13 marzo 2013

Donne e uguaglianza: un’utopia?


La giornata dell’8 marzo è tradizionalmente dedicata alle donne, che in tale occasione vengono particolarmente omaggiate, soprattutto nel mondo occidentale. Si parla perciò della «festa della donna». In realtà, le «giornate» di questo tipo dedicate al ricordo o alla riflessione e anche alla festa servono soprattutto a richiamare l’attenzione su problematiche specifiche delle nostre società.
La giornata delle donne ci ha ricordato anche quest’anno, oltre al fenomeno gravissimo del femminicidio e più in generale della violenza sulle donne in ambito domestico, il problema in gran parte ancora irrisolto delle disparità tra uomo e donna. In molte parti del mondo le donne sono vistosamente discriminate. Benché rappresentino la metà del cielo, gran parte del potere in tutti i campi è ancora saldamente nelle mani dell’altra metà. Le donne fanno fatica persino ad essere sé stesse.
Anche nelle nostre società, che chiamiamo evolute, la parità è ancora lontana o addirittura un’utopia. Si pensi alle difficoltà che incontrano le donne per conciliare la vita famigliare e la vita professionale, alla diversa ripartizione dei pesi nella famiglia, agli ostacoli che devono superare le donne per farsi rispettare sul lavoro e per avanzare nella carriera. Molte donne si sentono discriminate anche nell'ambito ecclesiale e invocano maggiore ascolto e attenzione soprattutto da parte della Chiesa cattolica.

Pregiudizi maschilisti
Da che mondo è mondo gli uomini rivendicano la caratteristica della forza e dunque del dominio e del potere. Tutte le volte che si è tentato di minimizzare questa sua prerogativa l’uomo si è ribellato difendendola anche con la violenza. In questo quadro, la donna ha dovuto accettare per millenni un rango inferiore e l’appartenenza al «sesso debole», rispetto a quello «forte» degli uomini. La piena parità di diritti e di doveri tra uomo e donna è ancora di là da venire, in barba a tutte le affermazioni solenni delle istituzioni internazionali e della stessa Chiesa.
Da decenni le società più evolute registrano un lento avvicinamento tra i due sessi nella vita professionale, culturale, sociale, ma ogni anno che passa le statistiche non lasciano dubbi sulla distanza che resta ancora da colmare. Siccome in certi campi, ad esempio quello salariale, la legge è ormai quasi ovunque molto chiara e vincolante, gli uomini di potere spostano la differenza dal salario alla posizione professionale. Basta che la donna abbia una qualche competenza in meno e subito viene penalizzata. La maggiore discriminazione avviene tuttavia già prima, quando si decidono i vertici aziendali. Alle donne è generalmente precluso l’accesso e le poche eccezioni non fanno che confermare la regola.

Situazione in Italia
Non c’è dubbio che in Italia l’avvicinamento tra i due sessi abbia fatto passi da gigante, soprattutto in questi ultimi decenni. Sul piano del diritto, il principio dell’uguaglianza è garantito legalmente. In teoria, dunque, non dovrebbero esistere impedimenti alla piena realizzazione del principio. In pratica, invece, è facile costatare che l’uguaglianza è tanto più disattesa quanto più si sale nella scala gerarchica.
C’è un settore in particolare in cui le donne italiane devono purtroppo ancora lottare duramente per avvicinarsi al livello dei maschi, quello dell’occupazione. L’Italia figura all’80° posto nella classifica mondiale per l’occupazione femminile. Nel Mezzogiorno d’Italia oltre il 50% delle donne non esercita alcuna attività professionale. Una vera emergenza nazionale! E’ auspicabile che tra le priorità del futuro governo (prima o poi bisognerà pur farne uno) l’occupazione femminile, insieme a quella giovanile, abbia un posto di riguardo.
Sulla carta, in nessuna attività professionale è preclusa alle donne la scalata ai vertici. In particolare nelle amministrazioni pubbliche le donne hanno ormai accesso teoricamente a tutti i livelli. In realtà si sa bene quante poche donne siano a capo di aziende o occupino posti dirigenziali di grande responsabilità. Anche ai vertici della pubblica amministrazione le donne scarseggiano e quelle che li raggiungono continuano stranamente (!) a chiamarsi, «ministro» (anche quando si chiama Anna Maria Cancellieri o Elsa Fornero), «direttore generale», «consigliere», «ambasciatore» secondo la vecchia consuetudine di quando ad occupare queste funzioni c’erano praticamente solo uomini. Perché le titolari italiane non pretendono di essere chiamate «ministra», «direttrice», «consigliera», «ambasciatrice», ecc.?
Proprio in queste settimane da più parti si è fatto notare che nel nuovo Parlamento appena eletto le donne hanno fatto un gran balzo in avanti. Effettivamente esse costituiscono il 31% dei deputati e il 30 per cento dei senatori. Si è dunque vicini all'uguaglianza? Certamente no. Se l’obiettivo è la parità, questa è ancora molto lontana. Del resto è sintomatico che a capo delle segreterie dei grandi partiti rappresentati in Parlamento non ci sia nemmeno una donna.
Solo un settore, quello della formazione, vede le donne italiane sopravvanzare gli uomini. Le donne, da qualche decennio, studiano più degli uomini e conseguono più titoli accademici in quasi tutte le discipline. Purtroppo però, al termine degli studi, gli sbocchi professionali per le donne sono meno agevoli che per gli uomini. A livello europeo la percentuale delle donne italiane occupate con una formazione di grado terziario è bassissima.

Situazione in Svizzera
Anche in Svizzera la parità uomo-donna resta un obiettivo non ancora raggiunto, ma anno dopo anno si registra uno sviluppo positivo soprattutto nella vita professionale e nella formazione.
La partecipazione delle donne svizzere alla vita professionale, ha comunicato recentemente l’Ufficio federale di statistica (UST), è su scala internazionale piuttosto elevata: nel 2011 era del 76,7% (uomini: 88,7%). Negli ultimi vent’anni è cresciuta di quasi dieci punti percentuali grazie soprattutto al lavoro a tempo parziale (6 donne occupate su 10 lavorano a tempo parziale).
Il livello di formazione delle donne e degli uomini tende alla parità e, a differenza di quel che avviene in Italia, le donne dopo gli studi sono ben rappresentate anche a livello dirigenziale con circa un terzo di tutti i dirigenti o membri delle direzioni aziendali.
In politica, le donne fanno progressi consistenti ad ogni elezione nazionale. Non va dimenticato che in Svizzera le donne hanno ottenuto il diritto di voto a livello nazionale solo nel 1971. Da allora la partecipazione femminile in tutti gli organi politici elettivi è andata costantemente crescendo. Negli ultimi vent'anni la rappresentanza femminile è raddoppiata. 
Nel 2010 per la prima volta tre donne occupavano simultaneamente le tre più alte funzioni politiche elvetiche (presidente del Consiglio nazionale, presidente del Consiglio degli Stati, presidente della Confederazione). Oggi la proporzione femminile al Consiglio nazionale (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) è del 29,5%. A livello di governo federale, nel biennio 1910/1911 le donne erano in maggioranza e ancora attualmente sono 3 su 7 (42,9%).
Purtroppo anche in Svizzera la violenza sulle donne è un fenomeno diffuso. Nel 1911 sono state registrate 15,4 vittime di violenza domestica ogni 10.000 donne (contro 4,9 vittime ogni 10.000 uomini).
In breve, la strada verso la parità uomo-donna anche in Svizzera è ancora lunga, ma non c’è dubbio che qui ci sono le premesse giuste per percorrerla, ossia una legislazione favorevole, un sistema formativo di prim'ordine, un diffuso senso dell’uguaglianza tra i sessi.

Situazione nella Chiesa
Le problematiche relative alla parità uomo-donna non risparmiano, come noto, anche la Chiesa cattolica. Da tempo all'interno della popolazione cattolica esiste un disagio femminile nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche per una presunta disattenzione alle loro rivendicazioni da parte della gerarchia ecclesiastica, dai preti comuni fino al Papa, passando naturalmente per i vescovi e i cardinali della Curia romana.
Le rivendicazioni sono tante, variano molto da società a società, ma in generale hanno in comune la richiesta di un chiarimento sul ruolo della donna nella Chiesa (tradizionalmente subordinato), l’attuazione integrale del principio di uguaglianza di tutti i battezzati di entrambi i sessi (già riconosciuto nella dottrina ma non nella pratica della Chiesa), la valorizzazione piena della complementarietà del servizio ecclesiale delle donne (si pensi anche solo all'apostolato, all'esercizio della carità, ecc.) fino all'accesso della donna al sacerdozio. In queste settimane alcuni osservatori si sono anche chiesti per quale ragione «dogmatica» tra gli elettori del Papa non ci sia nemmeno una donna, visto che in fondo il successore di Pietro è anche il rappresentante di tutta la Chiesa, di cui le donne costituiscono almeno la metà e sicuramente la parte più attiva.
Le problematiche sono note e i pareri, anche di teologi illuminati, molto discordi. E’ auspicabile che il nuovo Papa, nell'affrontare la crisi che attraversa oggi anche la Chiesa, trovi la forza e l’illuminazione necessarie per avviare a soluzione anche i problemi sollevati da molte donne e molti uomini di buona volontà e mossi dalle migliori intenzioni.
Giovanni Longu
Berna, 13.03.2013

06 marzo 2013

Italia ingovernabile? L’esempio svizzero


Osservatori nazionali e internazionali sembrano non avere dubbi sul rischio d’ingovernabilità dell’Italia. In molta stampa, compresa quella svizzera, il rischio è anzi certezza e c’è chi vede addirittura il Bel Paese sull'orlo del burrone, vicino al precipizio, in procinto di affondare e quanto meno nel caos della confusione totale. In effetti, a voler leggere gli esiti dello scrutinio alla luce dei criteri interpretativi tradizionali, queste elezioni non hanno fornito indicazioni chiare sulla composizione del prossimo governo. Dalle urne non è emersa una maggioranza netta (tranne che nella Camera dei deputati, ma solo grazie a una legge elettorale pasticciata, contestata da ogni parte) per cui è difficilmente immaginabile un governo solido e stabile di tipo tradizionale.

I risultati elettorali, per quanto di difficile interpretazione, hanno comunque fornito, a mio parere, molte indicazioni preziose sulla futura politica italiana. Per cogliere appieno il senso di queste indicazioni bisognerebbe tuttavia modificare la chiave di lettura tradizionale. Finora le elezioni servivano essenzialmente a determinare una maggioranza e una minoranza in funzione della governabilità. Chi vinceva definiva un programma ed esprimeva il futuro governo (inteso essenzialmente come «potere»), chi perdeva era relegato al ruolo dell’opposizione. La campagna elettorale si svolgeva in questa ottica e, soprattutto nella visione bipolare degli ultimi decenni, serviva anche a mettere in luce le diversità (ideologiche più che programmatiche) e persino l’inconciliabilità delle diverse posizioni. L’esito delle ultime elezioni dimostra invece che può esistere un’altra visione e una prospettiva di governo diversa.

L’antipolitica e la sofferenza diffusa
Forse mai come in queste votazioni gli italiani si sono così poco preoccupati della governabilità del Paese (non dando ascolto ai fautori del voto «utile», sia Berlusconi che Bersani). Di fatto essi hanno preferito dare altre indicazioni alla politica e non è vero che non sono chiare.
Un primo segnale è sicuramente quello che comunemente viene chiamato l'antipolitica, ossia il disgusto dell’opinione pubblica nei confronti di una classe politica ritenuta una «casta» usurpatrice di privilegi ingiustificati, talvolta corrotta, e soprattutto incapace di risolvere i problemi del Paese e quindi inutile. Emblematico, in questo senso, il grido istrionico di Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle: «Arrendetevi, siete circondati, siete sconnessi dalla realtà. Chiedete scusa e andatevene». Che non si tratti di un grido isolato, ma interpreti un sentimento molto diffuso nel Paese lo dimostra la valanga di voti che ha raccolto questo Movimento con velleità rivoluzionarie.
Il secondo segnale inviato dagli elettori alla classe politica è la sofferenza diffusa in una fascia sempre più ampia della popolazione, per l’esasperazione delle criticità presenti nel Paese, aggravate anche dalla politica di austerità e di rigore del governo Monti: disoccupazione in aumento, soprattutto quella giovanile, crisi delle piccole e medie imprese, pressione fiscale sempre più pesante, rischio crescente di povertà, ecc.

Governabilità e senso dello Stato
A questo punto il problema della governabilità acquista nell'opinione pubblica un significato assai diverso da come lo s’intendeva finora. Non è tanto importante per gli elettori e quindi per il Paese chi governa e quale maggioranza lo sostiene, ma conta solo che qualunque sia il governo che si appresti a governare sia in grado di favorire l’occupazione, di creare prospettive ai giovani, di operare sgravi fiscali alle famiglie e alle piccole e medie imprese, di diminuire vistosamente i costi della politica, di migliore i servizi ai cittadini, di saper stare in Europa con responsabilità e dignità ma anche esigendo rispetto.
In questo senso credo che gli elettori abbiano parlato chiaro. A chi lamenta che il quadro politico emerso è piuttosto confuso, bisognerebbe rispondere che non sta agli elettori indicare le soluzioni, ma sta agli eletti cogliere le aspettative degli elettori, senza nascondersi nelle difficoltà oggettive delle soluzioni da trovare. Ed è a questo punto che dovrebbe scattare, soprattutto nei vertici dei maggiori partiti rappresentati nel nuovo Parlamento, il senso dello Stato e il senso di responsabilità.

«Concorso» dei partiti
E’ auspicabile che nessuna forza politica si sottragga alle proprie responsabilità. Al riguardo mi sembra utile ricordare che la Costituzione all’articolo 49 dice espressamente che i partiti «concorrono» a determinare la politica nazionale. Nel linguaggio giuridico il modo indicativo (concorrono) indica sovente un obbligo, un dovere. Lo è certamente in questo caso. Del resto, non appartiene né alla lettera né tantomeno allo spirito della Costituzione l’auspicio che a governare sia sempre un partito che detenga la maggioranza assoluta in entrambe le Camere.
Di quale governo ha bisogno il Paese?
Ritengo pertanto che, soprattutto in una situazione di oggettiva difficoltà come quella attuale, tutti i partiti, nessuno escluso, sentano l’obbligo costituzionale e morale di «concorrere» alla governabilità del Paese. Sarebbe anche un’opportunità unica per farsi perdonare le innumerevoli violazioni dello spirito della Costituzione, quando i partiti si comportavano come avversari incompatibili e intenti soprattutto a distruggersi a vicenda. Dichiarare a priori, oggi, l’esclusione o l'autoesclusione di qualche partito dal diritto-dovere di «concorrere» alla presa delle decisioni utili al Paese mi pare francamente un atteggiamento irresponsabile e persino anticostituzionale.

Trovare le soluzioni in Parlamento
Non credo che per superare l’apparente frammentazione si debba auspicare una sorta di «governicchio» giusto il tempo necessario per fare una legge elettorale dignitosa e rispettosa della volontà popolare e poi andare nuovamente alle elezioni.
Il Presidente Giorgio Napolitano
Mi auguro che il Presidente Napolitano abbia la forza e la saggezza di conferire l’incarico di formare il governo solo a una personalità prestigiosa e intenzionata a costituire un governo stabile, in grado di elaborare un programma di governo di massima non dettagliato con l’impegno di discutere in Parlamento per l’approvazione tutte le proposte per la soluzione dei problemi del Paese.
Il voto di fiducia richiesto dalla Costituzione per governare dovrebbe riguardare non tanto le soluzioni che il governo intenderebbe adottare, quanto piuttosto la sua volontà di cercare e trovare insieme in Parlamento le soluzioni più idonee e più condivise. A differenza del governo «tecnico» a guida Monti, che si fondava di fatto su una costrizione morale dei vecchi partiti a concedere la fiducia ogniqualvolta fosse stata richiesta, il prossimo governo dovrebbe essere un vero e proprio «esecutivo» che propone, prepara e mette in esecuzione i provvedimenti approvati «a maggioranza» dal Parlamento.

Soluzione praticabile e vantaggiosa
Questa soluzione, a mio parere praticabile (tanto è vero che in Paesi come la Svizzera, dove manca il voto di fiducia, è praticata), non dovrebbe rappresentare in Italia una specie di rivoluzione, ma la logica conseguenza di fronte alla gravità dei problemi da affrontare e il rischio dell’ingovernabilità.
Oltre tutto corrisponderebbe alla volontà popolare che ha fatto capire chiaramente che la contrapposizione partitica violenta e intransigente dev'essere considerata finita. I partiti conservano la loro ragion d’essere unicamente nello spirito della Costituzione e pertanto unicamente se disposti a «concorrere» democraticamente alla politica nazionale.
A favore di questa possibile soluzione (simile ma non uguale al governo di «larghe intese» detestato soprattutto da Grillo e Bersani) andrebbe anche ricordato che nel Parlamento i partiti non hanno di per sé alcun ruolo e deputati e senatori nelle rispettive Camere si riuniscono in «gruppi parlamentari» e non in «gruppi partitici». I partiti sono associazioni di cittadini che rappresentano interessi politici particolari, ma non hanno alcuna funzione legislativa, se non quella di preparare, selezionare e presentare candidati alle elezioni. La sede propria dei partiti non è il Parlamento ma la società civile.

Parlamentari responsabili
Ad avvalorare la possibilità di una tale soluzione contribuisce anche l’articolo 67 della Costituzione, spesso dimenticato ma fondamentale, che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Ciò significa che i parlamentari, una volta eletti, anche se restano nel partito sotto il cui simbolo sono stati eletti, non hanno alcun obbligo di seguirne eventuali indicazioni di voto. Ma questo Grillo lo sa? Ogni deputato e senatore vota (dovrebbe votare) secondo scienza e coscienza, persino in opposizione ad altri membri dello stesso partito e in disaccordo col capo, che magari dall'esterno pretende di dirigere tutte le operazioni arrogandosi la funzione di «garante». Può persino trasmigrare da un gruppo parlamentare all'altro perché in Parlamento ci sono unicamente eletti dal popolo e non delegati dei partiti.
Mi auguro, per il bene dell’Italia, che questa sorta di miracolo avvenga, almeno per un periodo sufficiente ad apportare fiducia e tranquillità tra gli italiani e tra i partner europei, anche se l’ottimismo nei media mi sembra scarsamente rappresentato. Il ringiovanimento del Parlamento e la forte presenza femminile potrebbero contribuire ulteriormente a creare tra tutti i parlamentari un maggior spirito di collaborazione e una buona dose di fiducia.
Giovanni Longu
Berna, 6.3.2013

27 febbraio 2013

1° marzo 1963: svolta nella politica immigratoria svizzera


L’immigrazione dall’Italia verso la Svizzera, ridotta a poche centinaia di persone l’anno durante la guerra, riprese vigore al termine delle operazioni belliche, per la congiunzione di tre fattori fondamentali: la grave crisi occupazionale italiana, soprattutto al nord, la forte ripresa congiunturale dell’economia svizzera e la politica immigratoria liberale delle autorità federali.

Per far fronte alle crescenti esigenze dell’economia svizzera, venivano reclutati ogni anno in Italia decine di migliaia di lavoratori, praticamente senza restrizioni da parte delle autorità federali. I permessi di lavoro e le autorizzazioni di soggiorno venivano rilasciati con grande facilità. In meno di quindici anni, dal 1946 al 1960, sono espatriati in Svizzera almeno una volta per motivi di lavoro oltre un milione e mezzo di italiani, gran parte dei quali, tuttavia, successivamente rimpatriati (fonte ISTAT). Nello stesso periodo, la popolazione italiana residente è passata da meno di centomila a ben 346.223 persone, senza contare il numero di stagionali, oscillante tra 100 e 200 mila persone l’anno, ininfluenti sulla statistica della popolazione residente.

Fabbisogno crescente di manodopera
A distanza di oltre cinquant'anni, credo che sia difficile per chiunque, anche per gli stessi protagonisti di allora, rendersi conto sia del fabbisogno svizzero di manodopera estera nel dopoguerra fino agli inizi degli anni ’60 e sia dei movimenti in entrata e in uscita dei lavoratori immigrati. Per averne un’idea, bisogna anzitutto ricordare che dalla fine della guerra tutte le industrie svizzere producevano pressoché al massimo delle loro capacità e le prospettive di sviluppo, dopo alcune incertezze iniziali, erano positive.
Per garantire anche in futuro i prodotti sempre più richiesti dalla società dei consumi che si stava profilando, le industrie avevano bisogno sia di grandi quantità di energia e sia di infrastrutture stradali efficienti, in aggiunta a quelle ferroviarie già disponibili, per la distribuzione dei prodotti. Inoltre, la popolazione crescente e sempre più benestante aveva enorme bisogno di nuove infrastrutture residenziali (abitazioni), commerciali (fabbriche, negozi, supermercati, ecc.) e pubbliche (scuole, asili, ospedali, alberghi, chiese, uffici, ecc.).
Per far fronte a tutte queste esigenze, occorreva uno sforzo enorme da parte di enti pubblici e privati, che si tradusse in un gigantesco cantiere che si estendeva praticamente su tutto il territorio nazionale. In pratica si lavorava e si costruiva ovunque. E’ facile comprendere, a questo punto, l’esigenza di una quantità crescente di manodopera, che non poteva essere solo quella locale, ma anche straniera. Soprattutto nei primi decenni del dopoguerra questa proveniva soprattutto dall'Italia.

Italiani soprattutto e dappertutto
In quel periodo vennero costruite imponenti dighe per la creazione di bacini di accumulazione in alta montagna in modo da sfruttare l’acqua della fusione dei ghiacciai e fornire regolarmente l’energia necessaria all'industria e ai trasporti. Era l’epopea delle grandi dighe e delle imponenti centrali idroelettriche. In tutti i grandi cantieri gli italiani erano presenti in gran numero.
Diga di Mauvoisin / Vallese
Una buona parte delle oltre duecento grandi dighe presenti in Svizzera sono state terminate o iniziate negli anni ’50. A titolo di esempio si possono ricordare quelle di Cleuson/Vallese (1946-1951), Salanfe/Vallese (1947-1952), Räterischsboden/Berna (1948-1950), Palagnedra/Ticino (1950-1952), Sambuco/Ticino (1951-1956), Mauvoisin/Vallese (1951-1958), che con i suoi 237 m di altezza, alla sua entrata in funzione, era la diga in cemento più alta del mondo, un record che dovrà cedere pochi anni più tardi alla Grande Dixence/Vallese (1951-1961), la diga più alta del mondo a gravità in cemento (285 metri), Vieux-Emosson/Vallese (1952-1955), Zeuzier/Vallese (1954-1957), Moiry/Vallese (1954-1958), Albigna/Grigioni (1955-1959), Les Toulles/Vallese (1958-1963), Luzzone/Ticino (1958-1963), ecc.
Altri lavoratori italiani erano adibiti alla costruzione di nuove arterie di traffico e al miglioramento di quelle esistenti. Nel 1962 venne inaugurato nella zona di Grauholz, vicino a Berna, il primo tratto della «Nazionale 1» (N1), destinata ad attraversare la Svizzera da Ginevra al Lago di Costanza. Nel 1963 venne terminata la tratta Losanna – Ginevra, giusto in tempo per accogliere i visitatori dell’esposizione nazionale di Losanna. Gli anni Sessanta e Settanta hanno conosciuto una sorta di euforia per la costruzione di strade, autostrade e tunnel (si pensi a quelli sotto il Gran San Bernardo tra la Svizzera e l’Italia, al tunnel del Bernina e soprattutto a quello di ben 17 km sotto il San Gottardo). Dovunque ci sono italiani all’opera.
Moltissimi italiani erano inoltre attivi nell’edilizia residenziale, commerciale, industriale e pubblica. Tutte le grandi città svizzere si rinnovavano e ingrandivano per far fronte alle nuove esigenze di una popolazione in forte crescita, anche in seguito all’immigrazione e al benessere, e costantemente bisognosa di nuove abitazioni.

Reazioni xenofobe
Per avere un’idea dei flussi di lavoratori stagionali che arrivavano in primavera e rientravano all’inizio dell’inverno basti pensare che per alcune settimane transitavano alla frontiera con l’Italia fino a cinque mila stagionali al giorno. Benché l’Italia vivesse in quegli anni (1959-1963) un boom economico mai conosciuto fino ad allora, con tassi d’incremento del prodotto interno lordo eccezionali, nello stesso periodo la Svizzera richiamava ancora decine di migliaia di lavoratori italiani.
Gli italiani costituivano nel 1960 circa il 60% degli stranieri residenti e una percentuale ben più alta conteggiando gli stagionali e i frontalieri. Si calcola che nel 1960 fossero presenti in Svizzera complessivamente circa mezzo milione di italiani.
La Svizzera, tuttavia, non era allora un modello di accoglienza e gli immigrati, soprattutto gli italiani, erano benvenuti solo per il lavoro che svolgevano, praticamente rifiutato o comunque non ambito dagli svizzeri. Già sul finire degli anni ’50 cominciarono a diffondersi soprattutto nella regione di Zurigo, dove era più massiccia la presenza degli italiani immigrati, i movimenti antistranieri, che si diffonderanno negli anni Sessanta e Settanta in tutta la Svizzera soprattutto di lingua tedesca.
Nel 1961 venne fondato a Winterthur il partito «Nationale Aktion gegen die Überfremdung von Volk und Heimat» (Azione nazionale contro l’inforestieramento del popolo e della patria), che produrrà in seguito le più insidiose iniziative popolari antistranieri all’insegna «la Svizzera agli Svizzeri» e «gli stranieri sono troppi». Vi aderivano soprattutto insegnanti di scuola, operai, piccoli impiegati e contadini.
Nel 1963 si costituì a Zurigo il «Movimento indipendente svizzero per il rafforzamento dei diritti del popolo e della democrazia diretta», chiamato abitualmente «Partito anti-italiano». Alcuni svizzeri cercarono di scatenare, tramite volantini e lettere razziste, in maggioranza anonime, l'odio contro gli stranieri e in particolare gli italiani del Sud. Fortunatamente non ebbe molto seguito, ma contribuì a diffondere il veleno antistranieri.

Forti pressioni sul governo
Occorre anche ricordare, per completare il quadro ambientale di quel periodo, che fin dalla metà degli anni ‘50 il sindacato svizzero chiedeva alle autorità federali di porre un freno all’immigrazione perché, così riteneva, minacciava una contrazione dei salari a danno dei lavoratori (svizzeri) e un aggravamento della penuria degli alloggi. In realtà i sindacati svizzeri erano anche preoccupati della perdita di iscritti. Infatti, con l’arrivo degli stranieri per occupare i posti meno retribuiti della produzione, molti svizzeri abbandonavano le attività di produzione per diventare impiegati e uscire così dal sindacato operaio.
Nel 1963 si stava discutendo il nuovo accordo italo-svizzero di emigrazione in sostituzione di quello superato del 1948. In esso si prevedevano alcuni miglioramenti per i lavoratori italiani, che agli occhi dei movimenti xenofobi sembravano così eccessivi da minacciare, in caso di ratifica dell’accordo, una marcia su Berna.
Di fronte alle pressioni provenienti da ogni parte, esclusa ovviamente quella interessata dell’economia, il Consiglio federale decise di intervenire. Fino ad allora aveva adottato una politica d’immigrazione molto liberale, atta a soddisfare in primo luogo le necessità dell'economia. Ora si trattava di raffreddare il clima che rischiava di arroventarsi, venendo incontro alle richieste sindacali e della maggioranza dei partiti svizzeri e imporre misure volte a diminuire la dipendenza dell’economia dalla manodopera estera, ridurre gradualmente la percentuale di stranieri in Svizzera, frenare le tendenze inflazionistiche (aumento della domanda di alloggi e di beni di consumo e quindi dei prezzi), ma anche dare un segnale di risposta ai movimenti xenofobi, che cominciavano a creare malcontento nel Paese.

La svolta: il contingentamento
Così, il 1° marzo 1963, il Consiglio federale introdusse per la prima volta il «contingentamento» della manodopera estera, per limitare l’immigrazione incontrollata, che cresceva ad un ritmo fino all’11% annuo. Con un’ordinanza venne determinato il numero massimo autorizzato di stranieri per azienda. In questo modo intendeva anche venire incontro alle richieste sindacali e della maggioranza dei partiti svizzeri.
La misura non si rivelerà molto efficace, ma segnò una svolta nella politica federale d’immigrazione, determinando un intervento dello Stato sempre più diretto in materia. Decretò, di fatto, la fine di un lungo periodo d’immigrazione orientata quasi esclusivamente a soddisfare le esigenze dell’economia elvetica. Purtroppo non segnò allo stesso tempo l’avvio di una nuova politica orientata all'integrazione. Per questa si dovrà attendere ancora quasi un decennio.
Giovanni Longu
Berna, 27.02.2013

           




20 febbraio 2013

Le dimissioni del Papa Benedetto XVI


Le dimissioni annunciate l’11 febbraio 2013 da Papa Benedetto XVI hanno scosso il mondo perché totalmente inattese. E’ vero che la Chiesa cattolica prevede esplicitamente nella sua legislazione (Codice di diritto canonico) che il papa possa dimettersi, ma finora, in condizioni comparabili, non era mai accaduto. E’ anche vero che lo stesso Ratzinger aveva manifestato da tempo la convinzione che il papa, in caso di gravi impedimenti fisici o psichici possa dimettersi, ma forse nessun cattolico ha mai pensato seriamente che toccasse proprio a lui fare uso per primo di questa possibilità.

Decisione storica
La notizia, com'è facile capire, ha fatto in pochi minuti il giro del mondo lasciando attoniti non solo i fedeli cattolici ma in generale tutti, credenti e non credenti. In fondo, anche i non cattolici, hanno sempre portato in questi ultimi decenni un grande rispetto per il capo della Chiesa cattolica. Inoltre, nessun segnale lasciava presagire una tale decisione, anzi, a parte qualche giornalista fantasioso, nessuno la riteneva possibile, soprattutto dopo l’esempio di papa Giovanni Paolo II, morto dopo una lunga malattia grandemente debilitante. Era opinione corrente, suffragata da secoli di storia, che ogni papa muore da papa, come se non potesse venir meno di propria volontà alla missione petrina, ossia di successore di San Pietro.
Benedetto XVI
Dopo l’effetto sorpresa che ha costretto in un primo tempo tutti i media a riprendere la notizia senza commenti com'era stata diffusa dall'agenzia italiana ANSA, soprattutto in Italia e in Europa si è scatenata una comprensibile curiosità per conoscere le «vere» motivazioni di questa decisione di portata storica del papa regnante. Per molte ore ho seguito il susseguirsi di notiziari, telegiornali, interviste e commenti nelle agenzie di stampa e nei giornali online, provando un po’ di stupore perché i vari protagonisti mi davano l’impressione di parlare senza aver neppure letto, attentamente, le motivazioni dello stesso papa, comunicate in mattinata ai Cardinali e poi rese pubbliche dalla Sala stampa vaticana.
Buona parte delle interpretazioni «laiche» della decisione storica di papa Ratzinger usava una terminologia, tanto per intenderci, da «giallo». Il papa si sarebbe dimesso perché non riusciva più a governare la Curia romana, in cui si verificherebbero scontri di potere feroci tra correnti opposte di cardinali. Inoltre il papa sarebbe stato profondamente scosso al limite della depressione dai vari scandali recenti nelle sfere ecclesiastiche (pedofilia, sottrazione di documenti riservati, Vatilikeas, intrighi, divisioni, comportamenti poco chiari all'interno della banca vaticana IOR, ecc.) e sarebbe sottoposto a continue pressioni da parte di chiese locali, vescovi, cardinali, gruppi di cattolici molto critici nei confronti del magistero papale, che rivendicano maggiori aperture della Chiesa nei confronti del celibato dei preti, del sacerdozio delle donne, dei divorziati, delle coppie di fatto, ecc.

Decisione ragionevole
Sarebbe difficile negare che gli scandali all'interno della Chiesa e le offese anche personali abbiano pesato sullo stato fisico e psichico di papa Ratzinger e dunque anche sulle sue dimissioni. Del resto, egli stesso non ha negato ad esempio che il comportamento del suo maggiordomo (sottrazione di documenti riservati) l’abbia turbato ma non al punto da cadere «in qualche sorta di disperazione o dolore universale». In ogni caso, questo tipo di considerazioni non è stato determinante nella decisione di Benedetto XVI, che è stata, come ha ben detto il responsabile della Sala stampa vaticana padre Lombardi, «un grande atto di governo della Chiesa, non tanto, come qualcuno pensa, perché Papa Benedetto non sentisse più le forze per guidare la Curia romana, quanto perché affrontare oggi i grandi problemi della Chiesa e del mondo, di cui egli è più che consapevole, richiede forte vigore e un orizzonte di tempo di governo proporzionato a imprese pastorali di ampio respiro e non piccola durata».
E’ in questo spirito e in questa prospettiva che vanno ricercate a mio parere le vere ragioni delle dimissioni. Del resto, è sufficiente leggere attentamente ciò che il papa stesso ha addotto come motivazione fondamentale per rendersi conto non solo della ragionevolezza della decisione presa ma anche il suo inquadramento in una considerazione di fede e di grande responsabilità.
Anzitutto, mi è apparso strano, nei primi giorni dalla comunicazione delle dimissioni, che quasi nessun commentatore parlasse di decisione «ragionevole», sostenuta dalla «fede». Eppure questo papa è noto fra l’altro per l’insistenza con cui ha sempre difeso l’idea che tra ragione e fede non c’è contrapposizione ma complementarietà. Per questo, credo che la prima lettura da dare alle dimissioni del papa sia la sua ragionevolezza. E’ ragionevole che, di fronte alla costatazione di non essere più in grado di portare avanti un ministero molto gravoso, in tempi molto difficili per la Chiesa, anche il papa possa dimissionare.

Confronti difficili
Dicevo che a rendere, in un primo momento, quasi incomprensibili le dimissioni di papa Ratzinger contribuiva il facile ricordo del suo immediato predecessore Giovanni Paolo II, rimasto al timone della Chiesa fino alla morte, nonostante la malattia galoppante che lo affliggeva e lo menomava in alcune sue funzioni importanti. In effetti, molti commentatori hanno messo a confronto i due papi, esagerando tuttavia quando al secondo si attribuiva il coraggio e al primo la sua mancanza o addirittura la fuga.
Cardinal Ratzinger e Giovanni Paolo II
In questo tipo di confronti, molto azzardati, si dimentica spesso che non c’è mai una persona uguale all'altra nemmeno tra i papi. Basti pensare alle differenze di sensibilità, di formazione, di temperamento, ma anche dei carismi propri di ciascuno. Chi è veramente in grado di affermare che c’è voluto più coraggio a restare fino alla morte in Giovanni Paolo II e meno coraggio in Benedetto XVI che ha deciso di rinunciare al mandato ricevuto, per non essere d’impedimento con le proprie fragilità alla soluzione dei tanti problemi della Chiesa di oggi e di domani? E’ invece senz'altro possibile che entrambi a modo loro e secondo coscienza abbiano inteso dare una testimonianza diversa di fedeltà e amore alla Chiesa. Del resto, perché non credere allo stesso papa Ratzinger quando afferma esplicitamente di dimettersi «per il bene della Chiesa»?
Una volta affermato che la decisione di dimettersi di papa Benedetto XVI è assolutamente ragionevole, resta da capire se effettivamente si tratti di una decisione «diversa» da quella di Giovanni Paolo II anche dal punto di vista della fede. Evidentemente una risposta assoluta è impossibile, ma è sicuramente plausibile affermare che entrambi sono stati sempre sorretti dalla stessa fede, dallo stesso amore per la Chiesa e dalla stessa fedeltà a Cristo. Anche al riguardo, una lettura attenta delle motivazioni è illuminante.
Conoscendo bene gli uomini e, forse, sapendo che le sue dimissioni si potevano prestare a interpretazioni fantasiose e azzardate, lo stesso papa Ratzinger ha voluto fornire l’autentica chiave interpretativa della sua decisione.

Decisione sostenuta dalla fede
Anzitutto, dice il papa dimissionario, non si è trattato di una decisione improvvisa, ma presa in piena lucidità «dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio». Questo esame lungo e intenso non poteva essere altrimenti perché non riguardava tanto la vita del papa Ratzinger ormai in età avanzata, quanto e soprattutto «una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa».
In primo piano c’è dunque non una considerazione personale, ma il bene della Chiesa. Papa Ratzinger, tutt'altro che fuggire dalle sue responsabilità, affronta forse quella più delicata e importante della sua vita «ben consapevole della gravità di questo atto». L’affronta anche alla luce dell’esempio del suo predecessore col quale inevitabilmente, prima ancora che lo facciano altri, deve confrontarsi. Non teme il confronto: «Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando». Ma va oltre, chiedendosi onestamente e responsabilmente, se in questo momento della storia della Chiesa, ha ancora le forze «per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». E giunge alla conclusione che le sue forze non sono più adatte.

Per il bene della Chiesa
Ma adatte a che cosa? Papa Ratzinger risponde, con grande lucidità e senso di responsabilità, che «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Chi vuole a tutti i costi vedere nella decisione di papa Ratzinger una sorta di capitolazione di fronte a pressioni, scandali, limiti personali di tipo gestionale, dovrebbe anzitutto riflettere sulle «vere» motivazioni presentate dal Papa stesso. A nessuno dovrebbe inoltre sfuggire che «rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro» rientra nelle cose possibili della Chiesa cattolica. Non introduce cioè un mutamento sostanziale nella struttura della Chiesa (già ora i vescovi cattolici sono tenuti a rinunciare al loro ministero al compimento del 75° anno di età). 
Papa Ratzinger fa uso di questa possibilità, per il bene della Chiesa, ricordando anche che essa è retta sì da uomini, sacerdoti, vescovi, cardinali, papa, ma è soprattutto un’istituzione divina, la «Santa Chiesa», che ha in Gesù Cristo il suo «Sommo Pastore».
Che papa Ratzinger non fugga o rinunci per debolezza o mancanza di forze lo dimostra anche l’ultima frase del suo messaggio di rinuncia rivolto ai Cardinali l’11 febbraio 2013: «Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio».
Intravedo in questa frase non solo un grande atto d’amore verso la Chiesa, ma anche la continuazione della fede e della carità che lo hanno guidato nei suoi otto anni di ministero papale da quando, appena eletto papa, si definì «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Continuerà a esserlo usando lo strumento della preghiera.
Giovanni Longu
Berna, 20.2.2013

13 febbraio 2013

La Svizzera osserva interessata… al dialogo


Le prossime elezioni in Italia concernono evidentemente gli italiani (per cui ogni interferenza esterna andrebbe evitata, soprattutto da parte di istituzioni e governi europei), ma non c’è dubbio che avranno conseguenze anche sul resto d’Europa e in particolare sulle relazioni bilaterali con i Paesi vicini, Svizzera compresa. Le politiche europee dei vari leader che si contendono la vittoria elettorale sono infatti alquanto diverse.
In Svizzera, la campagna elettorale italiana è seguita attentamente, anche se con molta discrezione. A livello ufficiale, più che sperare che vinca questo o quello schieramento, si auspica che gli italiani scelgano una chiara maggioranza parlamentare e di governo che dia garanzia di stabilità. Molti organi di stampa, tuttavia, non nascondono i timori di una eccessiva frammentazione del panorama politico e quindi d’instabilità del prossimo governo.
Pericolo d’instabilità
In effetti, a ben guardare, la rottura del bipolarismo, con l’illusione di scardinare la «vecchia politica» della contrapposizione deleteria tra schieramenti avversi più che avversari e di esprimere meglio (più democraticamente, forse) i molteplici orientamenti presenti nella società civile, rischia di far perdere di vista che oggi è più che mai indispensabile la governabilità. Ma di questa esigenza non sembra che i politici si rendano ben conto e forse nemmeno gli elettori.
Eppure la stabilità di governo è condizione prioritaria per poter realizzare politiche serie e incisive, che hanno bisogno di essere non solo avviate, ma anche consolidate. Si pensi al campo della formazione (di cui per altro si parla troppo poco in questa campagna elettorale), al rilancio dell’economia, alla sistemazione del territorio, alla moralizzazione della vita pubblica, al riordino istituzionale, alla riforma del fisco parallelamente alla lotta senza quartiere all'evasione, ecc.

Superare il malcontento col buon governo
Quanto sia indispensabile e urgente un buon governo e una politica coraggiosa di riforme e di sviluppo, equo e sostenibile, lo rivela il malcontento generale che continua a crescere in Italia. Esso si esprime fra l’altro in un vistoso calo di fiducia degli italiani persino nei confronti del Capo dello Stato (scesa al 44,7%, secondo dati Eurispes), per non parlare del Governo (attestata al 15,9%, grazie ai provvedimenti «lacrime e sangue»!) e soprattutto del Parlamento (crollata al 9%!). La fiducia degli italiani nella Magistratura è in lieve recupero (42%), ma ancora al di sotto della sufficienza.
Commentando il «Rapporto Italia 2013», il presidente dell’istituto di ricerca italiano Eurispes, Gian Maria Fara è stato esplicito: «Siamo di fronte ad una insoddisfazione che non ha precedenti nella storia recente italiana. Per la prima volta, dopo la sfiducia che gli italiani manifestano nei confronti del Governo, del Parlamento e dei partiti, crollano gli indici di fiducia anche nella Presidenza della Repubblica. Un dato preoccupante, che contribuisce ad aumentare la già profonda distanza tra i cittadini e le Istituzioni italiane. L’aver delegato ad un Governo tecnico la guida del Paese non ha prodotto risultati positivi né per il Presidente della Repubblica che ha ispirato e gestito l’operazione, né per il Parlamento e i partiti ai quali probabilmente viene imputata una fuga dalle responsabilità di fronte alla crisi».
Secondo il presidente dell’Eurispes, «una pressione fiscale insopportabile e iniqua, la disoccupazione alle stelle, la perdita del potere d’acquisto, i ceti medi sulla via della proletarizzazione, l’aumento della povertà e del disagio, la precarietà globale di un’intera generazione rappresentano solo alcune delle emergenze».
Quanto basta per far riflettere gli italiani prima del voto il prossimo 24 febbraio. Ma, data la situazione, è lecito dubitare che questa tornata elettorale, a causa anche della legge che la regola, possa esprimere un Parlamento credibile e un governo forte e stabile. Se questo dubbio dovesse confermarsi, non resterebbe che ritornare alle urne il più presto possibile perché, in assenza di un governo stabile e sufficientemente forte, i rischi per l’Italia sarebbero enormi.
Quanto più tempo passa la crisi diventa sempre più grave. Un rilancio dell’economia diventerebbe quasi impossibile, anche perché un possibile rafforzamento dell’euro finirebbe per danneggiare seriamente l’unico comparto dell’economia italiana in positivo, ossia le esportazioni di prodotti manifatturieri.

Svizzeri pronti al dialogo
Gli svizzeri si rendono conto della situazione e l’incertezza penalizza le relazioni italo-svizzere, che da qualche anno aspettano invano un rilancio. Dopo i timidi tentativi nell’ultimo periodo del governo Berlusconi e i piccoli passi avanti durante il governo Monti, si teme un ulteriore rinvio.
Il Consigliere federale Didier Burkhalter e il Ministro Giulio Terzi,
durante il Forum italo-svizzero (Roma 18 gennaio 2013) 
L’interesse della Svizzera a normalizzare e a sviluppare ulteriormente le relazioni bilaterali è testimoniato dai numerosi incontri a livello ministeriale di questi ultimi mesi. Sia il consigliere federale Johann N. Schneider-Ammann, capo del Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca e sia il consigliere federale Didier Burkhalter, capo del Dipartimento degli affari esteri, incontrando i colleghi italiani Corrado Passera e Giulio Terzi hanno mostrato grande interesse allo sviluppo della collaborazione nei rispettivi settori di competenza. Per non parlare della ex Presidente della Confederazione Eveline Widmer-Schlumpf, che lo scorso anno si è impegnata non poco col Presidente del Consiglio Mario Monti per far avanzare il difficile negoziato fiscale.
Per rilanciare le relazioni bilaterali, il 18 e 19 gennaio è stato organizzato a Roma un «Forum per il dialogo tra Italia e Svizzera», promosso dall’Ambasciata svizzera in Italia, a cui hanno partecipato anche Didier Burkhalter e Giulio Terzi.

Interscambio italo-svizzero
In tale occasione (ma i dati sono facilmente ricavabili sul sito del Dipartimento federale degli affari esteri) sono stati ricordati non solo il buon stato di salute delle relazioni bilaterali (non riducibili, come ha sottolineato Burkhalter, alle questioni fiscali), ma anche la loro intensità. Basti pensare che nell’interscambio l’Italia è il secondo partner commerciale in assoluto della Svizzera, di cui rappresenta anche il terzo mercato d'esportazione e il secondo Paese fornitore. Nel 2011 la Svizzera ha importato beni dall'Italia per 19 miliardi di franchi e ha esportato merci per un valore di 16 miliardi. Nonostante la crisi economica, che non ha risparmiato totalmente nemmeno la Svizzera, il volume degli scambi si è mantenuto elevato, anche se inferiore all'anno precedente.
L'Italia occupa un posto di rilievo (sesto o settimo secondo gli anni) anche nel settore degli investimenti svizzeri, che ammontano a circa 20 miliardi di franchi. La presenza di imprese svizzere in Italia è altissima, praticamente in tutti i settori economici. Esse occupano circa 80.000 persone, molte delle quali impiegate in attività di ricerca. Per la Svizzera, invece, l’Italia è il nono investitore straniero con circa 5 miliardi che rappresentano 14.000 posti di lavoro.
Anche il semplice fatto di trovarsi entrambi i Paesi confinanti sull’asse nord-sud del continente europeo rende i rapporti italo-svizzeri essenziali allo sviluppo reciproco. Basterebbe ricordare che un quarto delle esportazioni italiane in Europa attraversa la Svizzera. La collaborazione in materia di comunicazioni è pertanto indispensabile, soprattutto in vista della realizzazione dell’asse Genova-Rotterdam attraverso la nuova galleria ferroviaria del San Gottardo.

Condizioni per il rilancio
Perché il rilancio delle relazioni bilaterali avvenga è però indispensabile che l’Italia abbia un governo stabile e maggiormente disponibile al dialogo e alla soluzione dei problemi. Ricordarsi della Svizzera, nella convulsa campagna elettorale, solo perché si spera di far rientrare in Italia 20-30 (?) miliardi di euro (frutto di capitali difficilmente quantificabili di capitali non dichiarati in Italia e depositati nelle banche elvetiche) da un accordo fiscale ancora da negoziare nella parte essenziale (anonimato o scambio automatico dei dati) mi sembra francamente una semplificazione esagerata.
Il prossimo governo italiano dovrà anche rinegoziare altri accordi, compreso quello sui frontalieri, ma non dovrebbe mai dimenticare che in Svizzera trovano lavoro ogni giorno oltre 50.000 frontalieri e, soprattutto, che in questo Paese vive stabilmente oltre mezzo milione di cittadini italiani, generalmente ben integrati e molti anche in posizione di vertice nell'industria, nel commercio, nella cultura, nella ricerca.
Per questo la Svizzera segue con interesse le prossime elezioni italiane. Per questo prendo come un auspicio l’affermazione del Cardinal Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, secondo cui «gli italiani non si faranno abbindolare da niente e da nessuno», anche se mi resta il forte dubbio che vi riescano.
Giovanni Longu
Berna 13.02.2013

06 febbraio 2013

Italianità in bella vista


L’italianità della Svizzera è concentrata evidentemente nella Svizzera italiana (Ticino e Grigioni italiano), ma è presente anche in tutti i settori della vita politica, economica, culturale e sociale della Svizzera tedesca e francese. Quando in questa rubrica si parla dell’italianità come di una delle tre componenti culturali fondamentali della Confederazione, s’intende affermare che nel carattere «svizzero», in quella che talvolta è chiamata «svizzeritudine», l’italianità è presente come una componente fondamentale.


Fuori della Svizzera italiana (in senso strettamente geografico), questa consapevolezza spesso manca, anche tra gli italofoni, forse perché concentrati nei tentativi di arrestare il declino della lingua italiana o di potenziare la loro presenza nelle istituzioni pubbliche. E’ convinzione diffusa che l’italianità debba esprimersi necessariamente nell'uso corrente della lingua italiana, nei comportamenti vistosamente italiani o ticinesi, nei nomi e cognomi tipicamente italiani o ticinesi, nella difesa degli interessi della Svizzera italiana. In realtà molto spesso le espressioni dell’italianità nella Svizzera tedesca e francese non hanno (tutte) queste caratteristiche.

Italianità e svizzeritudine
In oltre un secolo e mezzo di storia le varie popolazioni della Svizzera si sono lentamente ma inesorabilmente mescolate e integrate con uno scambio continuo di caratteristiche, modi di pensare e di fare, abitudini alimentari, stili di vita, ecc. che hanno modificato non solo la «svizzeritudine» ma anche l’italianità.
Credo che chiunque volesse individuare il carattere tipicamente «svizzero tedesco» o tipicamente «svizzero francese» o «svizzero italiano» dovrebbe concentrare le sue ricerche in un periodo assai lontano, magari i tempi di Franscini (1796-1857) e comunque non oltre la prima guerra mondiale, quando le «stirpi» (ma si parlava persino di «razze») e i «popoli» con le rispettive lingue e culture erano considerati ben distinti. Oggi risulterebbe un’impresa ardua se non impossibile perché tutte queste caratteristiche «svizzere», sia pure con la prevalenza dell’una o dell’altra, sono presenti, magari in maniera sfumata nel carattere semplicemente «svizzero» e nel DNA di ogni svizzero.

Italianità nella svizzeritudine
Basterebbe riflettere su alcuni comportamenti ormai comunissimi tra gli svizzeri tedeschi e francesi, come seguire la «dieta mediterranea» o «parlare ad alta voce» (ad esempio sui mezzi pubblici), «gesticolare all’italiana», «vestire Armani», per rendersi conto che ormai l’integrazione tra svizzeri tedeschi, francesi e italiani ha fatto passi da gigante. Eppure anche solo 30-40 anni fa molti svizzeri le snobbavano con evidente disappunto etichettandole come «typisch italienisch!».
Non va nemmeno minimizzato l’influsso dell’italianità sugli svizzeri tedeschi e francesi attraverso le conoscenze scolastiche, le informazioni dei media, i viaggi in Ticino e in Italia, la musica, il cinema, il teatro, lo sport e ovviamente attraverso i contatti quotidiani con italiani e ticinesi sui luoghi di lavoro, nelle associazioni e nei luoghi di svago. Per quanto difficile possa essere rilevare queste «contaminazioni» è innegabile che valori e caratteristiche dell’Umanesimo, del Rinascimento, del Bel Paese, persino della «Meridionalità», e della Sonnenstube ticinese siano stati assimilati anche dagli svizzeri tedeschi e francesi.

Italianità da scoprire
Simonetta Sommaruga
L’italianità pertanto non è un’etichetta immediatamente riconoscibile, ma bisogna scoprirla soprattutto in maniera indiretta, facendo attenzione, nelle persone, più che alla provenienza territoriale (Ticino, coi Grigioni italiani o Italia) ai legami culturali e sentimentali con una tradizione che ha i suoi massimi centri d’irradiazione in Italia e in Ticino.
L’italianità nella Svizzera tedesca e francese non è tuttavia solo un ricordo o un fragile legame col passato. Essa è una presenza tangibile che però non può avere le caratteristiche che ha nella Svizzera italiana e in Italia. Non mi riferisco tanto all'italianità diffusa in una miriade di prodotti «made in Italy» ormai presenti in tutti i grandi magazzini e in moltissimi locali tipicamente italiani o ticinesi come ristoranti, negozi, boutique, saloni di bellezza, garage, club, ecc. Mi riferisco soprattutto all'italianità presente, più o meno evidente ma reale, nel tessuto sociale, nelle istituzioni pubbliche e private, in moltissime persone portatrici di richiami, valori, stili di vita che evocano origini culturali ticinesi o italiane più o meno lontane.

I cognomi rivelatori d’italianità
Molto spesso i cognomi sono i primi rivelatori dell’origine italiana o ticinese più o meno lontana di chi li porta. Molti svizzeri che portano cognomi tipicamente italiani o ticinesi quali Bianchi, Rossi, Bernasconi, Facchinetti o Marazzi, pur vivendo magari da generazioni nella Svizzera tedesca e francese e pur non praticando più l’italiano (se non forse quel tanto che serve durante le vacanze in Italia o in Ticino) sanno perfettamente da dove provenivano i loro nonni o bisnonni, cosa facevano al loro paese e cosa sono venuti a fare nella Svizzera tedesca o francese. Sanno di avere nel loro DNA una componente d’italianità. I cognomi non vanno sottovalutati. Testimoniano una storia di spostamenti di persone, di matrimoni misti (dove il dare e l’avere è una regola), di scambi linguistici e culturali, d’integrazione che hanno prodotto in fin dei conti lo «svizzero» di oggi.
Evidentemente, oltre ai cognomi, ci sono nella Svizzera tedesca e francese anche altri rivelatori di una italianità diffusa e perfettamente integrata. Basterebbe ricordare i sempre più numerosi naturalizzati svizzeri di origine italiana o i «secondi» e «terzi» (cioè appartenenti alla seconda e terza generazione di immigrati italiani), che da qualche decennio si sono perfettamente integrati in tutti i settori della società, nelle scienze, nella ricerca, nella politica, nell'economia.
Non esiste probabilmente settore economico, eccettuata forse l’agricoltura, in cui l’italianità non sia presente e talvolta in bella vista. Ci sono personalità di origine ticinese, grigionese italiana e italiana che spiccano particolarmente come la classica punta dell’iceberg e segnalano una vasta italianità nemmeno poi tanto sommersa. Qualche nome, che sarà indicato solo a titolo di esempio, servirà a chiarire il concetto.

Italianità nelle istituzioni
Sullo scorcio dell’anno trascorso e anche nelle scorse settimane si è parlato molto della proposta ticinese a portare il numero dei consiglieri federali da 7 a 9 in modo da rendere più facile e regolare la rappresentanza italofona nell'esecutivo federale. Benissimo, ma non si dimentichi che l’attuale consigliera federale Simonetta Sommaruga, pur non essendo un’emanazione della Svizzera italiana non può non essere considerata anche un’espressione d’italianità sia per il cognome che porta e sia per le sue origini ticinesi.
Corina Casanova
Per restare nell'ambito federale non si può non menzionare anche la cancelliera della Confederazione Corina Casanova (grigionese di nascita e di formazione), il ticinese Mauro Dell'Ambrogio, capo della Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l'innovazione in seno al Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca, ma anche altri due alti dirigenti dell’Amministrazione federale, Bruno Oberle (direttore dell’Ufficio federale dell’ambiente, nato a San Gallo da padre svizzero e madre italiana di Messina e cresciuto a Locarno) e Gian-Luca Bona (nato anch'egli a San Gallo da padre italiano, fisico e manager della ricerca di fama internazionale, direttore dell’Empa, il Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca).

Italianità nelle arti e nelle scienze
L’italianità ha avuto da decenni grandi esponenti in campo sportivo (un nome per tutti: Fabian Cancellara), artistico (basti pensare ai fratelli Gianadda, di origine piemontese, che a Martigny hanno creato la Fondazione Gianadda), cinematografico (Denis Rabaglia, regista italo-svizzero, noto fra l’altro per il film «Azzurro», 2000) e musicale (ancora un nome per tutti: Cecilia Bartoli, romana, da poco naturalizzata svizzera).
In campo letterario e giornalistico sono numerosi gli scrittori e i giornalisti, di cui non farò nomi per non fare torto ad alcuno. Non posso tuttavia non segnalare Pietro Supino, italo-svizzero, giurista, banchiere, editore e presidente del potente gruppo editoriale Tamedia, di cui fanno parte una trentina di testate, tra cui il «Tages-Anzeiger», «Der Bund», «Le Temps», ecc. Nato a Milano, dove ha frequentato l'asilo, è cresciuto a Zurigo, dove da piccolo veniva chiamato «l’italiano».
Lino Guzzella
Nel campo delle scienze e della ricerca l’italianità è molto ben rappresentata. Alcune personalità sono addirittura di livello internazionale. Adriano Aguzzi, nato a Pavia, direttore dell’Istituto di Neuropatologia presso l’ospedale universitario di Zurigo, divenne famoso a livello internazionale soprattutto per le sue ricerche sulla malattia Creutzfeldt-Jakob e sul cosiddetto «morbo della mucca pazza». Antonio Ereditato, fisico italiano, professore ordinario di fisica delle particelle elementari presso l'Università di Berna (l'anno scorso più volte agli onori della cronaca per le ricerche sui neutrini superveloci). Lino Guzzella è un «secondo», figlio di immigrati italiani, divenuto lo scorso anno rettore del maggiore tempio della scienza in Svizzera, il Politecnico federale di Zurigo. Al CERN di Ginevra è pressoché costante la presenza di scienziati italiani di prim’ordine. Dopo Carlo Rubbia (premio Nobel per la fisica, 1984) sono oggi alla ribalta i prestigiosi ricercatori Pierluigi Campana, Guido Tonelli, Fabiola Gianotti, Paolo Giubellino, Sergio Bertolucci, ecc.

Italianità nella finanza e nell’imprenditoria
L’italianità ha espressioni di vertice anche nel settore bancario e imprenditoriale. E’ un ticinese, Sergio Ermotti, il presidente della direzione della maggiore banca svizzera, l’Unione di Banca Svizzera (UBS). E’ di origine grigionese Daniel Vasella, presidente del consiglio d’amministrazione della multinazionale del farmaco Novartis, uno dei manager più pagati al mondo, che in questi anni è riuscito a consolidare le posizioni di mercato della grande industria farmaceutica; non parla italiano ma lo capisce.
E’italo-svizzero l’imprenditore (biotecnologie) Ernesto Bertarelli (assurto a notorietà internazionale soprattutto per le vittorie dell’imbarcazione «Alinghi», vincitrice dell’America’s Cup, di cui era il principale finanziatore). E’ italiano, di Sorrento, l’imprenditore Gianluigi Aponte, presidente della Mediterranean Shipping Compagny (MSC), con sede a Ginevra; la MSC è la maggiore compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale, con oltre 450 navi portacontainerLeonardo De Luca, originario dell'Italia meridionale, è presidente della compagnia aerea Helvetic Airways. Marco Gherzi è presidente e amministratore delegato delle Gherzi AG. Franco Savastano, italo-svizzero, è l'amministratore delegato della Jelmoli, ecc. 
Renzo Ambrosetti e Vania Alleva
Da sempre in Svizzera l’italianità è ben rappresentata ai vertici sindacali, ma mai come in questo momento che vede alla testa del maggiore sindacato svizzero l’UNIA, come copresidenti, il ticinese Renzo Ambrosetti e Vania Alleva, figlia di lavoratori italiani immigrati, dunque «seconda», laureata in storia dell’arte all'università di Roma.

I nomi citati a titolo di esempio sono solo segnali emergenti di una realtà ben più vasta e profonda che meriterebbe di essere attentamente studiata e maggiormente valorizzata. Ne varrebbe la pena.
Giovanni Longu
Berna 6.2.2013

30 gennaio 2013

Quando la Svizzera chiamò i lavoratori italiani (Seconda parte)


La Svizzera, uscita indenne dalla guerra e con un apparato produttivo messo sotto pressione per poter soddisfare le ingenti richieste di beni provenienti da mezzo mondo, aveva urgente bisogno di manodopera. Poiché quella indigena era insufficiente, soprattutto le grandi aziende e le organizzazioni dei contadini, degli albergatori e degli industriali insistevano sul governo, tramite l’Ufficio federale delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML), perché autorizzasse il reclutamento di manodopera straniera, «l’unica al momento in grado di coprire il fabbisogno urgente di personale delle aziende».
Tradizionalmente i lavoratori stranieri provenivano dai Paesi vicini: Germania, Austria, Francia e Italia. Nell’autunno del 1945 il Consiglio federale autorizzò le trattative con i vari Stati, indicando tuttavia alcuni principi inderogabili, ad esempio che la ricerca avvenisse dapprima tra i lavoratori svizzeri, che gli stranieri venissero assunti alle stesse condizioni salariali e lavorative degli svizzeri e che i governi interessati garantissero la disponibilità a riaccogliere i propri connazionali qualora non fossero stati più necessari alla Svizzera.

La Svizzera chiede all’Italia
In questo atteggiamento delle autorità svizzere è facile vedere non solo la volontà di evitare il rischio della disoccupazione e del disagio sociale in caso di una eventuale recessione (prevista da molti economisti per l’immediato dopoguerra), ma anche l’intenzione della Confederazione di gestire direttamente (e non tramite i Cantoni) la politica migratoria in modo da evitare l’inforestierimento, come imponeva la legge sugli stranieri del 1931. Questo significava, ad esempio, che (quasi) tutti i permessi di lavoro e di soggiorno fossero stagionali e non a tempo indeterminato.
Poiché le trattative con la Germania e con l’Austria non ottennero alcun risultato a causa dell’opposizione delle potenze occupanti a concedere permessi di emigrazione ai cittadini tedeschi e austriaci e anche quelle con la Francia non andarono a buon fine perché essa stessa cercava lavoratori, la Svizzera si rivolse all’Italia, a cui già in passato aveva chiesto molta manodopera generica e specializzata (lavori stradali e ferroviari, industria, ecc.).

I primi contatti nel 1945
I primi contatti con la Legazione italiana (elevata al rango di Ambasciata nel 1953) si ebbero già nell’autunno del 1945. Non fu difficile trovare subito un accordo informale. Si dovette invece aspettare fino al febbraio 1946 l’autorizzazione di Roma a sottoscrivere i primi provvedimenti di cooperazione migratoria tra i due Paesi.
Subito dopo, la Confederazione mise a disposizione delle imprese svizzere che ne avevano fatto richiesta all’UFIAML diverse migliaia di permessi d’immigrazione per lavoratori da destinare all’agricoltura, agli alberghi, agli ospedali, ai servizi domestici e all’industria tessile. L’UFIAML, esaminate le richieste (tanti muratori, tanti carpentieri, tanti contadini, ecc.), le inoltrò immediatamente alla Legazione, che a sua volta le trasmise agli organi competenti in Italia (uffici del lavoro, uffici di collocamento, ecc.).

Difficoltà di reclutamento
Nel reclutamento, tuttavia, non tutto andò per il verso giusto, tant’è che molti datori di lavoro lamentarono ritardi negli arrivi e un numero di lavoratori inferiore a quello richiesto. Persino la Legazione, che aveva garantito il reclutamento nell’arco di 3-4 settimane, dovette ammettere di non riuscire a soddisfare tutte le richieste svizzere a causa della lentezza e della disorganizzazione dell’apparato burocratico italiano.
Per superare queste difficoltà, la Legazione consentì che singoli datori di lavoro reclutassero in Italia direttamente il personale di cui abbisognavano. Da parte loro, le autorità svizzere, si dichiararono pronte a semplificare le procedure per l’ottenimento dei permessi. Con queste agevolazioni, molti imprenditori pensarono bene di provvedere tramite propri emissari a reclutare direttamente sul posto (dal Veneto fino in Sicilia) i lavoratori di cui avevano bisogno. Entro breve tempo venivano muniti del necessario permesso di lavoro e delle autorizzazioni svizzere, in modo da raggiungere il nuovo posto di lavoro in breve tempo. In questo modo, già nel 1946 vennero concessi agli italiani ben 48.808 permessi di lavoro, portati a 126.544 nel 1947, ma non tutti utilizzati.

L’Accordo di emigrazione del 1948
Questa pratica però non piaceva all'Italia, che preferiva il reclutamento collettivo tramite i canali ufficiali e controllato dagli uffici consolari, per timore di abusi e per garantire ai propri cittadini la tutela necessaria come previsto dalla nuova Costituzione. La divergenza tra i due Stati sarà risolta solo parzialmente dall’«Accordo tra la Svizzera e l’Italia relativo all'immigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera» del 1948. 
Egidio Reale
L’artefice principale di questo accordo, per la parte italiana, è stato il primo Legato (e dal 1953 Ambasciatore) della Repubblica italiana a Berna, Egidio Reale, che già durante la guerra, come fuoruscito, aveva intrattenuto rapporti amichevoli con molti funzionari federali ed era molto stimato dal governo svizzero.
Tale Accordo non regolava tutti i problemi, ma salvaguardava i principali interessi di entrambe le parti. La Svizzera poteva attingere quasi a volontà a una sorta di «serbatoio» di lavoratori pronti per essere impiegati dall'economia svizzera. L’Italia poteva offrire uno sbocco controllato alla manodopera in eccedenza ed evitare possibili conflitti sociali legati alla forte disoccupazione del momento.
Gli impegni che la Svizzera assumeva erano oltremodo contenuti e senza rischi d'inforestierimento, come esigeva la menzionata legge federale del 1931. Nell'Accordo era scritto infatti nero su bianco ch’esso si applicava unicamente «all'immigrazione in Svizzera di mano d’opera stagionale o ammessa a titolo temporaneo» (art. 1), il che significava (ma non poteva essere scritto) in funzione dei bisogni dell’economia. Tanto è vero che, già l’anno seguente e in quello successivo, a causa della congiuntura sfavorevole, la richiesta di lavoratori italiani calò drasticamente, senza che l’Italia potesse obiettare alcunché. Anche solo per questo l’ingresso dei lavoratori e dei permessi di lavoro e di soggiorno erano strettamente controllati.

Clandestini e irregolari
Non si insistette più di tanto sulle procedure di reclutamento. Di fatto, anche in seguito molti datori di lavoro continuarono a reclutare in Italia una parte importante della propria manodopera e molti italiani, sapendo che in Svizzera si cercavano lavoratori, per evitare le lungaggini burocratiche, arrivavano qui col semplice passaporto turistico. Tramite qualche conoscenza speravano di trovare un datore di lavoro interessato alle loro prestazioni e a volte riuscivano a ottenere in questo modo l’indispensabile permesso di lavoro per poter restare. In molti casi tuttavia la ricerca non raggiungeva lo scopo sperato e il rientro in patria era inevitabile.
Per la Svizzera non si trattava di «clandestini», ma al massimo di «irregolari», la cui regolarizzazione non poneva grandi difficoltà, a condizione che disponessero di un contratto di lavoro valido. C’era anche, fin dal 1945, una parte di immigrazione «clandestina», ma era molto esigua perché i clandestini sapevano di correre il rischio di essere individuati ed espulsi.
Gli accenni precedenti, per quanto frammentari e sommari, lasciano facilmente intuire che l’immigrazione italiana in Svizzera nel secondo dopoguerra non sia stata affatto un’operazione semplice, come invece certe ricostruzioni farebbero pensare. Benché in quel periodo il lavoro abbondasse, non è affatto vero che bastava presentarsi all’ufficio del personale di un’azienda per chiedere un lavoro e ottenerlo.

Venuti… perché chiamati
E’ comprensibile che qualche immigrato riassuma la sua prima esperienza migratoria affermando di essere venuto qui come turista, in realtà con l’intenzione di cercare un lavoro e di averlo ottenuto, magari tramite qualche conoscenza. Ma anche in questi casi non va dimenticato che, secondo le leggi e i regolamenti esistenti allora e anche dopo, l’assunzione della manodopera estera era sempre preceduta da una richiesta e dalla relativa autorizzazione delle autorità competenti per il rilascio dei permessi di soggiorno. In effetti, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, gli immigrati italiani sono arrivati qui a decine di migliaia perché l’economia svizzera aveva assoluto bisogno di loro.
A quanti immaginano che in Svizzera si potesse tranquillamente arrivare, cercarsi un lavoro e sistemarsi per sempre andrebbe anche ricordato che ogni straniero era registrato e gli esponenti più in vista degli immigrati addirittura «schedati». I registri della Polizia degli stranieri raccoglievano tutti i dati più significativi di ogni straniero residente in Svizzera con un valido permesso di soggiorno. Infine, i permessi di soggiorno sottoposti a controllo (quelli stagionali e annuali) non erano affatto garantiti e non esisteva per la Svizzera alcun obbligo di rinnovo.

Intervento di Max Frisch
Max Frisch
Per completezza d’informazione si può ricordare che solo dopo la seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, dopo una intensa discussione parlamentare sul nuovo accordo italo-svizzero del 1964, gli svizzeri hanno cominciato a interrogarsi sulla politica migratoria della Confederazione e sulle responsabilità nei confronti di quelle persone che impropriamente venivano chiamate «braccia», richieste dall’economia per far fronte alle crescenti esigenze dello sviluppo del secondo dopoguerra. 
Nella società civile, coinvolta ampiamente in questa discussione, intervenne anche lo scrittore Max Frisch, che ha sintetizzato l’intera problematica in questa celebre frase, scritta nel 1965: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini». Si riferiva principalmente agli italiani, che conosceva molto bene.
Giovanni Longu
Berna 30.01.2013