20 aprile 2013

Auguri Presidente!


E solo da poche ore [l’articolo è stato scritto sabato scorso 20 aprile nel tardo pomeriggio, ndr] che Giorgio Napolitano, al termine del sesto scrutinio, è stato rieletto Presidente della Repubblica Italiana. Con la sua brillante rielezione è finito un incubo per l’Italia, ma le ore e i giorni che l’hanno preceduta non si potranno facilmente dimenticare, anche perché l’immediato futuro non sembra molto rassicurante. Basti pensare che all'interno di una consistente forza politica che non ha votato Napolitano si è gridato nientemeno che al «golpe», al «colpo di Stato».

Bisogna dare atto a Napolitano del suo alto senso delle istituzioni e anche del coraggio ad accettare le incognite di un altro settennato, non solo a causa dell’età (quasi 88 anni) ma anche e forse soprattutto a causa della complessa (per usare un eufemismo) situazione parlamentare italiana. Le difficoltà oggettive a formare un nuovo governo e le spaccature registrate nel maggior partito in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica dimostrano quanto l’Italia sia divenuta difficilmente governabile. Solo un Capo dello Stato dell’autorevolezza e del prestigio nazionale e internazionale di Giorgio Napolitano potrà riuscire a imporre un «governo del presidente» in grado di far uscire l’Italia dal pantano. Al neopresidente Napolitano dunque GRAZIE e BUON LAVORO!

L’unità nazionale anzitutto
Sia ben chiaro, il Presidente della Repubblica Italiana non ha gli stessi poteri del capo di una Repubblica presidenziale, ma ne ha sicuramente molti a cominciare dalla nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri. Mi auguro che li eserciti tutti con la consapevolezza che al punto in cui ha portato l’Italia una politica disorientata e miope, ogni sua decisione per far uscire il Paese dalla palude sarà considerata «saggia» e appropriata dagli italiani.
Il Presidente Napolitano, durante il suo primo settennato, fin dal suo giuramento d’insediamento ha dimostrato di essere «super partes» conformemente ai dettami della Costituzione e in particolare dell’articolo 87, il quale afferma che «il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale». Ebbene, proprio alla luce di questa sua funzione, mi auguro che sappia scegliere un capo di governo in grado di svolgere anche lui un’attività di governo assolutamente «super partes», finalizzata a risolvere gli urgenti bisogni del Paese per il bene di tutti.
Il Presidente della Repubblica è anche il «primo cittadino». E’ un titolo che Napolitano ha già ben meritato. Mi auguro che continui ad esserlo nella percezione e nella stima degli italiani, che vogliono vedere in lui un esempio e punto di riferimento sicuro. Mi auguro che lo sia anche per il prossimo governo quando dovrà cercare, almeno stavolta nella buona politica e nel dialogo parlamentare, di superare i conflitti ideologici e partitici di cui hanno dato purtroppo un’ulteriore prova proprio in questa occasione i vecchi e nuovi partiti solo apparentemente rispettosi della volontà popolare, spesso tradendola vistosamente.
La situazione grave in cui si trova oggi l’Italia sotto il profilo politico, economico e sociale dovrebbe interpellare la coscienza di tutti gli eletti affinché le contrapposizioni tradizionali, spesso ostili e dannose, anche tra maggioranza e opposizione, cedano il posto a una disinteressata collaborazione per il bene comune. Questo significa soprattutto approvare misure urgenti per fare uscire il Paese dalla crisi e rilanciare lo sviluppo, ma non solo.
I suggerimenti che lo stesso Napolitano ha richiesto al gruppo dei «Saggi» sono ottime indicazioni che governo e parlamento devono esaminare e tradurre nella pratica. Questo esame deve avvenire seriamente e tempestivamente. E’ auspicabile che lo stesso Presidente vigili e ne chieda conto, pur nel rispetto delle prerogative del governo e del parlamento.

Urgente riforma della politica
Vorrei anche che il Presidente della Repubblica si facesse promotore, usando pienamente i suoi poteri costituzionali, di una riforma dello Stato che ci eviti la prossima volta di assistere ad aborti così dolorosi come quelli a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi e che preveda, magari, l’elezione popolare del Capo dello Stato, in modo da consentire la formazione di governi autorevoli, ampiamente sostenuti e durevoli.
Credo comunque che per raggiungere obiettivi sostenibili e innovativi per l’Italia occorra anche metter mano a una seria e chiara regolamentazione dei partiti politici. Da aggregazioni di visioni e opinioni sono divenuti centrali di potere invasive in tutti i gangli vitali della nazione. Non si tratta di mettere in dubbio il diritto sancito dalla Costituzione secondo cui «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).
Si tratta di disciplinare l’organizzazione, il finanziamento, la trasparenza e soprattutto il campo d’attività, in modo da evitare in futuro non solo le degenerazioni dei partiti, ma anche quelle dei movimenti ispirati dall'antipolitica. Ma son sicuro che il Presidente Napolitano non abbia bisogno di consigli. Ne ha ricevuti abbastanza, non da ultimo dai «Saggi».
Dunque, buon lavoro, Presidente, e tanti auguri!
Giovanni Longu
Berna, 20.04.2013

17 aprile 2013

Rapporti italo-svizzeri: effetti della crisi italiana in Ticino

I rapporti italo-svizzeri risentono della difficile situazione politica ed economica che sta attraversando l’Italia. Se fino alla vigilia delle elezioni l’attenzione dei media svizzeri era concentrata sul contenzioso fiscale (l’esito delle discussioni sul modello Rubik) e sulle questioni relative ai frontalieri, oggi questi temi non fanno più notizia, come se non esistessero.

Tema Rubik
Il tema Rubik è rimasto attuale fino al momento delle elezioni, quando Berlusconi cercò di sfruttarlo a fini elettorali, lasciando intendere che in caso di vittoria avrebbe abolito l’IMU e restituito ai cittadini quanto già pagato sulla prima casa. A chi gli obiettava che non c’erano i soldi per farlo rispondeva che li avrebbe trovati in Svizzera concludendo a tempo a di record l’accordo Rubik già in fase di trattativa avanzata. A gelare tanto ottimismo era intervenuta la stessa ministra delle finanze Widmer-Schlumpf, affermando che non ci sarebbe stato alcun accordo pronto per la ratifica prima del 2015!
Da settimane ormai non se ne parla più, anche perché Berlusconi non ha vinto e per gli altri antagonisti, che pure non hanno vinto, il tema non figura nell'agenda delle priorità per l’Italia, anche se l’invito a riprendere i negoziati con la Svizzera è stato avanzato dai «Saggi» nella relazione finale consegnata al Presidente Napolitano. In assenza di un governo con cui dialogare e giungere a una conclusione, gli incontri bilaterali sull’argomento sembrano interrotti e il ritardo che si sta accumulando lascia intravedere un finale con un nulla di fatto, nel senso che all’Italia resterà ben poco da rivendicare.
La Svizzera si sta infatti avvicinando a grandi passi, sotto la pressione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, all’abbandono del segreto bancario e all'accettazione di una forma di scambio automatico dei dati in materia fiscale, per cui ben presto non risulteranno più in Svizzera né depositi illegali né evasori fiscali stranieri.
Chi sa di rischiare multe salate avrà tutto il tempo per trasferire dalla Svizzera in altri paradisi fiscali i capitali depositati in nero. Eppure un accordo e la possibilità di recuperare parecchi miliardi erano a portata di mano dell’Italia già dai tempi in cui dirigeva le finanze il ministro Tremonti.

Tema frontalieri
Il tema dei frontalieri italiani (ossia coloro che per molti ticinesi «portano via il lavoro agli svizzeri») non è più anch’esso di attualità, non solo perché la Svizzera in questo momento non ha più un interlocutore sicuro, ma anche perché nell’ultimo trimestre dell’anno scorso il loro numero è diminuito sia pure di poche centinaia. Alla fine del 2012 il loro numero aveva comunque raggiunto quota 55.554, ossia 3086 in più dell’anno precedente.
La polemica sui frontalieri italiani sta rientrando anche perché gli stessi ticinesi si stanno accorgendo che semmai la contestazione non andrebbe fatta nei loro confronti, ma degli imprenditori svizzeri che li assumono. Inoltre è risaputo che i frontalieri occupano generalmente posti che i ticinesi hanno abbandonato e non intendono riprendere.
Molti osservatori si rendono anche conto che finché i frontalieri aumentano vuol dire che il lavoro (e quindi il benessere) non diminuisce, anche se l’occupazione può subire delle variazioni da un ramo all’altro e da un trimestre all’altro. In Ticino, ad esempio, mentre l’edilizia continua a creare occupazione, il settore manifatturiero ne perde e il terziario è abbastanza stabile.

Altri temi
Ovviamente per i media svizzeri i rapporti italo-svizzeri non sono limitati ai due temi sopracitati. Basti pensare ai trasporti, alla collaborazione transfrontaliera, all’avvicinarsi dell’Expo 2015, agli scambi commerciali, ecc. Ma oggi è soprattutto la situazione generale italiana che interessa, ben sapendo che uno sbocco della crisi in un senso o in un altro non potrà essere considerato indifferente da un Paese confinante che con l’Italia ha un fitto sistema di relazioni fondamentali. Di fatto alla crisi italiana la stampa svizzera dedica pagine intere e ne segue costantemente e con qualche apprensione gli sviluppi.
Al di là della legittima curiosità di vedere come e quando le forze politiche italiane decideranno di dar vita al prossimo governo, gli svizzeri sono interessati a capire soprattutto se sarà un governo transitorio o stabile, in grado di affrontare tutti i temi bilaterali sul tappeto. Purtroppo i vari commentatori sono molto scettici al riguardo e mettono in conto la probabilità che l’Italia torni presto a votare.
Ci sono tuttavia anche osservatori meno pessimisti e sono convinti, alla luce di una lunga tradizione che vede l’Italia «cavarsela» anche in situazioni peggiori, che anche stavolta saprà ritirarsi in tempo dal precipizio e agganciare, magari con un po’ di ritardo, la ripresa europea che si preannuncia prossima.

Euroscetticismo italiano
La Svizzera è anche interessata a sapere quanto davvero l’Italia stia diventando euroscettica, visto che la principale forza politica europeista guidata da Mario Monti non è stata premiata dagli elettori. E non è affatto chiaro quanto o quale europeismo sia (rimasto) nelle altre forze rappresentate in parlamento, a cominciare dal Movimento 5 Stelle, visto che la politica di austerità imposta dall’Europa non sembra andar bene a nessuno.
Non c’è dubbio che alla Svizzera interessi la stabilità dell’euro e che l’Eurozona non segua la voglia di svalutazione presente negli Stati Uniti e nel Giappone. E’ risaputo che uno dei motori principali dell’economia svizzera è l’esportazione e un euro debole non la favorirebbe. Ma alla Svizzera interessa anche poter contare su Paesi amici nei rapporti non sempre facili con l’Unione Europea.
Oltre alle conseguenze della crisi italiana già accennate, meritano attenzione alcune ripercussioni dirette sul Ticino.

Emigrazione di imprese…
E’ noto (perché i media italiani lo ricordano in continuazione) che le piccole e medie imprese rischiano di morire da un giorno all’altro per mancanza di liquidità e soprattutto per il drastico calo della domanda interna. Riescono a sopravvivere, talvolta bene, quelle imprese orientate all’esportazione dei loro prodotti (il made in Italy è ancora forte) e quelle che dislocano nei Paesi vicini, tra i quali la Svizzera.
Poco più di un mese fa, un quotidiano ticinese descriveva la situazione in questi termini: «un’economia [quella ticinese] presa d’assalto (…). Il Ticino continua ad essere terra di conquista per le ditte che provengono da oltre confine. Seguita infatti ad espandersi il numero dei lavoratori distaccati e degli indipendenti: da 11.295 nel 2011 si è passati a 15.653 lavoratori distaccati nel 2012, pari ad un aumento del 38,6%. Crescono ancora di più i cosiddetti padroncini, con un incremento del 52,9% (da 4.888 nel 2011 a 7.472 nel 2012). Il trend è al rialzo anche quest’anno» (Corriere del Ticino).
E’ di qualche giorno fa la notizia riportata dal portale informatico del Ticino che «a seguito della situazione politica poco chiara dell’Italia e a una politica fiscale piuttosto dura attuata dal presidente del consiglio uscente Mario Monti, molto aziende italiane si sono trasferite in Ticino (…). Nel primo trimestre 2013, il nostro Cantone é stato caratterizzato da un moderato aumento (+2.4%) di iscrizioni al registro di commercio, attestandosi a quota 773 nuove imprese».
La Lombardia in particolare è preoccupata di questa emorragia di aziende e della conseguente perdita di posti di lavoro e di risorse. Anche per contrastare questo fenomeno, recentemente la Regione ha istituito una commissione speciale per i rapporti con le «aree di confine».
… e di attività illecite
Purtroppo ad «emigrare» non sono soltanto persone e imprese, ma anche attività illecite legate alla prostituzione, al traffico di droga, armi, sigarette e denaro sporco. Da mesi è in atto un forte contrasto da parte delle forze dell’ordine italiane nell’Alto Varesotto e lungo il confine. Anche le guardie svizzere sono allertate. Resta il fatto che, a detta di molti osservatori, la frontiera tra Italia e Ticino è diventata «bollente».
Un settore che registra un’attività in aumento è anche la prostituzione. Con l’attuale crisi e la scarsità di «lavoro» in Italia, molte prostitute rimediano in Ticino, dove la pratica del «mestiere» è più libera che in Italia e dove si moltiplicano le case a luci rosse, soprattutto lungo la fascia di confine. Sono in molti a denunciare il fenomeno, sia in Italia che in Ticino, perché rischia di dilagare. Sembra trattarsi spesso di giovani donne reclutate nell’Europa orientale (specialmente in Romania), fatte arrivare in Italia con false promesse e poi fatte «emigrare» in Ticino. All’origine di questa tratta di esseri umani ci sarebbero organizzazioni criminali albanesi.
Basterebbero questi cenni per comprendere quanto sia urgente, anche nel segno dell’amicizia italo-svizzera, che l’Italia riprenda nelle sue mani il proprio destino. Per questo occorre nei suoi dirigenti ma soprattutto nei cittadini un senso della realtà che li induca ad abbandonare definitivamente le contrapposizioni partitico-ideologiche che finora hanno solo generato discordie, odi, mancato sviluppo, e ad imboccare la strada della collaborazione, delle riforme condivise e dell’unità nazionale nel più ampio orizzonte europeo.
Giovanni Longu
Berna, 17.04.2013

10 aprile 2013

La ferrovia del Lötschberg 100 anni dopo


Tra il 1872 (inizio dei lavori della galleria del San Gottardo) e il 1913 (inaugurazione della galleria del Lötschberg) la Svizzera era pervasa da una specie di febbre ferroviaria. La Confederazione, i Cantoni, le Città volevano le proprie ferrovie, a scartamento normale o ridotto, ferrovie a cremagliera, funicolari, tranvie. Le reclamavano il progresso, interessi nazionali e internazionali, i commerci, le comunicazioni, il turismo e persino il prestigio.


La febbre ferroviaria
La prima, grande opera pionieristica, la galleria del San Gottardo, era stata appena inaugurata (dopo dieci anni di lavori massacranti) e già si pensava a costruirne un’altra, quella del Sempione. Prima che i lavori di quest’altra galleria transalpina si concludessero, altre squadre di minatori erano già all’opera per realizzare un altro gioiello dell’ingegneria ferroviaria moderna, la galleria del Lötschberg.
La Svizzera può oggi celebrare con orgoglio queste opere centenarie perché hanno contribuito non poco alla circolazione di merci e di persone e quindi alla diffusione nel Paese e in Europa della ricchezza, del benessere, della cultura, della conoscenza reciproca e alla crescita dello spirito europeo (anche se questo non ha impedito due disastrose guerre). All'epoca, tuttavia, la voglia di nuove ferrovie non era vista da tutti di buon occhio. In effetti la Confederazione non riusciva ad imporre una politica ferroviaria unitaria. Un quotidiano ticinese, Gazzetta Ticinese, giusto un secolo fa denunciava questo «fermento colossale che agita oggi la Svizzera sopra ogni altro sentimento, sopra ogni altra considerazione (…), una tendenza spiccata e quasi aspra, per quanto faccia male il confessarlo: il regionalismo».
Effettivamente, la storia avvincente dell’epopea ferroviaria svizzera è anche la storia dell’affermazione dei Cantoni e delle Città più grandi e potenti. La costruzione delle linee e delle gallerie del San Gottardo, del Sempione e del Lötschberg ne sono esempi lampanti.

Un’affermazione del regionalismo elvetico
Con la costruzione della ferrovia e del tunnel pionieristico del San Gottardo, sembrava finalmente realizzato il sogno dell’attraversamento delle Alpi per consentire il collegamento senza ostacoli del Mediterraneo col Mare del Nord. Non per nulla questo corridoio transalpino d’importanza internazionale venne chiamato la «Via delle Genti». Durò tuttavia pochi decenni la supremazia della ferrovia transalpina del Gottardo. Infatti, non era ancora finita la sua costruzione che Cantoni non toccati direttamente da quella linea rivendicavano altri collegamenti attraverso le Alpi.
Foto ricordo durante i lavori nella galleria del Lötschberg
I Cantoni della Svizzera occidentale ottennero il completamento della linea del Sempione con la costruzione della galleria omonima (1898-1906). Berna, che si sentiva esclusa dai due assi del traffico internazionale, non voleva stare a guardare, ritenendo questa situazione inaccettabile per una ex superpotenza cantonale ma ancora ricca e potente. E fin dal 1881 un esponente della politica cantonale assai influente, l’avvocato Wilhelm Teuscher, si batté per la realizzazione di un collegamento veloce tra Frutigen e la linea internazionale del Sempione attraverso la galleria del Lötschberg. Fino a Frutigen esisteva fin dal 1901 una ferrovia a vapore in partenza da Spiez, già collegata con Berna.
Urgenza dei lavori
La volontà di riuscire nell'impresa era tale che prima ancora che il Gran Consiglio bernese prendesse la decisione definitiva al riguardo (1906), lo stesso avvocato Teuscher aveva elaborato un primo progetto che prevedeva fra l’altro una galleria di circa 14 km sotto il Lötschberg a 1240 m.s.m. Il progetto era poi stato sottoposto al Parlamento federale ai fini di una prima valutazione per la concessione federale, che pervenne nel 1891.
Il progetto era stato successivamente messo a punto dai migliori ingegneri ferroviari del momento e valutato positivamente da esperti internazionali circa la fattibilità del tunnel, previsto inizialmente a un solo binario, salvo decisione diversa del Consiglio federale in corso d’opera. Solo qualcuno aveva suggerito ulteriori indagini, soprattutto in corrispondenza della vallata del fiume Kander.
Per consentire una più approfondita valutazione, le Camere federali avevano prolungato la concessione fino al 1904. Ma per le autorità bernesi non c’era tempo da perdere. Venne costituita subito la Società ferroviaria delle Alpi bernesi Bern-Lötschberg-Simplon (BLS) per la raccolta di capitali e, ottenute tutte le concessioni necessarie, il 15 agosto 1906 venne affidata l’esecuzione dell’opera a un consorzio di imprese francesi. Questo si impegnava a terminare i lavori del tunnel di 13.735 m entro 4 anni e mezzo dall'inizio della perforazione meccanica, ossia nella primavera del 1911. Venne convenuta una cifra forfetaria di 37 milioni di franchi più eventuali 12 milioni se fosse stato ordinato, come avvenne nel 1907, il doppio binario.

Manodopera quasi tutta italiana
La manodopera fu reclutata quasi interamente tra gli italiani, ormai sperimentati, affidabili e a basso costo. Provenivano per il 40% dal Sud Italia, il 30% dall’Italia centrale, il 15% dal Piemonte e il 12% dalla Lombardia. Il restante 3% era costituito da svizzeri. Vennero alloggiati in enormi baraccopoli e fabbricati soprattutto a Goppenstein e a Kandersteg. Poiché i lavori sarebbero durati a lungo, molti operai sposati giunsero sul posto con le famiglie, creando non pochi problemi per gli alloggi, la convivenza, la scolarizzazione dei bambini, i servizi vari.
Il consorzio, responsabile del tracciato e dell’esecuzione dell’opera, avrebbe potuto realizzare i sondaggi suppletivi consigliati da alcuni esperti, ma ciò avrebbe reso più difficile consegnare l’opera finita nei termini contrattuali. Oltretutto la massa dei pareri favorevoli appariva molto rassicurante. Inoltre Berna faceva pressione perché temeva che il flusso dei traffici prendesse altre vie, visto che fin dal 1° giugno 1906 i treni transitavano regolarmente sotto il Sempione. Si procedette dunque subito con i lavori preparatori per poterli ultimare prima dell’arrivo dell’inverno e persino il traforo del Lötschberg fu avviato (15 ottobre 1906) prima ancora che i piani definitivi fossero approvati dal Dipartimento federale delle ferrovie (10 dicembre 1906).
Strette di mano in galleria alla caduta dell'ultimo diaframma (31.3.1911)
L’avanzamento in galleria procedeva più rapidamente che al San Gottardo e al Sempione grazie alle moderne perforatrici ad aria compressa utilizzate, alla qualità della roccia e all'uso della dinamite. Sul proseguimento dei lavori regnava da ogni parte il massimo ottimismo. Certo gli infortuni, anche gravi, erano all'ordine del giorno, ma erano messi in conto, tanto è vero che erano stati predisposti due ospedali, uno a Goppenstein e uno a Kandersteg. Nessuno s’immaginava che la progettazione di quella galleria contenesse un errore fatale che prima o poi si sarebbe manifestato, tragicamente.

La tragedia del 1908
Quel momento si presentò subdolamente il 24 luglio 1908, alle ore 2.30, al km 2,675 dall'ingresso nord (Kandersteg). Secondo la presunzione dei progettisti, in quel punto i minatori avrebbero dovuto incontrare ancora della pietra e non detriti e acqua. Completamente ignari di quel che stava per accadere, i 25 minatori che si apprestavano a far brillare le mine per l’avanzamento, si ritirarono in luogo sicuro (!), come d’abitudine. Invece, subito dopo lo scoppio, un’immensa massa di circa 10 mila metri cubi di acqua, fango e detriti invase violentemente la galleria per oltre un chilometro travolgendo inesorabilmente tutto. Per i 25 minatori, tutti italiani, non ci fu scampo. Il ventre della montagna restituì un solo corpo e pochi resti di altri. Dopo una lunga inchiesta, il tribunale ritenne responsabili dell’accaduto sia la Società che l’impresa.
I lavori nel tunnel furono dapprima interrotti e poi ripresi, dopo una correzione del tracciato (che comportò l’allungamento del tunnel a 14.605,45 m) e alcuni sondaggi preliminari. La tragedia del 24 luglio 1908 aveva gettato la collettività italiana, che forniva il 97 per cento della manodopera, in una profonda costernazione, ma anche la collettività svizzera fu profondamente colpita. I sentimenti erano tuttavia molto divisi perché un numero così alto di vittime in un sol colpo andava al di là di ogni prevedibile rischio.

Festeggiamenti e riconoscimenti agli italiani
Al termine dei lavori si tennero lungo tutta la linea, ma soprattutto a Kandersteg, Briga e Berna grandi festeggiamenti. Il 1° aprile 1913 Kandersteg era imbandierata a festa con bandiere della Svizzera, del Cantone di Berna, della Francia e dell’Italia. Alla memoria dei caduti venne celebrata una messa di suffragio nella cappella italiana. Seguirono i discorsi ufficiali da parte dei vari rappresentanti. «In tutti i discorsi», dicono le cronache, venne reso un doveroso e commosso omaggio alle 25 vittime della sciagura in galleria, ma anche «ai meriti e alle qualità dei lavoratori italiani quali pionieri della tecnica moderna».
Dal 1908, molto opportunamente, nel corso di una cerimonia funebre al cippo commemorativo nel cimitero di Kandersteg, italiani e svizzeri uniti ricordano ogni anno quelle vittime cadute per il progresso. Ed è giusto che la tradizione continui.
Viene tuttavia anche da pensare quanto sia ancora attuale e triste, secondo l’annotazione di un cronista dell’epoca, dover costatare che l'umanità, ancora oggi, non sappia procedere di un passo verso il progresso senza lasciare sul cammino tante vittime. Di questa amara verità, purtroppo, gli italiani immigrati in Svizzera hanno dato finora ampia conferma.
Enrico Celio (1889-1980)
Basterebbe da sola questa costatazione per ricordare quanto sia stata importante e persino determinante per il progresso di questo Paese la componente migratoria italiana. Si pensi che ancora nel 1905, anno in cui venne realizzato il primo censimento delle aziende in Svizzera, oltre la metà (51%) degli 85.866 lavoratori italiani del settore secondario era impiegata nella costruzione delle linee ferroviarie e delle strade (44.011).
Senza gli italiani, dirà molti anni più tardi l’ex presidente della Confederazione Enrico Celio «né la galleria ferroviaria del San Gottardo nel 1872, né quella del Sempione (1905), né i ponti riallaccianti i dossi dei valloni nelle nostre valli, né i diversi manufatti su cui si snodano le nostre strade ferrate, automobilistiche, del piano ed alpine, né i muraglioni atti a raccogliere le nostre acque nei bacini delle montagne, né molte opere edili d’eccezionale o anche di minore consistenza sarebbero state materialmente realizzate senza l’apporto di lavoro e di sacrificio della mano d’opera italiana».
Giovanni Longu
Berna, 10.04.2013

26 marzo 2013

Priorità per l’Italia


Chi ritenesse che i problemi dell’Italia di oggi siano imputabili all’ultimo governo (Monti:2011-2013) o al penultimo (Berlusconi: 2008-2011) o al terz’ultimo (Prodi, 2006-2008) dimostrerebbe di avere per lo meno alcune carenze storiche. Essi sono infatti il risultato di un’accumulazione di criticità le cui origini vanno cercate addirittura nella formazione dello Stato unitario. Basti pensare al divario crescente tra nord e sud e alla ricerca affannosa e forse per questo confusa di un federalismo improbabile perché senza radici culturali e limitato da considerazioni prettamente fiscali. Un altro risultato dell’evoluzione a ostacoli dell’Italia è a mio parere il basso senso dello Stato nei cittadini e nelle istituzioni, che non aiuta certo a risolvere i problemi.

Gli italiani e lo Stato
Tradizionalmente per gli italiani lo Stato è Roma (il governo, la politica, le istituzioni) e alcuni strumenti in particolare, visti soprattutto in termini negativi se non addirittura ostili e oppressivi, come il fisco e la burocrazia. Scarseggia negli italiani il senso di appartenenza a un unico Stato e soprattutto il dovere di una solidarietà generale che incombe su tutti.
Per fare solo un esempio: c’è un articolo della Costituzione che impone a tutti l’obbligo di «concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» (art. 53). Quanti sono gli italiani che interpretano questo obbligo come un dovere di ciascuno, da assolvere in prima persona, e quanti, invece, ritengono che riguardi solo i «ricchi», che sono sempre altri? In Italia, si sa, c’è un’enorme e diffusa evasione fiscale. Ma quanti sono gli italiani che non hanno mai evaso il fisco, almeno in piccola misura, magari con qualche lavoretto in nero, fornendo od ottenendo qualche prestazione senza fattura? Perché gli evasori sono sempre i «grandi evasori» e mai anche i «piccoli evasori»?
Istituzioni e conflitti d’interesse
L’esempio che danno le istituzioni non è certo incoraggiante. Non parlo dei cattivi esempi di singoli rappresentanti istituzionali (ben venga una severa legge anticorruzione!), ma mi riferisco proprio alle istituzioni in quanto tali. Pur proclamandosi sempre espressioni del popolo e al suo servizio, di fatto si sono dimostrate (e purtroppo continuano a dimostrarsi) sempre più come terreno di scontro tra fazioni avverse per la gestione del potere e dei privilegi.
Senato: alleanze difficili
Alcuni partiti vorrebbero finalmente una buona legge sul «conflitto d’interessi» per evitare che nelle istituzioni, soprattutto in quelle politiche, ci possano essere persone che invece d’impegnarsi per il bene comune s’impegnino soprattutto per il bene delle proprie aziende o comunque in difesa dei propri interessi. Ben venga una tale legge. Ma quante leggi o modifiche costituzionali occorrerebbero per evitare i «conflitti d’interesse» ben più dannosi tra le istituzioni, tra Parlamento, Governo e Magistratura e tra i partiti?

Gli impresentabili
Lo scandalo è sotto gli occhi di tutti: di fronte a una crisi devastante che sta mettendo in ginocchio milioni di italiani, c’è ancora chi, in nome di una ambigua morale o di un credo ideologico, dice in Parlamento «con la tua parte politica non voglio avere niente a che fare», «tu non avrai mai la mia fiducia», «siete tutti da rottamare, andatevene via». Ma quali sono le priorità per gli italiani in questo momento? I dati recenti sulla povertà, sulla disoccupazione, sulla chiusura di aziende dovrebbero imporre una chiara inversione di rotta sul modo di concepire la politica in Italia. E invece si continua a litigare come avversari senza scrupoli in lotta per il potere, non per servire meglio il Paese! Chi e quanti sono davvero gli «impresentabili»?

L’uso delle parole da parte dei principali leader politici è sconcertante. Ognuno ritiene se non di aver vinto le elezioni almeno di non averle perse, riconoscendo alla propria parte di essere la maggioranza nel Paese o almeno una delle principali minoranze. E chi ha la maggioranza assoluta in una Camera (in forza di una legge contestatissima persino dal vincitore) e relativa nell'altra sembra non rendersi conto che difficilmente capiterà un’altra occasione per dare davvero segnali di cambiamento al Paese.
Solo un governo di larghe intese (sostenuto da un’ampia maggioranza che può comprendere fino ai due terzi dei parlamentari) e qualche compromesso sopportabile potrà metter mano alle riforme di cui il Paese ha urgente bisogno. Invece di considerare i tradizionali avversari politici come degli appestati da evitare, sarebbe opportuno, in nome di un interesse nazionale e non di parte, congiungere le forze di tutte le persone di buona volontà non per fare qualsiasi cosa, ma almeno per avviare quelle riforme indispensabili al Paese.

Il Movimento 5 Stelle
In questa sommaria analisi resta ancora da interpretare il ruolo che sembra aver assunto il Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che è riuscito a far eleggere in Parlamento un cospicuo numero di deputati e senatori rompendo di fatto in maniera irreparabile il tradizionale bipolarismo tra (centro)destra e (centro)sinistra. Il meno che si possa dire è che il M5S, collocandosi al di fuori di qualunque schieramento, di fatto diventa antagonista del resto del Parlamento. A prescindere dalle buone o cattive ragioni di questa scelta, un semplice calcolo dovrebbe indurre i due tradizionali schieramenti a trovare un’intesa e mettere in minoranza il M5S.
Credo che nella situazione in cui versa l’Italia, lasciare il movimento di Grillo e Casaleggio all’opposizione sarebbe anche una opzione saggia per due ragioni.
I «grillini» potrebbero anzitutto assumere una importante funzione di controllo all’interno delle Camere al fine di garantire la trasparenza dei lavori parlamentari perché, fra l’altro, sono decisi a informare costantemente la «rete», ossia l’opinione pubblica, di quel che avviene nelle segrete stanze della politica. Sono convinto che d’ora in poi saranno sempre più difficili i «giochi» politici, gli «scambi» d’interessi, l’incetta di privilegi e sarà più facile rendere deputati e senatori più vicini (anche in termini salariali e di produttività) al popolo degli elettori.
Inoltre, questa nuova forza politica, indubbiamente molto sensibile alla vox populi (anche se va comunque sempre interpretata), potrebbe dare un forte contributo diretto alle discussioni e alle decisioni al fine di orientarle in senso popolare. Sono per altro convinto che solo in un confronto diretto con gli altri protagonisti della politica sarà possibile anche agli esponenti del M5S mettere a fuoco le loro idee (senza subire le idee o peggio le direttive di altri) e valutare in termini di concretezza, di fattibilità e di utilità certe visioni o aspirazioni del Movimento che in teoria possono essere condivise, ma potrebbero anche non essere realizzabili o compatibili con altri interessi (ad esempio le posizioni sulla TAV o sull'euro).

Grillo e l’Europa
A titolo di esempio desidero citare la posizione di Beppe Grillo sull’euro. Alcuni anni fa spiegava: «l’euro è composto per il 40% dai tedeschi, per il 30% dai francesi e per il 7% dagli italiani. Con un’Inghilterra che è lo zerbino degli Stati Uniti presto scoppierà, anzi è già scoppiata, la guerra sulla lunghezza delle banane e la guerriglia sulle punte dei carciofi. Ne andremo di mezzo tutti. L’euro è solo un mezzo di colonizzazione dei tedeschi ma soprattutto delle transnazionali… L’euro in sé stesso non significa nulla, sarà una pianificazione che, secondo me, porterà conseguenze terribili per tutti noi. Siamo in mezzo alla catastrofe, però con ottimismo».
Beppe Grillo (Movimento 5 Stelle)
E’ possibile che la posizione di Grillo sull'euro in questi ultimi anni sia leggermente mutata, ma non il suo euroscetticismo e il suo auspicio che l’Italia torni alla lira. Credo che questa opinione sia legittima e meriti di essere discussa. Ma sarebbe una scelta sciagurata, soprattutto in questo momento, uscire dall’euro, perché l’Italia oggi può salvarsi solo stando in Europa insieme ai maggiori Paesi e non allontanandosi. Meglio stare al traino della locomotiva tedesca che rischiare da un momento all'altro un terribile naufragio.
E’ ancora presto per dare un giudizio di merito sull'ingresso così massiccio del M5S in Parlamento, ma non si può essere così superficiali da considerarlo come la massima espressione della volontà popolare. Non lo è affatto sia perché la maggioranza dei cittadini non ha votato il M5S e sia perché non è ben chiaro che cosa davvero hanno voluto segnalare gli elettori con questa scelta, a parte il dissenso su un modo inaccettabile di fare politica. Si potrà dare un giudizio più completo e fondato forse tra qualche mese, quando con molta probabilità si dovrà interpellare nuovamente l’elettorato.
In tale occasione i cittadini elettori dovranno anche chiedersi quale sia stato l’apporto concreto dei grillini alla soluzione dei problemi degli italiani. Non è infatti ammissibile che per cambiare un sistema bisogna prima distruggerlo, senza nemmeno tentare di cambiarlo dall'interno, contribuendo ad eliminare i punti critici e sostenendo i punti di forza nell'interesse nazionale.

Interesse nazionale e democrazia
Già, l’interesse nazionale. A sostegno delle proprie tesi Beppe Grillo invoca sempre la «rete», ossia l’opinione pubblica, ma bisognerebbe spiegare agli italiani che cos'è e quali sono i rischi di «cadere nella rete». Essa infatti può essere anche manipolata e non c’è alcuna garanzia assoluta di trasparenza. A Grillo bisognerebbe chiedere chi detiene le chiavi del sistema informatico «beppegrillo.it», chi ha deciso il regolamento di entrata e di uscita (espulsione), con quali criteri di democrazia e di costituzionalità la «rete» decide la linea che tutti i parlamentari sono tenuti a seguire, pena l’espulsione. E poi, può esistere una democrazia solo «virtuale» senza garanzie per il dissenso?
La democrazia diretta, tanto cara (a parole) a Grillo è ben altra cosa, è rispettosa delle opinioni altrui e tutela le minoranze. Inoltre, non va dimenticato che l’accesso a Internet in Italia è ancora molto limitato (poco più del 50% della popolazione vi ha accesso) e comunque la sua comprensione e gestione richiede cautela e formazione. Anche rimediare quanto prima a queste lacune dovrebbe rappresentare una priorità per il prossimo governo.
Giovanni Longu
Berna, 26.03.2013

18 marzo 2013

Papa Francesco continuerà a sorprendere


Come per la rinuncia di papa Benedetto XVI così per l’elezione di papa Francesco, i media ci hanno somministrato una grande varietà di interpretazioni, alcune apparentemente verisimili altre piuttosto fantasiose, tutte impregnate di connotazioni «politiche» (all'italiana), che poco si addicono alla storia del papato degli ultimi secoli. Per tutti, comunque, l’elezione dell’argentino Jorge Mario Bergoglio quale successore di Benedetto XVI è stata una sorpresa, che non è ancora finita.

Apparenza e sostanza
E’ comprensibile che un evento epocale come la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI scateni la curiosità di cattolici e non cattolici nella ricerca di motivazioni plausibili. E’ meno comprensibile che si insista nel voler cercare le ragioni «vere» negli scandali interni alla Chiesa e nei presunti conflitti di potere all'interno della Curia romana, sebbene lo stesso papa abbia fornito le ragioni determinanti di quella scelta, avvenuta «dopo aver esaminato ripetutamente la mia coscienza davanti a Dio» e unicamente nell'interesse della Chiesa. Il che non significa, che su quella decisione non abbiano influito anche altre cause. Del resto è evidente, come hanno osservato ad esempio i vescovi svizzeri, che dopo la rinuncia di Benedetto XVI, «si avvertiva tangibilmente quanto la Chiesa cattolica stia attraversando un periodo movimentato» e che il nuovo papa, vescovo di Roma, dovrà assumere «un ministero estremamente arduo».
Proprio in questa ottica è comprensibile che l’elezione del nuovo Pontefice abbia suscitato persino tra i non cristiani una legittima curiosità di conoscerne la personalità, tanto più che l’eletto non risultava tra i «papabili» della vigilia indicati dai grandi media internazionali. Trovo invece esagerato che si sia cominciato subito a inquadrare il nuovo papa Francesco entro categorie improprie nella storia della Chiesa (come «destra» e «sinistra», «conservatore» e «progressista» e contrapposizioni simili) e a vedere nella scelta fatta dai cardinali elettori la vittoria di uno schieramento su un altro o una sorta di compromesso tra visioni contrastanti di pari forza.
Mi si obietterà che i media hanno principalmente il compito di registrare i fenomeni (ciò che appare) e non di approfondire le loro cause. Sta di fatto che soprattutto nel caso dell’elezione di papa Francesco ne hanno riferito quasi sempre in termini di «apparenza» e di «impressione», non di sostanza. Non voglio dire che necessariamente l’apparenza inganna e l’impressione è sempre soggettiva. Il sorriso o la semplicità evidenziati dal papa Francesco, ad esempio, denotano certamente la fondamentale bontà d’animo del personaggio. Tuttavia, ritengo, in un papa la sostanza va ricercata oltre.

Caratteristiche essenziali
Lo stesso Francesco, del resto, durante la sua prima omelia a braccio nella Capella Sistina, rivolta ai cardinali il giorno successivo alla sua elezione, ha riassunto per così dire l’identikit sostanziale non solo di un vescovo o cardinale, ma dello stesso papa, in tre verbi: camminare, edificare, confessare. Le caratteristiche essenziali del papa consistono nella sua capacità di camminare alla presenza di Dio cercando di vivere in maniera irreprensibile, contribuendo all'edificazione della Chiesa, Sposa di Cristi, e soprattutto testimoniando Gesù Cristo con la sua croce. Tanto è vero che «quando non si confessa Gesù Cristo si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio».
Stemma pontificio di papa Francesco
Alla luce di queste considerazioni si può ben capire perché soprattutto i giorni del conclave ma anche i giorni precedenti siano stati caratterizzati da lunghi momenti di preghiera in cui s’invocava lo Spirito Santo, perché assistesse gli elettori nel difficile compito di dare alla Chiesa come istituzione umana e divina la guida ritenuta migliore per il nostro tempo.
Sotto questo profilo, almeno per i credenti, la scelta del nuovo papa (e mi riferisco in particolare agli ultimi papi) è sempre la scelta giusta perché assistita dallo Spirito Santo. Questo non significa che l’eletto sarà in grado di risolvere tutti i problemi che la Chiesa incontra sul suo cammino. Significa però che, nelle intenzioni degli elettori, il neoeletto rappresenta la persona più idonea a leggere i segni dei tempi e la guida più appropriata per la Chiesa, ossia una comunità di persone in movimento che cammina con l’umanità, di cui fa parte, condividendone i destini e interpretandone le attese e le speranze.

Nel solco della tradizione
Alcuni media, una volta ripresisi dall'effetto sorpresa per un papa non previsto e con caratteristiche assolutamente nuove per provenienza, formazione ed esperienza, si sono affrettati a mettere i famosi puntini sulle i, dicendo ad esempio, ch'egli rappresenta senz'altro una speranza per i diseredati del mondo, un’apertura al mondo, un polso fermo per raddrizzare le deviazioni della Curia romana, ma sostiene anche posizioni «conservatrici» in materia di dottrina, di morale sessuale, di diritti civili per gli omosessuali, ecc.
In questo tipo di considerazioni si dimentica spesso che nessun papa potrà mai far deviare la Chiesa dal solco della tradizione, che affonda le sue radici nel Vangelo, consacrata ormai da oltre duemila anni di storia e consolidata in una serie di dogmi e di interpretazioni autorevoli di padri della Chiesa, teologi e papi. La Chiesa può e deve rinnovarsi, ma non deve adeguarsi in tutto e per tutto alle richieste del mondo. Papa Francesco, nella citata omelia, è stato chiaro: «Io vorrei che tutti abbiamo il coraggio - proprio il coraggio - di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l'unica gloria, Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti».
Mi auguro che man mano che papa Francesco si manifesterà per quel che è, il quadro che lo rappresenta, anche nell’opinione pubblica, chiarisca ulteriormente queste e altre caratteristiche in riferimento ai suoi compiti essenziali come esempio di fede e di preghiera, guida sicura per i fedeli lungo il cammino da seguire tracciato da Cristo, interprete delle aspirazioni dell’umanità alla luce del piano della salvezza voluto da Dio e interprete della misericordia divina nei confronti di ogni essere umano.

Universalità della Chiesa
Vorrei di seguito soffermarmi su alcune caratteristiche di papa Francesco che mi è parso riconoscere fin dalle prime decisioni e dai primi gesti di questo papa che i signori cardinali sono andati a scegliere quasi alla fine del mondo, come ha confessato egli stesso.
Proprio la provenienza di questo papa, l’Argentina, sta ad indicare una delle caratteristiche fondamentali che deve avere qualunque papa, ossia il senso dell’universalità della Chiesa cattolica. Contrariamente a quel che molta stampa ha riferito circa una presunta disputa tra i cardinali sulla provenienza del nuovo papa, se dovesse essere italiano o europeo piuttosto che americano o africano, ritengo che non ci sia stata alcuna disputa, dando per scontato che l’eletto dovesse rappresentare in ogni caso l’universalità della Chiesa. E papa Francesco mi pare che rappresenti molto bene questa caratteristica della Chiesa.

Per una Chiesa povera
Il Paese di provenienza, l’Argentina, l’esperienza personale di sacerdote e vescovo tra la gente soprattutto nei quartieri poveri e la sua formazione da gesuita devono aver affinato in papa Francesco una particolare sensibilità nei confronti dei poveri. Una maggiore povertà della Chiesa è certamente una delle sfide più forti che lo attendono nel nuovo ministero papale. La stampa internazionale ha già definito Francesco «un papa per i poveri», «l’avvocato dei poveri». Sono convinto che lo sarà per davvero e i segnali che ha già dato attraverso l’abito che indossa, il mezzo di trasporto utilizzato, il saldo della fattura dell’albergo, ecc. non lasciano dubbi al riguardo.
Del resto anche il nome che si è dato non lascia dubbi. Francesco è il nome del Poverello di Assisi, molto impegnativo. E’ forse interessante notare che papa Francesco proviene dall'ordine dei Gesuiti, la «Compagnia di Gesù», fondata da S. Ignazio di Loyola nel 1540. Ebbene, questo nobile cavaliere spagnolo, che era un convertito, prima di fondare il nuovo ordine religioso ebbe tra i suoi modelli anche San Francesco d’Assisi. Nell'impeto tipico dei neoconvertiti si chiedeva: «e se facessi anch'io quel che fece San Francesco? San Francesco ha fatto questo: ebbene anch'io devo farlo». Lo farà anche papa Francesco? Perlomeno tenterà di farlo.

La collegialità
S. Ignazio di Loyola
fondatore dell'ordine dei Gesuiti
E’ probabile che papa Francesco abbia ereditato dal suo ordine di provenienza anche un senso profondo della collegialità. Lo stesso nome «Compagnia di Gesù» stava a denotare nel pensiero del suo fondatore e dei suoi primi compagni il legame intenso e profondo che li legava perché non avevano altro capo che Gesù Cristo, al quale soltanto volevano servire. Non solo, nelle intenzioni di Ignazio di Loyola, a unire tutti i membri della Compagnia doveva esserci anche un sentimento sincero di amicizia e di intimità perché solo uniti si sarebbe potuto incidere profondamente nella società.
Credo e spero che papa Francesco sappia ricreare nella Curia romana e nella comunità dei vescovi quello spirito di fraternità, di amicizia e di condivisione che caratterizzò la primitiva comunità degli Apostoli e lo spirito originario della Compagnia di Gesù. Sarà un segnale potentissimo per l’unità della Chiesa continuamente minacciata da divisioni, aspirazioni, ambizioni contrastanti, pur nel rispetto delle legittime diversità delle chiese locali, essendo fondamentale che tutte le membra restino unite al capo che è Cristo. Sarà anche un segnale forte per l’unità dei credenti.
Papa Francesco incarnerà certamente anche altri carismi perché la Chiesa del terzo millennio ha bisogno di molti chiarimenti sulla sua origine e sul suo destino, sul rapporto fede e ragione, sull’organizzazione delle chiese locali, sul ruolo dei laici e specialmente delle donne nella chiesa e nella gerarchia ecclesiastica, su alcuni temi scottanti riguardanti il divorzio, l’aborto, la contraccezione, il matrimonio dei preti, sul matrimonio degli omosessuali, ecc.
Giovanni Longu
Berna 18.3.2013

13 marzo 2013

Donne e uguaglianza: un’utopia?


La giornata dell’8 marzo è tradizionalmente dedicata alle donne, che in tale occasione vengono particolarmente omaggiate, soprattutto nel mondo occidentale. Si parla perciò della «festa della donna». In realtà, le «giornate» di questo tipo dedicate al ricordo o alla riflessione e anche alla festa servono soprattutto a richiamare l’attenzione su problematiche specifiche delle nostre società.
La giornata delle donne ci ha ricordato anche quest’anno, oltre al fenomeno gravissimo del femminicidio e più in generale della violenza sulle donne in ambito domestico, il problema in gran parte ancora irrisolto delle disparità tra uomo e donna. In molte parti del mondo le donne sono vistosamente discriminate. Benché rappresentino la metà del cielo, gran parte del potere in tutti i campi è ancora saldamente nelle mani dell’altra metà. Le donne fanno fatica persino ad essere sé stesse.
Anche nelle nostre società, che chiamiamo evolute, la parità è ancora lontana o addirittura un’utopia. Si pensi alle difficoltà che incontrano le donne per conciliare la vita famigliare e la vita professionale, alla diversa ripartizione dei pesi nella famiglia, agli ostacoli che devono superare le donne per farsi rispettare sul lavoro e per avanzare nella carriera. Molte donne si sentono discriminate anche nell'ambito ecclesiale e invocano maggiore ascolto e attenzione soprattutto da parte della Chiesa cattolica.

Pregiudizi maschilisti
Da che mondo è mondo gli uomini rivendicano la caratteristica della forza e dunque del dominio e del potere. Tutte le volte che si è tentato di minimizzare questa sua prerogativa l’uomo si è ribellato difendendola anche con la violenza. In questo quadro, la donna ha dovuto accettare per millenni un rango inferiore e l’appartenenza al «sesso debole», rispetto a quello «forte» degli uomini. La piena parità di diritti e di doveri tra uomo e donna è ancora di là da venire, in barba a tutte le affermazioni solenni delle istituzioni internazionali e della stessa Chiesa.
Da decenni le società più evolute registrano un lento avvicinamento tra i due sessi nella vita professionale, culturale, sociale, ma ogni anno che passa le statistiche non lasciano dubbi sulla distanza che resta ancora da colmare. Siccome in certi campi, ad esempio quello salariale, la legge è ormai quasi ovunque molto chiara e vincolante, gli uomini di potere spostano la differenza dal salario alla posizione professionale. Basta che la donna abbia una qualche competenza in meno e subito viene penalizzata. La maggiore discriminazione avviene tuttavia già prima, quando si decidono i vertici aziendali. Alle donne è generalmente precluso l’accesso e le poche eccezioni non fanno che confermare la regola.

Situazione in Italia
Non c’è dubbio che in Italia l’avvicinamento tra i due sessi abbia fatto passi da gigante, soprattutto in questi ultimi decenni. Sul piano del diritto, il principio dell’uguaglianza è garantito legalmente. In teoria, dunque, non dovrebbero esistere impedimenti alla piena realizzazione del principio. In pratica, invece, è facile costatare che l’uguaglianza è tanto più disattesa quanto più si sale nella scala gerarchica.
C’è un settore in particolare in cui le donne italiane devono purtroppo ancora lottare duramente per avvicinarsi al livello dei maschi, quello dell’occupazione. L’Italia figura all’80° posto nella classifica mondiale per l’occupazione femminile. Nel Mezzogiorno d’Italia oltre il 50% delle donne non esercita alcuna attività professionale. Una vera emergenza nazionale! E’ auspicabile che tra le priorità del futuro governo (prima o poi bisognerà pur farne uno) l’occupazione femminile, insieme a quella giovanile, abbia un posto di riguardo.
Sulla carta, in nessuna attività professionale è preclusa alle donne la scalata ai vertici. In particolare nelle amministrazioni pubbliche le donne hanno ormai accesso teoricamente a tutti i livelli. In realtà si sa bene quante poche donne siano a capo di aziende o occupino posti dirigenziali di grande responsabilità. Anche ai vertici della pubblica amministrazione le donne scarseggiano e quelle che li raggiungono continuano stranamente (!) a chiamarsi, «ministro» (anche quando si chiama Anna Maria Cancellieri o Elsa Fornero), «direttore generale», «consigliere», «ambasciatore» secondo la vecchia consuetudine di quando ad occupare queste funzioni c’erano praticamente solo uomini. Perché le titolari italiane non pretendono di essere chiamate «ministra», «direttrice», «consigliera», «ambasciatrice», ecc.?
Proprio in queste settimane da più parti si è fatto notare che nel nuovo Parlamento appena eletto le donne hanno fatto un gran balzo in avanti. Effettivamente esse costituiscono il 31% dei deputati e il 30 per cento dei senatori. Si è dunque vicini all'uguaglianza? Certamente no. Se l’obiettivo è la parità, questa è ancora molto lontana. Del resto è sintomatico che a capo delle segreterie dei grandi partiti rappresentati in Parlamento non ci sia nemmeno una donna.
Solo un settore, quello della formazione, vede le donne italiane sopravvanzare gli uomini. Le donne, da qualche decennio, studiano più degli uomini e conseguono più titoli accademici in quasi tutte le discipline. Purtroppo però, al termine degli studi, gli sbocchi professionali per le donne sono meno agevoli che per gli uomini. A livello europeo la percentuale delle donne italiane occupate con una formazione di grado terziario è bassissima.

Situazione in Svizzera
Anche in Svizzera la parità uomo-donna resta un obiettivo non ancora raggiunto, ma anno dopo anno si registra uno sviluppo positivo soprattutto nella vita professionale e nella formazione.
La partecipazione delle donne svizzere alla vita professionale, ha comunicato recentemente l’Ufficio federale di statistica (UST), è su scala internazionale piuttosto elevata: nel 2011 era del 76,7% (uomini: 88,7%). Negli ultimi vent’anni è cresciuta di quasi dieci punti percentuali grazie soprattutto al lavoro a tempo parziale (6 donne occupate su 10 lavorano a tempo parziale).
Il livello di formazione delle donne e degli uomini tende alla parità e, a differenza di quel che avviene in Italia, le donne dopo gli studi sono ben rappresentate anche a livello dirigenziale con circa un terzo di tutti i dirigenti o membri delle direzioni aziendali.
In politica, le donne fanno progressi consistenti ad ogni elezione nazionale. Non va dimenticato che in Svizzera le donne hanno ottenuto il diritto di voto a livello nazionale solo nel 1971. Da allora la partecipazione femminile in tutti gli organi politici elettivi è andata costantemente crescendo. Negli ultimi vent'anni la rappresentanza femminile è raddoppiata. 
Nel 2010 per la prima volta tre donne occupavano simultaneamente le tre più alte funzioni politiche elvetiche (presidente del Consiglio nazionale, presidente del Consiglio degli Stati, presidente della Confederazione). Oggi la proporzione femminile al Consiglio nazionale (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) è del 29,5%. A livello di governo federale, nel biennio 1910/1911 le donne erano in maggioranza e ancora attualmente sono 3 su 7 (42,9%).
Purtroppo anche in Svizzera la violenza sulle donne è un fenomeno diffuso. Nel 1911 sono state registrate 15,4 vittime di violenza domestica ogni 10.000 donne (contro 4,9 vittime ogni 10.000 uomini).
In breve, la strada verso la parità uomo-donna anche in Svizzera è ancora lunga, ma non c’è dubbio che qui ci sono le premesse giuste per percorrerla, ossia una legislazione favorevole, un sistema formativo di prim'ordine, un diffuso senso dell’uguaglianza tra i sessi.

Situazione nella Chiesa
Le problematiche relative alla parità uomo-donna non risparmiano, come noto, anche la Chiesa cattolica. Da tempo all'interno della popolazione cattolica esiste un disagio femminile nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche per una presunta disattenzione alle loro rivendicazioni da parte della gerarchia ecclesiastica, dai preti comuni fino al Papa, passando naturalmente per i vescovi e i cardinali della Curia romana.
Le rivendicazioni sono tante, variano molto da società a società, ma in generale hanno in comune la richiesta di un chiarimento sul ruolo della donna nella Chiesa (tradizionalmente subordinato), l’attuazione integrale del principio di uguaglianza di tutti i battezzati di entrambi i sessi (già riconosciuto nella dottrina ma non nella pratica della Chiesa), la valorizzazione piena della complementarietà del servizio ecclesiale delle donne (si pensi anche solo all'apostolato, all'esercizio della carità, ecc.) fino all'accesso della donna al sacerdozio. In queste settimane alcuni osservatori si sono anche chiesti per quale ragione «dogmatica» tra gli elettori del Papa non ci sia nemmeno una donna, visto che in fondo il successore di Pietro è anche il rappresentante di tutta la Chiesa, di cui le donne costituiscono almeno la metà e sicuramente la parte più attiva.
Le problematiche sono note e i pareri, anche di teologi illuminati, molto discordi. E’ auspicabile che il nuovo Papa, nell'affrontare la crisi che attraversa oggi anche la Chiesa, trovi la forza e l’illuminazione necessarie per avviare a soluzione anche i problemi sollevati da molte donne e molti uomini di buona volontà e mossi dalle migliori intenzioni.
Giovanni Longu
Berna, 13.03.2013

06 marzo 2013

Italia ingovernabile? L’esempio svizzero


Osservatori nazionali e internazionali sembrano non avere dubbi sul rischio d’ingovernabilità dell’Italia. In molta stampa, compresa quella svizzera, il rischio è anzi certezza e c’è chi vede addirittura il Bel Paese sull'orlo del burrone, vicino al precipizio, in procinto di affondare e quanto meno nel caos della confusione totale. In effetti, a voler leggere gli esiti dello scrutinio alla luce dei criteri interpretativi tradizionali, queste elezioni non hanno fornito indicazioni chiare sulla composizione del prossimo governo. Dalle urne non è emersa una maggioranza netta (tranne che nella Camera dei deputati, ma solo grazie a una legge elettorale pasticciata, contestata da ogni parte) per cui è difficilmente immaginabile un governo solido e stabile di tipo tradizionale.

I risultati elettorali, per quanto di difficile interpretazione, hanno comunque fornito, a mio parere, molte indicazioni preziose sulla futura politica italiana. Per cogliere appieno il senso di queste indicazioni bisognerebbe tuttavia modificare la chiave di lettura tradizionale. Finora le elezioni servivano essenzialmente a determinare una maggioranza e una minoranza in funzione della governabilità. Chi vinceva definiva un programma ed esprimeva il futuro governo (inteso essenzialmente come «potere»), chi perdeva era relegato al ruolo dell’opposizione. La campagna elettorale si svolgeva in questa ottica e, soprattutto nella visione bipolare degli ultimi decenni, serviva anche a mettere in luce le diversità (ideologiche più che programmatiche) e persino l’inconciliabilità delle diverse posizioni. L’esito delle ultime elezioni dimostra invece che può esistere un’altra visione e una prospettiva di governo diversa.

L’antipolitica e la sofferenza diffusa
Forse mai come in queste votazioni gli italiani si sono così poco preoccupati della governabilità del Paese (non dando ascolto ai fautori del voto «utile», sia Berlusconi che Bersani). Di fatto essi hanno preferito dare altre indicazioni alla politica e non è vero che non sono chiare.
Un primo segnale è sicuramente quello che comunemente viene chiamato l'antipolitica, ossia il disgusto dell’opinione pubblica nei confronti di una classe politica ritenuta una «casta» usurpatrice di privilegi ingiustificati, talvolta corrotta, e soprattutto incapace di risolvere i problemi del Paese e quindi inutile. Emblematico, in questo senso, il grido istrionico di Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle: «Arrendetevi, siete circondati, siete sconnessi dalla realtà. Chiedete scusa e andatevene». Che non si tratti di un grido isolato, ma interpreti un sentimento molto diffuso nel Paese lo dimostra la valanga di voti che ha raccolto questo Movimento con velleità rivoluzionarie.
Il secondo segnale inviato dagli elettori alla classe politica è la sofferenza diffusa in una fascia sempre più ampia della popolazione, per l’esasperazione delle criticità presenti nel Paese, aggravate anche dalla politica di austerità e di rigore del governo Monti: disoccupazione in aumento, soprattutto quella giovanile, crisi delle piccole e medie imprese, pressione fiscale sempre più pesante, rischio crescente di povertà, ecc.

Governabilità e senso dello Stato
A questo punto il problema della governabilità acquista nell'opinione pubblica un significato assai diverso da come lo s’intendeva finora. Non è tanto importante per gli elettori e quindi per il Paese chi governa e quale maggioranza lo sostiene, ma conta solo che qualunque sia il governo che si appresti a governare sia in grado di favorire l’occupazione, di creare prospettive ai giovani, di operare sgravi fiscali alle famiglie e alle piccole e medie imprese, di diminuire vistosamente i costi della politica, di migliore i servizi ai cittadini, di saper stare in Europa con responsabilità e dignità ma anche esigendo rispetto.
In questo senso credo che gli elettori abbiano parlato chiaro. A chi lamenta che il quadro politico emerso è piuttosto confuso, bisognerebbe rispondere che non sta agli elettori indicare le soluzioni, ma sta agli eletti cogliere le aspettative degli elettori, senza nascondersi nelle difficoltà oggettive delle soluzioni da trovare. Ed è a questo punto che dovrebbe scattare, soprattutto nei vertici dei maggiori partiti rappresentati nel nuovo Parlamento, il senso dello Stato e il senso di responsabilità.

«Concorso» dei partiti
E’ auspicabile che nessuna forza politica si sottragga alle proprie responsabilità. Al riguardo mi sembra utile ricordare che la Costituzione all’articolo 49 dice espressamente che i partiti «concorrono» a determinare la politica nazionale. Nel linguaggio giuridico il modo indicativo (concorrono) indica sovente un obbligo, un dovere. Lo è certamente in questo caso. Del resto, non appartiene né alla lettera né tantomeno allo spirito della Costituzione l’auspicio che a governare sia sempre un partito che detenga la maggioranza assoluta in entrambe le Camere.
Di quale governo ha bisogno il Paese?
Ritengo pertanto che, soprattutto in una situazione di oggettiva difficoltà come quella attuale, tutti i partiti, nessuno escluso, sentano l’obbligo costituzionale e morale di «concorrere» alla governabilità del Paese. Sarebbe anche un’opportunità unica per farsi perdonare le innumerevoli violazioni dello spirito della Costituzione, quando i partiti si comportavano come avversari incompatibili e intenti soprattutto a distruggersi a vicenda. Dichiarare a priori, oggi, l’esclusione o l'autoesclusione di qualche partito dal diritto-dovere di «concorrere» alla presa delle decisioni utili al Paese mi pare francamente un atteggiamento irresponsabile e persino anticostituzionale.

Trovare le soluzioni in Parlamento
Non credo che per superare l’apparente frammentazione si debba auspicare una sorta di «governicchio» giusto il tempo necessario per fare una legge elettorale dignitosa e rispettosa della volontà popolare e poi andare nuovamente alle elezioni.
Il Presidente Giorgio Napolitano
Mi auguro che il Presidente Napolitano abbia la forza e la saggezza di conferire l’incarico di formare il governo solo a una personalità prestigiosa e intenzionata a costituire un governo stabile, in grado di elaborare un programma di governo di massima non dettagliato con l’impegno di discutere in Parlamento per l’approvazione tutte le proposte per la soluzione dei problemi del Paese.
Il voto di fiducia richiesto dalla Costituzione per governare dovrebbe riguardare non tanto le soluzioni che il governo intenderebbe adottare, quanto piuttosto la sua volontà di cercare e trovare insieme in Parlamento le soluzioni più idonee e più condivise. A differenza del governo «tecnico» a guida Monti, che si fondava di fatto su una costrizione morale dei vecchi partiti a concedere la fiducia ogniqualvolta fosse stata richiesta, il prossimo governo dovrebbe essere un vero e proprio «esecutivo» che propone, prepara e mette in esecuzione i provvedimenti approvati «a maggioranza» dal Parlamento.

Soluzione praticabile e vantaggiosa
Questa soluzione, a mio parere praticabile (tanto è vero che in Paesi come la Svizzera, dove manca il voto di fiducia, è praticata), non dovrebbe rappresentare in Italia una specie di rivoluzione, ma la logica conseguenza di fronte alla gravità dei problemi da affrontare e il rischio dell’ingovernabilità.
Oltre tutto corrisponderebbe alla volontà popolare che ha fatto capire chiaramente che la contrapposizione partitica violenta e intransigente dev'essere considerata finita. I partiti conservano la loro ragion d’essere unicamente nello spirito della Costituzione e pertanto unicamente se disposti a «concorrere» democraticamente alla politica nazionale.
A favore di questa possibile soluzione (simile ma non uguale al governo di «larghe intese» detestato soprattutto da Grillo e Bersani) andrebbe anche ricordato che nel Parlamento i partiti non hanno di per sé alcun ruolo e deputati e senatori nelle rispettive Camere si riuniscono in «gruppi parlamentari» e non in «gruppi partitici». I partiti sono associazioni di cittadini che rappresentano interessi politici particolari, ma non hanno alcuna funzione legislativa, se non quella di preparare, selezionare e presentare candidati alle elezioni. La sede propria dei partiti non è il Parlamento ma la società civile.

Parlamentari responsabili
Ad avvalorare la possibilità di una tale soluzione contribuisce anche l’articolo 67 della Costituzione, spesso dimenticato ma fondamentale, che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Ciò significa che i parlamentari, una volta eletti, anche se restano nel partito sotto il cui simbolo sono stati eletti, non hanno alcun obbligo di seguirne eventuali indicazioni di voto. Ma questo Grillo lo sa? Ogni deputato e senatore vota (dovrebbe votare) secondo scienza e coscienza, persino in opposizione ad altri membri dello stesso partito e in disaccordo col capo, che magari dall'esterno pretende di dirigere tutte le operazioni arrogandosi la funzione di «garante». Può persino trasmigrare da un gruppo parlamentare all'altro perché in Parlamento ci sono unicamente eletti dal popolo e non delegati dei partiti.
Mi auguro, per il bene dell’Italia, che questa sorta di miracolo avvenga, almeno per un periodo sufficiente ad apportare fiducia e tranquillità tra gli italiani e tra i partner europei, anche se l’ottimismo nei media mi sembra scarsamente rappresentato. Il ringiovanimento del Parlamento e la forte presenza femminile potrebbero contribuire ulteriormente a creare tra tutti i parlamentari un maggior spirito di collaborazione e una buona dose di fiducia.
Giovanni Longu
Berna, 6.3.2013

27 febbraio 2013

1° marzo 1963: svolta nella politica immigratoria svizzera


L’immigrazione dall’Italia verso la Svizzera, ridotta a poche centinaia di persone l’anno durante la guerra, riprese vigore al termine delle operazioni belliche, per la congiunzione di tre fattori fondamentali: la grave crisi occupazionale italiana, soprattutto al nord, la forte ripresa congiunturale dell’economia svizzera e la politica immigratoria liberale delle autorità federali.

Per far fronte alle crescenti esigenze dell’economia svizzera, venivano reclutati ogni anno in Italia decine di migliaia di lavoratori, praticamente senza restrizioni da parte delle autorità federali. I permessi di lavoro e le autorizzazioni di soggiorno venivano rilasciati con grande facilità. In meno di quindici anni, dal 1946 al 1960, sono espatriati in Svizzera almeno una volta per motivi di lavoro oltre un milione e mezzo di italiani, gran parte dei quali, tuttavia, successivamente rimpatriati (fonte ISTAT). Nello stesso periodo, la popolazione italiana residente è passata da meno di centomila a ben 346.223 persone, senza contare il numero di stagionali, oscillante tra 100 e 200 mila persone l’anno, ininfluenti sulla statistica della popolazione residente.

Fabbisogno crescente di manodopera
A distanza di oltre cinquant'anni, credo che sia difficile per chiunque, anche per gli stessi protagonisti di allora, rendersi conto sia del fabbisogno svizzero di manodopera estera nel dopoguerra fino agli inizi degli anni ’60 e sia dei movimenti in entrata e in uscita dei lavoratori immigrati. Per averne un’idea, bisogna anzitutto ricordare che dalla fine della guerra tutte le industrie svizzere producevano pressoché al massimo delle loro capacità e le prospettive di sviluppo, dopo alcune incertezze iniziali, erano positive.
Per garantire anche in futuro i prodotti sempre più richiesti dalla società dei consumi che si stava profilando, le industrie avevano bisogno sia di grandi quantità di energia e sia di infrastrutture stradali efficienti, in aggiunta a quelle ferroviarie già disponibili, per la distribuzione dei prodotti. Inoltre, la popolazione crescente e sempre più benestante aveva enorme bisogno di nuove infrastrutture residenziali (abitazioni), commerciali (fabbriche, negozi, supermercati, ecc.) e pubbliche (scuole, asili, ospedali, alberghi, chiese, uffici, ecc.).
Per far fronte a tutte queste esigenze, occorreva uno sforzo enorme da parte di enti pubblici e privati, che si tradusse in un gigantesco cantiere che si estendeva praticamente su tutto il territorio nazionale. In pratica si lavorava e si costruiva ovunque. E’ facile comprendere, a questo punto, l’esigenza di una quantità crescente di manodopera, che non poteva essere solo quella locale, ma anche straniera. Soprattutto nei primi decenni del dopoguerra questa proveniva soprattutto dall'Italia.

Italiani soprattutto e dappertutto
In quel periodo vennero costruite imponenti dighe per la creazione di bacini di accumulazione in alta montagna in modo da sfruttare l’acqua della fusione dei ghiacciai e fornire regolarmente l’energia necessaria all'industria e ai trasporti. Era l’epopea delle grandi dighe e delle imponenti centrali idroelettriche. In tutti i grandi cantieri gli italiani erano presenti in gran numero.
Diga di Mauvoisin / Vallese
Una buona parte delle oltre duecento grandi dighe presenti in Svizzera sono state terminate o iniziate negli anni ’50. A titolo di esempio si possono ricordare quelle di Cleuson/Vallese (1946-1951), Salanfe/Vallese (1947-1952), Räterischsboden/Berna (1948-1950), Palagnedra/Ticino (1950-1952), Sambuco/Ticino (1951-1956), Mauvoisin/Vallese (1951-1958), che con i suoi 237 m di altezza, alla sua entrata in funzione, era la diga in cemento più alta del mondo, un record che dovrà cedere pochi anni più tardi alla Grande Dixence/Vallese (1951-1961), la diga più alta del mondo a gravità in cemento (285 metri), Vieux-Emosson/Vallese (1952-1955), Zeuzier/Vallese (1954-1957), Moiry/Vallese (1954-1958), Albigna/Grigioni (1955-1959), Les Toulles/Vallese (1958-1963), Luzzone/Ticino (1958-1963), ecc.
Altri lavoratori italiani erano adibiti alla costruzione di nuove arterie di traffico e al miglioramento di quelle esistenti. Nel 1962 venne inaugurato nella zona di Grauholz, vicino a Berna, il primo tratto della «Nazionale 1» (N1), destinata ad attraversare la Svizzera da Ginevra al Lago di Costanza. Nel 1963 venne terminata la tratta Losanna – Ginevra, giusto in tempo per accogliere i visitatori dell’esposizione nazionale di Losanna. Gli anni Sessanta e Settanta hanno conosciuto una sorta di euforia per la costruzione di strade, autostrade e tunnel (si pensi a quelli sotto il Gran San Bernardo tra la Svizzera e l’Italia, al tunnel del Bernina e soprattutto a quello di ben 17 km sotto il San Gottardo). Dovunque ci sono italiani all’opera.
Moltissimi italiani erano inoltre attivi nell’edilizia residenziale, commerciale, industriale e pubblica. Tutte le grandi città svizzere si rinnovavano e ingrandivano per far fronte alle nuove esigenze di una popolazione in forte crescita, anche in seguito all’immigrazione e al benessere, e costantemente bisognosa di nuove abitazioni.

Reazioni xenofobe
Per avere un’idea dei flussi di lavoratori stagionali che arrivavano in primavera e rientravano all’inizio dell’inverno basti pensare che per alcune settimane transitavano alla frontiera con l’Italia fino a cinque mila stagionali al giorno. Benché l’Italia vivesse in quegli anni (1959-1963) un boom economico mai conosciuto fino ad allora, con tassi d’incremento del prodotto interno lordo eccezionali, nello stesso periodo la Svizzera richiamava ancora decine di migliaia di lavoratori italiani.
Gli italiani costituivano nel 1960 circa il 60% degli stranieri residenti e una percentuale ben più alta conteggiando gli stagionali e i frontalieri. Si calcola che nel 1960 fossero presenti in Svizzera complessivamente circa mezzo milione di italiani.
La Svizzera, tuttavia, non era allora un modello di accoglienza e gli immigrati, soprattutto gli italiani, erano benvenuti solo per il lavoro che svolgevano, praticamente rifiutato o comunque non ambito dagli svizzeri. Già sul finire degli anni ’50 cominciarono a diffondersi soprattutto nella regione di Zurigo, dove era più massiccia la presenza degli italiani immigrati, i movimenti antistranieri, che si diffonderanno negli anni Sessanta e Settanta in tutta la Svizzera soprattutto di lingua tedesca.
Nel 1961 venne fondato a Winterthur il partito «Nationale Aktion gegen die Überfremdung von Volk und Heimat» (Azione nazionale contro l’inforestieramento del popolo e della patria), che produrrà in seguito le più insidiose iniziative popolari antistranieri all’insegna «la Svizzera agli Svizzeri» e «gli stranieri sono troppi». Vi aderivano soprattutto insegnanti di scuola, operai, piccoli impiegati e contadini.
Nel 1963 si costituì a Zurigo il «Movimento indipendente svizzero per il rafforzamento dei diritti del popolo e della democrazia diretta», chiamato abitualmente «Partito anti-italiano». Alcuni svizzeri cercarono di scatenare, tramite volantini e lettere razziste, in maggioranza anonime, l'odio contro gli stranieri e in particolare gli italiani del Sud. Fortunatamente non ebbe molto seguito, ma contribuì a diffondere il veleno antistranieri.

Forti pressioni sul governo
Occorre anche ricordare, per completare il quadro ambientale di quel periodo, che fin dalla metà degli anni ‘50 il sindacato svizzero chiedeva alle autorità federali di porre un freno all’immigrazione perché, così riteneva, minacciava una contrazione dei salari a danno dei lavoratori (svizzeri) e un aggravamento della penuria degli alloggi. In realtà i sindacati svizzeri erano anche preoccupati della perdita di iscritti. Infatti, con l’arrivo degli stranieri per occupare i posti meno retribuiti della produzione, molti svizzeri abbandonavano le attività di produzione per diventare impiegati e uscire così dal sindacato operaio.
Nel 1963 si stava discutendo il nuovo accordo italo-svizzero di emigrazione in sostituzione di quello superato del 1948. In esso si prevedevano alcuni miglioramenti per i lavoratori italiani, che agli occhi dei movimenti xenofobi sembravano così eccessivi da minacciare, in caso di ratifica dell’accordo, una marcia su Berna.
Di fronte alle pressioni provenienti da ogni parte, esclusa ovviamente quella interessata dell’economia, il Consiglio federale decise di intervenire. Fino ad allora aveva adottato una politica d’immigrazione molto liberale, atta a soddisfare in primo luogo le necessità dell'economia. Ora si trattava di raffreddare il clima che rischiava di arroventarsi, venendo incontro alle richieste sindacali e della maggioranza dei partiti svizzeri e imporre misure volte a diminuire la dipendenza dell’economia dalla manodopera estera, ridurre gradualmente la percentuale di stranieri in Svizzera, frenare le tendenze inflazionistiche (aumento della domanda di alloggi e di beni di consumo e quindi dei prezzi), ma anche dare un segnale di risposta ai movimenti xenofobi, che cominciavano a creare malcontento nel Paese.

La svolta: il contingentamento
Così, il 1° marzo 1963, il Consiglio federale introdusse per la prima volta il «contingentamento» della manodopera estera, per limitare l’immigrazione incontrollata, che cresceva ad un ritmo fino all’11% annuo. Con un’ordinanza venne determinato il numero massimo autorizzato di stranieri per azienda. In questo modo intendeva anche venire incontro alle richieste sindacali e della maggioranza dei partiti svizzeri.
La misura non si rivelerà molto efficace, ma segnò una svolta nella politica federale d’immigrazione, determinando un intervento dello Stato sempre più diretto in materia. Decretò, di fatto, la fine di un lungo periodo d’immigrazione orientata quasi esclusivamente a soddisfare le esigenze dell’economia elvetica. Purtroppo non segnò allo stesso tempo l’avvio di una nuova politica orientata all'integrazione. Per questa si dovrà attendere ancora quasi un decennio.
Giovanni Longu
Berna, 27.02.2013