelle società sviluppate dell’occidente, non fa che aumentare.

Il Primo maggio era chiamato «festa dei lavoratori» e si intendeva in primo luogo «degli uomini», dimenticando o mettendo in secondo piano le donne lavoratrici. In fondo, secondo un’arcaica concezione ancora diffusa anche nelle nostre società evolute, i veri titolari del lavoro sarebbero gli uomini, mentre le donne lo sarebbero solo a titolo accessorio. L’attività domestica, non essendo retribuita, non è considerata generalmente «lavoro».

Donne penalizzate
Che questa concezione sia ancora assai diffusa lo dimostrano gli effetti della crisi, anche in Italia: i licenziamenti o comunque la perdita del lavoro colpiscono più le donne degli uomini, i lavori occasionali concernono soprattutto i giovani e le donne, l’occupazione a tempo parziale è tipicamente femminile, anche se coinvolge sempre più anche uomini. Per non parlare dei salari (quelli delle donne sono generalmente più bassi di quelli degli uomini) e dell’accesso al credito (le imprese femminili incontrano molte più difficoltà di quelle degli uomini).
In Svizzera la situazione è molto migliore, ma anche in questo Paese, risparmiato finora dall'acutezza della crisi economica, le donne hanno di che lamentarsi. Anche qui, ad esempio, i salari delle donne sono generalmente inferiori a quelli degli uomini e sul mercato del lavoro incontrano maggiori difficoltà degli uomini. Per le donne fare carriera è molto più difficile che per gli uomini. Per le donne con famiglia, conciliare attività professionale e vita familiare è un’impresa sempre più ardua.
Secondo una recente statistica, in una coppia svizzera con uno o più figli sotto i 25 anni, l’88% dei padri svolge un’attività professionale a tempo pieno, ma solo il 17% delle madri. Il 61% delle madri svolge un’attività professionale a tempo parziale, mentre la percentuale dei padri si ferma al 7,8%.

Lavoro e responsabilità
La giornata del Primo maggio dovrebbe essere un’occasione di riflessione collettiva sulle problematiche del lavoro, sulla sua scarsità e precarietà, ma anche sulla sua distribuzione. Ci si dovrebbe anche interrogare sulle responsabilità della situazione, ma andrebbe evitato di riversarle come spesso accade unicamente sulla finanza internazionale, sui cosiddetti ma mai identificati poteri forti, sull'Europa, sul governo.
La società civile ha certo il diritto e il dovere di criticare e di sollecitare soprattutto lo Stato a fare di più (e si spera che il nuovo governo dia davvero ai problemi del lavoro la priorità assoluta che meritano), ma occorre anche saper fare autocritica. Purtroppo non si sente quasi mai parlare delle responsabilità delle imprese, dei sindacati e dei singoli cittadini. In tempi di crisi spetta anche agli individui cercare un lavoro o confezionarsene uno su misura e persino rendersi disponibili ad accettare almeno provvisoriamente qualunque attività equamente remunerata, purché non illecita.
In questa riflessione può essere utile anche ripensare la distribuzione del lavoro non solo nella società, ma anche tra uomo e donna. Non si tratta di escogitare nuove teorie economiche o sindacali, semmai di adeguare quelle classiche alle nuove esigenze sociali. Si tratta anche di ripensare la ripartizione del lavoro tra uomo e donna in ambito familiare.

Per una nuova ripartizione del lavoro
Qualche anno fa fu lanciata in Svizzera un’iniziativa popolare che mirava sostanzialmente al raggiungimento di una diversa «ripartizione del lavoro» tra uomo e donna. Va detto subito che l’iniziativa non è mai andata in votazione perché non furono raggiunte le firme necessarie. Mi sembra tuttavia difficile negare che alcuni obiettivi esprimevano esigenze molto sentite. Ad esempio, si chiedeva che la Confederazione, cioè lo Stato, adottasse misure affinché «tutte le donne e tutti gli uomini in età lavorativa possano provvedere al loro sostentamento mediante un lavoro retribuito svolto a condizioni adeguate, in particolare attraverso la riduzione degli orari lavorativi e la promozione di forme differenziate di ripartizione del lavoro», e inoltre: «sia consentita, senza pregiudizi di ordine sociale e professionale, una ripartizione paritaria fra i sessi delle attività lavorative non retribuite socialmente necessarie, come pure dei servizi resi nell'interesse della comunità».
Nell'iniziativa si faceva riferimento anche alla disuguale «ripartizione fra i sessi delle attività lavorative non retribuite socialmente necessarie». Il riferimento era chiaro anche se non esplicito. Si pensi alla condizione «normale», ancora oggi, nella ripartizione dei compiti in ambito familiare quando ci sono bambini: è quasi sempre la donna che rinuncia (o è costretta a rinunciare) all'attività professionale o a ridurre il suo grado di occupazione, mentre il padre continua a svolgere un’attività remunerata a tempo pieno.

Rivalutare il lavoro domestico
Sarebbe anche ora di smettere di considerare «lavoro» solo l’attività professionale remunerata e non anche tutta l’attività domestica compiuta prevalentemente dalle donne. Il fatto che essa non venga remunerata non sminuisce affatto l’importanza, il valore e la professionalità del lavoro domestico. E’ semmai un errore e un difetto che non si sia ancora trovata la maniera e la misura per valutare adeguatamente sotto l’aspetto reddituale l’educazione dei figli, l’assistenza ai membri bisognosi di una famiglia, le attività per mandare avanti una casa e una famiglia.
Basterebbe pensare al costo di un’attività di assistenza ad un familiare bisognoso, qualora, invece di essere svolta da una persona di famiglia, generalmente una donna, venisse affidata a un o una badante. Lo stesso esempio si potrebbe applicare per analogia a quasi tutte le altre attività svolte dalle donne nell'ambito familiare, catalogate abitualmente come «domestiche».
La contabilizzazione delle attività casalinghe sotto l’aspetto reddituale, oltre che rispondere a un principio di giustizia, comporterebbe anche un altro vantaggio non indifferente: le attività domestiche acquisterebbero di valore e a nessuno verrebbe più in mente di considerarle meno importanti o addirittura meno utili di quelle cosiddette professionali svolte fuori casa.

Cambio di mentalità
Mi rendo conto che questo cambio di concezione del lavoro domestico comporta un vero e proprio cambio di mentalità, ma anche la crisi spinge in questa direzione. Per fortuna sempre più coppie, soprattutto giovani, assicurano la gestione congiunta della casa. Il Primo maggio potrebbe essere una buona occasione per riflettere seriamente anche su questa problematica, comprendendo anche, perché no, il dibattito in corso sul reddito minimo garantito, sul reddito esistenziale, sul reddito di cittadinanza, sul quoziente familiare e concetti simili. Contribuirebbe a un cambio di mentalità sempre più urgente e necessario.
Giovanni Longu
Berna, 1° maggio 2013

24 aprile 2013

Italiano vivo


Si sa che la lingua italiana non gode di buona salute nella Svizzera tedesca e francese. E’ inutile negarlo perché le cifre dei parlanti e di chi la usa abitualmente cala a vista d’occhio. Eppure sarebbe un errore abbandonarla per così dire al proprio destino. Bene fanno pertanto la Confederazione in primis, ma anche alcune istituzioni italofone della Svizzera italiana e d’oltre Gottardo a preoccuparsene e promuovere iniziative per far sapere che la lingua di Dante è ancora una lingua viva, scritta e usata, sia pure non comunemente.

Italiano nell’amministrazione federale
Anzitutto va riconosciuto al Consiglio federale che da qualche tempo sembra aver preso a cuore la situazione delle lingue minoritarie in Svizzera assumendo l’impegno non solo di seguirne attentamente l’evoluzione, ma anche di promuoverle attraverso misure appropriate e in particolare attraverso un proprio «delegato al plurilinguismo».
Nicoletta Mariolini
Le conseguenze immediate di questo impegno si vedono già nella maggiore attenzione che si pone nell'amministrazione federale al momento delle nuove assunzioni. Le discriminazioni linguistiche sono sempre più rare e la volontà di raggiungere gli obiettivi (quote linguistiche) indicati dal Consiglio federale è sempre più Nicoletta Mariolini, a delegata federale al plurilinguismo. Se oltre alle idee per la valorizzazione del plurilinguismo all’interno dell’amministrazione federale avrà anche reali poteri d’intervento per risolvere le situazioni più problematiche, si tratterà di un’ottima scelta. La prova provata si potrà avere solo fra qualche anno, se davvero le rappresentanze linguistiche saranno rispettate a tutti i livelli gerarchici.
evidente. E’ significativa la recente nomina di una ticinese,
E’ importante che l’amministrazione federale diventi sempre più espressione del plurilinguismo svizzero, ma è altresì importante che la lingua italiana sia salvaguardata e valorizzata anche nella società civile, senza cedere al pessimismo. L’italiano è infatti ancora diffuso e alcune volte anche là dove meno te l’aspetti.

Tra ex minatori
Alcune settimane fa ho visitato insieme ad un gruppo di una quindicina di persone una centrale elettrica situata in una caverna scavata nella roccia, nella regione del Simmental. Tra i visitatori c’erano anche tre ex minatori (Amerigo Giacinti, Ugo Pasinetti e Alfred Bieri) che avevano partecipato all'enorme scavo negli anni ’60 ed è facile immaginare la gioia dei tre di ritrovarsi nuovamente insieme dopo più di cinquant'anni nel luogo delle loro fatiche. Di questa impresa Amerigo mi aveva parlato da tempo ed ero curioso anch'io di vederla. Il men che si possa dire è che il risultato è impressionante.
Da sinistra: U. Pasinetti, A. Giacinti e A. Bieri
nella centrale di Simmenfluh
Alla visita è seguito un pranzo in comune ed è stata per me una sorpresa osservare che pur essendo gli italofoni in netta minoranza, la maggioranza dei presenti sapeva districarsi anche in italiano. In molte persone, evidentemente, reminiscenze di vecchie frequentazioni (quando l’italiano, soprattutto nei cantieri, era lingua franca), elementi linguistici praticati nelle vacanze in Italia o in contatti sporadici con italofoni, al momento opportuno riemergono e danno la sensazione che l’italiano nonostante tutto è ancora una lingua viva.

Ad una tavolata di sconosciuti
Anche recentemente, in un ristorante di Basilea, ad una tavolata casuale di dieci persone (cinque coppie, tra loro sconosciute), ho rivissuto una situazione simile. Inizialmente la conversazione era ristretta all'interno delle coppie. Ad un certo momento, tra una portata e l’altra, questo limite è stato infranto e la conversazione si è allargata alle coppie vicine. Ho subito notato che alcune persone si esprimevano sia in tedesco che in francese.
Ho pensato che fosse normale, a Basilea, confinante con la Francia, che oltre al tedesco molti conoscessero anche il francese. Ma qual è stato il mio stupore quando, conversando in tedesco con un convitato, un signore distinto di 94 anni, mi sono reso conto che conosceva anche l’italiano ed era in grado di parlarlo. Alla domanda dove l’avesse imparato, mi rispose che l’aveva imparato da bambino perché aveva antiche origini italiane tant'è che il suo cognome è Bruni ("ma non sono parente di Carla" [Sarkozy], tenne a precisare). Mi raccontò alcuni particolari della sua vita, fra l’altro che suo padre aveva contribuito a installare a Messina gli chalet donati dagli svizzeri in seguito al tremendo terremoto del 1908. Essendo nato a Berna, mi raccontò delle corse automobilistiche nel famoso circuito di Bremgarten, del laghetto di Weyermannshaus, ecc.
Di un altro vicino, pensionato delle ferrovie federali, sono venuto a sapere che è un italiano di terza generazione, originario del Veneto. Mentre parlavo con lui, anche un suo ex collega pure presente nella tavolata riusciva a comunicare in italiano, un po’ più a fatica, perché aveva lavorato solo un anno in Ticino.

Italiano vivo e vitale
Quando ormai il ghiaccio era rotto, ci ritrovammo quasi tutti, incredibile ma vero, a parlare in italiano. Nel frattempo anche un altro dei presenti si era rivelato italiano di Venezia e naturalmente anche sua moglie parlava italiano. Per farla breve, su dieci persone (un campione si direbbe assolutamente casuale), che probabilmente avrebbero continuato a parlare tra loro solo tedesco (o francese), risultò che quasi tutte avevano una certa conoscenza dell’italiano, tanto da seguire una conversazione, e almeno la metà era in grado di farsi capire in questa lingua.
Entrambe queste esperienze sono state per me illuminanti: evidentemente l’italiano è ancora una lingua viva e vitale, sempreché non la si abbandoni al suo destino.
Giovanni Longu
Berna, 24.04.2013

Gli ex minatori (da sin.) Pasinetti, Giacinti e Bieri nella centrale di Simmenfluh.

20 aprile 2013

Auguri Presidente!


E solo da poche ore [l’articolo è stato scritto sabato scorso 20 aprile nel tardo pomeriggio, ndr] che Giorgio Napolitano, al termine del sesto scrutinio, è stato rieletto Presidente della Repubblica Italiana. Con la sua brillante rielezione è finito un incubo per l’Italia, ma le ore e i giorni che l’hanno preceduta non si potranno facilmente dimenticare, anche perché l’immediato futuro non sembra molto rassicurante. Basti pensare che all'interno di una consistente forza politica che non ha votato Napolitano si è gridato nientemeno che al «golpe», al «colpo di Stato».

Bisogna dare atto a Napolitano del suo alto senso delle istituzioni e anche del coraggio ad accettare le incognite di un altro settennato, non solo a causa dell’età (quasi 88 anni) ma anche e forse soprattutto a causa della complessa (per usare un eufemismo) situazione parlamentare italiana. Le difficoltà oggettive a formare un nuovo governo e le spaccature registrate nel maggior partito in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica dimostrano quanto l’Italia sia divenuta difficilmente governabile. Solo un Capo dello Stato dell’autorevolezza e del prestigio nazionale e internazionale di Giorgio Napolitano potrà riuscire a imporre un «governo del presidente» in grado di far uscire l’Italia dal pantano. Al neopresidente Napolitano dunque GRAZIE e BUON LAVORO!

L’unità nazionale anzitutto
Sia ben chiaro, il Presidente della Repubblica Italiana non ha gli stessi poteri del capo di una Repubblica presidenziale, ma ne ha sicuramente molti a cominciare dalla nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri. Mi auguro che li eserciti tutti con la consapevolezza che al punto in cui ha portato l’Italia una politica disorientata e miope, ogni sua decisione per far uscire il Paese dalla palude sarà considerata «saggia» e appropriata dagli italiani.
Il Presidente Napolitano, durante il suo primo settennato, fin dal suo giuramento d’insediamento ha dimostrato di essere «super partes» conformemente ai dettami della Costituzione e in particolare dell’articolo 87, il quale afferma che «il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale». Ebbene, proprio alla luce di questa sua funzione, mi auguro che sappia scegliere un capo di governo in grado di svolgere anche lui un’attività di governo assolutamente «super partes», finalizzata a risolvere gli urgenti bisogni del Paese per il bene di tutti.
Il Presidente della Repubblica è anche il «primo cittadino». E’ un titolo che Napolitano ha già ben meritato. Mi auguro che continui ad esserlo nella percezione e nella stima degli italiani, che vogliono vedere in lui un esempio e punto di riferimento sicuro. Mi auguro che lo sia anche per il prossimo governo quando dovrà cercare, almeno stavolta nella buona politica e nel dialogo parlamentare, di superare i conflitti ideologici e partitici di cui hanno dato purtroppo un’ulteriore prova proprio in questa occasione i vecchi e nuovi partiti solo apparentemente rispettosi della volontà popolare, spesso tradendola vistosamente.
La situazione grave in cui si trova oggi l’Italia sotto il profilo politico, economico e sociale dovrebbe interpellare la coscienza di tutti gli eletti affinché le contrapposizioni tradizionali, spesso ostili e dannose, anche tra maggioranza e opposizione, cedano il posto a una disinteressata collaborazione per il bene comune. Questo significa soprattutto approvare misure urgenti per fare uscire il Paese dalla crisi e rilanciare lo sviluppo, ma non solo.
I suggerimenti che lo stesso Napolitano ha richiesto al gruppo dei «Saggi» sono ottime indicazioni che governo e parlamento devono esaminare e tradurre nella pratica. Questo esame deve avvenire seriamente e tempestivamente. E’ auspicabile che lo stesso Presidente vigili e ne chieda conto, pur nel rispetto delle prerogative del governo e del parlamento.

Urgente riforma della politica
Vorrei anche che il Presidente della Repubblica si facesse promotore, usando pienamente i suoi poteri costituzionali, di una riforma dello Stato che ci eviti la prossima volta di assistere ad aborti così dolorosi come quelli a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi e che preveda, magari, l’elezione popolare del Capo dello Stato, in modo da consentire la formazione di governi autorevoli, ampiamente sostenuti e durevoli.
Credo comunque che per raggiungere obiettivi sostenibili e innovativi per l’Italia occorra anche metter mano a una seria e chiara regolamentazione dei partiti politici. Da aggregazioni di visioni e opinioni sono divenuti centrali di potere invasive in tutti i gangli vitali della nazione. Non si tratta di mettere in dubbio il diritto sancito dalla Costituzione secondo cui «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).
Si tratta di disciplinare l’organizzazione, il finanziamento, la trasparenza e soprattutto il campo d’attività, in modo da evitare in futuro non solo le degenerazioni dei partiti, ma anche quelle dei movimenti ispirati dall'antipolitica. Ma son sicuro che il Presidente Napolitano non abbia bisogno di consigli. Ne ha ricevuti abbastanza, non da ultimo dai «Saggi».
Dunque, buon lavoro, Presidente, e tanti auguri!
Giovanni Longu
Berna, 20.04.2013

17 aprile 2013

Rapporti italo-svizzeri: effetti della crisi italiana in Ticino

I rapporti italo-svizzeri risentono della difficile situazione politica ed economica che sta attraversando l’Italia. Se fino alla vigilia delle elezioni l’attenzione dei media svizzeri era concentrata sul contenzioso fiscale (l’esito delle discussioni sul modello Rubik) e sulle questioni relative ai frontalieri, oggi questi temi non fanno più notizia, come se non esistessero.

Tema Rubik
Il tema Rubik è rimasto attuale fino al momento delle elezioni, quando Berlusconi cercò di sfruttarlo a fini elettorali, lasciando intendere che in caso di vittoria avrebbe abolito l’IMU e restituito ai cittadini quanto già pagato sulla prima casa. A chi gli obiettava che non c’erano i soldi per farlo rispondeva che li avrebbe trovati in Svizzera concludendo a tempo a di record l’accordo Rubik già in fase di trattativa avanzata. A gelare tanto ottimismo era intervenuta la stessa ministra delle finanze Widmer-Schlumpf, affermando che non ci sarebbe stato alcun accordo pronto per la ratifica prima del 2015!
Da settimane ormai non se ne parla più, anche perché Berlusconi non ha vinto e per gli altri antagonisti, che pure non hanno vinto, il tema non figura nell'agenda delle priorità per l’Italia, anche se l’invito a riprendere i negoziati con la Svizzera è stato avanzato dai «Saggi» nella relazione finale consegnata al Presidente Napolitano. In assenza di un governo con cui dialogare e giungere a una conclusione, gli incontri bilaterali sull’argomento sembrano interrotti e il ritardo che si sta accumulando lascia intravedere un finale con un nulla di fatto, nel senso che all’Italia resterà ben poco da rivendicare.
La Svizzera si sta infatti avvicinando a grandi passi, sotto la pressione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, all’abbandono del segreto bancario e all'accettazione di una forma di scambio automatico dei dati in materia fiscale, per cui ben presto non risulteranno più in Svizzera né depositi illegali né evasori fiscali stranieri.
Chi sa di rischiare multe salate avrà tutto il tempo per trasferire dalla Svizzera in altri paradisi fiscali i capitali depositati in nero. Eppure un accordo e la possibilità di recuperare parecchi miliardi erano a portata di mano dell’Italia già dai tempi in cui dirigeva le finanze il ministro Tremonti.

Tema frontalieri
Il tema dei frontalieri italiani (ossia coloro che per molti ticinesi «portano via il lavoro agli svizzeri») non è più anch’esso di attualità, non solo perché la Svizzera in questo momento non ha più un interlocutore sicuro, ma anche perché nell’ultimo trimestre dell’anno scorso il loro numero è diminuito sia pure di poche centinaia. Alla fine del 2012 il loro numero aveva comunque raggiunto quota 55.554, ossia 3086 in più dell’anno precedente.
La polemica sui frontalieri italiani sta rientrando anche perché gli stessi ticinesi si stanno accorgendo che semmai la contestazione non andrebbe fatta nei loro confronti, ma degli imprenditori svizzeri che li assumono. Inoltre è risaputo che i frontalieri occupano generalmente posti che i ticinesi hanno abbandonato e non intendono riprendere.
Molti osservatori si rendono anche conto che finché i frontalieri aumentano vuol dire che il lavoro (e quindi il benessere) non diminuisce, anche se l’occupazione può subire delle variazioni da un ramo all’altro e da un trimestre all’altro. In Ticino, ad esempio, mentre l’edilizia continua a creare occupazione, il settore manifatturiero ne perde e il terziario è abbastanza stabile.

Altri temi
Ovviamente per i media svizzeri i rapporti italo-svizzeri non sono limitati ai due temi sopracitati. Basti pensare ai trasporti, alla collaborazione transfrontaliera, all’avvicinarsi dell’Expo 2015, agli scambi commerciali, ecc. Ma oggi è soprattutto la situazione generale italiana che interessa, ben sapendo che uno sbocco della crisi in un senso o in un altro non potrà essere considerato indifferente da un Paese confinante che con l’Italia ha un fitto sistema di relazioni fondamentali. Di fatto alla crisi italiana la stampa svizzera dedica pagine intere e ne segue costantemente e con qualche apprensione gli sviluppi.
Al di là della legittima curiosità di vedere come e quando le forze politiche italiane decideranno di dar vita al prossimo governo, gli svizzeri sono interessati a capire soprattutto se sarà un governo transitorio o stabile, in grado di affrontare tutti i temi bilaterali sul tappeto. Purtroppo i vari commentatori sono molto scettici al riguardo e mettono in conto la probabilità che l’Italia torni presto a votare.
Ci sono tuttavia anche osservatori meno pessimisti e sono convinti, alla luce di una lunga tradizione che vede l’Italia «cavarsela» anche in situazioni peggiori, che anche stavolta saprà ritirarsi in tempo dal precipizio e agganciare, magari con un po’ di ritardo, la ripresa europea che si preannuncia prossima.

Euroscetticismo italiano
La Svizzera è anche interessata a sapere quanto davvero l’Italia stia diventando euroscettica, visto che la principale forza politica europeista guidata da Mario Monti non è stata premiata dagli elettori. E non è affatto chiaro quanto o quale europeismo sia (rimasto) nelle altre forze rappresentate in parlamento, a cominciare dal Movimento 5 Stelle, visto che la politica di austerità imposta dall’Europa non sembra andar bene a nessuno.
Non c’è dubbio che alla Svizzera interessi la stabilità dell’euro e che l’Eurozona non segua la voglia di svalutazione presente negli Stati Uniti e nel Giappone. E’ risaputo che uno dei motori principali dell’economia svizzera è l’esportazione e un euro debole non la favorirebbe. Ma alla Svizzera interessa anche poter contare su Paesi amici nei rapporti non sempre facili con l’Unione Europea.
Oltre alle conseguenze della crisi italiana già accennate, meritano attenzione alcune ripercussioni dirette sul Ticino.

Emigrazione di imprese…
E’ noto (perché i media italiani lo ricordano in continuazione) che le piccole e medie imprese rischiano di morire da un giorno all’altro per mancanza di liquidità e soprattutto per il drastico calo della domanda interna. Riescono a sopravvivere, talvolta bene, quelle imprese orientate all’esportazione dei loro prodotti (il made in Italy è ancora forte) e quelle che dislocano nei Paesi vicini, tra i quali la Svizzera.
Poco più di un mese fa, un quotidiano ticinese descriveva la situazione in questi termini: «un’economia [quella ticinese] presa d’assalto (…). Il Ticino continua ad essere terra di conquista per le ditte che provengono da oltre confine. Seguita infatti ad espandersi il numero dei lavoratori distaccati e degli indipendenti: da 11.295 nel 2011 si è passati a 15.653 lavoratori distaccati nel 2012, pari ad un aumento del 38,6%. Crescono ancora di più i cosiddetti padroncini, con un incremento del 52,9% (da 4.888 nel 2011 a 7.472 nel 2012). Il trend è al rialzo anche quest’anno» (Corriere del Ticino).
E’ di qualche giorno fa la notizia riportata dal portale informatico del Ticino che «a seguito della situazione politica poco chiara dell’Italia e a una politica fiscale piuttosto dura attuata dal presidente del consiglio uscente Mario Monti, molto aziende italiane si sono trasferite in Ticino (…). Nel primo trimestre 2013, il nostro Cantone é stato caratterizzato da un moderato aumento (+2.4%) di iscrizioni al registro di commercio, attestandosi a quota 773 nuove imprese».
La Lombardia in particolare è preoccupata di questa emorragia di aziende e della conseguente perdita di posti di lavoro e di risorse. Anche per contrastare questo fenomeno, recentemente la Regione ha istituito una commissione speciale per i rapporti con le «aree di confine».
… e di attività illecite
Purtroppo ad «emigrare» non sono soltanto persone e imprese, ma anche attività illecite legate alla prostituzione, al traffico di droga, armi, sigarette e denaro sporco. Da mesi è in atto un forte contrasto da parte delle forze dell’ordine italiane nell’Alto Varesotto e lungo il confine. Anche le guardie svizzere sono allertate. Resta il fatto che, a detta di molti osservatori, la frontiera tra Italia e Ticino è diventata «bollente».
Un settore che registra un’attività in aumento è anche la prostituzione. Con l’attuale crisi e la scarsità di «lavoro» in Italia, molte prostitute rimediano in Ticino, dove la pratica del «mestiere» è più libera che in Italia e dove si moltiplicano le case a luci rosse, soprattutto lungo la fascia di confine. Sono in molti a denunciare il fenomeno, sia in Italia che in Ticino, perché rischia di dilagare. Sembra trattarsi spesso di giovani donne reclutate nell’Europa orientale (specialmente in Romania), fatte arrivare in Italia con false promesse e poi fatte «emigrare» in Ticino. All’origine di questa tratta di esseri umani ci sarebbero organizzazioni criminali albanesi.
Basterebbero questi cenni per comprendere quanto sia urgente, anche nel segno dell’amicizia italo-svizzera, che l’Italia riprenda nelle sue mani il proprio destino. Per questo occorre nei suoi dirigenti ma soprattutto nei cittadini un senso della realtà che li induca ad abbandonare definitivamente le contrapposizioni partitico-ideologiche che finora hanno solo generato discordie, odi, mancato sviluppo, e ad imboccare la strada della collaborazione, delle riforme condivise e dell’unità nazionale nel più ampio orizzonte europeo.
Giovanni Longu
Berna, 17.04.2013

10 aprile 2013

La ferrovia del Lötschberg 100 anni dopo


Tra il 1872 (inizio dei lavori della galleria del San Gottardo) e il 1913 (inaugurazione della galleria del Lötschberg) la Svizzera era pervasa da una specie di febbre ferroviaria. La Confederazione, i Cantoni, le Città volevano le proprie ferrovie, a scartamento normale o ridotto, ferrovie a cremagliera, funicolari, tranvie. Le reclamavano il progresso, interessi nazionali e internazionali, i commerci, le comunicazioni, il turismo e persino il prestigio.


La febbre ferroviaria
La prima, grande opera pionieristica, la galleria del San Gottardo, era stata appena inaugurata (dopo dieci anni di lavori massacranti) e già si pensava a costruirne un’altra, quella del Sempione. Prima che i lavori di quest’altra galleria transalpina si concludessero, altre squadre di minatori erano già all’opera per realizzare un altro gioiello dell’ingegneria ferroviaria moderna, la galleria del Lötschberg.
La Svizzera può oggi celebrare con orgoglio queste opere centenarie perché hanno contribuito non poco alla circolazione di merci e di persone e quindi alla diffusione nel Paese e in Europa della ricchezza, del benessere, della cultura, della conoscenza reciproca e alla crescita dello spirito europeo (anche se questo non ha impedito due disastrose guerre). All'epoca, tuttavia, la voglia di nuove ferrovie non era vista da tutti di buon occhio. In effetti la Confederazione non riusciva ad imporre una politica ferroviaria unitaria. Un quotidiano ticinese, Gazzetta Ticinese, giusto un secolo fa denunciava questo «fermento colossale che agita oggi la Svizzera sopra ogni altro sentimento, sopra ogni altra considerazione (…), una tendenza spiccata e quasi aspra, per quanto faccia male il confessarlo: il regionalismo».
Effettivamente, la storia avvincente dell’epopea ferroviaria svizzera è anche la storia dell’affermazione dei Cantoni e delle Città più grandi e potenti. La costruzione delle linee e delle gallerie del San Gottardo, del Sempione e del Lötschberg ne sono esempi lampanti.

Un’affermazione del regionalismo elvetico
Con la costruzione della ferrovia e del tunnel pionieristico del San Gottardo, sembrava finalmente realizzato il sogno dell’attraversamento delle Alpi per consentire il collegamento senza ostacoli del Mediterraneo col Mare del Nord. Non per nulla questo corridoio transalpino d’importanza internazionale venne chiamato la «Via delle Genti». Durò tuttavia pochi decenni la supremazia della ferrovia transalpina del Gottardo. Infatti, non era ancora finita la sua costruzione che Cantoni non toccati direttamente da quella linea rivendicavano altri collegamenti attraverso le Alpi.
Foto ricordo durante i lavori nella galleria del Lötschberg
I Cantoni della Svizzera occidentale ottennero il completamento della linea del Sempione con la costruzione della galleria omonima (1898-1906). Berna, che si sentiva esclusa dai due assi del traffico internazionale, non voleva stare a guardare, ritenendo questa situazione inaccettabile per una ex superpotenza cantonale ma ancora ricca e potente. E fin dal 1881 un esponente della politica cantonale assai influente, l’avvocato Wilhelm Teuscher, si batté per la realizzazione di un collegamento veloce tra Frutigen e la linea internazionale del Sempione attraverso la galleria del Lötschberg. Fino a Frutigen esisteva fin dal 1901 una ferrovia a vapore in partenza da Spiez, già collegata con Berna.
Urgenza dei lavori
La volontà di riuscire nell'impresa era tale che prima ancora che il Gran Consiglio bernese prendesse la decisione definitiva al riguardo (1906), lo stesso avvocato Teuscher aveva elaborato un primo progetto che prevedeva fra l’altro una galleria di circa 14 km sotto il Lötschberg a 1240 m.s.m. Il progetto era poi stato sottoposto al Parlamento federale ai fini di una prima valutazione per la concessione federale, che pervenne nel 1891.
Il progetto era stato successivamente messo a punto dai migliori ingegneri ferroviari del momento e valutato positivamente da esperti internazionali circa la fattibilità del tunnel, previsto inizialmente a un solo binario, salvo decisione diversa del Consiglio federale in corso d’opera. Solo qualcuno aveva suggerito ulteriori indagini, soprattutto in corrispondenza della vallata del fiume Kander.
Per consentire una più approfondita valutazione, le Camere federali avevano prolungato la concessione fino al 1904. Ma per le autorità bernesi non c’era tempo da perdere. Venne costituita subito la Società ferroviaria delle Alpi bernesi Bern-Lötschberg-Simplon (BLS) per la raccolta di capitali e, ottenute tutte le concessioni necessarie, il 15 agosto 1906 venne affidata l’esecuzione dell’opera a un consorzio di imprese francesi. Questo si impegnava a terminare i lavori del tunnel di 13.735 m entro 4 anni e mezzo dall'inizio della perforazione meccanica, ossia nella primavera del 1911. Venne convenuta una cifra forfetaria di 37 milioni di franchi più eventuali 12 milioni se fosse stato ordinato, come avvenne nel 1907, il doppio binario.

Manodopera quasi tutta italiana
La manodopera fu reclutata quasi interamente tra gli italiani, ormai sperimentati, affidabili e a basso costo. Provenivano per il 40% dal Sud Italia, il 30% dall’Italia centrale, il 15% dal Piemonte e il 12% dalla Lombardia. Il restante 3% era costituito da svizzeri. Vennero alloggiati in enormi baraccopoli e fabbricati soprattutto a Goppenstein e a Kandersteg. Poiché i lavori sarebbero durati a lungo, molti operai sposati giunsero sul posto con le famiglie, creando non pochi problemi per gli alloggi, la convivenza, la scolarizzazione dei bambini, i servizi vari.
Il consorzio, responsabile del tracciato e dell’esecuzione dell’opera, avrebbe potuto realizzare i sondaggi suppletivi consigliati da alcuni esperti, ma ciò avrebbe reso più difficile consegnare l’opera finita nei termini contrattuali. Oltretutto la massa dei pareri favorevoli appariva molto rassicurante. Inoltre Berna faceva pressione perché temeva che il flusso dei traffici prendesse altre vie, visto che fin dal 1° giugno 1906 i treni transitavano regolarmente sotto il Sempione. Si procedette dunque subito con i lavori preparatori per poterli ultimare prima dell’arrivo dell’inverno e persino il traforo del Lötschberg fu avviato (15 ottobre 1906) prima ancora che i piani definitivi fossero approvati dal Dipartimento federale delle ferrovie (10 dicembre 1906).
Strette di mano in galleria alla caduta dell'ultimo diaframma (31.3.1911)
L’avanzamento in galleria procedeva più rapidamente che al San Gottardo e al Sempione grazie alle moderne perforatrici ad aria compressa utilizzate, alla qualità della roccia e all'uso della dinamite. Sul proseguimento dei lavori regnava da ogni parte il massimo ottimismo. Certo gli infortuni, anche gravi, erano all'ordine del giorno, ma erano messi in conto, tanto è vero che erano stati predisposti due ospedali, uno a Goppenstein e uno a Kandersteg. Nessuno s’immaginava che la progettazione di quella galleria contenesse un errore fatale che prima o poi si sarebbe manifestato, tragicamente.

La tragedia del 1908
Quel momento si presentò subdolamente il 24 luglio 1908, alle ore 2.30, al km 2,675 dall'ingresso nord (Kandersteg). Secondo la presunzione dei progettisti, in quel punto i minatori avrebbero dovuto incontrare ancora della pietra e non detriti e acqua. Completamente ignari di quel che stava per accadere, i 25 minatori che si apprestavano a far brillare le mine per l’avanzamento, si ritirarono in luogo sicuro (!), come d’abitudine. Invece, subito dopo lo scoppio, un’immensa massa di circa 10 mila metri cubi di acqua, fango e detriti invase violentemente la galleria per oltre un chilometro travolgendo inesorabilmente tutto. Per i 25 minatori, tutti italiani, non ci fu scampo. Il ventre della montagna restituì un solo corpo e pochi resti di altri. Dopo una lunga inchiesta, il tribunale ritenne responsabili dell’accaduto sia la Società che l’impresa.
I lavori nel tunnel furono dapprima interrotti e poi ripresi, dopo una correzione del tracciato (che comportò l’allungamento del tunnel a 14.605,45 m) e alcuni sondaggi preliminari. La tragedia del 24 luglio 1908 aveva gettato la collettività italiana, che forniva il 97 per cento della manodopera, in una profonda costernazione, ma anche la collettività svizzera fu profondamente colpita. I sentimenti erano tuttavia molto divisi perché un numero così alto di vittime in un sol colpo andava al di là di ogni prevedibile rischio.

Festeggiamenti e riconoscimenti agli italiani
Al termine dei lavori si tennero lungo tutta la linea, ma soprattutto a Kandersteg, Briga e Berna grandi festeggiamenti. Il 1° aprile 1913 Kandersteg era imbandierata a festa con bandiere della Svizzera, del Cantone di Berna, della Francia e dell’Italia. Alla memoria dei caduti venne celebrata una messa di suffragio nella cappella italiana. Seguirono i discorsi ufficiali da parte dei vari rappresentanti. «In tutti i discorsi», dicono le cronache, venne reso un doveroso e commosso omaggio alle 25 vittime della sciagura in galleria, ma anche «ai meriti e alle qualità dei lavoratori italiani quali pionieri della tecnica moderna».
Dal 1908, molto opportunamente, nel corso di una cerimonia funebre al cippo commemorativo nel cimitero di Kandersteg, italiani e svizzeri uniti ricordano ogni anno quelle vittime cadute per il progresso. Ed è giusto che la tradizione continui.
Viene tuttavia anche da pensare quanto sia ancora attuale e triste, secondo l’annotazione di un cronista dell’epoca, dover costatare che l'umanità, ancora oggi, non sappia procedere di un passo verso il progresso senza lasciare sul cammino tante vittime. Di questa amara verità, purtroppo, gli italiani immigrati in Svizzera hanno dato finora ampia conferma.
Enrico Celio (1889-1980)
Basterebbe da sola questa costatazione per ricordare quanto sia stata importante e persino determinante per il progresso di questo Paese la componente migratoria italiana. Si pensi che ancora nel 1905, anno in cui venne realizzato il primo censimento delle aziende in Svizzera, oltre la metà (51%) degli 85.866 lavoratori italiani del settore secondario era impiegata nella costruzione delle linee ferroviarie e delle strade (44.011).
Senza gli italiani, dirà molti anni più tardi l’ex presidente della Confederazione Enrico Celio «né la galleria ferroviaria del San Gottardo nel 1872, né quella del Sempione (1905), né i ponti riallaccianti i dossi dei valloni nelle nostre valli, né i diversi manufatti su cui si snodano le nostre strade ferrate, automobilistiche, del piano ed alpine, né i muraglioni atti a raccogliere le nostre acque nei bacini delle montagne, né molte opere edili d’eccezionale o anche di minore consistenza sarebbero state materialmente realizzate senza l’apporto di lavoro e di sacrificio della mano d’opera italiana».
Giovanni Longu
Berna, 10.04.2013

26 marzo 2013

Priorità per l’Italia


Chi ritenesse che i problemi dell’Italia di oggi siano imputabili all’ultimo governo (Monti:2011-2013) o al penultimo (Berlusconi: 2008-2011) o al terz’ultimo (Prodi, 2006-2008) dimostrerebbe di avere per lo meno alcune carenze storiche. Essi sono infatti il risultato di un’accumulazione di criticità le cui origini vanno cercate addirittura nella formazione dello Stato unitario. Basti pensare al divario crescente tra nord e sud e alla ricerca affannosa e forse per questo confusa di un federalismo improbabile perché senza radici culturali e limitato da considerazioni prettamente fiscali. Un altro risultato dell’evoluzione a ostacoli dell’Italia è a mio parere il basso senso dello Stato nei cittadini e nelle istituzioni, che non aiuta certo a risolvere i problemi.

Gli italiani e lo Stato
Tradizionalmente per gli italiani lo Stato è Roma (il governo, la politica, le istituzioni) e alcuni strumenti in particolare, visti soprattutto in termini negativi se non addirittura ostili e oppressivi, come il fisco e la burocrazia. Scarseggia negli italiani il senso di appartenenza a un unico Stato e soprattutto il dovere di una solidarietà generale che incombe su tutti.
Per fare solo un esempio: c’è un articolo della Costituzione che impone a tutti l’obbligo di «concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» (art. 53). Quanti sono gli italiani che interpretano questo obbligo come un dovere di ciascuno, da assolvere in prima persona, e quanti, invece, ritengono che riguardi solo i «ricchi», che sono sempre altri? In Italia, si sa, c’è un’enorme e diffusa evasione fiscale. Ma quanti sono gli italiani che non hanno mai evaso il fisco, almeno in piccola misura, magari con qualche lavoretto in nero, fornendo od ottenendo qualche prestazione senza fattura? Perché gli evasori sono sempre i «grandi evasori» e mai anche i «piccoli evasori»?
Istituzioni e conflitti d’interesse
L’esempio che danno le istituzioni non è certo incoraggiante. Non parlo dei cattivi esempi di singoli rappresentanti istituzionali (ben venga una severa legge anticorruzione!), ma mi riferisco proprio alle istituzioni in quanto tali. Pur proclamandosi sempre espressioni del popolo e al suo servizio, di fatto si sono dimostrate (e purtroppo continuano a dimostrarsi) sempre più come terreno di scontro tra fazioni avverse per la gestione del potere e dei privilegi.
Senato: alleanze difficili
Alcuni partiti vorrebbero finalmente una buona legge sul «conflitto d’interessi» per evitare che nelle istituzioni, soprattutto in quelle politiche, ci possano essere persone che invece d’impegnarsi per il bene comune s’impegnino soprattutto per il bene delle proprie aziende o comunque in difesa dei propri interessi. Ben venga una tale legge. Ma quante leggi o modifiche costituzionali occorrerebbero per evitare i «conflitti d’interesse» ben più dannosi tra le istituzioni, tra Parlamento, Governo e Magistratura e tra i partiti?

Gli impresentabili
Lo scandalo è sotto gli occhi di tutti: di fronte a una crisi devastante che sta mettendo in ginocchio milioni di italiani, c’è ancora chi, in nome di una ambigua morale o di un credo ideologico, dice in Parlamento «con la tua parte politica non voglio avere niente a che fare», «tu non avrai mai la mia fiducia», «siete tutti da rottamare, andatevene via». Ma quali sono le priorità per gli italiani in questo momento? I dati recenti sulla povertà, sulla disoccupazione, sulla chiusura di aziende dovrebbero imporre una chiara inversione di rotta sul modo di concepire la politica in Italia. E invece si continua a litigare come avversari senza scrupoli in lotta per il potere, non per servire meglio il Paese! Chi e quanti sono davvero gli «impresentabili»?

L’uso delle parole da parte dei principali leader politici è sconcertante. Ognuno ritiene se non di aver vinto le elezioni almeno di non averle perse, riconoscendo alla propria parte di essere la maggioranza nel Paese o almeno una delle principali minoranze. E chi ha la maggioranza assoluta in una Camera (in forza di una legge contestatissima persino dal vincitore) e relativa nell'altra sembra non rendersi conto che difficilmente capiterà un’altra occasione per dare davvero segnali di cambiamento al Paese.
Solo un governo di larghe intese (sostenuto da un’ampia maggioranza che può comprendere fino ai due terzi dei parlamentari) e qualche compromesso sopportabile potrà metter mano alle riforme di cui il Paese ha urgente bisogno. Invece di considerare i tradizionali avversari politici come degli appestati da evitare, sarebbe opportuno, in nome di un interesse nazionale e non di parte, congiungere le forze di tutte le persone di buona volontà non per fare qualsiasi cosa, ma almeno per avviare quelle riforme indispensabili al Paese.

Il Movimento 5 Stelle
In questa sommaria analisi resta ancora da interpretare il ruolo che sembra aver assunto il Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che è riuscito a far eleggere in Parlamento un cospicuo numero di deputati e senatori rompendo di fatto in maniera irreparabile il tradizionale bipolarismo tra (centro)destra e (centro)sinistra. Il meno che si possa dire è che il M5S, collocandosi al di fuori di qualunque schieramento, di fatto diventa antagonista del resto del Parlamento. A prescindere dalle buone o cattive ragioni di questa scelta, un semplice calcolo dovrebbe indurre i due tradizionali schieramenti a trovare un’intesa e mettere in minoranza il M5S.
Credo che nella situazione in cui versa l’Italia, lasciare il movimento di Grillo e Casaleggio all’opposizione sarebbe anche una opzione saggia per due ragioni.
I «grillini» potrebbero anzitutto assumere una importante funzione di controllo all’interno delle Camere al fine di garantire la trasparenza dei lavori parlamentari perché, fra l’altro, sono decisi a informare costantemente la «rete», ossia l’opinione pubblica, di quel che avviene nelle segrete stanze della politica. Sono convinto che d’ora in poi saranno sempre più difficili i «giochi» politici, gli «scambi» d’interessi, l’incetta di privilegi e sarà più facile rendere deputati e senatori più vicini (anche in termini salariali e di produttività) al popolo degli elettori.
Inoltre, questa nuova forza politica, indubbiamente molto sensibile alla vox populi (anche se va comunque sempre interpretata), potrebbe dare un forte contributo diretto alle discussioni e alle decisioni al fine di orientarle in senso popolare. Sono per altro convinto che solo in un confronto diretto con gli altri protagonisti della politica sarà possibile anche agli esponenti del M5S mettere a fuoco le loro idee (senza subire le idee o peggio le direttive di altri) e valutare in termini di concretezza, di fattibilità e di utilità certe visioni o aspirazioni del Movimento che in teoria possono essere condivise, ma potrebbero anche non essere realizzabili o compatibili con altri interessi (ad esempio le posizioni sulla TAV o sull'euro).

Grillo e l’Europa
A titolo di esempio desidero citare la posizione di Beppe Grillo sull’euro. Alcuni anni fa spiegava: «l’euro è composto per il 40% dai tedeschi, per il 30% dai francesi e per il 7% dagli italiani. Con un’Inghilterra che è lo zerbino degli Stati Uniti presto scoppierà, anzi è già scoppiata, la guerra sulla lunghezza delle banane e la guerriglia sulle punte dei carciofi. Ne andremo di mezzo tutti. L’euro è solo un mezzo di colonizzazione dei tedeschi ma soprattutto delle transnazionali… L’euro in sé stesso non significa nulla, sarà una pianificazione che, secondo me, porterà conseguenze terribili per tutti noi. Siamo in mezzo alla catastrofe, però con ottimismo».
Beppe Grillo (Movimento 5 Stelle)
E’ possibile che la posizione di Grillo sull'euro in questi ultimi anni sia leggermente mutata, ma non il suo euroscetticismo e il suo auspicio che l’Italia torni alla lira. Credo che questa opinione sia legittima e meriti di essere discussa. Ma sarebbe una scelta sciagurata, soprattutto in questo momento, uscire dall’euro, perché l’Italia oggi può salvarsi solo stando in Europa insieme ai maggiori Paesi e non allontanandosi. Meglio stare al traino della locomotiva tedesca che rischiare da un momento all'altro un terribile naufragio.
E’ ancora presto per dare un giudizio di merito sull'ingresso così massiccio del M5S in Parlamento, ma non si può essere così superficiali da considerarlo come la massima espressione della volontà popolare. Non lo è affatto sia perché la maggioranza dei cittadini non ha votato il M5S e sia perché non è ben chiaro che cosa davvero hanno voluto segnalare gli elettori con questa scelta, a parte il dissenso su un modo inaccettabile di fare politica. Si potrà dare un giudizio più completo e fondato forse tra qualche mese, quando con molta probabilità si dovrà interpellare nuovamente l’elettorato.
In tale occasione i cittadini elettori dovranno anche chiedersi quale sia stato l’apporto concreto dei grillini alla soluzione dei problemi degli italiani. Non è infatti ammissibile che per cambiare un sistema bisogna prima distruggerlo, senza nemmeno tentare di cambiarlo dall'interno, contribuendo ad eliminare i punti critici e sostenendo i punti di forza nell'interesse nazionale.

Interesse nazionale e democrazia
Già, l’interesse nazionale. A sostegno delle proprie tesi Beppe Grillo invoca sempre la «rete», ossia l’opinione pubblica, ma bisognerebbe spiegare agli italiani che cos'è e quali sono i rischi di «cadere nella rete». Essa infatti può essere anche manipolata e non c’è alcuna garanzia assoluta di trasparenza. A Grillo bisognerebbe chiedere chi detiene le chiavi del sistema informatico «beppegrillo.it», chi ha deciso il regolamento di entrata e di uscita (espulsione), con quali criteri di democrazia e di costituzionalità la «rete» decide la linea che tutti i parlamentari sono tenuti a seguire, pena l’espulsione. E poi, può esistere una democrazia solo «virtuale» senza garanzie per il dissenso?
La democrazia diretta, tanto cara (a parole) a Grillo è ben altra cosa, è rispettosa delle opinioni altrui e tutela le minoranze. Inoltre, non va dimenticato che l’accesso a Internet in Italia è ancora molto limitato (poco più del 50% della popolazione vi ha accesso) e comunque la sua comprensione e gestione richiede cautela e formazione. Anche rimediare quanto prima a queste lacune dovrebbe rappresentare una priorità per il prossimo governo.
Giovanni Longu
Berna, 26.03.2013