02 novembre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 20. L’eredità degli immigrati italiani: un modello d’integrazione

In questi articoli, il punto di vista temporale di chi scrive concerne sia il passato che il futuro. Si tratta infatti di un modello d’integrazione lasciato in eredità dalla prima generazione di immigrati in Svizzera alla seconda, con un potenziale di sviluppo che potrebbe pacificare e trasformare l’intera Europa. Spetta soprattutto ai giovani beneficiari implementarlo a livello europeo, dandone testimonianza e impulsi. Il compito non si presenta difficile perché il modello esiste, è ampiamente collaudato, è efficace, è vincente.

Un modello vincente

Il modello d’integrazione sviluppato in Svizzera può essere definito «vincente» perché è riuscito a conciliare in maniera generalmente armoniosa esigenze per molti versi contrastanti, quelle del Paese ospitante, che aveva bisogno di Gastarbeiter, e quelle dei diretti interessati, che volevano essere considerati persone e non solo come forza lavoro.

Senza la volontà comune di trovare un compromesso soddisfacente per entrambe le parti, le esigenze dell’economia e la destra nazionalistica avrebbero stravinto nella votazione del 1970 sull'iniziativa antistranieri di Schwarzenbach e la storia non solo dell’immigrazione italiana ma pure della Svizzera avrebbe avuto uno sviluppo alquanto diverso. Verosimilmente gli italiani non avrebbero resistito a lungo a quelle forme benché attenuate di sfruttamento, discriminazione, limitazione dei diritti civili oltre che politici, che subivano nei primi decenni del secondo dopoguerra e la Svizzera si sarebbe ulteriormente isolata in Europa e nel mondo.

Va anche sottolineato che per raggiungere il compromesso in questione ciascuna delle parti in causa ha dovuto fare delle rinunce, soprattutto di tipo culturale e comportamentale, ben soppesando tuttavia svantaggi e vantaggi. Che questi abbiano finito per prevalere lo dimostra il fatto che il numero complessivo degli italiani residenti in Svizzera (compresi quelli con la doppia nazionalità) è rimasto a lungo stabile, nonostante il saldo migratorio negativo dagli anni Settanta fino al 2006, ed è cresciuto negli ultimi decenni. La Svizzera ha continuato a sviluppare la sua economia in termini di innovazione, ricchezza prodotta e prosperità.

Integrazione e libera circolazione

Con molta semplificazione si può pensare che l’integrazione sia venuta con l’istruzione, l’apprendimento delle lingue e l’inserimento professionale ed è verissimo, ma il suo coronamento è venuto dalla libera circolazione di cui la seconda generazione e ancor più la terza beneficiano ampiamente. E’ stato un processo lungo e complesso, ma ne è valsa la pena.

Una delle condizioni iniziali poste dagli stranieri (e in particolare dagli italiani) era di essere accettati e riconosciuti non solo come bravi lavoratori (di cui si sentiva il bisogno), ma anche come residenti stabili (domiciliati) e come persone, con gli stessi diritti degli svizzeri, salvo quelli legati alla cittadinanza. Non è stato facile raggiungere l’obiettivo, anche se sarebbe bastato rifarsi alla storia delle relazioni italo-svizzere in materia immigratoria e in particolare al Trattato di domicilio e consolare del 1868.

Infatti quell'accordo, benché caduto presto in disuso sebbene sia tuttora valido (!), prevedeva all'articolo 1 che «gli Italiani saranno in ogni Cantone della Confederazione Svizzera ricevuti e trattati, riguardo alle persone e proprietà loro, sul medesimo piede e alla medesima maniera come lo sono o potranno esserlo in avvenire gli attinenti degli altri Cantoni» e che «i cittadini di ciascuno dei due Stati non meno che le loro famiglie, quando si uniformino alle leggi del paese, potranno liberamente entrare, viaggiare, soggiornare e stabilirsi in qualsivoglia parte dei territorio, senza che per i passaporti e per i permessi di dimora e per l’esercizio di loro professione siano sottoposti a tassa».

Ci sono voluti 134 anni fino a quando la Svizzera, per accettare gli Accordi bilaterali I con l’Unione Europea (UE), ha dovuto reintrodurre la libera circolazione delle persone. Nel frattempo, gli immigrati, soprattutto quelli italiani, hanno dovuto fare tanti sacrifici, lavorare sodo, comportarsi in maniera esemplare (pena l’espulsione), sforzarsi di vincere non solo la paura, la precarietà e talvolta persino l’odio, ma anche il desiderio insopprimibile del ritorno, sostenuti dalla speranza e dalla volontà di creare le premesse giuste per un’integrazione equa e rispettosa della personalità e dei diritti individuali almeno per le seconde generazioni.

Un modello per l’Europa

Le premesse sono state soddisfatte e oggi, in Svizzera, l’integrazione è in massima parte riuscita. Le condizioni di partenza (come si diceva nell'articolo precedente) sono pressoché uguali per svizzeri e stranieri (italiani), non si parla più di discriminazioni strutturali, di sfruttamento, di preclusioni ideologiche o di acculturazione forzata. Non solo la convivenza, ma anche lo sviluppo comune, la crescita armoniosa sono possibili. I valori sono condivisi e i pregiudizi messi al bando. Non potrebbe essere un modello vincente anche per l’Europa?

Per la seconda generazione l’integrazione, la libera circolazione, il benessere condiviso dovrebbero rappresentare non solo un traguardo raggiunto ma anche un impegno. Spesso si rimprovera ai giovani di non partecipare alle attività delle associazioni tradizionali, di non andare a votare (come hanno dimostrato anche recentemente), di non battersi per i valori della democrazia, ecc.; ma forse non meritano alcun rimprovero perché non rinnegano i valori e gli ideali del passato, semplicemente ne hanno altri. Basterebbe lasciare loro maggiore spazio per mettersi alla prova e dimostrare che la loro visione del mondo è non solo diversa ma anche migliore di quella dei loro genitori e di quella dell’establishment che oggi governa il mondo, come dimostra il loro atteggiamento di fronte alla guerra e alla pace.

Da mesi i grandi media trattano diffusamente temi legati alla guerra in Ucraina. Dubito che vengano seguiti dai giovani perché non possono condividerne l’impostazione pregiudiziale, ritenendo fuorviante la contrapposizione proposta tra valori e disvalori (bene e male, civiltà e barbarie, occidente e oriente, libertà e oppressione, democrazia e autocrazia, guerra difensiva e aggressione, morti eroiche e uccisioni indiscriminate di civili, ecc.), ignorando il dubbio che potrebbe anche trattarsi di una lotta senza esclusione di colpi tra le grandi potenze per il predominio del mondo, il controllo delle materie prime e dei mercati, la produzione e la vendita degli armamenti, la difesa di interessi materiali e immateriali esistenti o possibili.

La visione del mondo dei giovani (e quindi anche della seconda generazione di italiani in Svizzera) è diversa perché orientata decisamente verso la pace. Non esistono ragioni valide per scatenare una guerra e per non fermarla se già avviata. Nemmeno la «patria» è più sentita come un valore per cui morire, quando può essere meglio difesa col dialogo, con accordi bilaterali e internazionali, con compromessi, con le autonomie locali, con la libera circolazione delle persone, con la collaborazione a più livelli, ecc.

Italiani per la pace

Soprattutto i giovani italiani, per principio, ripudiano la guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11 della Costituzione italiana). Sono contrari, fra l’altro per considerazioni di opportunità e di risparmio, al rafforzamento dei confini, degli armamenti, delle coalizioni militari, delle contrapposizioni ideologiche e delle condanne indiscriminate di intere popolazioni. Anche per questo la riuscita della seconda generazione dovrebbe rappresentare un modello in Europa.

Non va infine dimenticato che i giovani di oggi non amano i confini e preferiscono viaggiare liberamente, fare esperienze, conoscere popoli e mondi diversi. Sono la generazione «Erasmus». E benché questo nome sia in realtà un acronimo (EuRopean Community Action Scheme for the Mobility of University Students), nei giovani richiama facilmente il grande umanista Erasmo da Rotterdam, irriducibile avversario della guerra e sostenitore della pace.

Considerava la guerra una follia, un oltraggio alla ragione, «una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini», una pazzia, «così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo». (Elogio della follia).

I giovani di oggi, magari non cattolici né cristiani, sono anche più dalla parte di papa Francesco che dalla parte dei sostenitori della «guerra giusta» che vorrebbero prolungarla fino alla vittoria finale degli ucraini. No, per papa Francesco la guerra è una sconfitta per l’umanità, è una vergogna che venga sostenuta con una crescente produzione di armi sempre più sofisticate e micidiali, è inaccettabile consentire che ogni giorno aggiunga altre morti e distruzioni.

I giovani della seconda generazione conoscono bene la differenza tra guerra e pace, morte e vita, distruzione e sviluppo. Dovrebbero forse renderlo ancor più evidente, al mondo intero.

Giovanni Longu
Berna 2 novembre 2022

26 ottobre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 19. L’eredità degli immigrati italiani: emancipazione femminile (terza parte)

Quando in questi articoli si parla di «emancipazione femminile» non si deve pensare che tutte le donne italiane abbiano raggiunto effettivamente all'inizio del millennio quel traguardo di parità, competenza, responsabilità e autonomia, che molte di esse ritenevano facilmente raggiungibile sia nei confronti dei connazionali che rispetto alle donne svizzere. Il senso di quell'espressione è un altro: (quasi) tutte le donne italiane hanno ormai la possibilità di raggiungere gli stessi traguardi, perché le condizioni di partenza, soprattutto per le giovani generazioni, sono pressoché identiche. Questa situazione costituisce per esse una preziosa eredità lasciata dalle prime generazioni.

Le condizioni di partenza

Emancipazione femminile: da lavoratrici (a cottimo) a cittadine!
Tutta la storia della prima generazione di immigrati italiani, per la quale il completo riconoscimento e la parità con gli svizzeri è sempre stato un miraggio, può essere vista come una lotta, lunga e sofferta, con se stessi e con l’ambiente, per raggiungere quei traguardi. Non li hanno raggiunti, ad eccezione di pochi, perché le condizioni di partenza erano diverse. Basti pensare all'origine, alla mentalità, alle competenze scolastiche e professionali, all'eterno dilemma se restare o ritornare, ecc.

Per le nuove generazioni le condizioni di partenza sono divenute ormai uguali o molto simili a quelle degli svizzeri e delle svizzere, per cui d’ora in poi tutti i traguardi sono possibili. In materia civile, nemmeno la nazionalità rappresenta più l’handicap che costituiva fino ad alcuni decenni orsono. Non è questa la migliore condizione di partenza per qualunque persona con origini migratorie italiane?

Parlando di «eredità», inoltre, non si deve pensare solo alle opportunità ch'essa rappresenta, ma anche alle responsabilità che comporta. Sarebbe giusto ma insufficiente mostrare riconoscenza per le opportunità ricevute senza sentire allo stesso tempo lo stimolo di sviluppare le proprie conoscenze e competenze, la partecipazione politica, l’impegno sociale. Sui risultati raggiunti non è ancora il momento di fare bilanci, perché l’emancipazione è un processo tuttora in corso, ma qualche osservazione è certamente lecita e inevitabile.

Emancipazione sociale e professionale

Oggi le donne italiane hanno conseguito in campo sociale praticamente gli stessi livelli delle donne svizzere e credo che desideri repressi, sentimenti d’invidia, forme di paura e di frustrazione … per eventuali traguardi non raggiunti appartengano definitivamente a un passato che si allontana sempre più. Oggi le donne italiane vivono, vestono, spendono, fanno una vita sociale esattamente a loro piacimento né più né meno come le donne svizzere, per restare al termine iniziale del confronto. E non dovrebbe apparire strano se in qualche ambito le donne italiane emergono di più o di meno, perché come già sentenziavano i latini, «sui gusti non si deve discutere» (de gustibus non est disputandum). L’importante è che la parità sociale sostanziale sia stata ormai raggiunta. Lo spaesamento di una volta è finito.

A parità di condizioni di partenza, anche nell'ambito professionale le differenze si sono molto assottigliate. Osservando, per esempio, il gruppo sempre più numeroso delle donne con la doppia nazionalità, difficilmente si notano differenze significative riguardanti la condizione occupazionale (occupate, disoccupate, in cerca di lavoro), la posizione professionale (quadri, dipendente, indipendente), la retribuzione, le possibilità di carriera. Già i dati del censimento federale della popolazione del 2000 (rispetto a quelli del 1990) evidenziavano che sempre più donne italiane appartenevano al management medio-superiore, erano attive in professioni accademiche e di ricerca, svolgevano attività indipendenti.

Ritardi da colmare

Purtroppo non in tutti i campi le donne italiane hanno raggiunto gli stessi livelli dei connazionali e delle donne svizzere. Per esempio nel campo dei media dedicati alla collettività italofona. Benché siano molte le donne che svolgono attività professionale nella stampa scritta e nelle radio locali e tre di esse dirigano i settimanali cartacei più diffusi (L’ECO, Corriere dell’italianità, La Pagina), le funzioni apicali sono esercitate ancora in maggioranza da uomini, soprattutto nella stampa mensile e online.

La consigliera nazionale Ada Marra,
«decana» delle donne italo-svizzere
elette nel parlamento svizzero

La carenza di donne nelle direzioni e nelle responsabilità dell’informazione e della comunicazione si spiega probabilmente col fatto che alcuni media fanno capo ad associazioni tradizionalmente dominate da uomini, che stentano a passare il testimone (e soprattutto il bastone del comando) all'altro sesso. Per quanto tempo ancora? Forse non molto. Si sa che le donne, in generale, sono più pazienti e più lungimiranti degli uomini e forse anche meglio preparate in questi campi.

Un altro ambito in cui le donne italiane fanno registrare qualche ritardo è proprio quello in cui tradizionalmente hanno esaltato il proprio carisma: l'attività ecclesiale. Purtroppo si stanno perdendo le tracce e il ricordo di quando suore, assidue insegnanti, collaboratrici generose gestivano segretariati, scuole, asili, associazioni assistenziali nell'ambito delle Missioni. Oggi sembra persino che venendo meno le suore (forse destinate ad altri compiti e in altri Paesi) si sia ristretto anche il ruolo responsabile delle donne.

Eppure, in questo settore le donne potrebbero svolgere ruoli importanti, soprattutto ora che il numero dei sacerdoti diminuisce e la secolarizzazione aumenta. In alcune situazioni, per esempio, non sarebbe auspicabile che a dirigere comunità ecclesiali o ad amministrare parrocchie ci fossero donne? Perché in molte realtà cattoliche ancora non ci sono diacone o teologhe italiane che leggano e commentino il Vangelo, dirigano la liturgia, guidino la pastorale, svolgano funzioni che non richiedono l’ordinazione sacerdotale, liberino i sacerdoti da gran parte delle incombenze materiali che sottraggono tempo ed energie al loro ministero? Se la Chiesa è di tutti, perché le donne non se ne possono far carico anche a livelli dirigenziali? Dove sta l’impedimento?

La rappresentanza politica

Il presidente della Confederazione Ignazio Cassis,
 massimo esempio di riuscita politica di un «secondo»
.
In Svizzera, un altro terreno dove le donne hanno fatto passi da gigante, ma che rivela anche grandi ritardi è quello della rappresentanza politica. Rispetto al passato hanno sicuramente guadagnato molte posizioni, ma il livello raggiunto non è ancora sufficiente. Per esempio, nei Comites (Comitati degli Italiani all'Estero) rinnovati l’anno scorso, benché su 102 persone elette le donne siano ben 40 (39%), alla presidenza dei sette Comites ci sono solo due donne (28,6%). Il cattivo esempio, purtroppo, viene dall'alto. Alle elezioni politiche nella Circoscrizione Estero-Europa la Svizzera non è ancora riuscita a eleggere una donna. Al CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero) con sede a Roma la collettività italiana in Svizzera è rappresentata da una sola donna (16,6%) e da 5 uomini. Del resto nel CGIE su 63 membri (tra eletti e nominati) le donne sono solo 12 (19%).

Guardando ancora più in alto è facile notare che al Ministero degli affari esteri i maschi sono da sempre dominanti e anche il linguaggio ne è stato influenzato a tal punto che Elisabetta Belloni, che dirige il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza è ufficialmente «Ambasciatore» e «Direttore generale». Recentemente è stata inaugurata nella sede dell’Ambasciata d’Italia a Berna una lapide commemorativa dell’«Ambasciatore Carla Zuppetti», deceduta a Berna nel 2013. Evidentemente nemmeno l’esimio letterato e attuale ambasciatore Silvio Mignano ha potuto modificare questa denominazione inappropriata e antiquata per una donna. C’è da meravigliarsi? No, se si pensa che su oltre 150 personalità con la funzione di ambasciatori/ambasciatrici le donne col grado di «Ambasciatore» sono meno del 5 per cento.

Donne italiane nei legislativi svizzeri

La partecipazione di donne italiane con origini migratorie nei parlamenti svizzeri è ancora insufficiente ma promettente. Fino a pochi anni fa era un’eccezione leggere tra i componenti dei legislativi federale, cantonali e comunali cognomi che richiamavano facilmente le origini italiane. Oggi non sorprende che nel Consiglio Nazionale siano almeno una decina i consiglieri che hanno anche la nazionalità italiana, tra cui cinque donne, e che probabilmente nelle stesse proporzioni uomini e donne di origini migratorie italiane siedano nei parlamenti cantonali e comunali.

La partecipazione di queste persone nei legislativi svizzeri è un segnale evidente non solo dell’emancipazione politica delle (giovani) donne italiane qui residenti, ma anche del loro impegno a contribuire con le loro idee e con i loro progetti allo sviluppo di questo Paese. E’ importante segnalare l’attività di questo gruppo, benché ancora piccolo, perché queste donne costituiscono un esempio. Sono come apripista che invitano a seguirne le tracce, ad avere non solo coraggio, ma anche senso civico e magari anche un pizzico di riconoscenza per i loro genitori e nonni che hanno preparato loro la strada. Sta a loro, soprattutto, valorizzare il tesoro che hanno ricevuto in eredità, perché a beneficiarne siano tutti, svizzeri e stranieri, e in particolare quanti ancora si riconoscono e potrebbero riconoscersi anche domani nell’italianità. (Fine)

Giovanni Longu
Berna, 26.10.2022

19 ottobre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 18. L’eredità degli immigrati italiani: emancipazione femminile (seconda parte)

Le condizioni delle donne italiane in Svizzera nel primo decennio del 2000 erano molto più favorevoli di quelle delle immigrate del secondo dopoguerra. Come si diceva alla fine dell’articolo precedente (prima parte), il cammino verso la parità con gli uomini non era però ancora terminato soprattutto in alcuni settori, per esempio in quelli occupazionale e salariale (strettamente legati e dipendenti, fra l’altro, dalla formazione scolastica e professionale), in quello dell’emancipazione sociale (a sua volta strettamente legato al superamento dell’handicap linguistico e all'autonomia finanziaria conseguita con l’attività lavorativa) e in quello politico (dipendente dalle naturalizzazioni). I meriti dei risultati conseguiti spettano soprattutto alle donne italiane, anche se dagli anni Settanta e soprattutto dagli anni Novanta le condizioni generali sono notevolmente migliorate per l’insieme della popolazione femminile, compresa quella italiana.

Le donne italiane beneficiarono dei cambiamenti favorevoli

In questo tipo di narrazione si dimentica spesso che dagli anni Settanta le condizioni generali di formazione, occupazione e di vita delle donne in Svizzera sono costantemente migliorate, grazie a una maggiore sensibilità giuridica e sociale della classe politica e della società nei loro confronti. In primo luogo ne hanno beneficiato le donne svizzere, ma i loro successi hanno costituito anche un forte stimolo all’emancipazione delle donne immigrate, soprattutto di quelle italiane e specialmente di quelle della seconda generazione.

In questa dinamica hanno contribuito in misura determinante, per le donne italiane adulte, il miglioramento della conoscenza della lingua locale, la molteplicità dei contatti sul lavoro, nel tempo libero e nel rapporto di vicinato, la maggiore autonomia finanziaria, la necessità del sostegno scolastico dei propri figli, e forse anche lo sfaldamento dell’associazionismo tradizionale, che appariva sempre meno utile.

Per le giovani di seconda generazione la chiave del successo è stata sicuramente l’apprendimento della lingua locale con la frequentazione del sistema formativo svizzero fin dagli asili-nido, la scolarizzazione nella scuola locale e la formazione professionale, ma hanno avuto certamente un influsso importante anche la frequentazione comune dei luoghi del tempo libero e del divertimento, le feste, gli incontri in piccoli gruppi, ecc.

Forse non esistono studi approfonditi sull'influsso delle donne svizzere su quelle italiane (dai primi anni di scuola materna all'età adulta) ma si può presumere che sia stato enorme. Negli anni Ottanta e Novanta alcuni aspetti dell’emancipazione delle donne svizzere, soprattutto la coscienza della propria libertà, la gestione autonoma del tempo libero e la disponibilità finanziaria, rappresentavano riferimenti concreti delle aspirazioni delle donne italiane.

Le italiane adulte attratte dalla libertà delle donne svizzere

Molte donne italiane, desiderose di emanciparsi, sentivano fortemente l’attrazione del (presunto) modello di libertà rappresentato dalle donne svizzere tanto nella sua sfera privata quanto in quella pubblica. Molte cercarono di seguirlo ritenendolo sostenibile. In effetti il rapporto che le donne svizzere avevano col lavoro (e col posto di lavoro fisso), con la casa, col denaro, con l’altro sesso, sembrava assai diverso, più moderno, più libero di quello a cui si sentivano legate le donne italiane.

Non va infatti dimenticato che, oltre alla condizione limitativa dello statuto migratorio, le donne immigrate subivano, per lo più inconsciamente, anche altre limitazioni derivanti dalla provenienza, spesso un ambiente rurale, patriarcale, chiuso e magari maschilista, che ora appariva troppo distante dal mondo rappresentato dalle donne svizzere.

Si sapeva, per esempio, che persino la contadina svizzera godeva di un’ampia autonomia e di veri e propri poteri decisionali, perché la divisione dei compiti e delle responsabilità nel mondo contadino svizzero era chiara. Le donne italiane, invece, almeno quelle che vivevano in una contesto tradizionale, non godevano degli stessi diritti e della stessa autonomia dei loro partner. Non solo sul lavoro ma anche in famiglia la donna italiana aveva quasi sempre un ruolo gregario, indefinito, certamente non autonomo. Persino nell'educazione dei figli, nella decisione se rientrare o restare, l’ultima parola spettava quasi sempre al padre di famiglia.

Non so se si sia trattato più di una reazione a un modello di vita ereditato ma mai accettato liberamente e ritenuto ormai superato che di una vera e propria sostituzione con un modello nuovo, con pochi vincoli, materiali e morali, aperto all'improvvisazione e alla scoperta. Sta di fatto che il desiderio del cambiamento agì su intere generazioni riuscendo a modificare radicalmente la percezione di sé della maggioranza delle donne italiane residenti in Svizzera con origini migratorie.

Poche differenze tra svizzere e italiane

I risultati di questo lungo processo di avvicinamento delle donne italiane agli standard delle donne svizzere sono facilmente documentabili statisticamente in diversi campi (demografia, formazione, carriera professionale, ecc.), ma il dato forse più sorprendente è che dal 2000 in poi è sempre più difficile e talvolta impossibile trovare differenze significative tra donne svizzere e italiane nelle rilevazioni statistiche. Del resto, già nei dati del censimento federale della popolazione del 2000 si poteva costatare che le differenze importanti riguardavano prevalentemente le donne della prima generazione ed erano quasi unicamente legate alla nazionalità (partecipazione politica), alla formazione e alla condizione professionale (qualificazione e posizione professionale).

Si deve tuttavia osservare che per molte donne italiane il tentativo di avvicinamento è stato traumatico per molteplici ragioni che è anche difficile analizzare in mancanza di studi approfonditi. Si può tuttavia ben comprendere che man mano che ci si avvicinava al traguardo, il rischio di lasciare il certo per l’incerto era capace di bloccare gli ultimi sforzi. Per alcune donne, poi, un cambio di mentalità avrebbe potuto comportare dissidi familiari insanabili, senso di frustrazione e ricaduta nell'isolamento.

In generale, tuttavia, gli sforzi verso un nuovo modello di vita, per molte donne sono risultati positivi, perché così hanno potuto (ri)acquistare un senso di libertà, di autonomia e di responsabilità personale, un nuovo gusto per vita. Per tutte, comunque il decennio in esame (1991-2000) ha indicato che il mondo stava cambiando, che la società si reggeva (anche) su criteri e valori diversi da quelli tradizionali, che il divario tra la seconda e la prima generazione era sempre più evidente, che solo uno sforzo comune di camminare insieme avrebbe salvato la memoria e i valori che la lunga storia dell’immigrazione italiana in Svizzera evidenziava.

Per le giovani italiane il cammino è stato più facile

Come si accennava prima, per le giovani donne italiane di seconda generazione, il problema dell’emancipazione si presentava in altri termini. Per gran parte di esse, infatti, non si trattava di raggiungere una specie di parità con le coetanee svizzere, perché era facile rendersi conto di aver avuto le medesime condizioni di partenza: scuola materna, scuola obbligatoria, formazione linguistica, generale e professionale, stesse opportunità. Per molte di esse i problemi provenivano dalle famiglie, restie spesso a concedere le libertà di cui sembravano godere le coetanee svizzere, per esempio nella disponibilità senza remore del tempo libero, anche la sera e la notte.

Chi ha vissuto rapporti genitori-figli negli ultimi decenni del secolo scorso sa bene quante tensioni comportava la convivenza di giovani che ambivano a lasciare quanto prima la famiglia, perché la sentivano come un ostacolo al loro sviluppo, alla loro intraprendenza e al godimento di quella libertà che vedevano nella vita di molte coetanee svizzere. Non era sempre facile, tuttavia, dar seguito a quel potente desiderio di evasione e forse di una convivenza insicura, nell’ingenuità che la vita si potesse affrontare anche con pochi soldi, senza sottrarre energie allo studio, senza garanzie di un eventuale supporto sicuro, senza modelli di riferimento per lo studio, la morale, la professionale, la vita.

Sbagliavano le giovani donne o i loro genitori? O entrambi? Sta di fatto, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, che il periodo considerato ha lasciato in Svizzera una generazione di giovani donne, molte delle quali hanno raggiunto o stanno raggiungendo molti dei loro obiettivi, ma che in generale non sono state ben preparate per garantire un passaggio ordinato e gioioso tra la prima e la seconda generazione e, soprattutto, per affermare in tutta evidenza che la doppia nazionalità, il plurilinguismo, il senso di appartenenza, il rispetto reciproco, la tolleranza, l’italianità … sono valori da rispettare, sviluppare e tramandare. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 19.10.2022

05 ottobre 2022

Immigrazione italiana in Svizzera: Scalabrini, modello di carità e santità

Il 9 ottobre 2022 sarà proclamato «Santo» Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), vescovo (di Piacenza, che ha inciso molto sulla storia dell’emigrazione italiana nel mondo. Sebbene non abbia mai messo piede in questo Paese, pur essendo di origine svizzera (grigionese), e l’interesse dei missionari Scalabriniani alla «cura spirituale degli emigrati italiani» in Svizzera si sia sviluppato solo a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, la figura di Santo Scalabrini può essere considerata centrale anche qui, per il significato universale che assume e per la lunga attività missionaria degli Scalabriniani.

Impegno di Scalabrini per l’emigrazione

Ho cercato già in più occasioni (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/) di mettere in evidenza alcuni aspetti di Scalabrini quale «padre dei migranti» (1.6.2009), grande sostenitore di «un’emigrazione libera e dignitosa» (1.6.2019) e promotore di un’azione ampia, strutturata ed efficace per rendere l’esperienza migratoria non solo più umana, ma anche più cristiana in oltre «130 anni di fede e d’impegno per i migranti» (1.6.2017). Con la sua canonizzazione, Scalabrini diviene ora anche un autentico testimone della fede e modello di santità, «alla quale tutti sono chiamati» (Cat.Ch.Ca.), anche gli emigrati.

Nella storia dell’emigrazione italiana si tende, spesso ancora oggi, a sottolineare soprattutto gli aspetti tristi e penosi della vita degli emigrati, afflitti dallo sradicamento, dalla perdita di contatti umani vitali, dalle ingiustizie e dallo sfruttamento. In questa visione, certamente vera ma non completa, si è tentati talvolta di considerare importanti solo le iniziative e i personaggi che hanno contribuito e contribuiscono socialmente e politicamente a migliorare la situazione.

Anche nella storia delle Missioni e dei Missionari spesso ci si limita ad elencare tutta una serie di benemerenze per aver aperto scuole, asili, centri di assistenza e attivato servizi sociali importanti (accoglienza, collocamento, disbrigo di pratiche, cineforum, ecc.). Raramente vengono menzionate l’assistenza religiosa, l’amministrazione dei sacramenti, la consolazione cristiana, le opere di carità… Sembrerebbe che persino nei missionari ci sia una specie di (falso) pudore o timore (?) a ricordare che loro sono lì soprattutto per pregare, favorire la conversione del cuore, esercitare la carità cristiana, consolare, irradiare la santità.

Scalabrini, modello di carità e santità

Scalabrini in questo era un modello. Sapeva che la sua missione nei confronti degli emigranti era quella di aiutarli a conservare la fede e la pratica religiosa, ma si batté anche politicamente perché l’emigrazione fosse considerata un diritto, un fatto provvidenziale, «una valvola di sicurezza data da Dio a questa travagliata società». Voleva che agli emigrati venisse garantita non solo un’assistenza spirituale per evitare che cadessero vittime del materialismo e delle sette religiose, ma anche un’assistenza sociale e giuridica per non cadere nelle mani di sfruttatori e per aiutarli a prendere coscienza della loro dignità e dei loro diritti.

Santo Scalabrini non va visto tuttavia come una sorta di riformatore sociale desideroso di umanizzare un fenomeno, l’emigrazione, che ai suoi tempi stava assumendo proporzioni enormi e rendeva spesso gli emigrati vittime di soprusi e di sfruttamento. Egli ne comprendeva le sofferenze, lo sradicamento, l’esistenza spesso in condizioni disumane, ma non si limitava a condannare gli sfruttatori o a denunciare le carenze della politica. Cercava con i missionari e le opere sociali originate da un senso evangelico della condivisione e della carità dei rimedi soddisfacenti, senza trascurare mai la cura delle anime.

Scalabriniani, santo imitabile

Combinando in maniera esemplare carità, santità e visione profetica (in un mondo in cui cominciavano a diffond
ersi materialismo, anticlericalismo, laicismo, secolarizzazione…), Monsignor Scalabrini, allora vescovo di Piacenza, fondò due istituti missionari  specializzati, per così dire, nella «cura spirituale degli emigranti»: la Congregazione dei Missionari di San Carlo Borromeo (conosciuti come Scalabriniani) e la Congregazione delle suore missionarie di San Carlo Borromeo.

Dai missionari e dalle missionarie Scalabrini si aspettava la massima dedizione non solo nell'attività sociale come espressione della carità cristiana, ma anche nella cura delle anime e nella testimonianza di una vita religiosa esemplare, santa. Durante l’omelia il giorno della sua beatificazione (9.11.1997), l’allora papa Giovanni Paolo II disse di lui: «L'universale vocazione alla santità fu costantemente sentita e vissuta in prima persona da Giovanni Battista Scalabrini. Amava ripetere spesso: "Potessi santificarmi e santificare tutte le anime affidatemi!". Anelare alla santità e proporla a quanti incontrava fu sempre la prima sua preoccupazione». E’ stato un Santo imitabile e per questo merita di essere ricordato, anche in Svizzera!

Giovanni Longu
Berna, 5.10.2022

28 settembre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 17. L’eredità degli immigrati italiani: emancipazione femminile (prima parte)

Continuando a chiederci quale eredità abbiano lasciato gli immigrati del dopoguerra (prima generazione) alle generazioni successive, non c’è dubbio che una della più preziose sia stata l’emancipazione femminile. Ci sono voluti decenni per raggiungere gli attuali livelli, non è stato facile arrivarci e, come è stato osservato in un altro articolo del 3 febbraio 2021 (https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2021/02/immigrazione-italiana-1970-1990-donne.html), l’uguaglianza con gli uomini (italiani e svizzeri) non è stata ancora raggiunta in tutti i campi. La tendenza è comunque chiara e irreversibile. Per le donne italiane (anche quelle binazionali) si tratta ora di proseguire gli sforzi per colmare le lacune esistenti, conservare il meglio della tradizione migratoria e diventare co-protagoniste nel rafforzamento e nello sviluppo dell’italianità.

Premesse necessarie

Il riferimento temporale dell’«emancipazione femminile» di cui si parla nell'articolo è compreso tra la prima metà degli anni Sessanta e il primo decennio del 2000. Il dato di partenza è la situazione delle donne italiane (quale risulta da resoconti giornalistici e autobiografici, studi e dati statistici) in alcuni dei campi più importanti (civile, sociale, politico, economico, culturale), confrontata con quella dei connazionali maschi e degli svizzeri in generale. La collocazione del momento iniziale agli inizi degli anni Sessanta si giustifica col fatto che l’ondata immigratoria di massa proveniente prevalentemente dal Sud Italia metteva bene in evidenza il divario (culturale, lavorativo, sociale) tra uomini e donne.

Va inoltre osservato che i cambiamenti sono avvenuti lentamente ma decisamente in un processo di arricchimento continuo a cui hanno contribuito molti fattori legati alla politica emigratoria italiana, alla politica immigratoria svizzera, ai mutamenti intervenuti nella percezione degli stranieri da parte degli svizzeri, all'integrazione sempre più accentuata della seconda generazione, ma soprattutto all'intraprendenza, alla lungimiranza, alla costanza e al genio femminile italiano.

Si sa che nei fenomeni umani la generalizzazione è rischiosa e pertanto andrebbe per quanto possibile evitata, ma in questo caso è inevitabile, pur riconoscendo che anche negli anni Sessanta c’erano donne e gruppi di donne pienamente emancipate. Addirittura nella prima ondata immigratoria del dopoguerra (per una decina d’anni) le vere protagoniste sono state le donne, denotando grande spirito d’iniziativa, coraggio, indipendenza, capacità di muoversi a proprio agio anche in situazioni difficili. Pure in seguito, benché per esse sia stato molto più difficile che per gli uomini sviluppare tali caratteristiche, soprattutto nell'ambiente lavorativo e familiare, le donne si sono sempre distinte come lavoratrici, madri, compagne di vita, disposte ad ogni sacrificio per il bene della famiglia.

Sotto il profilo della visibilità sociale, delle possibilità di sviluppo, della formazione, della carriera professionale, per le donne è stato invece sempre molto difficile emergere e raggiungere la parità con gli uomini. L’ambito delle donne è rimasto a lungo ristretto e faticoso perché spesso gravava su di esse contemporaneamente il doppio lavoro, fuori e dentro casa (lavori generalmente poco qualificati e mal retribuiti fuori, i cosiddetti lavori domestici in casa), la cura dei bambini, i rapporti con la scuola, l’assistenza ai familiari bisognosi, il volontariato nelle associazioni caritative, ecc.

Situazione iniziale

Negli anni Sessanta la situazione delle donne immigrate era certamente peggiore di quella degli uomini sia nell'ambiente di lavoro che in famiglia e nella società. Gli uomini bene o male avevano nel lavoro un’apertura al mondo, un luogo d’incontro sociale, una scuola dove imparare a conoscere (meglio) le tecniche lavorative, le persone (con le quali era inevitabile almeno un dialogo rudimentale, che poteva continuare anche dopo il lavoro), il mondo che cambiava. Anche fuori dell’ambiente lavorativo gli uomini avevano momenti di distensione e «ricreazione» specialmente nelle associazioni.

Al contrario, per le donne il lavoro era spesso precario e il luogo di lavoro meno ricco di opportunità d’incontri e di conoscenze, perché le attività svolte, ad un ritmo spesso elevato, erano generalmente pesanti, monotone, ripetitive, stressanti, che richiedevano comunque concentrazione. Anche l’ambiente umano era diverso perché le pause erano solitamente corte e finito il lavoro ognuna doveva correre a casa per preparare la cena, prendersi cura dei bambini, lavare, stirare, ecc. Il «tempo libero» era minimo e la frequenza delle associazioni limitata. I rari momenti di svago erano limitati per lo più a qualche festa e a qualche incontro domenicale con le amiche.

Sulle donne, all'epoca dell’immigrazione di massa, gravava inoltre un preconcetto, di cui probabilmente le stesse protagoniste non si rendevano conto. Si riteneva generalmente, anche nel linguaggio comune, che i veri emigranti erano gli uomini non le donne. Le donne seguivano (talvolta anche clandestinamente) gli uomini, per non lasciarli soli e non rimanere sole, per contribuire anch'esse a formare il gruzzolo per cui erano emigrati i partner, a costo di rinunciare anche a quel poco di autonomia che godevano prima di partire. La situazione era destinata paradossalmente a peggiorare quando ai compagni o ai mariti si aggiungevano i figli, perché il carico dei problemi gravava soprattutto su di esse.

Percorso difficile e sofferto

Da numerose testimonianze si sa quanta sofferenza, quanta frustrazione e quanta depressione dovettero sopportare molte donne italiane immigrate non solo per le condizioni di lavoro e le esigenze familiari, ma anche per l’isolamento, la mancanza di sostegno, lo scarso tempo libero. La casa e i figli assorbivano gran parte del tempo che non dedicavano al lavoro (per cui spesso era un sollievo persino andare a lavorare). A loro stesse, alla cura della persona, alle amicizie, a qualche piccolo svago potevano dedicare ben poco tempo, senza che rimordesse loro la coscienza.

Sulla condizione della donna italiana adulta pesava anche la mentalità tipica della prima generazione, che vedeva la ragione principale dell’emigrazione nel desiderio di guadagno e di risparmio, per cui non si rifiutavano gli straordinari, i turni notturni, il lavoro a cottimo, il doppio lavoro, l’alloggio a basso costo e senza confort, ecc. In molti uomini c’era però sicuramente anche il timore, in verità mai confessato pubblicamente, che i redditi da lavoro potessero rendere anche le donne immigrate più autonome sull'esempio delle donne svizzere. Anche per questo, quando i mariti guadagnavano abbastanza e c’erano in famiglia dei figli difficilmente le donne andavano a lavorare. Persino quando fu estesa la possibilità di mandare i bambini già in tenera età negli asili nido, molti mariti preferivano che le madri restassero a casa per accudirli.

Sulle donne pesavano, inoltre, e molto, le difficoltà di comunicazione soprattutto con gli svizzeri per le note carenze linguistiche della prima generazione. Per di più, negli anni Sessanta, la maggior parte delle donne era di origine contadina e con un basso livello di scolarità (che non superava solitamente il secondo grado inferiore); molte di esse, essendo analfabete, non avevano alcuna possibilità di affermarsi professionalmente.

Miglioramento negli anni ’80 e ‘90

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, i cambiamenti nell'ambiente della migrazione divennero significativi. I comportamenti sociali degli svizzeri influirono sensibilmente su quelli degli italiani soprattutto grazie alla seconda generazione (portata facilmente a fare i confronti), alla loro integrazione e al lento miglioramento della comunicazione in generale. L’obiettivo di molte donne divenne raggiungere lo stato delle donne svizzere, più formate, più sicure di sé, più autorevoli, più indipendenti e anche meno casalinghe. Per raggiungerlo ci voleva tanto coraggio e spirito di sacrificio, ma le donne italiane ne avevano in abbondanza.

Il cambiamento fu registrato anche dalla demografia. Dopo aver toccato nel 1970 il numero massimo di matrimoni concernenti cittadini italiani (4.227), il loro numero cominciò a scendere (a parte una leggera risalita a cavallo del 1990), come avveniva tra gli svizzeri. La diminuzione più sensibile si registrò nei matrimoni tra concittadini italiani, appena 415 nel 2003, mentre ci furono solo oscillazioni nei matrimoni misti con svizzeri o svizzere. Anche il numero delle nascite da madre italiana, dopo aver raggiunto il massimo storico nel 1969 con 19.101 nati vivi, diminuì conseguentemente e la tendenza regressiva continua (2020: 2.729 nascite).

I cambiamenti più significativi si ebbero tuttavia soprattutto nell'attività lavorativa, nella formazione, nella partecipazione sociale e politica, come si vedrà in altro articolo.

Giovanni Longu
Berna, 28.09.2022

21 settembre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 16. L’eredità degli immigrati italiani: un nuovo associazionismo

Tradizionalmente uno dei pilastri della vita sociale degli immigrati era costituito dalla partecipazione, attiva o passiva, alle associazioni che accompagnavano l’inserimento dei nuovi arrivati nel mondo del lavoro e nella società svizzera. Esse hanno garantito per decenni una sorta di sopravvivenza esistenziale e una rete essenziale di protezione sociale. Esse erano i principali centri d’incontro, d’informazione, di mediazione e di formazione di un sentimento di appartenenza importante per sostenere le rivendicazioni di cui si facevano portavoce i rappresentanti italiani durante le trattative con gli svizzeri per raggiungere nuovi accordi o miglioramenti alle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati.

Crisi dell’associazionismo tradizionale

Quando soprattutto negli anni Ottanta e Novanta si sono sviluppate le associazioni regionali, i partiti politici e i vari Comitati d’intesa, l’associazionismo ha subito una specie di metamorfosi colorandosi sempre più dei colori dei partiti politici a cui facevano riferimento, spesso per averne in cambio sostegni politici e finanziari, cariche quasi a vita nelle principali associazioni, incarichi di rappresentanza. In tal modo, però, l’associazionismo tradizionale avviava il suo inevitabile declino. Nel frattempo molte associazioni sono scomparse o esistono ancora solo in qualche elenco ingiallito depositato negli archivi. I colori politici non sono invece scomparsi e cercano ancora di connotare quel che resta dei media tradizionali, del vecchio associazionismo e persino del nuovo.

Di fronte alle diverse aspettative delle nuove generazioni l’associazionismo tradizionale non ha saputo reagire come forse avrebbe potuto, specialmente in alcuni settori, perché non riusciva a comprendere le differenze tra immigrati (prima generazione) e non immigrati (seconda generazione), tra antichi bisogni (superamento dell’isolamento, delle frustrazioni, della precarietà, realizzazione del sogno del ritorno, ecc.) e nuovi bisogni (maggiore informazione, formazione, integrazione, naturalizzazione, partecipazione politica, ecc.).

Il distacco tra la prima e la seconda generazione è stato forte e traumatico, ma irreversibile, anche se da parte dei figli c’è sempre stato rispetto e ammirazione per i sacrifici e gli sforzi dei loro genitori. Solo da qualche decennio si tenta di ricucire lo strappo, cercando di coinvolgere i giovani soprattutto nelle istituzioni di rappresentanza (per es. Comites) e in alcune nuove associazioni. Purtroppo spesso si tratta di giovani che non hanno vissuto né in famiglia né fuori esperienze di vera immigrazione. Non ha ancora trovato il suo spazio associativo consono la cultura dei nuovi immigrati e specialmente dei giovani binazionali.

Dal crollo dell’associazionismo tradizionale, tuttavia, si assiste a nuove forme di aggregazione per tentare di coinvolgere il pubblico italofono con o senza origini migratorie. Possono essere considerate un’altra eredità importante della prima generazione, anche se non prive di rischi. Mi riferisco in particolare alla stampa periodica in forma cartacea (per es. L’ECO, il Corriere dell’italianità, la Pagina) e/o online (per es. l’Avvenire dei lavoratori) e a una nuova associazione, l’Università delle tre età (o Unitre).

Potenzialità dei media scritti

La stampa periodica ha subito in questi ultimi decenni una trasformazione significativa, nel senso che cerca di allargare il pubblico dei lettori diversificando notevolmente i temi trattati, riducendo quelli tradizionali di carattere prettamente migratorio (assemblee sociali, pensioni, problemi della casa in Italia, tassazione, feste, ecc.) e privilegiando l’attualità (nazionale e internazionale, pur senza trascurare quella relativa alle principali organizzazioni italiane come Comites, Colonie libere), l’informazione storico-culturale (con presentazioni di opere di artisti, poeti, scrittori, discussioni pubbliche su temi di attualità e incidenza sociale, ecc.), la formazione continua (per es. con proposte di lettura e scrittura, informazioni tecnologiche, ecc.), rubriche d’arte, temi d’interesse generale (questioni climatiche, nuove attività imprenditoriali di italiani, ma anche cucina, moda, cinema, ecc.), secondo le nuove linee editoriali delle varie testate.

Nella categoria dei media, tuttavia, a parte l’Avvenire dei lavoratori che non corre alcun pericolo se continua la linea politica ormai «storica», gli altri periodici corrono a mio parere un grosso rischio, che dovrebbero cercare di evitare: l’eccessiva politicizzazione. Non essendo nati come organi di partito e sapendo che la maggior parte dei loro lettori sono indifferenti alle problematiche partitiche italiane, non dovrebbero prestarsi al gioco dei partiti in cerca di visibilità e adesioni attraverso personalità chiaramente schierate in posizione apicale. Sui contenuti «politici» dovrebbero limitarsi a fornire un’informazione essenziale, obiettiva e pluralistica, in modo da sollecitare la libera opinione, la ricerca individuale e la convinzione personale.

Se riuscirà a superare questo rischio, la stampa italofona menzionata potrebbe svolgere, soprattutto nella Svizzera tedesca e francese, un ruolo importante nella valorizzazione della lingua e della cultura italiana, nel sostegno di iniziative volte a rafforzare l’italianità, nell’approfondimento della nuova cultura italo-svizzera dei cittadini con la doppia nazionalità e persino nel rappresentare autorevolmente ampio settori della società. In questa prospettiva, certamente ambiziosa ma non impossibile, andrebbero considerate tuttavia anche la possibilità di un’aggregazione di testate, la costituzione di un ampio gruppo di sostegno, la costituzione di una base finanziaria solida e il rafforzamento del gruppo redazionale.

L’Unitre Svizzera

La maggiore eredità che la prima generazione lascia alla seconda e alle successive è tuttavia l’Università delle tre età, avviata in Svizzera quasi vent'anni fa su un’idea sviluppatasi in Francia e in Italia negli anni Settanta del secolo scorso. Si tratta di un’istituzione sociale e culturale di grande valore. In altra occasione ho scritto che «l’Unitre della Svizzera è un’associazione di formazione che riprende il meglio dell’associazionismo tradizionale e lo sviluppa secondo modalità moderne ed efficaci». Lo confermo.

Ricordo anzitutto che il nome Unitre è un acronimo di «Università delle Tre Età». La prima parte (Uni) riprende il nome dato comunemente a quei luoghi del sapere universale dove s’incontrano docenti e studenti; la seconda parte (tre) indica le persone «delle tre età» a cui si rivolge, ossia tutte le persone di ogni età che desiderano ampliare i propri orizzonti culturali. Già dal nome dovrebbe emergere l’importanza di questa istituzione, in grado di rispondere alle esigenze di socialità e di formazione continua di molte persone, utilizzando le forme tradizionali della comunicazione del sapere (corsi, lezioni, conferenze, incontri), ma riducendo le distanze tra docenti e allievi e favorendo la partecipazione intergenerazionale.

Foto-ricordo dell'Unitre di Soletta 2022
Il termine università non deve spaventare, perché l’Unitre reinterpreta in una forma semplice (ma non semplicistica) e non irriverente una delle caratteristiche dell'Universitas originaria (sec. XII), che intendeva promuovere il sapere «universale», ossia ogni forma di conoscenza dell’uomo (microcosmo) e del mondo (macrocosmo). L’Unitre condivide dell’Universitas anche un’altra caratteristica fondamentale, l’apertura intergenerazionale, ossia la possibilità di accedervi senza titoli e senza restrizioni garantita a tutti e a tutte le età. Anche sui contenuti l’Unitre riprende una caratteristica delle antiche università, la serietà dell’insegnamento. E poiché, specialmente in periodi di crisi di partecipanti, si può correre il rischio di derogare a questa caratteristica abbassando il livello dei corsi, l’Unitre dovrebbe cercare di mantenere sempre alta la qualità dell’offerta e garantire che le aspettative degli allievi siano soddisfatte.

Per avere un’idea della varietà e del livello dei corsi dell’Unitre, oggi, basta dare uno sguardo a uno qualunque dei programmi di una sede dell’Unitre Svizzera per l’anno accademico 2022-2023. Quello della sede di Soletta prevede, per esempio, corsi di lingua (italiana, spagnola, tedesca, inglese), di storia (antica e moderna), di geografia, arte, letteratura, informatica, cucina; corsi sulla salute e il benessere fisico (shibashi, ginnastica), per la gestione del tempo libero (pomeriggi ricreativi, passeggiate, origami, ballo, karaoke, ecc.); conferenze sull'attualità storico-politica, di astronomia, medicina, psicologia, filosofia, teologia, ecc. In passato sono stati offerti anche corsi interessanti sulle regioni italiane, sui cantoni svizzeri, sulla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, sull'integrazione, sull'italianità.

Guardare al futuro

Nell’ambito dell’italofonia di origine migratoria esistono sicuramente anche altre forme di aggregazione, ma quelle lasciate in eredità dalla prima generazione di immigrati italiani non andrebbero trascurate perché hanno un potenziale di sviluppo enorme. Grande attenzione andrebbe inoltre destinata ai media, compresi radio, televisione e social, che hanno enormi possibilità di mettere in rete un gran numero di persone, specialmente curandone maggiormente sia la forma che i contenuti. Di altre forme associative oltre all’Unitre è auspicabile che se ne creino anche altre, in grado di coinvolgere maggiormente soprattutto i giovani e specialmente i binazionali, che «peseranno» sempre di più nella società e nella cultura italo-svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 21.09.2022



14 settembre 2022

Immigrazione italiana 1991-2000: 15. L’eredità degli immigrati italiani: la lingua italiana

Dopo la pausa estiva e alcuni articoli dedicati soprattutto all'attualità, riprende la narrazione dell’ultimo decennio dell’immigrazione tradizionale italiana in Svizzera, partendo da una domanda: quale eredità ha lasciato la prima generazione non solo alla seconda e alla terza generazione, ma anche agli svizzeri? In questo e nei prossimi articoli si cercherà di dare risposte non necessariamente esaustive, ma plausibili. Una prima risposta, spontanea e fondata, è senz'altro questa: la lingua italiana e l’italianità. Se ne è già trattato negli ultimi articoli di questa serie sul decennio 1991-2000, ma merita qualche ulteriore considerazione.

Premessa

Anzitutto,  perché si parla di «eredità», ovviamente in senso morale? Perché in questa trattazione si considera il 2000 come anno simbolo della fine dell’immigrazione tradizionale italiana in Svizzera, anche se gli italiani hanno continuato e continuano ad arrivare in Svizzera, sebbene non più come immigrati nel senso tradizionale del termine. Dal 2002, infatti, vige per gli stranieri provenienti dall'Unione Europea (UE) e quindi anche per gli italiani il regime di libera circolazione. Per questo, per essi si adopera sempre più e a giusta ragione l’espressione «nuovi immigrati» o «nuova immigrazione». Effettivamente, con l’entrata in vigore (1° giugno 2002) dei primi accordi bilaterali (Bilaterali I) conclusi nel 1999 tra la Svizzera e l’UE, sono cambiate radicalmente le condizioni di soggiorno e di lavoro degli italiani e in generale dei cittadini comunitari.

L’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) è stato soprattutto per gli italiani particolarmente importante perché non solo ha abolito (finalmente!) lo statuto di stagionale (anche se possono essere concessi ancora permessi di dimora di breve durata), ma facilita ai lavoratori comunitari l’accesso al mercato del lavoro, garantisce la parità di trattamento della manodopera svizzera e di quella comunitaria già integrata nel mercato del lavoro, consente la mobilità geografica e professionale delle lavoratrici e dei lavoratori già integrati nel mercato del lavoro svizzero (diritto di cambiare luogo di residenza e posto di lavoro senza precedente autorizzazione da parte dell’autorità), facilita i ricongiungimenti familiari, ecc.

Con l’entrata in vigore dei Bilaterali I si può dunque considerare conclusa la fase dell’immigrazione italiana tradizionale ed è giusto chiedersi che cosa la prima generazione (quella venuta in Svizzera nella seconda metà del secolo scorso) ha lasciato in eredità ai nuovi immigrati.

Eredità condivisa e indivisibile

Quando, in questo contesto, si parla di italiano e di italianità è bene precisare subito che la diffusione dell’italiano e dell’italianità in Svizzera non è dovuta solo all'immigrazione italiana, perché l’italiano come lingua nazionale e ufficiale è preesistente. Lo portò in dote nella Confederazione il Cantone Ticino e dalla prima Costituzione federale del 1848 in poi la sua rilevanza costituzionale è sempre stata riconosciuta e garantita.

Va aggiunto, inoltre, che il legame del Ticino con l’Italia è sempre stato inscindibile. Ha scritto qualche anno fa Gianmarco Talamona, responsabile dell’Archivio di Stato del Cantone Ticino: «Nel corso del XIX secolo, e in particolare nel 1848 durante le Cinque giornate di Milano e nel 1859 durante la Seconda guerra d'Indipendenza, in Ticino vi era un sentimento molto marcato di appartenenza alla nazione italiana, nazione nel senso Ottocentesco del termine, ossia una comunione di lingua, di cultura, ecc.».

Questo legame si è mantenuto saldo, anche se con alti e bassi, fino ad oggi e forse non ha senso esagerare sulle distinzioni tra italiano degli svizzeri ticinesi e italiano degli italiani (immigrati e loro discendenti con o senza la nazionalità svizzera) al di fuori della Svizzera italiana (Ticino e valli italofone dei Grigioni). Anzi, oggi più che mai, la lingua italiana e l’italianità vanno considerate come un’eredità condivisa e indivisibile dagli uni e dagli altri. Non è stato però sempre così.

Italiano lingua «nazionale»

Qualche decennio fa si discusse a lungo, soprattutto sulla stampa ticinese, se si dovesse considerare l’italiano più una lingua regionale o una lingua nazionale. I sostenitori della prima tesi partivano dal presupposto, stando ai dati del censimento federale della popolazione del 2000, che l’italiano nella Svizzera italiana non corresse alcun pericolo perché là era radicato saldamente. Era vero, ma era difficilmente contestabile anche la tesi che il concetto di «Svizzera italiana» in senso geografico andava superato perché solo una parte degli italofoni (poco più di 300.000) viveva nel Ticino, mentre la maggioranza (oltre 478.000) viveva oltre Gottardo. Pertanto l’italiano andava considerato e difeso opportunamente in tutta la Svizzera come lingua «nazionale», ossia diffusa in tutto il Paese, e un grande valore «svizzero».

Dante «padre della lingua italiana» (Luca Signorelli)
Purtroppo i dati del censimento federale della popolazione del 2000 apparivano sconfortanti. Se nella Svizzera italiana l’italiano appariva persino in crescita, nel resto della Svizzera il calo era evidente in quasi tutti i centri urbani, soprattutto a Zurigo (-27,8%), Ginevra (-24,1%), Berna (-26,5%), Basilea Città (-26,7%), Soletta (-29,7%), Sciaffusa (-33,7%), Neuchâtel (­31,0%), ecc.  Il pessimismo sembrava giustificato ed era facile leggere titoli allarmanti tipo «Italiano in caduta libera», «Italiano in crisi irreversibile», «Meno italofoni in Svizzera», «Italiano malato incurabile?», «L’italiano in Svizzera ha ancora un futuro?»

Come garantire il futuro dell’italiano?

Per garantire la sopravvivenza dell’italiano anche nella Svizzera tedesca e francese molti italofoni ritenevano che non bastassero gli sforzi per quanto notevoli dello Stato italiano per sostenere i corsi di lingua e cultura destinati ai bambini italiani né le iniziative linguistiche e culturali di alcune associazioni italiane. Se i flussi immigratori dall'Italia si fossero interrotti o anche solo ridotti ulteriormente, avrebbe avuto senso continuare quei corsi? E chi sarebbero stati i fruitori delle iniziative culturali italiane?

Di fronte a questi e altri interrogativi, sembrava inderogabile un intervento diretto dei Cantoni Ticino e Grigioni, della Deputazione ticinese alle Camere federali, delle amministrazioni federale e cantonali e di tutte le organizzazioni che si adoperavano validamente per la salvaguardia e la diffusione dell’italiano. Oltretutto si cominciava a percepire sempre più chiaramente, anche in ambito elvetico, che la difesa dell’italiano e dell’italianità fosse d’interesse vitale non solo per l’Italia ma anche per la Svizzera, per la sua identità e coesione nazionale. Per mettere al sicuro l’italiano come «lingua nazionale» e per di più «ufficiale» occorreva uno sforzo «nazionale» congiunto tra svizzeri e italiani.

Ottimismo ben fondato

Per oltre un decennio la questione dell’italiano e dell’italianità fu di grande attualità, non solo tra gli italofoni, sollecitando studi, dibattiti, impegno e iniziative concrete. I frutti non tardarono a farsi vedere con un diffusa considerazione dell’italiano e dell’italianità come caratteristiche irrinunciabili delle storia, della cultura e della società svizzera. Credo che l’italiano e l’italianità godano oggi di buona salute e di un ampio sostegno sia da parte italiana che da parte svizzera. Secondo i dati più recenti dell’Ufficio federale di statistica (2022), la lingua italiana sembra stabilizzarsi attorno all'8 per cento della popolazione complessiva ed è un buon risultato. L’italiano è diffuso nelle scuole secondarie e nelle università. Gli scambi linguistici e culturali in Svizzera e con l’Italia sono intensi. I media (TV, radio e stampa) in lingua italiana sono abbastanza diffusi.

Senza nulla togliere agli sforzi dello Stato italiano e di alcune associazioni italiane, non c’è dubbio che il risultato raggiunto è dovuto soprattutto al coinvolgimento e all'impegno di alcune istituzioni svizzere, due in particolare: il «Forum per l’italiano in Svizzera», istituito nel 2012 per iniziativa del Cantone Ticino e del Cantone dei Grigioni e il gruppo di riflessione apartitico «Coscienza svizzera» (cfr. in proposito l’articolo del 13 luglio 2022).

Questi risultati, tuttavia, non si sarebbero mai raggiunti senza la presenza in Svizzera di centinaia di migliaia di immigrati italiani. Senza il loro apporto la percentuale dell'italofonia svizzera sarebbe rimasta attorno o persino al di sotto del 4 per cento e concentrata nella Svizzera italiana. Grazie agli italiani, invece, l’incremento è stato notevole e costante (salvo nel periodo 1930-1950) dal 1880 (5,7%) a oggi (8%), dopo aver sfiorato nel 1970 il 12 per cento. Da allora, col progressivo rientro in Italia di molte famiglie italiane la percentuale di italofoni è diminuita, ma l’eredità lasciata alle nuove generazioni (italiani, italo-svizzeri, svizzeri) è ancora grande, con ampi margini per essere valorizzata e accresciuta.

Un’eredità preziosa

Non si tratta, tuttavia, di un’eredità senza rischi. Per conservarla almeno ai livelli attuali è richiesto ancora un impegno costante e congiunto di tutte le parti interessate, svizzere e italiane. E’ richiesta soprattutto la partecipazione di molte persone, perché l’italiano è vitale se praticato, studiato, curato nel parlato e nello scritto, goduto negli approcci culturali, nella lettura e nella ricerca, negli scambi interpersonali, nelle amicizie, nella vita quotidiana. Per tutti, l’italiano e l’italianità in Svizzera sono un’eredità preziosa. Se ne abbia grande cura.

Giovanni Longu
Berna, 14.09.2022


31 agosto 2022

Immigrazione italiana in Svizzera: Gli italiani e le elezioni politiche

Si torna a votare. Un tempo gli emigrati vedevano di buon occhio le elezioni non perché fossero particolarmente interessati alla politica (non lo sono mai stati: v. articolo del 15.06.2022), ma perché potevano tornare in Italia per almeno una decina di giorni usufruendo dei congedi elettorali concessi da molti datori di lavoro e delle agevolazioni di viaggio previste per gli elettori residenti all’estero (gratuità sul territorio nazionale). E poiché lo Stato italiano, per lo più a guida democristiana, sperava in una loro partecipazione numerosa, chiedeva a quello svizzero di favorirla. La risposta era sempre positiva (spesso in chiave anticomunista), tant'è che le ferrovie federali svizzere (FFS) organizzavano volentieri i famosi treni elettorali e praticavano persino un po’ di sconto sul biglietto. Solo qualche datore di lavoro era un po’ restio a concedere i permessi, ma finiva quasi sempre anche lui per consentire le assenze.

Treni speciali «rossi»

Nelle prime elezioni del dopoguerra la lotta era soprattutto tra DC e PCI.
In occasione delle tornate elettorali nazionali le FFS organizzavano numerosi treni speciali in partenza dalle principali città svizzere. Alle stazioni era una festa perché ci s’incontrava tra connazionali. La festa proseguiva durante il viaggio perché si rientrava. Molti di quei treni erano caratterizzati dallo sventolio di bandiere italiane ma specialmente rosse perché il Partito comunista italiano (PCI) raccomandava agli emigrati di «tornare per votare e votare per ritornare» ed era meglio organizzato della Democrazia cristiana (DC), fiduciosa che gli emigrati tornassero spontaneamente per dimostrare quanto si guadagnava e come si stava bene all'estero.

E’ una favola che decine di migliaia di italiani rientrassero in Italia per votare. In realtà, su quei treni c’era molta finzione perché i ragionamenti elettorali erano scelte ideologiche e non considerazioni sui programmi. Molti volevano solo approfittare delle agevolazioni di viaggio per visitare i propri cari e stare qualche giorno con loro. Tuttavia quei voti pesavano e questo lo sapevano soprattutto i due principali partiti, PCI e DC, che in Svizzera cercavano di creare attraverso le grandi associazioni dei serbatoi elettorali. Molti anziani ricorderanno sicuramente con quanto zelo nei periodi elettorali venivano dall'Italia deputati e senatori, sindaci e alti funzionari «indaffarati a tagliar nastri, inaugurare sedi, promettere onorificenze e pensioni, assegni consolari e bustarelle» (P.G. Paloschi).

La favola terminò quando fu introdotto il diritto di voto all'estero (2001), si diradarono le visite blasonate, diminuirono le agevolazioni di viaggio e diminuì pure l’interesse a contribuire col proprio voto alle sorti dell’Italia. L’astensionismo non ha smesso di aumentare e anche alle prossime elezioni si stima che saranno relativamente pochi i votanti tra i residenti all'estero.

Rappresentanza e astensionismo

Nonostante ci siano ancora emigrati che sembrano avere come massima aspirazione un seggio in Parlamento, tra gli italiani residenti stabilmente all'estero bisognerebbe aprire un serio dibattito sul senso della rappresentanza politico-partitica, sulle candidature e sull'astensionismo crescente tra gli italiani all'estero. Forse si scoprirebbe che in molti candidati l’aspirazione alla carica è in funzione del potere o del prestigio ch'essa conferisce più che del servizio che comporta, che alcune candidature sono vuote (di competenza e di sensibilità) e che l’astensionismo è dovuto in gran parte alla scarsa attenzione della politica italiana alle problematiche di coloro che hanno scelto di vivere all'estero e alla consapevolezza che la rappresentanza è debole, quasi inconsistente e funzionale ai partiti più che ai reali bisogni degli italiani all'estero.

Il diritto di poter votare per corrispondenza dal proprio domicilio all'estero può essere ancora considerato il risultato di una giusta rivendicazione, ma i suoi scarsi effetti dovrebbero far riflettere anche sui rapporti reali, e quindi non solo affettivi e culturali, tra gli italiani residenti stabilmente all'estero e l’Italia.

Del resto, almeno qui in Svizzera, è ovvio che i problemi degli italiani, ormai quasi tutti domiciliati, vadano risolti qui. E’ qui che si deve fare la politica che serve, qui va portata avanti la rivendicazione del diritto di voto almeno a livello amministrativo, qui va difesa l’italianità, qui si deve partecipare responsabilmente, qui vanno sostenute le candidature utili nei parlamenti comunali, cantonali e federale.

Giovanni Longu
31.08.2022

17 agosto 2022

Immigrazione italiana in Svizzera: I miti in Svizzera e in Italia: servono?

Molti italiani residenti in Svizzera sanno quanto siano importanti nel passato e nel futuro di questo Paese i miti, non solo quelli antichi di Guglielmo Tell, Arnold von Winkelried, ecc., ma anche quelli moderni della neutralità, della democrazia diretta, della pace del lavoro, della collegialità, ecc. Essi contribuiscono, infatti, a garantire coesione a una realtà etnica, linguistica, culturale, confessionale, economica alquanto eterogenea, che rischierebbe facilmente, soprattutto in tempi di crisi, di dissolversi senza un collante forte. Gli stessi italiani sanno benissimo che i miti esistono anche in Italia, ma risulta difficile riconoscere loro la stessa funzione e la stessa efficacia che hanno quelli svizzeri. Eppure nessuno dubita che anche l’Italia avrebbe bisogno di maggiore coesione, solidarietà, sviluppo sostenibile, aiuto sociale e soprattutto di un forte collante tra nord e sud.

I miti svizzeri servono molto

In Svizzera i miti servono molto, tant'è che nessuno li mette seriamente in discussione o propone di abolirli. Essi fanno parte della storia e dello sviluppo della Svizzera moderna e per questo, secondo molti, hanno bisogno di tanto in tanto di qualche modifica dettata dai cambiamenti strutturali della società, dalla situazione internazionale e dalle esigenze di una democrazia adulta, trasparente e responsabile. I miti più soggetti a discussione sembrano essere la neutralità, la democrazia diretta, la collegialità delle decisioni, l’aiuto sociale.

Attualmente, in concomitanza con la guerra in Ucraina, quello più discusso è il mito della neutralità, ma la maggioranza e il governo federale sono dell’opinione ch'esso non vada abolito o snaturato anche se risulta talvolta penalizzante, ma solo adeguato alle circostanze, ad esempio per segnalare che la Svizzera è contro la guerra, ma anche per chiarire ch'essa ha fatto una scelta di campo, quello dell’occidente democratico, e intende restarci.

I miti inefficaci in Italia

Anche in Italia i miti non mancano e proprio nella propaganda elettorale di questo periodo vengono riproposti all'opinione pubblica, pur sapendo che non saranno mai così efficaci come lo sono in Svizzera, per una semplice ragione: quasi tutti non sono nati da esigenze popolari ma di parte, a cominciare da quelli risorgimentali. Persino l’antifascismo, che ha caratterizzato il secondo dopoguerra, non fa più presa nell'opinione pubblica. Perché allora rievocarlo? Perché i miti consentono ai partiti di raccogliere consensi attorno a ideali (anche se irrealizzabili).

I miti del centro-destra sono noti: libertà garantita per tutti, pace fiscale tra cittadini e Stato (considerato troppo invasivo), «tassa piatta» o flat tax («riduzione della pressione fiscale per famiglie, imprese e lavoratori autonomi»!), pensioni minime sufficienti per vivere dignitosamente, priorità dell’interesse nazionale e lotta all'immigrazione clandestina, presidenzialismo, ecc.

Sono noti anche i miti della sinistra, a cominciare da quello sulla superiorità (morale e politica) della sinistra, della lotta alle disuguaglianze, della lotta alla povertà, delle priorità di governo in caso di vittoria: scuola, lavoro, ambiente, diritti, a cui si è aggiunto di recente quello della cosiddetta «agenda Draghi», ossia i progetti che l’attuale governo aveva in animo di realizzare... se non fosse caduto.

Come ben si sa i miti delle destre non vanno bene alle sinistre e viceversa e già per questo saranno inefficaci comunque vadano le prossime elezioni. Gli italiani non voteranno in base ai miti, per altro generici e poco seducenti, ma in base alle proposte concrete.

Miti credibili se sostanziati

Per vincere, data la situazione, una coalizione seria dovrebbe sostanziare i miti con elementi credibili di realtà e fattibilità, dando risposte vincolanti, per esempio a domande come queste: quanto intende investire la coalizione vincente nella formazione e nella ricerca? Come intende stimolare lo sviluppo sostenibile? Come pensa di ridurre il divario insostenibile tra nord e sud? Come intende abbattere il debito pubblico (perché resta un tabù la patrimoniale?) e contrastare l’evasione fiscale? Quando intende attuare una seria politica d’immigrazione e d’integrazione degli stranieri, soprattutto della seconda generazione? Quali politiche intende avviare per frenare la denatalità e promuovere il benessere delle famiglie?

I miti servono non se sono suggestivi, ma se migliorano la realtà!

Giovanni Longu
Berna, 17.8.2022

03 agosto 2022

Immigrazione italiana in Svizzera: Gli italiani e i miti svizzeri

Il 1° agosto scorso è stato celebrato il 731° anniversario della nascita della Svizzera, anche se da secoli era ricordata soprattutto con cerimonie religiose e dal 1993 come Festa nazionale a tutti gli effetti. Tutti sanno il perché di quella data, ma non tutti sanno, probabilmente, che la vera data di nascita della Svizzera è incerta e la stessa Confederazione ammette che sia una leggenda l’incontro del 1° agosto 1291 dei rappresentanti dei tre Cantoni fondatori («i Tre Confederati») sul prato del Rütli (o Grütli), al di sopra del Lago dei Quattro Cantoni per giurare di liberare il Paese dagli Asburgo.

Gli italiani e i miti svizzeri

J. F. Füssli, Il giuramento dei tre confederati (1780)

Anche gli italiani immigrati in Svizzera in massa negli ultimi decenni dell’Ottocento e nella seconda metà del Novecento imparavano presto a conoscere il personaggio simbolo di Guglielmo Tell, il Patto del Grütli e la lotta dei primi Cantoni contro gli Asburgo e, penso, nessuno metteva in dubbio la storicità dei personaggi e dei fatti. In verità, per molto tempo, nemmeno agli svizzeri interessava granché sapere se Guglielmo Tell era esistito veramente e se gli atti eroici attribuiti a lui, ai suoi compagni e ai suoi successori fossero reali o leggendari. Anche a loro, come agli immigrati, interessava soprattutto che in Svizzera si vivesse in pace (neutralità), ci fosse lavoro per tutti e si potesse guardare al futuro proprio e dei figli con una certa tranquillità.

Eppure per decenni, soprattutto negli anni in cui grazie agli immigrati la Svizzera ha dovuto guardare maggiormente anche all'esterno, molti s’interrogavano perché la Svizzera non avesse una vera Festa nazionale e non trovavano convincente la risposta ufficiale che le feste qui le decidono soprattutto i Cantoni. E’ vero che dal 1891 il 1° agosto veniva celebrato sempre più festosamente (con fuochi, suoni di campane, esibizioni di corpi musicali, cerimonie religiose e canto corale del «salmo svizzero», divenuto poi l’inno nazionale), ma non come una vera festa «nazionale».

Doveva passare quasi un secolo prima che il 1° agosto venisse riconosciuto come «giorno non lavorativo», la prima volta nel 1991 per i festeggiamenti del Settecentesimo della Confederazione e dal 1993 come Festa nazionale a tutti gli effetti. Per introdurre il giorno festivo, ossia parificato alla domenica, si è dovuta modificare la Costituzione federale a seguito di una iniziativa popolare depositata nel 1990, che diceva: «il 1° agosto è Festa nazionale in tutta la Confederazione». La richiesta fu approvata il 26.09.1993. E’ interessante notare che la partecipazione fu piuttosto bassa: 39,88%. Su 1.781.407 voti, i sì furono tuttavia l’83,8%, i no il 16,2%. Con l’entrata in vigore il 1° luglio 1994, da quell'anno anche la Svizzera ha la sua Festa nazionale riconosciuta come giorno festivo.

Festa nazionale e miti di fondazione

A questo punto ci si può chiedere: Perché una festa nazionale? Perché i miti di fondazione?

Alla prima domanda non basta rispondere: ce l’hanno tutti gli Stati. La Festa nazionale ha infatti ovunque soprattutto la funzione di rafforzare l’identità nazionale. La Svizzera, Paese multietnico e multiculturale, ne ha sempre avuto e ne ha ancora bisogno. Per quanto si senta al sicuro sul piano internazionale grazie alla sua dichiarata neutralità, la Confederazione ha bisogno di un massiccio consenso popolare per schierarsi, per esempio nel caso di una guerra, da una parte piuttosto che dall'altra o da nessuna parte. Anche l’adozione di misure straordinarie in problematiche particolarmente difficili come la pandemia ha bisogno del sostegno convinto dei Cantoni e del Popolo. Le feste nazionali servono a rafforzare la coesione nazionale.

Quanto ai miti di fondazione (Guglielmo Tell, Patto del Grütli, Morgarten, ecc.), tutti sanno ormai che si tratta di leggende, sia pure con elementi di verità, ma nessuno osa metterli in discussione perché risulterebbe difficile se non impossibile negarne l’utilità (anche nell’ambito dell’integrazione degli stranieri). Del resto, non può sfuggire che questi miti esistono in tutti i Paesi, Italia compresa, anche se, proprio in Italia, tutti fanno finta, specialmente in periodi particolarmente difficili come quelli attuali (pandemia, debito pubblico catastrofico, crisi sociale, crisi politica, ecc.) di non aver bisogno della coesione e della solidarietà nazionale, ma di poterli superare con alleanze, formule magiche, uomini/donne della provvidenza e addirittura col genio italico.

Giovanni Longu
Berna, 3 agosto 2022