27 gennaio 2024

Giorno della memoria e del (possibile) riscatto!

Non è facile, oggi, parlare della Shoah, per cui quasi tutti ne parlano come ricordo di un evento del passato, atroce ma non inspiegabile. Infatti fino alla seconda guerra mondiale il clima generale era avverso agli ebrei non solo in Germania. Il loro dramma era cominciato all'indomani della crocifissione di Cristo a Gerusalemme e non si era mai interrotto, anche nella Chiesa, sebbene la controversia tra cristiani ed ebrei sia stata per secoli soprattutto di carattere teologico, non sociale. Già il papa Gregorio Magno (590-604), per esempio, era favorevole a una buona convivenza con gli ebrei. 

Nel Medioevo, in molti Paesi la loro presenza non era tuttavia gradita. In Europa furono quasi ovunque discriminati, vessati e talvolta cacciati via (dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Germania, dalla Spagna, dal Portogallo…). Successivamente molti ebrei poterono tornare negli stessi Paesi, ma furono sottoposti spesso ad autentiche persecuzioni e angherie di ogni sorta. 

In epoca moderna i pochi Paesi disposti ad accoglierli (Stati Uniti in primis) riuscirono ad ospitarne centinaia di migliaia in fuga soprattutto dall'Europa orientale (Russia, Ucraina, Polonia,… ), ma anche in essi gli ebrei non ebbero vita facile.

Nella giornata della Memoria ci si limita spesso a ricordare il martirio degli ebrei sotto il nazismo nei campi di sterminio, ma ci si dimentica spesso dell’antisemitismo diffuso in tutta l’Europa. Ci si dimentica anche di ricordare le cause remote dell’odio razziale, l’ignoranza, la falsità consapevole, il nazionalismo, la mancanza di rispetto nei confronti della persona umana. Si evita, inspiegabilmente, anche di condannare apertamente tutti i comportamenti che suscitano odio tra le persone e tra i popoli, a cominciare dalle guerre (in Ucraina, in Palestina, nel Medio Oriente, in Africa…) e da tutte le forme di discriminazione che creano ricchi e poveri, cittadini di serie A e cittadini di serie B, benestanti e disagiati.

Il Giorno della Memoria dovrebbe essere per tutti l’occasione per una scelta di campo netta tra la Pace e la Guerra, l’Onestà e la Disonestà, il Giusto e l'Ingiusto, il rispetto dell’altro e la discriminazione, il Bene e il Male, ricordandoci che solo l'amore sconfigge l'odio, perché «Dio è amore e chi rimane nell'amore rimane in Dio». Per questo il Giorno della memoria potrebbe essere anche il Giorno del riscatto!



[1] Cfr. Paravicini 123.

24 gennaio 2024

3. Il monachesimo medievale e la nascita dell’Europa

Il monachesimo è una delle principali radici cristiane della formazione dell’Europa. Dopo aver salvato i valori essenziali della Romanità dalla distruzione durante gli sconvolgimenti dei primi secoli dopo Cristo a causa delle invasioni barbariche, esso ha conservato nella variegata realtà che si veniva configurando nel continente anche l’esigenza di un’unità ordinata e di una condotta ispirata ai valori cristiani. Né l’una né l’altra hanno avuto pieno compimento, ma sarebbe un errore fatale rinunciarvi ora a causa della guerra russo-ucraina, ingiustificata e insensata. Il monachesimo orientale e occidentale del primo millennio dovrebbe insegnare che le forze del bene possono prevalere sulle forze del male, che l’unità nella diversità è un valore, che la coesione e la collaborazione possono produrre pace e prosperità per tutti.

Monasteri: centri di spiritualità e di aggregazione sociale

S. Benedetto consegna la Regola: «ora et labora et lege et noli contristari 
in laetitia pacis!
» (prega, lavora e studia e nella gioia della pace non farti 
prendere dalla sfiducia!
)
Dopo la pace costantiniana, il monachesimo fu una forma di vita cristiana molto seguita perché consentiva sia un’esperienza di condivisione di beni materiali e spirituali e sia la sperimentazione dei vantaggi del vivere ordinato in una comunità eterogenea ma stabile e unita da valori condivisi. Soprattutto i grandi monasteri sono stati non solo rifugi sicuri contro i pericoli degli sconvolgimenti del tempo e luoghi di preghiera e di riflessione sulla vita di Gesù Cristo, ma anche centri di aggregazione sociale che garantivano attraverso il lavoro organizzato il sostentamento alle persone che gravitavano attorno ai conventi e un’intensa attività caritativa in favore dei poveri, dei malati, dei perseguitati e dei viandanti.

Non è difficile intravedere soprattutto nei grandi centri monastici, in Oriente come in Occidente, le prime forme di aggregazione sociale, che daranno vita gradualmente a vere e proprie città e più in generale a quel tipo di sviluppo che dopo il Mille assumerà una connotazione tipicamente «europea».

Infatti, al di là dei meriti del monachesimo in ambito ecclesiale, esso ha contribuito a sviluppare in tutta l’Europa (orientale e occidentale) la stabilità della popolazione (perché solo nel convento, spesso trasformato in una vera fortezza, trovava rifugio e sicurezza), l’organizzazione politica (si pensi alla formazione degli Stati slavi e, in Occidente, all'Impero di Carlo Magno e al Sacro Romano Impero), la vita sociale attraverso il lavoro organizzato (sviluppo dell’agricoltura e dell’artigianato, ripresa del commercio), la vita culturale (biblioteche monastiche, trascrizioni e traduzioni di opere, scuole), gli scambi, dapprima tramite la rete dei monasteri e poi col resto del mondo che si stava organizzando.

Monachesimo orientale e occidentale

Diffusosi inizialmente in Oriente, ha influito non poco sulla cristianizzazione dei popoli slavi d’Europa, a cominciare dalla Rus’ di Kiev (il più antico Stato slavo, convertito al cristianesimo dal principe Vladimir nel 988. Allora occupava parte del territorio degli attuali Stati Ucraina, Russia europea, Bielorussia, Moldavia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia). Alcune figure di grande spiritualità del primo millennio sono rimaste famose e venerate anche in Occidente come san Pacomio (292-348), sant’Atanasio (295-373), san Basilio Magno (330-379), san Giovanni Cassiano (360-435), i teologi Giovanni Crisostomo (344-407), Cirillo di Alessandria (380-444), Cirillo (827-869) e Metodio (815-885), (questi ultimi due proclamati compatroni d’Europa nel 1980 da Giovanni Paolo II).

Tra i lasciti più importanti della cristianità orientale (bizantina) medievale si possono annoverare monasteri (per es. quelli del Monte Athos della Cappadocia, in Turchia), basiliche (famose quelle di Sant'Apollinare in Classe e di San Vitale a Ravenna, allora sotto il dominio bizantino, la chiesa dei Santi Apostoli di Solaki di Atene, la cattedrale di Santa Sofia di Kiev, la basilica di Santa Sofia di Istanbul, la basilica di San Marco a Venezia, ecc.), mosaici (splendidi quelli di Ravenna), icone sacre (molte delle quali andarono purtroppo distrutte dalla furia iconoclasta di alcuni imperatori, che con la scusa di impedire rischi di idolatria - l’adorazione delle immagini invece che di Dio - intendevano limitare il potere crescente dei monasteri), tutte espressioni della profonda religiosità e della partecipazione corale alle ricche cerimonie liturgiche dei popoli orientali.

Importanza dei monasteri

In Occidente il monachesimo si è sviluppato poco più tardi che in Oriente, soprattutto con Benedetto da Norcia (480-546), ma ha prodotto anche qui risultati eccellenti. Alcuni monasteri benedettini, in gran parte ristrutturati, sono attivi ancora oggi (per es. quelli di Subiaco, vicino a Roma, Montecassino, Bobbio). In tutto l’Occidente, dall'Irlanda alla Germania, passando per la Francia e la Svizzera, il monachesimo si è diffuso rapidamente. I monasteri si sono moltiplicati, contribuendo non solo alla stabilizzazione delle popolazioni, ma anche al loro sviluppo.

Abbazia di Montecassino, fondata nel 529 da san Benedetto da Norcia. 
La Regola benedettina prescriveva: «ora et labora et lege et noli contristari in laetitia pacis!» (prega, lavora e studia e nella gioia della pace non farti prendere dalla sfiducia!). Una Regola rivoluzionaria perché nell'antichità il lavoro era l’attività degli schiavi, non degli uomini liberi. «Essere libero significava non lavorare, e dunque vivere del lavoro degli altri. La rivoluzione benedettina mette il lavoro al cuore stesso della dignità dell’uomo. L’uguaglianza degli uomini intorno al lavoro diviene, attraverso il lavoro stesso, come un fondamento della libertà dei figli di Dio, della libertà grazie al clima di preghiera in cui si vive il lavoro ... (Giovanni Paolo II). 

La regola benedettina è divenuta nel mondo civile il fondamento stesso delle società perché fonda l’uguaglianza degli uomini e la libertà dei figli di Dio sul lavoro accompagnato dalla preghiera.

Nel primo millennio sono stati alquanto modesti i risultati nel senso dell’unificazione europea, ma è stata indicata chiaramente la direzione con l’Impero di Carlo Magno e del Sacro Romano Impero. Se ne parlerà nel prossimo articolo (Segue).

Giovanni Longu
Berna, 24.1.2024

17 gennaio 2024

2. L’Europa «sconfinata» e le sue radici

Prima di trattare da vicino l’influsso del Cristianesimo sul processo di integrazione europea, meritano alcune precisazioni le nozioni di «Europa» e «radici cristiane» qui utilizzate. Infatti in queste riflessioni l’Europa non è vista solo come un’entità geografica delimitata da confini, ma piuttosto come un contenitore di valori, una visione e forse un’utopia che per loro natura non hanno limiti precisi. Pertanto, nemmeno la guerra in atto tra Russia e Ucraina riuscirà a stabilirli, con buona pace del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, secondo cui «i confini dell'Unione Europea [UE] saranno i confini del continente europeo». Del resto neppure l’UE si è mai fissata limiti invalicabili e non ha mai negato il suo carattere espansivo, le sue origini lontane e le sue radici che hanno assorbito elementi vitali, culturali e religiosi, in una realtà, il Vecchio continente, che spazia da Oriente a Occidente lungo una storia più che bimillenaria.

L’Europa cristiana di «regni» e «nazioni»

L'Europa nell'814 (Wikipedia)
Per secoli, si è parlato di Occidente in contrapposizione a Oriente, soprattutto dopo la scissione nel 395 dell’Impero Romano e ancor più dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476) e di Costantinopoli, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente (1453). «Europa» è rimasta per secoli una parola conosciuta quasi unicamente dai geografi.

Per designare le regioni occidentali sconvolte dalle invasioni barbariche, nel Medioevo si usavano denominazioni specifiche, dapprima «regno dei ...» (Regno dei Visigoti, Regno dei Bulgari, Regno degli Avari, ecc.), poi «Impero di Carlomagno», «Sacro Romano Impero», ma anche, dopo il loro assestamento sul territorio, «nazioni», quando era possibile trovare nella popolazione caratteristiche comuni. Si sa, per esempio, che al Concilio di Costanza (1414-1417) i votanti erano divisi in quattro «nazioni» (tedesca, francese, italiana e inglese). A loro volta, queste nazioni principali ne comprendevano altre minori (quella inglese comprendeva tutti i delegati dell’Europa settentrionale, compresi gli scandinavi, ecc.).

Raramente, tuttavia, veniva utilizzata l’espressione «Sacro Romano Impero» quale succedaneo dell’Impero Romano d’Occidente. Anche il termine «Cristianità», per designare l’insieme dei cristiani, era poco utilizzato; si preferiva parlare più specificamente della Chiesa di Roma (per distinguerla da quella di Bisanzio), che dai tempi dell’imperatore Costantino era in rapida crescita a riconosceva come autorità suprema il Papa di Roma.

In questa molteplicità di designazioni è facile notare non solo la difficoltà di trovare caratteristiche comuni tra i vari popoli, ma anche il desiderio e talvolta l’esigenza di accorpare realtà simili (per esempio per lingua) o almeno geograficamente vicine. L’idea di un’Europa costituita da popolazioni abbastanza omogenee, con caratteristiche simili e unite da vincoli territoriali (confini), culturali, religiosi, economici, … era tuttavia ancora lontana, pur essendo già presente in alcune visioni poetiche e letterarie (per esempio in Dante, Petrarca).

Radici cristiane

Carta d’Europa del 1600 ca. (BnF)
Un’altra precisazione indispensabile per comprendere il senso di queste riflessioni riguarda l’espressione «radici cristiane». Essa non va intesa in senso esclusivo o esaustivo, perché è fin troppo facile osservare nella storia dell’Europa anche altre «radici», ma non va nemmeno sminuita. Anzi, essa dev'essere considerata fondamentale e pertanto irrinunciabile perché senza quelle radici l’Europa non sarebbe quella che è.

Basti pensare che la parte ideale dell’eredità di Roma si è salvata dagli sconvolgimenti e dalle distruzioni conseguenti alle invasioni barbariche soprattutto grazie all'intraprendenza, all'organizzazione e alla lungimiranza della Chiesa di Roma. Non va inoltre dimenticato che la forza espansiva del Cristianesimo, nell'arco del primo millennio, è riuscita a unire nella stessa fede tutti i popoli del continente, quelli della parte occidentale (visigoti, ostrogoti, franchi, alemanni, longobardi, ecc.) e quelli della parte orientale (polacchi, russi, ungheresi, bulgari, ucraini, ecc.). Per secoli, anche dopo il «Grande Scisma» (1054), l’appartenenza alla religione cristiana è stata l’unica grande caratteristica che ha accomunato i popoli europei dalle rive dell’Atlantico ai monti Urali russi.

E’ vero che la Chiesa si è avvalsa sia delle infrastrutture materiali (strade, porti, acquedotti, ecc.) che della sovrastruttura immateriale (organizzazione, cultura, lingua, ordinamento giuridico, ecc.) dell’Impero romano per i propri scopi (strutturazione territoriale e diffusione del Cristianesimo), ma è innegabile che questi valori ideali e materiali sono serviti anche alla ripresa e allo sviluppo delle popolazioni sopravvissute alle invasioni barbariche. Il monachesimo, di cui si tratterà nel prossimo articolo, ne è stato una prova eloquente. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 17.01.2024

03 gennaio 2024

1. Europa: alla ricerca delle radici

L’anno appena iniziato sarà molto importante per l’Europa e per il mondo. L’Unione europea (UE), con le elezioni, deve far capire dove vuole andare, in che direzione intende muoversi, sia internamente sul piano delle riforme che esternamente in politica estera, quali obiettivi si propone di raggiungere. Lo reclamano le opinioni pubbliche dei Paesi membri, alquanto disorientate, e lo reclamano gli eventi internazionali sui quali la sua voce in questi ultimi tempi è sempre meno udibile, tanto che molti si chiedono: dov'è l’Europa? Già, dov'è l’Unione europea, l'unione politica, sociale, culturale, artistica, religiosa dei Popoli europei? Per tentare di rispondere a queste e a simili domande, cercherò in una serie di articoli di ripercorrere le principali tappe del progetto di unione europea, seguendo come filo conduttore le «radici cristiane» (ma non solo) che hanno alimentato nei secoli il sogno di un’Europa unita, illuminata, colta, religiosa, tollerante, pur non priva di difetti.

2024: per l’UE un anno di scelte coraggiose

A giugno si svolgeranno le elezioni per il Parlamento europeo. Sono già partite le grandi manovre e c’è da augurarsi che oltre agli interessi comprensibili dei principali gruppi parlamentari, tutte le forze politiche prestino ascolto alle richieste e ai desideri degli europei che chiedono soprattutto pace, riforme e sviluppo.

Infatti, tutti aspettano la fine della guerra tra Russia e Ucraina con una pace «giusta», che garantisca cioè alle popolazioni coinvolte il rispetto dei diritti fondamentali «senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione», compreso il diritto all'«autodecisione dei popoli» (Statuto ONU). E tutti aspettano riforme «europee» efficaci per colmare i divari tra gli Stati, per superare i nazionalismi, per stabilire una politica immigratoria comune e solidale, per essere forza trainante dello sviluppo e non a traino di presunte superpotenze.

Non sarà facile all'UE far sentire la sua voce, ma deve mettersi in condizione di poter esprimere sempre il proprio punto di vista autonomamente e autorevolmente. Per questo ha bisogno di garantire sia la coesione interna che la sua autonomia e il suo peso nel mondo con una vera Costituzione, senza la quale l’Unione sarà una chimera. Con essa sarà più facile realizzare le riforme e una conveniente forma di unione politica, monetaria, culturale, di difesa comune, ecc.

Non solo, ha anche bisogno di scelte coraggiose perché prima o poi, finita la guerra, dovrà scegliere se rafforzare l’Occidente a conduzione americana contro la Russia e la Cina oppure cercare di riannodare i contatti con l’Oriente russo-cinese in chiave multipolare, operando una sorta di riconciliazione e collaborazione con la Russia e la Cina, pur mantenendo un legame privilegiato con l’Occidente transatlantico.

Non credo che l’Europa abbia altre possibilità, certamente non quella di ergersi a sua volta come grande potenza equidistante da Occidente e Oriente, perché farebbe la fine del classico vaso di coccio tra vasi di ferro.

Una scelta condizionata

La scelta definitiva dovrà tener conto di due condizionamenti oggettivi, uno di tipo geografico, l’altro di tipo ideologico. Sotto il profilo geografico l’Europa non può ignorare che è una sorta di penisola eurasiatica, situata ad occidente del super-continente Eurasia. Sotto il profilo ideologico non sarà possibile rinunciare agli stretti rapporti storici, culturali, economici e militari dell’Europa con gli Stati Uniti d’America.

Soprattutto per tali condizionamenti la scelta sarà difficile e la nuova Europa che emergerà dopo le elezioni di giugno dovrà valutare attentamente i pro e i contro di ciascuna opzione. In ogni caso non potrà sottovalutare la continuità territoriale con la Russia e la potenza economica della Cina, soprattutto con riferimento alla transizione ecologica che imporrà importanti risparmi energetici e intense ricerche di fonti energetiche alternative sostenibili. Tuttavia, non potrà essere sottovalutato neppure il profondo condizionamento ideologico, morale ed economico dell’Europa, dovuto agli strettissimi legami storici, commerciali, culturali e militari con i Paesi dell’altra sponda dell’Atlantico.

Per quanto difficile possa apparire la scelta che dovrà fare l’UE, non sarà rinviabile pena una sua pesante perdita di consenso interno e internazionale, che dimostrerebbe il definitivo tramonto del Vecchio Continente sulla scena internazionale. Anche per questo è auspicabile che nei dibattiti preelettorali il tema della Costituzione europea non venga trascurato e il nuovo Parlamento si attivi per elaborarla e attuarla. Solo se unità l’Europa potrà ambire anch'essa a diventare un vaso di ferro.

Giovanni Longu
Berna 3.1.2024

21 dicembre 2023

ANNIVERSARI: 7. 1943-2023 Pio XII, il genocidio e la pace

Il 1943 è stato per l’Italia un anno drammatico: nonostante la destituzione di Mussolini come capo del fascismo e del governo, la guerra continuò a mietere morti e a spargere dolore e lacrime. L’armistizio dell’8 settembre provocò la spaccatura dell’Italia in due parti: quella del centro-nord occupata dai nazifascisti e sconvolta da episodi di guerra civile e quella del sud liberata dagli Alleati dopo la fuga del Re Vittorio Emanuele III in Puglia. Roma, la Città eterna e centro della cristianità, non fu risparmiata né dai tedeschi, che l’occuparono, né dagli americani che la bombardarono. Lo stesso Vaticano si sentì minacciato e la sua diplomazia ammutolì di fronte alle minacce naziste. Persino il papa sembrò rinunciare a far sentire la sua voce, forse ritenendola ininfluente e persino dannosa per molte persone. Nel 1943, tuttavia, Pio XII (ruppe il silenzio, ma non riuscì a fermare la guerra.

Pio XII e gli ebrei

Sul «silenzio» di Pio XII si continua a discutere, ma nessun documento e nessun ricercatore serio potrà mai sostenere che Pio XII non abbia agito secondo coscienza o senza un’attenta valutazione delle informazioni che riceveva da ogni parte del mondo, sia attraverso la propria rete diplomatica ed ecclesiastica (nunzi, vescovi, ordini religiosi) e sia tramite i diplomatici accreditati presso la Santa Sede. Poiché non tutte avevano lo stesso grado di fondatezza è comprensibile che al papa venissero inoltrate dai servizi di controllo solo quelle informazioni ritenute importanti e credibili. Del resto sarebbe stato impossibile anche per il geniale papa Pacelli leggere tutto e pure verificare l’attendibilità delle fonti e la veridicità dei contenuti.

Pertanto, dedurre, come ha fatto il noto giornalista italiano Massimo Franco, dal semplice ritrovamento negli archivi vaticani di una lettera del dicembre 1942 in cui si accennava ad alcuni campi di concentramento e a un forno crematorio, che Pio XII «era a conoscenza dei crimini compiuti dai nazisti nei campi di sterminio», ossia della Shoah, mi pare francamente azzardato e senza fondamento. Non è dato sapere, infatti, se quella lettera il papa l’abbia mai letta e se l’autore, «un gesuita tedesco antinazista» fosse considerato in Vaticano una fonte sicura. Del resto, non si parlava ancora né di genocidio né di sterminio.

Affermare che «Pio XII preferì tacere o al massimo esprimere in termini generici la sua pena», come se mancasse di coraggio e consapevolezza dei suoi poteri è un’accusa gratuita e senza fondamento. Avendo ereditato dal suo predecessore Pio XI un’avversione profonda al comunismo e al nazismo ed essendo fin dall'inizio del suo pontificato nel 1939 a conoscenza di tanti crimini nazisti sarebbe sicuramente intervenuto volentieri per condannarli. Se non lo fece è dovuto anche alla prudenza, dunque una virtù, che gli suggerivano soprattutto i vescovi tedeschi, ma anche considerazioni di opportunità.

Pio XII e la pace

L'ingresso del campo di sterminio di  Auschwitz con la
famigerata scritta: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi.

Una chiave autentica di interpretazione del «silenzio» di Pio XII la diede egli stesso in un discorso al Collegio cardinalizio e alla Prelatura romana alla vigilia di Natale 1943. Dopo aver accennato al profondo turbamento che si stava diffondendo tra la popolazione e specialmente tra i romani e ricordato di aver raccomandato loro «la calma e la moderazione e di astenersi da qualsiasi atto inconsulto, che non farebbe se non provocare ancor più gravi sciagure», Pio XII fornì una spiegazione del suo silenzio: «Davanti a tale oscuro avvenire, il riserbo, inerente alla natura del Nostro ministero pastorale e da Noi sempre mantenuto di fronte alle vicissitudini dei conflitti terreni, Ci sembra in questo momento più che mai necessario, per evitare che l'opera della Santa Sede, rivolta al bene delle anime, corra il pericolo, per false o mal fondate interpretazioni, di venir travolta ed esposta ai colpi del fuoco incrociato dei contrasti politici».

In realtà si potrebbe anche aggiungere che il «silenzio» del papa sulla Shoah fu dovuto oltre che all'oscurità che regnava su di essa, almeno fino al 1942, anche al fatto che gli interessi di Pio XII erano focalizzati sui tentativi dapprima di evitare la guerra e poi di giungere presto alla pace. Allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva ammonito: «Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra». Non fu ascoltato e «lo spirito della violenza vinse sullo spirito della concordia e della intesa: una vittoria che fu una sconfitta»

Pio XII non cessò mai, tuttavia, in particolare nei discorsi di Natale dal 1939 al 1943, di invocare la pace e «delineare con chiarezza le basi psicologiche, giuridiche e religiose di una pace duratura» (Hans Küng). Ma non si limitò a parlare e a scrivere. Durante l’occupazione di Roma il suo impegno a favore della cittadinanza, degli ebrei (riuscì a salvarne almeno15.000) e di quanti fuggivano dal nazifascismo fu incondizionato.

Ricordarlo, oggi, alla vigilia di un Natale nuovamente insanguinato, quando un altro grande papa, Francesco, rinnova costantemente gli stessi appelli per una pace giusta e duratura e si prodiga in tutti i modi per dare al mondo intero una casa sicura e accogliente per tutti, mi sembra doveroso e utile per la nostra riflessione.

Giovanni Longu
Berna 20.12.2023

13 dicembre 2023

ANNIVERSARI: 6. MCLI di Berna necessaria nel passato, utile nel futuro

La Missione cattolica di lingua italiana (MCLI) di Berna ha celebrato quest’anno nel corso di alcune manifestazioni e attraverso un libro i 60 anni della chiesa dedicata alla Madonna dei migranti. Sono stati anche ricordati il 1° anniversario della canonizzazione di San Giovanni Battista Scalabrini, fondatore della congregazione scalabriniana, i 96 anni della Missione cattolica italiana (MCI) di Berna e i 76 anni di attività dei missionari scalabriniani. Ciascuno di questi anniversari meriterebbe una trattazione specifica, ma evidenti ragioni di spazio la rendono impossibile. Mi limiterò pertanto ad alcune considerazioni generali sulla «missione» di questa istituzione bernese certamente benemerita.

La MCI è stata un punto di riferimento importante

Sede della MCLI di Berna.

La MCI, oggi MCLI, ha accompagnato per un lungo tratto l’evoluzione dell’immigrazione italiana nel Cantone di Berna, offrendo servizi importanti non solo religiosi, ma anche sociali, assistenziali e d’intrattenimento. Benché la sua storia, contrariamente a quel che si legge nel sito della Missione («la storia della MCLI di Berna è la storia della comunità italiana...»), non coincida con quella della comunità italiana di Berna, questa non sarebbe completa senza la prima. Ha contribuito, infatti, in misura rilevante, a dare unità, senso di appartenenza e sviluppo alla collettività italiana, rafforzandone alcuni caratteri identitari.

Bisogna tuttavia ricordare che allora, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, i bisogni esistenziali degli immigrati erano tanti e non c’erano istituzioni e servizi in grado di soddisfarli. Poiché nello spirito scalabriniano ed evangelico agli emigrati andava garantita comunque una forma di assistenza essenziale, la MCLI si è investita anche di compiti che hanno a che fare più col «sociale» che col «religioso».

Da alcuni decenni, tuttavia, la collettività italiana è molto cambiata. E’ venuta meno per la maggioranza dei residenti di oggi gran parte degli ostacoli (incomunicabilità, isolamento, nostalgia, precarietà, ecc.) che rendevano problematica la permanenza in Svizzera di molti immigrati. Purtroppo sta cambiando velocemente in Svizzera (ma non solo) anche il panorama religioso. Il virus della secolarizzazione, del relativismo e dell'indifferenza religiosa sta contagiando anche la collettività italiana. La MCLI ne ha dovuto tener conto, abbandonando alcuni compiti «sociali» che si era assunti per dedicarsi maggiormente alla «cura spirituale».

La MCLI di fronte a nuove sfide.

Se fino agli anni ’60 la stragrande maggioranza della popolazione residente era cristiana, oggi più del 30% si dichiara senza appartenenza religiosa e aumentano le persone che lasciano le confessioni cattolica ed evangelica, anche tra gli italiani. Inoltre, molti «credenti» considerano la religione una questione «privata» e non sentono alcun bisogno di chiese e di comunità. In effetti le chiese sono sempre più vuote e la pratica religiosa sempre più ridotta.

Questa situazione rappresenta per la MCLI una sfida difficile, anche perché la sua popolazione di riferimento ha ulteriori esigenze. I due gruppi principali che la compongono, quello «giovanile» (nuovi immigrati e giovani di seconda e terza generazione non «immigrati») e quello «anziano» (per lo più immigrati pensionati della prima generazione) hanno infatti bisogni diversi da quelli degli italiani degli anni Cinquanta e Sessanta. Se non incontrano risposte adeguate, la reazione è pressoché scontata: i giovani fanno a meno della chiesa e della MCLI, gli anziani si rassegnano.

Per questo la MCLI sta modificando da tempo la sua offerta, riorientandola verso la cura spirituale secondo lo spirito del fondatore san Giovanni Battista Scalabrini, che stimolava i sacerdoti a «lavorare, affaticarsi, sacrificarsi in tutti i modi per dilatare quaggiù il Regno di Dio e salvare le anime» (Lettera pastorale per la Quaresima del 1892). In questa prospettiva, la chiesa della MCLI, di cui si celebra quest'anno il 60°, riacquista la piena centralità.

La «cura spirituale»

Ambone della chiesa della MCLI di Berna, dedicata alla Madonna dei migranti.
Per vincere la sfida, i missionari della MCLI di Berna dovrebbero forse continuare ad autolimitarsi in qualche compito «sociale» (delegando ai laici, uomini e donne, tutto ciò che non compete al ministero sacerdotale) per concentrarsi nella «cura spirituale». L’offerta, già ampia, potrebbe estendersi ulteriormente, proponendo, per esempio, brevi corsi di autoanalisi dello spirito (esercizi spirituali), scambi di esperienze e di proposte, incontri di preghiera e di approfondimento religioso, migliorando la comunicazione scritta in italiano (utilizzando anche lo spazio disponibile sul Pfarrblatt), favorendo il dialogo interreligioso, promuovendo gruppi ecclesiali anche nelle parrocchie a forte presenza di italiani e stranieri, ecc.

«Prendersi cura di…», il tema del progetto pastorale della MCLI di Berna per il 2023-2024, potrebbe essere inteso non solo come «aver cura di…», ma anche come «cura spirituale degli emigranti», come voleva San Giovanni Battista Scalabrini, nel senso di «curare» le loro ferite, i loro dubbi, le loro fragilità. Poiché il compito non è facile, la MCLI dovrà continuare a chiedere e a favorire la collaborazione dei laici, al centro e nella periferia. Solo così sarà possibile garantire lunga vita alla MCLI e alla collettività italiana e italofona di Berna il suo prezioso sostegno.

Giovanni Longu
Berna, 13 dicembre 2023 

06 dicembre 2023

ANNIVERSARI: 5. 1949-2023: Le Convenzioni di Ginevra necessarie e utili, ma insufficienti

In questi tempi turbati dagli orrori di molte guerre, che evidenziano quanto odio e quanta ingiustizia ci siano ancora nel mondo, invano s’invocano le «Convenzioni di Ginevra» perché venga rispettato almeno il diritto umanitario internazionale. L’opinione pubblica è sconvolta da quel che avviene in Ucraina, nel Vicino Oriente e in altre parti del pianeta, ma non riesce a mobilitarsi contro i veri responsabili di crimini di guerra. Talvolta si ha l’impressione che trincerandosi dietro un senso d’impotenza, di fatto si voglia lasciare ad altri il compito di denunciarli, per esempio all'ONU, alla UE, al Papa o a qualche governo influente. Del resto è difficile escludere che questo senso d’impotenza nasconda una diffusa indifferenza e acquiescenza di fronte alla presunta inevitabilità della guerra.

Necessità di una presa di coscienza universale

Si può comprendere don Abbondio nei Promessi Sposi del Manzoni, che di fronte al rimprovero del cardinale Federico Borromeo di essere venuto meno ai suoi doveri cerchi di giustificare le sue paure dicendo che «il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare»; infatti il povero prete rischiava davvero. Ma come si può comprendere che le nostre società, securizzate da servizi d'«intelligence» efficienti, da potenti sistemi di difesa e da alleanze militari superdotate, accettino che continui la guerra devastante in Ucraina con centinaia di migliaia di morti e una regione altamente popolata come la Striscia di Gaza sia rasa al suolo con migliaia di morti? Come si può non denunciare che la guerra è una violazione evidente dei diritti umani, del diritto alla vita, del diritto alla prosperità comune?

Purtroppo, anche quando si richiamano le Convenzioni di Ginevra, adottate soprattutto per proteggere le popolazioni civili, si dà per scontato che le guerre siano inevitabili, benché tutti aspirino a vivere in pace. Eppure è difficile dar torto a Papa Francesco, quando sostiene che «la guerra è sempre una sconfitta», che «non dobbiamo abituarci alla guerra, a nessuna guerra» e che «non dobbiamo permettere che il nostro cuore e la nostra mente si anestetizzino davanti al ripetersi di questi gravissimi orrori contro Dio e contro l'uomo».

Manca evidentemente la volontà comune di estirpare la guerra non solo dai vocabolari di tutto il mondo, ma anche e soprattutto dalle coscienze di quanti non hanno ancora recepito i nuovi orientamenti del diritto internazionale basato sui diritti delle persone prima che sul diritto degli Stati. Una falsa coscienza patriottica impedisce ancora di superare il vecchio principio dell’integrità territoriale degli Stati e di accettare principi come la soluzione pacifica delle controversie internazionali, l’uguaglianza dei popoli, il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione, ecc.

Le Convenzioni di Ginevra

Le Convenzioni di Ginevra, di cui ricorre quest’anno il 74° anniversario della loro adozione, hanno sempre ricordato ai belligeranti alcune esigenze minime nel condurre le operazioni militari, ma non sono ancora riuscite a indurli a risolvere pacificamente le controversie, evitando l’uso delle armi. Eppure, per citare ancora Papa Francesco, «la pace è sempre possibile», basta cercarla e volerla! Ma basterebbe anche solo ricordare l’origine di quelle Convenzioni. La prima e la seconda guerra mondiale avevano prodotto decine di milioni di vittime militari e civili, intere generazioni di giovani decimate, nazioni devastate dalle distruzioni e dalle lacerazioni profonde nel tessuto sociale, popolazioni ridotte alla fame e costrette ad emigrare.

Di fronte a questi disastri umani, su invito del Consigliere federale Max Petitpierre, nel 1949 si riunirono a Ginevra i rappresentanti di molti Paesi per cercare strumenti efficaci di protezione delle vittime della guerra. Furono discusse e firmate quattro Convenzioni (note appunto come Convenzioni di Ginevra), che impegnano gli Stati belligeranti a rispettare la dignità dei combattenti, a proteggere le strutture sanitarie (ospedali, posti di soccorso, infermerie, ambulanze, ecc.), il personale medico e paramedico, in particolare i malati e i feriti, ad assistere, curare e rispettare i prigionieri, a proteggere da atti di violenza e dall'arbitrio i civili che si trovano in mano nemica o in territorio occupato.

A distanza di 74 anni, nessuno può negare la necessità e l’utilità di quelle Convenzioni nei conflitti armati, ma non si può dimenticare che si tratta di misure «curative». E’ tempo di porre mano a misure «preventive» e non c’è dubbio che l’opinione pubblica può determinare la volontà delle Nazioni Unite e degli Stati membri ad adottarle e a farle rispettare. Se si è in pochi ad invocare la pace e la giustizia, quell'invocazione è come una voce che grida nel deserto; ma se è una moltitudine a reclamarle a gran voce è come un vento che scuote la foresta rigogliosa ma intorpidita.

Giovanni Longu
Berna 6.12.2023

22 novembre 2023

ANNIVERSARI: 4. 1948-2023 75 anni della Costituzione italiana

Il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, dunque 75 anni fa. Per l’età e la lentezza di funzionamento di qualche suo organo, c’è chi la considera «vecchia» e, almeno in parte, da sostituire. Certamente è modificabile, ma prima di metter mano a cambiamenti discutibili, non si dovrebbe almeno cercare di realizzare pienamente le parti non modificabili (Principi fondamentali), che conservano un’incredibile potenzialità di sviluppo? Mi soffermerò, a titolo di esempio, soltanto su un paio di articoli, che illustrano bene sia la serietà e lungimiranza dei padri costituenti che li hanno pensati e imposti e sia la loro insufficiente attuazione da parte di Governi distratti evidentemente da altri interessi.

L’Italia è fondata sul lavoro e sui lavoratori

L’articolo 1 recita: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Non può essere senza significato che la Costituzione italiana inizi con questo articolo di una forza e una portata straordinaria. Infatti, esso indica non solo il fondamento su cui i padri costituenti hanno voluto che nascesse e si sviluppasse l’Italia repubblicana, ma anche il metodo con cui gli organi dello Stato avrebbero dovuto svolgere le loro funzioni, ossia in maniera solida, democratica, costituzionale, sostenibile.

Nella prima frase, questo articolo stabilisce anzitutto che l’Italia è fondata sul lavoro dei propri cittadini, non potendo contare né su materie prime inesistenti nel suo sottosuolo, né su rendite coloniali o di altra origine e nemmeno sul prestigio internazionale perché l’Italia aveva perso la guerra e si trovava in uno stato pietoso. L’unica vera potenzialità su cui potevano e quindi dovevano contare gli italiani era il lavoro.

Solo attraverso il lavoro la nuova Repubblica si sarebbe riscattata dall'onta della sconfitta e avrebbe affrontato con determinazione e fiducia la grande sfida della ricostruzione, del riposizionamento nel contesto delle grandi democrazie occidentali, della riconquista del benessere e della spinta innovativa verso quella cooperazione fra i popoli che si stava prospettando a livello europeo e mondiale.

La sovranità appartiene al popolo

La seconda frase è un’estensione della prima, dove già si diceva che l’Italia è una Repubblica «democratica», ossia basata sul governo del «popolo» (demos). Ora, tuttavia, il popolo che lavora viene indicato espressamente come «sovrano», ossia come autorità suprema che non ne ha alcun’altra al di sopra. Non è «suddito» che dipende dalla sovranità dello Stato, ma è lui il «sovrano», protagonista e artefice del proprio destino, anche se esercita il potere solitamente tramite organismi delegati ad agire in suo nome.

Dicendo che «la sovranità appartiene al popolo», i costituenti non hanno voluto soltanto escludere altre fonti superiori del diritto e del potere (come si sosteneva spesso nel passato), ma hanno inteso segnalare che è il popolo che lavora l’unico «sovrano» d’Italia, a cui si deve rispetto e pieno sostegno per poter raggiungere attraverso il lavoro i suoi obiettivi di sviluppo e prosperità. E per non restare nel vago e nell'incerto hanno voluto precisare che la sovranità è esercitata «nelle forme e nei limiti della Costituzione». E’ ovvio, perché una società ordinata ha le sue regole, le quali, però, non vengono imposte dall'alto, ma sono condivise dal basso.

La Repubblica tutela il lavoro

Per le ragioni dette, una delle principali conseguenze derivanti dall'articolo 1 della Costituzione dovrebbe essere l’obbligo dello Stato di tutelare il lavoro non solo in Italia la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», art. 35, comma 1), ma anche all'estero («tutela il lavoro italiano all'estero», art, 35, comma 4). E’ invece sotto gli occhi di tutti che questa tutela è carente, non solo perché si assiste ancora a troppe morti sul lavoro e a forme inaccettabili di sfruttamento, ma soprattutto perché mancano specialmente al Sud sufficienti e adeguati posti di lavoro e non si riesce a evitare che molti cittadini siano costretti a emigrare al Nord e persino all'estero.

Si può dire, come ripete spesso il presidente Mattarella, che emigrare dovrebbe essere un’«opportunità», ma di fatto è ancora una «scelta obbligata» e bisognerebbe richiamare lo Stato all'obbligo di tutelare maggiormente il lavoro, a favorire gli investimenti e l’occupazione specialmente al Sud e a porre in essere, finalmente, misure efficaci per arrestare i flussi emigratori involontari. Se lo facesse sarebbe un bell'omaggio alla Costituzione, sempre vitale, e ai padri costituenti che hanno visto bene e lontano, ma anche una forma di rispetto verso il popolo sovrano e un contributo alla prosperità comune.

Giovanni Longu
Berna 22.11.2023

15 novembre 2023

ANNIVERSARI: 3. 1913-2023: 110 anni della sede dell’Ambasciata d’Italia a Berna

Tra i tanti anniversari meritevoli di essere ricordati quest’anno, a molti italiani residenti in Svizzera, soprattutto nella regione di Berna, potrebbe interessare anche quello dei 110 anni della sede dell’Ambasciata d’Italia di Berna. Viene qui rievocato non tanto perché questa sede è un manufatto di pregio, ma soprattutto perché da 110 anni accoglie i massimi rappresentanti dello Stato italiano. Ricordandone l’origine non si può non parlare anche del marchese Raniero Paulucci di Calboli, il primo inquilino che l’ha scelta e acquistata per dare alla rappresentanza diplomatica italiana una sede «dignitosa» e corrispondente all'importanza che l’Italia aveva raggiunto in Europa e nel mondo agli inizi del secolo scorso.

Prima del 1913: sedi provvisorie

Berna, Elfenstrasse 10: dal 2013 splendida Residenza dell'ambasciatore d'Italia in Svizzera
Prima del 1913 la rappresentanza diplomatica italiana a Berna (allora Legazione… fino al 1953, quando divenne Ambasciata) non aveva una sede di proprietà dello Stato italiano, ma utilizzava in locazione locali privati nel quartiere storico Kirchenfeld, sviluppatosi negli ultimi decenni dell’Ottocento anche grazie al contributo lavorativo e imprenditoriale italiano. I capimissione (incaricati d’affari, plenipotenziari, ambasciatori) alloggiavano generalmente in ville isolate o nel Bernerhof (vicino al Palazzo federale), allora l’unico hotel di lusso della capitale, che accoglieva solitamente gli ospiti illustri della Confederazione.

Nel 1912 fu chiamato a dirigere la Legazione italiana il marchese Raniero Paulucci di Calboli, un brillante diplomatico con esperienze a Londra, Vienna, Parigi… Giunto a Berna e accreditato presso il Consiglio federale come ministro plenipotenziario di prima classe del Re d’Italia (febbraio 1913), deve aver trovato la sede assegnatagli inadeguata ai suoi compiti e al prestigio dell’Italia. Egli stesso (contrariamente a quel che si legge nel sito Web dell’Ambasciata), senza una residenza corrispondente al suo rango e vicino agli uffici della Legazione, preferì alloggiare, come il suo predecessore Fausto Cucchi Boasso, al Bernerhof.

Dopo il 1913: una sede propria «dignitosa»

La sede diplomatica italiana era in effetti inadeguata all'intensificarsi dei rapporti italo-svizzeri negli ultimi decenni, non da ultimo per il continuo flusso immigratorio dall'Italia e lo sviluppo incessante degli scambi commerciali, ma probabilmente anche ai nuovi compiti che lasciavano presagire i venti di guerra che cominciavano a soffiare in Europa. La Svizzera, Berna, era considerata centrale per le informazioni.

L'amb. Raniero Paulucci di Calboli (al centro) a Tokio nel 1920
Al marchese Paulucci, che godeva di grande notorietà e di notevoli beni di famiglia, non dev'essere stato difficile trovare una sede più consona nello stesso quartiere Kirchenfeld. Così, nel novembre 1913, acquistò in proprio una delle più belle ville (Villa Kern) della capitale con l’adiacente dépendance e un grande parco. La villa (Elfenstrasse 10) venne utilizzata dal marchese come residenza del Capo Missione e della sua famiglia (lui stesso, la moglie Virginia Lazzari Tornielli, nipote di un influente diplomatico e i due figli Fulcieri, futuro medaglia d’oro, e Camilla), mentre il secondo edificio (Elfenstrasse 14) fu destinato a Cancelleria diplomatica e sede ufficiale della Legazione italiana.

Il complesso architettonico, funzionale e «dignitoso», si distingue soprattutto per la varietà degli stili architettonici (l’Heimatstil che ben si accompagna con lo Jugendstil o Art Nouveau e alcune forme neobarocche) che gli conferiscono un carattere romantico per il facile richiamo a ville e residenze borghesi di fine secolo, spesso, come in questo caso, immerse in parchi lussureggianti. Evidentemente il marchese aveva anche buon gusto, oltre che straordinarie doti diplomatiche. 

«Il padre di Fulcieri»

Probabilmente, egli sarà ricordato, nella storia dei rapporti italo-svizzeri, oltre che per l’acquisizione della sede diplomatica, per il rafforzamento dell’«amicizia» tra i due Paesi (anche grazie ai legami di amicizia col consigliere federale Giuseppe Motta e con altre personalità della politica svizzera) in un periodo particolarmente difficile (prima guerra mondiale), per il prestigio che godeva negli ambienti letterari e artistici, per le sue grandi doti di comunicatore in più lingue, ecc.

Egli sarà ricordato certamente, nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, anche per la grande empatia dimostrata verso i connazionali immigrati. Per conoscere i loro problemi visitò numerosi cantieri, le principali «colonie» e le loro organizzazioni. Prima, durante e dopo la guerra intervenne più volte presso il Governo per segnalare i problemi, «le lacrime di dolore della parte più debole ed indifesa della nostra emigrazione», ma anche proponendo soluzioni. Ed era sincero. Ma sulla sua tomba volle che si scrivesse: «Fu il padre di Fulcieri».

Giovanni Longu
Berna 15.11.2023

08 novembre 2023

ANNIVERSARI: 2. 1868-2023: 155 anni di emigrazione/immigrazione «regolare»

In un ipotetico bilancio di fine «carriera lavorativa» della stragrande maggioranza degli italiani immigrati in Svizzera si troverebbero facilmente vantaggi e svantaggi, ma anche il saldo finale positivo. Lo fanno pensare indagini statistiche e cronache giornalistiche, smentendo quei denigratori nostrani di professione che vedono nell'esperienza migratoria solo aspetti negativi (sfruttamento, discriminazione, disgrazie, «infanzia negata» a mezzo milione di bambini, ecc.). Che questi abbiano torto lo dimostrano, fra l’altro, queste cifre: nel 1870 risiedevano in Svizzera poco più di 18.000 cittadini appartenenti al Regno d’Italia, mentre oggi i cittadini italiani, molti anche con la doppia cittadinanza italiana e svizzera, sono circa 700.000. Inoltre, da quasi un ventennio il saldo migratorio è nuovamente positivo (più arrivi e meno rimpatri) perché i «nuovi immigrati» continuano a venire.

1868: basi solide per l’emigrazione/immigrazione

Svizzera e Italia, come due sorelle (statua alla stazione di Chiasso
in ricordo della prima grande impresa ferroviaria comune)
Il bilancio positivo a cui si accennava non va considerato né casuale né merito di una parte piuttosto che dell’altra, ma il risultato di molteplici fattori che hanno trovato solide basi nel Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia del 1868, considerato anche il primo accordo italo-svizzero di emigrazione/immigrazione «regolare».

Chi conosce la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera sa che il suo sviluppo non è stato sempre né lineare né esemplare, ma ha conosciuto momenti difficili, sia nelle relazioni bilaterali (incomprensioni, intromissioni e persino una breve rottura diplomatica) che nella convivenza delle due popolazioni (a causa di pregiudizi, paure, diffidenza, incomunicabilità, ecc.). Eppure la storia… continua, non per forza d’inerzia, ma perché regge lo spirito che sostanziava quel Trattato del 1868, per altro ancora in vigore.

Di quell'accordo, si è soliti ricordare solo alcuni articoli (certamente importanti perché riguardavano la libertà di domicilio degli italiani e degli svizzeri rispettivamente in Svizzera e in Italia, la libertà di commercio e le immunità e i privilegi degli agenti consolari), mentre non viene quasi mai sottolineato lo spirito che lo animava. Eppure è soprattutto questo che ancora sopravvive e si è anzi rafforzato nel tempo, mentre il resto del Trattato è stato superato da altri accordi bilaterali e internazionali. Per questo merita di essere rievocato in questo 155° anniversario.

Spirito di amicizia e di buon vicinato

Si legge nel preambolo: «Il Consiglio federale della Confederazione Svizzera e Sua Maestà il Re d’Italia, mossi dal desiderio di mantenere e rassodare le relazioni d’amicizia che stanno fra le due nazioni, e dare mediante nuove e più liberali stipulazioni più ampio sviluppo ai rapporti di buon vicinato tra i cittadini dei due paesi, assicurando ad un tempo agli agenti consolari rispettivi le immunità e i privilegi necessari per l’esercizio di loro funzioni, hanno risolto di conchiudere una Convenzione di stabilimento e consolare…».

In queste parole è racchiuso, come in uno scrigno, lo spirito che animava la Svizzera e l’Italia in quell’epoca… e certamente ancora oggi. Lo si ritrova soprattutto in queste espressioni: «desiderio di mantenere e rassodare», «relazioni di amicizia» e «rapporti di buon vicinato». Il senso delle parole è facilmente intuibile da chiunque, ma potrebbe invece sfuggire il nesso che le unisce e le sostanzia. Non si tratta, infatti, soltanto del desiderio di intrattenere rapporti di buon vicinato tra Paesi che hanno un lungo confine in comune e nemmeno di generiche relazioni amichevoli tra i rispettivi governi e tra i cittadini delle regioni contigue, ma della volontà di rafforzare e sviluppare buoni rapporti in tutti i settori d’interesse reciproco.

Espressioni e convinti sostenitori di quello spirito e di quella volontà sono stati sicuramente i due governi interessati, ma specialmente i due plenipotenziari di Svizzera e Italia, Giovan Battista Pioda (1808-1882) e Luigi Amedeo Melegari (1805-1881), due giganti delle diplomazie svizzera e italiana. 

Collaborazione e interesse reciproco

Che non si trattasse solo di un «desiderio», ma di una volontà comune e di un impegno solenne, lo dimostra l’articolo 1 che afferma: «Tra la Confederazione Svizzera e il Regno d’Italia vi sarà amicizia perpetua, e libertà reciproca di domicilio e di commercio». Una tale amicizia, come si può ben capire, non può esserci tra istituzioni impersonali, per cui va intesa come condivisione di valori ideali e attività concrete e possibilmente continuative, di cui devono poter beneficiare, sia pure in forme diverse, entrambe le parti.

In 155 anni questi rapporti si sono consolidati e sviluppati sia nella sfera commerciale che in campo linguistico, culturale, scientifico, ma soprattutto umano e professionale, con flussi ininterrotti di immigrati che a questo Paese hanno dato molto e dal quale hanno ricevuto molto, secondo lo spirito del Trattato del 1868, che sostanziava collaborazione e interessi reciproci. Senza la reciprocità dei benefici, purtroppo ignorata ancora oggi in molte narrazioni dell'immigrazione italiana in Svizzera, i flussi migratori tra l'Italia e la Svizzera si sarebbero interrotti da tempo e la collettività italiana in questo Paese sarebbe più ridotta e meno importante.

Lo stesso spirito, al quale si è aggiunto nel frattempo quello dell’integrazione europea, continua a soffiare. A beneficiarne sono ora le seconde e successive generazioni e i nuovi immigrati, che, in condizioni e modi diversi, contribuiscono a loro volta ad avvalorare l’«amicizia perpetua» tra la Svizzera e l’Italia suggellata col Trattato del 1868, 155 anni fa.

Giovanni Longu
Berna 8.11.2023