08 marzo 2015

Festa della donna 2015


Non solo mimose, chiedono oggi le donne. Giustissimo. E nemmeno che si ripeta come un ritornello che le donne lavorano come gli uomini ma sono sottopagate e che nella carriera sono spesso discriminate. Hanno ragione. Bisogna superare la dimensione economico-sindacale. Esse chiedono soprattutto di essere riconosciute e rispettate come donne. Infatti, le donne sono donne anche quando non lavorano, non siedono nei consigli di amministrazione, non stanno tutto il giorno fuori casa per contribuire al reddito familiare.
Non va inoltre dimenticato che le donne «lavorano» anche quando non portano a casa un salario e anche se la nostra società tecnologicamente avanzata non è ancora riuscita a contabilizzare correttamente il volontariato, la cura della casa, l’educazione dei figli, l’assistenza ai malati. Spesso si tratta anche di un lavoro faticoso, delicato, complesso. Inoltre, amministrare una casa è talvolta più difficile della gestione di un’azienda e far quadrare i conti quando le risorse sono poche richiede spesso molta più abilità di quanta ne è richiesta a un contabile aziendale.
Potrei continuare, ma sarebbero forse proprio le donne a bloccarmi chiedendomi: e allora perché ci sono ancora tante differenze nella società, tante discriminazioni, tante ingiustizie…? E non saprei rispondere. Forse sta anche alle donne far capire agli uomini che molte differenze e discriminazioni sociali e professionali sono ingiustificate perché solo frutto di sovrastrutture mentali arbitrarie, comodi pregiudizi, complessi di superiorità inconfessabili, un’ancestrale volontà di dominio.
Solo quando saranno abbattute tutte queste barriere mentali e sociali si capirà che uomini e donne sono complementari nelle funzioni, ma sostanzialmente uguali, cioè di pari valore, persone e basta. E «persona» non ha genere, è maschio e femmina. Allora, forse, non ci sarà più bisogno di dedicare una giornata speciale alle donne, ma si potrà celebrare tutti insieme il valore assoluto della «persona umana», creata, per chi ci crede, nientemeno che a immagine di Dio. Speriamo. Intanto, BUONA FESTA
DELLA DONNA!

Giovanni Longu
Berna, 8 marzo 2015

25 febbraio 2015

Dove combattere corruzione ed evasione


Dal lunedì alla domenica imperversano nelle televisioni italiane i cosiddetti programmi d’informazione e di approfondimento. In realtà molto spesso non informano né approfondiscono, al contrario disinformano e rischiano di distogliere l’attenzione dai veri problemi del Paese. Un esempio per tutti: in Italia si parla e si scrive tanto della «Lista Falciani» di presunti evasori fiscali di mezzo mondo che avrebbero depositato (molti) soldi di provenienza illecita (riciclaggio, ricettazione, evasione e reati simili) nella succursale ginevrina della banca inglese HBSC, senza nemmeno chiedersi che cosa contenga esattamente quella lista, chi ne è l’autore e come sia riuscito ad ottenere nominativi e dati bancari sensibili di oltre centomila clienti.

Obiettività, prima di tutto
Parlo volutamente di «presunti» evasori finché non sarà accertato in forma definitiva dalla magistratura (e non dai giornalisti) che lo siano effettivamente e uso il condizionale perché a mia conoscenza molti elementi di questa intricata faccenda sono ancora oscuri (ad es. la provenienza e la destinazione del denaro). Non esito invece a considerare sgradevole il vizio alquanto diffuso nei media italiani (e raro ad esempio in Svizzera) di additare al pubblico ludibrio personalità molto in vista (perché altrimenti la notizia passerebbe inosservata e i giornali non venderebbero) sospettate di qualche delitto, ma senza alcun approfondimento, senza alcuna prova e senza alcun avviso di reato.
Per chiarire meglio quanto sto dicendo desidero ricordare che l’autore di quella ormai famosa o famigerata lista, a seconda dei punti di vista, è un cittadino italo francese, Hervé Falciani, ricercato in Svizzera con l’accusa di spionaggio economico, acquisizione illecita di dati e violazione dei segreti commerciale e bancario. Recentemente è stato rinviato a giudizio dalla procura di Ginevra e ora anche dalla Procura federale. Se non si presenterà spontaneamente sarà prevedibilmente giudicato in contumacia. Già arrestato su mandato di cattura internazionale sia in Francia che in Spagna e prontamente liberato, non è stata concessa la sua estradizione in Svizzera, per ragioni giuridiche ma soprattutto, forse, perché l’interessato si è mostrato collaborativo nella ricerca dei presunti evasori francesi e spagnoli, facendo recuperare a Francia e Spagna alcune centinaia di milioni di euro evasi.

Stato di diritto
Non entro nel merito della mancata estradizione, che è di per sé un tema piuttosto complicato, ma non posso non chiedermi se uno Stato di diritto può usare in giudizio come elemento di prova un documento rubato, ossia frutto di un reato, perché tale è considerata in Svizzera la lista Falciani. A differenza della Francia e della Spagna che l’hanno già usata senza scrupolo alcuno, in Italia, patria del diritto, si era aperto un dibattito nei tribunali con opinioni contrastanti. Ora però anche in Italia è divenuta utilizzabile perché la settimana scorsa la Corte di Cassazione ha stabilito che la lista Falciani può essere usata dal fisco come prova di un’evasione miliardaria in quanto il dovere di pagare le tasse è superiore al diritto alla privacy dei presunti evasori e il segreto bancario svizzero non ha valore in Italia.
Francamente ho qualche perplessità a seguire la motivazione della Corte. Anzitutto perché per me un reato resta tale (a prescindere dalla sua punibilità) anche nel caso che porti qualche beneficio allo Stato. Ma soprattutto perché in questo modo c’è il rischio che s’introduca in uno Stato di diritto il concetto fuorviante che la legge o anche solo qualche legge valga per i cittadini ma non per lo Stato. Come se la legge che punisce il furto non meriti di essere osservata se il furto comporta un beneficio allo Stato. E poi ci si meraviglia se la fiducia del cittadino nello Stato scema in continuazione, proprio nei Paesi in cui andrebbe rafforzata, soprattutto in materia fiscale!
Tornando al giudizio della Corte di Cassazione italiana, vorrei tuttavia sottolineare ch'essa ha dichiarato la legittimità dell’utilizzo della lista Falciani nei processi e negli accertamenti fiscali, ma non ha dichiarato legittimo l’uso spregiudicato che ne stanno facendo i media. Vorrei sinceramente che qualcuno mi spiegasse perché in Italia sul diritto alla privacy prevalga, nei fatti, anche il diritto alla pseudo informazione, alla calunnia, all'uso incivile della macchina del fango, alla gogna mediatica senza processi e senza contraddittorio. Non mi pare affatto corretto e legittimo che si indichino nomi e cognomi di clienti di una banca, come se fosse provato trattarsi di evasori fiscali conclamati. E’ possibile, forse probabile che ce ne siano, ma prima di condannarli mediaticamente si aspetti l’esito degli accertamenti fiscali (non giornalistici) e solo se risulteranno colpevoli li si metta pure nelle liste di proscrizione. Ma non prima.

Sistema bancario svizzero fondamentalmente sano
Ciò che però non mi è chiaro è il vero scopo di questo gran parlare della Lista Falciani, anche se a parlarne sono noti giornalisti (o pseudo-giornalisti). Se lo scopo fosse quello di gettare discredito sull'intero sistema bancario svizzero dimostrerebbero di essere solo dei poveracci ignoranti e sprovveduti, perché questo sistema è talmente solido e fondamentalmente sano che tutte le loro chiacchiere non potrebbero nemmeno scalfirlo. Oltretutto sta dimostrando da tempo che è in grado di riconoscere i propri errori e di porvi rimedio.
Bisognerebbe sapere, ad esempio, che la Svizzera è stata una delle prime nazioni europee a dotarsi di una legge per la lotta contro il riciclaggio di denaro (entrata in vigore nel 1998) e di norme severe che obbligano le banche e altri istituti finanziari a identificare i clienti e l’origine lecita dei loro averi. Da tempo le banche accettano depositi di cittadini stranieri solo a condizione che essi siano dichiarati al fisco del loro Paese di residenza. Un apposito organismo di controllo della Confederazione vigila sulle attività delle banche. Un bell'esempio di collaborazione internazionale è dato proprio dal recente accordo italo-svizzero sull'emersione dei depositi collocati nelle banche svizzere e nascosti al fisco italiano.
Trovo pertanto infantile e di basso livello quel giornalismo (soprattutto italiano) che sembra descrivere il sistema bancario svizzero come una sorta di club del malaffare, pronto a nascondere e riciclare soldi, molti soldi, anche se di provenienza criminale. Dimostra di non conoscere i mutamenti avvenuti in questo campo negli ultimi anni. Molte accuse provenienti dall'estero (e dall'Italia in particolare) sono del tutto infondate. Non è vero, ad esempio, che il segreto bancario svizzero sia assoluto, intoccabile. In caso di fondati sospetti di attività criminali (riciclaggio, organizzazione criminale, finanziamento del terrorismo, ecc.) la magistratura svizzera può accedere a tutte le informazioni bancarie pertinenti. L’assistenza giudiziaria tra la Svizzera e l’Italia funziona normalmente in base agli accordi europei e bilaterali anche in materia di riciclaggio, ricerca, sequestro e confisca dei proventi di reato. Dal 2018 la Svizzera procederà allo scambio automatico di informazioni in materia fiscale.
Se invece i giornalisti italiani intendessero operare una sorta di «vendetta» solo nei confronti della cattiva succursale ginevrina di HBSC per aver accettato soldi di dubbia provenienza da oltre settemila evasori italiani, sarebbe un tentativo a vuoto, perché è già intervenuta la magistratura di Ginevra che ha avviato un procedimento penale per riciclaggio aggravato di denaro. Da parte sua, in un comunicato stampa, la banca ha assicurato alle autorità federali la massima collaborazione. Prima o poi la verità verrà alla luce, non certo per merito dei media italiani.

Qual è il vero scopo?
Ma allora, quale altro scopo potrebbero avere questi cosiddetti giornalisti d’assalto, visto che credono di avere in mano un’arma micidiale come la lista Falciani? Credo che il vero scopo vada ricercato in quella specie di tiro al bersaglio che è diventato uno sport molto diffuso soprattutto in questi ultimi anni nei media italiani, che mira a colpire personaggi molto in vista. Della lista Falciani infatti sono apparsi nelle prime pagine dei giornali solo i nomi dei soliti noti. Resteremmo come al solito nell’ambito del gossip tanto caro a chi vuole sollazzare il popolino con gli scandali più alla moda, intrighi, sesso, corruzione, evasione fiscale.
Vorrei sbagliarmi, perché il vero scopo potrebbe essere quello di fornire uno stimolo decisivo al governo Renzi affinché intervenga finalmente ed efficacemente nella lotta contro l’insopportabile e indecente corruzione ed evasione. Non va infatti dimenticato che la corruzione è praticata in Italia, non in Svizzera, che l’evasione fiscale italiana avviene in Italia, non in Svizzera, che reprimere la corruzione e l’evasione italiana è compito primario dell’Italia non della Svizzera. Me lo auguro.
E’ in questa direzione infatti che la ricerca sull’evasione fiscale e la denuncia potrebbero dare i maggiori frutti, lasciando perdere o quantomeno relativizzando la lista Falciani, che resta comunque un colossale furto e il suo autore non è probabilmente quella specie di Robin Hood che si crede di essere non essendo ancora ben chiaro quanto sia stato ripagato per ciascun nominativo consegnato (venduto?) agli inquirenti francesi, spagnoli e altri.
Chiunque intenda fare pulizia, sul serio, dovrebbe cominciare a farla in casa propria.
Giovanni Longu
Berna, 25.2.2015




18 febbraio 2015

Evasione fiscale italiana: colpa della Svizzera?


Sull'onda di una lista di presunti evasori fiscali con depositi in una banca svizzera, i media italiani non hanno perso l’occasione per additare ancora una volta la Svizzera come il paradiso degli evasori fiscali italiani. Secondo certi censori e moralisti la Svizzera avrebbe addirittura prosperato grazie ai capitali esteri sfuggiti alle autorità fiscali di mezzo mondo. Evidentemente la conoscono molto poco. Ignorano soprattutto che la ricchezza di questo Paese è frutto delle virtù della stragrande maggioranza degli svizzeri e non dei vizi di alcuni di essi.

Le responsabilità della Svizzera
Sia ben chiaro, nessuno può negare che dal dopoguerra fino ad oggi sia affluito nelle banche svizzere moltissimo denaro «sporco» (secondo le varie legislazioni straniere, ma non di quella svizzera). In certi periodi proveniva a fiumi, non solo dall'Italia ma anche e soprattutto dagli altri grandi Paesi industrializzati dell’occidente, Stati Uniti, Germania, Francia. Gli organi di vigilanza della Confederazione evidentemente non hanno vigilato a sufficienza, anche se in molti casi non sarebbe stato difficile appurare la provenienza illecita di certi depositi intestati a dittatori e trafficanti o loro prestanome. Dalla fine degli anni Novanta la diligenza delle banche è cresciuta, ma la recente inchiesta giornalistica «SwissLeaks» dimostra che almeno in una banca, nella filiale ginevrina del colosso bancario britannico HSBC, è stata perlomeno insufficiente. Un esempio che non può essere generalizzato all’intero sistema bancario svizzero, ma che getta un’ombra sulla proverbiale accuratezza delle procedure elvetiche, tanto più che dal 1998 le banche avevano l’obbligo di vigilare accuratamente sulla provenienza del denaro dei clienti.
Occorre però riconoscere che a favorire l’arrivo indiscriminato di capitali dall'estero non è stata soltanto la carenza dei controlli ma anche il segreto bancario, considerato fino a qualche anno fa una caratteristica fondamentale della piazza finanziaria elvetica. Allora erano pochi a mettere in dubbio l’intangibilità del segreto bancario. Per fortuna in questi ultimi anni, anche grazie alle pressioni americane ed europee, esso si è non solo allentato, ma è quasi scomparso e scomparirà comunque nei prossimi anni nelle relazioni internazionali e probabilmente anche per i residenti in Svizzera.
La scomparsa del segreto bancario sarà un bene anche per le casse federali, perché esiste pure in Svizzera l’evasione fiscale, sebbene in misura meno accentuata che nei Paesi vicini. Con maggiori controlli gli attuali evasori saranno forse incentivati ad approfittare dei benefici concessi già da alcuni anni a chi si autodenuncia.

Le responsabilità dell’Italia
Pur ammettendo un deficit di diligenza da parte degli organi di controllo svizzeri, sarebbe tuttavia paradossale ritenere che la causa principale dell’evasione fiscale in Italia, dal dopoguerra ad oggi, sia dovuta alla facilità di depositare i soldi in Svizzera. Eppure sono ancora in molti a pensarlo, dimenticando che all'origine dell’evasione c’è non solo un malcostume diffuso di molti italiani ma anche un’esagerata pressione fiscale da parte di uno Stato ritenuto sprecone e inefficiente.
Ormai gli italiani, grazie a innumerevoli denunce ampiamente mediatizzate, sono sufficientemente edotti sui costi esagerati della politica, sui privilegi ingiustificati della casta, sulla corruzione miliardaria (l’Italia è superata in Europa solo dalla Bulgaria e dalla Grecia), sulla lontananza della politica dai reali problemi della gente, ecc. Di fronte a tanti scandali, spesso sbattuti giustamente in prima pagina, come possono gli italiani pagare senza batter ciglio le imposte pretese da un fisco esoso che sta dissanguando il ceto medio, i lavoratori, la piccola e media impresa?
Forse il governo Renzi, invece di privilegiare le riforme costituzionali (a mio parere fatte male, senza una previo disegno di Stato moderno, democratico e ampiamente condiviso), avrebbe fatto meglio a cercare di rispondere seriamente alle attese della maggioranza degli italiani: il rilancio dell’economia, l’abbattimento della disoccupazione soprattutto dei giovani, la sicurezza contro i rischi della povertà vistosamente in aumento, la lotta agli sprechi nel settore pubblico, l’abolizione di tanti privilegi ingiustificati della classe politica (non risparmiando nemmeno il Quirinale), la riduzione generalizzata del livello di tassazione e contestualmente la lotta senza quartiere alla corruzione e all'evasione fiscale (che permetterebbe di recuperare decine e forse centinaia di miliardi di euro sottratti illegalmente alla disponibilità dello Stato). Non sarà un compito facile, ma il governo deve fare di più e meglio.

Il coinvolgimento dei cittadini
L’accordo recente con la Svizzera sulla doppia imposizione (vedi L’ECO n. 4 e 5 del 21 e 28 gennaio 2015) rappresenta indubbiamente un buon esempio di tentativo di favorire l’emersione dei capitali evasi con l’autodenuncia e il pagamento del dovuto allo Stato, ma guai illudersi che l’evasione fiscale si combatta solo con gli accordi internazionali. Essa va combattuta specialmente in casa, giustificando le spese dello Stato per la collettività, affrancate da ogni forma di corruzione e di spreco, e col coinvolgimento più ampio possibile dei cittadini.
La Svizzera, che da alcuni anni non può più essere considerata un paradiso fiscale perché le tasse qui si pagano e non solo sui redditi ma anche sui patrimoni (!), ha un basso tasso di evasione (su scala internazionale) perché anche il livello di tassazione è relativamente basso e il grado di consapevolezza dei cittadini è abbastanza alto. Nella maggior parte dei Cantoni (perché la tassazione in Svizzera è soprattutto a base cantonale) il livello della tassazione è determinato col contributo del popolo, che può intervenire con un referendum sulle decisioni del parlamento cantonale. Sono convinto che nemmeno i cittadini svizzeri paghino volentieri le imposte, ma sono certo che la maggior parte di essi è consapevole non solo delle finalità per cui vengono raccolte ma anche del loro livello. E in Italia?
In Italia il cittadino è ancora visto dallo Stato come un potenziale evasore, per cui l’evasione va combattuta soprattutto con la repressione, sebbene sia utopico pensare di estirpare in questo modo un vizio praticato su vasta scala da nord a sud. Gli evasori, infatti, non sono solo grandi imprenditori, commercianti, liberi professionisti, facoltosi proprietari, ma anche artigiani, lavoratori autonomi in generale, lavoratori in nero, ecc. Già a metà degli anni ’70 si parlava di «evasione di massa».

Cambiare è possibile e… conveniente
Credo di sì, ma occorre tempo e molto impegno. Mi piace concludere queste considerazioni attingendo da un articolo dell’avvocato Edy Salmina sul quotidiano socialista ticinese Libera Stampa del 1980. Come si vedrà, esso conserva ancora gran parte della sua attualità. E poiché non si riferiva a un pubblico determinato, molte osservazioni si addicono bene anche al pubblico italiano.
Scriveva l’autore: «L’atteggiamento del cittadino nei confronti del creditore-Stato è poco condiscendente. Chi può inganna, chi non lo può fare se ne rammarica, chi paga per convincimento si guarda dal farlo risapere. La subdola nube di consenso o di complice benevolenza che avvolge il cittadino-evasore rende la situazione davvero seria. Perché, bisogna ammetterlo, chi non froda il fisco raramente lo fa per singolare virtù e spesso per paura o per mancanza di alternative. Ed è questo che preoccupa e avvilisce, al di là del più o meno spregevole comportamento degli evasori fiscali classici e abituali…».
L’autore si sofferma poi su alcuni atteggiamenti tipici di cittadini e politici per lo più di destra che periodicamente contestano l’aggravio fiscale, lanciano più o meno velati inviti all'obiezione di coscienza fiscale e sono pronti a legittimare anche l'evasione. E sono sempre molti coloro che volentieri applicano la teoria del meno-Stato anche nella denuncia dei redditi. Ma allora, si chiede Salmina, «perché lo Stato è creditore tanto detestato?». La risposta è immediata: «Proprio perché in esso la gente ha visto spesso e soltanto il potere nemico, il poliziotto, l'esattore, ma mai un'entità democratica, riassuntiva, pur nella conflittualità, della società civile. Capace quindi di operare anche a favore dei più poveri e degli esclusi, garantendo loro un pur piccolo e precario spazio di dignità e di libertà».
Avviandosi alla conclusione, l’autore sembra non aver dubbi: per battere l'evasione fiscale occorre anzitutto sconfiggere questi pregiudizi, «a tutto vantaggio della possibilità di una maggior partecipazione alla vita democratica». E poi: «trasparenza nell'amministrazione, controllo democratico, politicizzazione diffusa: ecco i deterrenti di lungo respiro alla frode fiscale».

L’autoriciclaggio è un azzardo
A distanza di trentacinque anni lo stesso Salmina, in un recente articolo intitolato «autoriciclaggio: non è mai troppo presto», sul Corriere del Ticino, commentando l’introduzione nella legislazione italiana della nuova norma penale sull’autoriciclaggio, scrive: «lo scopo della nuova norma penale italiana, per quanto attiene ai capitali depositati in Svizzera, è fin troppo evidente: spingere verso il rientro delle disponibilità non dichiarate rendendo ogni altra scelta un azzardo. Bastone e carota, insomma». In altre parole, evadere sta diventando finalmente un rischio che per nessuna ragione conviene più correre.

Giovanni Longu
Berna, 18.2.2015

04 febbraio 2015

La Svizzera s’interroga sul suo futuro


Il franco forte e le difficoltà ch'esso comporta a numerose imprese svizzere, soprattutto quelle turistiche e quelle orientate all'esportazione, pone a molti svizzeri l’interrogativo – in realtà non nuovo – sul futuro dell’economia svizzera e, più in generale, sul futuro della Svizzera.

Preoccupazioni per il franco forte
Finora il cambio franco-euro, che negli ultimi anni la Banca nazionale svizzera aveva mantenuto artificialmente sotto il livello di 1,20 franchi per un euro, garantiva soprattutto alle aziende esportatrici indubbi benefici. Ora che il franco si è apprezzato sull’euro e rischia di rimanere a lungo sopra la parità, molti economisti e imprenditori temono un indebolimento delle esportazioni nella zona euro (la più importante per la Svizzera) e un rallentamento della crescita del prodotto interno lordo (PIL).
Una delle peggiori conseguenze potrebbe essere l’aumento della disoccupazione, anche perché qualche segnale c’è già. Alla fine di dicembre 2014 il tasso di disoccupazione risultava salito al 3,4%, mentre a novembre era del 3,2% (anche se il numero dei disoccupati era leggermente inferiore a quello dello stesso mese del 2013). Mentre in qualunque altro Paese un livello così basso sia pure in leggera salita sarebbe motivo di grande soddisfazione, soprattutto in un periodo di crisi, in Svizzera comincia a preoccupare. Occorre infatti tener presente che gli svizzeri considerano la disoccupazione la maggiore preoccupazione e questo sentimento sembra condiviso anche dal governo federale.

Situazione preoccupante ma non drammatica
Per tranquillizzare i cittadini e gli ambienti economici, imprenditori e sindacati, ma soprattutto per dare un segnale della volontà del governo di monitorare la situazione e di intervenire se dovesse peggiorare, la settimana scorsa il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, ministro dell’economia, ha incontrato i rappresentanti delle principali organizzazioni padronali e sindacali per una prima valutazione.
Johann Schneider-Ammann
Quando ha saputo che ci sono già stati licenziamenti e altri sono previsti a causa del franco forte, il ministro si è detto rammaricato «per ogni impiego che deve essere sacrificato a causa di questa situazione», ma ha aggiunto anche che è intenzione del governo, insieme alle parti sociali, «difendere i posti di lavoro in Svizzera». Ha anche ricordato che è già stata presa la decisione di introdurre la possibilità per le aziende in difficoltà di richiedere indennità per lavoro ridotto «da subito». Finora, ha aggiunto, la situazione è preoccupante ma non drammatica, non ci sono segnali che farebbero pensare di andare «in direzione di una forte recessione»; l'importante è che le parti sociali si avvicinino l'un l'altro, e ciò sta avvenendo.
Il governo federale non sta comunque ad aspettare inattivo l’evolvere della situazione. Già qualche settimana fa ha provveduto a una prima analisi, approvando un rapporto della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), elaborato già prima dell’abolizione del tasso di cambio minimo, che pone le basi della nuova politica di crescita economica. «L’Esecutivo, si legge in un comunicato stampa, conferma gli orientamenti generali della propria strategia e intende promuovere ulteriormente la crescita economica, tutelare a lungo termine i posti di lavoro e la ricchezza nel nostro Paese».

Tutela dei posti di lavoro e formazione
Nell’ottica del governo svizzero, come si vede, la tutela dei posti di lavoro non è solo una componente di una politica sociale saggia specialmente in tempi di crisi, ma un fattore di crescita essenziale. In un Paese come la Svizzera senza materie prime e una situazione geopolitica non particolarmente favorevole, puntare soprattutto sulla qualificazione e la tutela del lavoro è fondamentale.
Il Consiglio federale ne è talmente convinto che considera la crescita economica come una delle condizioni essenziali proprio per tutelare i posti di lavoro e la ricchezza in Svizzera. Senza crescita sono a rischio i posti di lavoro. Pertanto il governo considera indispensabile continuare a creare «i presupposti migliori per un’economia prospera».
Uno di questi presupposti, che nella storia di questo Paese ha sempre goduto di un’attenzione particolare, è la formazione dei giovani. L’economia svizzera si regge principalmente sulla qualità della sua manodopera. Per questo in Svizzera è molto sviluppata la formazione, sia quella generale (dagli asili alle università), sia quella professionale (dalle varie forme di apprendistato alle scuole universitarie professionali e ai politecnici).
Il sistema di formazione professionale di base (caratterizzato da un apprendimento di tipo duale, teorico e pratico, a scuola e in azienda) è ben affermato da oltre un secolo, ma richiede continui adattamenti. Anche il sistema di formazione professionale superiore è ormai ben collaudato e diffuso in tutte le regioni della Svizzera. Il governo intende svilupparlo ulteriormente perché sa bene che l’economia svizzera potrà crescere solo investendo maggiormente nell’innovazione e nella ricerca e che solo un’economia florida e competitiva potrà garantire a lungo termine i posti di lavoro.

Aumentare la produttività del lavoro
Un altro presupposto per la crescita è la produttività del lavoro. Questa è infatti non solo un fattore importante per stabilire il reddito pro capite (maggiore produttività = più reddito), ma anche un elemento determinante per la competitività delle imprese. Per questo motivo il Consiglio federale, si legge nello stesso comunicato, «attribuisce la massima priorità all’aumento della produttività», non solo perché «ritiene che una politica economica sostenibile e lungimirante deve mirare all'aumento costante del reddito pro capite», ma evidentemente anche per rafforzare la competitività dell’economia svizzera.
Il Consiglio federale non fa riferimento esplicito alle difficoltà che le imprese svizzere incontrano già oggi e che potrebbero incontrare maggiormente domani in Europa (se non verrà trovata una soluzione al problema della limitazione della libera circolazione posto dalla votazione del 9 febbraio 2014 sull’immigrazione di massa) ma evidentemente si tratta di una preoccupazione a cui non può sottrarsi.
In effetti l’attenzione del governo sembra alta e i rimedi che intende adottare efficaci. Dopo aver individuato che tra gli ostacoli che frenano gli sviluppi della produttività e dunque la crescita ci sono, ad esempio, come si legge nello stesso comunicato, «la prassi amministrativa e gli elevati costi di regolazione a carico delle imprese», ossia i costi della burocrazia, ma anche «la scarsa disponibilità di personale qualificato», il governo sembra intenzionato a intervenire su più fronti. Su uno sicuramente, quello dello sviluppo del personale qualificato, formato all’interno o reclutato all’estero. Ma è probabile che prossimamente interverrà anche sullo snellimento delle pratiche burocratiche come pure sugli stimoli alle imprese che intendono approfittare degli spiragli che i mercati esteri continuano ad offrire.

Difficoltà con l’Unione europea
Doris Leuthard
Le maggiori preoccupazioni del Consiglio federale, non sempre pubblicamente manifestate, sembrano tuttavia riguardare i difficili rapporti con l’Unione europea (UE). Il mercato di gran lunga più importante per le imprese svizzere è infatti quello europeo, che però sembra porre non poche difficoltà. La settimana scorsa i media hanno dato rilievo, ad esempio, al «piccolo spiraglio» per l’accesso della Svizzera al mercato europeo dell’elettricità, ma la consigliera federale Doris Leuthard ha riferito che «Bruxelles mette enorme pressione sui tempi». Da mesi i media non fanno che sottolineare le condizioni molto severe che l’UE impone a tutte le trattative bilaterali con la Svizzera a causa della votazione del 9 febbraio 2014.
Nessuno osa predire come finirà questa specie di braccio di ferro. Eppure basterebbe invertire l’ordine delle considerazioni. Perché invece di partire dai punti che separano le posizioni dell’una e dell’altra non si comincia a ragionale dai punti che per entrambe sono fondamentali e irrinunciabili, in una prospettiva veramente europea? Risulterebbe ad esempio evidente che come la Svizzera non potrebbe sopravvivere se non miseramente isolata dall'Europa, così l’Unione europea diventerebbe un controsenso senza la Svizzera.
Basterebbe anche solo pensare che tutto il processo di «Unione europea» mirante a una sorta di Stati Uniti d’Europa è stato ispirato dal modello della Confederazione Svizzera. Quando nel dopoguerra il progetto Europa era molto dibattuto, alla domanda pregiudiziale «Che cos’è l’Europa», Karl Jaspers, il filosofo tedesco, fuggito dalla Germania nazista per rifugiarsi in Svizzera, aveva detto nel corso di una risposta molto articolata anche questo: «Europa è la democrazia d’Atene, della Roma repubblicana, degli Svizzeri, degli Olandesi, degli Anglosassoni. Non giungeremmo mai alla fine se volessimo elencare tutto ciò che è caro al nostro cuore: una ricchezza immensa dello spirito, della morale, della fede…». Era convinto che l’Europa era anche la Svizzera e la Svizzera era inconcepibile senza l’Europa.
Per avviare finalmente un dialogo proficuo e liberatorio da tanti pregiudizi, forse basterebbe ricuperare da entrambe le parti la coscienza storica europea e il senso di appartenenza a un sistema comune di valori essenziali e intramontabili, che può garantire il futuro non solo alla Svizzera ma anche all’Europa.
Giovanni Longu
Berna 4.2.2015

28 gennaio 2015

Italia: Presidente della Repubblica tra visioni e speranze


In Italia, l’attuale dibattuto sul Presidente della Repubblica non è limitato alla ricerca del prossimo inquilino del Quirinale, ma sta innescando una riflessione politica sul tipo di Stato che maggiormente converrebbe al Paese. Evidentemente per essere eletto Presidente non basta essere un cittadino di oltre cinquant’anni in possesso dei diritti civili e politici (così prescrive la Costituzione all’articolo 84). Le sue funzioni sono infatti molto impegnative e richiedono in chi sarà chiamato o chiamata ad esercitarle qualità umane e competenze di altissimo livello. Sarebbe perciò comprensibile e giustificata un’attenta valutazione da parte dei grandi elettori (deputati, senatori e rappresentanti regionali) per individuare la persona giusta al posto giusto ed eleggerla a maggioranza qualificata dei due terzi in uno dei primi tre scrutini.

Criteri di scelta: perché non l’elezione diretta?
Stando a quanto si legge e si sente nei media, sembrerebbe invece che la preoccupazione maggiore dei politici non sia tanto concentrata sulle qualità delle personalità che potrebbero entrare in linea di conto, quanto sulla loro appartenenza partitica o quantomeno sul loro orientamento politico e sul possibile ruolo che potrebbero assumere nella gestione dello Stato nell'attuale regime incentrato sulla partitocrazia.
C’è dunque da aspettarsi che la scelta avvenga non in base a criteri obiettivi di qualità, capacità, competenza, rappresentatività del Capo dello Stato, ma in base agli equilibri politici attuali e futuri (sperati) del Parlamento, ossia dei maggiori partiti. E siccome le forze politiche sono sempre schierate su fronti opposti, maggioranza e opposizione, nella scelta del nuovo Presidente sarà determinante il consenso della maggioranza (anzi del partito di maggioranza). Le opposizioni e le stesse forze minori della maggioranza, anche se nel Paese rappresentano insieme la maggioranza dei cittadini, finiranno per essere ininfluenti, a meno che non aggiungano voti a quelli del partito di maggioranza, magari in vista di qualche tornaconto.
Per evitare questi giochi di palazzo e, soprattutto, che il nuovo Capo dello Stato diventi una sorta di emanazione di una parte minoritaria del Paese, dal mio punto di vista sarebbe enormemente preferibile che l’elezione del Presidente della Repubblica avvenisse a suffragio universale. Si sarebbe così sicuri che essendo espressione della maggioranza degli italiani rappresenterebbe democraticamente «l’unità nazionale» (art. 87, primo comma della Costituzione) e potrebbe esercitare con maggiore autorevolezza dei suoi predecessori tutte le sue funzioni, quelle codificate e quelle di fatto esercitate finora dagli ultimi presidenti.
Perché allora non si interpellano direttamente i cittadini nella scelta del Capo dello Stato, visto anche che in tutti i sondaggi la maggioranza dei partecipanti preferirebbe la sua elezione diretta? E ancora, perché nell'ampio programma di riforme costituzionali dell’attuale governo non si accenna nemmeno alla riforma del Titolo II della Parte seconda riguardante il Presidente della Repubblica? Nessuno è forse in grado di dare una risposta soddisfacente, ma le ipotesi non sono tante. O non si ritiene tale riforma prioritaria o non la si ritiene opportuna e utile, almeno per ora.

Che tipo di Presidente intende Renzi?
Secondo me la riforma della Presidenza della Repubblica è solo rinviata perché si vuole dapprima portare in porto la riforma del Senato e del Titolo V sempre della Parte seconda (Regioni, Province, Comuni) e la legge elettorale, ma soprattutto perché s’intende nel frattempo rafforzare il ruolo del Presidente del Consiglio, come sta già avvenendo. Che questa sia una delle principali ambizioni di Matteo Renzi mi sembra evidenziato anche dall'alleanza di ferro (almeno finché non si rompe) per le riforme con Silvio Berlusconi, che è stato da sempre sostenitore di una semplificazione della struttura dello Stato, della priorità della governabilità sulla rappresentanza, del rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio a scapito di quello del Presidente della Repubblica e altre riforme.
Coerentemente con questa impostazione sembra perciò preferibile a Matteo Renzi e ai suoi sostenitori non solo non alimentare l’idea di un presidenzialismo utile all’Italia, ma anche eleggere ora un Presidente della Repubblica di basso profilo, che non segua insomma le orme di Giorgio Napolitano (soprannominato spesso Re Giorgio per l’uso talvolta al limite della costituzionalità dei suoi poteri), ma rientri per così dire nei ranghi e al massimo faccia da garante della Costituzione, ma non da arbitro della vita politica. Questa dovrà essere determinata, se andrà in porto la legge elettorale in discussione, dalle espressioni del partito che vincerà le elezioni. E’ dunque preferibile, nella prospettiva suesposta, che al nuovo Presidente della Repubblica non sia lasciato troppo spazio nel processo delle riforme, nell'attività del governo, nella politica estera, ecc.
In questa prospettiva si vorrebbe, insomma, una figura di garanzia, ma depotenziata rispetto agli ultimi inquilini del Quirinale. Il grande manovratore dovrebbe continuare ad essere l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che pur avendo ricevuto da Napolitano ampio sostegno alle sue idee di riforma dello Stato ne ha dovuto subire anche il controllo. Tanto vale non rischiare col prossimo Presidente.

Verso un Cancellierato e una Presidenza della Repubblica alla tedesca?
Nell'ambito di queste speculazioni (perché certezze ovviamente non ce ne sono) si è visto la settimana scorsa un Renzi particolarmente a suo agio, nella sua Firenze, a fianco della cancelliera tedesca Angela Merkel in occasione dell’incontro bilaterale Italia-Germania. Era come se Renzi volesse mostrare all'illustre ospite non solo che l’Italia, Firenze in particolare, è bella e «sta facendo le riforme», ma anche che nel processo d’integrazione europea vuol contare di più, a fianco della Germania. La Merkel ha mostrato di gradire, anche perché ha trovato in Renzi non solo un interlocutore che ha smesso finalmente di parlar male del suo Paese, ma anche un convinto sostenitore dell’alleanza rinsaldata tra l’Italia e la Germania. TGCOM24 del 23 gennaio sintetizzava l’incontro con questo titolo: «Renzi, Merkel e l'inevitabile love story tra Italia e Germania».
Angela Merkel e Matteo Renzi
Renzi è riuscito a far incantare la sua omologa Merkel facendole visitare le bellezze straordinarie del capoluogo toscano e tenendo la conferenza stampa finale nientemeno che sotto lo sguardo, si fa per dire, dell’imponente David di Michelangelo nella Galleria dell’Accademia, ma soprattutto, forse, elencando la lunga serie di riforme già attuate o in via di attuazione, quelle ancora in discussione o appena abbozzate e persino quelle solo immaginate o sognate. Angela dev'essere stata colpita dalle visioni e dall'oratoria di Renzi, soprattutto quando ha detto che in Europa «insieme vogliamo difendere valori e ideali… Su questo mi impegno insieme ad Angela Merkel».
Non so se in quei momenti Matteo Renzi si sia sentito anche lui una specie di Cancelliere, ma deve aver goduto sicuramente quando la Cancelliera ha espresso tutta la sua fiducia nelle riforme dell’Italia. E chi può escludere che in qualche retropensiero Matteo abbia pensato che anche in Italia ci sarebbe solo da guadagnare se ci fosse una specie di Cancellierato e un Presidente della Repubblica alla tedesca.
Basterà comunque ancora qualche giorno di pazienza e l’arcano sarà chiarito. Non basteranno sicuramente giorni e mesi a portare l’Italia ai livelli della Germania in fatto di occupazione (specialmente quella giovanile), innovazione, competitività, moralità pubblica. E non dipenderà certamente dal Presidente della Repubblica!

Un buon presidente… come un direttore d’orchestra
Tanto varrebbe eleggere semplicemente un buon Presidente, che sappia svolgere i suoi compiti con spirito di servizio nell'interesse di tutti, ma soprattutto della democrazia e di quelli che hanno meno rappresentanza nei palazzi della politica. La Costituzione italiana non prevede un «primus inter pares», ma un «Primus super partes», anche se non vi figura questa espressione, perché come «Capo dello Stato» «rappresenta l’unità nazionale». Non ha propriamente «poteri», ma «funzioni». Queste dovrebbe svolgerle sempre nell'interesse generale. Tutti i suoi interventi non dovrebbero mai perder di vista questo obiettivo. Non solo, dovrebbe anche vigilare affinché tutte le istituzioni dello Stato operino con lo stesso spirito di servizio e nell'interesse comune.
Ho trovato molto pertinente l’immagine utilizzata dalla neopresidente della Confederazione svizzera per il 2015 Simonetta Sommaruga per caratterizzare il suo anno presidenziale (v. L’ECO del 21.1.2015), ma penso che possa esprimere bene anche le funzioni del Presidente della Repubblica Italiana.
Intanto la neopresidente Sommaruga, nel suo discorso d’insediamento, ha posto al centro delle sue attenzioni la democrazia diretta, non come omaggio formale al «sovrano», come qui si usa spesso chiamare il Popolo, ma come doveroso rispetto della volontà popolare, che si esprime sia attraverso le istituzioni e sia direttamente attraverso votazioni ed elezioni.
Rivolgendosi poi a tutti indistintamente, istituzioni e Popolo sovrano, ha visto il suo ruolo presidenziale come una specie di direttore d’orchestra che ha come unico obiettivo quello di far sì che i singoli componenti dell’orchestra si esprimano in armonia e contribuiscano a creare l’armonia, il benessere generale.
Vedrei bene anch'io il prossimo Presidente della Repubblica come un grande direttore d’orchestra, autorevole ma non autoritario, ascoltato e rispettato, capace di interagire, senza nulla imporre, col governo, col Parlamento, ma anche col coro dei cittadini, sottostimato e trascurato. Anzi, tutto dovrebbe partire dal popolo, dall'ascolto delle sue richieste e dei suoi bisogni, per cercate soluzioni condivise, guardando non solo all'oggi ma anche al domani, in Italia, in Europa e nel Mondo. Se il prossimo Presidente saprà creare armonia nelle istituzioni stimolandole a far meglio i loro compiti per il benessere generale… sarà un grande Presidente.

Giovanni Longu
Berna, 28.01.2015 (In realtà questo articolo è stato scritto il 24.1.2015)

27 gennaio 2015

Giorno della memoria: perché ricordare?


Erano trascorsi 60 anni dalla liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz (27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa) quando l’Assemblea delle Nazioni Unite, nel 2005, decise di dedicare ogni anno la data del 27 gennaio al ricordo dello sterminio del popolo ebraico: Giorno della Memoria. Voleva che questo ricordo, che si andava affievolendo, restasse per sempre impresso nella memoria collettiva quale monito contro ogni tipo di genocidio. Dalla liberazione dei superstiti di Auschwitz sono ormai trascorsi 70 anni e quel ricordo, anche se indiretto, è sempre vivo nello spirito di chi ama la libertà e odia la barbarie.
L'ingresso del campo di sterminio di  Auschwitz con la
famigerata scritta: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi

Ho avuto l’opportunità di visitare, parecchi anni fa, il campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco di Baviera, e il campo di sterminio di Auschwitz, vicino a Cracovia in Polonia (dal 1979 Patrimonio dell'Umanità protetto dall'UNESCO). Li ho visitati entrambi insieme a un grande studioso delle atrocità naziste, un polacco, Stanisłav Musiał, scomparso da qualche anno.
Di Dachau mi diceva che quel poco ch’era rimasto non dava l’idea di quel ch’era stato in realtà quel Lager, perché i tedeschi ormai schiacciati dagli eserciti alleati, erano riusciti a distruggere gran parte delle prove materiali delle loro atrocità prima che giungessero i soldati anglo-americani e russi. 
Di Auschwitz provava orrore, perché in quel campo di sterminio erano morti alcuni suoi parenti. Anche da quel campo i tedeschi ormai prossimi alla disfatta cercarono di far scomparire gran parte delle installazioni che erano servite per eliminare oltre un milione di esseri umani. Lo stesso fecero in tutti i Lager abbandonati.
Cortile del blocco 11 col «muro della morte»
Per chi vuole esiste comunque una documentazione enorme che non lascia spazi al dubbio sull’efferatezza del genocidio e della barbarie nazista. Sulla base delle informazioni degli archivi e dei racconti dei sopravvissuti sono stati realizzati anche film giustamente famosi come, uno per tutti, quello di Steven Spielberg Schindler’s list (La lista di Schindler). E molti sono anche i luoghi testimoni dell’olocausto, soprattutto in Polonia, ad esempio, oltre ad Auschwitz, Bełżec, Chełmno, Sobibór, Treblinka, ecc. Insomma, quanto basta perché una persona onesta si renda conto di ciò che è stato fatto e di ciò che mai più dovrebbe succedere, anche in scala ridotta.

Forni crematori distrutti dalle SS prima di
fuggire (1945) 
e ricostruiti nel dopoguerra

Ricordare non significa infatti solo lasciare che la memoria riconosca attraverso immagini e luoghi quanto è stato commesso più di 70 anni fa, ma anche le cause soprattutto ideologiche che l’hanno provocato. In particolare, la pretesa superiorità di una razza (quella ariana) e di un popolo (quello tedesco) sul resto dell’umanità, tanto da far scatenare una «guerra totale» e lo sterminio di intere popolazioni («soluzione finale»).

Perché sia efficace, tuttavia, questa riflessione va attualizzata e personalizzata, come suggerisce Vittorio Foa nell’introduzione al libro di Primo Levi (ex deportato e sopravvissuto) «Se questo è un uomo»: «Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare? E che cosa bisogna ricordare? Bisogna ricordare il Male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue: quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui culmine, scrive Levi, c’è il Lager, il campo di sterminio».
Berna 27 gennaio 2015

Giovanni Longu

21 gennaio 2015

Accordo italo-svizzero finalmente raggiunto


Finalmente una bella notizia dal fronte italo-svizzero: il 19 dicembre scorso (ma la notizia è stata ufficializzata solo pochi giorni fa) è stato infatti raggiunto un accordo preliminare (più precisamente, un’«intesa di principio») sulle questioni fiscali tra l’Italia e la Svizzera. L’accordo vero e proprio sarà firmato prossimamente e comunque entro il 2 marzo (in base alla nuova legge fiscale italiana).

Fine della guerriglia fiscale
Apponendo le loro sigle (quella che in gergo si chiama «parafatura») al testo dell’intesa raggiunta, i due negoziatori, l’italiano Vieri Ceriani e lo svizzero Jacques de Watteville, hanno di fatto posto fine al tormentone del contenzioso fiscale tra l’Italia e la Svizzera che durava ormai da una quindicina d’anni (dai tempi del ministro italiano Giulio Tremonti) e che negli ultimi quattro anni non faceva che alimentare tensioni col rischio d’incrinare gravemente i tradizionali buoni rapporti tra i due Paesi.
L’intesa raggiunta concerne i punti fondamentali, mentre per le questioni che richiedono ulteriori approfondimenti è stata stabilita la cosiddetta «road map» finalizzata allo loro definizione, che dovrà proseguire nei prossimi mesi.
Stando alle fonti abituali dei media, sia svizzere che italiane, l’accordo è ritenuto importante da entrambe le parti non solo perché pone fine alla «guerriglia fiscale tra la Svizzera e l’Italia» (Le Temps) ma anche perché consentirà benefici sia all'Italia che alla Svizzera. All’Italia perché faciliterà l’adesione all’autodenuncia (voluntary disclosure) ossia la regolarizzazione volontaria dei capitali depositati illegalmente in Svizzera da contribuenti italiani, ma anche perché farà arrivare nelle casse del fisco «molti denari, sia per le leggi approvate, sia per l’attuale momento del mercato dei cambi» (Matteo Renzi, Presidente del Consiglio). Alla Svizzera consentirà non solo di evitare inutili e gravi rischi al sistema bancario elvetico (soprattutto a quello ticinese), ma anche di uscire dalle «liste nere» italiane che penalizzano attualmente molte imprese elvetiche (perché la Svizzera non potrà più essere considerata un paradiso fiscale poco collaborativo) e di migliorare l’accesso degli operatori finanziari svizzeri nel mercato italiano.

Via libera alle informazioni bancarie
L’accordo prevede in particolare la firma, entro la fine di febbraio, di una nuova convenzione italo-svizzera contro la doppia imposizione e lo scambio d’informazioni di natura fiscale, ma solo «a richiesta» e successive alla firma dell’accordo (senza quindi possibilità di controlli retroattivi). Per l’entrata in vigore della convenzione, che è una modifica legale, bisognerà attendere la ratifica dei rispettivi parlamenti e quindi presumibilmente entro il 2017. L’accordo sullo scambio d’informazioni a richiesta entrerà invece in vigore subito dopo la firma dell’accordo, in attesa che entri in vigore a livello di Unione europea (UE) e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) lo standard dello scambio automatico delle informazioni, accettato anche dalla Svizzera.
Pier Carlo Padoan
A partire dunque dal prossimo mese di marzo, la Svizzera garantirà all’Italia, e viceversa, lo scambio d’informazioni di natura fiscale «a richiesta». Ciò significa, ad esempio, che il fisco italiano potrà richiedere alla Svizzera informazioni bancarie su singoli contribuenti italiani che detengono conti in questo Paese.
Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, visibilmente soddisfatto del risultato raggiunto, ha tenuto a precisare che questa volta non si tratta in nessun caso di un condono più o meno velato, perché chi si autodenuncia, anche se non sarà sanzionato penalmente, dovrà pagare tutte le imposte evase. D’altra parte, ha assicurato il negoziatore svizzero Jacques de Watteville, i clienti italiani delle banche svizzere che si autodenunciano non saranno in alcun modo più penalizzati degli italiani che hanno capitali depositati in Italia, in Germania o altrove. Ben altro, invece, potrà succedere a chi non si autodenuncia.

Ulteriori conseguenze dell’accordo
L’accordo, come detto, prevede inoltre una road map, ossia una serie d’incontri finalizzati a definire e mettere a punto i meccanismi regolatori riguardanti l’uscita della Svizzera dalle liste nere, la regolarizzazione del passato, la tassazione sui frontalieri secondo un nuovo modello, e altro ancora.
La portata di questo accordo è notevole non solo nel contesto dei rapporti italo-svizzeri, ma anche nel più ampio contesto della difficile costruzione dell’Unione europea sotto il profilo dell’armonizzazione fiscale. L’accordo, infatti, non solo regola la questione dello scambio di informazioni di natura fiscale tra l’Italia e la Svizzera, ma in qualche modo completa anche l’eliminazione dei «paradisi fiscali» nell’UE e nell’OCSE.
Del resto non è più nemmeno nell’interesse della piazza finanziaria svizzera continuare ad essere considerata un «paradiso fiscale», mentre sarà certamente più vantaggioso far sapere che il sistema bancario svizzero è efficiente anche senza segreto bancario e garantendo lo scambio delle informazioni bancarie previsto dall’OCSE, dall’UE e ora anche dall’accordo italo-svizzero.
Se questo accordo italo-svizzero contribuirà a migliorare anche i rapporti tra la Svizzera e l’UE non si sa, ma sicuramente rappresenta un ostacolo in meno.

Giovanni Longu
Berna, 21.01.2015

Un presidente come un direttore d’orchestra

Svizzera: Simonetta Sommaruga presidente della Confederazione

Simonetta Sommaruga
In Svizzera si sa con molto anticipo chi sarà il prossimo presidente della Confederazione e in genere basta una votazione per deciderlo. L’anno presidenziale spetta infatti normalmente al o alla vicepresidente dell’anno precedente. Nel 2014 il presidente Didier Burkhalter, liberale radicale, aveva come vicepresidente Simonetta Sommaruga, socialista. Quasi inevitabile, dunque, che il 3 dicembre 2014 l’Assemblea federale eleggesse presidente per il 2015 Simonetta Sommaruga. Per la cronaca, Johann Schneider-Ammann è stato eletto vicepresidente e quindi prossimo presidente della Confederazione.

«Primus inter pares»
In Svizzera la presidenza della Confederazione è assunta a turno per anzianità di servizio da tutti i membri del Consiglio federale, ma da alcuni anni sta diventando una carica prestigiosa. La Costituzione federale non assegna molti poteri al presidente, se non quelli di rappresentanza e di direzione dei lavori dell’esecutivo. Il presidente della Confederazione è solo un «primus inter pares», primo tra pari. Dipende dalla personalità di chi riveste la carica e anche dalle circostanze emergere e acquistare prestigio all’interno e all’estero.
Nel 2014 l’anno presidenziale ha messo in luce le doti organizzative e diplomatiche di Didier Burkhalter, che aveva iniziato bene il suo mandato con una brillante elezione: 183 voti su 202. La votazione di Sommaruga non è stata altrettanto gratificante: 181 voti su 210 schede valide, ma questo risultato, giudicato per altro buono dagli osservatori, non le impedirà certamente di esprimere al meglio le sue qualità umane e organizzative, soprattutto all’interno.
Mentre all’esterno continuerà a primeggiare Burkhalter per il suo ruolo di ministro degli esteri conosciuto e affermato soprattutto in Europa, è probabile che Sommaruga acquisti maggiore visibilità e peso politico all’interno, grazie anche a una congiuntura politica piuttosto favorevole e finora unica. Il 2015, che è anno di elezioni, vede infatti per la prima volta le tre più alte cariche dello Stato controllate da esponenti socialisti: Simonetta Sommaruga alla presidenza della Confederazione, Stéphane Rossini al Consiglio Nazionale e Claude Hêche al Consiglio degli Stati.

Difesa della democrazia diretta
Nel suo programma presidenziale Sommaruga non ha messo tuttavia ai primi posti il rilancio del suo partito, né il rafforzamento di questa o quella istituzione, ma la difesa della democrazia diretta, sotto attacco da più parti, soprattutto dopo la votazione del 9 febbraio scorso sulla limitazione dell’immigrazione di massa.
Già nel suo discorso d’insediamento in Parlamento ha ricordato proprio alle istituzioni che la democrazia diretta si esprime al meglio quando le istituzioni, Governo, Parlamento o Cittadini interpretano i loro ruoli in armonia, come in un concerto a più voci: le sette voci del Consiglio federale, i 246 strumentalisti parlamentari e il coro dei cittadini. Non so se Simonetta Sommaruga in quel momento interpretava il ruolo di direttrice d’orchestra, ma l’immagine mi è parsa pertinente e apprezzabile.
Nel suo discorso di Capodanno ha insistito: «alcuni pensano che la democrazia diretta non sia un sistema al passo coi tempi: ritengono che nel mondo interconnesso di oggi la popolazione non è più in grado di decidere su temi molto complessi. È un’opinione che non condivido per nulla. Anzi, sono convinta che il nostro sistema politico sia particolarmente adatto alla nostra epoca. Da noi, infatti, le responsabilità sono assunte non soltanto dal Consiglio federale e dal Parlamento, ma anche dalle cittadine e dai cittadini che possono esercitare la loro influenza e partecipare alle decisioni. È proprio questa partecipazione che crea vicinanza e fonda la nostra identità. Ed è proprio questo di cui abbiamo bisogno».

Italia: presidente quale direttore d’orchestra cercasi!

Prossimamente assisteremo all’elezione del Presidente della Repubblica in seguito alle dimissioni di Giorgio Napolitano. Le due presidenze, quella svizzera e quella italiana, non sono paragonabili né per durata né per competenze. Eppure potrebbero avere alcuni tratti comuni. Mi piacerebbe, ad esempio, che anche il Capo dello Stato italiano interpretasse più che il ruolo dell’arbitro, come spesso gli viene attribuito, quello di un buon direttore d’orchestra, capace di tenere uniti tutti gli elementi che la compongono e farli suonare in armonia.
Fuori metafora, la gente, il popolo italiano, credo che si aspetti dal prossimo presidente della Repubblica una figura possibilmente carismatica, rispettosa di tutti, certamente non di parte ma «super partes», difensore della democrazia più che delle istituzioni, ma soprattutto fine interprete delle sollecitazioni e aspirazioni che provengono dal basso, specialmente in tempi di crisi.

Giovanni Longu
Berna, 21.01.2015

14 gennaio 2015

Libertà di satira e sentimento religioso


In questo numero avrei voluto fare il punto della situazione sul negoziato in materia fiscale tra la Svizzera e l’Italia in una prospettiva bilaterale ed europea. Avrei voluto anche presentare sia pur brevemente la nuova Presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga e la sua impostazione dell’anno presidenziale… Ma gli avvenimenti tragici della settimana scorsa a Parigi mi spingono a qualche riflessione non tanto su ciò che è accaduto quanto piuttosto sulle cause e sulle possibili conseguenze.

La strage di Parigi e l’Islam
Mentre sono ancora sotto gli occhi di milioni di telespettatori le scene dell’attacco terroristico alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo e i successivi interventi delle forze dell’ordine e della sicurezza per la cattura dei delinquenti e la liberazione degli ostaggi, ritengo anzitutto doveroso esprimere anche da questo osservatorio la più ferma condanna del terrorismo e della violenza e pietà per le vittime.
Non ci si può tuttavia fermare a una quasi scontata condanna degli assassini. Poiché essi erano degli islamici, che hanno decimato la redazione del settimanale al grido di «Allah è grande» («abbiamo vendicato il profeta», avrebbero urlato), non si può evitare la domanda se nel loro gesto forsennato ci sia stata anche una qualche motivazione religiosa o pseudoreligiosa. Da tempo erano noti infatti sia il fanatismo religioso degli attentatori e sia la spregiudicatezza con cui Charlie Hebdo irrideva a quanto di più sacro c’è nell’Islam, ossia Allah, il profeta Maometto e il Corano.
Benedetto XVI
Mi sembra difficile rispondere negativamente alla domanda precedente, anche se va precisato che nella nostra coscienza di occidentali e di cristiani da tempo ormai non esiste più una motivazione «religiosa» dell’assassinio e il papa emerito Benedetto XVI nel 2006 aveva già messo in guardia contro la «motivazione religiosa della violenza». Del resto anche tutte le principali organizzazioni islamiche hanno condannato la strage parigina, sia pure disapprovando le vignette «blasfeme» di Charlie Hebdo.
Nei terroristi parigini, tuttavia, preferisco parlare di «fanatismo religioso» e della peggiore specie, perché finalizzato all’uccisione. Essi si proclamavano di fede musulmana, ma avevano abbracciato la jihad (una sorta di filosofia interna all’islam in cui non sono sempre ben chiari i confini tra il richiamo alla lotta interiore spirituale di ogni fedele e la spinta alla guerra santa) e avevano aderito all’organizzazione fondamentalista paramilitare di Al Qaeda.

Fanatismo religioso diffuso e… inarrestabile?
Quanto abbia influito il fanatismo religioso di matrice islamica nelle motivazioni degli assassini parigini è impossibile da verificare. Dovrebbe però far riflettere il fatto ch’esso si stia diffondendo in molte parti del mondo (si pensi all’Afganistan, all’Irak, alla Nigeria, all’Egitto, al Kenya, al Pakistan, ecc.) e anche, come si è visto, nel nostro occidente che si credeva probabilmente al sicuro, dopo le misure antiterrorismo messe in atto all’indomani del terribile attentato dell’11 settembre 2001 a New York.
Mi domando a questo punto se contro questo fanatismo e la sua diffusione si sta facendo abbastanza e se, soprattutto in occidente, specialmente in Europa, si è capito che non basta trincerarsi nella difesa ad oltranza dei «nostri» valori e che anche un buon approccio religioso basato sulla comprensione e il rispetto è fondamentale per la convivenza pacifica dei cittadini e dei popoli. Forse si fa troppo poco, basta vedere le carenze delle politiche migratorie di numerosi Paesi occidentali e il moltiplicarsi dei muri e dei reticolati contro l’«invasione» degli stranieri.
Probabilmente si è dimenticato anche che da sempre il sentimento religioso non può essere ignorato, banalizzato, peggio ancora irriso. Si è dimenticato che la nostra civiltà occidentale ha uno dei capisaldi proprio nel sentimento religioso e che questo è talmente radicato che è forse l’unico per cui si può anche morire.

Scienza e fede: Galilei e Bruno a confronto
Karl Jaspers (1883-1969)
Per mettere in evidenza il carattere incondizionato della fede religiosa, il filosofo tedesco Karl Jaspers nel secolo scorso l’ha messa al confronto con la scienza, un altro caposaldo dell’Occidente. Per chiarire la differenza ha utilizzato due figure storiche ben note come Giordano Bruno, preso come simbolo della fede religiosa, e Galileo Galilei, come simbolo della verità scientifica. Accusati entrambi da un tribunale dell’inquisizione di andare contro la Bibbia e la Tradizione, per evitare la condanna capitale Galilei ha rinunciato a insistere sulla sua verità scientifica ritrattando, Bruno invece ha preferi
to subire la condanna e morire. Secondo Jaspers il diverso comportamento è legato alla diversa natura della fede e della scienza. Galilei poteva abiurare perché la verità scientifica era distinta da lui, restava tale anche dopo la sua ritrattazione. Bruno invece non avrebbe potuto ritrattare la «sua» fede che era diventata parte della sua stessa esistenza; negandola avrebbe negato sé stesso. Questo per dire quanto il sentimento religioso sia o possa essere forte nei credenti.
La nostra società, per quanto sia impregnata di materialismo e relativismo, non dovrebbe dimenticare che esistono altre società in cui la religione rappresenta ancora un punto di riferimento fondamentale. I fatti di Parigi, ma anche altri persino peggiori che succedono nel mondo, dovrebbero suggerire anche qualche riflessione sul nostro atteggiamento nei confronti di altri popoli e culture.

Occidente superiore o solo diverso?
Noi occidentali, ritenendoci possessori del miglior sistema di governo possibile, del più ampio complesso di diritti e libertà che l’umanità abbia conosciuto finora, di una presunta totale emancipazione nelle idee e nei costumi, di un diffuso sentimento di appartenenza a una cultura superiore ecc., dimentichiamo molto spesso che il mondo «diverso» dal nostro non è «inferiore», ma appunto solo «diverso» e merita quindi comunque rispetto.
Si può, anzi si deve andar fieri della democrazia dei nostri Paesi, ma nessun governo democratico dovrebbe pretendere di esportarla e imporla con la forza ad altri Stati, almeno fino a quando questi non rappresentano una minaccia diretta ai propri legittimi interessi. Eppure, per giustificare anche recenti interventi armati si è persino inventata la fattispecie di «guerra preventiva», assolutamente incompatibile col concetto di democrazia. C’è da meravigliarsi se alcuni di questi interventi generano odio, desideri di vendetta e in certi casi persino la predicazione della guerra santa e veri e propri movimenti terroristici?
Una riflessione analoga va fatta sul nostro complesso di valori e di libertà di cui noi occidentali possiamo a giusta ragione andare fieri, a prescindere dagli abusi che sono talvolta commessi e non sempre sanzionati a dovere. Ma siamo sicuri che in altre società non esistano valori difendibili? E anche se, utilizzando il nostro metro di giudizio occidentale, li considerassimo inferiori o addirittura non-valori, chi ci autorizza a usare nei loro confronti disprezzo, sarcasmo, irrisione, soprattutto quando ad essere presi di mira sono riferimenti religiosi, come possono essere nel mondo islamico Allah, Maometto e il Corano?
Non possiamo non essere a favore della libertà di stampa e pertanto anche della libertà di satira, ma significherebbe sostenere l’insostenibile ritenere che si tratti di libertà assolute, ossia senza limiti. E’ vero che la satira c’è sempre stata, almeno da quando esistono i potenti e la possibilità di attaccarli senza rischiare la pena capitale, ma è pur vero che nel nostro sistema di valori occidentale la libertà di espressione e di satira non dovrebbe mai prevalere sul rispetto dovuto alla persona umana e ai suoi valori fondamentali, compreso il credo religioso.

Libertà di stampa e di satira illimitata?
Proprio al riguardo ritengo che, data la radicalità del sentimento religioso, la libertà di espressione e di satira trovi il suo limite nel rischio fondato che un attacco irriverente verso persone e simboli religiosi fondamentali possa turbare e provocare la sensibilità di molte persone che considerano tali simboli intoccabili.
La Corte di cassazione italiana ha dato della satira una definizione o descrizione condivisibile e opportuna: «La satira è quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di "castigare ridendo mores", ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene». A ben guardare, dunque, la satira non solo non dovrebbe avere alcun intento offensivo e denigratorio, ma anzi dovrebbe avere una finalità etica e correttiva verso il bene.
Non mi è mai capitata l’occasione di leggere Charlie Hebdo, ma alcune delle vignette apparse nei giorni scorsi francamente non mi sono piaciute, anzi le ho trovate di pessimo gusto. Naturalmente, di qui a provocare una strage ce ne corre. Quando però si sa con chi si ha a che fare un po’ di prudenza è senz’altro ragionevole. E più in generale, come ha ricordato più volte alla cultura occidentale Benedetto XVI, bisognerebbe evitare il cinismo con cui talvolta si considera il dileggio del sacro un diritto della libertà, perché la giusta considerazione della dimensione religiosa è anche una premessa essenziale per il dialogo tra le grandi culture e religioni del mondo.
Giovanni Longu
Berna 10.01.2015
P.S. Questo articolo è stato scritto il 10 gennaio. Nel frattempo si è sviluppato un ampio dibattito, ancora agli inizi, attorno all'islamismo, al rapporto tra Islam e Occidente, all'integrazione, alla libertà di espressione e di satira ecc. Credo che esso vada seguito e approfondito, tenendo presente che i valori in gioco sono molti, non solo la libertà di espressione e di satira (da salvaguardare, ma entro limiti ragionevoli), ma anche la dignità della persona, la libertà di religione, ecc. In particolare sulla libertà di satira concordo col giudizio della consigliera federale Doris Leuthard: «la satira non è un lasciapassare per tutto». Senza limiti (ragionevoli) potrebbe sfociare nell'insulto, nella calunnia, nel turpiloquio, nella blasfemia, nella bestemmia, nell'offesa gratuita. Inoltre, una satira troppo spinta e offensiva, giova al dialogo, alla comprensione reciproca, all'integrazione?
(Berna, 14.1.2015).


31 dicembre 2014

2015: Svizzera alla prova


«L’economia ticinese si presenta come un panorama invernale, avvolto dalla bruma e con quel qualcosa di enigmatico, quasi ipnotico. Tutto sembra immobile, ma nonostante ciò permane quella strana e persistente sensazione che qualcosa sta cambiando». Così l’Ufficio di statistica del Cantone Ticino ha caratterizzato a fine anno l’economia ticinese. Un’impressione analoga mi suscita anche l’economia svizzera in generale, sebbene al momento siano ancora pochi i segnali di cambiamento.

Ostacoli in vista
Finora l’economia svizzera nel suo complesso si è dimostrata in grado di superare le numerose difficoltà derivanti dalla crisi internazionale non ancora finita, dalla scarsa crescita nella zona euro e dai rapporti non sempre distesi con l’Unione europea (UE). Ma gli ostacoli che il Ticino e la Svizzera incontreranno già nei prossimi mesi non sono di poco conto. E’ probabile che il 2015 sia per il Ticino e per l’intera Confederazione un anno decisivo. Entro la prossima primavera dovrebbe concludersi il negoziato fiscale con l’Italia e si sa che molti capitali sottratti illegalmente al fisco italiano e destinati all'emersione e al rientro in Italia sono gestiti dalla piazza finanziaria ticinese. Quali conseguenze comporterà? Presto dovrebbero riprendere anche i negoziati con l’UE e l’esito non è affatto scontato.
Le difficoltà principali che incontrerà la Svizzera sono dovute soprattutto alle conseguenze dell’approvazione, il 9 febbraio 2014, della modifica costituzionale riguardaccordo del 1999 (entrato in vigore nel 2002) sulla libera circolazione delle persone e tenterà di farlo, già nel 2015. Ma l’UE ha fatto sapere di non essere disposta a rinegoziare questo principio basilare della politica sociale europea.

ante la limitazione dell’«immigrazione di massa». Per dare piena attuazione a questo voto, il governo federale dovrebbe rinegoziare con l’Unione europea (UE) l’

Soluzioni possibili
Il Consiglio federale non può sottrarsi al nuovo obbligo costituzionale creatosi il 9 febbraio scorso, ma non credo che si arriverà a un «braccio di ferro» con l’UE. Se ci dovesse essere, a soccombere sarebbe senz'altro la Svizzera. Una clausola (non per nulla chiamata «clausola ghigliottina»!) del primo gruppo di Accordi bilaterali con l’UE (1999) prevede infatti che se ne salta uno (ad esempio quello sulla libera circolazione delle persone) decadono anche tutti gli altri (ostacoli tecnici al commercio, agricoltura, trasporti terrestri, trasporto aereo, ricerca, ecc.). La Svizzera, che ha raggiunto l’attuale livello di benessere proprio grazie a questi Accordi, sa bene che senza di essi il futuro si presenterebbe alquanto incerto e difficile, perché non avrebbe più il libero accesso al grande mercato europeo.
D’altra parte, ritengo che nemmeno l’UE abbia interesse a rompere le buone relazioni con la Svizzera, alla luce dei molteplici interessi comuni nei campi dell’energia e dei trasporti, degli scambi commerciali, della ricerca scientifica, della formazione, ecc.
Credo che sarà proprio osservando realisticamente la situazione che la Svizzera e l’UE finiranno per trovare un’intesa compatibile con le esigenze dell’una e dell’altra. La Svizzera continuerà ad aver bisogno di manodopera estera e sarà l’economia a regolare i flussi migratori e non la politica e l’amministrazione attraverso complicati meccanismi di contingentamento.
Anche l’UE finirà per rendersi conto che «la libera circolazione non è un dogma», per riprendere un’espressione dell’ambasciatore Roberto Balzaretti (capo della missione svizzera presso l’Unione europea), né un «diritto incondizionato», come sostiene David Cameron (primo ministro del Regno Unito), ma un principio che va applicato con una certa flessibilità. E’ sulla sua applicazione, non sul principio in sé, che andrà trovata un’intesa tra l’UE e la Svizzera. La libera circolazione dovrà essere garantita, entro limiti sostenibili di salvaguardia, garantiti non solo alla Svizzera ma anche agli altri Paesi dell’UE.

Superare la sindrome di Asterix
Inoltre, non si dovrebbe dimenticare che il processo di avvicinamento della Svizzera all’UE (destinato a concludersi verosimilmente con l’adesione) deve continuare, non interrompersi. Sempre più svizzeri hanno già superato la «sindrome di Asterix», ritengono convintamente che la Svizzera sia circondata non da (potenziali) nemici, ma da amici. Il sentimento di accerchiamento, comprensibile cent’anni fa (quando il Paese si sentì costretto a circondarsi da migliaia di opere di difesa, in parte ancora visibili e impressionanti per numero e struttura) e forse persino settant’anni fa, non è più giustificato oggi. Guai interrompere questo processo, che, sia pure lentamente, avanza. Anzi, esso dev’essere favorito, perché se un giorno, spero presto, ci saranno davvero gli Stati Uniti d’Europa, questi ci saranno solo se anche la Svizzera ne farà parte.
Il 2015 sarà sotto questo aspetto un anno molto importante, perché sarà rinnovata l’Assemblea federale. E’ auspicabile che la competizione elettorale non si trasformi in uno scontro pro o contro l’UE, ma sproni al dialogo e alla ricerca di soluzioni condivise da entrambe le parti interessate. Buon Anno, Svizzera. Buon Anno Europa.
Giovanni Longu
Berna, 31.12. 2014