22 aprile 2015

Sbarchi di profughi: né clandestini né migranti


Nota: Questo articolo è stato scritto prima che si conoscesse l'ennesima tragedia dei profughi in fuga verso l'Italia. Penso che ponga un problema non solo di carattere terminologico ma anche politico, che l’ultimo tragico evento non fa che aggravare. E’ pertanto auspicabile che la politica internazionale trovi presto la necessaria convergenza e determinazione per adottare soluzioni coordinate ed efficaci al grave problema di questi esodi, informando l’opinione pubblica con un linguaggio consono e coerente (22.05.2015)

Le notizie di salvataggi in mare e sbarchi sulle coste italiane, all’ordine del giorno già da alcune settimane, saranno sempre più frequenti durante la stagione estiva. Se lo scorso anno sono sbarcate 170.000 persone, per quest’anno se ne prevedono almeno il doppio. Aumenta purtroppo anche il numero delle vittime dei frequenti naufragi. Si parla già di emergenza profughi. I centri di accoglienza sono al collasso. L’«operazione Triton» (controllo delle frontiere dell’Unione europea nel mar Mediterraneo) è ritenuta del tutto inadeguata sia per i controlli che per i salvataggi in mare.
I continui sbarchi di masse in fuga dalle guerre e dalla miseria interpellano non solo la classe politica italiana, dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, ma anche le nostre coscienze. Cosa fare per gestire con senso di umanità il fenomeno? Cosa bisognerebbe intraprendere per evitare che tanta gente sia costretta ad abbandonare le loro terre? Come vanno considerate le persone che arrivano da noi? Che cosa si può e si deve fare per venire incontro ai loro bisogni? La solidarietà è solo una virtù cristiana o anche un dovere civico?

Opinione pubblica disorientata
L’opinione pubblica è disorientata. Non riesce ad avere risposte soddisfacenti a queste o a simili domande. A parte l’aggiornamento pressoché quotidiano del numero degli arrivi, degli sbarchi e dei morti, con qualche elogio sporadico alla professionalità dei soccorritori e alla generosità dei volontari, i media non offrono spunti di discussione alla ricerca di soluzioni sostenibili. Sembrano appiattiti sulla registrazione delle reciproche accuse tra i partiti e delle critiche al governo Renzi per una presunta arrendevolezza nei confronti dell’Unione europea, accusata persino dai vescovi italiani di «lavarsene le mani». Nessuna informazione giunge all’opinione pubblica su eventuali piani per gestire meglio il fenomeno o addirittura per risolverlo alla radice.
Eppure l’opinione pubblica dovrebbe almeno sapere se in questo campo sono in corso per lo meno discussioni ad alto livello (diplomazia internazionale, Unione europea) per predisporre interventi radicali efficaci (politici, militari, finanziari o di altro genere) o si pensa soltanto a rafforzare i controlli alle frontiere per impedire (o ritardare?) l’assalto alla fortezza Europa. Ogni tanto si sente parlare di interventi militari (ad esempio in Libia) per impedire le partenze dei barconi, di organizzare nei Paesi nordafricani centri di accoglienza e di esame delle richieste di asilo, di predisporre massicci piani d’investimenti nei principali Paesi colpiti dalla povertà, da cui si cerca di fuggire. Non si sente mai parlare di un comune piano d’integrazione in Europa per poche centinaia di migliaia di persone che credono nell'Europa come nei secoli passati gli europei hanno creduto nell'America. Forse ci sono ancora europei che credono che la fortezza Europa sia imprendibile?
Non intendo certo incolpare i media se l’opinione pubblica è disorientata. In effetti i media hanno il compito d’informare sui fatti e sulle idee e se queste mancano non se le possono certo inventare immaginando di leggere nei cervelli di Renzi, della Mogherini, di Juncker o di altri responsabili politici italiani ed europei. Eppure anche i media sono responsabili della maniera con cui vengono presentati i fatti e la loro interpretazione.

Bando alle confusioni
Voglio dire che in questo campo, delicato e drammatico, le parole contano più che mai e non mi sembra che quelle utilizzate più di frequente siano sempre chiare, comprensibili e veritiere. Soprattutto nei confronti delle persone che sbarcano dai gommoni o dalle navi che le hanno soccorse in mare, indicarle in un modo o in un altro non è indifferente. Non si può continuare a chiamarle a piacimento migranti, clandestini, richiedenti l’asilo, profughi e quant'altro. Questi termini non sono equivalenti e le persone a cui vengono attribuiti non sono raggruppabili in un’unica categoria.
Aggiungo che dall'uso delle parole dipende molto l’impatto sociale che il fenomeno sta generando in Italia (per limitare l’attenzione al Paese maggiormente coinvolto). Se, di fronte ai racconti pressoché quotidiani degli sbarchi, ma anche purtroppo dei naufragi, e soprattutto delle difficoltà oggettive di accogliere «dignitosamente» (come vorrebbero le regole internazionali) tutti coloro che riescono ad approdare sul suolo italiano l’opinione pubblica è frastornata, lo si deve anche al tipo di narrazione che ne fanno i media e i leader politici tra due estremi: da una parte il facile buonismo di alcuni, anche tra le alte cariche dello Stato, e dall'altra l’ingiustificata paura di quanti si sentono minacciati dall'eccessiva presenza di stranieri, soprattutto all'estrema destra politica.
Gli uni, che considerano gli sbarcati dei «migranti» da soccorrere, accogliere e sistemare, peccano di ingenuità e forse anche di falsità perché sembrano minimizzare il fenomeno e negare l’incapacità dell’Italia (ancora in crisi) di risolverlo, soprattutto quando si tratta di dare ai «migranti» un alloggio dignitoso e garantire una sistemazione definitiva, ossia un lavoro, che al momento è insufficiente anche per gli italiani.


Gli altri, che rappresentano gli sbarcati come «clandestini» e «invasori», peccano di becera xenofobia e di smemoratezza perché sono solo capaci di agitare spauracchi inverosimili (infiltrazione di terroristi islamici, invasione in massa di clandestini, aumento della microcriminalità, ecc.) e vedono nei «respingimenti» l’unica soluzione possibile. Al confronto di certi politici italiani nemmeno Schwarzenbach, in Svizzera, era così radicale nei confronti dell’immigrazione di massa (italiana, per chi l’avesse scordato).
Il problema del linguaggio è molto serio e spesso sottovalutato, ma è proprio sull'uso sconsiderato delle parole che sorgono in Italia le prime incomprensioni e le contrapposizioni politiche. In certi ambienti, penso in particolare alla Lega Nord, si privilegia il termine «clandestini», che è invece rifiutato nettamente da tutta l’area di centrosinistra. In questa si parla ormai quasi esclusivamente di «migranti», più raramente di «richiedenti l’asilo» e di «profughi».

Profughi: né migranti né clandestini
Per rendere il dibattito costruttivo e comprensibile all'opinione pubblica, bisognerebbe fare un tentativo di convergenza nell'uso di termini appropriati ma non divisivi. Non mi sento di dire qual è l’espressione più adeguata per indicare le masse che approdano sul litorale italiano, ma la mia preferenza va al termine «profughi». Sebbene in senso proprio «profugo» indichi specialmente chi è in qualche modo «costretto a lasciare il proprio Paese in seguito a guerre, persecuzioni politiche, calamità naturali, ecc.», in un senso più generale rende bene il senso della fuga (profugo deriva dal latino profugum e dal verbo profugĕre, «cercare scampo») da una situazione pericolosa o comunque precaria (ad esempio in seguito a carestia, fame, mancanza di lavoro).
«Profugo» non è un termine divisivo ed è conosciuto e accettato da tutti anche nel suo significato più generale, che può ben comprendere tanto i migranti quanto i richiedenti l’asilo, i rifugiati e persino i clandestini.
Trovo meno adeguato il termine «migranti», anche se è quello che ha finito per imporsi, forse in ossequio all'uso che ne fa l’ONU (quando parla dei «migranti internazionali»), perché l’«emigrazione» in Italia evoca la condizione di chi era sì costretto ad espatriare «per motivi di lavoro», ma emigrava perché c’era un Paese d’immigrazione disposto ad accoglierlo e a regolarizzarlo (o addirittura lo richiedeva, come ad esempio la Svizzera nel dopoguerra). Allo statuto di «migrante» erano generalmente collegati un regolare permesso di lavoro e di soggiorno, una retribuzione corrispondente, ma anche la garanzia di poter ritornare liberamente al Paese d’origine.
Del resto la condizione di «migrante» riguarda ancora oggi decine di migliaia di italiani, che francamente hanno ben poco in comune con i profughi che stanno giungendo in Italia soprattutto dall'Africa e dall'Asia. Anche per i «migranti» italiani si tratta di cercare opportunità di lavoro altrove, ma per essi questo avviene in condizioni completamente diverse, specialmente di libera scelta e ampie garanzie.
In quest’ottica ho trovato fuorviante l’intervento della presidente della Camera Laura Boldrini di un mese fa nel corso della presentazione di un suo libro. Mentre criticava l’atteggiamento di chi continua a «considerare la migrazione una minaccia» (con evidente riferimento al leader della Lega Matteo Salvini, pur senza nominarlo) sbagliava a mio avviso nel confondere i «migranti» (che vanno dove c’è la domanda, come ammetteva la stessa Boldrini, contraddicendosi) con i profughi («che non vengono da noi per motivi economici ma scappano dalle guerre»).
Ritengo invece che il termine «clandestini», preferito da Salvini, sia completamente inadeguato perché nei profughi che sbarcano a Lampedusa o in Sicilia non si può ravvisare l’intenzione della clandestinità e sicuramente non riguarda la maggioranza di essi. Oltretutto la clandestinità viene a cadere già al momento dello sbarco con la prima identificazione. Quanto alle espressioni «richiedenti l’asilo» e «rifugiati», ritengo che debbano essere riservate alle persone che possono avvalersi del diritto all'asilo e ottenere lo statuto di rifugiato, non ad altre.

Manca la soluzione!
A questo punto non vorrei apparire come uno che riduce un problema enorme a una semplice disputa terminologica. So infatti benissimo che la soluzione va cercata principalmente al problema non alla disputa, ma sono convinto che a seconda della scelta delle parole si può capire meglio il da fare e svelare le ipocrisie. I «profughi» infatti hanno soprattutto bisogno di soccorso, accoglienza, solidarietà, prima sistemazione. La problematica dei «migranti» è invece molto più complessa perché ha bisogno soprattutto di una politica immigratoria seria e coerente di cui non c’è alcun indizio né in Italia né nell’Unione europea. Anche per questo, continuare a parlare di «migranti» da soccorrere mi sembra un’ipocrisia.

Giovanni Longu
Berna, 22.4.2015 (scritto il 18.4.2015)

20 aprile 2015

Ancora morti nel "Mare nostrum"


Il Mediterraneo, che dal tempo dei romani chiamiamo «Mare nostrum», nei giorni scorsi ha interrotto violentemente la fuga di centinaia di profughi alla ricerca di una vita migliore. Erano, come ha detto domenica scorsa Papa Francesco, «uomini e donne come noi, fratelli nostri, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre, che cercavano una vita migliore, cercavano la felicità».
Non hanno fatto in tempo a goderne nemmeno un poco perché il «Mare nostrum» li ha inghiottiti brutalmente per aggiungerli alle migliaia di profughi già periti in questi ultimi anni. Non solo il mare, ma anche i morti dovremmo considerare «nostri» e piangerli con qualche senso di colpa.
Sono morti perché il barcone sovraccarico che li trasportava si è rovesciato, ma si trovavano su quel mezzo inadatto anche per la cattiveria umana, per la nostra insensibilità e l’irresponsabilità delle istituzioni competenti. Il nostro sentimento d’impotenza rischia di diventare un alibi miserevole se non siamo capaci d’indignarci e reclamare a gran voce dalle autorità responsabili soluzioni efficaci e sostenibili a lungo termine.

Per non dimenticare i morti di ieri e di oggi Piera Caponio ha scritto questa delicata poesia intitolata Vanno…,  «dedicata a tutti coloro che hanno sognato una vita diversa, in un mondo diverso, con persone diverse. Ma hanno perso».

Vanno

Vanno,
inseguono un fragile sogno,
guidati da un lieve spiraglio.

Ombre furtive nel buio
li scrutano senza parlare,
mani rapaci si accostano,
carpiscono senza pietà.

L’ora che incalza li inghiotte,
procedono a passi guardinghi
sospinti da altri che vanno.
Audaci viandanti del nulla.

Son soli nel cuor della notte,
son soli col cuore che batte,
ma breve sarà la paura,
la luce è già là all’orizzonte…..

Si portano dentro una fiamma,
una fiamma che brucia e riscalda,
che guizza leggera e tenace
incontro al destino che avanza.

Poi d’improvviso uno schianto,
un bagliore scatena l’inferno,
le grida trafiggono il cielo
ma l’eco si perde nel nulla.

Son tonfi di corpi avvinghiati,
la fiamma pian piano si spegne,
il gigante pietoso li accoglie,
li copre con l’umido velo
e assorto riprende a cantare
l’ennesima sua ninna nanna.

                               Piera Caponio




15 aprile 2015

Formazione e disoccupazione giovanile


L’Italia ha molti problemi, ma ve n’è uno in particolare che dovrebbe preoccupare più di ogni altro quanti hanno responsabilità di governo: la carenza di un’adeguata formazione professionale dei giovani. Eppure le conseguenze sono disastrose e sotto gli occhi di tutti: in Italia oltre il 40% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro (il tasso di disoccupazione giovanile italiano è quasi doppio della media europea).

So benissimo che nel breve periodo è quasi impossibile raggiungere i tassi di due dei Paesi più virtuosi europei, la Germania e la Svizzera (attorno al 7,5%), ma bisognerebbe almeno proporsi di raggiungerli in un orizzonte temporale di medio periodo. Invece niente, a meno che i guru dell’attuale governo non abbiano ritenuto sufficienti gli incentivi all'occupazione giovanile (la cosiddetta «garanzia giovani») e il disegno di legge di riforma della scuola, approdato da poco in Parlamento.

Iniziativa a favore dell’occupazione giovanile
La «garanzia giovani», un ambizioso progetto concepito e finanziato in gran parte dall'Unione europea (UE), che prevede agevolazioni per i datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato lavoratori in età dai 18 ai 29 anni, può servire certamente a dare un lavoro a un certo numero di giovani disoccupati e a far diminuire di qualche punto il tasso di disoccupazione giovanile, ma, come si vedrà meglio in seguito, non può essere la soluzione risolutiva di questa piaga, che rischia di diventare cronica. Oltretutto, non tutti i posti di lavoro possono essere occupati da giovani disoccupati, ma solo se gli occupanti hanno i requisiti adatti.
E’ vero che i cospicui finanziamenti europei finalizzati a favorire l’occupazione giovanile non sono destinati solo ad agevolare chi assume, ma anche a sostenere programmi di orientamento, istruzione e formazione professionale, formazione continua, apprendistati, corsi di perfezionamento. Ma proprio sull'efficacia di questi programmi, per altro limitati nel tempo, sorgono i maggiori dubbi. Non è infatti chiaro di che tipo di offerta si tratti e quali caratteristiche debbano avere questi interventi riguardo a qualità, durata, controlli, ecc.

Formazione professionale e disoccupazione
Quando poi si parla di formazione professionale il dubbio aumenta perché con questa espressione non s’intende (più) il semplice e spesso abborracciato avviamento al lavoro, ma un impegnativo processo di apprendimento teorico e pratico di durata pluriennale, programmato e strutturato, che coinvolge l’ente pubblico e l’economia, le parti sociali, la scuola, l’università, la ricerca, l’innovazione, ecc. Non mi sembra che gli incentivi per la «garanzia giovani» riguardino questo processo formativo. E allora? Allora la soluzione del problema va cercata altrove e precisamente in una seria, moderna e sostenibile formazione dei giovani.
Anche per molti italiani emigrati in Svizzera negli anni '60 e '70
la formazione professionale rappresentò il trampolino di lancio
della carriera professionale (foto: allievi del CISAP, anni '80)
Non occorre essere statistici o studiosi del settore per rendersi conto che c’è una relazione molto stretta tra disoccupazione e formazione e che i rischi della disoccupazione sono tanto maggiori quanto più basso è il livello di formazione o quanto più inadeguata è la formazione professionale. Se la disoccupazione giovanile sopra il 25% diventa cronica (e la percentuale dei giovani senza lavoro in Italia è sopra il 40%) i rischi per il futuro dei diretti interessati ma anche del Paese sono enormi.
Penso che Matteo Renzi e il suo governo siano consapevoli della gravità della disoccupazione giovanile, quasi da primato a livello europeo, per cui non riesco a capire perché non abbiano ancora nemmeno impostato un’autentica riforma della formazione dei giovani. So benissimo che in questo campo le soluzioni non sono mai a portata di mano, ma proprio per questo andava avviata fin dal discorso programmatico d’insediamento una seria riflessione nel governo e nella società sul sistema scolastico italiano, non più competitivo, e soprattutto sul sistema particolarmente carente della formazione professionale.
Nel 1972 il pres. della Confederazione  Nello Celio visitò
con vivo interesse il centro di formazione professionale
per lavoratori immigrati CISAP di Berna. 
Credo che l’Italia dovrebbe prendere esempio dai Paesi in cui la disoccupazione giovanile è entro limiti «fisiologici» accettabili (ossia da 1,5 a 2 volte superiore a quello della disoccupazione generale). A ben vedere, in questi Paesi, specialmente Germania e Svizzera, la formazione professionale è molto sviluppata e non a caso il numero dei giovani senza lavoro (o che non studiano) è più ridotto che in Paesi, dove questa preparazione manca o è carente. Una buona formazione (professionale) è sempre un antidoto efficace contro la disoccupazione. Sebbene in situazioni di crisi si costati ovunque un aumento delle difficoltà d’impiego, di solito in questi Paesi sono sufficienti pochi interventi mirati per aiutare i giovani a trovare un posto di lavoro. E i risultati si vedono.

Formazione professionale in Svizzera: un sistema che funziona
Osservando più da vicino la situazione svizzera, non c’è dubbio che la disoccupazione in generale e quella giovanile in particolare è molto contenuta nel confronto internazionale proprio grazie a un sistema consolidato di formazione professionale che accompagna i giovani dal termine della scuola dell’obbligo al primo impiego e li segue anche dopo con la formazione continua sempre più generalizzata.
Per comprendere meglio il sistema di formazione professionale svizzero bisogna ricordare che è di tipo duale, ossia teorico (in una scuola professionale) e pratico (presso un’azienda), e fornisce a due giovani su tre una solida preparazione teorica e pratica corrispondente alle esigenze del mondo del lavoro. L’efficacia di un tale sistema non si esaurisce con l’acquisizione di un diploma o un certificato di capacità e l’avvio (quasi) immediato al lavoro, ma continua anche in seguito durante tutta la vita lavorativa. La formazione professionale costituisce infatti una solida base per ulteriori perfezionamenti o specializzazioni fino ai massimi livelli della ricerca (soprattutto nei politecnici) e della professionalità (nelle aziende) e per la formazione permanente.
Data l’importanza evidente di questo sistema formativo, frutto di un partenariato solido tra pubblico e privato, esso è costantemente monitorato e aggiornato. Dev'essere infatti in grado di far fronte alle esigenze dell’economia e della società in continua evoluzione. Un Paese come la Svizzera, privo di materie prime, deve puntare necessariamente sull'alta qualificazione delle risorse umane a tutti i livelli per garantire la sostenibilità e la competitività del proprio sistema produttivo e il grado di benessere raggiunto.

Ampio sostegno dello Stato e dell’economia
Per queste ragioni, tanto l’economia pubblica e privata quanto i poteri pubblici (Confederazione e Cantoni) attribuiscono grande importanza e i finanziamenti necessari alla formazione professionale. La Confederazione, ad esempio, ne ha fatto un apposito obiettivo quantificabile del programma di governo: «il sistema di formazione professionale duale contribuisce a mantenere basso il tasso di disoccupazione giovanile nel confronto internazionale». In particolare, il governo si propone di sostenere «la formazione di giovani leve in ambiti specialistici altamente qualificati della scienza e dell’economia» e di migliorare «l’attitudine dei giovani alla formazione e all'impiego».
Johann Schneider-Ammann
Recentemente, il ministro dell’economia Johann Schneider-Ammann ha affermato che in futuro la percentuale dei giovani che dopo la scuola dell’obbligo continuano una formazione scolastica o professionale deve essere aumentata al 95%.
Alla radice del sostegno incondizionato della Confederazione a questo sistema di formazione professionale (simile per altro a quello della Germania e dell’Austria) c’è una consapevolezza che è stata evidenziata l’anno scorso dall’allora presidente della Confederazione Didier Burkhalter: «Un Paese è una comunità di destini, la cui ragion d’essere sta nella capacità di creare prospettive future. E la Svizzera ne è capace». L’esempio è dato proprio dai giovani, la cui «buona formazione» permette loro di «accedere al mondo del lavoro». Non solo, «il nostro Paese crea opportunità lavorative e attira le giovani leve, non come in altre realtà, dove la disoccupazione è altissima e i giovani sono costretti a migrare».

Italia: insufficienza formativa
Difficile escludere che tra le «altre realtà» Burkhalter non pensasse anche all’Italia. Del resto è sotto gli occhi di tutti la gravità della disoccupazione giovanile italiana, soprattutto nel Mezzogiorno. Proprio per questo meraviglia che un governo dalle smisurate ambizioni come quello di Renzi non faccia nulla per aggredire alla radice il male che rischia di compromettere il futuro di un’intera generazione di giovani. Questo male si chiama insufficienza formativa.
Sono note dalle classifiche internazionali le scarse prestazioni degli alunni italiani della scuola dell’obbligo; il sistema scolastico italiano è bocciato dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE); il sistema universitario italiano non riesce a piazzare un ateneo tra i primi 100 al mondo (la Svizzera ne piazza ben quattro); la ricerca scientifica è insufficiente nonostante alcuni centri di eccellenza.
I rimedi finora proposti dal governo Renzi (e dai precedenti governi) sono dei palliativi, non misure risolutive. La scuola avrebbe bisogno di una profonda riforma strutturale (e non solo di facciata) per diventare competitiva a livello europeo. Invece il disegno di legge presentato recentemente dal governo è illusorio a cominciare dal titolo: «disegno di legge sulla buona scuola». E illusoria è la presentazione che ne hanno fatto il presidente Renzi e la ministra dell'istruzione, dell'università e della ricerca Stefania Giannini, come pure il senatore del Pd Andrea Marcussi, presidente della Commissione Cultura del Senato, parlando del disegno di legge come di una svolta, anzi una «rivoluzione». Per rendersi conto di quanto invece sia mediocre basterebbe leggere sul Corriere della Sera il commento ragionato di Ernesto Galli della Loggia, intitolato «La scuola cattiva è questa». Chi vuole può facilmente ritrovarlo in Internet.

Mancanza di volontà politica
Per realizzare in Italia una «buona scuola», fra l’altro, occorrerebbe investire nel sistema scolastico molte più risorse di quelle assegnate attualmente, che sono sotto la media dei Paesi dell’OCSE. Una «buona scuola» sarebbe, inoltre, quella che «forma» mentalmente e culturalmente i cittadini di domani, ma anche quella che prepara adeguatamente i lavoratori di domani, in grado cioè di essere facilmente assorbiti, senza sussidi, dall'economia.
Non credo che porre mano a una seria riforma della formazione in Italia sia un’impresa impossibile e proprio per questo bisognerebbe non perdere altro tempo per avviarla, ma dubito che la classe politica attuale sia all'altezza del compito.

Giovanni Longu
Berna, 15.4.2015

01 aprile 2015

Euroscetticismo e xenofobia nell'UE e in Svizzera


Come in numerosi Paesi dell’Unione europea (UE), ad esempio, Gran Bretagna, Francia, Italia, Austria, Grecia, anche in Svizzera sta crescendo l'euroscetticismo. Ci sono ovviamente differenze importanti tra l’euroscetticismo presente all'interno dell’UE e l'euroscetticismo osservato in Svizzera.

Euroscetticismo nei Paesi dell’UE
L'euroscetticismo nei Paesi dell’UE nasce soprattutto dal divario tra le intenzioni annunciate dagli organismi istituzionali e la realtà percepita dai cittadini. Per esempio, sotto la presidenza italiana del Consiglio UE (che intendeva far «cambiare la direzione di marcia dell’UE») le parole chiave erano «crescita e occupazione», da attuarsi mediante riforme strutturali, incentivi al lavoro, politiche di sostegno agli investimenti, una politica monetaria flessibile. La realtà percepita dai cittadini è stata un nulla di fatto. Le buone intenzioni non hanno prodotto risultati concreti. Basti pensare che nel solo 2014 proprio dall’Italia sono espatriate oltre 100.000 persone (di cui più di 11.000 in Svizzera). E’ dovuta intervenire, quest’anno, la Banca centrale europea (BCE) per rilanciare l’economia dell’Eurozona con l’acquisto di massicce dosi di titoli di Stato.
Sulla scia della presidenza italiana, anche l’attuale presidenza lettone ha indicato come priorità «il rilancio della competitività europea per la crescita e la creazione di posti di lavoro», con l’aggiunta di dare all’UE una vera dimensione internazionale. Altre belle parole che lasciano indifferenti gli europei ancora alle prese, nonostante gli interventi della BCE, con la bassa crescita, la disoccupazione, la crescente povertà, il degrado sociale di molte periferie di città, l’emigrazione, l’irrisolta soluzione dei continui arrivi di immigrati, disperati, profughi, ecc. A Bruxelles, dove hanno sede le principali istituzioni europee, probabilmente non ci si rende conto del disagio sociale diffuso in molti Paesi e delle aspettative deluse dei cittadini.

Euroscetticismo in Svizzera
Non è pertanto difficile capire perché in molti Paesi dell’UE aumenti l'euroscetticismo. Resta invece da comprendere perché esso cresca anche in Svizzera, che non fa parte dell’UE. Non si tratta a mio avviso di una sorta di effetto contagio perché le relazioni con Bruxelles sono del tutto diverse, anche se l’opinione pubblica svizzera è sicuramente influenzata dalle reazioni osservate soprattutto in alcuni Paesi (ad es. Gran Bretagna, Francia, Italia). Si tratta piuttosto di una reazione istintiva e irrazionale che il popolo svizzero manifesta ogniqualvolta si sente in pericolo o sente minacciati alcuni suoi diritti e valori fondamentali (libertà, sovranità, democrazia diretta, ecc.).
In Svizzera l'euroscetticismo è soprattutto frutto di paura, camuffata spesso con ragionamenti pseudo economici e pseudo valoriali. Per esempio, con la libera circolazione delle persone molti svizzeri temono di essere prima o poi sopraffatti dal forte afflusso di lavoratori provenienti dai Paesi dell’UE (anche da quelli culturalmente più lontani) e di non essere più padroni a casa propria. Le stesse persone evidentemente non considerano che dall'entrata in vigore (2002) del relativo accordo bilaterale ad oggi non c’è stata alcuna immigrazione di massa e che non ci potrebbe nemmeno essere se venisse a mancare l’offerta di lavoro. Non solo, in tutti questi anni l’economia svizzera ha beneficiato enormemente degli accordi con l’UE anche sulla libera circolazione.

Euroscetticismo e xenofobia
In Svizzera, come anche in altri Paesi dell'UE, l’euroscetticismo ha anche a che fare con la xenofobia. Già in passato una parte a volte molto consistente dell’opinione pubblica svizzera, di fronte a vere e proprie ondate di immigrati (si pensi agli anni ’50, ’60 e ’70), ha temuto di perdere il benessere raggiunto, la sicurezza del lavoro, la sicurezza sociale, l’accessibilità all'abitazione, ecc., senza nemmeno chiedersi da dove provenisse in fin dei conti quel benessere, la qualità della vita, la sicurezza sociale. Senza l’immigrazione le attuali condizioni di benessere non ci sarebbero state, né sarebbe possibile mantenerle in futuro senza di essa.
Un altro motivo dell’euroscetticismo è la confusione tra immigrati e approfittatori. Siccome ci sono stati casi di stranieri giunti in Svizzera per approfittare delle assicurazioni contro la disoccupazione, l’invalidità, ecc. molti svizzeri ritengono che i lavoratori stranieri non vengano solo per lavorare e contribuire ad accrescere il nostro benessere e la nostra sicurezza sociale, ma per approfittare (per non dire rubare) delle nostre assicurazioni sociali, della cassa malati, dell’assistenza sociale, ecc.

L’Europa è una garanzia per la Svizzera
Credo che alla radice dell’euroscetticismo, in Svizzera, ci sia pertanto soprattutto una insufficiente conoscenza della storia, dell’economia, dei rapporti globali con l’UE. Quanti sanno, ad esempio, che nel 1815 le grandi potenze europee garantirono la neutralità permanente della Svizzera e l’inviolabilità del suo territorio? Quanti sanno che, oggi, un franco su tre è guadagnato grazie agli scambi commerciali con l’UE (il 55% delle esportazioni svizzere, pari a circa 116 miliardi di franchi nel 2013, è diretto al mercato dell’UE)? E quanti si rendono conto che in una sorta di bilancio i lavoratori stranieri ricevono complessivamente meno di quello che danno? E quanti pensano che molto spesso la polemica con l’UE non è altro che una forma di lotta interna tra partiti politici, tra Cantoni e Confederazione, tra periferia e centro? Molti dimenticano inoltre con troppa facilità che l’Europa è non solo la sede naturale della Svizzera, ma anche la garanzia di tutti i suoi valori.
Giovanni Longu
Berna, 1 aprile 2015

25 marzo 2015

Nuovo accordo storico tra l’UE e la Svizzera


Le discussioni bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea (UE) in alcuni momenti danno l’impressione di un dialogo fra sordi, nel senso che ciascuna parte sembra voler mantenere ad ogni costo la propria posizione, come se fosse inamovibile. Altre volte, invece, sembra che il dialogo avanzi, magari a singhiozzo, segno che da entrambe le parti c’è la volontà di giungere il più presto possibile, ma senza fretta (anche se per la Svizzera il tempo stringe), se non ai risultati sperati da ciascuna parte almeno a un buon compromesso. E’ molto positivo che il dialogo continui, anche sui temi obiettivamente difficili come quello sulla libera circolazione dei cittadini dell’UE nel mercato del lavoro svizzero.

Il dialogo continua
Quest’anno il dialogo è ripreso ai massimi livelli con l’incontro a Bruxelles tra la presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker (v. L’ECO del 18.3.2015) e sembra proseguire in un clima favorevole su svariati temi. Alcuni segnali lasciano ben sperare.
Il 18 marzo 2015 sono iniziati a Bruxelles tra il segretario di Stato Jacques de Watteville e il direttore generale dell’UE Jonathan Faull i primi colloqui esplorativi sulla fattibilità e l’opportunità di un accordo bilaterale Svizzera-UE sui servizi finanziari. Sono pure in corso colloqui riguardanti un miglioramento dell’accesso della Svizzera ai mercati dell’UE.
Il 19 marzo 2015 la Svizzera e l’UE hanno raggiunto un accordo che prevede l’introduzione dello scambio automatico di informazioni in materia fiscale a partire dal 1° gennaio 2017 (anche se i primi scambi avverranno effettivamente solo l’anno seguente).

Scambio delle informazioni fiscali
Questo accordo, anche se dovrà essere ancora sottoposto alle Camere federali (ed eventualmente a referendum) per l’approvazione definitiva, segna a mio avviso un punto di non ritorno nei rapporti non solo in materia fiscale ma complessivi tra la Svizzera e l’Unione europea. Già, perché questo accordo è stato fortemente voluto dall’UE, al fine di introdurre definitivamente nei rapporti fiscali tra i cittadini dell’UE e la Svizzera la massima trasparenza possibile. Mentre segna davvero la fine definitiva del segreto bancario svizzero, non può non rappresentare il forte avvicinamento generale in tutti i campi tra la Svizzera e l’UE.
Su questo accordo non ho letto in Svizzera molti commenti, forse perché il tema è molto delicato e contrastato, ma non c’è dubbio che per le relazioni con l’Europa esso rappresenta la rimozione di uno dei più grossi ostacoli. Evidentemente gli svizzeri si aspettano ora qualcosa in cambio, soprattutto nella direzione di una totale apertura dei mercati europei per le imprese svizzere come pure per quel che riguarda la libera circolazione delle persone.

«Accordo storico»
A sottolineare l’importanza dell’intesa raggiunta ci hanno pensato i due negoziatori dell’accordo, il segretario di Stato Jacques de Watteville e il direttore generale dell’UE Heinz Zourek. Il primo, dopo aver siglato il documento sembra che abbia esclamato: «questo è un giorno importante» e il secondo, visibilmente soddisfatto: « sono molto grato che abbiamo trovato una risposta ad una questione politicamente e tecnicamente difficile». Ma è stato lo stesso commissario europeo per la fiscalità Pierre Moscovici, compiaciuto a sua volta del risultato raggiunto, a definirlo un «accordo storico».
L’accordo raggiunto sullo scambio automatico di informazioni in materia fiscale sostituisce il precedente accordo sulla fiscalità del risparmio con l’UE in vigore dal 2005 e riguarderà, una volta entrato in vigore, tutti i 28 Stati dell’UE e la Svizzera. L’accordo, si legge in un comunicato stampa dell’Amministrazione federale, «è reciproco, vale a dire che in caso di scambio di informazioni concernenti i conti gli Stati membri dell’UE sottostanno agli stessi obblighi della Svizzera e viceversa».
In questo accordo è stato ripreso integralmente lo standard globale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) sullo scambio automatico di informazioni, che è già stato alla base dell’intesa raggiunta tra la Svizzera e l’Italia e che è ormai condiviso da un centinaio di Paesi e da tutte le principali piazze finanziarie del mondo. La caduta del segreto bancario svizzero non è pertanto opera di questo o quel ministro delle finanze o primo ministro, ma il risultato di un processo a cui anche la Svizzera si è sottoposta da tempo.

Ripercussioni per gli immigrati
Poiché il recente accordo siglato a Bruxelles riguarderà tutte le relazioni finanziarie dei cittadini dell’UE e della Svizzera residenti rispettivamente in Svizzera o in uno Stato dell’UE, è importante segnalare sin d’ora ch’esso avrà ripercussioni anche sugli immigrati italiani in Svizzera. Dal 1° gennaio 2017 (concretamente dal 1° gennaio 2018), infatti, tutti i dati fiscali riguardanti i beni immobili e mobili (conti correnti, partecipazioni, titoli azionari, ecc.) detenuti da essi in Italia saranno comunicati automaticamente dall'
autorità fiscale italiana a quella svizzera. Viceversa, l’autorità fiscale svizzera comunicherà a quella italiana tutti i dati fiscali riguardanti i beni immobili e mobili detenuti in Svizzera appartenenti a residenti in Italia.
Lo scambio automatico dei dati fiscali consentirà a ciascun Paese quanto meno di ridurre l’evasione fiscale, ma non sarà certo questo accordo a farla scomparire. Incentivare forme di autodenuncia, come stanno facendo ora l’Italia e da tempo la Svizzera, dovrebbe favorire l’emersione dei capitali nascosti al fisco e una maggiore equità fiscale fra i cittadini. E’ però auspicabile che gli Stati distribuiscano agli stessi cittadini le maggiori entrate attraverso un riduzione mirata delle imposte.
Giovanni Longu
Berna, 25.03.2015


Svizzera: ripresa con moderato ottimismo


A pochi mesi dalla decisione della Banca nazionale svizzera (BNS) di non più difendere a oltranza il tasso di cambio di 1,20 franchi per 1 euro, politici, economisti e soprattutto industriali s’interrogano sul futuro dell’economia svizzera se il franco dovesse ulteriormente rafforzarsi sull'euro. Già la quasi parità attuale (1 euro vale 1,05 franchi) preoccupa non poche aziende. E cosa accadrebbe, si chiedono in tanti, se il franco dovesse superare la parità? Eppure numerosi segnali inducono a un moderato ottimismo.

Cresce la fiducia
Per molti imprenditori il cambio più facilmente sopportabile sarebbe di 1,10 franchi per 1 euro, ma nessuno si fa illusioni, soprattutto dopo la decisione della BNS, ribadita ancora nei giorni scorsi, di non più sostenere artificialmente la moneta svizzera.
Quando fu dato l’annuncio, il 15 gennaio scorso, che la BNS avrebbe posto fine alla difesa del franco con massicci acquisti di euro, molte imprese furono prese dal panico. Si evocò persino lo tsunami prospettando una catastrofe economica, l’aumento della disoccupazione, la recessione, la diminuzione del PIL, ecc.
Oggi, nonostante si abbiano ancora pochi dati a disposizione, si comincia a ragionare con più serenità e sono molti gli analisti fiduciosi sulla capacità dell’economia svizzera di superare le difficoltà che indubbiamente il superfranco pone, ma anche sul miglioramento della situazione internazionale e specialmente dei grandi partner commerciali della Svizzera come la Germania e gli Stati Uniti.
Secondo la BNS e la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) nel 2015 non dovrebbe esserci recessione e il prodotto interno lordo (PIL) continuerà a crescere, anche se a un ritmo nettamente inferiore rispetto alle stime precedenti. La BNS prevede una crescita dell’1%, la SECO dello 0,9%. Essa dovrebbe essere garantita sia dalla ripresa del consumo interno (ancora sottotono nel quarto trimestre 2014) e sia dalle esportazioni.

Motivi di ottimismo
Questo ottimismo, per quanto prudente, lascia ben sperare in un miglioramento del mercato del lavoro , che dovrebbe essere in grado nel corso dell’anno di riassorbire una parte dei disoccupati degli anni passati. Si spera che la tendenza alla crescita dell’occupazione, già osservata nel quarto trimestre del 2014 prosegua o quantomeno non rallenti nel corso di quest’anno.
Quanto alla disoccupazione, che non ha mai raggiunto punti critici nemmeno nel periodo più acuto della crisi tra il 2008 e il 2010, alcuni segnali la danno in diminuzione. Nel febbraio di quest’anno è leggermente diminuita sia la disoccupazione generale (attestandosi attorno al 3,5%, con 136.764 disoccupati) che quella giovanile con poco più di 19.000 disoccupati (7,7%, ben al di sotto della media europea e persino al di sotto di quella della Germania).
Si spera evidentemente che anche le esportazioni, fondamentali per l’economia svizzera, tengano, pur senza illudersi che possano raggiungere il record del 2014, quando il loro valore superò 208,3 miliardi di franchi e che la bilancia commerciale (differenza tra esportazioni e importazioni) possa registrare nuovamente un surplus di oltre 30 miliardi di franchi. Al riguardo non va nemmeno dimenticato che da tempo l’industria svizzera punta sempre più sull’esportazione di prodotti ad alto valore aggiunto e questi, si sa, risentono generalmente meno delle fluttuazioni dei cambi valutari.
Tra le principali ragioni del moderato ottimismo c’è anche una fiducia diffusa sulla solidità dell’economia svizzera e delle sue imprese. Negli anni scorsi, infatti, approfittando delle agevolazioni del cambio euro-franco bloccato, sapendo che il sostegno della BNS sarebbe stato limitato al massimo a tre anni, ossia fino all’inizio di quest’anno, molte imprese hanno approfittato dei tassi d’interesse straordinariamente bassi per ristrutturarsi e consolidarsi, in attesa di tempi migliori.
Alcuni osservatori fanno notare che l’ottimismo è più evidente nelle imprese che nel frattempo si sono ristrutturate e preparate al dopo crisi rispetto a quelle che non ne hanno approfittato per migliorare la propria struttura interna (riorganizzazione e riduzione dei costi aziendali, aggiornamento professionale del personale), adeguare l’offerta, rinnovare i prodotti. Queste ultime, evidentemente, saranno le imprese maggiormente a rischio.

Il ruolo dello Stato
L’ottimismo, che si nota con sempre maggiore frequenza nei media e nei comunicati ufficiali, dipende anche da un alto grado di fiducia degli imprenditori svizzeri nell'efficienza di uno Stato liberale che si preoccupa dei bisogni sia dei cittadini che dell’economia, che sa tenere i conti in ordine, che si adopera per valorizzare le potenzialità del paese attraverso un sistema di formazione (culturale e professionale) moderno, stimoli alla ricerca e all'innovazione, il rispetto della democrazia e dei diritti individuali. La fiducia nello Stato secondo molti imprenditori sarebbe ancora maggiore se gli adempimenti burocratici fossero meno gravosi.
Viene spontaneo chiedersi a questo punto se anche altri Paesi, magari confinanti con la Svizzera, con questi ingredienti potrebbero guardare già al futuro prossimo, non a quello lontano, con altrettanto ottimismo.
Giovanni Longu
Berna, 25.03.2015

18 marzo 2015

Svizzera – UE: come finirà?


Il 9 febbraio di un anno fa, gli svizzeri hanno deciso con un leggero scarto di voti (col contributo determinante dei ticinesi!) di introdurre entro tre anni limiti (contingenti) all’immigrazione di massa. Il Consiglio federale, in ossequio alla decisione popolare e al dettato costituzionale, ha deciso di preparare una sorta di avamprogetto di legge di attuazione, ma non è dato sapere con quanta convinzione.

Governo in difficoltà
Sull’avamprogetto del governo è ancora in corso la procedura di consultazione, ma le valutazioni apparse finora sulla stampa sono oltre che molteplici assai discordanti. Sarà estremamente difficile, per il governo, fare la sintesi e proporre al parlamento un disegno di legge in grado di superare le varie opposizioni. Nessuno si fa illusioni. Si dovrà comunque arrivare a una
legge che quasi certamente sarà sottoposta a referendum e dunque al vaglio definitivo del popolo sovrano.
Per anticipare i tempi del verdetto finale, in alcuni ambienti si sta pensando anche a una o più iniziative popolari per interpellare nuovamente gli elettori, entro il prossimo anno, in modo che confermino o smentiscano in maniera chiara e definitiva la decisione presa il 9 febbraio 2014.

Molti dubbi e forti contrasti
Il meno che si possa dire è che l’opinione pubblica è molto disorientata e riflette i forti contrasti che esistono a livello politico non solo sulla valutazione della decisione presa un anno fa (scientemente o inconsapevolmente) ma anche sull'opportunità di richiedere a distanza ravvicinata un nuovo pronunciamento del popolo sovrano.
Tutte le posizioni sembrano concordare sul fatto che un’applicazione «rigida» della limitazione dell’immigrazione con l’introduzione di contingenti potrebbe comportare un irrigidimento dell’Unione europea (UE) nei confronti della Svizzera e la decadenza di numerosi accordi bilaterali, a danno (per ora incalcolabile) soprattutto dei rapporti commerciali coi Paesi dell’UE. D’altra parte, un’applicazione «elastica», tale, per esempio, da salvare il principio della libera circolazione per i cittadini europei, non corrisponderebbe quanto meno alla lettera del nuovo articolo costituzionale 121a approvato nella votazione del 9 febbraio 2014. E allora? Nessuno sembra in grado di proporre una soluzione che salvi sia gli interessi dell’UE (e dell’economia svizzera) e sia il rispetto dovuto alle decisioni del popolo sovrano.
Il governo per primo, ma anche l’opinione pubblica, comincia a rendersi conto che con la decisione dell’anno scorso si è probabilmente imboccata una strada molto rischiosa e senza via d’uscita.

Tentativi infruttuosi
Fino a questo momento, almeno sotto il profilo dei risultati, sono stati infruttuosi tutti i tentativi dei vari consiglieri federali di fare breccia sull’atteggiamento intransigente della Commissione europea, refrattaria, anzi nettamente contraria a rinegoziare con la Svizzera l’accordo sulla libera circolazione. E’ da un anno ormai che la posizione dell’UE non si sposta di un millimetro da quella espressa all’indomani della votazione del 9 febbraio: sulla libera circolazione non si tratta.
Il famoso bacio di Jean-Claude Juncker a Simonetta Sommaruga
Nemmeno la presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga è riuscita ad ammorbidire la posizione dell’UE, nonostante la calorosa accoglienza del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, in occasione di un incontro ufficiale a Bruxelles nel febbraio scorso. E non poteva certo essere interpretato come un segnale di avvicinamento delle posizioni il celebre bacio dell’espansivo Juncker alla presidente Sommaruga. Infatti, proprio in quell’incontro apparve chiaro quanto le posizioni fossero distanti e, a detta di Juncker, praticamente senza margini di manovra, anche se fino all’ultimo la via del dialogo doveva restare aperta. Ma con quale prospettiva concreta?
La Commissione europea sa bene, infatti, che concedere una eccezione alla Svizzera significherebbe minare un principio che non è pacificamente accettato nemmeno da tutti gli Stati dell’UE. Il Regno Unito, ad esempio, potrebbe approfittarne per rimetterlo in discussione. E quanti altri Paesi sarebbero tentati di fare altrettanto?

Opinione pubblica disorientata
Anche nell’opinione pubblica svizzera, già divisa al momento del voto del 9 febbraio 2014, comincia a farsi strada il dubbio che quella scelta non sia stata saggia. Man mano che il tempo passa, anche se restano ancora due anni per l’attuazione della norma costituzionale adottata, ci si interroga se non sia opportuno riconsiderare quanto deciso un anno fa probabilmente senza valutare i rischi connessi.
Chi s’immaginava al momento del voto l’intransigenza dell’Unione europea, le difficoltà sorte ad ogni trattativa concernente aspetti particolari dei rapporti tra l’UE e la Svizzera (in materia di energia, banche, partecipazione a progetti di ricerca, ecc.) e soprattutto il rischio di far decadere automaticamente («clausola ghigliottina») un buon numero di accordi bilaterali se venisse negato il principio della libera circolazione? E chi s’immaginava tra i ticinesi (molto preoccupati dell’avanzata del numero dei frontalieri) che un anno dopo quella decisione avrebbe pesato e non poco sull’accordo fiscale con l’Italia, soprattutto in relazione proprio ai frontalieri?
A ben vedere la prospettiva di un nuovo ricorso alle urne mi sembra ragionevole e inevitabile. Non vedo alcuna ignominia chiedere ai cittadini di pronunciarsi nuovamente su un tema noto, alla luce di nuove informazioni e preoccupazioni fondate. Anzi trovo molto giudizioso che il popolo abbia la possibilità di rivedere una precedente decisione ritenuta sbagliata oppure la riconfermi perché ritenuta giusta, anche alla luce di prospettive per nulla tranquillizzanti.

Verso un voto più consapevole: la Svizzera è in Europa
La prospettiva di un nuovo ricorso al voto, oggi combattuta dai fautori del sì di un anno fa e auspicata dagli oppositori di allora, dovrebbe essere sostenuta dagli uni e dagli altri, visto che entrambi i fronti si ritengono sostenitori e difensori della democrazia diretta. Infatti, che democrazia sarebbe se al popolo non venisse data l’opportunità di correggere un precedente errore o confermare a giusta ragione una precedente decisione?
Tra le conoscenze che il popolo svizzero avrebbe ora o prossimamente a disposizione, se chiamato nuovamente al voto, figurerebbe senz’altro la considerazione che finora gli accordi bilaterali con l’UE hanno portato alla Svizzera solo o soprattutto vantaggi, anche grazie alla libera circolazione delle persone. L’economia ne ha beneficiato potendo sempre prendersi il meglio e tutto quanto le serviva. Senza la libera circolazione e con i contingenti, gli imprenditori svizzeri potrebbero reclutare manodopera solo entro un numero ristretto o comunque limitato di persone.
Il popolo svizzero, inoltre, voterebbe con maggiore consapevolezza del «peso» della Svizzera in Europa. Infatti è cresciuta e cresce sempre di più, su scala nazionale la coscienza di appartenere a un Paese, naturalmente, storicamente e culturalmente in Europa, da cui non può in alcun modo separarsi. Sa bene quanto poco peserebbe, non solo in termini economici, se la Svizzera venisse marginalizzata e addirittura esclusa da numerose libertà e agevolazioni di cui gode proprio grazie agli accordi bilaterali UE-CH.
Se la presidente della Confederazione può continuare a sostenere che le relazioni tra la Svizzera e l’UE sono «molto buone», non può trattarsi di una bella affermazione senza fondamento. E il fondamento è quell’intreccio complesso e intenso di scambi, d’interessi e di valori che lega inscindibilmente i destini sia della Svizzera in Europa che dell’Europa con la Svizzera. Sono nella realtà delle cose, oggi, la libera circolazione delle persone, gli scambi commerciali, finanziari, culturali, il turismo di massa, le reti di trasporto transnazionali, la partecipazione della Svizzera ai principali progetti di ricerca europei.
La Svizzera partecipa finanziariamente all’allargamento dell’UE e a vari programmi europei. Condivide l’Accordo di Schengen (qualche giorno fa Simonetta Sommaruga ha partecipato a Bruxelles alla riunione del Comitato misto Schengen) e intende partecipare alla cooperazione nell’ambito del trattato di Prüm sul contrasto alla criminalità transfrontaliera, collabora attivamente alla lotta contro il riciclaggio e all’evasione fiscale, ecc.

In conclusione
Il governo svizzero si sta dimostrando un esecutivo diligente nella ricerca di una legge di attuazione probabilmente inapplicabile, ma forse dovrebbe mostrare maggiore iniziativa e inventiva nella formazione dell’opinione pubblica, soprattutto in un tema vitale per l’integrazione della Svizzera in Europa. Se è giusto limitare e regolamentare l’immigrazione di massa, nel contesto europeo attuale e futuro non ha certamente senso ostacolare velleitariamente la libera circolazione delle persone e, conseguentemente, la partecipazione della Svizzera al grande progetto degli Stati uniti d’Europa, di cui proprio la Svizzera è stata ispiratrice e modello. Per questo l’accordo con l’UE è necessario e vitale.
Giovanni Longu
Berna, 18.3.2015

11 marzo 2015

Difesa dell’italiano: come cogliere la sfida


Periodicamente la discussione sull'italiano in Svizzera dapprima si anima, poi si assopisce e per mesi è come se andasse in letargo. Adesso, come se sentisse l’avvicinarsi della primavera, comincia a rianimarsi. In queste ultime settimane (e non certo solo a causa della votazione dell’8 marzo scorso nel semicantone di Nidvaldo) diversi organi di stampa, la radio e la televisione hanno ripreso a fornire notizie sullo stato di salute del plurilinguismo e specialmente della lingua di Dante in questo Paese, dove da decenni ormai è data per gravemente malata, almeno nella Svizzera tedesca e francese.

Paesaggio linguistico svizzero (2000)
Finora le informazioni non facevano che attestare l’aggravarsi della malattia, ora invece segnalano anche qualche leggero miglioramento e soprattutto una maggiore consapevolezza da parte delle autorità federali sulla necessità e urgenza di rinforzare il plurilinguismo non solo nell'amministrazione federale ma anche nell'intero Paese. Nel complesso, tuttavia, le notizie non sono incoraggianti per il venir meno di alcune condizioni che avrebbero potuto rendere più efficaci i numerosi interventi oggi messi in atto da attori diversi in favore del plurilinguismo e dell’italiano. Anche la buona notizia sul miglioramento della situazione nell'amministrazione federale non basta, come si vedrà, a indurre all'ottimismo.

Miglioramenti nell'amministrazione federale
E’ comunque un fatto positivo che la Confederazione, di fronte al deterioramento del plurilinguismo costatato in questi ultimi decenni, abbia deciso d’intervenire cominciando col dare l’esempio al suo interno, nell'amministrazione federale. Resta naturalmente il rammarico che avrebbe dovuto intervenire prima e di propria iniziativa, mentre è stata praticamente costretta ad agire dopo le forti sollecitazioni soprattutto della Deputazione ticinese alle Camere federali, dell’intergruppo parlamentare «Italianità» e di associazioni a carattere nazionale come Helvetia Latina, Coscienza svizzera e il Forum per l’italiano.
Sta di fatto che oggi si assiste a una più equa rappresentanza delle comunità linguistiche tra il personale della Confederazione (con una buona progressione proprio degli italofoni), alla pubblicazione dei bandi di concorso anche in italiano, alla pubblicazione della maggior parte dei testi ufficiali e delle informazioni emananti dalle istituzioni federali anche in italiano, a una maggiore diffusione di un plurilinguismo attivo e passivo tra il personale della Confederazione a tutti i livelli.
Credo tuttavia che nemmeno nell’amministrazione federale si riuscirà mai a garantire un perfetto trilinguismo: l’italiano sarà sempre marginale. Anche se venisse raggiunto l’obiettivo indicato nell’Ordinanza sulle lingue (2010) del 7% (aggiornato in seguito al 6,5%-8,5%) della componente italofona, questa non costituirebbe in alcun modo una massa critica sufficiente per garantire un trilinguismo perfetto o anche solo per rendere effettivo il diritto degli italofoni all’uso dell’italiano come lingua di lavoro (come previsto dalla stessa ordinanza).

I tre pilastri vacillano
Ma fuori dell’amministrazione federale, in che stato si trova l’italiano? Non mi sembra purtroppo rassicurante. Fino a qualche decennio fa i tre pilastri su cui l’italiano poteva contare per la sua sopravvivenza era l’associazionismo degli immigrati italiani, i corsi di lingua e cultura che venivano organizzati per i loro figli e l’insegnamento dell’italiano nella scuola pubblica e all’università di molti Cantoni. Oggi questi tre pilastri sembrano vacillare.
L’associazionismo tradizionale sta scomparendo perché con l’esaurirsi dell’immigrazione del dopoguerra fino agli anni Settanta non è più in grado di rinnovarsi per poter interpretare i cambi di mentalità e di bisogni tipici delle nuove generazioni. I giovani di seconda e terza generazione non parlano più anche tra di loro l’italiano, figurarsi se hanno bisogno delle vecchie associazioni troppo legate al passato dei ricordi (spesso dei tempi peggiori) e al godimento della pensione. All’ordine del giorno dei loro incontri non vengono quasi mai tematizzati la nuova immigrazione, l’integrazione professionale, sociale e politica, i rapporti intergenerazionali, la valorizzazione della lingua italiana, ecc.
I corsi di lingua e cultura, il secondo pilastro, sembrano incontrare molti problemi, soprattutto finanziari (perché la revisione della spesa pubblica italiana, la cosiddetta spending review, non ha risparmiato nemmeno i corsi all’estero), ma anche e forse soprattutto, di carattere identitario (cosa sono, che funzione svolgono) e di prospettiva (ha ancora senso il loro carattere strettamente «italiano», nella gestione, nel finanziamento, nel controllo, nell’ottica di una sempre maggiore integrazione? Che prospettiva di sopravvivenza hanno?).
Il terzo pilastro, quello dell’insegnamento dell’italiano nella scuola pubblica e all’università, è da alcuni anni messo in grosse difficoltà dall’incertezza di numerosi Cantoni (competenti in materia d’insegnamento) su quale lingua «straniera» insegnare soprattutto nella scuola dell’obbligo. La concorrenza dell’inglese diviene sempre più insuperabile. Anche a livello universitario l’incoraggiamento all’uso dell’italiano (e più in generale delle lingue nazionali) è sempre più scarso, mentre trova influenti sostenitori (penso ai rettori dei due politecnici federali di Zurigo e di Losanna, al rettore dell’Università di Basilea e ad altri ancora) l’uso dell’inglese, soprattutto negli insegnamenti scientifici.

E’ possibile migliorare la situazione?
A ben vedere, realisticamente, questi tre pilastri su cui l’italianità al di fuori dell’amministrazione federale poteva contare solidamente si stanno rivelando fragili e insicuri. Le possibilità di un’inversione di tendenza sono scarse. Alcune associazioni, radicate da decenni nel tessuto migratorio italiano, potrebbero ancora rinnovarsi se oltre al gioco delle carte, alla festa annuale e a passatempi vari ampliassero la loro offerta all’organizzazione di conferenze, dibattiti, proiezioni, rappresentazioni teatrali, esposizioni, letture, visite guidate, escursioni, corsi ecc. Ma saranno davvero capaci di rinnovarsi?
Sui corsi ho già espresso in più occasioni la mia opinione: possono avere ancora senso e un futuro solo se integrati nell’offerta ordinaria delle istituzioni scolastiche svizzere e da queste gestite, eventualmente concordando una qualche forma di partenariato con le rappresentanze consolari italiane. Credo che l’Ambasciata dovrebbe farsi carico di un’aperta discussione in merito, nel contesto di un processo ormai irreversibile d’integrazione, in cui anche l’Italia avrebbe il suo tornaconto se venissero garantite all’italiano e all’italianità buone prospettive di sopravvivenza e perfino di sviluppo.
Circa l’insegnamento delle lingue nazionali nei Cantoni le difficoltà sono tante e complesse. Solo un accordo politico intercantonale potrebbe evitare che ciascun Cantone decida autonomamente senza tener conto del dettato costituzionale che impone di realizzare un’armonizzazione degli obiettivi nell'insegnamento delle lingue. E’ tuttavia possibile che la Confederazione finisca per esercitare la sua influenza garantita dalla Costituzione federale all’articolo sulle lingue (art. 70), ove si precisa che «la Confederazione e i Cantoni promuovono la comprensione e gli scambi tra le comunità linguistiche». Ma lo farà? E come reagiranno i Cantoni sovrani? Difficilmente invece interverrà nell'autonomia del sistema universitario per frenare l’utilizzazione crescente dell’inglese, anche perché si tratta ormai di una tendenza quasi planetaria.

Intervento politico, necessario ma insufficiente
Resta il fatto che se la politica svizzera non interverrà decisamente per riaffermare il principio del plurilinguismo (per esempio, privilegiando l’insegnamento delle lingue nazionali nelle scuole pubbliche) e non incoraggerà convintamente l’offerta di corsi d’italiano soprattutto nelle scuole dell’obbligo e nei licei, la coesione e l’identità nazionale rischieranno di indebolirsi ulteriormente.
Eveline Widmer-Schlumpf
E’ pertanto auspicabile che il plurilinguismo, uno degli emblemi più prestigiosi della Svizzera, e la salvaguardia dell’italiano e dell’italianità siano garantiti a livello politico, anche nell'ottica di un Paese che deve continuamente lottare per la sua compattezza e identità nazionale.
L’italiano in particolare si è dimostrato fin dal 1848 un fortissimo collante. Non per nulla l’italiano è ancorato saldamente nella Costituzione federale come lingua nazionale e lingua ufficiale. Ma non basta, dev'essere anche vissuto nella società e praticato a tutti i livelli. Una sfida difficile, ma che non andrebbe lasciata cadere. Oltretutto, come ha osservato recentemente la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf, chi conosce almeno due lingue, segnatamente all'interno di una impresa, ha un grande vantaggio anche economico.

Il contributo di tutti
Alla domanda se sia ancora possibile migliorare la situazione, la risposta non può essere che affermativa, ma a una condizione, che ciascuno faccia la sua parte: la politica, la Confederazione, le associazioni, gli italofoni. Senza il contributo di tutti l’impresa appare disperata. In questo momento vorrei sottolineare in particolare il necessario contributo delle istituzioni italiane, in primis dell’Ambasciata e dei consolati italiani.
E’ triste, per me, costatare che quasi sempre nei resoconti dei media e nelle discussioni su questa problematica è quasi sempre assente il punto di vista «italiano». Eppure proprio l’Italia dovrebbe avere tutto l’interesse a salvaguardare l’italianità della Svizzera, per i fortissimi legami storici, linguistici, culturali, turistici, commerciali tra i due Paesi confinanti. Basterebbe qui ricordare che l’Italia è per la Svizzera il secondo partner commerciale dopo la Germania e uno dei principali partner in molti altri campi.
Oltretutto l’italianità è un patrimonio costruito con la partecipazione tutt’altro che irrilevante di milioni di immigrati italiani, che andrebbe preservato e valorizzato. Come può l’Italia, a caccia di miliardi provenienti dalla Svizzera, dimenticarsi di questo ben più importante capitale storico e culturale? E come può la rappresentanza diplomatica italiana in Berna non farsi promotrice di interventi coordinati e duraturi per la valorizzazione di questo patrimonio di cui andar legittimamente fieri?

Giovanni Longu
Berna, 11.03.2015

08 marzo 2015

Festa della donna 2015


Non solo mimose, chiedono oggi le donne. Giustissimo. E nemmeno che si ripeta come un ritornello che le donne lavorano come gli uomini ma sono sottopagate e che nella carriera sono spesso discriminate. Hanno ragione. Bisogna superare la dimensione economico-sindacale. Esse chiedono soprattutto di essere riconosciute e rispettate come donne. Infatti, le donne sono donne anche quando non lavorano, non siedono nei consigli di amministrazione, non stanno tutto il giorno fuori casa per contribuire al reddito familiare.
Non va inoltre dimenticato che le donne «lavorano» anche quando non portano a casa un salario e anche se la nostra società tecnologicamente avanzata non è ancora riuscita a contabilizzare correttamente il volontariato, la cura della casa, l’educazione dei figli, l’assistenza ai malati. Spesso si tratta anche di un lavoro faticoso, delicato, complesso. Inoltre, amministrare una casa è talvolta più difficile della gestione di un’azienda e far quadrare i conti quando le risorse sono poche richiede spesso molta più abilità di quanta ne è richiesta a un contabile aziendale.
Potrei continuare, ma sarebbero forse proprio le donne a bloccarmi chiedendomi: e allora perché ci sono ancora tante differenze nella società, tante discriminazioni, tante ingiustizie…? E non saprei rispondere. Forse sta anche alle donne far capire agli uomini che molte differenze e discriminazioni sociali e professionali sono ingiustificate perché solo frutto di sovrastrutture mentali arbitrarie, comodi pregiudizi, complessi di superiorità inconfessabili, un’ancestrale volontà di dominio.
Solo quando saranno abbattute tutte queste barriere mentali e sociali si capirà che uomini e donne sono complementari nelle funzioni, ma sostanzialmente uguali, cioè di pari valore, persone e basta. E «persona» non ha genere, è maschio e femmina. Allora, forse, non ci sarà più bisogno di dedicare una giornata speciale alle donne, ma si potrà celebrare tutti insieme il valore assoluto della «persona umana», creata, per chi ci crede, nientemeno che a immagine di Dio. Speriamo. Intanto, BUONA FESTA
DELLA DONNA!

Giovanni Longu
Berna, 8 marzo 2015

25 febbraio 2015

Dove combattere corruzione ed evasione


Dal lunedì alla domenica imperversano nelle televisioni italiane i cosiddetti programmi d’informazione e di approfondimento. In realtà molto spesso non informano né approfondiscono, al contrario disinformano e rischiano di distogliere l’attenzione dai veri problemi del Paese. Un esempio per tutti: in Italia si parla e si scrive tanto della «Lista Falciani» di presunti evasori fiscali di mezzo mondo che avrebbero depositato (molti) soldi di provenienza illecita (riciclaggio, ricettazione, evasione e reati simili) nella succursale ginevrina della banca inglese HBSC, senza nemmeno chiedersi che cosa contenga esattamente quella lista, chi ne è l’autore e come sia riuscito ad ottenere nominativi e dati bancari sensibili di oltre centomila clienti.

Obiettività, prima di tutto
Parlo volutamente di «presunti» evasori finché non sarà accertato in forma definitiva dalla magistratura (e non dai giornalisti) che lo siano effettivamente e uso il condizionale perché a mia conoscenza molti elementi di questa intricata faccenda sono ancora oscuri (ad es. la provenienza e la destinazione del denaro). Non esito invece a considerare sgradevole il vizio alquanto diffuso nei media italiani (e raro ad esempio in Svizzera) di additare al pubblico ludibrio personalità molto in vista (perché altrimenti la notizia passerebbe inosservata e i giornali non venderebbero) sospettate di qualche delitto, ma senza alcun approfondimento, senza alcuna prova e senza alcun avviso di reato.
Per chiarire meglio quanto sto dicendo desidero ricordare che l’autore di quella ormai famosa o famigerata lista, a seconda dei punti di vista, è un cittadino italo francese, Hervé Falciani, ricercato in Svizzera con l’accusa di spionaggio economico, acquisizione illecita di dati e violazione dei segreti commerciale e bancario. Recentemente è stato rinviato a giudizio dalla procura di Ginevra e ora anche dalla Procura federale. Se non si presenterà spontaneamente sarà prevedibilmente giudicato in contumacia. Già arrestato su mandato di cattura internazionale sia in Francia che in Spagna e prontamente liberato, non è stata concessa la sua estradizione in Svizzera, per ragioni giuridiche ma soprattutto, forse, perché l’interessato si è mostrato collaborativo nella ricerca dei presunti evasori francesi e spagnoli, facendo recuperare a Francia e Spagna alcune centinaia di milioni di euro evasi.

Stato di diritto
Non entro nel merito della mancata estradizione, che è di per sé un tema piuttosto complicato, ma non posso non chiedermi se uno Stato di diritto può usare in giudizio come elemento di prova un documento rubato, ossia frutto di un reato, perché tale è considerata in Svizzera la lista Falciani. A differenza della Francia e della Spagna che l’hanno già usata senza scrupolo alcuno, in Italia, patria del diritto, si era aperto un dibattito nei tribunali con opinioni contrastanti. Ora però anche in Italia è divenuta utilizzabile perché la settimana scorsa la Corte di Cassazione ha stabilito che la lista Falciani può essere usata dal fisco come prova di un’evasione miliardaria in quanto il dovere di pagare le tasse è superiore al diritto alla privacy dei presunti evasori e il segreto bancario svizzero non ha valore in Italia.
Francamente ho qualche perplessità a seguire la motivazione della Corte. Anzitutto perché per me un reato resta tale (a prescindere dalla sua punibilità) anche nel caso che porti qualche beneficio allo Stato. Ma soprattutto perché in questo modo c’è il rischio che s’introduca in uno Stato di diritto il concetto fuorviante che la legge o anche solo qualche legge valga per i cittadini ma non per lo Stato. Come se la legge che punisce il furto non meriti di essere osservata se il furto comporta un beneficio allo Stato. E poi ci si meraviglia se la fiducia del cittadino nello Stato scema in continuazione, proprio nei Paesi in cui andrebbe rafforzata, soprattutto in materia fiscale!
Tornando al giudizio della Corte di Cassazione italiana, vorrei tuttavia sottolineare ch'essa ha dichiarato la legittimità dell’utilizzo della lista Falciani nei processi e negli accertamenti fiscali, ma non ha dichiarato legittimo l’uso spregiudicato che ne stanno facendo i media. Vorrei sinceramente che qualcuno mi spiegasse perché in Italia sul diritto alla privacy prevalga, nei fatti, anche il diritto alla pseudo informazione, alla calunnia, all'uso incivile della macchina del fango, alla gogna mediatica senza processi e senza contraddittorio. Non mi pare affatto corretto e legittimo che si indichino nomi e cognomi di clienti di una banca, come se fosse provato trattarsi di evasori fiscali conclamati. E’ possibile, forse probabile che ce ne siano, ma prima di condannarli mediaticamente si aspetti l’esito degli accertamenti fiscali (non giornalistici) e solo se risulteranno colpevoli li si metta pure nelle liste di proscrizione. Ma non prima.

Sistema bancario svizzero fondamentalmente sano
Ciò che però non mi è chiaro è il vero scopo di questo gran parlare della Lista Falciani, anche se a parlarne sono noti giornalisti (o pseudo-giornalisti). Se lo scopo fosse quello di gettare discredito sull'intero sistema bancario svizzero dimostrerebbero di essere solo dei poveracci ignoranti e sprovveduti, perché questo sistema è talmente solido e fondamentalmente sano che tutte le loro chiacchiere non potrebbero nemmeno scalfirlo. Oltretutto sta dimostrando da tempo che è in grado di riconoscere i propri errori e di porvi rimedio.
Bisognerebbe sapere, ad esempio, che la Svizzera è stata una delle prime nazioni europee a dotarsi di una legge per la lotta contro il riciclaggio di denaro (entrata in vigore nel 1998) e di norme severe che obbligano le banche e altri istituti finanziari a identificare i clienti e l’origine lecita dei loro averi. Da tempo le banche accettano depositi di cittadini stranieri solo a condizione che essi siano dichiarati al fisco del loro Paese di residenza. Un apposito organismo di controllo della Confederazione vigila sulle attività delle banche. Un bell'esempio di collaborazione internazionale è dato proprio dal recente accordo italo-svizzero sull'emersione dei depositi collocati nelle banche svizzere e nascosti al fisco italiano.
Trovo pertanto infantile e di basso livello quel giornalismo (soprattutto italiano) che sembra descrivere il sistema bancario svizzero come una sorta di club del malaffare, pronto a nascondere e riciclare soldi, molti soldi, anche se di provenienza criminale. Dimostra di non conoscere i mutamenti avvenuti in questo campo negli ultimi anni. Molte accuse provenienti dall'estero (e dall'Italia in particolare) sono del tutto infondate. Non è vero, ad esempio, che il segreto bancario svizzero sia assoluto, intoccabile. In caso di fondati sospetti di attività criminali (riciclaggio, organizzazione criminale, finanziamento del terrorismo, ecc.) la magistratura svizzera può accedere a tutte le informazioni bancarie pertinenti. L’assistenza giudiziaria tra la Svizzera e l’Italia funziona normalmente in base agli accordi europei e bilaterali anche in materia di riciclaggio, ricerca, sequestro e confisca dei proventi di reato. Dal 2018 la Svizzera procederà allo scambio automatico di informazioni in materia fiscale.
Se invece i giornalisti italiani intendessero operare una sorta di «vendetta» solo nei confronti della cattiva succursale ginevrina di HBSC per aver accettato soldi di dubbia provenienza da oltre settemila evasori italiani, sarebbe un tentativo a vuoto, perché è già intervenuta la magistratura di Ginevra che ha avviato un procedimento penale per riciclaggio aggravato di denaro. Da parte sua, in un comunicato stampa, la banca ha assicurato alle autorità federali la massima collaborazione. Prima o poi la verità verrà alla luce, non certo per merito dei media italiani.

Qual è il vero scopo?
Ma allora, quale altro scopo potrebbero avere questi cosiddetti giornalisti d’assalto, visto che credono di avere in mano un’arma micidiale come la lista Falciani? Credo che il vero scopo vada ricercato in quella specie di tiro al bersaglio che è diventato uno sport molto diffuso soprattutto in questi ultimi anni nei media italiani, che mira a colpire personaggi molto in vista. Della lista Falciani infatti sono apparsi nelle prime pagine dei giornali solo i nomi dei soliti noti. Resteremmo come al solito nell’ambito del gossip tanto caro a chi vuole sollazzare il popolino con gli scandali più alla moda, intrighi, sesso, corruzione, evasione fiscale.
Vorrei sbagliarmi, perché il vero scopo potrebbe essere quello di fornire uno stimolo decisivo al governo Renzi affinché intervenga finalmente ed efficacemente nella lotta contro l’insopportabile e indecente corruzione ed evasione. Non va infatti dimenticato che la corruzione è praticata in Italia, non in Svizzera, che l’evasione fiscale italiana avviene in Italia, non in Svizzera, che reprimere la corruzione e l’evasione italiana è compito primario dell’Italia non della Svizzera. Me lo auguro.
E’ in questa direzione infatti che la ricerca sull’evasione fiscale e la denuncia potrebbero dare i maggiori frutti, lasciando perdere o quantomeno relativizzando la lista Falciani, che resta comunque un colossale furto e il suo autore non è probabilmente quella specie di Robin Hood che si crede di essere non essendo ancora ben chiaro quanto sia stato ripagato per ciascun nominativo consegnato (venduto?) agli inquirenti francesi, spagnoli e altri.
Chiunque intenda fare pulizia, sul serio, dovrebbe cominciare a farla in casa propria.
Giovanni Longu
Berna, 25.2.2015