23 ottobre 2024

35. L’Europa di Benedetto XVI (1a parte)

Un altro papa che si è speso molto per l’Europa e la riscoperta delle sue radici cristiane è stato il successore di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI. Il cardinale Josef Ratzinger, già assumendo il nome Benedetto intendeva affermare la continuità storica non solo del Papato, riprendendo il nome di un suo illustre predecessore, Benedetto XV (1854-1922), ma anche del Cristianesimo europeo (diffusosi soprattutto grazie al movimento monastico avviato da San Benedetto da Norcia. Mentre gli ultimi grandi papi erano interessati, riguardo all'Europa, soprattutto al dialogo interreligioso (specialmente con i «nostri fratelli cristiani»), Benedetto XVI aggiunse una particolarità legata al suo carisma di acuto teologo e attento osservatore della società contemporanea: l’analisi accurata e profonda dei mali che affliggono il continente (e il mondo) e delle possibilità di sanarli.

Benedetto XVI e Benedetto XV

Del papa Ratzinger i media internazionali sottolineavano, nei primi anni del suo pontificato, soprattutto l’origine tedesca associandola secondo un diffuso luogo comune a un presunto carattere freddo, quasi prussiano (benché fosse bavarese) e a un altrettanto presunto complesso di superiorità. Si sbagliavano e si accorsero presto del carattere mite e aperto di Benedetto XVI e cominciarono ad apprezzarne il metodo di lavoro, la finezza del ragionamento, l’ottima conoscenza della Bibbia e della Tradizione, la capacità di ascolto, la chiarezza della comunicazione verbale. Non subito, tuttavia, si accorsero del suo grande amore per l’Europa che rischiava, secondo lui, ma in linea col suo immediato predecessore, di perdere le sue radici cristiane, lasciandosi trascinare da una forma di «neo-paganesimo», dal relativismo, dal materialismo, dal dominio dell’avere sull'essere.

Eppure avrebbe dovuto far riflettere già la scelta del nome Benedetto, perché l’ultimo papa con quel nome, Benedetto XV, si era prodigato con grande coraggio per evitare il dramma della prima guerra mondiale, poi per fermare quella «inutile strage» e infine per garantire a tutti i popoli europei coinvolti una «pace giusta». Non vi era riuscito, ma per Joseph Ratzinger quei fallimenti non costituivano un problema, ma uno stimolo per proseguire gli sforzi nella stessa direzione, come confermerà qualche anno dopo: «sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli».

Benedetto XVI e Benedetto da Norcia

Altra fonte d’ispirazione per chiamarsi Benedetto gli proveniva dalla «vicinanza» ideale a san Benedetto di Norcia (480-546), il patriarca del monachesimo occidentale, che ebbe un’importanza straordinaria nella diffusione del cristianesimo nel continente europeo (cfr. L’ECO del 24.01.2044: Il monachesimo medievale e la nascita dell’Europa).

Del resto, appena poche ore prima della morte di Giovanni Paolo II, racconta un suo biografo, avendo ricevuto a Subiaco il «Premio San Benedetto», aveva ribadito l’impegno della Chiesa e uo per l’Europa: «Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia, che in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce. Ritornò e fondò Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo. Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli».

Anche Benedetto XVI era fortemente preoccupato del futuro dell’Europa, perché rischiava di dimenticarsi (e di perdere) le «irrinunciabili radici cristiane della cultura e della civiltà europea».

In continuità con Giovanni Paolo II

Su questo punto Benedetto XVI si sentiva in continuità con un altro predecessore autorevole, Giovanni Paolo II, col quale aveva condiviso in larga misura preoccupazioni, analisi e soluzioni possibili anche riguardo al futuro dell’Europa. Dopo il crollo dei regimi totalitari dell’Europa orientale e la fine dei «blocchi contrapposti» (1989-1991), Giovanni Paolo II aveva auspicato un ripensamento globale dello sviluppo dell’intera Europa. Non ci fu, anzi, negli ultimi anni della sua vita, dovette costatare suo malgrado un peggioramento della situazione. 

Divenutone per volontà del Conclave suo successore, Benedetto XVI sentì come suo compito continuarne l’opera nella convinzione che un’Europa «cristiana» fosse ancora possibile, ma a una condizione: che in Europa ci fossero uomini toccati da Dio come San Benedetto che facessero avanzare la nuova evangelizzazione più che con le parole con la preghiera e la testimonianza.

Purtroppo, come si vedrà meglio nei prossimi articoli, anche Benedetto XVI dovette rendersi conto che l’Europa non stava più ad ascoltare i Papi, la secolarizzazione delle società europee aumentava, il relativismo cresceva …. Mai tuttavia Benedetto XVI perse la speranza perché, come vuole la Regola benedettina, «Nulla si anteponga all'opera di Dio» (Operi Dei nihil praeponatur). (Segue)

Giovanni Longu

Berna, 23.10.2024 

16 ottobre 2024

34. L’Europa di Giovanni Paolo II (4a parte)

Giovanni Paolo II accolse di buon grado i risultati della Conferenza di Helsinki (1973-1975) perché contenevano l’impegno dei Paesi firmatari (Unione Sovietica compresa) a rispettare «i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo, per tutti senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione».  Inoltre, s’impegnavano a promuovere e incoraggiare «l’esercizio effettivo delle libertà e dei diritti civili, politici, economici, sociali, culturali ed altri che derivano tutti dalla dignità inerente alla persona umana e sono essenziali al suo libero e pieno sviluppo». Quanto bastava, per Giovanni Paolo II, per poter proseguire la «politica del dialogo» dei suoi predecessori, ma anche per andare oltre, se gli fosse stato possibile e se soprattutto gli europei lo avessero seguito, come sperava.

Diritti fondamentali

Medaglia del 2004 per ricordare le radici cristiane dell'Europa.
Il riconoscimento dei diritti fondamentali degli individui e dei popoli rappresentava per Giovanni Paolo II un ottimo punto di partenza perché sanciva ai suoi occhi la centralità dell’uomo in ogni attività politica, economica, sociale e culturale, a livello nazionale e internazionale. Lo affermò chiaramente fin dalla sua prima enciclica «Redemptor hominis» del 4 marzo 1979, ricordando lo sforzo compiuto per dare vita all'Organizzazione delle Nazioni Unite, «uno sforzo che tende a definire e stabilire gli oggettivi ed inviolabili diritti dell'uomo, obbligandosi reciprocamente gli Stati-membri ad una rigorosa osservanza di essi», anche a garanzia della pace.

Ribadì questo concetto nel discorso tenuto all'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 ottobre 1979, affermando che «tutta l’attività politica, nazionale e internazionale […] viene dall'uomo, si esercita mediante l’uomo ed è per l’uomo» e costituisce «l’adesione, piena di sollecitudine e responsabilità, ai problemi ed ai compiti essenziali della sua esistenza terrena, nella sua dimensione e portata sociale, dalla quale contemporaneamente dipende anche il bene di ciascuna persona».

Nei rapporti tra Stato e Chiesa, Giovanni Paolo II, ispirandosi al precetto evangelico («Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, Mt 22, 21), sottolineò più volte l’autonomia delle due sfere d’azione, per cui in materia civile la Chiesa non deve proporre opzioni «tecniche» che sono di competenza dello Stato, ma lo Stato «deve rispettare la missione specifica della Chiesa nella diffusione del Vangelo e nella formazione delle coscienze. Chiesa e Stato, tuttavia, in quanto a servizio delle stesse persone hanno l’obbligo morale del dialogo e della mutua collaborazione.

«Europa, ritrova te stessa!»

Nella visione dell’Europa di Giovanni Paolo II c’è sempre meno spazio per anatemi, concordati e rivendicazioni, ma una gran voglia di dialogo interreligioso (soprattutto tra cattolici e ortodossi per ricomporre la frattura che divise la cristianità nel 1054) e un’insistenza senza remore sui principi sottoscritti dagli Stati all'ONU e a Helsinki. C’è anche la visione di una «grande Europa» che si estende dall'Atlantico agli Urali, che dovrebbe riuscire a superare la divisione inaccettabile seguita alla seconda guerra mondiale.

Giovanni Paolo II si aspettava probabilmente un grande sostegno delle popolazioni europee alla sua visione dell’Europa, ma nonostante i viaggi trionfali in molte capitali, la situazione sembrava bloccata. Solo nella sua terra d’origine, la Polonia, qualcosa si muoveva anche grazie al sindacato Solidarnosc, ma nel resto d’Europa i suoi richiami sembravano inascoltati.

PapaWojtyła voleva il dialogo anche con l'URSS. L'incontro con M. Gorbachev 
in Vaticano nel 1989 fu molto importante per la Chiesa, l'URSS e il mondo.
Nel resto d’Europa non si registrava alcun movimento in direzione dell’unità e autonomia politica dell’Europa anche perché i due blocchi sembravano insensibili e intransigenti. Non si registrava alcuna voglia di recuperare le radici cristiane, perché una sorta di apatia religiosa si era diffusa ovunque in Europa anche nei Paesi cosiddetti «cattolici». Anche in essi, infatti, erano ormai diffusi materialismo, relativismo e secolarizzazione. 

Eppure la voce del papa venuto da un Paese lontano non si attenuava e come la goccia che scava la roccia agiva, lentamente, ma agiva, tanto da far tremare alcuni palazzi, compreso il Cremlino. Verrebbe persino da chiedersi se con Giovanni Paolo II sarebbe stata possibile una così evidente violazione degli obblighi della Carta delle Nazioni Unite, dell’Atto Finale di Helsinki, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) nelle regioni orientali dell’Ucraina.

Che fine ha fatto il grido del papa lanciato dal santuario di Compostela (1982): «Europa: ritrova te stessa, sii te stessa!»). Giovanni Paolo II era un visionario ma non un illuso. Era soprattutto un sincero cristiano, convinto che la sua visione corrispondesse al disegno di Dio sull'uomo e sulla società, che prima o poi avrebbe finito per trionfare. Sapeva anche che altri dopo di lui avrebbero proseguito la sua azione. Persino nel periodo più doloroso della sua vita seppe conservare l’ottimismo che lo aveva sempre animato, anche riguardo all'Europa.

Giovanni Longu
Berna 16.10.2024

09 ottobre 2024

33. L’Europa dei Papi: Giovanni Paolo II (3a parte)

I risultati della Conferenza di Helsinki (1973-1975), ai quali la Santa Sede aveva contribuito significativamente con interventi mirati di Mons. Agostino Casaroli, saranno bene accolti da Karol Wojtyła (papa dal 1978), perché rappresentavano secondo lui un buon punto di partenza per sviluppare la «politica del dialogo» avviata dai suoi predecessori con i Paesi dell’Est e con l’Unione Sovietica, anch'essi firmatari degli Accordi. Egli riteneva che non sarebbe stato difficile trovare un’intesa sui principi sottoscritti a Helsinki, legando insieme i diritti degli Stati e i diritti delle persone, anche se la loro applicazione avrebbe potuto incontrare resistenze persino nel mondo cattolico (perché alcuni prelati si opponevano a ogni forma di dialogo con i marxisti). Giovanni Paolo II era invece convinto che quella fosse la strada giusta da percorrere per il bene della Chiesa e anche dell’Europa. E la percorse, fino all'ultimo.

La Conferenza di Helsinki

Giovanni Paolo II e il card. Agostino Casaroli, appena nominato
Segretario di Stato e corresponsabile della Ostpolitik del Vaticano.
La Conferenza di Helsinki fu organizzata quasi trent'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale con l’obiettivo di dare sicurezza e garanzie di sviluppo comune all'Europa, allora divisa e ostacolata dalla logica dei blocchi contrapposti. In quanto polacco, Giovanni Paolo II percepiva anche il peso dello schiacciamento e del controllo sovietico, che impediva ai Paesi dell’Europa orientale di evolversi liberamente come quelli della parte occidentale.

Inoltre, osservava con forte preoccupazione, soprattutto all'est, la corsa agli armamenti. Infatti l’Unione Sovietica, sentendosi minacciata dal dinamismo dell’alleanza militare occidentale, la NATO (costituitasi nel 1949 per arginare l’espansionismo sovietico), nel 1955 aveva creato anch'essa un’alleanza militare, il «Patto di Varsavia», sottraendo risorse preziose allo sviluppo. E’ vero che il risultato fu un lungo periodo di distensione, ma contribuì anche ad accrescere lo squilibrio tra i Paesi dell’Est e i Paesi dell’Ovest e i rischi di un’altra guerra sconvolgente in Europa.

Per evitare che la profonda spaccatura tra Est e Ovest potesse degenerare e per gettare le basi di uno sviluppo a beneficio dell’intero continente, nel 1973 fu convocata a Helsinki una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa a cui parteciparono 35 Stati. Forse nella speranza di una posizione equilibratrice moderata, fu invitata dal governo finlandese a parteciparvi (su richiesta dei Paesi del blocco orientale) anche la Santa Sede (Vaticano).

Il risultato, noto come Atto Finale di Helsinki (1975), non poteva essere che un compromesso a cui tutti gli Stati partecipanti aderirono, forse sapendo che gli impegni reali erano minimi e le possibilità di ovviarli tante. Giovanni Paolo II, che sarebbe stato eletto papa tre anni dopo, avrebbe probabilmente preferito maggiore chiarezza e impegno, ma riteneva che i pur vaghi impegni presi gli avrebbero comunque consentito di sviluppare la sua «politica» europea. Bastava trovare una relazione stringente tra i diritti degli Stati (benvisti da tutti i firmatari) e i diritti umani (inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione), auspicati soprattutto da alcuni e in particolare dalla Santa Sede.

Diritti degli Stati e «diritti umani»

Agli Stati firmatari dell’Atto Finale interessava soprattutto la «Dichiarazione sui principi che reggono le relazioni fra gli Stati partecipanti» (rispetto della sovranità, inviolabilità delle frontiere, non ricorso alla minaccia dell’uso della forza, composizione pacifica delle controversie, non ingerenza negli affari interni, rafforzamento della sicurezza promuovendo la distensione e il disarmo, cooperazione fra gli Stati nei campi dell’economia, della scienza, della tecnica e dell’ambiente, ecc.). Alla Santa Sede interessava soprattutto il «rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo», ma interessavano anche le questioni delle minoranze nazionali ritenute in grado di fornire un contributo alla cooperazione tra gli Stati sul cui territorio esse esistono.

Giovanni Paolo II, a cui stavano particolarmente a cuore i diritti umani e in particolare le libertà religiose, cercò in diverse occasioni di legare strettamente insieme i diritti degli Stati (esclusi quelli totalitari!) e i diritti umani della tradizione cristiana, stabilendo tra loro una relazione inscindibile. Del resto, per lui (e obiettivamente), la Chiesa non è mai stata estranea a questi rapporti, perché «il Cristianesimo è stato nel nostro Continente un fattore primario di unità tra i popoli e le culture e di promozione integrale dell'uomo e dei suoi diritti», «la storia del Continente europeo è contraddistinta dall'influsso vivificante del Vangelo» e «la modernità europea stessa che ha dato al mondo l'ideale democratico e i diritti umani attinge i propri valori dalla sua eredità cristiana».

Per questo Giovanni Paolo II, durante il suo pontificato, ha insistito tanto sul riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa, non solo come rimedio a un diffuso «smarrimento della memoria» di una verità storica, ma anche come una speranza rigeneratrice. (Segue)

Giovanni Longu

Berna, 09.10.2024 

02 ottobre 2024

32. L’Europa dei Papi: Giovanni Paolo II (2a parte)

Sulla conoscenza delle problematiche europee Giovanni Paolo II ha avuto, rispetto ai predecessori, un vantaggio enorme. Infatti, provenendo da un Paese del blocco orientale, la Polonia, che ha sempre avuto forti legami con l’Occidente e in particolare con la Chiesa cattolica (i polacchi sono tradizionalmente cattolici romani), poteva dire di conoscere bene l’intera Europa. Ne conosceva certamente le forti disparità economiche, sociali e culturali, ma anche le aspirazioni della parte orientale. A differenza dei predecessori, interessati soprattutto al rispetto delle libertà religiose dei cattolici spesso pregiudicate dai regimi comunisti, Giovanni Paolo II era interessato anche allo sviluppo pacifico e solidale di tutti gli europei non solo in campo religioso ma anche politico, sociale, economico, sindacale e culturale.

Nel solco della tradizione…

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, due grandi papi per la pace.
Del papa Karol Wojtyła (1920-2005) si è parlato, in varie narrazioni riguardanti il crollo dell’Unione Sovietica e i cambiamenti epocali avvenuti in Polonia e in Europa nel corso del XX secolo, come di un taumaturgo in grado di compiere miracoli, dimenticando la lunga preparazione compiuta dai predecessori. E’ vero che, grazie alla sua sensibilità, formazione ed esperienza personale di polacco e poi di vescovo di Cracovia e di uomo di cultura ha sempre avuto una visione molto ampia dell’Europa (e del mondo) e una fede inscalfibile che l’intero continente potesse evolvere secondo principi libertari e solidaristici, ma è stato anche un protagonista del suo tempo inserito nel solco della tradizione consolidata della Chiesa costantemente aperta al dialogo con le altre religioni e specialmente con l’ortodossia orientale.

Giovanni Paolo II, ha certamente seminato molto, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, ma ha raccolto anche molti frutti del lavoro dei predecessori, che non si erano rassegnati a vedere un’Europa divisa e incapace di svilupparsi con le proprie forze. Non va dimenticato che anche i papi che lo precedettero hanno avuto una visione unitaria dell’Europa e si adoperarono in vari modi per favorire ogni possibile forma di dialogo con i Paesi dell’est e sostenere le giuste aspirazioni dei popoli verso una maggiore libertà e prosperità.

… seguendo i grandi seminatori

Per comprendere meglio l’azione di Giovanni Paolo II in favore di un’Europa libera e cristiana, mi sembra giusto ricordare sia pure sommariamente il contesto in cui si è svolta e alcuni interventi significativi degli ultimi papi che lo precedettero stabilendo una continuità sostanziale dell’interesse della Chiesa agli sviluppi globali dell’Europa.

Già Benedetto XV, considerando la prima guerra mondiale una «inutile strage», auspicava per l’Europa trattative di pace rispettose delle aspirazioni dei popoli a una convivenza pacifica. Fu anche uno dei primi pontefici a sollevare seri dubbi sul concetto di «guerra giusta», ritenendo la guerra non conforme al Vangelo e inadeguata a stabilire il giusto e cristiano ordine della vita collettiva.

Pio XI credeva e sperava nella «conversione della Russia», soprattutto dopo aver raggiunto un accordo che consentiva a inviati della Santa Sede di dedicarsi «al miglioramento delle condizioni del popolo attraverso la distribuzione di viveri agli affamati». Grazie al suo interessamento si era potuto organizzare una Conferenza economica internazionale a Genova (maggio 1922) con la partecipazione dell’Unione Sovietica. La sua aspirazione era però di poter intrattenere con la Russia sovietica «relazioni normali nell'interesse di tutta l’Europa».

Nel 1962, l'intervento di Giovanni XXIII su Kennedy
e Krusciov fermò la minaccia di un conflitto nucleare.
Pio XII, nonostante la sua pregiudiziale anticomunista, cercò in molti modi di tenere aperti i contatti con i sovietici, anche perché era convinto che le radici cristiane dell’Unione Sovietica prima o poi avrebbero rivitalizzato il tessuto sociale di quel Paese. Nel 1952, consacrò la Russia al cuore immacolato di Maria «nella sicura fiducia che col potentissimo patrocinio di Maria vergine quanto prima si avverino felicemente i voti […] per una vera pace, per una fraterna concordia e per la dovuta libertà a tutti e in primo luogo alla chiesa».

Giovanni XXIII, intervenendo nella delicata questione dei missili sovietici a Cuba, si era meritato la riconoscenza sia di Kennedy che di Krusciov. Anch'egli auspicava la completa riconciliazione dei popoli europei e la conservazione dei valori cristiani.

Paolo VI si era spinto oltre, praticando (specialmente attraverso monsignor Casaroli della Segreteria di Stato vaticana) una sorta di Ostpolitik, che mirava a stabilire buone relazioni con tutti i Paesi orientali (in particolare Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e Russia), quale condizione per uno sviluppo comune dell’Europa, rispettoso delle libertà fondamentali.

Nel frattempo anche la Germania di Willy Brandt aveva adottato una politica di distensione e di collaborazione con la Polonia e l’Unione Sovietica, favorendo la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (1973-1975) e gli Accordi di Helsinki. Il Vaticano vi svolse un ruolo importante che Giovanni Paolo II ha proseguito. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 02.10.2024

18 settembre 2024

31. L’Europa dei Papi: Giovanni Paolo II (1a parte)

«Nei suoi 26 anni e mezzo di pontificato, Giovanni Paolo II si è manifestato profondamente europeo, non soltanto perché, tra i Papi del Novecento, è quello che ha il più vasto insegnamento sul Continente europeo, ma anche per il suo interesse specifico per l’Europa; un interesse che era già presente in lui come sacerdote, uomo di cultura e arcivescovo di Cracovia e che con l’ascesa al Soglio Pontificio raggiunse il suo vertice». Lo affermava il cardinale Giovanni Battista Re nel 2011. Potrebbe sembrare un giudizio di parte, ma è condivisibile da chiunque conosca anche solo sommariamente la vita e i discorsi del Papa Wojtyła. Non è tuttavia pensabile di tracciare in poche righe il suo orizzonte europeo umano, culturale e religioso, per cui se ne parlerà anche nei prossimi articoli.

Wojtyła, papa «europeo»

Papa Giovanni Paolo II
Tutti i papi hanno avuto una visione universalistica del cristianesimo e della Chiesa, ma nessuno, tra quelli del Novecento, ha avuto una visione altrettanto chiara dell’Europa come Giovanni Paolo II (1920-2005). Già la sua origine polacca (la Polonia è stata per secoli un Paese conteso da tutte le grandi potenze europee), il suo cognome slavo (Wojtyła), il suo nome (Karol, che richiama facilmente i numerosi Carlo della storia europea), la sua famiglia (suo padre era stato ufficiale dell'esercito asburgico), la sua formazione durante l’occupazione nazista e comunista, ecc. non lasciano dubbi sulla sua collocazione etnico-culturale europea.

Divenuto papa nel 1978 volle assumere lo stesso nome del predecessore come se volesse continuarne il magistero dottrinale e spirituale, già tracciato dai due grandi papi del Concilio Vaticano II Giovanni XXIII e Paolo VI. Forse più di questi si è sentito investito della missione di trasferire nel mondo moderno lo spirito del Concilio. E poiché il mondo per un papa polacco, che aveva conosciuto le tragedie della seconda guerra mondiale e gli obbrobri del nazismo e del comunismo, era soprattutto l’Europa, purtroppo ancora fragile e divisa, ad essa in particolare ha dedicato attenzione, richiami e consigli.

L’Europa auspicata da Giovanni Paolo II non era tuttavia quella che si stava affermando in piena «guerra fredda», divisa in due aree contrapposte, ma l’Europa unita dall'Atlantico agli Urali, che aveva come santi patroni Cirillo, Metodio e Benedetto, i quali avevano contribuito in modo determinante a far sì che «l’Europa potesse respirare con due polmoni: quello dell’Occidente e quello dell’Oriente». Pertanto, sosteneva il papa nel 2004, «come è impossibile pensare alla civiltà europea senza l’opera e l’eredità benedettina, così non si può prescindere dall'azione evangelizzatrice e sociale dei due santi Fratelli di Salonicco». Per questa Europa cristiana e per questa civiltà europea Giovanni Paolo II si è prodigato durante tutta la sua vita.

Non è dato sapere quanto il papa polacco abbia contribuito ad avviare il processo di riunificazione e di rivitalizzazione dell’Europa, ma è stato certamente importante. Basti pensare al suo impegno per la pace e contro la guerra, ai richiami frequenti alla solidarietà, alle condanne del totalitarismo e del capitalismo sfrenato, al suo sostegno al sindacato polacco «Solidarność», alla sua apertura al Cremlino e al suo contributo, indiretto ma reale, alla caduta del muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Già queste indicazioni sono sufficienti a fare di Giovanni Paolo II un gigante della recente storia europea.

«Principi non negoziabili»

Il papa Giovanni Paolo II non ha fatto un elenco di «principi non negoziabili», ma li ha evidenziati in numerosi discorsi. Per comprendere meglio il suo atteggiamento verso l’Europa di cui si tratterà nei prossimi articoli, tra questi principi si possono qui ricordare: la sacralità della vita, il rispetto della dignità della persona umana, le libertà e i diritti fondamentali degli individui e dei popoli, la solidarietà sociale e internazionale per garantire la pace, superare la supremazia dell’avere sull'essere e il contrasto drammatico tra opulenza (di gruppi sociali eccessivamente ricchi) e le masse dei poveri, privi del necessario nutrimento, di possibilità di lavoro, di istruzione e di cure adeguate, l’incompatibilità tra la produzione delle armi e la lotta alla fame, alle malattie, al sottosviluppo e all'analfabetismo.

Alla luce di questi principi sarà più facile comprendere l’impegno di Giovanni Paolo II per l’unità dell’Europa, il suo invito a non aver paura («Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, non abbiate paura!»), i suoi richiami a un «umanesimo vero», l’invito a ricercare le «radici cristiane delle nazioni europee» (non per vantare nobili origini ma «per offrire una indicazione alla vita di ogni singolo cittadino, e dare un significato complessivo e direzionale alla storia che stiamo vivendo, talvolta con allarmante angoscia»). (Segue)

Giovanni Longu
Berna 18.09.2024

11 settembre 2024

30. L’Europa dei Papi: Giovanni Paolo I

Per segnalare che intendeva continuare il cammino di rinnovamento della Chiesa tracciato da Giovanni XXIII e proseguito da Paolo VI, il successore di quest’ultimo, il cardinale Albino Luciani, prese il nome di entrambi: Giovanni Paolo I. Morto dopo soli 33 giorni di pontificato, non ebbe il tempo di incidere profondamente sul cambiamento che il Concilio aveva prescritto alla Chiesa. Ciononostante è ancora presente nella memoria di molti cristiani come il «Papa del sorriso» e, dal 2022, come «Beato Giovanni Paolo I». Il suo pensiero sull'Europa resta incompiuto, ma chiaro e merita di essere richiamato in questa serie di articoli volta a evidenziare le radici cristiane del continente.

Per un’Europa «cristiana»

Giovanni Paolo I, «papa del sorriso»
Albino Luciani (1912-1978) divenne papa nel 1978 quando era patriarca di Venezia da otto anni, un periodo abbastanza lungo per consentirgli di capire quello spirito aperto al mondo che si può respirare in una città simbolo di mediazione tra Occidente e Oriente. L’Europa auspicata da papa Giovanni Paolo I era un continente che prescindeva dai blocchi creatisi nel dopoguerra e che andava dall'Atlantico agli Urali. Era anche l’Europa dei suoi predecessori di cui aveva ripreso il nome e che volevano l’apertura della Chiesa al mondo e il dialogo tra tutte le comunità cristiane e soprattutto con le Chiese orientali. «Vogliamo continuare l’impegno ecumenico... con attenzione a tutto ciò che può favorire l’unione» aveva dichiarato nel suo primo messaggio Urbi et orbi del 27 agosto 1978.

Giovanni Paolo I, come i predecessori, non aveva dubbi che la nuova Europa avesse un’«anima cristiana» perché «cristiane» erano le sue radici e «cristiani» erano i suoi fondatori. Ispirandosi a Pio XII sosteneva che per svilupparsi non dovesse basarsi su una qualche idea romantica di super-nazione, ma sul «dialogo sereno e costruttivo», sullo sviluppo comune, in un clima di giustizia, solidarietà, fratellanza. Costatava comunque con amarezza che in Europa si stavano perdendo i valori del Vangelo e auspicava che la Chiesa contribuisse con tutte le sue forze a creare quel «clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e speranza, senza la quale il mondo non può vivere».

Condividendo il pensiero sull'Europa dei predecessori, anche Giovanni Paolo I era convinto che dopo la morte del famoso trio Schuman-De Gasperi-Adenauer il loro esempio rischiava una pericolosa soluzione di continuità per il diffondersi del materialismo, del marxismo, del comunismo, del laicismo e, a livello politico, per il riemergere in molte parti di interessi nazionalistici. Trovava nefasto che ci fossero in Europa uomini politici che «continuano a opporre veti nazionali alle proposte di respiro europeo, dimenticando che solo unita l’Europa potrà giocare il ruolo di protagonista nei problemi internazionali».

Sulla CEE (Comunità Economica Europea) Giovanni Paolo I condivideva le buone intenzioni iniziali perché si prefiggeva «l’eliminazione tra gli associati degli ostacoli alla libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, una comune politica dell’agricoltura e dei trasporti, garanzie per tutelare la concorrenza, un fondo sociale europeo per migliorare l’occupazione e altro ancora», ma ne vedeva anche le criticità: era qualcosa di più che un’unione doganale, ma molto carente politicamente e socialmente.

Pericolosità dei nazionalismi

Papa Luciani si rendeva conto che almeno per il momento l’esistenza dei due blocchi era insuperabile, ma ne auspicava la fine e riteneva insufficiente la distensione che si registrava negli anni Settanta tra le due superpotenze. Trovava invece pericolosi e perciò da arginare i nazionalismi, perché non favorivano la pace. Riteneva anche che i governi nazionali, «depositari di ogni volontà decisionaria», non favorissero l’Unione Europea, per la quale auspicava «uno dei tanti sistemi federali». Il federalismo, se bene applicato, avrebbe limitato il potere dei singoli Stati avvantaggiando l’Europa nel suo complesso grazie al «principio di sussidiarietà», secondo cui ciò che il singolo Stato non può fare con le proprie forze «può essere demandato alla comunità europea».

Giovanni Paolo I non ebbe il tempo di esprimersi ulteriormente sull'Europa, ma i principi che avrebbe potuto sviluppare erano noti, tanto è vero che nel 1977 tutti gli episcopati europei erano concordi sull'esigenza che la Chiesa non dovesse restare indifferente di fronte al processo di una sempre più stretta integrazione europea, per evidenziare le radici cristiane della nuova Europa. L’episcopato belga ricordava anche che lo stesso umanesimo, la tolleranza, la democrazia, il pluralismo, ecc. provenivano dal Vangelo e concludeva un suo intervento affermando che i popoli europei «continueranno a dare solo se aumenteranno il loro peso morale con un’unione più stretta e omogenea». Era anche l’auspicio di Giovanni Paolo I.

Giovanni Longu
Berna, 11.9.2024

28 agosto 2024

29. L’Europa dei Papi: Paolo VI

Nel 1963, per i cardinali riuniti in conclave non fu semplice trovare il successore di Giovanni XXIII, che aveva impresso una svolta importante al Papato e alla Chiesa con due incisive encicliche sociali e, soprattutto, con l’indizione del Concilio Vaticano II. Non tutti i cardinali condividevano infatti l’apertura voluta dall'anziano papa Roncalli, perché comportava mutamenti profondi nella Chiesa e nei rapporti col mondo. Per l’elezione del nuovo papa ci vollero ben cinque scrutini. Eleggendo il cardinale Giovanni Battista Montini, la maggioranza dei cardinali optò per il cambiamento nella continuità e individuò nel cardinale lombardo la persona giusta nel momento giusto perché la sua preparazione e la sua esperienza davano garanzie sufficienti per la continuità della Chiesa, ma anche per il suo rinnovamento.

Continuità e rinnovamento della Chiesa

Il neoeletto papa, che prese il nome di Paolo VI, non solo conosceva bene la Chiesa per averla rappresentata come vescovo della grande diocesi di Milano e come fine diplomatico alle dipendenze di Pio XI e Pio XII, ma l’amava intensamente: ne amava le origini, la tradizione, ma anche il presente (per la sua capacità di rinnovarsi, di aprirsi al mondo, di dialogare con tutti, come voleva il Concilio) e il futuro (in cui vedeva anche un’Europa più unita e più attiva nella salvaguardia della pace nel mondo e dei grandi valori della civiltà).

In questa sua visione riformista e ottimistica, Paolo VI decise non solo di proseguire e portare a termine il Concilio Vaticano II che il suo predecessore aveva lasciato aperto, ma anche di applicarne gli insegnamenti. Anch'egli, infatti, considerava il Concilio una benedizione divina perché dava alla Chiesa l’opportunità di rinnovarsi internamente, ma anche una responsabilità.

Paolo VI ne diede un grande esempio, con tre splendide encicliche (Ecclesiam suam, Populorum progressio ed Evangelii nuntiandi), numerosi discorsi e incontri a tutti i livelli, per favorire il rinnovamento della Chiesa, la pace nel mondo, il dialogo con tutti e soprattutto con i fratelli orientali. Per essere efficace, però, la Chiesa doveva presentarsi unita, rispettando «quella mistica unità, che Cristo lasciò ai suoi Apostoli […] come suprema esortazione!».

Apertura al mondo

Paolo VI e Atenagora nel 1964
Paolo VI s’impegnò moltissimo per la pace e la concordia tra i popoli, esortando i grandi della terra rappresentati alle Nazioni Unite (4 ottobre 1965) a bandire dalle relazioni internazionali la guerra: «Mai più la guerra, mai più la guerra!». Non si accontentò tuttavia delle esortazioni, ma propose anche soluzioni, specialmente nell'enciclica Populorum progressio, dove affermò che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», da intendersi come «lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità».

La volontà di apertura al mondo non poteva escludere quella parte che non condivideva i valori e gli sviluppi dell’Occidente e la Chiesa doveva prestare ascolto e dialogare anche con i popoli dell’Est, provvisoriamente lontani. In molti modi Paolo VI favorì il disgelo e la distensione nelle relazioni tra URSS e Occidente, come richiedeva anche il Concilio. Non si trattava di venire a compromessi sulla dottrina, ma di essere pronti all'ascolto e aperti al dialogo.

Una grande dimostrazione delle reali possibilità di dialogo fu l’incontro a Gerusalemme nel 1964 tra il papa Paolo VI e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora. Il loro «abbraccio di pace» fu il primo passo verso la riconciliazione ancora incompiuta tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa d’Oriente dopo lo scisma del 1054.

Richiami all'unità europea

In questo processo d’integrazione europea dall'Atlantico agli Urali, Paolo VI riteneva che l’Europa dovesse assumere responsabilmente un ruolo da protagonista, perché «l’Europa fonda nel patrimonio tradizionale della religione di Cristo la superiorità del suo sistema giuridico, la nobiltà delle grandi idee del suo umanesimo, così come la ricchezza e i principi che distinguono e vivificano la sua civiltà», i cui valori essenziali sono «la libertà; la giustizia, la dignità personale, la solidarietà, l’amore universale».

Inoltre, secondo Paolo VI, per essere efficace l’Europa occidentale doveva presentarsi unita anche perché, quando nel 1963 Montini divenne papa, i padri fondatori della Nuova Europa erano usciti di scena: De Gasperi e Robert Schuman erano morti (risp. nel 1954 e nel 1963) e Adenauer nel 1963 si era ritirato dalla vita politica. L’ideale dell’Europa unita non era stato abbandonato, ma allo slancio profetico degli iniziatori era subentrata la burocrazia di complessi accordi commerciali e una minore disponibilità degli Stati membri a sacrificare in nome dell’unità una parte dei rispettivi particolarismi.

Giovanni Longu
Berna, 04.09.2024

21 agosto 2024

28. L’Europa dei Papi: Giovanni XXIII

Pio XII dovette lottare contro alcuni pericolosi nemici non solo della Chiesa, ma anche dell’Europa cristiana: il nazismo, il fascismo, il nazionalismo, il materialismo, il comunismo, il laicismo, ecc. I suoi successori se li ritrovarono tutti ad eccezione dei primi due spazzati via dalla seconda guerra mondiale. Ad essi si aggiunsero, purtroppo, anche i rischi di una nuova guerra mondiale, non essendo stati scongiurati né dai trattati di pace né dall'inadeguatezza della guerra per risolvere i problemi internazionali, come avevano evidenziato sia Benedetto XV che Pio XI e Pio XII. Il pericolo era addirittura cresciuto perché le grandi potenze disponevano di potenti armi atomiche. Giovanni XXIII, succeduto a Pio XII, si trovò investito di una enorme responsabilità di fronte sia alla Chiesa e sia al mondo, ma seppe reagire con genialità e intraprendenza.

Giovanni XXIII e la difficile eredità

Giovanni XXIII, «il «Papa buono», pro-
clamato santo nel 2014 da papa Francesco

Alla morte di Pio XII (1958), ai cardinali riuniti in conclave per l’elezione del nuovo papa sembrava impossibile trovare la persona giusta, che non rischiasse di essere messa in ombra dalla grandezza del predecessore. Pensarono perciò a un «papa di transizione», Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963), già 77enne, in attesa che si profilasse una figura corrispondente alle esigenze del mondo in rapida trasformazione. Si sbagliarono, perché il neoeletto, che prese il nome di Giovanni XXIII, capì subito le vere esigenze della Chiesa e del mondo in quel momento e ne fornì in pochi anni le risposte magistrali con due encicliche memorabili (Mater et Magistra e Pacem in Terris) e con l’indizione del Concilio Vaticano II.

Attraverso le encicliche Giovanni XXIII ha voluto anzitutto precisare che per la Chiesa il centro focale della società e degli Stati è l’uomo creato da Dio «a sua immagine e somiglianza», «dotato di intelligenza e libertà», secondo un ordine «meraviglioso» che tutti dovrebbero rispettare. In questo universo ordinato, la Chiesa è presente come «madre e maestra di tutte le genti», perché il suo Fondatore Gesù Cristo le ha affidato il compito «di generare figli, di educarli e reggerli, guidando con materna provvidenza la vita dei singoli come dei popoli, la cui grande dignità essa sempre ebbe nel massimo rispetto e tutelò con sollecitudine».

Centralità della persona umana…

Pertanto, la Chiesa, secondo Giovanni XXIII, benché abbia innanzi tutto il compito di «santificare le anime e di renderle partecipi dei beni di ordine soprannaturale», non può trascurare le «esigenze del vivere quotidiano degli uomini, non solo quanto al sostentamento ed alle condizioni di vita, ma anche quanto alla prosperità ed alla civiltà nei suoi molteplici aspetti e secondo le varie epoche». L’uomo è visto «nella sua concretezza, spirito e materia, intelletto e volontà» ed è invitato «ad elevare la mente dalle mutevoli condizioni della vita terrestre verso le altezze della vita eterna».

Coerentemente, Giovanni XXIII ha dedicato la sua prima enciclica Mater et magistra (del 15 maggio 1961) non a temi teologici (per i quali aveva probabilmente già in mente l’indizione di un apposito Concilio), ma ai problemi sociali dell’uomo moderno, sviluppando temi già trattati dai suoi predecessori, soprattutto Leone XIII, autore dell’enciclica Rerum novarum, del 1891. Questa scelta è stata forse motivata anche dalla consapevolezza che, se non si pone a fondamento delle attività umane (non solo economiche ma anche sociali e politiche) «la dignità della persona umana», difficilmente si possono regolare i rapporti interpersonali e internazionali secondo i principi della «solidarietà umana» e della «fratellanza cristiana».

…e del «bene comune universale»

I principi applicabili in campo economico e sociale per Giovanni XXIII dovevano essere validi anche nei rapporti internazionali, alla base dei quali ce ne sono tuttavia anche altri, in particolare questo: «il conseguimento del bene comune è l'unica ragione dell'esistenza delle autorità civili» a livello nazionale e internazionale. Concretamente questo comporta, come si legge nella seconda enciclica Pacem in terris dell’11 aprile 1963 il riconoscimento che ogni essere umano «è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura […] e perciò universali, inviolabili, inalienabili». Non c’è dubbio che tra i diritti inalienabili ci sia anche quello di vivere in pace.

Scrivendo questa enciclica Giovanni XXIII aveva in mente il mondo intero e la Chiesa universale, ma non c’è dubbio che i principi enunciati, se applicati, avrebbero costituito una valida deterrenza contro il deteriorarsi della situazione europea durante la guerra fredda e forse anche oggi. Del resto si sa quanto sia stato determinante nel 1962 l’intervento di Giovanni XXIII nella soluzione della crisi dei missili a Cuba, quando si rischiò un conflitto nucleare. 

Mentre si stava aprendo il Concilio Vaticano II, sollecitato dal presidente cattolico americano Kennedy, Giovanni XXIII intervenne discretamente ma decisamente con la preghiera per il «bene supremo della pace» e un forte appello a coloro che avevano la responsabilità del mondo, perché «con la mano sulla coscienza, ascoltino il grido angoscioso che da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: Pace! Pace!». La guerra fu evitata e sia Kennedy che Kruscev gli furono riconoscenti.

Giovanni Longu
Berna 21.08.2024

07 agosto 2024

27. Che fine hanno fatto le «radici cristiane»?

Con questo interrogativo si chiudeva l’articolo precedente sulle «radici cristiane» dell’Unione Europea (UE) e non era fuori luogo perché l’Europa, che si era formata fino alla prima guerra mondiale attingendo energie vitali dalla tradizione cristiana, dalla morte dei tre fondatori (De Gasperi, Adenauer e Schuman) della prima Comunità europea sembra aver dimenticato cosa è stata l’Europa da Carlo Magno in poi e soprattutto la spinta ideale che il trio ha impresso alla nuova Europa dopo lo sfacelo della seconda guerra mondiale. Sarebbe interessante esaminare le cause di questo oblio, ma richiederebbe troppo tempo e spazio. Lo si farà, comunque, almeno in parte, nei prossimi articoli, ricordando i numerosi richiami dei Papi a non dimenticare le «radici cristiane» dell’Europa.

Il discrimine della seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale ha segnato una netta separazione tra passato e futuro dell’Europa. Il passato è stato visto come nefasto e da evitare in ogni modo alle nuove generazioni. Il futuro avrebbe dovuto essere non solo diverso dal passato, ma anche strutturato in modo da scongiurare il rischio di tragedie come quelle vissute e consentire uno sviluppo comune per soddisfare le aspettative dei vari popoli europei. Per secoli il Cristianesimo aveva tenuto unita l’Europa e grazie ad esso aveva raggiunto la massima estensione dall'Atlantico agli Urali.

Il trio Schuman, De Gasperi e Adenauer aveva trovato per così dire la «formula magica» per correggere gli errori del passato ed evitare gli stessi nel futuro. La nuova Europa doveva rassomigliare il più possibile a una Comunità in cui le risorse fondamentali sono gestite in comune e le regole sono condivise da tutti e rispettose dei diritti fondamentali di tutti.

Inoltre, aldilà delle regole, doveva valere il principio della solidarietà tra i popoli, per cui i rappresentanti delle istituzioni dovevano essere espressione almeno indiretta della volontà popolare (democrazia), i popoli che si erano in passato combattuti dovevano riconciliarsi e riconoscersi reciprocamente, la «Comunità Europea di Difesa» (CED) doveva servire per avere maggiori possibilità di consolidarsi e svilupparsi, mai perdendo di vista l’obiettivo della cooperazione solidale e della prosperità comune.

Che fine hanno fatto le radici cristiane?

Difficilmente le radici profonde e robuste soccombono alle intemperie e alla furia degli incendi, per cui è da escludere che le radici cristiane siano morte. Del resto la pianta, l’UE, è ancora viva, anche se non tutti i frutti corrispondono probabilmente a quelli auspicati dal famoso trio. Non si spiegherebbero, inoltre, tutti i tentativi dei Papi, da Giovanni XXIII (1881-1963) in poi, a tener viva in Europa la fede cristiana, il rispetto dei sacri valori della vita e della morte, della libertà, dei diritti dei popoli e delle persone, la solidarietà, la cooperazione internazionale, la prosperità comune.

Ciascun papa, come si vedrà nei prossimi articoli, ha richiamato secondo la propria sensibilità qualche valore cristiano trascurato o minimizzato, ma tutti in una maniera o nell'altra hanno evidenziato mali presenti e pericoli futuri dovuti al nazionalismo, al capitalismo, al materialismo, a una eccessiva secolarizzazione, ecc. I tre fondatori intuirono la fragilità della loro «invenzione» fin dal 1952, quando videro fallire sul nascere la CED perché i francesi le negarono il sostegno. A loro fu risparmiata invece la delusione del rigetto (2003), soprattutto da parte francese, di un progetto di «Costituzione europea» che conteneva vaghi riferimenti alle «eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa», senza alcun accenno alle «radici cristiane» su cui aveva più volte insistito Giovanni Paolo II (1920-2005).

Non fermarsi alla prima tappa!

Del resto, numerose proposte di riforma sono state bloccate da veti incrociati, i nazionalismi hanno rialzato la testa, al bene comune si sono spesso anteposti il primato della propria «nazione» e questioni economiche. D’altro canto gli stimoli per guardare avanti non mancano. La visione all'epoca considerata utopistica dell’europeista spagnolo Díaz de Morales Bernuy (1792-1850), secondo cui l’Europa rappresentava già nell'Ottocento una grande e unica nazione, che spaziava dalla Gran Bretagna alla Russia, dai Paesi scandinavi all'Africa settentrionale e al Medio oriente, non è del tutto estranea agli interessi dell’UE (anche se, per esempio, il «Piano Mattei» ha altri obiettivi). E anche se si parla quasi solo in termini molto vaghi di Stati Uniti d’Europa perché nessuno Stato sembra disposto a rinunciare a una parte della propria sovranità, l’obiettivo resta.

Infine, l’osservazione di Jean Monnet (1888-1979), grande ispiratore della dichiarazione di Robert Schuman sulla creazione della CECA, secondo cui questa Comunità doveva essere considerata «la prima tappa verso una federazione europea» andrebbe presa sul serio e proseguire decisamente il processo integrativo. Gli interventi dei Papi, come si vedrà, vanno tutti in questa direzione. E’ fondamentale non perdere di vista gli obiettivi.

Giovanni Longu
Berna, 7 agosto 2024.

 

31 luglio 2024

26. Il «trio» De Gasperi, Adenauer e Schuman (terza parte/fine)

Nessuno mette in dubbio il ruolo fondamentale del trio De Gasperi, Adenauer e Schuman nell'avvio dell’integrazione europea, mentre pochi sembrano disposti a riconoscergli un ruolo determinante nella caratterizzazione delle istituzioni europee nascenti con connotazioni «cristiane». L’esitazione è dovuta probabilmente alla difficoltà di identificare questi caratteri particolari nelle scelte e nelle azioni del trio e forse anche alla costatazione che alcuni di quei valori si sono, purtroppo, persi o affievoliti nel tempo. Eppure, in De Gasperi, Adenauer e Schuman, ferventi cattolici praticanti, i valori «cristiani» erano esistenziali, facevano parte dei loro comportamenti, della loro vita privata e pubblica e quindi anche delle loro decisioni politiche.

Scelte fondamentali

Roma 1957: firma dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea (CEE)
e della  
Comunità europea dell'energia atomica (Euratom). 
De Gasperi, Adenauer e Schuman, ben conoscendo, loro malgrado, gli orrori della guerra e memori dell’ammonimento di Pio XII «nulla è perduto con la pace; tutto può esserlo con la guerra» erano convinti che all'«inutile strage» (Benedetto XV) si potesse efficacemente contrapporre «una pace conforme alla dignità dell'uomo e alla coscienza cristiana» non come «una dura imposizione della spada», bensì come «il frutto di una previdente giustizia e di una responsabile equità verso tutti» (Pio XII, 24.12.1943).

L’impegno politico fu per tutti e tre una conseguenza logica e irrinunciabile delle loro convinzioni religiose. Lo considerarono una «missione» da compiere con tutte le loro forze. Favorirono anzitutto la riconciliazione tra Paesi che si erano aspramente combattuti e s’impegnarono a diffondere nell'Europa occidentale (perché era impossibile agire contemporaneamente anche in quella orientale) un sincero spirito di fratellanza, le libertà fondamentali, la democrazia parlamentare, la solidarietà, la libertà religiosa, i valori cristiani.

Con lo stesso spirito, De Gasperi, Adenauer e Schuman decisero di dar vita alla prima Comunità europea, la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), in cui non è difficile vedere anche nel nome un richiamo sottile alla condizione delle prime comunità cristiane in cui «fra loro tutto era comune» (cfr. articolo del 17.07.2024). La solidarietà doveva essere un carattere fondamentale della nuova Europa.

Un’altra caratteristica «cristiana» del trio, che permeerà la sua azione politica nel progetto di costruzione europea, era anche il rigetto dei nazionalismi. Per Adenauer la frammentazione dell’Europa era un anacronismo, un non-senso. Il suo partito democristiano (CDU) sosteneva che «le cose miglioreranno solo se cambia l’ideologia della nazione». Per De Gasperi «l’Europa esiste nella sua essenza, ma è visibilmente sminuzzata e tagliuzzata da divisioni territoriali, barriere economiche, rivalità nazionali. […] L’Europa esiste, ma è incatenata; sono questi ferri che bisogna spezzare. Le nostre strutture politiche accusano terribilmente la loro arteriosclerosi».

Inoltre, quando il trio parlava del popolo, anzi dei popoli, non si trattava solo dell’abbandono di un corporativismo di classe, ma dell’affermazione di un principio della dottrina sociale cattolica, valido per tutti i popoli della terra. A questo principio si ispirava De Gasperi quando sosteneva: «né capitalismo né comunismo, ma solidarismo di popolo».

Apertura all’Oriente

In questa prospettiva universalistica s’inseriva anche l’idea del trio dell’unità dei popoli europei, da raggiungere non solo eliminando le guerre, ma costruendo insieme l’Europa, con l’apporto specifico delle peculiarità di ognuno. Non si trattava semplicemente di cancellare i nazionalismi, le nazioni e le patrie, ma di dare a tutte le persone il senso di appartenenza a una patria comune con culture diverse e valori condivisi con riferimenti sicuri come la cultura umanistica, la fede giudaico-cristiana, la prospettiva di pace e di prosperità comune.

La prima Comunità europea, su iniziativa del trio Schuman, Adenauer, De Gasperi,
era costituita da: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. 

Nonostante l’apparente contraddizione della scelta di stare nel blocco occidentale (antisovietico), dell’adesione alla NATO e della proposta (poi bocciata dalla.
Francia) di una Comunità Europea di Difesa, era comune nel trio la convinzione che l’Europa per salvarsi e godere una pace duratura dovesse essere unita e indipendente, dall'Atlantico agli Urali, e che prima o poi i blocchi sarebbero crollati. Pertanto, l’Occidente non doveva chiudersi. Anzi, sosteneva Schuman, «noi dobbiamo fare l’Europa non solo nell'interesse dei popoli liberi, ma anche per potervi accogliere i popoli dell’Europa Orientale […] quando ci chiederanno la loro adesione e il loro appoggio morale».

Del resto, nessuno del trio pensava che i blocchi fossero destinati a durare per sempre. In un discorso pronunciato alla radio italiana il 5 gennaio 1952, De Gasperi, riferendosi al progetto di Comunità Europea di Difesa, in cui si discuteva di armi, di riarmo, di necessaria difesa, di mettersi insieme per la difesa delle proprie libertà, avvertì di non confondere quella che è l’occasione, il mezzo, la via per la costruzione, cioè il punto di partenza, con la costruzione stessa, con l'ideale verso cui tendiamo. «Non è che vogliamo creare un’organizzazione di armati, un campo trincerato in cui sia sempre necessario stare in armi per difenderci. Niente affatto. Cerchiamo di metterci insieme a difendere la nostra vitalità, le nostre possibilità di sviluppo per scoraggiare i tentativi che possono venire da qualsiasi parte per renderci impossibile questo sviluppo. Non è detto che questo sforzo debba durare eternamente, ma solo per il periodo critico, superato il quale, questa impresa si svilupperà permanentemente nella nostra vita collettiva» 

Effettivamente, soprattutto dopo la morte di Stalin (1953), i rapporti commerciali e culturali con i Paesi dell’Est europeo cominciarono a migliorare, benché fossero ancora molto limitati. Anche il Vaticano cercò di utilizzare tutte le possibilità di dialogo che si presentavano (specialmente attraverso l'Ambasciata sovietica a Roma, contatti personali di alti prelati, viaggi esplorativi, tentativi di riallacciare rapporti diplomatici, ecc.) e non poteva non tener conto dell'atteggiamento di apertura del trio.

Grazie al trio!

Sebbene il processo d’integrazione europea non sia ancora finito, i blocchi non siano stati ancora definitivamente superati e non si sia nemmeno riusciti a estirpare dall'Europa il germe della guerra, la gratitudine nei confronti del trio De Gasperi, Adenauer e Schuman dovrebbe essere senza riserve. Infatti, essi hanno posto alla base della costruzione europea solide fondamenta. Tra esse non si dovrebbero mai dimenticare quelle «cristiane», perché così hanno voluto i fondatori, dei quali facilmente si scorda che erano nella vita, privata e pubblica, ferventi cristiani: Robert Schuman, cresciuto in una famiglia cattolica, era stato educato fin da bambino alla preghiera e alla partecipazione giornaliera alla Santa Messa; anche Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi erano cresciuti in famiglie molto religiose e furono essi stessi per tutta la vita cattolici praticanti. In una lettera, Adenauer scrisse a Schuman: «Forse noi due siamo chiamati da Dio a dare un contributo prezioso per i nostri fini comuni in un momento decisivo per l’Europa».

De Gasperi morì nel 1954, Schuman nel 1963, Adenauer nel 1967. La Chiesa cattolica, prudente e severa nel riconoscere la pratica delle virtù cristiane nei suoi fedeli, ha avviato da alcuni anni per i primi due, Schuman e De Gasperi, una causa di beatificazione. Nel 2004, al termine del processo diocesano (Metz) di beatificazione, Schuman fu proclamato «Servo di Dio» e i documenti sono attualmente allo studio a Roma. Alla sua morte, il presidente del Parlamento europeo Gaetano Martino gli rese omaggio con queste parole: «Robert Schuman è stato un uomo di fede. Ha infuso alla sua opera la fede profonda, indistruttibile che l’animava…». Il 19 giugno 2021 De Gasperi è stato dichiarato da Papa Francesco «Venerabile Servo di Dio». Anche per Adenauer da tempo numerosi cattolici tedeschi chiedono l'avvio della causa di beatificazione.

Dai tempi di Schuman, De Gasperi e Adenauer il processo d’integrazione europea non si è più fermato, da sei Paesi membri si è passati agli attuali 27 e per altri Stati sono in corso trattative per l’adesione all'Unione. Certamente il trio ne andrebbe fiero, perché l’ampliamento era auspicato, ma forse chiederebbe ai nuovi dirigenti che fine hanno fatto le «radici cristiane» delle Comunità europee, perché i nazionalismi non sono ancora morti e l’orizzonte orientale si è persino ridotto, essendo bloccato molto prima della vista degli Urali. Potrebbe anche chiedere agli europei dell’UE se sono contenti dello stato della «Comunità», quali sono i loro sogni e le loro visioni, quali traguardi vorrebbero ancora raggiungere nei campi dei diritti umani, della lotta alla povertà, dell’integrazione dei popoli e delle culture, della libertà religiosa, della coesione e dell’unione, ecc. ecc.

Le risposte sarebbero molto interessanti e utili, ma dubito che gli attuali dirigenti dell’UE avrebbero voglia di rispondere a simili domande e a questa in particolare: che fine hanno fatto le «radici cristiane»?

Giovanni Longu
Berna 31.07.2024