15 gennaio 2014

Didier Burkhalter, presidente della Confederazione 2014


Didier Burkhalter, Capo del Dipartimento federale degli affari esteri, è il presidente della Confederazione per il 2014, eletto lo scorso 4 dicembre 2013 con 183 voti su 202 schede valide. In un anno molto importante per la Svizzera (che tra l’altro presiede l’Organizzazione della sicurezza e della cooperazione in Europa OSCE) soprattutto per le problematiche con l’Unione Europea (UE) e con alcuni Stati in particolare (tra cui l’Italia), il neopresidente intende adoperarsi per garantire alla Svizzera buone relazioni con l’UE e col resto del mondo.

Presidente: «primus inter pares»
Foto ufficiale del Consiglio federale 2014
Com’è noto, in Svizzera la funzione del presidente della Confederazione è molto formale, in quanto non è comparabile né con quella del capo dello Stato né con quella del capo del governo di gran parte degli Stati occidentali. Tanto è vero ch’essa è limitata a un anno e viene attribuita, a rotazione, secondo l’anzianità di presenza in seno al Consiglio federale. Inoltre, la Costituzione federale assegna al presidente della Confederazione essenzialmente una sola funzione, quella di presiedere il Consiglio federale (art. 176, capoverso 1) ma solo come «primus inter pares», ossia primo fra pari e non come capo del governo.
In Svizzera, infatti, non esiste propriamente, nel significato inteso comunemente, né un capo dello Stato né un capo del Governo, ma è l’Assemblea federale che detiene «il potere supremo nella Confederazione» (art. 148, capoverso 1 della Costituzione federale) e il Consiglio federale è un organo collegiale, che «decide in quanto autorità collegiale» (art. 177, capoverso 1).
Eppure il presidente della Confederazione è una figura importante, soprattutto nell’opinione pubblica, per la sua funzione di rappresentanza. Molti presidenti vengono ricordati quasi esclusivamente per i capi di Stato che hanno avuto l’occasione di accogliere nelle loro visite ufficiali e soprattutto per i loro discorsi «presidenziali» in occasione del Capodanno e della Festa nazionale (1° agosto). Per questo, in generale, ogni presidente affida a questi incontri e a questi discorsi il significato del proprio anno presidenziale. In questo Burkhalter si colloca nella tradizione.

Discorso di Capodanno
Continuando a dirigere il Dipartimento federale degli affari esteri anche nell’anno presidenziale, il neopresidente della Confederazione Didier Burkhalter nel suo discorso di Capodanno, che si potrebbe definire programmatico, ha inteso sottolineare tutto l’interesse eminente della Svizzera in politica estera a mantenere e possibilmente sviluppare le buone relazioni con l’UE e il resto del mondo.
Didier Burkhalter, presidente
della Confederazione per il 2014
Seguendo le orme dei suoi predecessori, pur ammettendo la delicatezza del momento politico internazionale, il presidente Burkhalter ha tenuto a segnalare che la Svizzera non negozierà future intese con l’UE e con altri Paesi partendo da una posizione di debolezza, ma di forza, non solo come Paese sovrano, ma anche economicamente, politicamente e socialmente forte, non chiuso in sé stesso ma aperto al mondo. I suoi punti di forza sono: «essere uno Stato liberale, disporre di un sistema di formazione efficace (…) e poter contare su un'economia creativa».
Spiegando, concisamente, i vari concetti, ha insistito (come aveva fatto anche altre volte da capo del Dipartimento federale dell’interno) anzitutto sull’importanza della formazione non solo per i giovani ma anche per il Paese. «Con una buona formazione, i giovani riescono ad accedere al mondo del lavoro» e «il nostro Paese crea opportunità lavorative e attira le giovani leve, non come in altre realtà, dove la disoccupazione è altissima e i giovani sono costretti a migrare».
Quanto all’economia, Burkhalter non si nasconde che la Svizzera, povera di materie prime, dev’essere particolarmente dinamica e aperta al mondo, come del resto è sempre stata. Basti pensare, ha ricordato il neopresidente, che « il sale, bene indispensabile nell'allevamento già in epoca medioevale, il sale delle stalle di Guglielmo Tell, proveniva dalla Tunisia e giungeva in Svizzera attraverso le vie del commercio».

Relazioni non solo commerciali
Il sistema delle relazioni commerciali col mondo e particolarmente con i Paesi vicini si è col tempo rafforzato e sviluppato, a tal punto che oggi «un franco su due guadagnato in Svizzera proviene dagli scambi commerciali con il resto del mondo, che per due terzi si svolgono con i nostri vicini in Europa. Le regioni frontaliere sono i nostri principali partner commerciali, con un distacco notevole su giganti come Cina, Brasile o Stati Uniti, Paesi certo importanti, ma il cui contributo è solo complementare e non sostitutivo delle relazioni fondamentali che intratteniamo con i nostri vicini dell'UE».
I legami con l’Europa, ha tenuto a sottolineare Burkhalter, non sono evidentemente solo di natura commerciale: «è del resto con l'Europa che condividiamo i nostri valori, ed è sempre con l'Europa che formiamo una comunità di sicurezza e pace al servizio di tutti».
Già in passato il consigliere federale Burkhalter ha dimostrato grande interesse per le relazioni bilaterali e multilaterali con i Paesi europei, a cominciare dai più vicini, ma credo che voglia approfittare di questo anno presidenziale per rinvigorirli, moltiplicando i contatti, partecipando ai principali programmi europei, ma anche, perché no?, facendo conoscere il «miracolo svizzero». Burkhalter lo ricorda: «La Svizzera è un miracolo, perché la tutela dei suoi interessi, tra cui sicurezza, indipendenza e prosperità, si basa sulla promozione dei suoi valori: la pace, per la quale ci battiamo a Ginevra; la democrazia, che all'estero veste spesso i colori del nostro Paese; i diritti umani, perché la Svizzera è terra di libertà; la tradizione umanitaria, radicata nel nostro Paese dai tempi di Henri Dunant; il rispetto della natura, in una terra povera di materie prime, ma straordinariamente bella».
Più in generale, Burkhalter intende caratterizzare questo anno presidenziale dando nuovo slancio e nuove prospettive alle relazioni della Svizzera col mondo «attraverso i giovani, il lavoro e l'apertura», seguendo in ciò lo spirito e la lettera della Costituzione federale, che vuole «rafforzare la libertà e la democrazia, l'indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo». Il neopresidente ne è convinto: «è proprio dalla qualità delle relazioni tra la Svizzera e il mondo che dipenderà in definitiva il nostro futuro».

Burkhalter e l’Italia
Tra queste relazioni spiccano quelle tra la Svizzera e l’Italia. Non è un mistero che Didier Burkhalter guardi all’Italia con simpatia, non solo come uno dei principali partner commerciali della Svizzera, ma come un grande Paese amico col quale vorrebbe risolvere quanto prima i problemi ancora aperti, soprattutto quelli riguardanti i trasporti e la fiscalità. Già in questo mese di gennaio è previsto un primo incontro col presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta ed è probabile anche una visita di Stato del presidente Giorgio Napolitano nei primi mesi dell’anno. «Speriamo, ha auspicato Burkhalter, di fare dei veri progressi grazie a questi incontri».

Credo che a sperarlo siano in molti, soprattutto tra gli italiani che vivono in Svizzera, anche perché è francamente penoso questo continuo rinvio dei negoziati. Sarebbe un’imperdonabile occasione mancata se da parte italiana non si approfittasse della disponibilità della Svizzera in questo momento, in cui anche il segreto bancario sta diventando sempre meno impenetrabile.
Indubbiamente sarebbe anche per Burkhalter un motivo di soddisfazione se durante l’anno presidenziale si giungesse a una soluzione condivisa almeno nel contenzioso fiscale, perché egli è convinto dell’amicizia tra i due Paesi, non derivante soltanto dalla vicinanza geografica, ma «anche frutto di una volontà comune basata sulla condivisione di medesimi valori culturali».
Burkhalter, proveniente dal Cantone di Neuchâtel, forse il Cantone che può vantare la migliore riuscita dell’integrazione degli stranieri e degli italiani in particolare, ha sicuramente conosciuto molti italiani «integrati» e in ogni caso sa bene che «la comunità italiana è il gruppo straniero più importante della Confederazione. Ha contribuito e continua a contribuire molto alla prosperità svizzera».

Auguri!
Buon Anno, signor presidente della Confederazione Didier Burkhalter. E auguri anche all’Italia perché nel corso dell’anno, non solo migliorino le condizioni generali del Paese, ma si avviino quantomeno a soluzione i principali problemi sul tappeto con la Svizzera. Storicamente, le visite di Stato in Svizzera di primi ministri e presidenti italiani hanno sempre contribuito alla soluzione dei problemi del momento e a rafforzare la pacifica convivenza e la collaborazione tra la collettività italiana e il popolo svizzero. Le prossime visite di Letta e Napolitano dovrebbero esserne una conferma.

Giovanni Longu
Berna 15.1.2014

01 gennaio 2014

Il 2014 come sarà?


Ricordate la poesia di Gianni Rodari su «L’anno nuovo»? Tratta della curiosità di molti, o forse di tutti, di sapere in anticipo come sarà l’anno appena iniziato, e soprattutto se sarà «bello, brutto o metà e metà?». Il poeta chiudeva la sua poesia, con una perla di saggezza: sicuramente anche quest’anno avrà quattro stagioni che si succederanno nell’ordine prestabilito come i mesi, le settimane e i giorni e «per il resto anche quest'anno / sarà come gli uomini lo faranno». Già, tutto (o quasi tutto) dipenderà da quel che gli uomini e ovviamente anche le donne vorranno e faranno. Ciò non toglie, ovviamente, che ciascuno si auguri un anno migliore di quello appena trascorso e nutra qualche aspettativa. Anch’io ne ho un paio.

Il premier Letta a Berna
Storicamente, le visite ufficiali di capi di stato e di governo italiani in Svizzera hanno sempre contribuito a risolvere problemi gravi e a rafforzare la collaborazione tra i due Paesi amici. Mi auguro pertanto che la prossima visita de Presidente del Consiglio Enrico Letta avvii quanto meno la soluzione dell’annosa questione sulla fiscalità dei capitali italiani depositati nelle banche svizzere e non dichiarati al fisco italiano. Non credo che sarà una trattativa facile, perché in vista del (futuro) scambio automatico delle informazioni bancarie, la Svizzera chiederà in cambio di trattare anche la questione dei frontalieri, l’attività delle banche svizzere in Italia, l’abolizione delle liste nere che la riguardano e altro ancora.
Spero, tuttavia, che il premier Letta non tratti solo questioni fiscali o di reciprocità in campo finanziario, ma affronti anche il problema dell’impegno italiano per la promozione della lingua e della cultura italiana in Svizzera. Con una popolazione italiana o italo-svizzera di oltre mezzo milione di persone, ritengo che l’Italia debba farsi carico, almeno al pari della Svizzera, delle esigenze linguistiche e culturali di questa popolazione. Trovo sconcertante la scarsa partecipazione delle istituzioni e delle organizzazioni italiane al dibattito pubblico che si sta svolgendo in questi ultimi anni in Svizzera su questi temi. La collettività italiana ha diritto di sapere qual è la politica linguistica e culturale in Svizzera del governo, dell’ambasciata e dei consolati italiani. Mi auguro che il premier Letta possa dare anche al riguardo qualche indicazione chiara.

Coltivare la memoria
Nel 2014 mi auguro anche che tra gli italiani, italo-svizzeri e simpatizzanti cresca la consapevolezza di una grande responsabilità che incombe sia sulle prime generazioni che sulle generazioni successive, ossia quella di mantenere viva la memoria del passato migratorio.
Le prime generazioni di immigrati venuti in Svizzera negli anni del dopoguerra fino agli anni Settanta del secolo scorso hanno ormai concluso la loro esperienza lavorativa. Molte persone addirittura non ci sono più, altre sono rientrate definitivamente in Italia, ma sono ancora numerose quelle che rimaste qui a godersi insieme a figli e nipoti una tranquilla e meritata pensione. 
Purtroppo della fase pionieristica, dell’esperienza migratoria travagliata in tutti i sensi, si sta perdendo persino il ricordo. Le rievocazioni storiche a carattere più o meno scientifico ne parlano in termini molto freddi e asciutti, fatti di numeri, statistiche, votazioni, politiche pro e contro, ma trascurano inevitabilmente gli aspetti più umani degli immigrati, della sofferenza, dell’umiliazione, del sostegno reciproco, della vicinanza della religione attraverso le Missioni cattoliche, della simpatia e della solidarietà vissute nelle associazioni ma anche con molti svizzeri, dell’attaccamento al lavoro e alla famiglia, della volontà irrinunciabile di lasciare ai figli la possibilità di una vita migliore.
Credo che si farebbe un torto gravissimo alle prime generazioni se il ricordo della loro esistenza ed esperienza non venisse conservato e tramandato. Le seconde e terze generazioni dovrebbero essere le testimonianze viventi delle loro origini migratorie. Forse in passato molti hanno preferito rimuovere dalla propria coscienza queste origini, disertando luoghi e manifestazioni che le ricordasse, giungendo persino a negarsi la possibilità di coltivare la lingua italiana e preferendo assumere totalmente le caratteristiche dei coetanei svizzeri. Oggi, sembra, il richiamo delle origini e il bisogno di valorizzare la propria storia personale e familiare stanno crescendo.

Compito anche delle associazioni
Credo che sia anche compito delle associazioni, soprattutto di quelle meno legate al passato e di quelle meno disorientanti troppo legate al presente poco entusiasmante della politica italiana, far sì che il ricordo di una storia migratoria italiana collettiva non vada perso e che i giovani che in questa storia affondano le loro radici accrescano la consapevolezza che la loro riuscita, la loro enorme potenzialità, la loro superiore apertura mentale è anche il risultato dell’esperienza dei loro genitori e nonni.

BUON ANNO!


Giovanni Longu
Berna 1.1.2014

2014: anno dello «jus soli»?


In Italia, la ministra dell’integrazione Cècile Kyenge ha affermato qualche giorno fa: «2014 verso una nuova cittadinanza: chi nasce e/o cresce in Italia è italiano». Penso che sia lecito dubitarne, anzi è più probabile che in quella direzione non si faccia alcun passo avanti. 
Non è infatti immaginabile che l’Italia, anche alla luce dei flussi immigratori recenti e in continua evoluzione, possa introdurre nel proprio ordinamento il diritto di cittadinanza degli stranieri in base allo «jus soli», ossia purché nascano sul territorio nazionale.

Richiamo al senso di realtà e di opportunità
E’ risaputo che la Kyenge ha fatto dello «jus soli» il suo cavallo di battaglia in seno al governo Letta, ma fin dal suo primo annuncio all’indomani dell’insediamento del governo Letta ha scatenato vivaci reazioni delle opposizioni e persino in alcuni settori della maggioranza. Non credo nemmeno che la maggioranza del governo Letta sia favorevole in questo momento a introdurre una così radicale e divisiva modifica nella legge sulla cittadinanza. Trovo pertanto incomprensibile che il presidente del Consiglio dei Ministri non sia ancora intervenuto per richiamare la ministra naturalizzata di origine congolese al senso della realtà e della coesione nazionale.
Su questo tema dello «jus soli» sono già intervenuto altre volte, suggerendo di affrontare l’argomento, estremamente delicato, osservando anche la storia di altri Paesi in condizioni simili a quelle dell’Italia di questi ultimi decenni, caratterizzate da tassi elevati d’immigrazione. Credo che ogni Paese debba risolvere questo problema in base alle proprie convenienze e non in base a principi astratti o a modelli esterni. Ma un caso come la Svizzera, che non riconosce lo «jus soli» nonostante affronti il problema da oltre 150 anni, dev’essere preso seriamente in considerazione.
Do per scontato, anche se per molti non lo è affatto, che il tema del «pieno riconoscimento» dello straniero è fondamentale per tutte le società confrontate con tassi d’immigrazione elevati. Ancora, ogni società ispirata a principi di umanità, rispetto, tolleranza, solidarietà non può fingere che gli «stranieri», soprattutto se bene integrati, possano o addirittura debbano tramandare lo statuto di «stranieri» anche ai loro discendenti, senza che lo Stato intervenga per riconoscerli pienamente come propri cittadini. I problemi veri che lo Stato deve affrontare e risolvere è disciplinare a livello legislativo quando e a quali condizioni tale riconoscimento possa o debba avvenire.

Affermazioni infondate e destabilizzanti
La Svizzera, come accennato, si è posta questi interrogativi fin dalla sua costituzione in Stato federale (1848), ma non è mai giunta alla conclusione, anche nei momenti più critici (pericolo di dipendenza dagli stranieri), che la soluzione consistesse nel riconoscere la cittadinanza svizzera a tutti i nati in territorio elvetico da genitori stranieri residenti. In diverse modifiche legislative ha precisato tempi e modalità, ma ha sempre ritenuto l’integrazione degli aspiranti o richiedenti la nazionalità la condizione essenziale per ottenerla.
La soluzione di riconoscere «italiano» chiunque nasca sul territorio nazionale essenzialmente in funzione del territorio in cui si nasce mi pare da scartare perché inconsistente e inaccettabile per quanti attribuiscono alla «nazionalità» la pienezza dell’appartenenza alla Nazione. E’ altresì tutto da dimostrare che «chi nasce e/o cresce in Italia è italiano». Che a dirlo siano una ministra della Repubblica e la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini non va certo a loro favore, perché proprio per il ruolo che rivestono dovrebbero andare cauti con affermazioni infondate e destabilizzanti.
Credo ormai che nessuno Stato moderno sia più disposto a introdurre nel proprio ordinamento uno «jus soli» alternativo o affiancato allo «jus sanguinis» oggi assolutamente predominante. Nemmeno l’Italia potrebbe introdurlo senza sollevare indignazione e ribellione. Tanto varrebbe non parlarne nemmeno e affrontare invece quelle tematiche ben più importanti e di non facile attuazione, specialmente quando le idee sono poco chiare, che concernono l’integrazione degli stranieri soprattutto di seconda generazione.

Integrazione via maestra
In Italia occorre anzitutto raggiungere la consapevolezza che la via maestra per ottenere la nazionalità italiana è l’integrazione. E’ quindi necessario adottare politiche d’integrazione serie, strutturate e orientate al conseguimenti di determinati obiettivi, ad esempio la conoscenza della lingua italiana, il rispetto delle leggi e delle tradizioni, la scelta se continuare a vivere in Italia o rientrare al proprio Paese d’origine, ecc. Né va ignorato che l’integrazione spesso richiede del tempo, solitamente anni. Questo tempo non vale ovviamente per i neonati, ma dovrebbe valere per i loro genitori, quando ne chiedessero la naturalizzazione, per cui sta a loro l’onere della prova dell’integrazione, ricordando anche che la nazionalità, per chi non ce l’ha, va sempre chiesta perché può essere solo una concessione, non essendo un diritto.

Giovanni Longu
Berna 1.1.2014

18 dicembre 2013

Italiano irrinunciabile… perché?


Il 9 dicembre scorso, in occasione del 50° anniversario dell’adesione della Svizzera al Consiglio d’Europa, l’Ufficio federale della cultura e la Direzione del diritto internazionale pubblico hanno organizzato un Convegno su «Le lingue minoritarie in Svizzera: tra diritti e promozione della diversità. Le sfide attuali nell’insegnamento delle lingue in Svizzera».
Il livello e la qualità del Convegno sono stati messi in evidenza non solo dal pubblico molto numeroso e qualificato che gremiva la grande sala del Municipio (Rathaus) di Berna, ma anche dalle relazioni e dagli interventi dei rappresentanti di istituzioni (Consiglio federale, vari Uffici federali, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, Consiglio di Stato del Cantone di Berna, Consiglio di Stato del Cantone Ticino), di organizzazioni intercantonali, di associazioni d’insegnanti e del pubblico.

Contesto e contenuti
Il contesto era celebrativo, i 50 anni di adesione della Svizzera al Consiglio d’Europa, il contenuto divisivo, com’è ormai da anni quando si discute del plurilinguismo elvetico, vanto per chi vorrebbe ancora diffondere nel mondo la bella immagine di una Svizzera coesa, plurilingue e pluriculturale, preoccupazione per tutte le rappresentanze delle lingue minoritarie che vedono a malincuore la perdita costante di attrattiva e di utenti soprattutto dell’italiano, del romancio ma anche del francese.
Friedrich Dürrenmatt, in un discorso del 1° agosto 1967, diceva a proposito dei rapporti tra i vari gruppi linguistici e culturali che compongono la Svizzera: «il rapporto non è buono, anzi di per sé non esiste alcun rapporto. Abitiamo gli uni accanto agli altri, ma non insieme. Quel che manca è il dialogo, il colloquio, la curiosità reciproca, l’informazione». Da allora ad oggi, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti, anzi, sembrerebbe, se ne sono fatti parecchi indietro.
In numerosi interventi sullo stato e sull’insegnamento delle lingue minoritarie, specialmente del romancio e dell’italiano, sembrava quasi di sentire l’eco delle parole di Dürrenmatt. In effetti, le lingue minoritarie non godono oggi salute migliore che ai tempi del grande scrittore svizzero; stanno infatti perdendo sempre più il carattere nazionale e attrattiva tra gli studenti liceali svizzeri. Fuori del Ticino è sempre più difficile incontrare giovani di seconda generazione italiani e ticinesi che sanno ancora parlare discretamente l’italiano. L’italiano, come il romancio, si riduce sempre più a lingua regionale (Svizzera italiana). La stessa sorte toccherà al francese: nella Svizzera tedesca solo in pochi Cantoni ha una percentuale di parlanti superiore all’uno per cento; fa eccezione Basilea Città con il 2,5%.

Lingue minoritarie e regionali
L’italiano però sta peggio perché non ha la massa critica del francese, sebbene nella Svizzera tedesca e nei Cantoni plurilingui presenti generalmente percentuali superiori al 2 per cento, con punte del 10,2% nei Grigioni e del 4,4% a Glarona. Il grosso handicap dell’italiano è che diminuiscono sempre più gli italofoni (in seguito al rientro di molti italiani di prima generazione e alla totale integrazione di molti italiani e ticinesi di seconda generazione) e l’offerta dell’italiano nelle scuole pubbliche si riduce costantemente.


Proprio questa riduzione dell’offerta ha provocato un vigoroso intervento del consigliere di Stato ticinese Manuele Bertoli, in difesa del plurilinguismo e della primogenitura dell’italiano come lingua nazionale e ufficiale insieme al tedesco e al francese, fin dalla costituzione dello Stato federale (1848). Oltretutto, egli ha denunciato, questa trascuratezza della lingua di Dante avviene violando le regole che disciplinano l’insegnamento delle lingue nazionali in Svizzera. Basta dunque, ha insistito Bertoli, con questa inosservanza da parte di numerosi Cantoni svizzero-tedeschi, ultimo della serie Obvaldo, e basta con le parole («inutile anche organizzare convegni sulla necessità di promuovere le lingue minoritarie»): è tempo di passare ai fatti, cominciando dal mantenimento dell’italiano quale lingua di maturità in ogni liceo svizzero.

Cercare le motivazioni
A sostegno dell’intervento del consigliere Bertoli si sono levate diverse voci del pubblico e di alcuni relatori, ma a mio parere non si è fatto ancora alcun passo avanti rispetto alla situazione attuale e alla tendenza ormai sotto gli occhi di tutti. Del resto nemmeno Bertoli ha affrontato il tema della motivazione necessaria per imparare una lingua, aldilà delle considerazioni piuttosto ovvie della coesione nazionale, dei diritti delle lingue minoritarie, della primogenitura della lingua italiana e simili argomentazioni, utili ma non sufficienti.
La verità è che le motivazioni per apprendere l’italiano a livello di grande pubblico scarseggiano perché l’italiano, come diceva un ambasciatore d’Italia in Svizzera alcuni anni fa, non è o non sembra spendibile, anche in termini di convenienza economica.
Credo che la soluzione del problema dell’italiano non vada tanto cercato invocando nuove ordinanze federali o nuove leggi sulle lingue nazionali, ma piuttosto ricercando le giuste motivazioni per la salvaguardia di una lingua che non è solo una lingua. Ha detto bene, nel suo discorso inaugurale del Convegno, il Consigliere federale Alain Berset: «una lingua non è solo una lingua. Una lingua è più di una lingua. Essa rappresenta una cultura, esprime una maniera di vedere il mondo…».
In effetti, quando si parla di difesa della lingua italiana non si dovrebbe mai dimenticare che a questa lingua è legata strettamente una cultura vivente di ampia portata e anche una parte assolutamente non trascurabile della storia svizzera. Dimenticarla, considerarla secondaria e peggio ancora abbandonarla sarebbe un errore gravissimo.

Giovanni Longu
Berna, 18.12.2013

Italia: investire in formazione


Da oltre vent’anni i leader politici di ogni orientamento nei loro proclami verbali indicano la necessità di interventi prioritari nel campo della formazione, tanto quella di base quanto quella professionale. Di fatto questi interventi vengono trattati come secondari e rinviati «per mancanza di risorse». Sono convinto che manchino anche le idee, ma soprattutto la consapevolezza che senza un sostanziale miglioramento della formazione l’Italia continuerà il suo declino.
L’ultimo leader italiano di turno, Matteo Renzi, ha anch’egli messo tra i suoi impegni politici prioritari «il rilancio della cultura» e «la formazione» perché, secondo lui, «la scuola è il terreno sul quale si gioca il futuro del nostro Paese». Difficile non dargli ragione. Resta da vedere se, in attesa che venga il suo turno di governo, riesca a superare la fase declamatoria e populista stimolando da subito l’attuale governo Letta a fare meglio di quelli di Monti, Berlusconi, Prodi, Amato, D’Alema, Dini, ecc.

Non è pessimismo
Purtroppo anche il dinamico Renzi e il più moderato Letta dovranno fare i conti con le scarse risorse disponibili, la resistenza di una vecchia burocrazia, insegnanti demotivati e forse poco disponibili all’introduzione di criteri quali produttività e meritocrazia anche nel campo della scuola, programmi di studio poco proattivi, centri di ricerca scarsi e inadeguati. Pertanto anche stavolta, come ho manifestato altre volte in passato, dubito che nel prossimo futuro la scuola italiana possa fare il salto di qualità per divenire quel motore di rinnovamento di cui l’Italia ha bisogno in un mondo di competitori sempre più agguerriti e competenti.
Intanto i segnali negativi ci sono tutti, a cominciare dagli insegnanti. Secondo un quotidiano italiano, «i nostri docenti spesso non sanno usare un tablet, non conoscono l’inglese, non leggono un quotidiano, non conoscono la Costituzione e chiedono “Cos’è un comma?”».
Non si tratta evidentemente di pessimismo. Basta osservare le classifiche internazionali riguardanti ad esempio la scuola dell’obbligo, la formazione universitaria, la ricerca e l’innovazione, la formazione continua. Ebbene, l’Italia non figura mai ai primi posti e spesso si trova in fondo alla scala.

Allievi italiani sotto la media OCSE
Recentemente sono stati pubblicati risultati concernenti le prestazioni scolastiche degli allievi quindicenni a livello OCSE. In matematica, lettura e scienze naturali, i tre campi in cui gli allievi sono stati esaminati, gli italiani si classificano al di sotto della media OCSE. In matematica, ad esempio, ben 128 punti separano l’Italia dalla prima classificata Cina-Shanghai, in lettura 80 punti, in scienze 86 punti. Giusto per fare un confronto, la distanza che separa la Svizzera sempre dalla prima classificata è rispettivamente di 82, 61 e 65 punti.
Il quadro degli allievi italiani non è tuttavia uniforme. Infatti gli allievi del nord (soprattutto Trentino, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Alto Adige) sono decisamente al di sopra della media nazionale, mentre quelli del sud (Molise, Basilicata, Sardegna, Campania, Sicilia, Calabria) ottengono punteggi sotto la media.
La distanza notevole tra nord e sud anche in questa classifica non fa che aggiungere difficoltà a difficoltà nel rinnovamento e nello sviluppo della scuola italiana.

Formazione continua
Va forse meglio la formazione continua? Niente affatto. A livello europeo gli italiani sono tra i meno dediti alla formazione permanente, mentre ad esempio gli svizzeri sono tra i più virtuosi. Questo confronto mi sembra illuminante.
Mentre l’83% delle imprese in Svizzera dichiara di aver sostenuto almeno uno dei propri collaboratori nelle attività di formazione continua nel 2011 (con punte del 95-96% in campo finanziario-assicurativo, dell’amministrazione pubblica, istruzione, sanità e assistenza sociale), le imprese italiane risultano col 56% sotto la media europea (EU-27) dietro a Croazia, Portogallo e altri Paesi, e poco al di sopra di Malta e Lituania.
Queste cifre possono apparire poco significative, eppure stanno a denotare una situazione molto diversa non solo nel concepire l’importanza della formazione continua in azienda e fuori dell’azienda e conseguentemente l’impegno delle aziende a investire nella formazione e nel perfezionamento dei propri addetti. Non deve pertanto apparire strano che oggi, in Europa, le imprese che hanno meno difficoltà sono anche quelle che investono di più non solo nella ricerca e nell’innovazione, ma anche nella formazione del proprio personale.
Riformare la scuola e investire nella formazione dovrebbe essere chiaro a tutti che si tratta d’investire almeno nell’Italia del domani, se proprio per quella di oggi non ci sono più le condizioni.

Giovanni Longu
Berna, 18.12.2013

11 dicembre 2013

«Gli Svizzeri»… e gli Stranieri


Durante il mese di novembre, in quattro puntate, le emittenti televisive svizzere hanno presentato una serie di quattro filmati, che hanno ripercorso alcuni momenti fondamentali della storia della Svizzera. Dalle origini, che si confondono con la leggenda, fino alla costituzione dello Stato federale e agli indirizzi guida della moderna Confederazione (federalismo, solidarietà, sviluppo economico, sviluppo della formazione, ecc.).
Chi ha seguito attentamente la serie, si sarà forse domandato se davvero per fare la Svizzera sono bastati così pochi personaggi e così pochi episodi, sia pure di ampia portata. La risposta è certamente negativa, perché la Svizzera si è formata nel corso di parecchi secoli, attraverso molti personaggi e molti episodi salienti che non sono stati rappresentati nei filmati.

«Storia di un popolo felice»

Non so quali siano state le «vere» motivazioni che hanno spinto la SSR a proporre i quattro filmati e il gran numero di altre trasmissioni che ne facevano diretti o indiretti corollari. Ritengo tuttavia che non si volesse proporre agli spettatori una storia romanzata «all’americana» di come si è formata la Svizzera e nemmeno una ricostruzione storiografica puntigliosa di come si sono svolti «veramente» i fatti, ma qualcosa d’altro. Penso che lo scopo o uno degli scopi principali sia stato quello di stimolare non solo attraverso ricostruzioni cinematografiche, ma anche dibattiti, interviste, commenti scientifici, una riflessione comune sui valori all’origine e alla base dello sviluppo di un Paese a cui uno scrittore e pensatore svizzero, Denis de Rougemont (1906-1985), nel 1965 dedicò un libro intitolato (nella traduzione italiana): «La Svizzera. Storia di un popolo felice».
Se tale scopo sia stato raggiunto è difficile dirlo, ma credo che almeno in certa misura l’operazione sia riuscita, stando al successo di pubblico e alle numerose discussioni suscitate. Sulla ricostruzione dei fatti e dei personaggi non ci si poteva certo aspettare l’unanimità, ma in generale, a parte forse nel primo episodio, la fedeltà storica è sempre stata ben curata.
Senza nulla togliere alla qualità del prodotto e alla serietà dei produttori, a titolo integrativo vorrei aggiungere qualche osservazione su un altro «valore» e merito della moderna Confederazione fin dal suo inizio: l’integrazione dell’elemento straniero.

Dufour e la cultura francese
Già Guillaume Henri Dufour (1787/1875), protagonista del terzo filmato, dedicato essenzialmente all’impresa di pacificazione dei Cantoni sull’orlo di una guerra civile (nota come «guerra del Sonderbund»), ne è un valido esempio. Dufour, infatti, non è stato solo un abile generale, intelligente e ricco di umanità, ma anche una grande personalità impregnata di cultura francese, che aveva assimilato durante la formazione, iniziata a Ginevra e proseguita in Francia alla scuola politecnica di Parigi e alla scuola di applicazione del genio di Metz. Va ricordato inoltre che Ginevra in quel periodo, fino al 1813, era sotto controllo francese e non faceva ancora parte della Confederazione (in cui entrerà solo nel 1815), tant’è che il giovane Dufour servì per diversi anni nell’esercito francese, meritandosi importanti onorificenze, compresa quella di Gran Croce della Legion d’Onore. Rientrato a Ginevra nel 1817, venne integrato nell’esercito svizzero. Nel 1847 venne incaricato, come ben ricordato nel filmato, di porre fine alla guerra del Sonderbund.
Evidentemente, la formazione e l’esperienza francese non impedirono a Henri Dufour di divenire uno dei grandi personaggi «svizzeri» che hanno fatto la storia di questo Paese e uno dei massimi sostenitori della coesione nazionale.

Pellegrino Rossi, «l’uomo determinante»
Pellegrino Rossi
Nello stesso filmato, che si conclude con l’accenno alla pacificazione tra i Cantoni e alla costituzione dello Stato federale con l’approvazione della Costituzione federale (1948), avrebbe meritato almeno un accenno un altro personaggio importante, Pellegrino Rossi (1787-1848), che ne fu uno dei principali ispiratori. Economista, giurista e uomo politico italiano, con molteplici esperienze di governo in Francia e nello Stato pontificio, dopo il fallimento di una spedizione anti-austriaca in Puglia e Calabria si rifugiò a Ginevra, dove insegnò giurisprudenza e ottenne la cittadinanza svizzera.
Nel 1820 fu eletto deputato al Gran Consiglio e nel 1832 venne nominato rappresentante di Ginevra nella Dieta federale, l’Assemblea dei rappresentanti dei Cantoni. Si era in una fase turbolenta dei rapporti tra Cantoni, combattuti tra tendenze unitarie liberali e tendenze autonomiste e autoritarie. Allo scopo di trovare una forma di conciliazione Rossi fu incaricato di tracciare le linee di un nuovo Patto federale. Il «Patto Rossi», in cui l’autore proponeva l’istituzione di un governo federale quale «sintesi vivente dell’unità e delle diversità», fu rifiutato dai Cantoni e dalla maggioranza della Dieta. Questo rifiuto non ha impedito tuttavia che il già citato Denis de Rougemont scrivesse del personaggio: «l’uomo determinante in questo periodo, nel quale si forma la Svizzera federale, non è uno Svizzero ma un rifugiato italiano, il conte Pellegrino Rossi».

Non solo Escher e Franscini...
Nel quarto filmato i protagonisti sono Alfred Escher e Stefano Franscini, importanti nella storia della Confederazione moderna per aver contribuito a porre su solide fondamenta lo sviluppo e il successo di questo Paese. Soprattutto Escher, come ho già ricordato (v. L’ECO del 27.11.2013), ha indubbiamente grandi meriti nelle realizzazioni di alcune grandi imprese quali la ferrovia del Gottardo e il Politecnico federale, ma credo che proprio riguardo a entrambe vada associato oltre al nome di Franscini anche quello di Carlo Cattaneo, un altro rifugiato italiano.
Già Franscini integra bene nella sua personalità la cultura italiana, non solo in quanto ticinese, ma anche in quanto espressione di una profonda e ricca cultura italiana, che ebbe l’opportunità di assorbire e approfondire durante la sua formazione a Milano, sia attraverso gli studi umanistici e sia tramite contatti con illustri personalità, delle quali almeno una avrebbe meritato un richiamo nel filmato in questione, Carlo Cattaneo.

… ma anche Carlo Cattaneo
Carlo Cattaneo
Carlo Cattaneo (nato a Milano nel 1801 e morto a Castagnola-Lugano nel 1869), studioso, scrittore, uomo politico (federalista convinto), fu grande amico di Franscini, con cui condivise molte idee e molti progetti, certamente quelli della ferrovia transalpina del Gottardo (pensata da Escher fin dal 1833) e del Politecnico federale.
Per la scelta della linea del Gottardo tra le varie opzioni in discussione per l’attraversamento ferroviario delle Alpi, l’apporto del Cattaneo (esule a Castagnola dal 1849) fu fondamentale. Egli sosteneva la necessità di una linea ferroviaria che da Genova portasse al centro d’Europa passando in galleria sotto il San Gottardo. Secondo lui, prolungando la linea retta Genova-Alessandria-Novara fino a Zurigo, si poteva passare solo attraverso il Gottardo.
Per realizzare questa o quella ferrovia transalpina era comunque necessario l’accordo e il contributo finanziario del Regno d’Italia. Carlo Cattaneo cercò di guadagnare alla causa gottardesca lo stesso Cavour, senza riuscirvi, ma le sue idee fecero strada, anche se dovettero passare ancora molti anni prima che l’Italia si decidesse per la linea del Gottardo. In Svizzera, invece, fu più facile trovare consensi, perché ne era già convinto l’amico Franscini (dal 1848 consigliere federale), e dopo di lui anche il suo successore nel Consiglio federale Giovan Battista Pioda, oltre che il banchiere Escher.
Quando nel 1871 venne stipulata la Convenzione per la costruzione della ferrovia del Gottardo tra la Svizzera, l’Italia e la Germania, per l’esecuzione dei lavori l’Italia garantì 45 milioni di franchi svizzeri, la Svizzera e la Germania 20 milioni ciascuna.

In conclusione
I nomi di Pellegrino Rossi e Carlo Cattaneo sono emblematici della capacità della Svizzera d’integrare personalità straniere nel proprio sistema dei valori. Lungo tutta la storia svizzera è facile osservare quanto l’elemento straniero abbia trovato qui un terreno fertile per prosperare e contribuire al benessere generale. Basti pensare a Henry Nestlé, Carl Franz Bally, Karl Albert Wander, Charles Brown e Walter Boveri, Julius Maggi, Giovanni Segantini, Albert Einstein, i fratelli Gianadda, Nicolas Hayek, Ernesto Bertarelli, ecc. ecc.
Perché non si pensi che solo grandi imprenditori, scienziati e artisti possono mettere radici in questo Paese, l’Ufficio federale di statistica ci ricorda che oggi un terzo della popolazione svizzera è costituito da migranti o dai loro discendenti, che quasi 10% delle persone sposate formano una coppia bi-nazionale svizzera-straniera e che 42,6% dei bambini da 0 a 6 anni vivono in un’economia domestica con un passato migratorio. Nel marzo 2013, l’ex Consigliere federale Pascal Couchepin, parlando ad una classe di allievi vallesani, era pronto a scommettere che nei prossimi anni uno svizzero su due avrebbe sposato una persona di origine migratoria, tanto è presente in Svizzera la componente di origine straniera.

Giovanni Longu
Berna, 11.12.2013

27 novembre 2013

«Gli Svizzeri» e l’identità nazionale


«Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?». Questi o simili interrogativi stimolano da sempre la ricerca umana e la filosofia, ossia l’«amore per la sapienza», secondo il significato originario greco della parola «filosofia». Sono anche domande fondamentali per chiunque voglia tentare di dare senso e valore alla propria vita su questa terra.
Gli stessi interrogativi, sicuramente validi per gli individui, possono essere utili anche per una riflessione collettiva alla ricerca o alla riconferma dell’identità nazionale di un Popolo e di uno Stato. Su questo terreno, la ricerca delle origini e del destino collettivo può essere opportuna o addirittura necessaria, quando si attraversano periodi storici caratterizzati, come il nostro, da profonde mutazioni geopolitiche, economiche, sociali e culturali. In questi momenti è possibile che nasca il dubbio della propria identità nazionale e l’incertezza sulla rotta da seguire.

La Svizzera periodicamente s’interroga
La Svizzera non fa eccezione. Negli anni Sessanta, è stata attraversata da una vera e propria crisi d’identità. Si parlò del «malessere svizzero» che si stava diffondendo soprattutto tra gli intellettuali. Pesava, ad esempio, come una specie di senso di colpa, l’atteggiamento eccessivamente «neutrale» avuto dalla Svizzera durante la seconda guerra mondiale, specialmente nei confronti di Hitler. Pesava, soprattutto, la mancanza di una chiara visione del futuro.
Anche Max Frisch ne fu in qualche misura contagiato quando nel 1960 scriveva degli svizzeri: «non abbiamo alcun progetto su noi stessi, e quindi nessun futuro. Da noi si tratta sempre e soltanto di difendere, preservare, aggiustare, perfezionare». E nonostante la Svizzera fosse nata da «nient’altro che un pensiero utopico», Frisch, osservava: «Oggi, invece, non solo le utopie ma anche e soprattutto tutti i desideri radicali vengono per così dire sottratti allo svizzero insieme al latte materno».
Un altro grande scrittore svizzero, Friedrich Dürrenmatt, in un discorso tenuto il 1° agosto 1967, parlando dei rapporti allora esistenti tra i vari gruppi linguistici e culturali che compongono oggi la Svizzera notava: «Il rapporto non è buono, anzi di per sé non esiste alcun rapporto. Abitiamo gli uni accanto agli altri, ma non insieme. Quel che manca è il dialogo, il colloquio, la curiosità reciproca, l’informazione».
Quasi in contrapposizione al pessimismo di tanti suoi contemporanei, qualche anno più tardi un altro pensatore e scrittore svizzero, Denis de Rougemont, pubblicava «La Svizzera. Storia di un popolo felice» (1965). Voleva essere un segnale e un invito a guardare al passato, ma soprattutto al futuro.
Più vicini a noi, nel 1998, in occasione del 150° della Confederazione, il politico socialista Peter Bodenmann osservava un po’ sconsolato che mentre nel 1848 gli svizzeri in Europa erano politicamente i più rivoluzionari, oggi «la Svizzera è politicamente ed economicamente bloccata» e auspicava una maggiore apertura.
Come antidoto, lo stesso anno 1998, il presidente della Confederazione Flavio Cotti suggeriva di «proseguire il cammino intrapreso dai nostri avi, riconoscendo le circostanze storiche mutate ma fondandoci sui loro stessi valori». Non basta, infatti, proseguiva Cotti, «limitarci a contemplare gli indiscutibili successi del passato», ma dobbiamo saper «discernere la realtà attuale, progettare il futuro», ricordando che questo «in democrazia diretta, tocca indistintamente a tutte le cittadine e a tutti i cittadini».

La SSR suggerisce una riflessione
Non so qual è esattamente lo stato d’animo più diffuso oggi tra i cittadini svizzeri, ma non si può nascondere che molti non vedano davanti a sé un futuro roseo, che il dubbio e l’incertezza frenino il loro ottimismo, che le crisi internazionali facciano vittime anche in questo Paese, sebbene in numero minore che altrove, che un senso d’insicurezza serpeggi in diversi strati della popolazione.
In ogni caso, sono persuaso che ad ogni Popolo, periodicamente, giovi riflettere sulla propria solidità identitaria, sulla consistenza delle proprie forze, non solo materiali ma anche spirituali, e sulla propria collocazione nel mondo circostante. Bene dunque ha fatto la SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) a proporre in prima serata in tutte le reti televisive nazionali durante il mese di novembre una serie di quattro filmati (docufiction) allo scopo di stimolare una riflessione collettiva sulle origini della storia svizzera, dai miti di fondazione all’affermazione dello Stato federale moderno (1848).
Per raggiungere meglio lo scopo, oltre alle ricostruzioni cinematografiche di personaggi ed eventi della storia svizzera, sia all’interno dei filmati che negli studi televisivi esperti ed eminenti personalità hanno messo in evidenza il significato storico, politico, culturale e talvolta anche religioso delle singole narrazioni. Inoltre, per sottolineare l’attualità della riflessione collettiva, in tutti i media il tema «Gli Svizzeri» è stato ampiamente trattato in commenti, articoli di giornale, dibattiti televisivi e radiofonici, interventi in Internet.
Non so se sia possibile fare un bilancio in termini di numero di spettatori che hanno seguito tutti o parte dei quattro filmati e soprattutto in termini di «gradimento». Quel che mi pare certo è l’utilità di un simile esercizio, se non altro per stimolare la riflessione sui valori, in un’epoca in cui al riguardo sembrano regnare lo smarrimento e il relativismo: quali sono i valori? Chi lo decide?
Non credo che la SSR, nel proporre questi filmati, abbia inteso promuovere una sorta di esaltazione delle virtù elvetiche, ma ha sicuramente offerto una bella possibilità d’interrogarsi sull’identità nazionale, oggi e per domani, secondo il motto: «Solo chi sa da dove viene sa dove vuole andare». E un Popolo sano, uno Stato sano non vanno mai a casaccio, ma tendono sempre verso quegli ideali che generalmente sono sanciti nella Costituzione. Ebbene, gran parte dei grandi ideali iscritti nell’attuale Costituzione risale ai primordi della Confederazione. I vari filmati hanno cercato di metterne in evidenza più d’uno, incarnandoli nei personaggi-protagonisti.

«Gli Svizzeri»
Già nel primo filmato, dedicato al Patto del Grütli e alla battaglia di Morgarten, sono messi in luce i benefici dell’alleanza e della sua forza derivante dalla forma del giuramento «in nome di Dio onnipotente», ma soprattutto l’irrinunciabile voglia di libertà, da conquistare e difendere ad ogni costo.
E non ha molta importanza se nella rievocazione cinematografica quei valori appaiono incarnati in personaggi che per la storiografia moderna non sono nemmeno esistiti, perché è certo che comunque hanno avuto un’origine, verosimilmente proprio nelle epoche descritte nei filmati. Per questo, personaggi come Guglielmo Tell e Werner Stauffacher, benché appartenenti più alla leggenda che alla storia, possono continuare a sopravvivere nella coscienza popolare perché incarnano valori tuttora validi e irrinunciabili.
Basti pensare anche solo al motto che campeggia all'interno della cupola di Palazzo federale: «Uno per tutti - tutti per uno». Anche se ad ispirarlo non furono i tre confederati che giurarono di sostenersi a vicenda contro le pretese esagerate dell’imperatore asburgico nel 1291, non c’è dubbio che le origini storiche vanno ricercate nelle prime alleanze delle comunità montane che oggi vengono riconosciute come Cantoni primitivi. Così pure va ricercato nello spirito di quelle alleanze la voglia di emancipazione e di libertà dei confederati dalle origini ai giorni nostri.
Nel secondo filmato si tratta della politica di conquista degli svizzeri e delle lotte interne tra confederati e tra città e campagna. A giusta ragione è stato messo in evidenza il superamento dei conflitti sia verso l’esterno che verso l’interno grazie alla neutralità (secondo le esortazioni dell’eremita Nicolao della Flue di «non costruire il recinto troppo lontano» e di tenersi fuori dalla azioni del mondo) e mantenendo vivo lo spirito di conciliazione.
Nel terzo filmato, mentre si rievoca un momento molto critico della convivenza dei diversi Stati-Cantoni (1847), sull’orlo di una guerra civile, si mettono in luce attraverso il protagonista principale Guillaume Henri Dufour, anticipando persino alcuni concetti fondamentali della Rivoluzione francese, il senso della fraternità e dell’assurdità della guerra civile, che – afferma nel filmato - «porta con sé due sventure: la prima di essere stati vinti, la seconda di esserne stati vincitori». Nonostante fosse convinto che l’unità dei confederati dovesse prevalere contro il tentativo di separazione, era anche convinto che non si possono uccidere i propri fratelli. E qualora ciò fosse inevitabile, si dovesse aver cura di «non lasciare cicatrici al mio Paese».
In effetti, la brillante operazione di Dufour facilitò subito dopo la riconciliazione, che portò in breve tempo alla costituzione dello Stato federale con una Costituzione federale valida per tutti i Cantoni. A giusta ragione si dice nel filmato che mentre quasi tutte le rivoluzioni del ’48 sono fallite, quella svizzera ha prodotto lo Stato federale che resiste nel tempo ancora oggi.
Nel quarto ed ultimo filmato si parla della modernità. La Confederazione, ormai costituita e ben strutturata, si vide proiettata verso il futuro per agganciare il progresso già avviato nei Paesi del Nord e del Sud. I protagonisti indiscussi, nel filmato e in parte anche nella storia, sono Alfred Escher e Stefano Franscini. Il primo, uomo politico, imprenditore e banchiere, fondò il Credito Svizzero e, in collaborazione con Franscini, primo consigliere federale italofono, il Politecnico federale di Zurigo. La logica era chiara: senza la finanza non c’è impresa e quindi sviluppo economico, e senza formazione di alto livello non c’è innovazione e ricerca. La prima grande realizzazione d’importanza europea fu la Ferrovia del Gottardo, che venne battezzata come la via delle genti e della modernità. Un simbolo della Svizzera lanciata ormai con convinzione e con i mezzi necessari sulla via del progresso e dell’integrazione europea.
Giovanni Longu
Berna 26.11.2013



20 novembre 2013

150 anni di amicizia tra la Svizzera e l’Italia


Inizia oggi 20 novembre 2013 all'Università delle Tre Età (UNITRE) di Soletta un corso sulle relazioni amichevoli tra l’Italia e la Svizzera, che durano ormai da oltre 150 anni. Si chiarirà anzitutto in che senso si può parlare di «amicizia» tra due Stati vicini. Poi, una volta individuati i settori in cui i rapporti italo-svizzeri sono (stati) più o meno importanti e più o meno problematici, si cercherà di seguirne l’evoluzione dalla proclamazione dell’Unità d’Italia (1861) ai giorni nostri.

La storia delle relazioni politiche, economiche e culturali tra la Confederazione e l’Italia, l’importanza fin qui avuta dalla numerosa collettività italiana e il senso generale della collaborazione e dell’amicizia italo-svizzera costituiranno i temi principali del corso.

Perché un corso sull'«amicizia» italo-svizzera?
La scelta del tema nasce anzitutto da una costatazione piuttosto amara: gli italiani, anche quelli residenti in Svizzera, conoscono molto poco la storia delle relazioni italo-svizzere. Dovrebbe essere invece normale che, soprattutto le giovani generazioni (ma anche le prime che hanno deciso di fermarsi più a lungo del previsto o definitivamente in questo Paese) conoscano questa storia almeno a grandi linee. In fondo si tratta di due Paesi non solo vicini territorialmente, ma anche storicamente, culturalmente, economicamente, socialmente. Oltretutto questa conoscenza può essere illuminante per capire che le buone relazioni bilaterali e multilaterali sono indispensabili agli Stati moderni per svilupparsi pacificamente e prosperare.
Statua delle due sorelle, Svizzera e Italia,
collocata alla stazione di Chiasso per ricordare
la prima grande impresa ferroviaria comune
Il 24 giugno 2012, la Sottosegretaria di Stato italiana Marta Dassù, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di rapporti diplomatici tra Italia e Svizzera, a Milano, evidenziava il paradosso esistente nella relazione bilaterale Italia/Svizzera con queste parole: «Siamo vicini, abbiamo rapporti economici e commerciali molto rilevanti (l’Italia è come noto il secondo partner commerciale), la comunità di origine italiana che vive in Svizzera è di oltre 500 mila persone, 50.000 frontalieri italiani lavorano nel Ticino, l’Italia è una delle lingue ufficiali della Confederazione Elvetica, ma - questo è il paradosso - non ci conosciamo granché. Non ci conosciamo abbastanza».

Storia intensa e interessante
Il corso sui «150 anni di amicizia tra la Svizzera e l’Italia» vuol essere un tentativo per superare tale paradosso conoscendo meglio oltre 150 anni di storia comune, tra l’altro molto intensa e interessante.
Un’altra spinta ad affrontare questo tema all’UNITRE di Soletta è venuta dalla consapevolezza che la comunità italiana o di origine italiana in Svizzera non è solo rilevante numericamente, ma sta diventando sempre più importante anche politicamente, socialmente ed economicamente. Sarebbe un peccato che soprattutto le giovani generazioni non avessero nozione di come si è giunti a questa situazione, di come hanno interagito le politiche migratorie dell’Italia e della Svizzera, di quanto impegno hanno richiesto e ancora richiedono da parte di entrambi i Paesi il processo d’integrazione ancora in corso e allo stesso tempo la salvaguardia e la valorizzazione dell’italianità. Purtroppo molti giovani sono ignari di questi processi perché gli adulti a loro volta ne sono (stati) spesso protagonisti inconsapevoli. Si tratta quindi di recuperare un po’ di conoscenza della nostra storia comune.

Lontananza dall’Italia
Una terza ragione a giustificazione della scelta del tema delle relazioni italo-svizzere deriva dal desiderio di maggior chiarezza nei rapporti soprattutto istituzionali tra i cittadini italiani e l’Italia. La percezione assai diffusa che la collettività italiana di oggi è molto diversa da quella di 20-30 anni fa e che si sta ulteriormente allontanando a causa della sempre maggiore integrazione in questo Paese e del progressivo allentamento dei vincoli col Paese d’origine, pone numerosi interrogativi sul futuro e sulla natura dei legami che le nuove generazioni possono ancora avere con l’Italia.
Alcuni cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni sono emblematici. Uno degli effetti più evidenti dell’integrazione linguistica, scolastica, professionale e sociale dei giovani è stato il loro allontanamento quasi totale da tutte quelle forme di associazionismo sorte nel dopoguerra per cercare di risolvere problemi tipici della prima generazione. Anche i rapporti degli italiani qui residenti con le rappresentanze diplomatiche e consolari sono notevolmente cambiati, come sono cambiati i rapporti soprattutto tra le giovani generazioni e l’Italia delle istituzioni (Parlamento, Governo, Capo dello Stato, ecc.).
Gruppo di allievi e insegnanti dell'UNITRE di Soletta (2013)
Alcuni anni fa, quando i bambini e i ragazzi in età scolastica venivano interrogati a scuola sul Paese d’origine era facile trovare risposte del tipo, «amo l’Italia perché ci sono nati i miei genitori, perché c’è il sole e il mare, ecc.». Oggi alle stesse domande è più facile che i ragazzi italiani della stessa età rispondano, come è accaduto qualche anno fa a Zurigo, di essere preoccupati per l’Italia, di non riuscire nemmeno ad immaginare di andare a vivere in Italia, di essere innamorati della Svizzera, ecc.
Il corso cercherà di rispondere anche ad alcuni interrogativi che queste costatazioni pongono. Per esempio: Qual è (stata) la politica italiana nei confronti della lingua e della cultura italiana in questo Paese? Quale tipo di rapporti è auspicabile tra i giovani italiani e l’Italia? Servono ancora i cosiddetti «organismi di rappresentanza» tipo Comites e CGIE? Sono utili o addirittura dannosi i partiti politici italiani operanti in Svizzera? Ovviamente le risposte non sono garantite.

Aspetti del corso
Il corso seguirà l’ordine cronologico degli eventi (accordi bilaterali, incontri, visite di Stato, ecc.), dalla proclamazione dell’Unità d’Italia (17 marzo 1861) alla prossima visita in Svizzera del Capo del governo Enrico Letta. Si ricorderà che l’avventura dei rapporti bilaterali è iniziata con qualche esitazione, anche se la Svizzera è stata una delle prime nazioni a riconoscere Il Regno d’Italia.
I rapporti italo-svizzeri si sono poi sviluppati nel tempo con molto dinamismo, soprattutto agli inizi (si pensi alle intense collaborazioni in materia di costruzioni ferroviarie e alla libera circolazione delle persone). Ovviamente l’evoluzione dei rapporti non è avvenuta sempre in rapida progressione, anzi ci sono stati cali d’intensità, contrasti e persino regressi, ma ciononostante hanno raggiunto oggi un livello qualitativo e quantitativo molto elevato. Tanto che non c’è praticamente incontro ufficiale tra rappresentanti dei due Paesi, in cui i rapporti bilaterali non vengano definiti come «eccellenti» e non si sottolinei lo spirito di collaborazione e di amicizia che li contraddistingue.
E’ vero che nelle cerimonie ufficiali i riferimenti ai buoni rapporti bilaterali e alla solida amicizia mancano spesso di sincerità, ma nel caso della Svizzera e dell’Italia corrispondono alla storia e, nella sostanza, alla realtà, data soprattutto dalla presenza nella Confederazione di una collettività italiana (costituita sempre più di seconde e successive generazioni) che è evoluta costantemente non solo in numero ma anche in qualità, fino a diventare una componente stabile di prim'ordine in questo Paese.
Alla fine del corso, proprio alla luce dell’intensità e della qualità delle relazioni tra l’Italia e la Svizzera, ci si potrà domandare perché mai restino ancora aperte certe questioni che apparentemente non sembrano affatto corrispondere a quello spirito di amicizia e di collaborazione. Penso in particolare alle questioni fiscali, alle «liste nere» italiane, alla problematica sui frontalieri, ecc.
Per ogni periodo storico si cercherà di inquadrare gli eventi più importanti nel contesto delle relazioni generali tra i due Paesi, facendo notare di volta in volta i vantaggi reciproci o di una sola parte a seconda del «peso» e della particolare situazione politica, economica e sociale di ciascuna delle due parti.

Centralità della collettività italiana
Un punto di vista privilegiato nell'esame delle relazioni italo-svizzere nel passato e nel presente sarà quello degli effetti diretti e indiretti prodotti sulla collettività italiana in Svizzera. Non verranno cioè esaminati i rapporti bilaterali soltanto per gli effetti che producono in termini di scambi commerciali, finanziari e persino culturali, ma si terrà presente in maniera speciale la ricaduta sugli italiani che vivono e lavorano in questo Paese.
Si esamineranno pertanto in modo speciale tutti gli accordi d’emigrazione intervenuti a partire dal primo accordo del 1868, i principali interventi dei due Stati per migliorare le condizioni di lavoro, economiche, sociali, salariali, abitative, ecc. dei lavoratori italiani immigrati, la politica italiana in materia linguistica e culturale, la politica svizzera in materia d’integrazione, di naturalizzazione e di salvaguardia dell’italianità.

Punto di vista europeo
Un altro punto di vista che verrà tenuto presente durante il corso è quello europeo. Oggi infatti non si può non osservare che entro i confini europei anche le relazioni bilaterali tra Stati hanno necessariamente anche una valenza europea. In effetti anche nelle relazioni italo-svizzere alcuni problemi (si pensi ad esempio alla tanto dibattuta questione dello statuto di stagionali vissuto drammaticamente da moltissimi lavoratori italiani soprattutto negli anni ’60 e ’70) sono stati facilmente risolti nel quadro più ampio delle trattative tra la Svizzera e l’Europa. Oggi, addirittura, gran parte dei rapporti italo-svizzeri rientra nella normalità dei rapporti Svizzera-Unione Europea (si pensi alla libera circolazione delle persone).
Una parte, tuttavia, forse la più solida nonostante non sia regolata da trattati, è veicolata dalla comunità italiana residente stabilmente in Svizzera con la sola cittadinanza italiana o con la doppia cittadinanza. In altre parole, la migliore garanzia per le buone relazioni tra l’Italia e la Svizzera è o dovrebbe essere la componente «italiana», soprattutto culturalmente, diffusa e importante in tutti i settori economici, sociali e culturali di questo Paese. L’integrazione degli italiani ne è un aspetto emblematico.
Giovanni Longu
Berna, 20.11.2013

06 novembre 2013

70° della FCLIS: 3. Successi e ostacoli


A pochi anni dalla costituzione della FCLIS, superato lo smarrimento conseguente al rientro in Italia di gran parte degli esponenti dell’antifascismo che erano stati all’origine delle Colonie libere, il movimento riprende vigore, modificando via via il principale centro d’interessi, ma conservando l’entusiasmo iniziale. Se nella visione degli iniziatori c’era stata soprattutto la preparazione del rientro in Italia per la ricostruzione in senso democratico di un Paese distrutto anche moralmente, la FCLIS del dopoguerra sente come propria missione irrinunciabile anzitutto la «sfascistizzazione» delle organizzazioni degli immigrati italiani in Svizzera compromesse col fascismo.

Missione difficile
Purtroppo il compito si rivelò assai più difficile del previsto e l’«epurazione» trovò ostacoli di non facile superamento anche nel prudente atteggiamento delle autorità elvetiche, preoccupate ormai più della «minaccia comunista» che dei rigurgiti fascisti. Del resto, proprio i «residui fascisti», ripresisi a loro volta insieme alle loro associazioni dopo la fine ingloriosa del regime, cercarono da subito di gettare discredito sui «rossi delle colonie libere», considerandoli il vero pericolo in grado di minare la pace sociale che sembrava regnare anche tra gli immigrati italiani.
La FCLIS respingeva qualsiasi connotazione partitica ricordando che gli iniziatori antifascisti avevano voluto fondare a Olten «non un partito bensì un centro di attivismo democratico che non legava a nessun determinato programma politico ma che presupponeva solo la fede delle libertà fondamentali del cittadino». Voleva essere apartitica sì, ma non apolitica. «La Colonia non è apolitica perché non abdica al pensiero. La Colonia, eccetto per i fascisti, è la Casa naturale di tutti, è il Paese, qui in terra elvetica. Non apolitica né agnostica, ma accoglie tutti i pensieri e tutte le tendenze politiche».
In effetti, questo cercava di essere la FCLIS e per questo riscosse da subito molto credito tra gli immigrati italiani, soprattutto tra coloro che possedevano una certa formazione (anche politica) e un buon livello culturale. La forza di attrazione delle Colonie era dovuta non solo alla novità che rappresentavano nel panorama dell’associazionismo tradizionale, ma anche per la convinzione con cui i dirigenti si presentavano, denunciavano, rivendicavano e proponevano. Nei loro discorsi non c’era alcuna esitazione, si sentivano come investiti di una missione «storica», «fatale»: erano convinti di compiere un dovere incondizionato, quello di instaurare nelle «colonie italiane» della Svizzera la democrazia e la pratica della libertà. «Questa funzione di iniziare alla pratica della libertà le collettività italiane uscenti da una specie di medioevo spirituale, è una delle funzioni più nobili e più attuali delle colonie libere», scriveva Libera Stampa nel 1946.
Lo stesso quotidiano ticinese, che ospitava settimanalmente informazioni sulle Colonie libere italiane, preciserà una settimana più tardi: «Chi poteva portare ai nostri connazionali la prima parola di libertà? I cancellieri ed i segretari dei consolati? I consoli fascisti preoccupati della sfuggente pagnotta? I cavalieri ed i commendatori delle colonie [fasciste]? Di gruppi cattolici o liberali organizzati che avessero condotto in Svizzera una lotta politica durante i lunghi anni della dittatura non v'era traccia da noi. E allora? Dov'erano gli uomini? Era nella logica della storia che quegli italiani, i quali per un ventennio avevano tenuta viva la fede nella libertà e che per essa avevano sofferto, fossero i primi ad iniziare il risveglio democratico delle colonie. Era fatale che fossero essi e se non avessero agito avrebbero mancato ad un dovere».

Problematiche migratorie in un’ottica italiana
Tutte le Colonie, che andavano costantemente aumentando, incoraggiate dalle risoluzioni dei Congressi annuali e dagli appelli degli organi centrali, si sentirono coinvolte in questa missione di libertà e tutte cercavano in varie forme di occuparsi non solo della vecchia immigrazione ma anche della nuova.


L’attenzione alle problematiche migratorie era divenuta ormai assolutamente preminente, sebbene sempre in un’ottica che considerava ancora gli immigrati italiani in Svizzera come una «colonia italiana», una sorta di enclave in terra elvetica, che doveva essere difesa e protetta per evolversi secondo parametri che l’antifascismo aveva identificato nei valori della libertà riconquistata e della democrazia, ma sempre mantenendo legami stretti con la madrepatria. Del resto, soprattutto nel dopoguerra fino agli anni Sessanta, l’emigrazione in Svizzera era considerata dagli italiani (istituzioni e individui) una fase temporanea, non solo per effetto della politica immigratoria svizzera di allora, basata sulla rotazione della manodopera, ma anche perché il proposito o il miraggio di quasi tutti gli emigrati (prima generazione) era il rientro in patria. La nuova politica italiana, dal punto di vista soprattutto delle sinistre, avrebbe dovuto eliminare alla radice le cause dell’emigrazione. Anche per questo, almeno fino agli anni Settanta, la parola d’ordine del Partito comunista italiano (PCI), fatta propria anche dalla FCLI era «Ritornare per votare, votare per ritornare!»

In effetti, dopo il 1946 e per almeno un ventennio, le CLI affrontarono in quest’ottica gran parte delle problematiche degli immigrati italiani, soprattutto all'inizio molto complesse e obiettivamente di difficile soluzione. Si pensi anche solo ai problemi che lasciava aperti l’Accordo di emigrazione tra la Svizzera e l’Italia del 1948 (sul quale la FCLIS si mostrò alquanto critica), ai problemi che poneva la stagionalità dei contratti (statuto di stagionale), alle difficili condizioni di lavoro di molti immigrati soprattutto in alcuni rami economici (agricoltura, alberghi e ristoranti, dove talvolta si era costretti a lavorare anche 10-12 ore e più al giorno), alle difficoltà legate alla penuria di alloggi a buon mercato, e poi via via ai problemi che investiranno dagli anni ’60 in poi la seconda generazione, ecc. ecc.

Condizioni del successo: diffusione e organizzazione
Per poter intervenire efficacemente su ogni problematica la FCLIS riteneva indispensabile un’ampia diffusione sul territorio con molte Colonie e soprattutto molte adesioni in modo da legittimare i singoli interventi in rappresentanza di tutta l’emigrazione. Aveva inoltre bisogno di un’efficiente organizzazione interna e un proprio organo di stampa (Bollettino per i soci, poi Bollettino delle Colonie Libere Italiane e successivamente Emigrazione italiana) in grado di informare e sensibilizzare sulle problematiche migratorie non solo i membri delle Colonie ma anche l’opinione pubblica e persino una parte della classe politica italiana, quella di sinistra da sempre più attenta alle rivendicazioni sociali della classe operaia.
Forte di un ampio consenso e di un apparato organizzativo efficiente ed efficace, la FCLIS è riuscita a mobilitare in più occasioni migliaia di italiani e a sottoporre alle autorità italiane (molto meno a quelle svizzere) una serie impressionante di rivendicazioni, alcune destinate magari non immediatamente a buon fine, altre all'insuccesso per impraticabilità oggettiva o disattese in nome del superiore interesse dei buoni rapporti tra l’Italia e la Svizzera o per esplicito rifiuto di quest’ultima.
Si possono citare, a titolo di esempio, le battaglie per l’epurazione dei fascisti, la petizione per il rilascio del passaporto gratuito a tutti gli emigrati, le rivendicazioni di assicurazioni sociali identiche a quelle degli svizzeri, il riconoscimento del diritto all'assistenza sanitaria per i familiari residenti in Italia e degli assegni per i figli a carico anche se rimasti in Italia, la richiesta della FCLIS di partecipare in rappresentanza dell’emigrazione alla trattative bilaterali tra l’Italia e la Svizzera, per non parlare della costante richiesta dell’abolizione dello statuto di stagionale.

Ostacoli svizzeri e italiani
Va tuttavia ricordato che questa linea contestataria e rivendicativa della FCLIS non era sempre ben vista né dalla parte svizzera né da quella italiana.
Per gli svizzeri, almeno dal 1948 esisteva nei confronti di tutte le organizzazioni di sinistra, soprattutto quelle straniere, una pregiudiziale anticomunista che le rendeva quantomeno sospette e inaffidabili. Molti degli italiani espulsi negli anni ’50 e ’60 per «attività comunista» facevano parte delle Colonie e molti dei suoi attivisti erano schedati dalla polizia. Forse anche per questo la FCLIS non fu mai accettata al tavolo delle trattative bilaterali.
Non si può nemmeno dimenticare che alcune posizioni della FCLIS urtavano la sensibilità dei sindacati svizzeri, come quando nel 1972, vennero accusati esplicitamente di essere troppo vicini al padronato. Per tutta risposta venne accusata (insieme alle ACLI e ad altre organizzazioni) di non fare abbastanza per invitare i compatrioti ad aderire ai sindacati svizzeri. L’anno seguente fu lo stesso presidente dell’Unione Sindacale Svizzera (USS) Ezio Canonica, molto stimato negli ambienti italiani, a mettere in guardia le organizzazioni italiane e in particolare la FCLIS dal volersi sostituire al sindacato. E un altro esponente del sindacalismo elvetico, Ernst Wüthrich, si meravigliava che si desse ancora tanto ascolto alle Colonie Libere Italiane.
Nemmeno la parte italiana, tuttavia, era disposta a dare sempre seguito alle rivendicazioni delle Colonie, in parte perché sarebbero state ritenute inaccettabili dalla controparte svizzera e quindi inopportune e in parte perché, a livello parlamentare, a Roma, venivano strumentalizzate soprattutto dal PCI in funzione antigovernativa, quando a dirigere la politica migratoria e la politica in generale c’erano governi democristiani anticomunisti.

Ciononostante…
Ciononostante, almeno fino agli anni Settanta, le Colonie Libere Italiane godevano in Svizzera di un grande seguito. Quando nel 1968 si celebrò il XXV anniversario della fondazione, la FCLIS contava ben 116 associazioni con circa 15.000 tesserati. Al loro interno, le Colonie organizzavano di tutto: incontri, dibattiti, conferenze, consulenza, assistenza, letture, corsi professionali, feste per bambini, feste ricreative, sport, tornei, proiezioni cinematografiche, esposizioni, ecc.
Alla fine degli anni Settanta, quando molte associazioni tradizionali erano ormai in crisi di ricambio e disertate dalle seconde generazioni, le Colonie Libere Italiane erano ancora tra le poche che vantavano per lo meno una certa notorietà tra i giovani, insieme alle Missioni Cattoliche Italiane e a poche altre associazioni sportive.
(Continua nel prossimo numero)

Giovanni Longu
Berna, 6 novembre 2013

05 novembre 2013

Chiude l’INCA-Svizzera, nato sotto una cattiva stella


E’ noto che l’INCA-CGIL sede svizzera chiude le attività per fallimento. E’ sempre triste leggere simili notizie quando riguardano istituzioni nate per la difesa dei lavoratori, ma lo è ancor di più quando la notizia del fallimento si aggiunge a quella del malaffare e della truffa accertata proprio nei confronti di lavoratori che cercavano assistenza.


Evidentemente la sede svizzera dell’INCA (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza) non era nata sotto una buona stella. In quanto emanazione del sindacato italiano CGIL, che la Polizia federale svizzera riteneva «comunista e molto potente», il patronato era considerato anch'esso comunista, anzi una sorta di centrale di propaganda. Allora, il semplice sospetto che qualcuno e a maggior ragione un’associazione o un gruppo organizzato fosse «comunista» o di estrema sinistra era sufficiente per allertare la Polizia federale e avviare indagini.
L’INCA, consapevole che sarebbe andato incontro a un netto rifiuto se avesse chiesto di aprire a Zurigo un proprio ufficio con una struttura propria, nell'immediato dopoguerra agì attraverso un cartello sindacale locale che si occupava anche dei lavoratori italiani. Bastò tuttavia che un certo Regolini, delegato dell’Unione Sindacale Svizzera (USS), fosse intervenuto nel 1948 a un congresso organizzato a Milano dall’INCA-CGIL per insospettire la Legazione (ambasciata) di Svizzera in Italia. L’Ufficio federale delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML) chiese informazioni all’USS. Questa rispose affermando che il delegato svizzero aveva in effetti rappresentato la posizione dei sindacati svizzeri che consideravano la difesa dei lavoratori italiani nei confronti del padronato come «uno dei loro compiti principali», anche nell'interesse dei lavoratori svizzeri. Se infatti i sindacati, con il sostegno delle autorità, erano riusciti ad ottenere che i lavoratori stranieri dovessero essere impiegati «alle stesse condizioni salariali e di lavoro degli svizzeri», questo evitava che i lavoratori stranieri potessero venir usati, come era avvenuto spesso in passato, per comprimere i salari anche degli svizzeri.
Solo nella seconda metà degli anni ’50 l’INCA poté aprire un proprio ufficio a Zurigo. Vi riuscì senza troppe difficoltà perché a dirigerlo venne chiamato un avvocato svizzero, tale Bernhard Weck, il quale si era cercato come collaboratore un altro svizzero, un ticinese. Sebbene il Weck fosse noto per le sue «opinioni di estrema sinistra», non rischiava l’espulsione dalla Svizzera, come sarebbe stato il caso se si fosse trattato di un cittadino italiano.
All'ufficio INCA di Zurigo non riuscì invece, per diversi anni, di ottenere il permesso di far venire funzionari direttamente dall'Italia né di aprire nuovi uffici in altre città svizzere. La pregiudiziale anticomunista in quel periodo era molto forte, tanto che nel 1962 il Ministero pubblico della Confederazione incaricò la polizia zurighese d’indagare sulle reali attività del patronato. Ne risultò che i responsabili dell’ufficio «non tentavano d’influenzare politicamente i lavoratori italiani e si occupavano correttamente della difesa dei loro interessi». Dunque via libera alle sue attività e ai suoi funzionari? Niente affatto.
Nel gennaio 1963 si tenne a Berna un incontro riservato fra rappresentanti della Polizia federale, della Polizia federale degli stranieri, dell’UFIAML e dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali riguardante «attività dei sindacati italiani in Svizzera» e in particolare del patronato INCA. Benché non risultasse «alcuna agitazione comunista tra i lavoratori italiani», tutti i partecipanti concordarono che «l’attività in Svizzera dell’INCA (come pure quella degli altri due sindacati italiani) non era auspicabile» e che «la polizia federale dovesse continuare a sorvegliare gli uffici dei sindacati italiani». Inoltre, il responsabile dell’UFIAML fu incaricato di invitare «discretamente» le associazioni padronali a non intrattenere alcun contatto con i sindacati italiani in Svizzera. Che tempi!
Ciononostante, da allora l’INCA-CGIL ha operato in Svizzera per cinquant'anni tutelando migliaia di lavoratori, fino al recente «caso Giacchetta», il funzionario di Zurigo accusato e condannato per aver truffato numerosi lavoratori italiani. E’ dunque triste apprendere che il primo ente di patronato italiano insediatosi in Svizzera nel dopoguerra sia costretto a chiudere definitivamente i battenti per «fallimento», non solo sotto il peso dei debiti e della condanna dei tribunali, ma anche della vergogna per il danno arrecato alle decine di famiglie dei lavoratori truffati. E qui la cattiva stella non c’entra.

Giovanni Longu
Berna, 5.11.2013